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Giu 01

1420 – Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Il dilettantismo antirevisionista in Italia…di Carlo Mattogno

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Immagine 1. Copertina del volume.

Immagine-1, FT. Copertina del volume: Olocausto: Dilettanti alla sbaraglio..

OLOCAUSTO: DILETTANTI ALLO SBARAGLIO

CARLO MATTOGNO
(Cliccare qui per accedere
all’archivio dei lavori di Carlo Mattogno)

(1996)

CAPITOLO SESTO

IL DILETTANTISMO ANTIREVISIONISTA IN ITALIA.

(Sonderbehandlung für:
Liliana Picciotto-Fargion, Francesco Germinario, Andrea Scazzola, Gustavo Ottolenghi. ndolo)

  1. UN INCONTRO RIFIUTATO.

Il periodico torinese L’Incontro nel numero di luglio-agosto del 1995 ha pubblicato una recensione del mio libro Auschwitz: Fine di una leggenda, che era stato inviato alla redazione dal prof. Francesco Coppellotti. Riporto integralmente il testo di questo scritto, firmato Sicor:

“L’Autore si propone di smentire il celebre libro di Jean-Claude Pressac: “Auschwitz, technique and operation of the gas chambers” pubblicato a New York nel 1989 che fornì le prove dell’esistenza e del funzionamento delle camere a gas omicide ad Auschwitz-Birkenau. Viene pure contestato l’ultimo lavoro di Pressac: “Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse” (Parigi,1991) redatto in base alla documentazione reperita a Mosca, ove sono conservati gli archivi della “Bauleitung” (la direzione delle costruzioni di Auschwitz) caduti nelle mani delle truppe sovietiche.
Secondo Pressac le vittime dello sterminio di massa nelle camere a gas sarebbero circa 800.000. Orbene il Mattogno, difensore onorario dei criminali nazisti, elabora un’analisi critica basata sulle da lui “presunte” [sic] camere a gas e sulla capacità dei forni crematori. Si tratta di un’indagine tecnica a dir poco ripugnante, perché basata sulla “produzione” cioè sul numero di cadaveri cremati nell’unità di tempo (una giornata di attività) e sul “rendimento” (rapporto tra il calore prodotto e quello utilizzato, ossia il consumo di combustibile). L’Autore si addentra in una disamina incentrata sulla potenzialità dei forni crematori (consumo di coke, durata della muratura refrattaria, riscaldo elettrico, ecc.), ma tali installazioni egli non le ha personalmente visitate (per cui si tratta di considerazioni tecniche accademiche, redatte a casa propria) e non ha certamente ascoltato le deposizioni rese da testimoni nei processi contro i criminali responsabili.
Si tratta dunque di un libello più che di un libro.
Basti leggere a pag.32, laddove il Mattogno, premesso che:” Pressac non fornisce alcuna prova del trasferimento di (146.000 — 28.000 immatricolati =) 118.000 Ebrei ungheresi da Auschwitz…” giunge alla contabilità secondo cui “anche assumendo la produzione massima di 4.300 cadaveri al giorno, si sarebbero potuti cremare 232.200 cadaveri non 292.000, in realtà, togliendo le pause tra le varie ondate di deportazione, i giorni effettivi di deportazione e di arrivo dei deportati ad Auschwitz, sono solo 39 (e non 70 giorni), sicché le installazioni di Birkenau avrebbero potuto cremare (39 x 4300) 167.000 cadaveri. E dove sarebbero stati messi i restanti 124.000 cadaveri?”.
A questa domanda rispondiamo con altre domande (che valgono per tutti i revisionisti): perché i milioni di deportati — tranne pochissime eccezioni — non sono più tornati a casa dopo la fine della guerra? Qual è stata la loro sorte? Quale sterminio di massa poteva essere attuato se non con le camere a gas?” (1).

Il 3 gennaio 1996 ho inviato al Direttore de L’Incontro la seguente lettera:.

“Gentile Direttore, La ringrazio per la recensione del mio libro Auschwitz: fine di una leggenda apparsa sul n.6 (luglio-agosto) 1995 del Suo giornale, di cui sono venuto a conoscenza solo di recente. (2) Il Recensore mi accusa di essere un “difensore onorario dei criminali nazisti”, di aver eseguito, sui forni crematori di Auschwitz-Birkenau “un’indagine tecnica a dir poco ripugnante” e scientificamente infondata, perché “tali installazioni egli non le ha personalmente visitate (per cui si tratta di considerazioni tecniche accademiche, redatte a casa propria)”, sicché il mio studio sarebbe un “libello” più che un libro.
Queste affermazioni gratuite, fatte da una persona che evidentemente pretende di conoscere le mie ricerche meglio di me, rendono doverosa una breve “messa a punto” sulla questione. Preciso anzitutto che io non sono il difensore onorario di nessuno: la mia ricerca mira esclusivamente all’accertamento della realtà dei fatti.
Nel libro Auschwitz: fine di una leggenda ho riassunto in modo molto sintetico i risultati di un ampio studio storico-tecnico sui forni crematori di Auschwitz-Birkenau (menzionato a p.12) che ho iniziato da solo nel 1987 e ho continuato successivamente con la preziosa collaborazione di due validi ingegneri — uno dei quali è l’ing. Franco Deana di Genova -, il cui apporto è stato determinante per l’impostazione scientifica e per le conclusioni della ricerca.
Un riassunto di 40 pagine di tale studio è stato pubblicato nel libro di Ernst Gauss Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20.Jahrhunderts (Grabert-Verlag, Tübingen 1994,pp. 281-320), con il titolo Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau. Lo studio in questione è intitolato Auschwitz: i forni crematori ed è attualmente in corso di stampa per conto delle Edizioni di Ar. L’opera consta di due parti: la prima (La cremazione moderna con particolare riferimento ai forni a gasogeno riscaldati con coke) si occupa della storia della tecnologia della cremazione moderna dalle origini all’inizio della seconda guerra mondiale; la seconda parte (La ditta J.A. Topf & Söhne di Erfurt e i forni crematori di Auschwitz-Birkenau) descrive in modo approfondito le installazioni civili fabbricate dalla ditta Topf (forni riscaldati con coke, con gas e con elettricità) e tutti i modelli di forni costruiti per i campi di concentramento. I problemi fondamentali della produzione e del rendimento dei forni crematori sono stati studiati e risolti sulla base dei dati sperimentali reperibili nella letteratura specialistica tedesca e sulla base di documenti nazisti. Per quanto concerne i forni di Auschwitz-Birkenau, mi sono basato, tra l’altro, sulla lista delle cremazioni del crematorio di Gusen (26 settembre — 30 ottobre 1941) (3), in cui è indicato anche il consumo di coke, sui diagrammi tecnici degli esperimenti di cremazione eseguiti dall’ing. Richard Kessler nel crematorio di Dessau (forno riscaldato con coke modello Gebrüder Beck, Offenbach) nel gennaio 1927 (4), sui dati sperimentali di esercizio dei Verbrennungsöfen della ditta H.Kori (5), sugli esperimenti di cremazione eseguiti in Inghilterra all’inizio degli anni Settanta e resi noti nella conferenza annuale del Luglio 1975 della Cremation Society of Great Britain (6)e sui documenti tecnici della ditta Topf (7). Contrariamente a ciò che suppone il Recensore, io ho visitato personalmente per tre volte gli ex campi di Auschwitz e di Birkenau; nel crematorio I di Auschwitz esistono due forni crematori Topf a due muffole riscaldati con coke, ma si tratta di pessime ricostruzioni eseguite dai Polacchi nel dopoguerra: tra l’altro, gli sportelli delle muffole sono stati montati al contrario (quello destro a sinistra e viceversa) e, cosa ancora più grave, non sono stati installati i gasogeni, per cui da tali ricostruzioni si può apprendere ben poco sulla struttura e sul funzionamento di tali impianti. Perciò ho visitato personalmente tutti gli ex campi nazisti in cui esistono ancora forni crematori della ditta Topf & Söhne di Erfurt, quella che costruì e installò tutti i forni di Auschwitz-Birkenau, e precisamente:
— Mauthausen (forno Topf a due muffole riscaldato con coke, modello uguale ai tre forni installati nel crematorio I di Auschwitz),
— Gusen (forno Topf a due muffole riscaldato con coke, originariamente forno mobile riscaldato con olio combustibile),
— Dachau (forno Topf a due muffole riscaldato con coke, originariamente forno mobile riscaldato con olio combustibile),
— Buchenwald (forni Topf a tre muffole, uno dei quali è uguale ai 10 forni a tre muffole installati nei crematori II/III di Birkenau, l’altro è predisposto per il riscaldo anche con olio combustibile). Infine ho ispezionato personalmente i forni crematori riscaldati con coke della ditta H.Kori che si trovano ancora negli ex campi di Mauthausen, Dachau e Majdanek. Per lo studio della struttura e del funzionamento di tali impianti mi sono servito inoltre dei documenti (corrispondenza tra la ditta Topf e la Bauleitung di Auschwitz) conservati al Museo di Auschwitz e a Mosca, che ho esaminato personalmente. La mia indagine tecnica, per qualcuno, potrà pure essere “ripugnante” (certamente non più del libro di J.-C. Pressac Les crématoires d’Auschwitz, che si è occupato, sia pure in modo superficiale, degli stessi problemi), e questo è comprensibile, ma non è serio affermare che essa sia priva di valore scientifico soltanto sulla base di mere congetture. Per quanto concerne la citazione di p.32 del mio libro Auschwitz: fine di una leggenda, non mi sembra molto corretto troncare il testo in modo da creare artificiosamente un’argomentazione insensata e beffarsi poi di essa per dimostrare che l’opera in questione è un ” libello “.
Io sono aperto al dibattito sull’ “Olocausto” e sono pronto a discutere seriamente qualunque critica, all’unica condizione che si tratti di critiche serie”.

Il 21 gennaio 1996, dopo aver letto un articolo lipstadtiano di Liliana Picciotto-Fargion (8), nell’illusione (9) che L’Incontro, riguardo all’Olocausto, fosse interessato all’accertamento della realtà dei fatti, e non, come è risultato poi, ad una faziosa propaganda olocaustica, ho inviato al Direttore un’altra lettera:

“Gentile Direttore, confidando nella reputazione di non conformismo di cui gode il Suo giornale, Le invio un contributo sul tema spinoso del revisionismo, che potrebbe essere lo spunto per un dibattito serio.

Nel numero di ottobre 1995 de L’Incontro il signor Gustavo Ottolenghi scrive di essere fautore di incontri tra i sostenitori di tesi storiche opposte “per consentire — soprattutto ai giovani — una migliore, più completa ed obiettiva conoscenza dei fatti connessi con l’ ‘Olocausto'”, inteso in senso lato.

Non posso non condividere questo proposito, la cui attuazione, considerata la ristrettezza di vedute di molti “antinegazionisti”, non mi sembra però molto facile. D’altra parte, il presupposto imprescindibile di tali incontri è una conoscenza preliminare obiettiva e completa della metodologia e delle tesi revisioniste. Il contributo che allego (10) vuole essere un primo passo in questa direzione.

Personalmente non sono interessato alle sterili polemiche; se nel mio scritto affiora qua e là qualche tono duro, ciò dipende soltanto dal carattere gratuito delle accuse alle quali rispondo.

Data l’importanza della problematica trattata, per una chiarificazione nell’interesse della verità, mi sembra doverosa la replica della signora Picciotto-Fargion, ma ho motivo di credere che ella sentirà questa doverosità soltanto se il mio scritto apparirà sul Suo giornale”.

Nella sua risposta, datata 1 febbraio 1996, Bruno Segre mi ha comunicato quanto segue:

“Il non-conformismo che Ella riconosce al nostro mensile non significa che esso accolga opinioni a sostegno del nazismo e della sua infame politica di sterminio dei deportati. Il confronto di opinioni sull’Olocausto lo si è accettato mediante gli articoli del prof. Coppellotti, ma le Sue posizioni revisioniste risultano incompatibili con la realtà storica e non posso certamente ospitarle, il che significherebbe almeno in parte avallarle. Il nostro periodico si è da sempre battuto contro il nazifascismo e non può offendere la memoria delle vittime accettando un dialogo con chi tenta di travisare le dimensioni e le responsabilità dell’Olocausto”.

Ciò significa forse che le posizioni revisioniste del prof. Coppellotti — che a Torino dovrebbero essere note a tutti — sono compatibili con la realtà storica propugnata dal signor Segre? La negazione della realtà delle camere a gas è dunque compatibile quando è dichiarata dal prof. Coppellotti e incompatibile quando è sostenuta da me? E’ chiaro che al signor Segre, non avendo egli alcun argomento serio contro di me, non resta che trincerarsi dietro la solita, farisaica virtuosa indignazione che esime automaticamente dal dovere di rispondere seriamente ad argomenti fondati.

