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Ago 17

1146 – Gianantonio Valli: jewish de­fense league, jewish defense organization,elenco (incompleto) degli atti di violenza, anche terroristica, e frode- 002

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parte – 002

Il post che segue è parte di una serie dedicata alle violenze sioniste.
Il brano è tratto dall’Opera del Dott. Gianantonio Valli “I complici di dio-Genesi del mondialismo

<<Opera chiusa il 20 aprile 2009 e dall’autore irritualmente dichiarata, per quanto il concetto di «umanità» gli ripugni in quanto flatus vocis e mistificante arma per uccidere i popoli, Patrimonio Intangibile dell’Umanità. Di conseguenza, ogni sua parte – considerazioni dell’autore, citazioni, tabelle e tavole comprese, delle quali l’autore assicura la conformità al vero per quanto gli è stato dato attingere – può essere ripro­dotta da chiunque per uso personale. Nel concreto, può essere fotocopiata, trascritta da amanuensi, archiviata, memorizzata à la Fahrenheit o trasmessa in qualsivoglia forma o mezzo: elettronico, meccanico, reprografico, digitale, in codice, rune, geroglifici o tavolette di terracotta. >>

Effepi Edizioni, Genova, 2009, pagg. 2408-2421 (ED).
Gli interessati all’opera possono richiederla
per posta a: effepi  Via B. Piovera 7/3 – 16149  Genova  (ITALIA)
per e-mail a: effepiedizioni@hotmail.com
per telefono: 010-6423334  –  338-9195220
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Immagine 1.Fuori testo. Click…

[Pagg. 2421-2437, ED] (…)
gennaio 1984
– A Colonia, in Terra Rieducata, il professore tedesco Hermann Grive, au­to­rità nel campo dell’ebraistica, viene ferito a morte da un colpo sparato da un membro del Kach. L’assassinio è in linea con l’ingiunzione talmudica che de­cre­ta la morte per i gentili che «carpiscono i segreti» dai Libri Sacri.

      6 febbraio 1984 – Un altro commando JDL aggredisce Zündel. Infuria­ti per il cor­done di poliziotti posto a protezione, i ragazzotti sfogano la rabbia su un cameraman che riprende la scena, picchiano i gior­na­listi e spaccano la telecamera.

      4 marzo 1984 – Sette civili arabi vengono mitragliati su un autobus nella «West Bank». La polizia israeliana arresta quattro persone, addestrate nei campi USA della JDL, due giunte da Los Ange­les e due da New York: Matthe­w Leibowitz (il cui bat­te­simo era stato anni prima il tentativo di «punire» lo studioso revisionista Arthur Butz, docente di Ingegneria Elettronica e Scienze Computeristiche alla Northwestern University di Evanston/Illinois e la cui opera, capitale degli studi revisionisti, è oggi vietata nel GROD e nel Libero Canada), Hazan Levi, Richter e Gu­zofsky. Il quinto terrorista, Craig Leitner, si fa confidente della polizia e, rilasciato su cauzione, fugge negli USA. Il 9 novembre Leibowitz viene condannato a quattro anni e tre mesi, Levi a ventun mesi, Richter (lo sparatore) a cinque anni di carcere più tre anni con la condizionale, Guzofsky viene assolto per insufficienza di prove (dovuta alla fuga di Leitner). La Corte Suprema, appellata dal governo per la mitezza delle senten­ze, condanna Leibowitz e Levi a tre anni con una condizionale aggiuntiva di due anni.

      luglio 1984 – Le elezioni portano Meir Kahane nell’undicesima Knesset con 25.907 voti (l’1,8% dei suffragi), ricevuti in 545 comuni soprattutto dai giovani. I suoi maggiori luogotenenti sono Avner Uzan, nato ad Hadera nel 1958, «Eli» il sefar­di­ta, nato in Israele nel 1955 da genitori provenienti da paesi arabi, Yehuda Richter, nato a Los Angeles nel 1962, e Gad Servetman, nato a Tel Aviv nel 1959. Già nel dicem­bre 1972 Kahane aveva proposto al diretto­rio, compo­sto da Yossi Schneider, Barak Ben-Amos, Vladimir Ziberleib e Yoel Lerner, la parte­ci­pazione alle competi­zioni elettorali. Nelle elezioni del 1973 aveva ricevuto 12.811 voti, lo 0,81%; nel 1977, 4396 voti, lo 0,25; nel 1981, 5128 voti, lo 0,26.

