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Apr 30

1386 – Shlomo Venezia e la “camera a gas” del crematorio II di Auschwitz… di “i Carolingi”

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Shlomo Venezia e la “camera a gas” del crematorio II di Auschwitz

i Carolingi

Immagine-1, FT. Bambina sopravvissuta alla camera a gas, venezia shlomo.

Immagine-1, FT. Bambina sopravvissuta alla camera a gas, venezia shlomo.

Shlomo Venezia, ex-deportato di Auschwitz, nel libro “Sonderkommando Auschwitz” (Rizzoli, Milano 2007, pp. 128-130) descrive così la scena di una “gassazione”:

«Dopo che il gas era stato versato, passavano dieci o dodici minuti e non si sentiva più un rumore, più anima viva. Un tedesco verificava che fossero tutti morti guardando attraverso lo spioncino che si trovava sulla porta (all’interno, era protetto da alcune sbarre in ferro per evitare che le vittime rompessero il vetro). (1) Quando ne era certo, apriva la porta e se ne andava, dopo aver acceso la ventilazione. Per una ventina di minuti si sentiva un intenso ronzio, come una macchina che aspirava l’aria. Poi potevamo entrare e cominciare a portare i cadaveri fuori dalla camera a gas. La stanza era invasa da un odore terribile, aspro. Difficile distinguere fra il fetore del gas e quello dei cadaveri e del liquame umano» (cit., p. 89).

Ne consegue che il tedesco apriva la porta della “camera a gas”, accendeva la ventilazione  e se ne andava. La ventilazione restava in funzione, con la porta aperta, per una ventina di minuti, dopo di che i detenuti del Sonderkommando vi entravano, senza maschera antigas (dato che sentivano odori intensi) e procedevano alla rimozione dei cadaveri. Nella prospettiva critica che abbiamo esposto nell’articolo Pressac demolitore delle “camere a gas” di Auschwitz, questa prassi avrebbe comportato un disastro totale.

Immagine-2, FT. L'occlusione delle bocchette di disaerazione della "camera a gas". Click...

Immagine-2, FT. L’occlusione delle bocchette di disaerazione della “camera a gas”. Click…

 A causa dell’occlusione (vedere l’Imm-2, ndolo) delle aperture di disaerazione da parte dei corpi delle vittime, la sovrappressione provocata dall’aria fresca che affluiva forzatamente nel locale avrebbe determinato un deflusso dell’aria letale della “camera a gas” fuori di essa con una concentrazione di acido cianidrico fulmineamente mortale già durante la ventilazione, con successiva aspirazione nel Leichenkeller 2 e nella sala forni attraverso il vano montacarichi,

Ummagine-3, FT. Schema di diffusione del "gas" dalla "camera a gas" a tutto il seminterrato fino alla sala forni. Click...

Ummagine-3, FT. Schema di diffusione del “gas” dalla “camera a gas” a tutto il seminterrato fino alla sala forni, all’apertura della porta della “camera a gas”. Click…

tanto più in quanto, secondo Venezia, «il montacarichi non aveva porte; un muro ne bloccava un lato e, in alto, i cadaveri venivano scaricati dall’altro lato» (cit., p. 91), dichiarazione che però contrasta col disegno 5037 della ditta Gustav Linse del 25 gennaio 1943 riguardante il nuovo montacarichi da installare nei crematori II e III, il quale mostra una doppia porta a due ante (J.C.Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano 1994, documento 25).

In altre parole, se la descrizione di Venezia fosse veritiera, egli non sarebbe sopravvissuto per raccontarla.

Egli narra inoltre un aneddoto degno di esame:

«Un giorno, mentre testimoniavo in una scuola, una ragazzina mi ha chiesto se qualcuno era mai uscito vivo dalla camera a gas. I suoi compagni l’hanno presa in giro, come se non avesse capito nulla. Come sopravvivere in quelle condizioni di gas mortale inventato per uccidere? Per quanto la sua domanda potesse sembrare assurda, era pertinente, perché è accaduto. Poche persone hanno visto e possono raccontare questo episodio… eppure è vero. Un giorno, mentre tutti avevano cominciato a lavorare normalmente all’arrivo di un convoglio, uno degli uomini incaricati di togliere i corpi dalla camera a gas sentì un rumore strano. Non era così raro sentire rumori insoliti; spesso l’organismo delle vittime continuava a liberare gas. Questa volta però sosteneva che il rumore fosse diverso. Ci fermammo per ascoltare, ma nessuno sentì niente e pensammo che avesse avuto un’allucinazione. Qualche minuto più tardi ripeté che questa volta era certo di aver udito un rantolo. Facendo attenzione, anche noi riuscimmo a percepire il rumore, una sorta di vagito. All’inizio i gemiti erano intervallati, poi aumentarono fino a divenire un pianto continuo che tutti identificammo con il pianto di un neonato. L’uomo che se ne era accorto per primo si mise alla ricerca del punto da dove proveniva il rumore e scavalcando i corpi trovò una bambina di due mesi ancora attaccata al seno della madre, che piangeva perché non sentiva più arrivare il latte. L’uomo prese il bebé e lo portò fuori dalla camera a gas. Sapevamo che era impossibile tenerlo con noi e soprattutto nasconderlo o farlo accettare ai tedeschi. Infatti, quando la guardia lo vide, non sembrò dispiaciuto di dover uccidere un neonato. Sparò un colpo e la bambina che era miracolosamente sopravvissuta al gas morì. Nessuno poteva sopravvivere. Tutti dovevano morire, noi compresi: non si trattava che di una questione di tempo.

Qualche anno fa ho chiesto al caporeparto del più grande ospedale pediatrico di Roma come si spiegava il fenomeno. Mi ha detto che non era impossibile che la bambina, che stava poppando, sia stata isolata dalla forza del risucchio al seno della madre; ciò avrebbe limitato l’assorbimento del gas mortale».

Noi non crediamo affatto a questa sorta di “miracoli” testimoniali, soprattutto quando sono palesemente assurdi.

Tanto per cominciare, che il «gas mortale», lo Zyklon B, fosse stato «inventato per uccidere», è una grossolana scemenza, dato che, come è noto a (quasi) tutti, esso fu elaborato negli anni 1920-1923 nell’ambito della lotta antiparassitaria.

Abbiamo già spiegato nell’articolo menzionato sopra che – Pressac dixit – nelle “camere a gas” veniva impiegata una dose di acido cianidrico/HCN/ (il principio attivo dello Zyklon B) 40 volte superiore a quella “rapidamente mortale”, che è di 300 parti per milione (ppm) o 0,36 g/mc. Ne consegue che la poppante sarebbe rimasta in vita per 10-12 minuti in un’atmosfera con una concentrazione di HCN fulminante (tale, cioè, da provocare la morte nel giro di qualche decina di secondi), più altri 20 minuti con concentrazione decrescente, ma essendo esposta nei primi 10 minuti ad una concentrazione media HCN due volte superiore a quella “rapidamente mortale” persino prendendo come base la relativa tavola di van Pelt; questa però è inficiata dall’assunto che la portata del sistema di ventilazione del Leichenkeller 1 fosse di 8.000 mc/h d’aria e inoltre la concentrazione considerata è di 10.000 ppm invece di circa 12.500 ppm.

Da ciò si ha che i rispettivi valori vanno raddoppiati; le 138 ppm risultanti dopo 20 minuti di ventilazione devono dunque corrispondere a 276, un valore superiore a quello che van Pelt ritiene “letale in 1/2 – 1 ora”, vale a dire 100-200 ppm.

Ne risulta che la poppante resistette ad una concentrazione di acido cianidrico fulmineamente letale per 10-12 minuti e rapidamente letale per altri 20!

La spiegazione accampata da Venezia può essere considerata soltanto una patetica burla: si può credere seriamente che il «caporeparto del più grande ospedale pediatrico di Roma» gli abbia detto che la poppante era stata «isolata [?] dalla forza del risucchio al seno della madre» e che «ciò avrebbe limitato l’assorbimento del gas mortale»? Una tale possibilità, o non-impossibilità, presupporrebbe che la poppante per una mezz’ora buona fosse rimasta in apnea o avesse respirato ossigeno dal latte materno, anche quando questo aveva cessato di affluire!

Se davvero il suddetto “caporeparto” avesse fatto una simile affermazione, dovrebbe essere cacciato dall’ospedale a pedate nel fondoschiena.

Lo scenario dipinto da Venezia ha ben poco a che vedere con una “gassazione” per così dire normale, ossia di un numero di vittime che almeno si avvicinasse alla capienza della “camera a gas”, che era a suo dire di 1.800 persone (cit., p. 102). Anche con la metà di questo numero di vittime, l’ammasso di cadaveri avrebbe infatti schiacciato e/o soffocato inevitabilmente la poppante, e inoltre sarebbe stato impossibile “scavalcare i corpi”, costituendo questi un ammasso compatto di un’altezza prossima al metro.