  1. UN’ALLIEVA DI DEBORAH LIPSTADT.
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Immagine-2, FT. picciotto liliana, Germinario Francesco. Click…

La Rassegna mensile di Israel” ha pubblicato nel numero 3 del 1994 una critica al revisionismo di Liliana Picciotto-Fargion nella quale vengo chiamo in causa direttamente (11).
L’Autrice vi delinea una storia sommaria del “negazionismo” storico rifacendosi con penosa monotonia ai triti argomenti di Deborah Lipstadt, che ripete pedissequamente come una scolaretta che abbia studiato bene la lezione del giorno. Risparmio al lettore l’elencazione delle perle letterarie della Picciotto-Fargion relative al revisionismo, che consisterebbe

“in una vera e propria falsificazione della verità, tesa a legittimare l’immagine politica e ideologica del nazismo” (p.16)

e a tutti i revisionisti, che sarebbero animati da finalità varie, ma tutte abiette:

“alcuni di essi sono attivisti nazisti, altri sono spinti da un ossessivo anticomunismo che li induce a leggere gli eventi dell’ultima guerra in chiave apologetica per la Germania; altri ancora sono dei semplici antisemiti che adottano qualsiasi argomento per demonizzare gli ebrei” (p.20),

ecc. ecc..
E’ curioso che i più accesi sostenitori di questa tesi, lanciando i loro anatemi, facciano esattamente ciòche imputano ai loro avversari.
Dopo aver adeguatamente demonizzato i “negazionisti” per quanto concerne la loro matrice ideologica e i loro obiettivi, la Picciotto-Fargion passa ad esporre la loro metodologia, scopiazzando Pierre Vidal-Naquet e Deborah Lipstadt, ma anche inventando in proprio nuove scempiataggini da attribuire ai revisionisti. Essi

“rifiutano i diari e le testimonianze ebraiche, perché sarebbero interessate e di parte; rifiutano anche le testimonianze rese da non ebrei, anche se da personaggi nazisti, perché sarebbero state estorte. Inoltre, i documenti prodotti durante i processi sarebbero menzogneri perché facenti parte della guerra ideologica condotta dalle nazioni occidentali verso la ex Germania nazista. […] I negazionisti sfruttano metodicamente ogni più piccola contraddizione nei documenti, contraddizioni che non possono non esistere data l’enorme massa dei documenti stessi e la molteplicità degli uffici di ordini o incaricati di trasmettere e eseguire gli stessi.
Più generalmente parlando, i loro argomenti sono del seguente tenore: visto che non è rimasto alcun documento che ordini l’assassinio di massa degli Ebrei, tale assassinio non sarebbe mai esistito;  visto che Dachau (e in generale i campi di concentramento del Reich) non aveva camera a gas — cosa peraltro vera -, allora, nessun altro campo l’avrebbe avuta e l’intera storia delle gassazioni criminali sarebbe una montatura; vista l’impossibilità di cremare in un normale crematorio un numero di cadaveri cosi alto come quello di Auschwitz, allora, l’intera vicenda dei crematori di Auschwitz sarebbe una menzogna. Il loro metodo è sempre lo stesso: trovare un difetto su un punto particolare (per esempio una data errata, una contraddizione in testimonianze rese da un medesimo testimone a distanza di tempo) per introdurre il dubbio all’interno di un insieme di elementi evidenti e certi” (pp. 17-18).

“Il loro metodo è sempre lo stesso”: questa espressione si adatta perfettamente al metodo di questi “antinegazionisti”, che consiste nel presentare come argomentazioni revisioniste una sciocca parodia di esse, per poter poi irridere trionfalmente alla loro insulsaggine. La realtà è ben diversa.
I revisionisti non “rifiutano” aprioristicamente le testimonianze ebraiche “perché sarebbero interessate e di parte”, né quelle naziste “perché sarebbero state estorte”, ma perché queste testimonianze non resistono ad una critica storica seria, come risulta dagli esempi che ho addotto nei capitoli precedenti. E’ vero invece il contrario: sono gli “antinegazionisti” che le accettano aprioristicamente, in base ad un mero criterio di opportunismo.
Che poi i revisionisti rifiutino “i documenti prodotti durante i processi” perché sarebbero “menzogneri” è falso se affermato in senso generale; ciò che è vero, è che qualche revisionista considera falso qualche documento, ma in ciò non c’è neppure accordo. Per quanto mi riguarda, io, ad esempio, considero autentici i documenti sulla deportazione degli Ebrei ungheresi ad Auschwitz che A. Butz reputa falsi e ritengo sicuramente falsificato (non falso) un solo documento nazista.
Nessun revisionista è tanto sciocco da dedurre sillogisticamente l’inesistenza dello sterminio dall’inesistenza dell’ordine di sterminio; questo è uno dei tanti elementi che assumono valore nel complesso delle argomentazioni revisioniste e che deve essere inserito nel contesto più ampio dell’inesistenza documentaria di un piano generale di sterminio, il quale, come ammette L.Poliakov, “per quanto concerne la sua concezione, come per molti altri aspetti essenziali, rimane avvolto nella nebbia” (12); questo elemento va inoltre considerato nel quadro della politica nazista di emigrazione ebraica, attuata ufficialmente fino al 23 Ottobre 1941, rispetto alla quale è in flagrante contraddizione, a tal punto che, come ho mostrato nel capitolo II, la corrente funzionalista, che ha esaminato il problema in questo quadro, liquidando la motivazione consueta del “Führerbefehl” (l’antisemitismo di Hitler), ha praticamente rafforzato l’elemento summenzionato. L’argomentazione revisionista è dunque che l’esistenza di un piano generale di sterminio non suffragato da documenti, basato su un ordine della cui realtà storica non esiste prova e la cui motivazione è incomprensibile, è quantomeno dubbia. Quanto questa mancanza di prove dipenda dalla “cancellazione delle tracce dei crimini” (p.16) si può desumere dal fatto che le SS di Auschwitz non si sono curate minimamente di distruggere i documenti della Zentrabauleitung, l’ufficio responsabile della costruzione dei crematori e delle presunte camere a gas, e nelle circa 88.000 pagine di documenti conservati a Mosca non c’è traccia né di un ordine né di un piano di sterminio, né dell’attuazione di un tale ordine e di un tale piano.
Per quanto concerne Dachau, l’argomentazione revisionista è la seguente: visto che a Dachau e in generale nei campi di concentramento del Reich non sono esistite camere a gas omicide, ma, nonostante ciò, esistono testimonianze “oculari” che parlano, al riguardo, di camere a gas e di gasazioni, e visto che queste testimonianze vengono ormai considerate false anche dagli “antinegazionisti”, perché le testimonianze “oculari” dei campi orientali dovrebbero essere aprioristicamente vere? Ovviamente ciò non significa che esse siano aprioristicamente false, ma soltanto che devono essere studiate seriamente, sottoposte ad una analisi critica seria per valutare la loro attendibilità.
Nel caso di Auschwitz, la Picciotto-Fargion presenta un altro tipico esempio di travisamento dell’ argomentazione revisionista, che è di carattere tecnico. Come ho rilevato nel cap. I, la cremazione di centinaia di migliaia di cadaveri nei forni crematori di Auschwitz-Birkenau (contrariamente a quanto affermato dai testimoni “oculari”) è tecnicamente impossibile, il che è in totale contrasto con la tesi dello sterminio in massa.
La metodologia revisionista consisterebbe nello sfruttamento metodico di “ogni più piccola contraddizione nei documenti” (p.17), nel “trovare un difetto su un punto particolare”, un difetto tanto insignificante come “una data errata”.
Come esempio per illustrare questa metodologia capziosa, la Picciotto-Fargion si riferisce al mio libro già citato Auschwitz: la prima gasazione, riguardo al quale scrive:

” la prima gassazione ad Auschwitz, quella per prova fatta su prigionieri di guerra sovietici e malati molto gravi non sarebbe avvenuta perché le testimonianze in proposito non concordano né sul metodo usato, né sulla data. Il procedimento induttivo è il seguente: per ricostruire un certo avvenimento si cercano tutte le fonti possibili e si mettono a confronto, se non concordano perfettamente fra di loro, si dichiara inesistente l’evento. Qualsiasi testimone insista a ricordare quell’evento è un mentitore, e chi gli presta fede è un mistificatore” (p.27).

Questo è ovviamente soltanto un quadro caricaturale della mia metodologia, che espongo sommariamente riguardo a questo caso specifico, in modo che il lettore possa confrontare la realtà con la sciocca caricatura presentata dalla Picciotto- Fargion.
Premetto che la questione della prima gasazione ad Auschwitz viene di norma trattata in modo estremamente laconico anche in testi specialistici; ad esempio, nell’opera citata Anatomy of the Auschwitz Death Camp, ad essa vengono dedicate dodici righe. La realtà storica dell’evento è suffragata soltanto da testimonianze; il libro che lo tratta in modo più approfondito (o meglio: meno superficiale), il Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945 , in cui esso è esposto in circa cinquanta righe, menziona nove testimoni; secondo questo testo, tra il 3 e il 5 Settembre 1941 nel seminterrato (Bunker) del Block 11 di Auschwitz sarebbero stati gasati 600 prigionieri di guerra sovietici e 250 malati dell’ospedale dei detenuti (13).
Nella fase preparatoria del mio libro summenzionato mi sono recato ad Auschwitz, dove ho esaminato e fotografato lo scenario dell’evento (il Block 11); inoltre nell’archivio del Museo ho fotocopiato le deposizioni rese al riguardo (in polacco) da ex detenuti al processo Höss e al processo della guarnigione del campo. Nel libro, che conta 190 pagine, ho raccolto tutte le fonti disponibili (circa una sessantina). Per rendere più comprensibili le testimonianze addotte, ho descritto accuratamente lo scenario della prima gasazione avvalendomi, oltre che dei rilievi eseguiti in loco, della pianta originale e di 33 fotografie del Block 11 di Auschwitz. Ho citato tutte le fonti che menzionano la prima gasazione suddividendole in fonti del periodo bellico e del periodo postbellico; indi ho sottoposto ad analisi critica comparata tutte le fonti sulla base dei seguenti criteri di giudizio essenziali:
1) il luogo della prima gasazione,
2) la data,
3) i preparativi,
4) le vittime (categoria e numero),
5) gli esecutori dell’evacuazione dei cadaveri delle vittime,
6) l’inizio dell’evacuazione,
7) la durata dell’evacuazione,
8) la sorte dei cadaveri evacuati,
9) la localizzazione della gasazione.

All’analisi testuale ho affiancato un’analisi tecnica basata sui seguenti criteri:

10) la tecnica della gasazione,
11) la durata dell’agonia delle vittime,
12) la prova del gas residuo,
13) la descrizione dei cadaveri delle vittime.

La conclusione delle analisi summenzionate è la seguente:

” Le testimonianze degli ex detenuti esaminate risultano in totale contraddizione reciproca su tutti i punti essenziali, ossia:
— sul luogo della prima gasazione;
— sulla durata della prima gasazione;
— sui preparativi della prima gasazione;
— sulle vittime della prima gasazione;
— sugli esecutori dell’evacuazione dei cadaveri;
— sull’inizio dell’evacuazione dei cadaveri;
— sulla sorte dei cadaveri evacuati;
— sulla localizzazione della prima gasazione;
— sulla tecnica della gasazione;
— sulla durata dell’agonia delle vittime;
— sul numero dei barattoli di Zyklon B usati per la gasazione.
L’unico punto sul quale le testimonianze sono unanimemente concordi, il colorito [blu] dei cadaveri dei presunti gasati, è errato e dimostra che i testimoni non hanno mai visto il cadavere di un uomo avvelenato da acido cianidrico.
La tecnica di gasazione descritta dai testimoni è inoltre praticamente impossibile e i risultati di tale gasazione (la sopravvivenza delle vittime per 15 ore) è fisiologicamente impossibile” (15).

Nello studio della metodologia storiografica di D.Czech, la redattrice del Kalendarium di Auschwitz, ho dimostrato che costei ha montato — nel senso cinematografico — spezzoni di testimonianze e ha creato una storia (le cinquanta righe menzionate sopra) che non trova riscontro in nessuna testimonianza e che è dunque letteralmente inventata. La storia della prima gasazione ad Auschwitz si basa su tale metodologia.
Inoltre ho esaminato le fonti che ignorano la prima gasazione. Si tratta di testimonianze di ex detenuti (come K.Smolen, ex direttore del Museo di Auschwitz) e di SS (come F. Entress, Lagerarzt di Auschwitz) che, per la loro posizione, non avrebbero potuto ignorare l’evento, se esso avesse realmente avuto luogo, e la cui ignoranza, se si ammette la realtà dell’evento, è del tutto inspiegabile.
Infine ho esaminato tutti i documenti disponibili che consentano di verificare la realtà dell’evento, cioè:
1) la cartoteca dei prigionieri di guerra sovietici,
2) il registro dei decessi (Totenbuch),
3) il registro del Bunker del Block 11 (Bunkerbuch),
4) il registro dell’ospedale dei detenuti del Block 28 (Häftlingskrankenbau,
5) il registro dei decessi n.1 del 1941 (Sterbebuch).

I documenti 1 e 2 dimostrano che i primi prigionieri di guerra sovietici sono giunti ad Auschwitz il 7 ottobre 1941, cioè un mese dopo l’evento; il documento 3) non reca il minimo indizio dell’evento; dai documenti 4) e 5) risulta che dei 135 detenuti dell’ospedale del Block 28 che sarebbero stati gasati, solo 15 figurano nello Sterbebuch nel periodo dell’ evento, perciò i restanti 120 detenuti non sono morti in questa occasione.
Come si vede, non mi sono propriamente limitato a ricercare “un difetto su un punto particolare, per esempio una data errata”!
Se Liliana Picciotto-Fargion considera capzioso questo metodo di lavoro, evidentemente il suo “procedimento induttivo” consiste nel cercare solo le fonti che fanno comodo, nel farle concordare forzatamente eliminando tutte le contraddizioni che presentano e nel giudicare aprioristicamente veritieri tutti i testimoni e persone disoneste coloro che ad essi non prestano fede.
J.-C. Pressac, dopo aver letto il mio libro, ha cambiato d’autorità la data della prima gasazione, asserendo che “ai nostri giorni, si ritiene che la prima gassazione omicida, nei sotterranei del Block 11, sia avvenuta tra il 5 e la fine di Dicembre” (17) basandosi su uno spunto polemico in esso contenuto, mentre gli sprovveduti credono che questo spostamento di data, di cui egli è l’unico assertore (il Museo di Auschwitz ha mantenuto la data tradizionale del 3-5 settembre), sia basato sui documenti di Mosca. Egli non apporta nessun documento nuovo a sostegno della sua affermazione, e gli unici due documenti che cita in nota (nota 19 a p.113) sono quelli che ha letto alle pp.154-157 del mio libro.
Con queste righe credo di aver mostrato a sufficienza che la metodologia revisionista non ha nulla a che vedere con il quadro caricaturale che ne presenta Liliana Picciotto-Fargion, il cui atteggiamento preconcetto ha ben poco di scientifico e non può essere che di ostacolo all’accertamento della realtà dei fatti.