      4 luglio 1984 – Nel giorno sacro alle Libertà Americane, l’Istituto di Revisione Storica viene distrutto da un incendio di primo mattino. Nonostante i vetri infrangibili ed altri accorgimenti anti-vandali vanno in fumo migliaia di volumi per 300.000 dol­lari, registrazioni, insostituibili archivi e macchine per composizione per 100.000 dollari. Vengono inoltre danneggiate altre ditte adiacenti. Rubin definisce l’incendio – il peggior caso di arsione di libri avvenuto negli USA – «una vittoria per gli ebrei». Dal rogo si salva anche una copia del libro di Walter Sanning, che ci giungerà, brunita, dopo anni, con un biglietto del direttore Tom Marcellus: «Que­sta copia di The Dis­so­lution legger­mente danneg­gia­ta dal fumo è ciò che resta nel nostro magazzino. Nel caso non la volesse, può ritornarcela e restituiremo di buon grado la somma pagata o l’accredi­te­remo per un qualche acquisto futuro. Potreb­be essere interessato a sapere come que­sto libro è divenuto un vero so­pravvis­suto. Lo è diventato dopo l’attacco in­cendia­rio ai locali dell’IHR del 4 luglio 1984, che ha distrutto quasi interamente le nostre gia­cenze di libri e di nastri. Il libro resta quindi a memoria degli sforzi e del punto a cui qualcuno vuole arrivare per reprimere la storia revisionista». Dob­biamo quindi essere noi – proprio noi! – a ri-rammentare agli Ster­mi­nazionisti l­’incipit di Moshe Carmilly-Weinberger al volume di William Popper sul­la pluriseco­lare cen­sura da parte cristiana: «Le idee, buone o cattive che siano, non possono essere soppresse dal rogo dei libri. La censu­ra è un segno di paura e di debolezza. Il dialogo e la persuasione sono gli unici mezzi coi quali un idea può essere contesta­ta o difesa. La vera democrazia è costruita sulla libera espressione e sul libero pensiero. Gli esseri umani non devono essere privati di tali diritti fonda­men­ta­li. La storia dell’umanità rivela l’ardua lotta per questi diritti attraverso gli ultimi due millenni»? Dob­biamo essere noi – proprio noi! – a rammen­ta­re l’alto moni­to di Hein­rich Heine, poe­ta ebreo in Germania: «Là dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini»? (nel poema Almansor). Irving Rubin, pur negando ogni responsabili­tà, dichiara che dell’attentato è autore certo Larry Winston (nato Joel Cohen), già attivista JDL.

      13 luglio 1984 – L’Association pour la défense de la mémoire du maréchal Pétain pubblica su le Monde una pagina dal titolo «Français vous avez la mémoire courte», composta da Jacques Isorni, il coraggioso avvocato difensore del capo dell’État Français, e firmata da François Lehideux, presidente dell’ADMP, e Hubert Massol, presidente dell’Association Pétain-Verdun. Il manifesto si propone di suscitare un dibattito sull’operato di Pétain. Dopo una prima democanea, il 10 ottobre l’Associa­tion des anciens combat­tants de la Rési­stance denuncia gli autori per apologia di «collabora­zione col nemico». Pur avendo, il 29 maggio 1985, il procuratore della Repubblica richiesto un non-luogo a procede­re, il 4 giugno gli imputati sono rinviati a giudizio, ma assolti il 27 giugno. I querelanti inoltrano appello. L’8 luglio 1987 la Corte d’Appello di Parigi riforma la sentenza, motivando che l’esposto dell’A­NARC non avrebbe dovuto essere accolto per infondatezza. L’indomani, i «resistenti» si appellano alla Cassazione. Il 20 dicembre 1988 la Cassazione annulla la sentenza e rinvia l’affaire alla Corte d’Appello; dopo un’ora di udienza e 42 giorni di consiglio, il 26 gennaio 1990 gli imputati vengono dannati all’ammenda di 1 franco di danni e interessi e ricorrono in appello. Il 16 dicembre 1993 la Corte di Cassazione rigetta la revisione, inducendo gli imputati ad appellarsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il 24 giugno 1996 i giudici europei accettano di giudicare l’affaire, in quanto rilevano nell’operato di Parigi una palese violazione del diritto alla libertà di parola. Ultimo atto: il 23 settembre 1998 la Corte condanna Parigi a versa­re 100.000 franchi agli eredi di Isorni e Lehideux. Immediata la replica del ministro della Giusti­zia Elisabeth Guigou: «amichevoli consi­gli» rivolti alla stampa soffocano la notizia, vera e propria bomba anti-liberticida. Soltanto il periodico di destra Présent e qualche foglio minore informano dello smacco il Popolo Sovrano.

      27 luglio 1984 – Il dottor Ashley riceve continue minacce di attentati contro la sua casa. Dopo pochi giorni una registrazione telefonica identifica l’autore, tale Michael S. Canale, membro della JDL, che viene arrestato.