Venezia, come egli stesso ricorda, aveva narrato l’aneddoto della poppante già in precedenza; questo era senza dubbio uno dei pezzi forti per strappare lacrime ai poveri scolari sottoposti a questo tipo di “Umerziehung” (rieducazione) scol-ocaustica. Nella “Testimonianza tenuta a S.Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria” (http://www.gliscritti.it/approf/shoa/shlomo/shlomo.htm)

egli l’aveva presentato in termini più o meno simili, ma esponendo nel finale un’alta chicca:

«Il bambino era quindi vivo e noi l’abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C’era l’SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io».

Come ha rilevato Mattogno, la “testimonianza” di Venezia è il frutto di penosi scopiazzamenti di fonti testimoniali precedenti, a cominciare da Miklos Nyiszli, Filip Müller (a sua volta scopiazzatore di Nyiszli) e di David Olère, i cui disegni sono stati “sceneggiati” dalla cerchia di coloro che lo hanno “aiutato” a redigere le sue “memorie”.

Immagine-3, FT. Lo sterminazionismo militante, molto attivo nel cercare il contrasto del revisionismo

Immagine-3, FT. Lo sterminazionismo militante, molto attivo nel tentare il contrasto del revisionismo, “gasa” tre “pilastri” olocau$tici ebrei: olere, wiesel e venezia…”deve essere stata l’aria di Auschwitz che dava le allucinazioni”! Click… (2)

Ora, l’aneddoto è chiaramente tratto dal racconto di Nyiszli. Nel capitolo XX del suo “Sopravvissuto a Mengele” (Sugarco, Milano 1985, pp. 100-105) egli narra appunto la storia del ritrovamento miracoloso di una “giovinetta”, viva, nella “camera a gas”, la quale fu uccisa «con un colpo alla nuca». La sostituzione della “giovinetta” con una “ bambina di due mesi” si spiega facilmente, avendo un “effetto strappalacrime” decisamente superiore.

Ma come spiegare il fucile ad aria compressa?

Si tratta di una chiara reminescenza di una storia propagandistica che circolava già durante la guerra e che fu senza dubbio passata a Venezia da uno dei suoi “consulenti” nella fase di preparazione storica della sua testimonianza. Già nel luglio del 1942 la resistenza di Auscwhitz parlava di esecuzioni per mezzo di un “Lufthammer” (martello pneumatico!). Esso veniva poggiato sulla testa delle vittime e le fracassava. Ma già nel mese di novembre esso si era trasformato in un fucile ad aria compressa (in tedesco “Luftgewehr”) che sparava senza detonazione e spappolava il cervello (non più il cranio) delle vittime.

Il “miracolo” maggiore, non è che Venezia (3) sia scampato a morte certa essendo “depositario di segreto”, sibbene la sua capacità di aver “visto” personalmente cose o eventi inesistenti o materialmente impossibili.(4)

 28 Aprile 2016

Note (di Olodogma)
1) Da notare che nelle operazioni descritte dall’ ex internato ebreo 182727 (venezia shlomo), sedicente membro del personale dei crematori, non risulta che il “tedesco” avesse aperto le serrande di rispetto dei ventilatori di aerazione e disaerazione che avrebbero dovuto essere state chiuse, per rendere ermetica la camera a gas, prima del preteso versamento dello Zyklon B!
2) Fonte: https://forum.termometropolitico.it/189993-auschwitz-shoah-e-nazismo-1547.html#post15281897
3) Il libro a firma di tale ex internato ebreo 182727 (venezia shlomo) è stato ampiamente trattato, e demolito, dal maggior ricercatore storico revisionista vivente in questo studio: «LA VERITÀ SULLE CAMERE A GAS» ? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia
Per inquadrare nel dettaglio l’ ex internato ebreo 182727 (venezia shlomo), sedicente membro del personale dei crematori, si sappia che egli attribuisce al Museo di Auschwitz il possesso della “prova” che con la pelle degli internati, morti, si costruissero…PARALUMI! Fatto “provato” dalla sua sola “testimonianza”! Vedere qui la storiella…
4) Tutti i precedenti articoli de I Carolingi sono disponibili alla lettura cliccando qui .