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Feb 06

1319 – Carlo Mattogno: Arthur Butz e “Auschwitz: The case for Sanity”: Una recensione non propriamente spassionata

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(Ottobre 2011)

Arthur Butz e “Auschwitz: The case for Sanity”:
Una recensione non propriamente spassionata

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Lo Smith’s Report n. 185 dell’ottobre 2011 pubblica un articolo di Arthur Butz dal titolo Two Cutting-Edge Works of Holocaust Revisionism (pp. 3-7)[1]. Si tratta di una recensione del libro di Samuel Crowell The Gas Chamber of Sherlock Holmes, and Other Writings on the Holocaust, Revisionism, and Historical Understanding, e della mia opera Auschwitz: The case for Sanity (The Barnes Review, Washington, 2010), che è l’edizione americana di Le camere a gas di Auschwitz. Effepi, Genova, 2009.

Butz non ha bisogno di presentazioni; la sua posizione di spicco nel panorama revisionistico internazionale è nota a tutti, ma proprio per questo il suo testo è alquanto deludente, perché non è minimamente all’altezza della sua fama.

Riporto anzitutto la traduzione della sua recensione:

«Questi due recentissimi libri dimostrano la maturità raggiunta nel campo del revisionismo olocaustico. Carlo Mattogno, il suo collega di lunga data Jürgen Graf e, più recentemente, Thomas Kues (noto ai lettori di questa newsletter) sono tra i più energici e produttivi revisionisti attualmente all’opera. Essi hanno accumulato un enorme materiale documentario con lunghi viaggi, presumibilmente autofinanziati, in vari archivi, specialmente nell’Europa orientale. Mattogno ha pubblicato un gran numero di libri e articoli su Auschwitz, il nocciolo della leggenda olocaustica, e quest’opera in due volumi è la più recente. I vecchi lettori di The Journal of Historical Review e di The Revisionist di Germar Rudolf possono ricordare che io mi sono scontrato occasionalmente con Mattogno. Io ho problemi con gli scritti di Mattogno e, sia perché ne ho già letti molti, sia per ragioni che spiegherò ora, non ho letto questi due volumi per intero. Il motivo principale per cui non ho letto tutti i libri di Mattogno è semplicemente che ho una grande difficoltà (great trouble) a seguire i suoi argomenti e, anche dopo essermene accollato il tempo e la difficoltà, sento di essere stato piantato in asso.

Il nostro contrasto più recente fu riguardo ad un documento relativo ad una richiesta da parte della Zentralbauleitung di Auschwitz alla ditta Topf, costruttrice di forni crematori, di rivelatori di gas (gas detectors) per un crematorio allora in costruzione. Pressac ed altri hanno considerato questo documento come prova dell’esistenza di camere a gas nei crematori. Coloro che desiderassero rivisitare questo scambio di opinioni possono vedere il mio articolo originale[2], l’articolo originale di Mattogno[3] e lo scambio Butz-Mattogno[4]. Basti dire che la teoria di Mattogno era che il documento «fu falsificato da un falsario ignorante», mentre io congetturavo che la richiesta di rivelatori di gas cianidrico riguardasse l’incineritore per i rifiuti che condivideva i condotti del fumo con i forni crematori. Eravamo concordi sul fatto che lo Zyklon B non era implicato, perché per questo ad Auschwitz c’era una sezione speciale che aveva tutti i rivelatori di acido cianidrico necessari per quel tipo di impiego. Perciò ho letto con grande interesse la sua nuova discussione sui presunti rivelatori di gas, che è ammirevole per la sua copiosa documentazione. Essa prende 22 pagine ma, soprattutto per il fatto che il corso di pensiero di Mattogno contrasta così tanto col mio, ho trovato il suo andamento difficile. Sembra che Mattogno giri intorno alla mia teoria, con la differenza che il pericolo dell’acido cianidrico sia riferito alle cremazioni (non ho mai incontrato una relazione tra acido cianidrico e cremazione). Dico «sembra» perché, dal principio alla fine del considerevole lavoro di lettura di questa sezione, non è chiaro dove vada a parare, ma ciò andrebbe bene lo stesso se la questione venisse chiarita alla fine. Due volte (p. 94 e 107) egli promette di «fornire una spiegazione alternativa» all’interpretazione di Pressac ed altri. Egli non considera la possibile implicazione dell’incineritore per i rifiuti. Sono rimasto deluso quando egli improvvisamente, e senza preavviso, conclude la sua analisi con questa singola frase:

«Per tutte queste ragioni [sic] la lettera della Topf del 2 marzo 1943 è quantomeno sospetta. Sebbene sembri formalmente autentica, il suo contenuto è completamente inattendibile».

Che significa ciò? Non lo so. Se significa qualcosa, Mattogno sembra ritornare alla sua originaria affermazione della falsificazione, ma forse comprende che le prove non supportano una tale conclusione, sicché lascia la cosa nella confusione. Egli non «fornisce una spiegazione alternativa». Così avverto che i frutti del considerevole lavoro del lettore possono essere più nel leggere la rilevante documentazione che nel formulare conclusioni attendibili. Nella conoscenza dei documenti, Mattogno sembra non avere pari».

E questo è tutto ciò che Butz ha da dire su un libro in due volumi di oltre 750 pagine!

Egli non spiega nemmeno quale ne sia l’oggetto, che pure è ben indicato nel suo sottotitolo: “A Historical & Technical Study of Jean-Claude Pressac’s Criminal Traces and Robert Jan van Pelt’s Convergence of Evidence” (Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt). Si tratta dunque di un’opera critica che dovrebbe essere valutata per ciò che si ripromette, ossia di presentare una confutazione esaustiva, radicale, sistematica e dettagliata di tutti gli argomenti addotti da questi due autori olocaustici riguardo alle presunte camere a gas omicide di Auschwitz. Una recensione seria dovrebbe valutare se il compito è stato eseguito in modo accurato, se gli argomenti sono ben congegnati, se la dimostrazione è convincente.

Sorprendentemente, invece, Butz non si cura minimamente di tutto ciò. Egli cita la mia opera senza neppure menzionare il sottotitolo: che cosa può desumere il suo lettore dal semplice titolo Auschwitz: The case for Sanity (Auschwitz: Il caso per la ragionevolezza)? Nel suo testo van Pelt (al quale, nel libro, sono dedicate più di 200 pagine) non viene neppure nominato, mentre Pressac, le cui tesi costituiscono, direttamente o indirettamente, l’oggetto del resto del libro, viene citato solo di sfuggita e in relazione ad una sua specifica interpretazione.

Il fatto che Butz abbia «problemi» con i miei scritti, che abbia «una grande difficoltà» a seguire i miei argomenti, che 22 pagine siano per lui un «considerevole lavoro di lettura», sono evidentemente sue limitazioni personali che riguardano soltanto lui[5]: nessuno lo ha obbligato a leggere quest’opera, ma, se proprio intendeva presentarne una recensione, non poteva esimersi dal leggerla e dal renderne conto per intero.

L’opera è suddivisa in 19 capitoli e in oltre 110 paragrafi, comprendenti circa 170 sottoparagrafi, ciascuno dei quali contiene molteplici argomenti.

Butz però focalizza la sua attenzione su uno solo; in termini quantitativi, egli prende in considerazione 22 pagine su oltre 750. Sarebbe come se qualcuno redigesse una recensione del suo famoso The Hoax of the Twentieth Century esaminando esclusivamente la ventina di pagine in esso consacrate al cosiddetto War Refugee Board Report (spiegherò sotto perché ho scelto questo esempio), tralasciando tutto il resto, e da questa ventina di pagine pretendesse giudicare il valore dell’intero libro.