  1. LA METODOLOGIA STORIOGRAFICA DI DANUTA CZECH. (18)

La seconda edizione del Kalendarium di Auschwitz (19), a differenza della prima (20), reca in margine l’indicazione delle fonti. Per quanto concerne la prima gasazione omicida, le fonti indicate sono le seguenti:
– Per il 3 settembre 1941:
Processo Höss, volume 2, p.97 (testimone Kula)
” ” ” 4, p.21 (testimone Krokowski)
” ” ” 4, p.34 (testimone Koczorowski)
” ” ” 4, p.99 (testimone Taul)
” ” ” 4 , p.128 (testimone Mylyk)
” ” ” 54, p.207 (testimone Glinski)
” ” ” 78, p.1 (testimone Smuzewski).
Questi riferimenti sono accompagnati dalla menzione generica: “Dichiarazioni di ex detenuti”. I nomi non sono indicati, ma i riferimenti suddetti riguardano i testimoni da noi riportati tra parentesi.
Nell’elencazione di Danuta Czech c’è qualche inesattezza dovuta senza dubbio ad una svista. Gli ultimi due riferimenti concernono sicuramente i testimoni Glinski e Smuzewski, che però hanno reso le loro deposizioni al processo della guarnigione del campo, non al processo Höss; inoltre la testimonianza di Smuzewski si trova alle pagine 12-13, non a pagina 1.
— Per il 4 settembre (mattina):
Processo Höss, volume 2, p.21, dichiarazione di Jan Krokowski.
Processo Höss, volume 2, p.97, dichiarazione di Michal Kula.
I nomi sono indicati da Danuta Czech. La deposizione di Jan Krokowski si trova però nel vol.4.
— Per il 4 settembre (pomeriggio):
Processo Höss, volume 2, p.97, dichiarazioni di Michal Kula;
Wieslaw Kielar, Anus Mundi (Frankfurt/Main 1979), p.92.
— Per il 4 settembre (notte):
Processo Höss, volume 4, p.21 (testimone Krokowski)
” ” ” 54, p.208 (testimone Glinski)
” ” ” 55, p.101 (testimone Banach).
I nomi non sono indicati da Danuta Czech. Oltre al testimone Glinski, anche il testimone Banach ha deposto al processo della guarnigione del campo; Danuta Czech menziona invece il testimone Kielar (op.cit., pp.92-94).
— Per il 5 settembre:
Wieslaw Kielar, op.cit., pp.95-98.
Ricapitolando, il resoconto di Danuta Czech è basato sulle dichiarazioni dei seguenti testimoni: Kula, Krokowski, Koczorowski, Taul , Mylyk, Glinski, Smuzswski, Banach e Kielar.
Nell’opera di metodologia storiografica precedentemente citata (21), tra le “alterazioni involontarie” della verità, è considerata “l’ingenuità di chi cerca di comporre un racconto coerente e logico facendo un ‘mosaico’ di testimonianze contrastanti”; ma ci sono anche “alterazioni della verità” volontarie e intenzionali che consistono nel comporre un racconto coerente e logico partendo da un ‘mosaico’ di testimonianze contrastanti: questo è appunto il senso del rimprovero che Jean-Claude Pressac muove alla storiografia tradizionale sterminazionista,

“una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l’umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparsa di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca” (22).

Il resoconto di Danuta Czech è un caso emblematico di questo metodo di lavoro, come risulta dall’esame del suo impiego delle fonti, nel caso specifico esclusivamente testimonianze.
— La data dell’inizio della prima gasazione — 3 settembre 1941 — è desunta da Danuta Czech dalla testimonianza di Banach, secondo la quale l’evacuazione dei cadaveri fu eseguita il 5 settembre 1941. Ma il testimone Kula, che è la fonte principale di Danuta Czech, dice esplicitamente e con sicurezza che tale data è il 14 agosto 1941. Il testimone Koczorowski parla invece del mese di ottobre.
— Il nome del medico SS che eseguì la selezione dei detenuti malati è tratto da Danuta Czech dalla testimonianza di Taul, ma il testimone Kielar afferma che tale medico fu il dott. Entress, che nella prima edizione del Kalendarium figura tra i partecipanti alla prima gasazione omicida. Nel frattempo Danuta Czech ha appreso che il dott. Entress nel settembre 1941 non si trovava ancora ad Auschwitz; infatti nella registrazione dell’ 11 dicembre 1941 si legge:” Dal campo di concentramento di Gross-Rosen arriva il Lagerarzt, SS-Untersturmführer Friedrich Entress e assume la stessa funzione nel campo di concentramento di Auschwitz” (23).
La scelta del dott. Schwela era dunque obbligata.
— Danuta Czech trae il numero dei malati selezionati (250) dalla testimonianza di Kula, quello dei prigionieri russi (600) dalle testimonianze di Krokowski, Koczorowski, Mylyk e Glinski; tuttavia il testimone Koczorowski afferma che i detenuti malati selezionati furono 400, il testimone Smuzewski fornisce un totale di 980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra cui 120 detenuti politici.
— Danuta Czech scrive che la mattina del giorno dopo quello della gasazione (4 settembre), Palitsch apri la porta “delle celle” e constatò che “alcuni” prigionieri di guerra russi erano ancora vivi”. La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però afferma che ciò accadde il pomeriggio del giorno dopo (“Il 15 agosto, verso le 4 di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas…”;); egli precisa inoltre che Palitzsch apri la porta “dei Bunker”, ossia dello scantinato, non delle celle, e constatò che “le persone” — evidentemente tutte, non alcune — che vi si trovavano erano ancora vive.
— Danuta Czech asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè ancora il giorno dopo quello della gasazione, Palitzsch adunò “20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a e tutti gli infermieri dell’ospedale” più altri due detenuti, i quali cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il testimone Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto, cioè due giorni dopo quello della gasazione; anche il testimone Kielar afferma che l’evacuazione dei cadaveri cominciò due giorni dopo. Questo stesso testimone afferma inoltre che tale operazione fu eseguita da circa 20 medici e infermieri, che Danuta Czech trasforma in “20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a”, mentre il testimone Banach dichiara che essa fu eseguita da “alcune decine” di detenuti della compagnia di punizione. Il testimone Glinski, che era infermiere, asserisce che l’operazione fu compiuta soltanto da infermieri e medici, e il testimone Banach, che era membro della compagnia di punizione, dichiara che l’operazione fu eseguita soltanto dai detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o detenuti della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione.
— Danuta Czech scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al crematorio e cremati, ma il testimone Kula afferma che essi “non furono cremati nel crematorio, ma furono portati in direzione di Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati”.
— Danuta Czech asserisce infine che il trasporto dei cadaveri al crematorio durò due notti e si concluse la notte del 5 settembre. Ma i testimoni Mylyk e Smuzewski affermano che questo lavoro fu eseguito in una sola notte (24).
Si sarà notato che Rudolf Höss non rientra nel novero dei testimoni citati da Danuta Czech; la ragione è semplice: la sua testimonianza, alla portata di tutti e controllabile da chiunque, è in contraddizione troppo flagrante con il resoconto del Kalendarium, perché egli riferisce che lo Zyklon B “provocò la morte immediata delle vittime”.

  1. UN DILETTANTE NOSTRANO.

Tra gli attacchi propagandistici che sono stati portati alle mie ricerche da vari gazzettieri italiani, i più squallidi — sia dal punto di vista documentario, sia, soprattutto, dal punto di vista morale — sono quelli di tale Francesco Germinario, autore di due penosi articoli sul “negazionismo in Italia”: Aspetti della pubblicistica negazionista in Italia (25) e Destra radicale e negazionismo in Italia (26), che è un semplice rifacimento del primo, il quale a sua volta, è “una versione, rivista e ampliata, della relazione al Convegno su “Nazismo e neonazismo” , tenutosi a Brescia il 17 dicembre 1993, a cura della fondazione “Luigi Micheletti” ” (27): praticamente, in due anni, questo “esperto” del “negazionismo” non ha saputo far altro che riciclare i medesimi temi, dimostrando la sua totale incapacità di uscire dagli squallidi schemi mentali e dai volgari pregiudizi di un Pierre Vidal-Naquet e di una Deborah Lipstadt.
I grossolani rimproveri che mi muove costui rientrano in uno schema tattico ormai ben sperimentato, che si basa sulla deformazione sistematica sia delle intenzioni, sia delle argomentazioni dell’avversario. Non vale la pena di soffermarsi sulla “critica” teorica del “negazionismo” proposta da Francesco Germinario, trattandosi di un misero raffazzonamento delle tesi esposte da questi due “maestri”. Tuttavia non posso passare sotto silenzio la boriosa arroganza di questo propagandista, che ardisce fare il processo alle mie intenzioni e condannarmi senza appello con una sicumera pretenziosa quanto illusoria. La mia legittima richiesta che venga giudicato il valore delle argomentazioni che espongo, non già le mie idee politiche, o, peggio ancora, quelle che mi vengono attribuite (28), diventa per il Germinario “un preteso atteggiamento di super partes” , peggio ancora, “parodistiche professioni di fede di sapore weberiano” (29). Naturalmente il Germinario, lui sì, è assolutamente super partes e i suoi giudizi sono assolutamente obiettivi e solo un animo malevolo potrebbe vedere nella sua insistenza ossessiva nel distribuire qualifiche di nazista e antisemita a destra e a manca (moltissimo a destra e pochissimo a manca) un indizio velato di faziosità! Ma al di là della ridicola parodia morale di cui si ammanta, questa insistenza non è altro che una miserabile tattica: non avendo la minima cognizione dei temi che pretende di dibattere, al pover’uomo non resta che nascondersi dietro all’obbrobrio che scaturisce dai suoi anatemi: l’accusa di nazismo e di antisemitismo rappresenta dunque uno squallido surrogato dell’argomentazione scientifica e chiude la discussione prima ancora di averla iniziata. Un comodo alibi adottato da questi propagandisti con un furore tanto maggiore quanto maggiore è la loro incompetenza sul piano storico. In effetti, le conoscenze storiche e le “critiche” che il Germinario presenta negli articoli citati sarebbero mediocri anche per un ginnasiale.
Veniamo finalmente a queste “critiche”. Come ho già accennato, esse si risolvono in una deformazione sistematica di alcuni passi dei miei scritti fino alla falsificazione pura e semplice. Comincio dal primo articolo, Aspetti della pubblicistica negazionista in Italia.
Egli afferma che Carlo Mattogno

” ha preteso di discutere di Shoà con la redazione di “Shalom” e di essere invitato quale “esperto” ad una trasmissione televisiva sulla Shoà a suo avviso troppo …”sterminazionista” ” (p.29).

Madornali scemenze. E’ la redazione di Shalom che ha preteso di discutere con me, ma quando ho dimostrato che questa rivista ha pubblicato un documento sull’ affaire Roques non corrispondente all’originale (da me inviato in fotocopia alla redazione) e ha espresso un giudizio documentariamente infondato, si è guardata bene dal rispondere (30). A quanto pare, Germinario crede davvero che la redazione di Shalom sia costituita da “esperti” della Shoà dinanzi alla profonda competenza dei quali io dovrei trasalire: pia illusione. Al loro cospetto, un mediocre dilettante come Pierre Vidal-Naquet appare un gigante. Io non ho mai preteso di essere invitato come esperto in nessuna trasmissione. Il Germinario deforma la chiusura del mio articolo Speciale-Mixer e l’Olocausto — che egli liquida con una interpretazione ridicola (31):

“Quanto invece a Giovanni Minoli e compagni, se si sentono tanto sicuri delle “prove” da essi sbandierate, non hanno che da invitare all’immancabile “Speciale-Mixer 3” sull’ “Olocausto” Robert Faurisson o un altro studioso serio” (32).

Naturalmente Francesco Germinario non solo si guarda bene dall’esporre una sola critica storica al contenuto di questo articolo, ma ne fornisce persino un riferimento errato! (33)
Dalla semplice presenza del nome di Nolte accanto a quello di Faurisson, di Rassinier e di Mattogno su un questionario non redatto da me, il Germinario desume l’idea fantasiosa di una tattica revisionista consistente nello “spacciarsi per “discepoli” della storiografia accademica revisionista, in particolare di Renzo De Felice e di Ernst Nolte” (p.29), ossia “ci si ripara dietro il nome di un Nolte per legittimare una specie di millantato credito storiografico” (p.30). Un’altra enorme sciocchezza. Per quanto mi concerne, non ho millantato nulla; se mai, Nolte stesso ha, almeno in parte, legittimato le mie ricerche scrivendo che “Mangel an Kenntnissen ist weder Robert Faurisson noch Carlo Mattogno vorzuwerfen” (“né a Robert Faurisson né a Carlo Mattogno si può rimproverare la mancanza di conoscenze”) (34). Quanto a Renzo De Felice, l’unica volta che l’ho menzionato nei miei scritti è stato per contestarlo duramente (35).
Francesco Germinario osa affermare che “per Faurisson o per Mattogno, ad esempio, le vittime [della Shoà] non superano le migliaia” (pp.30-31)., il che è una menzogna pura e semplice, smentita già dall’articolo Lois des nombres (36), nel quale stimo le vittime del solo campo di Auschwitz a 150.000-170.000 (37).
Il nostro sprovveduto propagandista si illude persino di avermi colto in fallo di menzogna:

“La posizione più diffusa — o, almeno, quella in cui si rifugiano i pubblicisti neonazisti davanti all’evidenza delle cifre spaventose di ammazzati — è che se migliaia di morti vi sono state, esse sono state provocate dall’epidemia. Il pubblicista negazionista Mattogno ha sostenuto, ad esempio, che le migliaia di cadaveri riprese dalle telecamere dell’esercito americano (38) nel Lager di Berger [sic] Belsen erano state provocate dalle epidemie di tifo petecchiale” (p.32).