      26 agosto 1984 – Avner Uzan minaccia i deputati Mordechai Virshubski (al quale promette di tagliare la lingua), Yair Tzaban, Mordechai Bar-Or e Beni Shalita, in visita di controllo delle condizioni dei detenuti palestinesi, chiamandoli complici dei terroristi. Nel processo, che si apre il 30 novembre, Uzan è difeso dall’avvocato Meir Schechter (altri legali della JDL sono il «bulgaro» Rahamim Cohen e l’avvoca­tessa Leorit Daniel). Il 12 febbraio 1985 il giovane viene condannato a quattro mesi di carcere, ad altri quattro con la condizionale e a 50.000 lire di multa. «Solo un passo» – dichiara il giudice – «separa la violenza verbale da quella fisica, e [in ogni caso la violenza anche solo verba­le] mina le fondamenta di una società illuminata».

      settembre 1984 – Nell’abitazione di Ernst Zündel viene lanciato uno shrapnel, che frantuma mobili e pareti. Il gruppo The People’s Liberation Army of the Jewish Defense League, Armata Popolare di Li­be­razione della JDL, rivendica l’atto.

      novembre 1984 – Un colpo d’arma da fuoco viene sparato nell’abitazione del giornalista Ti­mothy Pike, che indaga sulle vicende terroristiche di Mordechai Levy.

      3 dicembre 1984 – L’apposita commissione della Knesset rifiuta di inserire tra i progetti di legge la proposta, basata su passi biblici tra cui Levitico XX, avanzata da Kahane per «prevenire l’assimilazione tra ebrei e non-ebrei e per la santità del popolo ebraico». Stessa fine fa nei mesi seguenti una proposta «sulla cittadinanza israeliana e per un accordo di trasferimento di popolazione fra ebrei ed arabi».

      18 dicembre 1984 – Un’altra commissione vota, 12 voti contro 8, per la restrizio­ne della immunità parlamentare a Kahane a causa del suo «razzismo». Il giorno 25 l’Assemblea approva a scrutinio segreto (58 voti contro 36) limitazioni della libertà di movimento di Kahane (già nel settembre 1972 le autorità militari gli aveva­no proibito di entrare a Gaza e nei Territori Occupati). Il deputato likudico Ronni Milo definisce il rabbino: «Ai miei occhi Kahane è un razzista, il cui modo di agire e di parlare è abominevole […] Forse dovremmo sospendere la decisione e provvedere che prima di un nuovo giudizio venga inviato in osservazione psichiatri­ca. Dovrem­mo avere una perizia psichiatrica, perché l’uomo è pazzo». Il Procuratore Generale Yitzhak Zamir, che aveva definito il kahanismo «fenomeno malsano, ma marginale e non perico­lo­so», cambia parere e cita un giudizio di Zvi Berenson, della Corte Suprema: l’odio dello straniero distrugge nell’odiatore l’immagine di Dio. Nell’aprile 1985 l’Alta Corte di Giustizia rigetta l’appello di Kahane alla revisione della sentenza e lo condanna a 500.000 lire di spese processuali.

      1985 – Un rapporto FBI classifica la JDL come il secondo più attivo gruppo ter­ro­rista degli States (al primo posto si pongono i portoricani), attribuendole trentasette tra attenta­ti, incendi e aggressioni dal 1977 al 1984.

      gennaio 1985 – Un gruppo di teppisti JDL aggredisce Zündel, il suo avvoca­to e la segretaria di questi mentre entrano nel tribunale della contea di York. Secondo il sergente Michael Thompson della polizia di Toronto il boss JDL Marvin Weinstein (noto anche con l’ebraico nome di Meir Halevi) assale i tre con pugni e cal­ci. Il giudice goyish Hugh Locke, che in precedenza aveva definito «sincero» un membro JDL ac­cusato di avere scagliato bombe, rimprovera Zündel per avere «pro­vo­ca­to» la Lega portando in capo un elmetto di plastica a protezione di aggressio­ni. Il processo di secondo grado, apertosi il 18 gennaio 1988 sotto la presidenza di Ron Thomas, amico di Locke, si chiuderà come il primo con la con­dan­na di Zündel per «diffusione di notizie false»; il ricorso alla Corte Suprema annullerà il 27 agosto 1992 la sentenza, dichiarando incostituzionale la legge che l’aveva condannato.

      febbraio 1985 – Un insegnante negro che dovrebbe tenere una conferenza sul sio­ni­smo all’università di San Josè viene minacciato da Levy e annulla la seduta.

      aprile 1985 – Per due volte il dottor Charles Weber di Tulsa, Oklahoma, autore di The Holocaust – 120 Questions and Answers, si vede fracassare l’automobile. La seconda volta, la JDL annuncia una più dura punizione con attentati esplosivi.