Questo paragrafo (il 2.6, pp. 93-114; ed. it.: pp. 82-103) si suddivide in 7 sottoparagrafi che trattano i seguenti argomenti:
1) “L’interpretazione di Pressac”;
2) “La destinazione d’uso dei Gasprüfer”;
3) “Il contesto storico”;
4) “Il contesto burocratico”;
5) “I problemi lasciati insoluti da Pressac”;
6) “Che cos’erano i Gasprüfer” (qui fornisco la mia «spiegazione alternativa»);
7) “Kurt Prüfer e i Gasprüfer”.
Lo sviluppo argomentativo è semplice e lineare: che cosa c’è di così difficile da capire?

L’ esposizione di Butz è per di più imprecisa, in quanto egli parla di «un documento» della Zentralbauleitung relativo a presunti «gas detectors», mentre i documenti in questione sono due: il telegramma alla Topf del 26 febbraio 1943, contenente la richiesta di «10 Gasprüfer» e la lettera, indirizzata parimenti alla Topf, del 2 marzo 1943, che menziona degli «Anzeigegeräte für Blausäure-Reste» (ma cita anche il telegramma suddetto). La ragione per cui egli insiste su tale questione è appunto il fatto che, al riguardo, lui ed io abbiamo avuto in passato un contrasto. Ma questo «nostro contrasto più recente» risale al 1998: valeva proprio la pena di riesumarlo?

Dato che Butz lo ha fatto, sarà bene spiegare sommariamente la natura di questo contrasto. Chi è interessato ad un approfondimento della questione può leggere il mio relativo articolo Osservazioni sull’articolo di A. Butz “Gas detectors in the Auschwitz crematorium II pubblicato in questo sito.

Premetto che Butz parte da due presupposti generali errati che inficiano già in principio le sue argomentazioni. Il primo è la congettura infondata che i Gasprüfer e gli Anzeigegeräte für Blausäure-Reste fossero dei «gas detectors», in particolare, dei rivelatori di vapori di acido cianidrico. In realtà, come ho dimostrato nell’opera summenzionata (ma già in precedenza nel quaderno I Gasprüfer di Auschwirz. Analisi storico-tecnica di una “prova definitiva”[6]), i “Gasprüfer” erano semplici analizzatori di gas combusti (vedi Figura 1).

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Figura 1

Figura 1 – Voce “Gasprüfer” del paragrafo “Misurazioni termoteciche /Analisi tecnica dei gas” del prestigioso Hütte. Des Ingenieurs Taschenbuch. Verlag W. Ernst & Sohn, Berlino, 1931, vol. I, p. 1013.

All’inizio degli anni Quaranta esistevano vari strumenti di tal fatta, dagli apparati per l’analisi dei gas combusti (Rauchgasanalyse-Anlagen) ai trasmettitori per % CO2 (Geber für die % CO2), agli indicatori per % CO2 e per % CO+H2 (Anzeiger für % CO2 e für % CO+H2). (vedi Figura 2).

Figura 2

Figura 2

Figura 2 – Gasprüfer” Siemens degli anni Trenta. Da: Alberto Cantagalli, Nozioni teorico-pratiche per i conduttori di caldaie e generatori di vapore. G. Lavagnolo Editore, Torino, 1940, p. 308. (Le didascalie sono state erroneamente invertite).

Gli Anzeigegeräte für Blausäure-Reste invece non erano nulla: essi non esistevano e non potevano esistere, perché il termine Anzeigegeräte rimanda ad “indicatori”, cioè a strumenti meccanici funzionanti in base a un principio fisico (esattamente come quelli mostrati nella figura 2), ma all’epoca la presenza di vapori di acido cianidrico poteva essere rilevata esclusivamente grazie alla prova del gas residuo (Gasrestprobe), che veniva effettuata con il Gasrestnachweisgerät für Zyklon (apparato per eseguire la prova del gas residuo per Zyklon [B]), il procedimento elaborato da Pertusi e Gastaldi e perfezionato da Sieverts e Hermsdorf che veniva messo in atto con reagenti chimici e cartine reattive contenuti in un’apposita cassettina (vedi Figura 3).

Figura 3

Figura 3

Figura 3 –  “Gasrestnachweisgerät für Zyklon” trovato dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945. Archivio del Museo di Stato di Auschwitz, negativo n. 627.