Considerato il suo livello culturale, non si può certo pretendere che il Germinario abbia letto il già citato Trial of Josef Kramer and Forty-Four Other (The Belsen Trial), di cui probabilmente ignora perfino l’esistenza, ma La soluzione finale di Gerald Reitlinger la conoscono anche i ginnasiali. In quest’opera, l’Autore scrive:

“Il 1° marzo Kramer aveva scritto a Glücks che nel campo c’erano 42.000 detenuti e che il tifo petecchiale mieteva in mezzo ad essi al ritmo di 250-300 persone al giorno. […] In questo rettangolo lungo poco più di un chilometro e mezzo e largo trecentosessanta metri, le truppe britanniche trovarono 28.000 donne, 12.000 uomini e 13.000 cadaveri insepolti. Altri 13.000 morirono nei giorni immediatamente seguenti alla liberazione. Non vi è alcun modo di stabilire quanti erano morti dall’inizio di febbraio, quando l’epidemia di tifo si manifesto, ma è certo che perlomeno 40.000 persone, in massima parte ebrei polacchi e ungheresi, lasciarono la vita in questo campo di appestati, dove ogni straccio, ogni pezzetto di legno, ogni cosa dovette essere distrutta col fuoco” (39).

Ma forse per il nostro polemista anche lo storico ebreo Gerald Reitlinger era in realtà un temibile nazista!
Passiamo al secondo articolo di Francesco Germinario, Destra radicale e negazionismo in Italia.
Egli esordisce affermando che

“la data di nascita del negazionismo italiano è collocabile nel biennio 1985-86, quando un “fascista dichiarato”, Carlo Mattogno pubblica presso le edizioni di Sentinella d’Italia — una casa editrice la cui omonima rivista si era già segnalata per la pubblicazione di articoli negazionisti — diversi opuscoli: Il rapporto Gersstein [sic]: anatomia di un falso; La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano; Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista; Auschwitz: due false testimonianze; Auschwitz: un caso di plagio” (p. 54).

Francesco Germinario è tanto sicuro che io sia un “fascista dichiarato” che lui, italiano e (preteso) specialista della destra radicale italiana, trae la falsa notizia da Pierre Vidal-Naquet; non solo, ma, pur avendo rilevato che l’affermazione di costui è priva di riferimento — e dunque arbitraria — non mi ha concesso neppure il beneficio del dubbio. L’argomentazione è comunque demolitrice: è noto a tutti, infatti, che l’affermazione 3 + 2 = 5 è vera se fatta da un qualunque Francesco Germinario, ma diventa rigorosamente falsa se è fatta da un “fascista dichiarato”!
Per quanto concerne i miei scritti, Auschwitz: due false testimonianze e Auschwitz: un caso di plagio (1986) sono stati pubblicati dalle Edizioni La Sfinge, non già da Sentinella d’Italia; inoltre la qualifica riduttiva di “opuscoli” da lui attribuita a tutti questi scritti, non conviene sicuramente a Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso , che conta 243 pagine, né a Il mito dello sterminio ebraico, che ne conta 85.
Il Germinario passa poi ad una sommaria analisi dei miei scritti:

“I due brevi saggi su Auschwitz, quello sulla Risiera di San Sabba, nonché quello successivo sulle confessioni di Höss erano una piatta riproposizione della consueta tecnica negazionista, già inaugurata da Bardèche e poi ampiamente sviluppata dai pubblicisti neonazisti successivi, di respingere come non credibili per definizione tutte le ricostruzioni dei deportati e sopravvissuti: le loro erano solo “menzogne spudorate” , ossia “un’accozzaglia di falsificazioni e contraddizioni” “. (p.54)

Il riferimento a Bardèche, del quale non sono debitore in nulla né dal punto di vista metodologico né da quello argomentativo, è decisamente fuori luogo, come ho dimostrato ad abundatiam nei capitoli I e III ; l’iniziatore del revisionismo storico non è il fascista Bardèche, ma il socialista e resistente Paul Rassinier.
Nella nota 32 a p. 52 Francesco Germinario scrive:

” Ambedue le cit. In Auschwitz: due false testimonianze, La Sfinge, Parma 1986; Auschwitz: un caso di plagio, La Sfinge, Parma 1986, p.8. In quest’ultimo caso, il riferimento è alla testimonianza di un internato ungherese, M.Nyiszli”.

Ma neppure nel primo caso io ho affermato che tutte le testimonianze sono solo “menzogne spudorate”, bensi, con specifico riferimento alle testimonianze di Ada Bimko e di Sigismund Bendel, ho rilevato il fatto vergognoso “che questi testimoni abbiano mentito spudoratamente” (40). Se Francesco Germinario è convinto che Miklos Nyizsli, Ada Bimko e Sigismund Bendel non siano dei mentitori, lo dimostri confutando le mie argomentazioni (eventualità decisamente utopistica!).
A titolo informativo, del testimone Miklos Nyiszli, sedicente medico del Sonderkommando dei crematori di Birkenau, mi sono occupato nello studio “Medico ad Auschwitz”: anatomia di un falso (41), in cui ho esposto 120 argomentazioni contro questo testimone; sono ancora in attesa che qualcuno dimostri che una sola di esse sia falsa o infondata (42).
In Auschwitz: due false testimonianze ho esaminato in modo approfondito, studiando il testo integrale di tutti i documenti disponibili, le testimonianze di Ada Bimko e di Sigismund Bendel; la prima afferma di aver visitato una “camera a gas” di Birkenau (43), di cui fornisce una descrizione architettonica puramente fantastica, come risulta dall’esame delle piante originali dei crematori (44), nei quali tali locali omicidi si sarebbero trovati; il secondo, un altro sedicente membro del Sonderkommando, tra l’altro, descrive, da testimone oculare, le presunte camere a gas omicide come locali di m 10 x 4 x 1,60 (45), mentre i locali che la storiografia ufficiale designa come camere a gas omicide misuravano m 30 x 7 x 2,40 (crematori II e III). Un dettaglio irrilevante?
Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, è uno studio storico di largo respiro su questo personaggio inquietante. La ricca documentazione comprende l’analisi di testi inediti o poco noti , tra l’altro, in polacco, in olandese e in svedese. Con abbondanza di argomenti (pp.37-79), che ho riassunto sommariamente nel capitolo II, vi dimostro che le affermazioni di Kurt Gerstein sono inattendibili su tutti i punti essenziali. Anche in questo caso, attendo da più di dieci anni una confutazione scientifica delle mie argomentazioni.
Continuando la sua rassegna di alcune delle mie opere, Francesco Germinario scrive:

<<il Mito dello sterminio ebraico (già pubblicato sul più importante periodico neonazista, specializzato nella pubblicazione di articoli negazionisti, gli Annales d’ histoire révisionniste) , invece, costituiva una rassegna pressoché completa della precedente pubblicistica negazionista, fornendo altresì una esposizione di tutti i più significativi Leitmotive del negazionismo dal 1945 ad oggi. Intanto, il processo di Norimberga era privo di attendibilità storico politica perché in quella sede spietati “inquisitori” si erano esercitati nell’arte di “far dire a qualsiasi documento ciò che si vuole”; per “soluzione finale” era da intendere l’emigrazione forzata degli ebrei europei nel Madagascar; i criminali di guerra erano “cosiddetti”; la Shoah non si era verificata, essendo il verosimile risultato di una fantasia “ridicola”>>. (p.54).

Preciso anzitutto che le Annales d’histoire révisionniste non erano un periodico neonazista; l’editore di questa rivista era Pierre Guillaume, uomo dell’estrema sinistra, come si può leggere anche a p. 43 dello stesso numero di Marxismo oggi: “Pierre Guillaume ha militato sin da giovanissimo nell’estrema sinistra”.
A mio avviso, il processo di Norimberga (47) fu privo di attendibilità storico-politica non già per la sciocca motivazione che mi attribuisce l’Autore, ma perché esso costituì “semplicemente” una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Alleate” contro la Germania, con la quale si trovavano “tecnicamente ancora in stato di guerra”, come ammise candidamente il procuratore generale degli Stati Uniti Justice Robert H. Jackson nell’udienza del 26 luglio 1946 di tale processo; a conferma del carattere fazioso di esso ho citato inoltre il giudizio dello storico inglese A.J.Taylor, secondo il quale “il verdetto precedette il processo (48) e i documenti furono addotti per sostenere una conclusione già stabilita” (49).
Il riferimento agli “inquisitori ” di Norimberga, nel suo vero contesto, ha un significato ben diverso da quello che gli attribuisce il nostro polemista:

“Gli inquisitori di Norimberga si rendevano perfettamente conto che un “piano di sterminio” che aveva provocato — secondo l’accusa — la morte di quattro milioni e mezzo o di sei milioni di Ebrei, non poteva essere stato attuato senza lasciare la minima traccia negli archivi nazisti, né, in sede giuridica, potevano ricorrere alla ridicola scappatoia degli storici di regime secondo cui tutti i documenti compromettenti sono stati distrutti. Essi elaborarono allora quel metodo esegetico aberrante che consente di far dire a qualsiasi documento ciò che si vuole” (50).

A sostegno di queste affermazioni ho menzionato, tra gli altri, lo storico ebreo Léon Poliakov , il quale ha scritto che “per quanto riguarda la concezione propriamente detta del piano di sterminio totale …nessun documento è rimasto, né forse è mai esistito” (51), e la sentenza del processo Eichmann, secondo la quale “fino al suo abbandono, il ‘Piano Madagascar’ fu talvolta designato dai dirigenti tedeschi col nome di ‘soluzione finale della questione ebraica’ ” (52). Ho inoltre citato, tra l’altro, la lettera informativa di Rademacher al delegato Bielfeld del ministero degli Esteri in data 10 Febbraio 1942, in cui si legge testualmente:

“La guerra contro l’Unione Sovietica ha frattanto consentito di disporre di altri territori per la soluzione finale (für die Endlösung). Di conseguenza il Führer ha deciso che gli Ebrei non devono essere espulsi nel Madagascar, ma all’Est. Perciò il Madagascar non deve più essere previsto per la soluzione finale (Madagaskar braucht mithin nicht mehr für die Endlösung vorgesehen werden” (53).

Io non ho mai affermato che “la Shoah non si era verificata, essendo il verosimile risultato di una fantasia ridicola’”, ma ho esposto un argomento completamente diverso:

“E’ fin troppo evidente che, se per Hitler lo “sterminio” degli Ebrei era tanto importante da far passare in secondo piano le impellenti necessità dell’economia di guerra tedesca fino all’anti-utilità (54), non avrebbe certamente permesso — fino ai primi due anni di guerra — l’emigrazione di almeno un milione di ebrei! […] La debolezza della suddetta tesi è strettamente connessa alla debolezza della presunta motivazione dello “sterminio” ebraico. Per quasi tutti gli storici di regime è un fatto scontato che tale motivazione sia da rintracciare nella pretesa concezione nazionalsocialista secondo la quale gli Ebrei, in quanto “razza inferiore”, erano da sterminare “per il solo fatto di essere Ebrei”. Questa ridicola tesi è smentita categoricamente dal fatto della politica di emigrazione ebraica — addirittura forzata! — propugnata dal governo del Reich persino nei primi due anni di guerra (55).

Indi Francesco Germinario si esercita in una penosa parodia della mia metodologia storiografica:

“Era una cesura avvertibile, infatti, sul piano strettamente metodologico. Intanto — e qui risultava evidente l’assimilazione della “lezione” di Faurisson — tutto l’impianto negazionista si reggeva sulla convinzione per cui la constatazione da parte degli storici di mestiere (ossia degli “storici di corte”, secondo il lessico neonazista) che alcune testimonianze dei sopravvissuti risultavano incomplete implicava l’inesistenza della macchina dello sterminio” (p.55).

In realtà la mia metodologia non ha nulla a che vedere con queste sciocchezze, ma consiste nell’esaminare il testo integrale di tutte le dichiarazioni disponibili di un testimone, dove sia possibile, in lingua originale (56), e nel trarre le logiche conseguenze dalla mia analisi critica di carattere storico-tecnico.

“Sempre sotto l’aspetto metodologico, poi, — continua il Germinario — la constatazione che in campo storiografico fosse lontano dalle conclusioni il dibattito fra le diverse interpretazioni sulla Shoah, era la prova più evidente, al tempo stesso, sia dell’inesistenza della macchina di sterminio che del fallimento della storiografia “sterminazionista”, che “dopo quarant’anni di ricerca — si dichiarava convinto Mattogno — […] non sa ancora nulla dell’aspetto fondamentale dello sterminio ebraico, della genesi della decisione e dell’ordine conseguente”. In altri termini, l’esistenza del dibattito storiografico è la prova dell’inesistenza dell’oggetto del dibattito medesimo” (p.55).

Anche qui Francesco Germinario distorce il significato delle mie affermazioni. Io ho scritto quanto segue:

“In conclusione, dopo quarant’anni di ricerca, la storiografia sterminazionista non sa ancora nulla dell’aspetto fondamentale dello “sterminio” ebraico: la genesi della decisione e l’ordine conseguente, e questa ignoranza giustifica da sola la legittimità dell’interpretazione revisionista” (57).

In altri termini, dal momento che nessuno sa dire come, quando, dove, da chi e perché fu presa la presunta decisione di sterminio, né come, quando, dove, da chi e perché fu dato l’ordine di sterminio, non mi pare propriamente irragionevole dubitare della realtà storica dell’uno e dell’altra.
Le ignobili insinuazioni di Francesco Germinario sulle finalità delle mie ricerche (p.56) non meritano una risposta. Che costui ricorra a tali bassezze è soltanto vergognoso.
In questo quadro, egli afferma che nei miei scritti “non erano affatto rare le giustificazioni addotte alla politica antisemita del nazismo”, e aggiunge:

“Cosi, ad esempio, commentando un discorso di Hitler del 30 gennaio 1939, Mattogno scriveva che l’obiettivo di Hitler era la “liquidazione del loro [degli ebrei n.d.r.] ruolo politico, economico e sociale mediante la “spiegazione della questione ebraica agli altri popoli, i quali conseguentemente — pensava Hitler — avrebbero adottato misure restrittive come quelle che già da pochi anni erano state adottate in Germania”. La Kristallnacht , tutta la legislazione antisemita e il funzionamento fin dagli anni Trenta del sistema concentrazionario in Germania sono quindi derubricati a innocenti “misure restrittive”, mentre ci si astiene dall’ipotizzare in quale modo avrebbe dovuto essere liquidato il supposto ruolo economico dell’ebraismo senza ricorrere allo sterminio (p.56).