      15 maggio 1985 – Una bomba esplode davanti alla porta d’ingresso dell’abitazio­ne del dottor Ashley, men­tre la sigla JDL viene spruzzata sul passaggio pedonale. Rubin di­chiara: «Mi spiace molto [it’s too bad] che Ashley non sia saltato in aria».

      8 maggio 1985 – Durante il tradizionale corteo di Giovanna d’Arco, un ufficiale di polizia rimasto isolato, in contatto radio coi superiori, viene aggredito da Raphaël Benisti, Stéphane Choukroun, Alain Figlarz e Thierry Smadja. Malgrado la «scusa» che pensavano trattarsi di un militante del Front National, i quattro vengono incrimi­na­ti per insulti e lesioni. Il caso viene chiuso qualche mese dopo, avendo il giudice istruttore ritenuto «inopportuno» il proseguimento giudiziario.

      5 giugno 1985 – La JDL fa saltare con la dinamite i locali del German-American National Politi­cal Action Committee a Santa Monica causando danni per 50.000 dolla­ri. Nello stesso mese la Knesset bonniana vara la legge di modifica del Codice Penale n.21, che al­l’ar­t. 194, commi 1 e 2, punisce d’ufficio la negazione e la «minimiz­za­zione» dei «crimini» commessi sotto la Gewalt- und Willkürherrschaft (tirannia) na­zionalso­ciali­sta; i nuovi crimini di opinione e parola vengono da allora popolar­mente bollati quale «Auschwitz-Lüge, menzogna su Auschwitz».

      23 luglio 1985 – Il centro di accoglienza mormone di New York viene minacciato telefonica­mente: «I mormoni devono andarsene da Israele o li faremo saltare».

      28 luglio 1985 – Duecento mormoni di College Park, Maryland, vengono fatti sgomberare dopo un avvertimento JDL che cinque bombe sono piazza­te nella chiesa.

      30 luglio 1985 – Irving Rubin chiede che le autorità di Torrance allontanino dalla città l’Istitu­to di Revisione Storica. In caso contrario minaccia disordini pubblici.

      7 agosto 1985 – In un discorso davanti a quarantacinque persone nella sinagoga di Passaic, New Jersey, Mordechai Levy, che ha reso autonoma la sua JDO dall’or­ga­nizzazione di Kahane (quattro anni dopo sparerà addirittura addosso ad un gruppo di membri JDL presentatiglisi alla porta), denuncia e minaccia di morte Soobzokov.

      14 agosto 1985 – Il sessantunenne Soobzokov, da otto anni minacciato di morte, vie­ne fatto oggetto di un attentato esplosivo nella sua casa di Paterson. Ospedalizzato in gravi condizioni, gli viene amputata una gamba. Feriti sono anche la moglie, la figlia e il nipote di quattro anni. Levy commenta: «It couldn’t have happened to a nice guy, Non sarebbe successo a una brava persona», continuando: «Al posto di per­de­re le gambe sarebbe stato meglio avesse perso la vita». Il 6 settembre Levy viene accontentato: Soobzokov muore in seguito alle lesioni riportate. Apprendendone il decesso il sionista dichiara: «We might have a victory celebration, Possiamo festeg­gia­re la vittoria». Gli amici di Soobzokov vengono insultati da Levy che appena una settimana dopo il decesso si vanta di non essere stato indagato dal­l’FBI. Gerald Margolis, direttore del Simon Wiesenthal Center, il quale dichiara di deplo­ra­re l’attentato, sette mesi prima ha patrocinato il telefilm The Execution, prodotto dal Centro e proiettato sulle reti nazionali, nel quale si approva l’assassinio di un accusato per «crimini di guerra» da par­te di olovendicatori.

      16 agosto 1985 – Una bomba JDL, piazzata nei locali dell’Ameri­can-Arab Anti-Discrimina­tion Committee (che raccoglie 16.000 asso­ciati) del New England, fe­ri­sce due poliziotti artificieri, uno dei quali, il quarantenne Randolph LaMattina, grave­men­te. Tre anni prima il Comitato aveva pubblicato un rapporto sul terrorismo JDL, chiamando in causa funzionari fede­ra­li e chiedendo una commis­sione d’inchiesta. Ken­neth Sidman, capo bostoniano JDL approva l’at­ten­tato: «If something bad happens to them, that’s good», «Se capita loro qualcosa di spiacevole, va bene».

      30 agosto 1985 – In un discorso davanti a cinquanta persone a Old Westbury Levy attacca il lituano anticomunista Elmars Sprogis, giunto negli USA nel 1950 e natu­ralizzato americano. Nel 1982 Sprogis viene accusato di «crimini di guerra» dall’Immigra­tion and Naturalization Service, ma viene riconosciuto innocente.