Questo apparato veniva normalmente venduto dalle due ditte tedesche distributrici dello Zyklon B, la Heerdt und Lingler (Heli) e la Tesch und Stabenow (Testa) (vedi Figura 4).  

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Figura 4

Figura 4

Figura 4a

Figura 4a

Figura 4 – Lettera della ditta Tesch & Stabenow all’amministrazione del KL Lublino del 29 luglio 1942. Archivio del Museo di Stato di Majdanek, I, d 2, vol. 1, p. 107.

Figura 4a –  Ingrandimento

Il secondo presupposto di Butz è l’ipotesi, altrettanto infondata, che esistesse «un rivelatore di gas diverso da quello impiegato nelle operazioni di disinfestazione con lo Zyklon» munito addirittura di allarme sonoro[7].

Poiché la prova del gas residuo si poteva effettuare soltanto con la procedura chimica del Gasrestnachweisgerät für Zyklon, all’atto pratico la congettura di Butz che questi presunti «gas detectors» servissero per l’incineritore dei rifiuti (Müllverbrennungsofen) del crematorio II di Birkenau (nell’ipotesi che vi potessero essere bruciati tessuti la cui combustione produce acido cianidrico), è incongrua e in contraddizione con la sua ammissione che «ad Auschwitz c’era una sezione speciale che aveva tutti i rivelatori di acido cianidrico necessari per quel tipo di impiego». Infatti, come ho spiegato nel mio studio (pp. 100-102; ed. it: pp. 90-92) l’acquisto e l’impiego di Zyklon B con annessi e connessi, inclusi gli apparati per eseguire la prova del gas residuo, erano di pertinenza dell’ SS-Standortartz (medico della guarnigione). Ciò rende completamente insensata la richiesta della Zentralbauleitung alla ditta Topf di Gasprüfer/Anzeigegeräte für Blausäure-Reste nell’ipotesi di Pressac e di Butz che fossero Gasrestnachweisgeräte, ossia apparati per la prova del gas residuo per acido cianidrico: se la Zentralbauleitung avesse avuto bisogno di tali apparati, sia, ipoteticamente, a scopo omicida per le presunte camere a gas, sia a scopo di controllo dell’incineritore per i rifiuti, li avrebbe chiesti al medico della guarnigione, rientrando essi nelle sue competenze istituzionali, non certo alla ditta Topf, che non li produceva, né li vendeva.

La congettura di Butz è inoltre a dir poco cervellotica, in quanto prescinde completamente dalla realtà storica, tecnica e documentaria. A suo favore non esiste neppure il più vago indizio e, come ho mostrato nel mio relativo articolo, non è minimamente suffragata dal contesto storico, tecnico e documentario.

A Butz sembra che io giri intorno alla sua teoria, ma riferendo il pericolo dello sviluppo di acido cianidrico alle cremazioni. La sua impressione è errata, perché non ho mai sostenuto una tale assurdità. Egli afferma poi che ho promesso due volte di «fornire una spiegazione alternativa» all’interpretazione di Pressac, mentre invece non l’avrei fatto. In realtà questa spiegazione, come ho già accennato, si trova nel sottoparagrafo 6, in particolare a p. 111 (p. 100 dell’edizione italiana), dove ho concluso che i 10 Gasprüfer erano, appunto, semplici analizzatori di gas combusti destinati ai 10 condotti del fumo (Rauchkanäle) dei crematori II e III.

Il crematorio II era entrato in funzione il 20 febbraio, ma a regime ridotto, perché la linea di alimentazione elettrica consentiva solo un «uso limitato delle macchine esistenti». I “Gasprüfer” servivano perciò a verificare se l’uso limitato degli impianti di tiraggio aspirato e delle soffierie consentiva ugualmente una combustione economicamente buona.

Ed essendo degli strumenti termotecnici, è ovvio che la Zentralbauleitung li avesse richiesti ad una ditta specializzata in impianti di combustione.

E la lettera del 2 marzo 1943, con i suoi fantomatici «Anzeigegeräte für Blausäure-Reste»?