Anche qui ci troviamo di fronte al solito travisamento sistematico delle mie affermazioni. Io ho scritto:

“Come ammette lo storico sterminazionista Joseph Billig, il termine Vernichtung “non significava che si fosse già arrivati allo sterminio e neppure l’intenzione deliberata di arrivarvi”, ma soltanto “la liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa”. Il seguito del discorso chiarisce infatti il senso di questo sterminio nel modo seguente [segue la continuazione del summenzionato discorso di Hitler]: “Ma se questo popolo riuscisse ancora una volta a istigare masse popolari di milioni di uomini ad un conflitto del tutto insensato, che servirebbe soltanto agli interessi ebraici, allora si manifesterà l’effetto di una spiegazione al quale l’ebraismo è soggiaciuto completamente già in pochi anni soltanto in Germania”. In altre parole, Hitler, nel discorso in questione, non minacciava lo sterminio fisico degli Ebrei europei, ma la liquidazione del loro ruolo politico, economico e sociale mediante la “spiegazione” della questione ebraica agli altri popoli, i quali conseguentemente — pensava Hitler — avrebbero adottato nei loro confronti misure restrittive come quelle che già in pochi anni erano state adottate soltanto in Germania”(58).

Dunque, la “liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa” è il commento di Joseph Billig, ed io ho soltanto ripreso il suo commento con riferimento al testo del discorso di Hitler; per quanto concerne l’espressione “misure restrittive”, mi si potrà accusare di aver usato una espressione infelice, ma non certo di aver voluto avallare le misure antiebraiche adottate dal governo del Reich, e ciòè tanto vero che, nelle 1200 pagine che ho scritto fino al 1995, Francesco Germinario non ha potuto addurre che un solo esempio, capzioso, — due parole! — della mia presunta volontà di giustificare la politica antisemita del nazismo.
Se Francesco Germinario avesse avuto almeno la curiosità di leggere il libro di Joseph Billig (ma questo libro è già al di là della cultura storica di un dilettante!) da cui ho tratto la citazione summenzionata, avrebbe trovato anche la risposta al suo quesito relativo alla liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa. Lo storico francese scrive:

“Nel gennaio 1941, egli [Hitler] indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest’epoca si credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa non era ammissibile per Hitler che fuori dell’Europa” (59).

Ecco come avrebbe dovuto essere liquidato il supposto ruolo economico dell’ebraismo senza ricorrere allo sterminio.
La soluzione finale. Problemi e polemiche, è un libro di 219 pagine. La prima parte contiene un capitolo su Genesi e sviluppo della soluzione finale nella più recente letteratura sterminazionista (pp.23-63) in cui esamino i risultati del convegno di Parigi del 1982 e del congresso di Stoccarda del 1984; un capitolo su La “soluzione finale”: leggenda e realtà (pp.64-109), in cui tratto la questione della politica nazista di emigrazione ebraica e dimostro, tra l’altro, che il termine Endlösung non è mai stato sinonimo di sterminio; un capitolo su La “soluzione finale”: la conoscenza da parte di alleati e neutrali negli anni 1941-42 (pp.110-153), che è una analisi accurata del libro di Walter Laqueur Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla “soluzione finale” (Firenze 1983), in cui, grazie ad una verifica sistematica delle fonti addotte dallo storico inglese, dimostro che le conclusioni del suo libro sono storicamente infondate; un capitolo su “Greuelpropaganda”: un caso esemplare (pp.154-161), che documenta come i comunisti francesi diffondevano le notizie propagandistiche sulle atrocità tedesche pur sapendo che erano false. La seconda parte dell’opera è costituita da sei capitoli (Gli “assassini della memoria” e gli assassini della verità , Il revisionismo in Italia, L’alfabetismo morale di “Shalom”, Il “comunicato” di Giuliana Tedeschi al Salone del libro di Torino, Il valore della memoria, Il problema delle false testimonianze, Speciale-Mixer e l’Olocausto): ora, in che modo Francesco Germinario risponde alla moltitudine di argomentazioni che presento in questo libro? Accusandomi di voler giustificare la politica antisemita del nazismo!
Per mostrare, se ce ne fosse bisogno, la differenza tra la mia metodologia e quella di Francesco Germinario e di tutti coloro che adottano i suoi sistemi, posso riferirmi alla mia critica del libro di Jean-Claude Pressac Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse , nella quale ho citato e confutato una per una tutte le argomentazioni dello storico francese, almeno una sessantina, in uno studio di carattere storico-tecnico che Francesco Germinario evidentemente ha dimenticato di menzionare, forse perché i suoi dentini da dilettante si sono spezzati su quest’osso troppo duro.
Il nostro polemista si occupa sommariamente anche di altri scritti revisionisti, ma con il medesimo animus e la medesima metodologia.
J.P.Bermont, che era uno pseudonimo di Paul Rassinier, diventa ovviamente “un giornalista neofascista” (p. 51).
L’Autore afferma che “l’antisemitismo era esplicito, e all’occorrenza, non mancava, come nel caso di Harwood il richiamo anche ai Protocolli degli Anziani Savi di Sion” (p.53), mentre Harwood ha semplicemente commentato la prima pagina del Daily Express del 24 marzo 1933, da lui pubblicata a p. 5: “Con un titolo su sette colonne (Judea Declares War on Germany — Il giudaismo dichiara guerra alla Germania) il “Daily Express” del 24 marzo 1933 (!) annuncia la dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell’ebraismo internazionale. Sotto il titolo, un fotomontaggio rivelatore: Hitler davanti ai “savi anziani di Sion” (62). Dunque qui non c’è alcun richiamo ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion da parte di Harwood, ma un richiamo ai Savi Anziani di Sion da parte del Daily Express.
Francesco Germinario conclude con una previsione apocalittica sul futuro del revisionismo che sarebbe stata avallata da David Irving:

“Del resto, che il negazionismo non sia riuscito a coagulare forze al di fuori degli ambienti neonazisti, è un dato ammesso dagli stessi pubblicisti negazionisti, se è vero che David Irving, il più profondo conoscitore della seconda guerra mondiale nel neonazismo europeo, ha riconosciuto che allo stato attuale il negazionismo ha perso la sua battaglia” (p.58).

Il riferimento è :”D. Irving, Presentazione a Il rapporto Leuchter, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1993, pp.5-7″ (nota 50 a p.60).
La ricerca di questo presunto riconoscimento di David Irving nel testo indicato da Francesco Germinario è fatica sprecata. Gli unici due passi che, con un opportuno travisamento, potrebbero supportare l’affermazione del nostro sprovveduto polemista sono questi:

“Sarebbe semplicemente assurdo ritenere che l’opinione pubblica mondiale sia già da ora disposta ad accettare uno spassionato e professionale esame chimico dei campioni di pietre e del suolo del campo di concentramento di Auschwitz. […] Fino al termine di questo tragico secolo ci saranno sempre storici, statisti e pubblicisti incorreggibili che crederanno fortemente — o non avranno altre prospettive economiche che credervi — che i nazisti utilizzarono camere a gas ad Auschwitz” (63)`.

Il lettore smaliziato si chiederà perché mai nel panorama del “negazionismo italiano” Francesco Germinario abbia evitato accuratamente qualunque accenno al “negazionismo” di sinistra (64), a partire dagli articoli apparsi in Alla Bottega all’inizio degli anni Ottanta (65), al volumetto Il caso Faurisson, pubblicato da Andrea Chersi (66), che Francesco Germinario cita nella nota 14 a p.59 senza ovviamente menzionare la matrice politica di lui, a La ProvocAzione Revisionista (67), a Cesare Saletta, autore dello studio L’onestà polemica del signor Vidal-Naquet, ristampato da Graphos, Genova, col titolo Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet (1993), all’attività di questa casa editrice che ha già pubblicato Dallo sfruttamento nei lager allo sfruttamento dei lager. Una messa a punto marxista sulla questione del revisionismo storico (1994) e, recentemente, lo scritto di Pierre Guillaume Jean-Claude Pressac, preteso demolitore del revisionismo olocaustico (1996): forse perché un “negazionismo” di sinistra non quadra con l’idea preconcetta del Germinario che il revisionismo sia in ogni tempo e in ogni luogo un fenomeno “neonazista”?
Forse perché, essendo l’articolo apparso su una rivista di sinistra, la ragion politica imponeva di eliminare qualunque sacrilego accenno al revisionismo di sinistra?
Sta di fatto , comunque, che gli storici e i gazzettieri di regime, se vogliono mantenere le loro posizioni di privilegio, devono pagare il loro pesante tributo alla storiografia ufficiale.

  1. L’ESPRESSO: GAZZETTIERI E STORICI ALLO SBARAGLIO.

Da alcuni anni L’Espresso è notoriamente in prima linea nella più becera propaganda antirevisionista. Gli articoli di questa squallida serie, promossa dall’ “esperto” del settimanale, Mario Scialoja (69), spiccano per una presunzione smisurata che copre, come al solito, un’ignoranza desolante dell’argomento. Del resto, che cosa ci si può attendere dai gazzettieri di questa rivista se i loro consulenti sono essi stessi di una incompetenza paurosa? Mi riferisco in particolare allo storico inglese Gerald Fleming, intervistato da Andrea Scazzola, autore di un articolo a dir poco penoso intitolato molto modestamente: “Gas ecco le prove. Rivelazioni. Grafici, documenti, testimonianze dirette. Uno storico inglese, Gerald Fleming, ha trovato negli archivi di Mosca la verità sulla costruzione delle camere a gas. Una documentazione terribile che smentisce, se ce ne fosse bisogno, le sciocchezze filonaziste di David Irving” (70).
Dopo aver narrato gli antefatti di questa fortunata “scoperta”, Scazzola riferisce che Fleming

“va a Mosca, parla con il ministro degli Esteri Eduard Shevardnadze e, primo storico al mondo, ottiene di poterli vedere. Fleming visiona migliaia di carte e, infine, scova un carteggio del 1943 tra Auschwitz e Berlino nel quale Heinrich Himmler chiede tempi stretti per ultimare gli edifici destinati allo “speciale trattamento” riservato agli ebrei” “(p.72).

Premetto che l’archivio visitato da Gerard Fleming è quello di via Viborskaja, in cui sono conservate 645 cartelle di documenti della Zentralbauleitung di Auschwitz contenenti circa 88.000 pagine (71), e rilevo subito quanto segue:
1. L’archivio non contiene “testimonianze dirette”.
2. Stando alle firme che bisogna apporre negli appositi moduli di consultazione inseriti in ogni cartella, Fleming ha visionato al massimo il 10% di questa documentazione.
3. Questi fogli mostrano parecchie firme prima di quelle di Fleming, che dunque non è stato il “primo storico al mondo” a vedere i documenti della Zentralbauleitung.
4. Come ho già accennato, nell’archivio non esiste alcun “carteggio del 1943 tra Auschwitz e Berlino”. Fleming confonde evidentemente con il carteggio tra la ditta Topf e la Zentralbauleitung.
Indi Scazzola passa a parlare dei crematori di Auschwitz-Birkenau.

“Himmler ne aveva ordinato la costruzione dal giugno del 1942. All’inizio sembrano dei forni crematori per eliminare cadaveri. “Ma è il 16 marzo 1943”, afferma Fleming, “che giunge ad Auschwitz il preciso ordine di mutare la loro destinazione d’uso”. I nazisti hanno deciso di affrettare i tempi dello sterminio e di portare gli impianti al massimo dell’efficienza ” (pp.72-73).

Pura fantasia. Questo presunto “preciso ordine”, che Fleming non ha mai pubblicato, non è stato trovato né da Pressac né da me. Per quanto mi concerne, posso affermare con cognizione di causa che esso non esiste.
Fleming spiega:

“Queste sono le principali variazioni al progetto originario. Le previste camere mortuarie (stanze dove adagiare i corpi senza vita per passarli, attraverso dei particolari portelli, ai forni crematori) divengono “camere di svestimento”, luoghi dove denudarsi per raggiungere con le proprie gambe un altro ambiente, dove gli internati vengono esposti al mortale Zyklon B. Tra i documenti”, continua Fleming, “ho trovato i moduli che diligentemente compilava un caposquadra, Heinrich Meering: là dove scriveva la parola “Leichenkeller”, stanza dei cadaveri, dopo il marzo ë43 comincia a scrivere “Auskleidekeller”, stanza dove togliersi i vestiti. I portelli attraverso cui far passare i cadaveri, poi, previsti nei primi progetti, negli ultimi disegni non ci sono più. Dunque lì “dentro si muovevano persone vive” ” (p.73).

Il pover’uomo non ha capito nulla delle piante che ha visionato. Qui rilevo sinteticamente:
1. Il seminterrato (Kellergeschoss) dei crematori II e III, in cui si trovavano le camere mortuarie (Leichenkeller) era collegato alla sala forni (Verbrennungsraum) da un montacarichi (Aufzug). I “portelli” di Fleming non sono mai esistiti.
2. I moduli (72) di Heinrich Messing (non Meering!) si trovano si a Mosca (73), ma anche nell’archivio del museo di Auschwitz (74), dove sono stati “trovati” da Jean-Claude Pressac e da lui commentati e parzialmente pubblicati fin dal 1989 (75).
3. Anche il termine “Auskleidekeller” che compare in questi moduli è stato trovato da Pressac (76), sicché le “scoperte” di Fleming a Mosca sono un volgare bluff. Qui bisognerebbe parlare più propriamente di vero e proprio plagio.
In questo quadro la storia dei “portelli” di Fleming è molto probabilmente il travisamento di un’altra argomentazione di Jean-Claude Pressac: l’assenza dello scivolo per i cadaveri (Rutsche) nella pianta 2003 del 19 dicembre 1942 (77). Come ho già spiegato altrove (78), questa pianta è un progetto di apertura di un accesso al seminterrato dall’esterno, non un progetto di eliminazione dello scivolo — che infatti non fu eliminato — perciò la sua assenza nella pianta in questione è semplicemente una semplificazione di una parte del disegno tecnicamente irrirevante.
4. Il termine “Auskleidekeller” può si designare una “stanza dove togliersi i vestiti”, ma anche una “stanza dove togliere i vestiti”, cioè un locale per spogliare i cadaveri. Questa spiegazione è stata addotta da Josef Kramer, ex comandante del campo di Birkenau, che ha dichiarato.