      7 settembre 1985 – Alle 04.30 un incendio diversivo viene appiccato sul retro della casa di Sprogis a Brentwood, Long Island. Un passante di ventitré anni, Robert Seiford, corre a sveglia­re la famiglia. Quando lo sventurato apre la porta d’ingresso per porla in salvo, una bomba esplode, mutilandolo alle gambe. Levy si vanta con un giornalista di Newsday che il suo discorso ha «ispirato» l’atten­ta­to; il suo socio Fern Rosenblatt definisce l’attentato «a brave and noble act, azione corag­giosa e nobile». Sprogis viene riconosciuto estraneo ad ogni «crimine di guerra» an­che dal tribunale distrettuale. La sentenza viene poi confermata da un tribunale federale.

      11 ottobre 1985 – Una bomba di «provenienza sconosciuta» esplode all’apertura dell’ufficio dell’Arab-American Anti-Discrimination Committee di Santa Ana, Cali­for­nia. Ricoverato in ospedale, il quarantunenne Alex Odeh, portavoce del­l’or­ganizzazio­ne che il giorno precedente ha definito alla televisione «uomo di pace» il capo della OLP Arafat, muore sul tavolo chirurgi­co. L’onnipresente Irving Rubin, intervistato, afferma che il suo gruppo non ha niente a che vedere con l’attentato, aggiungendo che comunque egli «non avrebbe versato una lacrima per la morte di un sostenitore della OLP». Shelley Rubin, moglie di Irving, ribadisce, pur affermando che la JDL non fa esplodere bombe né lancia minacce, di non dispiacersi per nulla della morte di Odeh, che lascia la moglie Nora e tre piccole figlie. Nel 1988 l’FBI identifica quali assassini tre membri JDL, fuggiti in Israele. Se Keith Fuchs e Andy Green riescono a sfuggire alla giustizia americana, dopo un estenuante braccio di ferro con le autorità israeliane Robert Manning viene estradato nel luglio 1993. Come dice di lui Irv Rubin, Manning è «proprio un bravo ragazzo. L’ho visto combattere. Ci siamo azzuffati coi nazi nelle strade, e anche con gli arabi. Era un ragazzo davve­ro vivace, a pretty strong boy. I’ve seen him fight. We tan­gled with Nazis in the streets, Arabs in the streets. He was a real active guy».

      Undici anni dopo, nel febbraio 1997, la statua eretta a ricordo di Odeh davanti alla biblioteca pubblica Santa Ana Central Library, viene trovata imbrattata di vernice rossa, verosimilmente per mano dei Soliti Noti.

      novembre 1985 – In un rione di Brooklyn vengono distrutte le vetrine di diciotto negozi con proprietari ebrei. Mentre il New York Times prudenteggia con l’ipotesi di una banda di giovinastri goyish, l’Arruolato Don Hikind, esponente della locale Co­munità, si dice «certo al 95%» che autori del misfatto sono stati dei coscienti e rabbiosi «antise­mi­ti». Le indagini portano però all’arresto e alla confessione del confratello Gary Dworkin. Il quale, scusa il NYT, «has a history of psychologi­cal problems, ha una storia di problemi psicologici».

      27 maggio 1986 – Dopo essere stati indicati come «antisemiti» dall’JDL Victor Vancier, vengono assassinati a pugnalate in casa loro il sessantacin­quenne Ismail Faruqui, docente palestinese all’Università del Tempio di Filadelfia, e la moglie Lois, mentre un figlio viene gravemente ferito. Fortemente sospettata del fatto è la JDL.

      20 ottobre 1986 – Attentato dinamitardo JDL alla Avery Fisher Hall poche ore prima dello spettacolo tenuto dalla Sinfonia di Stato di Mosca.

      gennaio 1987 – Un rapporto del ministero dell’Energia dal titolo Terrorism in the United States and the Potential Threat to Nuclear Facilities, rileva non solo come la JDL abbia attac­cato negli USA obiettivi arabi, iraniani, iracheni, egiziani, palestinesi, libanesi, francesi e tedeschi, ma anche come abbia colonne operanti all’estero (Fran­cia, Inghilterra, Italia e Israele). L’uso di esplosivi «is the JDL’s favorite tactic», registrando il 78% degli attentati; «gli obiettivi comprendono oggi presunti vecchi nazisti e criminali di guerra; istituzioni e singoli individui palestinesi e arabi; e individui o cosiddetti centri di ricerca sull’Olocausto i quali diffondono idee che mini­mizzano le dimensioni di quanto gli ebrei hanno patito, promoting views about the Holocaust that minimize the dimensions of Jewish suffering».