Al riguardo ho precisato che

«se uno storico pretende che un documento fornisca la “prova definitiva di un fatto”, deve anche affrontare e risolvere tutti i problemi che esso comporta, e non gli è lecito sottrarsi a questo compito doveroso» (p. 112; ed. it. p. 101).

Ma né Pressac, né van Pelt, né Butz, né alcun altro hanno risolto questi problemi, che si possono sintetizzare così:

1) ad una richiesta di analizzatori di gas di combustione (Gasprüfer) della Zentralbauleitung alla Topf fa seguito, da parte di questa ditta, l’offerta di Anzeigegeräte für Blausäure-Reste, strumenti che non esistevano, né potevano esistere;

2) il presunto scopo della richiesta di questi strumenti, l’esecuzione della prova del gas residuo per acido cianidrico, è insensato e irrealizzabile, perché questa non poteva essere effettuata né con Gasprüfer, né con fantomatici Anzeigegeräte für Blausäure-Reste, ma esclusivamente con il Gasrestnachweisgerät für Zyklon;

3) stando all’interpretazione di Pressac e in pratica di Butz, la richiesta di pretesi apparati per la prova del gas residuo per acido cianidrico sarebbe stata fatta non già al medico della guarnigione, nelle cui competenze istituzionali rientravano, non già alle ditte che li producevano e li vendevano – la Degussa (Deutsche Gold- und Silber-Scheideanstalt), la Degesch (Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung), la Heli e la Testa – ma ad una ditta che si occupava di impianti di combustione![8]

Ed è chiaro che, finquando non sarà risolto l’enigma degli Anzeigegeräte für Blausäure-Reste, designazione, ribadisco, estranea a tutta la letteratura specialistica sulla desinfestazione e sul rilevamento di gas tossici, designazione che infatti appare soltanto nella lettera del 2 marzo 1943, non è possibile nessuna «spiegazione alternativa», ma solo perché non è possibile alcuna spiegazione. Quella di Pressac e soci è in effetti una falsa spiegazione, perché attribuisce un significato arbitrario (quello di apparati per la prova del gas residuo per acido cianidrico) ad una locuzione inventata che non significa nulla (Anzeigegeräte für Blausäure-Reste).

Quanto a Butz, il suo approccio a questo documento è tanto superficiale che egli ne riporta solo una traduzione in inglese, senza neppure menzionare l’enigmatica espressione tedesca “Anzeigegeräte für Blausäure-Reste”[9], anzi forzandola in un aleatorio «residual HCN detection devices»[10] (congegni di rilevazione di residui di HCN). In pratica egli elude completamente il problema essenziale di questo documento.

Sottolineando poi che «la teoria di Mattogno era che il documento “fu falsificato da un falsario ignorante”, mentre io congetturavo che la richiesta di rivelatori di gas cianidrico riguardasse l’incineritore per i rifiuti», senza spiegare minimamente le ragioni di quella ipotesi, e contrapponendovi la sua presunta spiegazione “alternativa”, Butz travisa completamente la mia esposizione, presentandomi, al pari di certi olo-apologeti, come uno che avesse dichiarato falso un documento di cui non riusciva a venire a capo, mentre in realtà tale ipotesi derivava dal contenuto palesemente assurdo del documento.

Per quanto riguarda il contenuto, infatti, il documento in questione non ha alcun valore, come non avrebbe valore un documento militare ufficiale che menzionasse un asino volante da combattimento. Ciò appunto intendevo con la conclusione:

«Per tutte queste ragioni la lettera della Topf del 2 marzo 1943 è quantomeno sospetta. Sebbene sembri formalmente autentica, il suo contenuto è completamente inattendibile».

Era tanto difficile da capire?

Il documento militare sarebbe formalmente autentico, ma che dire dell’asino volante da combattimento? Sarebbe troppo facile risolvere l’enigma pretendendo (come fanno, analogamente, Pressac e Butz riguardo agli “Anzeigegeräte”) che “asino volante” significhi, ad esempio, “elicottero”. Questa non sarebbe una spiegazione, ma una semplice scappatoia, come è una scappatoia identificare gli “Anzeigegeräte für Blausäure-Reste” con gli apparati di prova del gas residuo per acido cianidrico.