“They [i cadaveri] were stripped by the prisoners of their clothes in the crematorium before beeing cremated” (79).

Andrea Scazzola commenta:

“E fa davvero impressione osservare il grafico di progettazione di queste “camere”, riprodotto in queste pagine, che Fleming ha trovato nei documenti degli archivi di Mosca” (p.73).

Qui siamo in pieno delirio megalomaniaco. La pianta in questione, riprodotta a p. 72, è il disegno della Zentralbauleitung di Auschwitz 933 [-934](r), del 19 gennaio 1942 e 934 del 27 gennaio 1942. Esso rappresenta un “Progetto per il crematorio” (Entwurf für das Krematorium), cioè uno dei disegni del crematorio destinato originariamente al campo principale — che fu successivamente trasferito al campo di Birkenau — sulla base dei quali fu costruito il crematorio II e, per inversione simmetrica, il crematorio III. Il disegno mostra la sezione trasversale del pianterreno con la sala forni (Verbrennungsraum), uno dei cinque forni Topf riscaldati con coke a tre muffole (Ofen) con relativo canale del fumo (Rauchkanal), uno dei tre impianti di tiraggio aspirato Topf (Saugzuganlage) (80), una delle tre canne fumarie del camino (Schornstein), l’inceneritore per i rifiuti (Müllverbrennungsofen). In questo disegno le “camere”, che erano seminterrate, non appaiono affatto! Altro che “grafico di progettazione” di camere a gas!
Quanto poi questa pianta “trovata” da Fleming a Mosca (dove esiste effettivamente ed anch’io l’ho vista) sia nuova, risulta dal fatto che essa:
1. E’ stata pubblicata fin dal 1980 nel libro polacco “KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne”(81);
2. è stata pubblicata nel 1988 da me nel libro “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso (82);
3. è stata pubblicata da Jean-Claude Pressac nel 1989 nel libro Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers.

“Queste nuove carte, però — spiega Fleming — sono soltanto un ulteriore elemento che si aggiunge a quanto già si conosceva e che non ha alcun bisogno di essere confermato, essendo provato da montagne di testimonianze e documenti da tempo in nostro possesso. E in questo senso non è neppure giusto opporre questa nuova documentazione a quanto va dicendo quel buffone psicopatico di Irving. Le sue tesi sull’inesistenza delle “camere a gas” sono spazzatura” (p.74).

Un’altra balla gigantesca. E infatti queste “montagne di testimonianze e di documenti” si riducono poi al solito Rudolf Höss (scritto regolarmente Hess) (84) e al dott. Kremer (p.75), nonché ad alcuni documenti delle ditte produttrici e distributrici dello Zyklon B (p.75), che si riferiscono in realtà alle camere a gas di disinfestazione (85), e all’immancabile Vergasungskeller, di cui mi sono già occupato nel capitolo III.
Per concludere, gli “esperti” de L’Espresso pubblicano una fotografia che mostra i due forni centrali (Reform-Einäscherungsöfen mit Kohlenfeuerung) del nuovo crematorio di Dachau (la Baracke “X”), costruiti dalla ditta Heinrich Kori di Berlino (86), con la seguente didascalia:” Soldati americani davanti ai forni crematori di Buchenwald” (p.74). A Buchenwald esistevano invece due forni a tre muffole costruiti dalla ditta J.A. Topf & Söhne di Erfurt (87).
Come si vede , se qui c’è un “buffone psicopatico”, questo non è certo David Irving!

  1. UNA SFIDA TRAVOLGENTE?

ottolenghi gustavo , 2015Gustavo Ottolenghi è l’autore di un libro intitolato La mappa dell’inferno. Tutti i luoghi di detenzione nazisti 1933-1945 (88). Nella Presentazione dell’opera, firmata “The Simon Wiesenthal Center, Los Angeles”, viene lanciata, con roboante retorica, una sfida aperta agli studiosi revisionisti:

“Questo libro vuole costituire una documentazione, un richiamo ed un confronto. […]. Un richiamo, in quanto si è inteso stimolare — in questo momento storico in cui riaffiorano nuovamente sentimenti xenofobi ed antisemiti, uniti a un preoccupante risorgere di teorie neonaziste — tutti coloro che hanno osato ed osano mettere in dubbio l’esistenza storica di questi luoghi o minimizzarne il numero e gli scopi. Intendiamo apertamente provocare tutti costoro affinché provino a negare — con documenti altrettanto dettagliati dei nostri — quanto riportato nel presente volume o, travolti dall’orrore, tacciano per sempre. Un confronto, in quanto è su questa documentazione che si gioca, probabilmente, una delle ultime possibilità di seria verifica di quanto in essa affermato: i testimoni oculari superstiti delle aberrazioni naziste stanno infatti lentamente ma inesorabilmente scomparendo, uno dopo l’altro, per anzianità biologica. Sono essi le tragiche prove cui si può e si deve far riferimento per ogni eventuale contestazione, cosi come ci si può ancora rivolgere, oggi, ai comandanti delle Brigate alleate che, per primi, entrarono a liberare i campi di concentramento: inaccettabili sotto ogni aspetto — storico e morale — risulterebbero contestazioni e negazioni postume rispetto alla morte di questi testimoni, una volta ignorata questa sfida” (p.11).

Il meno che si possa dire, è che questa sfida appare alquanto pretenziosa.
In primo luogo, il libro in questione è un semplice elenco di 7.260 luoghi di detenzione nazionalsocialisti, con sette appendici esplicative e un inquadramento storico di una ventina di pagine, che, riguardo alla questione dello sterminio ebraico, non dimostra assolutamente nulla, a meno che la sua forza dimostrativa non risieda nell’elenco stesso, essendo diretta contro quei fantomatici negatori dell’esistenza dei campi dei concentramento che sono un mero parto della fantasia dei propagandisti antirevisionisti. A quanto pare, Gustavo Ottolenghi propende proprio per questa interpretazione, giacché scrive:

“In questo modo, oggi, nessuno potrà trincerarsi dietro un comodo: “Non sapevo”, ma potrà personalmente sincerarsi della verità di quanto accaduto, respingendo quindi ogni ipotesi relativa a macabre “ricostruzioni” — ad opera delle Comunità ebraiche — di Lager nel dopoguerra (sostenute ad esempio da Irving — 174/90 — il quale sostiene che i Lager furono costruiti “ex novo”, con le relative camere a gas, dagli Alleati allo scopo di denigrare i dirigenti del Terzo Reich)” (corsivo mio) (p.18).

Quando si tratta di David Irving, per i propagandisti antirevisionisti nessuna menzogna è troppo spudorata! La fonte di Gustavo Ottolenghi è “Wiesenthal S. Center, Annuals, n.9/1990” (p.236): non poteva essere diversamente! In realtà David Irving sostiene semplicemente che le “camere a gas” di Dachau e del crematorio di Auschwitz sono “falsificazioni posteriori alla guerra” (89).
In secondo luogo, l’apparato critico del libro è decisamente dilettantesco: l’Autore non mostra di avere grande dimestichezza con la metodologia scientifica. Anzitutto egli non indica mai la pagina del libro che cita, ma si limita a rimandare alla bibliografia (182 titoli numerati progressivamente) con il numero corrispondente, come nella citazione precedente, dove il riferimento bibliografico è rappresentato dal numero 174 (che riguarda nove pubblicazioni dei “Wiesenthal S. Center, Annuals”; il numero 90 indica la pubblicazione del 1990). Inoltre Gustavo Ottolenghi non indica mai i documenti tedeschi con il loro numero di classificazione, ma, anche in questo caso, il numero corrispondente all’opera della sua bibliografia nella quale egli ha reperito il documento. Con questa metodologia, la verifica delle citazioni diventa ardua perfino per uno specialista.
Se la metodologia del libro di Gustavo Ottolenghi è carente, i suoi commenti denotano conoscenze storiche altrettanto carenti.
Espongo alcuni esempi significativi.
A p.22 Gustavo Ottolenghi menziona “una ormai famosa ordinanza segreta del 2.1.1941” emanata dall’ “Oberstgruppenfuehrer Heinrich Heydrich” (sic) (90)con la quale i campi di concentramento venivano divisi in tre categorie. La terza, quella più dura, viene descritta cosi dall’Autore:

“3) KL per prigionieri irriducibili e irrecuperabili, destinati quindi alla eliminazione, dopo opportuno sfruttamento delle loro capacità come “forza lavoro” (es. I KL di Mauthausen, Stutthof)”.

Gustavo Ottolenghi ritorna successivamente sulla questione scrivendo:

“Ai KL della terza categoria erano destinati:
a) Zingari (“Zigeuner” — Z) ed assimilati (es. negri e meticci)(1a, 37, 95);
b) Ebrei (“Juden” — J) (45, 88, 114).
I prigionieri destinati a questa terza categoria di KL erano definiti “Individui la cui vita è indegna di essere vissuta” (“Lebensunwertes Leben”) e pertanto erano destinati all’eliminazione fisica senza scampo e senza alcuno scrupolo” (pp.23-24).

Il documento menzionato da Gustavo Ottolenghi — il PS-1063(a) — riguardo alla terza categoria dice semplicemente:

“Stufe III: Für schwer belastete, insbesondere auch gleichzeitig kriminell vorbestrafte und asoziale, d.h. kaum noch erziehbare Schutzhäftlinge, das Lager: Mauthausen” (“Categoria III: per detenuti in detenzione preventiva molto compromessi, soprattutto anche criminalmente pregiudicati ed asociali, cioè ancora difficilmente rieducabili, il campo: Mauthausen”).

Questo è tutto (91). Il resto è fantasia.
Ciò che Gustavo Ottolenghi scrive su Auschwitz tradisce una singolare ignoranza dell’argomento. Riporto e commento le sue affermazioni più importanti.

“La ditta Degesch — del Gruppo IG Farben — produsse il tristemente famoso ëZyklon B’ (acido cianidrico allo stato solido [sic!] che, scaldato, produceva vapori di gas letale): il prodotto era commercializzato dalla ditta Testa (Tesch und Stabenow) che provvedeva alla sua distribuzione ai diversi VL” (92) (pp.37-38).

Anzitutto la Degesch non faceva parte del gruppo IG-Farben, che ne era semplice azionista al 42,50%, al pari della Deutsche Gold- und Silber- Scheideanstalt (il restante 15% era detenuto dalla Goldschmidt) (93). Inoltre la Degesch non produceva lo Zyklon B, ma lo commercializzava. Lo Zyklon B era prodotto a Dessau dalla Dessauer Werke für Zucker und Chemische Industrie e a Kolin dalla Kaliwerke A.G. Kolin (94). In secondo luogo, lo Zyklon B non era acido cianidrico “allo stato solido”, ma allo stato liquido imbevuto, come ho già detto, in coibenti granulosi (Diagriess) o discoidali (Discoids) (95). In terzo luogo, lo Zyklon B era distribuito anche dalla ditta Heli (Heerdt und Lingler GmbH) (96).

“Dagli archivi della Degesch (97)si ricava che, nel 1942, furono forniti 7.478 kg e, nel 1943, 12.174 kg di Zyklon per il solo VL di Auschwitz, per un totale quindi di 19.652 kg in due anni. Poiché, da una richiesta dell’SS-Obergruppenfuehrer Höss (comandante di Auschwitz) all’SS.WVHA in data 16.2.1943, si ricava che gli occorrevano da 6 a 7 kg di Zyklon per gassare 1.500-2.000 persone, si potrebbe ipotizzare che, dal 1942 al 1943, furono gassate, nel solo VL di Auschwitz, oltre 4.200.000 persone: tale dato è comunque puramente induttivo e non controllato, ma può essere indicativo della potenzialità mortale dei VL” (p.38).

Rilevo anzitutto che Rudolf Höss non era SS-Obergruppenführer (Generale di Corpo d’Armata), ma SS-Obersturmbannführer (Tenente Colonnello). La richiesta di Höss del 16 febbraio 1943 è ignota a tutti gli specialisti di Auschwitz, compresa Danuta Czech, la redattrice del Kalendarium di Auschwitz, che non ne fa parola. Gustavo Ottolenghi è incorso probabilmente in un abbaglio, perché il riferimento al quantitativo di Zyklon B utilizzato per le presunte camere a gas omicide di Auschwitz-Birkenau si trova soltanto nella dichiarazione giurata di Rudolf Höss del 20 maggio 1946 (NI-034) e nel suo interrogatorio del 20 maggio 1946 (NI-036). Il calcolo dei presunti gasati è piuttosto ingenuo, in quanto non tiene conto del fatto che ad Auschwitz-Birkenau furono installati almeno otto impianti di disinfestazione funzionanti a Zyklon B e che periodicamente, con lo Zyklon B (98), furono disinfestati interi settori del campo. Gustavo Ottolenghi ignora — sorprendentemente — le opere di Jean-Claude Pressac (99), secondo il quale il 97-98% dello Zyklon B fornito ad Auschwitz fu utilizzato a scopo di disinfestazione, e solo il restante 2-3% a scopo omicida; con il quantitativo corrispondente, secondo il calcolo di Gustavo Ottolenghi, si sarebbero potute gasare circa 126.000 persone.
Riguardo alla ditta J.A. Topf & Söhne di Erfurt, che egli menziona sempre con la grafia “Topk”, Gustavo Ottiolenghi scrive:

“La ditta Topk und Soehne fu prescelta per la costruzione di forni crematori per esseri umani a seguito di vincita di un concorso-appalto cui parteciparono anche altre imprese, quali la Didier di Berlino e la C.H.Kori di Duesseldorf: le proposte di queste ultime imprese risultarono inferiori, per convenienza e funzionalità delle attrezzature proposte, rispetto a quelle della Topk und Soehne” (p.38).