      1° aprile 1987 – Una dozzina di agenti federali irrompe nell’abitazione del ses­san­tenne Murray Young, sequestrando diciassette armi da fuoco, tra cui numerosi fu­cili e una pistola mitragliatrice Uzi, documenti bancari, liste di membri JDL e piani per dinamitare sedi di organizzazioni collegate con l’URSS.

      maggio 1987 – Mentre imbuca una lettera per Young (arre­sta­to e rimesso in li­ber­tà dietro cauzione di un milione di dollari), nella quale lo avverte di stare tranquillo e che sarebbe stato prosciolto, viene arrestato il trentatreenne Victor Vancier, nato Chaim Ben Yosef, insieme al ventitre­en­ne Jay Cohen e al qua­ran­taquattrenne Sharon Katz. I primi vengono rimessi in libertà senza cauzione, il terzo dietro versamento di centomila dollari. Quali le accuse? Avere provocato venti feriti nel corso di «atti di protesta» antisovie­ti­ca: lancio di bombe incendiarie in un complesso residenziale sovietico nel Bronx nel 1984; duplice lancio di bombe contro la vettura di Walter Berk, ex dirigente ADL; lancio di bombe incen­diarie contro un aereo della Pan Am all’aeroporto Kennedy nel 1986; lan­cio di bombe incendiarie con­tro la Avery Fisher Hall nel 1986 per interrompere un concerto della Sinfonia di Sta­to Sovietica; lancio di lacrimo­ge­ni, sempre nel 1986, nella Metropolitan Ope­ra House durante una rappresenta­zio­ne della Compa­gnia di Danza Moiseyev. In otto­bre Young viene condannato a cinque anni, Vancier a dieci.

      12 luglio 1987 – Il professor Faurisson viene aggredito e contuso, presso lo Sporting Club di Vichy, dal ventiquat­trenne arruolato Nicolas Ullmann.

      19 novembre 1987 – Il Washington Post pubblica stralci di un rapporto FBI, che imputa a terroristi ebrei 24 attentati compiuti dal 1981 al 1986, 17 dei quali JDL.

      12 dicembre 1987 – Durante una conferenza alla Sorbona, adepti di una milizia ebraica feriscono gravemente il revisionista Henry Chauveau, bastonando anche Mi­chel Sergent, Pierre Guillaume, il belga Freddy Storer e il professor Faurisson. Uno degli aggressori, fermato dagli addetti alla vigilanza dell’ateneo, viene subito fatto rilasciare da un agente in borghese il quale, non contento della demoprodezza, se la prende con gli aggrediti, cacciando dall’università il professor Faurisson.

      30 dicembre 1987 – Assalto e saccheggio della sede del settimanale National-Hebdo, rue de Courcelles, da parte di quindici giovani incappucciati. L’azione viene rivendicata dalla fin’allora ignota OJC Organisation juive de combat.

      1988-89 – Numerosi attentati contro intellettuali e politici legati alla sinistra israeliani vengono rivendicati da un gruppo che si denomina «Spada di Gedeone». Di­verse bombe vengono fatte scoppiare presso chiese e moschee a Gerusalemme, riven­di­cate dal gruppo TNT, acronimo per Terror Neged Terror, Terrore contro Terrore.

      14 gennaio 1988 – Il professor Jean-Paul Allard viene bastonato a sangue da un commando che gli tende un’imboscata nel parcheggio dell’uni­versità di Lione 3. L’aggressio­ne, rivendicata dalla OJC, consegue al fatto che nel giugno 1985 Allard ha presieduto la commissione d’esame della tesi del revisionista Henry Roques sulle «confessioni» di Gerstein; nel medesimo anno la tesi era stata annullata su iniziativa del ministro delle Università Alain Devaquet.

      27 gennaio 1988 – Attacco simultaneo alle non-conformi librerie Ogmios, rue des Pyramides, Parigi I, e Bleu-Blanc-Rouge, avenue de la Motte-Picquet, Parigi XV, ove l’impiegato Alain Molitor viene colpito alla testa con spranghe.

      10 febbraio 1988 – Viene data alle fiamme l’auto di Ernst Nolte, parcheggiata alla Libera Università di Berlino. Rivendicazione «anonima»: «Attacchiamo Nolte perché è uno di quegli indivi­dui che impersona la continuità del fascismo».

      25 aprile 1988 – Un commando di «sionisti duri», mascherato e armato di manganelli, devasta le sedi dell’UNEF, dell’Union des étudiants communistes, dell’U­nion des étudiants marocains e di altri locali dell’Università di Jussieu.

      1° maggio 1988 – Quattro attentati contro altrettante sedi del Front National vengo­no rivendicati dalla OJC.

      8 maggio 1988 – Aggressione al tradizionale corteo di Giovanna d’Arco da parte della OJC: otto feriti gravi, di cui uno in coma. La polizia, che registra anch’essa feriti, arresta gli ebrei Gilles e Norbert Allouche, Paul Bismuth e Habib Meyer. Rilasciati entro un mese, il processo si apre quasi due anni dopo, il 20 febbraio 1990, ed esita in una mite condanna al pagamento dei danni.