Dunque non è vero che io lascio la cosa «nella confusione»: è il documento stesso che genera confusione. Ciò è ammesso da Butz stesso, che, nella seconda edizione del suo libro, ha scritto:

«La lettera della Topf del 2 marzo 1943 è strana e per un certo tempo ho sospettato della sua autenticità»[11].

Il suo sospetto sarebbe stato fugato dalla sua «interpretazione alternativa», che però, come ho mostrato sopra, si limita semplicemente ad aggirare i problemi inerenti al documento.

Aggiungendo infine alle mie parole un inutile “[sic]”, Butz conferma di aver seri problemi di comprensione dei miei scritti, perché «tutte queste ragioni», che ho riassunto brevemente sopra, sono esposte alle pp. 111-112; ed. it.: pp. 100-101.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con una serena critica storiografica. E c’è da chiedersi per quale motivo Butz abbia voluto per forza recensire un libro contenente argomenti che, per sua stessa ammissione, egli può seguire solo con «grande difficoltà».

Nell’esame delle tesi di Crowell, Butz si sofferma a lungo sul cosiddetto War Refugee Board Report, la serie di rapporti di detenuti evasi da Auschwitz nel 1944 noti anche come “Protocolli di Auschwitz”. Di questo documento mi sono occupato anch’io, dedicandovi un paragrafo di poco più di 14 pagine (pp. 563-577; ed. it.: pp. 512-524). Il fatto che Butz non ne parli, pur essendo evidentemente interessato all’argomento, dà adito al sospetto che, del mio libro, egli abbia letto soltanto le 22 pagine summenzionate.

Stupisce inoltre che Butz abbia tralasciato un’altra questione importante sulla quale siamo in totale disaccordo: quella del “Vergasungskeller”. Nel libro in questione ho esaminato a fondo (pp. 55-69; ed. it.: pp. 46-59) la problematica legata a questo termine, che appare nella lettera della Zentralbauleitung all’SSBrigadeführer Kammler, capo del gruppo di uffici C dell’SS-WVHA, del 29 gennaio 1943 e che significa “scantinato di gasazione”. La mia conclusione, suffragata dal contesto storico-documentario, è che si trattava del progetto di una camera di disinfestazione di emergenza. Butz ritiene invece che il “Vergasungskeller” fosse un «gas shelter», cioè un rifugio antieareo a tenuta di gas[12]. Successivamente[13] Samuel Crowell sviluppò la tesi che gli “indizi criminali” di Pressac si potessero spiegare nel quadro di misure architettoniche antiaeree.

Alla luce dei documenti noti, questa interpretazione è completamente infondata, come ho abbondantemente dimostrato nel mio “scontro” con Crowell[14]. Basti semplicemente dire che le “Misure di protezione antiaerea nella guarnigione di Auschwitz” (Luftschutzmassnahmen im Stardort Auschwitz) furono ordinate solo il 16 novembre 1943, quando la costruzione dei crematori era ormai terminata (gli “indizi criminali” si situano nella prima metà del 1943); l’SS-Untersturmführer Heinrich Josten, nominato “Luftschutzleiter”, capo della protezione antiaerea[15], cominciò ad occuparsi di tale compito appunto dopo quella data.

Per quanto riguarda il “Vergasungskeller”, ho mostrato che in tutti i documenti di Auschwitz in cui appare il termine “Vergasung”, questo ha sempre ed esclusivamente una relazione con la disinfestazione (pp. 67-68; ed. it.: pp. 58-59). Per di più il termine tedesco che designa la protezione antigas è “Gasschutz” (come risulta già dal nome di una importante rivista specialistica degli anni Trenta: Gasschutz und Luftschutz, Protezione antigas e protezione antiaerea), sicché, eventualmente, il documento della Zentralbauleitung avrebbe menzionato una “Gasschutzkeller”, non certo una “Vergasungskeller”.