Su questo “concorso-appalto” non esiste alcun documento. Preciso inoltre che la ditta H. (Heinrich) Kori risiedeva a Berlino, non a Düsseldorf.
Gustavo Ottolenghi continua asserendo:

“A questo proposito è da rilevare che, in quegli anni, la cremazione dei defunti era severamente proibita dalla Chiesa cattolica e da quasi tutte le altre confessioni protestanti , ma tale disposizione venne “ignorata” dalle autorità politiche del Reich, senza alcun intervento da parte delle autorità religiose” (p.38).

Dunque la cremazione dei cadaveri, in Germania, fu introdotta dalle “autorità politiche del Reich” in contrasto con le disposizioni religiose della Chiesa. La realtà è che la prima cremazione in Germania — e in Europa — avvenne il 9 ottobre 1874 a Dresda in un forno provvisorio Siemens. Il primo crematorio europeo fu eretto a Milano nel 1875; esso era dotato di un forno Polli-Clericetti che fu inaugurato il 22 gennaio 1876 con la cremazione del cadavere di Alberto Keller. (102)
Dal 10 dicembre 1878 (inaugurazione del primo crematorio tedesco a Gotha) al 10 aprile 1928 — cinque anni prima dell’ascesa al potere di Hitler — in Germania furono costruiti 83 crematori (103); fino al 1926 in Germania furono cremati 341.809 cadaveri, di cui 40.050 nel 1926 (104).
Riguardo ai forni Topf di Auschwitz-Birkenau, Gustavo Ottolenghi prende un abbaglio madornale, scrivendo:

“Per quanto concerne i forni crematori, quelli allestiti a Auschwitz erano di capacità tale da consentire l’incenerimento di 4.756 corpi all’ora, come risulta da una lettera del Dipartimento Centrale delle Costruzioni delle SS (Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz) del 28.6.1943 indirizzata all’Amtsgruppe C dell’SS-WVHA, nella quale si comunicava che il crematorio I era in grado di incenerire 340 corpi/ora, i crematori II e III 1.440 corpi/ora ciascuno ed i crematori IV e V 768 corpi/ora ciascuno e se ne sollecitava l’ampliamento o nuove costruzioni a causa dell’eccessivo aumento dei corpi da cremare presenti nei VL” (p.38, corsivo mio).

Dunque i forni di Auschwitz-Birkenau avevano una capacità di cremazione di 114.144 cadaveri al giorno! Il documento in questione si riferisce ovviamente a 24 ore di attività (105). Tale documento, di cui ho esaminato l’originale a Mosca, non sollecita inoltre alcun ampliamento né nuove costruzioni a causa dell’incremento dei cadaveri: tutto ciòè semplice frutto di fantasia.
Gustavo Ottolenghi menziona

“la lettera spedita il 20.8.1943 dall’SS-Gruppenfuehrer Odilo Globocnik alla sede centrale dell’ RSHA di Berlino nella quale erano specificati i “beni” inviati alla stessa sede centrale e provenienti dai VL di Treblinka, Belzec e Sobibor dall’1.10.1942 al 2.8.1943, secondo il seguente elenco:
— capelli femminili: 25 carri ferroviari; — capi di vestiario: 248 carri ferroviari; — scarpe: 100 carri ferroviari; biancheria intima: 22 carri ferroviari; medicinali vari: 46 carri ferroviari; — tappeti e coperte: 254 carri ferroviari: — oggetti diversi: 400 carri ferroviari. Oltre a 2.800.000 dollari USA, 400.000 sterline, 12.000.000 di rubli, 140.000.000 di szloty, 400.000 orologi d’oro, 145.000 kg di anelli d’oro, 18.000 collane di perle vere, 4.000 carati di diamanti (ciascuno dei quali di almeno 2 carati) (pp.38-39).

Questa lettera è ignota ai maggiori specialisti dell’argomento. La cosa non è tanto sorprendente, perché il documento in questione non esiste: si tratta in effetti di una semplice testimonianza di Samuil Jakovlewitsch Raismann (106), sedicente ex detenuto di Treblinka, al quale un altro detenuto — anonimo — capo del servizio di cernita dei beni dei gasati, avrebbe comunicato i dati riferiti da Gustavo Ottolenghi:

“Die wochentlichen Abrechnungen teilte er uns mit. Annaehrend einmal woechentlich vergliechen wir die Eintragungen eines jedes Arbeiters. Vom 1.10.1942 — 2.8.1943 wurden nach Deutschland befoerdert:
25 Eisenbahnwaggons mit Frauenhaaren, 248 Waggons verschiedene Kleider, 100 Waggons Schuhe, 22 Waggons neues Textilmaterial, 46 Waggons Apotheker- und Chemische Praeparate, 4 Waggons chirurgische und aertzliche Instrumente, 260 Waggons Decken, Kissen, Teppische und Plaids, 400 Waggons mit verschiedenen Gegenstaenden. […]. In Geld werden ungefaehr 120 Millionen in Muenzen russischer Rubel franzoesischer Francs, griechischer Drachmen und Dukaten und amerikanischer Dollar ausgefuehrt. Ausserdem wurden 40.000 goldene Armbandhuren, 150 kg Trauringe, 4.000 Karat Brillianten zu mehr als 2 Karat jeder, einige Tausend Perlenkollers, Papiergeld 2.800.000 amerikanische Dollar, 400.000 englische Pfund, 12 Millionen sowjetische Rubel,
140 Millionen polnischen Zloty” [“Egli ci comunicava le detrazioni (107) settimanali. All’incirca una volta alla settimana noi confrontavamo le registrazioni di ogni singolo lavoratore. Dal 1 ottobre 1942 al 2 agosto 1943 furono spediti in Germania: (108)…] (109)

Inutile dire che le dichiarazioni di questo testimone, non essendo suffragate da alcun documento d’archivio, non hanno alcun valore storico.
A pagina 31 Gustavo Ottolenghi osa scrivere.

“Altre ditte ancora si erano specializzate nel trattamento e nel commercio di pelle umana tatuata asportata dai cadaveri dei prigionieri; nella produzione di sapone ricavato dal grasso umano dei cadaveri stessi, e financo nel commercio della carne dei cadaveri a scopo alimentare” (corsivo mio).

Probabilmente egli è l’unico studioso che crede ancora a queste macabre storielle della peggiore Greuelpropaganda di guerra.
I “paralumi di pelle umana” di Buchenwald, con l’intero “museo degli orrori”, scomparvero subito dopo la loro spedizione a Norimberga. Il generale Clay dichiarò che si trattava in realtà di paralumi di pelle di capra (110). Alla storia del sapone umano non crede neppure Pierre Vidal-Naquet, il che è tutto dire. Per quanto riguarda il commercio di carne umana, Gustavo Ottolenghi riferisce una macabra storia che sarebbe avvenuta nel novembre 1944 a Neuengamme: un detenuto addetto alle cucine, con la complicità di due graduati SS, rubava la carne bovina destinata ai detenuti — sostituendola con la carne dei cadaveri dei detenuti — che i due graduati SS vendevano poi alla borsa nera. Conclusione della vicenda: “Dopo un sommario processo, i due graduati SS furono impiccati nel piazzale del campo stesso di Neuengamme: ignota è la sorte toccata invece ai macellai complici” (p.40). Non so quanto questo racconto sia fondato storicamente, ma è certo che, affermare, sulla base di questo singolo episodio, che delle ditte si erano specializzate nel commercio della carne dei cadaveri, è veramente troppo. Ciò vale anche per le altre due storie: quale ditta operava nel commercio della pelle umana tatuata? E quale ditta commerciava con il “sapone umano”?
Segnalo altri errori minori, che sono comunque rivelatori:
— Fred Leuchter è presentato non già come l’autore del famoso rapporto sulle presunte camere a gas di Auschwitz-Birkenau e Majdanek, ma come “ingegnere edile, autore di un testo nel quale nega la possibilità di costruire forni atti a cremare un elevato numero di persone, 1990” (p.34).
— Nell’elenco dei “più tristemente famosi” medici SS (p.39), Gustavo Ottolenghi include anche Hermann Langbein, ex detenuto di Auschwitz e prolifico autore di studi su questo campo! L’elenco comprende anche Hermann Pfannenstiel, di cui non ha notizia neppure Robert Jay Lifton (111) — che Ottolenghi confonde evidentemente con il dott. Wilhelm Pfannestiel (112)– e Christian Wirth, SS-Sturmbannführer, che non era un medico e che l’Autore confonde probabilmente con Eduard Wirths, il quale fu SS-Standortarzt ad Auschwitz dal settembre 1942 al gennaio 1945. Nella stessa pagina si legge:

“Wolfram Sievers si interessò, sempre a Dachau, degli effetti della diminuzione della pressione atmosferica su soggetti giovani e ideò e fece costruire una apparecchiatura, atta a scarnificare rapidamente i cadaveri, onde recuperarne le ossa che, triturate, venivano vendute dalle SS come concime chimico per la fertilizzazione dei campi agricoli”.

Questa storia ha tutte le connotazioni della Greuelpropaganda. L’SS-Standartenführer Wolfram Sievers era l’amministratore generale dell’Ahnenerbe e fu implicato nella tragica vicenda della collezione di scheletri per il prof. Hirt (113), la quale non aveva nulla a che vedere con la fandonia del concime umano.
Un’ultima osservazione. Gustavo Ottolenghi usa correntemente (la prima volta a p.21) la sigla VL come abbreviazione di Vernichtungslager, campo di sterminio (114). Nell’ “Appendice I” egli riporta una “Classificazione dei luoghi di detenzione (secondo il Reichs-Sicherheits-Amt-R.S.H.A. (115)= 1942)” nella quale figurano i termini “Vernichtungsanstalt: Stabilimento di sterminio” e “Vernichtungslager: Campo di sterminio” (pp.201-202). Detto cosÏ, sembrerebbe che questi termini siano menzionati in un documento del RSHA del 1942: quale? (116)
Come si vede, la sfida lanciata dal libro di Gustavo Ottolenghi non è poi cosi travolgente!