      18 luglio 1988 – Alle 04.15 della notte, ad Eckville, nello stato canadese dell’Al­berta, «ignoti» mettono a fuoco, distruggendola completamente, la casa del revisioni­sta James Keegstra, che scampa a stento alla morte con la famiglia.

      23 agosto 1988 – Sotto il titolo «Diritti umani, garanzie individuali», l’art. 1 della legge 23.593 varata dal parlamento argentino si sforza di definire l’elastico concetto di discri­minazione, prevedendo un’ag­gra­vante di pena quando il «delitto» sia stato compiuto per motivi razziali, religiosi o di nazionalità. L’art. 3 prevede: «Saranno puniti col carcere da un mese a tre anni coloro che parteciperanno ad una organizza­zione o produrranno una propaganda fon­data su idee o teorie di superiorità di una razza o di un gruppo di persone di una data religione, origine etnica o colore, che abbiano per obiettivo la giustificazione o la promozione della discriminazio­ne razziale o religiosa sotto qualsiasi forma. Incorreranno nelle stesse pene coloro che, con qualsiasi mezzo, inciteranno alla persecuzione o all’odio di una persona o di gruppi di persone a causa della loro razza, religione, nazionalità o idee politiche».

      7 settembre 1988 – Dieci anni dopo la prima, altra devastazione della sede FN di rue Bernouilli, con furto di documenti e denaro. Azione rivendicata dalla OJD.

      9 novembre 1988 – Dopo una serie di processi per opinioni nazionali­ste, il presi­dente dell’NPD Natio­nal­demokratische Partei Deutsch­lands Gün­ter Deckert, 52 anni, docente di liceo, viene licenziato in tronco e privato del diritto alla pensione.

      metà febbraio 1989 – Dietro minacce della JDL due hotel, il Red Lion e l’Holi­day Inn, disdicono i locali per la Nona Conferenza dell’IHR, prevista in tre giornate. Coraggiosamente li mette a disposizione Joe Bischof, proprietario dell’Old World Village, che viene insultato da Rubin.

      5 maggio 1989 – Dopo ripetute minacce da parte dei Soliti Noti, nella notte tra il 4 e il 5 maggio un attentato incendiario devasta a Milano la libreria La Bottega del Fan­tastico, di cui è compro­prietario Marco Bat­tar­ra, redattore del men­sile Orion e collaboratore delle non-conformi Edizioni Barbarossa. Dall’e­dito­riale del periodico: «Libertà sio­nista di incendiare librerie – Libertà delle forze antimondia­liste di farsi bruciare le libreria – Libertà della polizia di non arrestare i colpevoli individuati – Libertà delle “coscienze democratiche” di non denunciare vigo­rosamente l’accaduto come un atten­ta­to alla libertà – Libertà, libertà… […] Alcuni testimoni vedono gli autori del fatto e uno, dopo essersi fatto passare un pezzo di carta e una penna da una signora che richiamata dal trambusto si è affacciata al bal­co­ne (e anch’essa, come altri, ha assistito alla scena), prende il numero di targa della macchina con cui si allontanano gli autori dell’attentato incendiario, per compiere il quale è stata usata una tanica di benzina. Arrivano pompieri e polizia. Il testimone consegna il foglio di carta con il numero di targa alla polizia, la quale ricopia sul proprio verbale il numero, fa a pezzi il biglietto e lo getta via (una mano amica recu­pererà i pezzetti di carta…). Nei giorni che seguono la polizia (DIGOS) è euforica. Con i numerosi testimoni e con il numero di targa gli attentatori saranno senza dub­bio individuati e assicurati alla giustizia. Marco Battarra viene convocato in Questura e, sentito sui possibili responsabili, fa presente che già un anno prima aveva deposita­to presso quello stesso ufficio una documentata e circostanziata denun­cia (con tanto di fotografie) circa le minacce subite da [parte di] un circolo sionista di Milano. Le minacce telefoniche e scritte cominciarono dopo che la libreria espose un manifesto di solidarietà con il popolo palestinese. A questo punto la DIGOS co­min­cia ad essere un po’ meno sicura di poter individuare i colpevoli. Se si tratta di assicurare alla giustizia qualche comunista o qualche fascista va bene… Ma qui pare proprio che la questione sia complicata. Le indagini si insabbiano. Tutto a vantaggio della libertà democratica, ovviamente: libertà di incendiare librerie, libertà di farsele incendiare, libertà di non perseguire gli autori, libertà di denunciare ciò che sta accadendo…».