Qualcuno ha notato che nel mio libro Butz e Crowell non sono neppure nominati, sebbene van Pelt abbia criticato le loro tesi. Il motivo è appunto che considero le loro argomentazioni inconciliabili col contesto storico, tecnico e documentario, ossia storicamente, tecnicamente e documentariamente infondate, tali, dunque, da non apportare alcun contributo positivo alla critica delle posizioni di Pressac e van Pelt, all’interpretazione dei documenti e all’accertamento dei fatti.

Quanto alle mie interpretazioni, non pretendo certo che siano indiscutibili; mi limito invece a rilevare che sono le uniche a conciliarsi col contesto storico, tecnico e documentario.

In soccorso di Butz accorre prontamente Robert Faurisson, che scrive:

«Sono pienamente d’accordo con la tua recensione dei libri di Crowell e di Mattogno. Per quanto mi riguarda, io ho deciso di non scrivere nulla su Mattogno. Per moltissimo tempo mi è sembrato un uomo che soffriva di un terribile complesso perché non era uno studioso [scholar]. Questo già non è un segno di intelligenza. Apprezzerei più un muratore intelligente che parli di storia piuttosto che molti professori universitari che insegnano storia. Mattogno vuole mostrare che ciò che egli pensa è scienza, mentre invece è semplicemente scientifico. Egli rende ogni cosa complicata e questo è troppo cattivo per la nostra causa revisionistica. Per esempio, noi non abbiamo bisogno di pagine e pagine sulla cremazione o sui forni crematori. Il lettore potrebbe pensare: “Caro, questo è troppo complicato per me. Io non posso decidere se questi revisionisti hanno ragione o hanno torto. […]. Congratulazioni, caro Art»[16].

I due più noti revisionisti d’America e d’Europa coalizzati contro di me: non so se è un disonore o un onore. Aver approfondito con molteplici studi specifici “complicati” temi che Butz e Faurisson hanno appena accennato è un male per il revisionismo?

Lo scritto di Faurisson è animato da un astio personale evidente. A chi è interessato agli argomenti revisionistici i dissidi personali non interessano affatto, perciò non rispondo su questo piano. Mi limito soltanto a rilevare che la storia del mio presunto «terribile complesso» è francamente ridicola. Per quanto riguarda l’esempio addotto, se Pressac ha dedicato «pagine e pagine» alla questione della cremazione e dei forni crematori di Auschwitz, non vedo come si possa confutarlo senza dedicare «pagine e pagine» a quest’argomento.

Non credo che stia a Faurisson stabilire ciò di cui il revisionismo ha bisogno o non ha bisogno. Se egli ritiene che i suoi lettori abbiano bisogno di semplificazioni, buon per lui e per loro. Altri lettori vogliono invece andare a fondo, leggere anche testi più lunghi e articolati. Io spero di soddisfare le esigenze di questi lettori e credo di creare nel contempo non pochi grattacapi agli storici olocaustici.

Non vedo perché ci debba essere un contrasto tra queste due diverse prospettive, che sono semplicemente complementari: non contribuiscono entrambe alla “causa”?

 