NOTE

1) “L’incontro”. Periodico indipendente. Anno XLVII, n.6, luglio-agosto 1995.
2) La relativa documentazione mi è stata gentilmente inviata dal prof. Coppellotti all’inizio di gennaio del 1996.
3) Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau, art.cit., pp. 296-297 e 303-304.
4) Richard Kessler, Rationelle Wärmewirtschaft in den Krematorien nach Massgabe der Versuche im Dessauer Krematorium, in: Die Wärmewirtschaft, Nr.8-11, 1927.
5)Wilhelm Hepke, Die Kadaver-Vernichtungsanlagen, op. cit.
6) Factors which affect the process of cremation, Third Session, by E.W.Jones, assisted by R.G. Williamson, da: “Annual cremation conference report”, Cremation Society of Great Britain, 1975.
7) Corrispondenza tra la ditta Topf e la SS-Neubauleitung del KL Mauthausen [Bundesarchiv Koblenz]; corrispondenza tra la ditta Topf e la SS-Zentralbauleitung del KL Auschwiz [archivio del Museo di Auschwitz; archivio di via Viborskaja (TCIDK) , Mosca].
8) Vedi paragrafo 2.
9)L’illusione era nata dal fatto che, nel numero di ottobre 1995, “L’Incontro”, sotto il titolo Opinioni sull’Olocausto, aveva pubblicato su tre colonne una lunga lettera revisionista del prof. Francesco Coppellotti (p.3).
10) Si tratta dello scritto che appare nel paragrafo 2.
11) Liliana Picciotto-Fargion, Memoria della Shoà: condizionamenti, revisioni, negazioni , in: “La Rassegna mensile di Israel”, 3/1994, pp.9-29.
12) Léon Poliakov, Il Nazismo e lo sterminio degli Ebrei. Einaudi, Torino 1977, p.153.
13) Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, op.cit., pp.117-119.
14) La conseguenza di un avvelenamento da acido cianidrico è “una colorazione rossa [eine Rotfärbung] della pelle”: W. Forth/D Heuschler/W. Rummel, Pharmakologie und Toxikologie, Mannheim 1987, p.751.
15) Carlo Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione, op.cit., pp.135-136.
16) Vedi paragrafo seguente.
17) Jean-Claude Pressac, Le macchine dello sterminio, op.cit., p.44.
18) Tratto dal mio studio Auschwitz: la prima gasazione, Edizioni di Ar, 1992, pp.140-144.
19) Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. op.cit.
20) Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, in: Hefte von Auschwitz, 2/1959, 3/1960, 4/1961, 6/1962, 7/1964, 8/1964. Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oswiecimiu.
21) Fasoli, Gina/Prodi, Paolo, Guida allo studio della storia medievale e moderna. Patron Editore, Bologna 1983.
22) Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op.cit., p.264.
23) Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, op.cit., p.152.
24) Nel settembre 1941 nel crematorio di Auschwitz esistevano due forni crematori a due muffole, con una capacità teorica [a] di cremazione di 96 cadaveri in 24 ore[b]. La cremazione di 850 cadaveri avrebbe richiesto teoricamente circa 212 ore, cioè quasi nove giorni di cremazione ininterrotta. [a] Il funzionamento dei forni doveva essere interrotto ogni giorno per la pulizia delle griglie dei focolari dalle scorie del coke. [b] Vedi al riguardo il mio saggio in collaborazione con il dott. Ing. Franco Deana Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau, in: Ernst Gauss, Grundlagen zur Zeitgeschichte., op.cit., pp.281-320.
25) In: “L’Utopia”, n.4, 1994, pp.25-37.
26) In: “Marxismo oggi”, 3/1995, pp.48-60.
27) Aspetti della pubblicistica negazionista in Italia, art. cit., p.25.
28) “L’accusa di nazismo che troppo spesso e troppo sconsideratamente viene rivolta ai revisionisti, è pertanto un semplice espediente per screditare le loro argomentazioni e scaturisce da un principio metodologico chiaramente aberrante: quello secondo il quale la veridicità o la falsità di un’argomentazione dipende essenzialmente dal colore politico o ideologico di chi la sostiene. Si dirà, con un nostro improvvisato censore d’oltralpe, che, per aspirare all’obiettività storica, bisogna essere personalmente esenti da settarismo , e ciòè giustissimo. Ma allora perché mai non si dovrebbero considerare sospetti di settarismo — e dunque inattendibili — anche i testimoni e gli storici ebrei?”. La soluzione finale. Problemi e polemiche, op. cit., p.174.
29) Aspetti della pubblicistica negazionista in Italia, art. cit., p.29
30) La soluzione finale. Problemi e polemiche, op. cit., p.189.
31) In realtà ho protestato non già perché la suddetta trasmissione era troppo sterminazionista, ma perché era troppo faziosa, documentando con precisione le principali imposture che contiene: La soluzione finale. Problemi e polemiche, op. cit., pp.208-219.
32) Ibidem, p. 219.
33) Nella nota 17 a p. 37 egli rimanda al mio articolo Un deformatore della verità storica? del quale, a sua volta, fornisce un riferimento errato! (Orion, n. 82, luglio 1991, invece di n.30, marzo 1987).
34) Ernst Nolte, Streitpunkte. Heutige und künftige Kontroversen um den Nationalsozialismus. Propyläen, Berlin-Frankfurt/Main 1993, p.9.
35) A proposito di un rapporto segreto da Berlino sullo “sterminio” ebraico, in: “Orion”, n.47, agosto 1988, pp.453-455, dove analizzo criticamente l’articolo “Mussolini lo sapeva“. Intervista con Renzo De Felice di Manuela Grassi, in: “Panorama”, 24 aprile 1988, pp.140-145.
36) Intervista di Jacques Moulin all’Autore, in: “Révision”, n.60, febbraio 1995, pp.13-15.
37) Ibidem, p.15.
38) Il nostro incauto polemista ignora persino che il campo di Bergen-Belsen fu liberato dagli Inglesi.
39) Gerald Reitlinger, La soluzione finale, op.cit., p.562 e 566.
40) Auschwitz: due false testimonianze, p.10.
41) Edizioni La Sfinge, 1988, 108 pp.
42) Una sintesi delle argomentazioni più importanti appare nel mio successivo studio La soluzione finale. Problemi e polemiche. Edizioni di Ar, 1991, pp.200-207.
43) Trial of Joseph Kramer and Forty-Four Others (The Belsen Trial), op.cit., pp.67-68.
44) J.- C.Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op.cit.
45) NI-11953, p.2 e 4.
46) J.-C.Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op.cit., p.286.
47) Vedi al riguardo il recente opuscolo di Carlos Whitlock Porter Non colpevole a Norimberga. Le argomentazioni della difesa. Granata, Palos Verdes, California, 1995.
48) Auschwitz: due false testimonianze, p.8. “Die Alliierten befinden sich technisch immer noch in einem Kriegszustand mit Deutschland, obwohl die politischen und militärischen Einrichtungen des Feindes zusammengebrochen sind. Als ein Militärgerichtshof stellt dieser Gerichtshof eine Fortsetzung des Kriegsanstrengungen der Alliierten Nationen dar”. IMG, vol. XIX, p.440.
49) Ibidem, p.8. A.J.P.Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Bari 1975, p.37.
50) Il mito dello sterminio ebraico, Sentinella d’Italia, 1985,p.25.
51) Ibidem, p.5. Cfr. Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, op. cit., p.153.
52) Ibidem, p.25. Cfr. Léon Poliakov, Le procès de Jérusalem, Paris 1963, p.152.
53) Ibidem, p. 33, NG-5770; cfr. La soluzione finale.Problemi e polemiche, pp.92-93.
54) Tesi esposta da Hannah Arendt in: Le origini del totalitarismo. Milano 1967, p.609.
55) Il mito dello sterminio ebraico, p. 39 e 40.
56) Nello studio su Nyiszli, per ragioni contingenti, mi sono dovuto basare sulle principali traduzioni in tedesco, francese e inglese del libro di questo testimone, ma sto preparando una nuova edizione del mio studio basato sul testo originale ungherese.
57) La soluzione finale. Problemi e polemiche, p. 63.
58) Ibidem, pp.111-112. Vedi al riguardo quanto ho scritto nel cap.IV, ß 1.
59) J. Billig, La Solution Finale de la question juive. Paris 1977, p.51.
60) CNRS Editions, Paris1993.
61) Auschwitz: Fine di una leggenda. Edizioni di Ar, 1994.
62) R.Harwood, Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda. Milano 1978, p.5.
63) Rapporto Leuchter. Edizioni all’Insegna del Veltro, pp.5-6 e 7.
64) In Aspetti della pubblicistica negazionista in Italia appare un fugace accenno a Cesare Saletta. La delimitazione del campo del secondo articolo alla “Destra radicale” è chiaramente pretestuoso.
65) Il caso Rassinier, luglio-agosto 1981; Note rassinieriane con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R. Faurisson, marzo-aprile 1983.
66) Stampato in proprio, 1982.
67) Transmaniacon, Bologna 1994.
68) Per conto dell’Autore, 1985.
69) Olocausto atto secondo, di Mario Scialoja (27 maggio 1990); Le camere a gas? Roba da turisti. Colloquio con David Irving, di Mario Scialoja (26 luglio 1992); Ingegnere, mi progetti un forno, di Mario Scialoja (4 marzo 1994). Del primo articolo mi sono già occupato nel libro La soluzione finale. Problemi e polemiche, op. cit., pp. 167-172.
70) “L’Espresso”, n.32, 1992, pp.72-75.
71) Chi scrive le ha esaminate tutte.
72) J.A.Topf & Söhne, Erfurt. Montageabteilung, Arbeitszeit-Bescheinigung.
73) TCIDK, 502-1-306.
74) APMO, BW 30/41.
75) Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op. cit., p. 370 e 434-435.
76) Ibidem, p. 434.
77) Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op. cit., pp.302-303.
78) Auschwitz: Fine di una leggenda, op. cit., pp.52-53.
79) Trial of Josef Kramer and Forty-Four Others (The Belsen Trial), op. cit., p.731.
80) I tre Saugzuganlagen del crematorio II si danneggiarono irrimediabilmente nel marzo 1942 e fu necessario smontarli. In conseguenza di cio, la Zentralbauleitung , contrariamente al progetto iniziale, decise di non installare questi impianti nel crematorio III (APMO, BW 30/25, p.8) e tutti i forni di Birkenau funzionarono senza Saugzuganlagen (TCIDK, 502-1-312, p.8).
81) Op. cit., p. 62.
82) Op.cit., p. 103.
83) Op. cit., pp.278, 282 e 288.
84) Coloro che hanno cognizioni storiche approssimative confondono spesso Rudolf Höss, comandante di Auschwitz, con Rudolf Hess. Stellvertreter di Hitler nel NSDAP.
85) Ad esempio le lettere della Heerdt-Lingler del 24 dicembre 1942, della Degesch del 31 dicembre 1942 e della Testa del 2 gennaio 1943 (NI-11087), che Georges Wellers cita , con la sua solita buona fede, a sostegno dell’esistenza di camere a gas omicide ad Auschwitz (La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie, op. cit. pp.9-109). Fleming si riferisce chiaramente a questo scritto di Wellers, che menziona poi il documento contenente il termine Vergasungskeller.
86) Nel progetto della ditta H. Kori, questi forni sono indicati con i numeri 2 e 3. Disegno J Nr.9122 del 12 maggio 1942. Il forno Reform è descritto nella lettera della Kori in data 18 maggio 1943 all’ SS-WVHA. Archivio del Kuratorium für Sühnemal KZ Dachau, 661/41 e 5732. Vedi anche la pianta della Baracke “X” (marzo 1942) che mostra la disposizione dei forni (NO-3887).
87) Nell’articolo in questione questa ditta è citata come “Toepf”! (p.75).
88) Sugarco Edizioni. Carnago (Varese), 1993.
89) David Irving, Pruebas contra el Holocausto. In: Cedade, N172, 1990, p.22.
90) Heydrich si chiamava Reinhard ed aveva il grado di SS-Obergruppenführer.
91) Aharon Weiss, citando il documento in questione, scrive correttamente: ” Cotegory No.III, for prisoners who had been sentenced to penal servitude and those who had been convicted in the past for criminal offenses; also asocial prisoners, i.e. those whose future rehabilitation was unlikely. The camp for this category: Mauthausen”. Egli si limita poi al seguente commento: “In fact, this division into categories was not observed , and actually there was no essential difference between the concentration camps”. Aharon Weis, Categories of camps — Their caracter and role in the execution of the “Final solution of the Jewish question”, in: The Nazi Concentration Camps. Structure and Aims. The Image of the Prisoner. The Jews in the Camps. Proceedings of the Fourth Yad Vashem International Historical Conference — January 1980.Yad Vashem, Jerusalem 1984, p.125.
92) VL = Vernichtungslager, campi di sterminio. Vedi al riguardo ciòche scrivo alla fine di questo paragrafo.
93) Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa, op. cit., p.963.
94) Ibidem, p.964.
95) Il coibente (Trägermaterial) era costituito da farina fossile (Kieselgur), cubi “Erco” (“Erco”-Würfel) e dischi di cartone (Pappscheiben). Gerhard Peters, Blausäure zur Schädlingsbekämpfung, op. cit., p.60.
96) Secondo la relazione annuale del 1942, questa ditta aveva venduto le seguenti quantità di Zyklon B:
in Germania all’estero
1940 40.000 kg 9.500 kg
1941 63.000 kg 9.000 kg
1942 101.800 kg 29.000 kg.
Dal 1940 al 1942 la ditta Heli aveva disinfestato 31 navi, con un consumo di 441,9 kg di Zyklon B, 256 mulini e 722 altri edifici (per un volume di circa 18,5 milioni di metri cubi) con un consumo di 182.643,3 kg di Zyklon B. NI-1958, Geschäftsbericht der Heli für das Jahr 1942. 18. Mai 1943.
97) I suddetti quantitativi sono stati indicati da Alfred Zaun, ex contabile della ditta Tesch und Stabenow, nella dichiarazione giurata del 24 ottobre 1946, NI-11369.
98) Nello Stammlager: 1 camera di disinfestazione nel Block 1; 2 camere nel Block 3; 2 camere nel Block 26. Nel Kanada 1: 1 camera. A Bireknau: 1 camera nel BW 5a; 1 camera nel BW5b.
99) Nella bibliografia di Ottolenghi, al numero 141 bis, figura il seguente titolo: “Pressac, J.C., Auschwitz, cit. Da Klarsfeld -90“. Dunque egli conosce Auschwitz:Technique and Operation of the Gas Chambers soltanto attraverso una citazione di Serge Klarsfeld!
100) Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op. cit., p.188; Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, op. cit., p.47.
101) Max Pauly, Die Feuerbestattung. Verlagsbuchhandlung von J.J.Weber. Leipzig 1904, p.18.
102) Gaetano Pini, La crémation en Italie et à l’étranger de 1774 jusqu’à nos jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire. Milano 1885, p.30.
103) IV. Jahrbuch der Feuerbestattungs-Vereine Deutscher Sprache. 1928. Königsberg 1928, pp.82-87.
104) Theodor Weinisch, Die Feuerbestattung im Lichte der Statistik. Buchdruckerei J.Bollmann. Zirndorf 1929, p.33.
105) Insges. Bei 24 stündiger Arbeitszeit”, “complessivamente in un periodo di lavoro di 24 ore”: TCIDK, 502-1-314, p.14a. Vedi al riguardo quanto ho scritto nel §2 del cap.V.
106) Il cognome appare anche nella grafia Rajzman. Questo testimone depose al processo di Norimberga con il nome di Samuel Rajzman nell’udienza del 27 febbraio 1946. IMG, vol.VIII, p.356 ssgg.
107) Cioè i beni tratti dai magazzini che venivano spediti.
108) Le cifre menzionate da Gustavo Ottolenghi corrispondono a quelle della testimonianza in questione, tranne le seguenti: 40.000 orologi d’ora invece di 400.000; “alcune migliaia” di collane di perle invece di 18.000; 150 kg di fedi nuziali invece di 145.000 kg.
109) URSS-337, pp.10-11 della traduzione tedesca. Interrogatorio di Samuil Jakovlewitsch Raismann del 26 settembre 1944.
110) Grundlagen zur Zeitgeschichte, op. cit., pp.221-222.
111) I medici nazisti.La psicologia del genocidio. Rizzoli, Milano 1988.
112) Durante la guerra egli era consigliere di igiene delle Waffen-SS .
113) Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas, op. cit., p.271 ssgg.
114) En passant, rilevo una incongruenza cronologica: “Tutti i KL [campo di concentramento] e i VL erano stati posti, dal 30 giugno 1934, sotto la diretta ed esclusiva giurisdizione delle SS” (p.26), ma i VL (campi di sterminio) furono creati a partire dal 1941! (p.21). Tra questi VL figurano inoltre i campi di Maly Trostinec e di Jungfernof, che peròvengono poi classificati rispettivamente come GS = campo di lavoro per civili (p.123 e 202), e KL = campo di concentramento (p.104 e 202). 115) Reichssischerheitshauptamt.
116) Un simile documento non è menzionato da nessuno dei maggiori specialisti dell’Olocausto, a cominciare da Raul Hilberg; esso non appare neppure nella raccolta Documents on the Holocaust. Selected Sources on the Destruction of the Jews of Germany and Austria, Poland, and the Soviet Union. Edited by Yitzhak Arad, Yisrael Gutman, Abraham Margaliot. Yad Vashem, Jerusalem 1981, né nell’indice di Jacob Robinson The Holocaust. The Nuremberg Evidence. Part One: Documents. Jerusalem 1976.

Estratto del libro: Carlo Mattogno, Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio, Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico, Padova, Edizioni di Ar (via Fallopio, 83), 1996, 322 p.
Distribuzione: Libreria Ar, largo Dogana Regia, Salerno. (40 000 Lire)

Fonte e copia da: http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMDi6.html

( SEGNALAZIONI:
a- Il testo completo del volume è consultabile cliccando qui.
b- L’archivio di tutti i lavori di Carlo Mattogno pubblicati su questo sito si trovano qui. Ndolo)

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Pubblicato il 01.06. 2016, alle ore 14,41
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