                                                                                                      Carlo Mattogno

Note

[1] Pubblicato anche nella rivista on line “Inconvenient History”; testo disponibile in http://www.revblog.codoh.com/2011/09/two-cutting-edge-works-of-holocaust-revisionism/.
[2] Pubblicato in rete all’indirizzo: http://tinyurl.com/3nkfxrj e http://tinyurl.com/3jg7a4g
[3] http://tinyurl.com/3chu49w
[4] http://tinyurl.com/446mwng e http://tinyurl.com/3lj3bnr
[5] Nessun altro lettore con cui abbia avuto contatti diretti mi ha mai esposto lamentele di questo tipo. Alcuni, anzi, hanno compreso tanto bene i miei argomenti da sottopormi critiche costruttive e suggerimenti per migliorarli.
[6] I Quaderni di Auschwitz, n. 2. Effepi, Genova, 2004.
[7] «A “Criminal Trace”? Gas Detectors in Auschwitz Crematory II», in: The Journal of Historical Review, vol. 16, n.5, settembre-ottobre 1997, pp. 26-27.
Dall’inizio degli anni Trenta esisteva un “Gasspürergerät” (rivelatore di gas) Dräger-Schröter ideato per rivelare gli aggressivi chimici di guerra (ad es. iprite o fosgene) dopo un attacco aereo. Si trattava essenzialmente di un “tubetto di prova” contenente gel di silice nel quale veniva immessa l’aria esterna per mezzo di una piccola pompa. La colorazione del gel indicava il tipo di aggressivo. Esso poteva individuare anche l’acido cianidrico, ma in tal caso si serviva della consueta reazione di acetato di benzidina e acetato di rame (utilizzata normalmente nel Gasrestnachweisgerät für Zyklon), che faceva virare il tubetto al blu. G.Stampe, G.A.Schröter, F. Bangert, «Gasspürergerät Dräger-Schröter und seine Anwendung im Luftschutz», in: Gasschutz und Luftschutz, anno 4, n.1, 1934, pp. 16-19.
Un tale apparato non era specifico per l’acido cianidrico e non aveva nulla a che vedere con il rivelatore immaginato da Butz.
[8] Butz cerca di parare questa assurdità supponendo che la ditta Topf fosse implicata nell’uso di Zyklon B a scopo di disinfestazione per i silos da essa fabbricati, ma questa ipotesi è completamente infondata e non giustificherebbe la sua congettura neppure se fosse fondata, perché in tal caso la Topf avrebbe impiegato Gasrestnachweisgeräte für Zyklon, e la Zentralbauleitung non avrebbe avuto motivo di chiederli alla Topf invece che al medico della guarnigione di Auschwitz. Vedi il mio articolo Osservazioni sull’articolo di A. Butz “Gas detectors in the Auschwitz crematorium II.
[9] L’unica parola tedesca del documento che Butz abbia ritenuto degna di menzione è «wenn», «se».
[10] «A “Criminal Trace”? Gas Detectors in Auschwitz Crematory II», art. cit., p. 24. Così anche nell’ultima edizione del suo libro: The Hoax Of The Twentieth Century. The Case Against The Presumed Extermination Of European Jewry. Theses & Dissertations Press. Chicago, 2003, p. 434.
[11] The Hoax Of The Twentieth Century. The Case Against The Presumed Extermination Of European Jewry, op. cit., p. 436. L’argomentazione generale è esposta nel «Supplement 4: Zyklon B and Gas Detectors in Birkenau Crematorium II», pp. 431-439
[12] A. Butz, «Vergasungskeller», in: http://www.codoh.com/butz/di/dau/vk.html.
[13] L’ipotesi di Butz risale al 1996.
[14] «Leichenkeller di Birkenau: Gasschutzräume o Entwesungsräume?», in: http://vho.org/ITA/c/CM/leich-it.html; «Risposta ai “Comments” di Samuel Crowell sulla mia “Critique of The bomb shelter thesis”», in: http://vho.org/ITA/c/CM/risposta.html; «Auschwitz. La “Bomb shelter thesis” di Samuel Crowell: un’ ipotesi storicamente infondata», in: http://vho.org/ITA/c/CM/Crowell-critique-finale.html.
Questi articoli, al pari di tutti quelli che appaiono in italiano su siti americani, sono testi non destinati alla pubblicazione che dovevano semplicemente essere tradotti in inglese; per questa ragione contengono citazioni in inglese o tedesco non tradotte in italiano. La loro pubblicazione è dovuta ad un eccesso di zelo del compianto Russell Granata.
[15] Standortbefehl n. 51/43 del 16 novembre 1943.
[16] Testo in: http://groups.yahoo.com/group/ReportersNotebook/message/7445.(*)

(*) Fonte: http://andreacarancini.blogspot.it/2011/10/contro-carlo-mattogno-anche-il-fuoco.html

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Pubblicato il 06.02. 2016, alle ore 14,13
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