      12-18 maggio 1989 – Al Salone del Libro di Torino sono presenti le Edizioni al­l’insegna del Veltro, che espongono anche i libri revisionisti della casa editrice La Sfinge, in massima parte di Carlo Mattogno. L’oloscampa­ta Giu­liana Tede­schi, autri­ce delle «memorie» C’è un punto della terra… – Una donna nel lager di Birkenau, capeggia un gruppo di individui, arruolatici e non (tra cui A. Allegri, Walter Bar­beris, Marco Contini, Roberto Cotroneo, Carlo Feltri­nelli, Carlo Ginzburg, Maria Ginzburg, Natalia Ginzburg, Franco Mar­gal­di, Paolo Melotti, Alessandra Santerini, Francesca Zannese), i quali, assediato lo stand e non potendo decente­mente mandare al rogo i libri incriminati, emettono un indignato comunicato, indigna­tamente ripreso dalla demo­stampa e messo in bella mostra in bacheca (il controco­municato delle Edizioni all’insegna del Veltro viene tosto asportato). Mentre viene diffuso tra i presenti un questionario di condanna del revisionismo storico, la giornalista Giulia­na Martinat preannuncia su la Repubblica, per il Salone 1990, «un minimo di filtro» preliminare nell’ac­cet­ta­zione delle case editrici.

      26 maggio 1989 – Un commando «antifascista» incendia nelle prime ore della not­te i locali della non-conforme casa editrice e centro librario antiquario Uwe Berg a Toppenstedt, nella Lüneburger Heide. Solo il coraggio dei vicini ed il pronto inter­ven­to dei pompieri evitano la distruzione dei locali e della vicina casa in cui dormono i coniugi Berg e i loro otto figli. Il tetto, le finestre e le pareti vengono riparati; distrutti restano le apparecchiature computeristiche e gli schedari clienti, oltre a 25.000 volumi senza copertura assicurativa, per un danno di oltre 150.000 ma­rchi. Degli autori del demoattentato, nessuna traccia. Né allora né mai.

      10 agosto 1989 – Mordechai Levy viene arrestato dopo che, salito sul tetto della sua abitazione di Blecker Street 6 al Greenwich Village, ha ferito un anziano fermo nella sua auto con un colpo del proprio fucile di precisione. La ragione del gesto? Nessuna. O meglio: citato in giudizio per diffamazione da Irving Rubin, capo della rivale JDL, il Nostro si è un po’ squilibrato e si è messo in mente di liquidare i conti col rivale a suon di pallottole. Attraverso le deposizioni di Irwin Sual e Gail Gans, il processo al trentenne pazzoide, accusato di tenta­to omicidio, violenza di primo grado e perico­lo­si­tà sociale porta inoltre alla luce i legami della JDO con la «rispettabile» ADL. Verrà condannato a quattro anni e mezzo per il ferimento.

      16 settembre 1989 – Una decina di giorni dopo l’annuncio di Mosca che la Croce Rossa Internazionale sarebbe stata autorizzata a microfilmare i registri dei decessi di Auschwitz sequestrati e segretati per 55 anni, scatta la sesta, gravissima aggressione al professor Faurisson da parte dei Fils de la memoire juive, a tutt’oggi impuniti.

      3 ottobre 1989 – Invitato dall’emittente Freies Berlin ad un dibattito televisivo sulla politica ebraica del Terzo Reich, nel programma Berliner Salon col franco ster­minazionista Eberhard Jäckel e col para-revisionista Arno Mayer, il «revisio­nista-suo-malgrado» David Irving («the reluctant revisionist», lo dice il professor Faurisson) si vede annullare l’invito dagli organizzatori su pressione dei due co-invitati. Senza peli sulla lingua, in una conferenza stampa all’hotel Kempinski lo storico sferza i colleghi, in particolare i tedeschi, come individui bugiardi e vili.

      16 ottobre 1989 – Devastante attentato esplosivo, rivendicato dalla OJC, contro la sede del periodico Le choc du mois, rue Jean-Jacques Rousseau, Parigi I.

      autunno 1989 – In occasione della polemica intentata dall’ebraismo internaziona­le contro l’epi­scopato polacco e il Vaticano, accusati di «offesa alla memoria dei morti» e «de-ebraicizzare l’Olocausto» per non avere allon­ta­nato dal campo di Ausch­witz la spa­ru­ta congrega­zione di suore del Carmelo che vi si trova (tra i più attivi sono il rabbino Avraham Weiss, amico di Levy, ed Elan Stein­berg, diret­tore ese­cutivo del World Jewi­sh Congress), il capo JDO è tra i più virulenti.

      6 febbraio 1990 – Esagitati tagarici aggrediscono a Parigi il belga Olivier Mathieu e la fidanzata durante un’intervista televisiva nel programma Ciel mon mardi di TF1, dopo che il loro patron Jean-Pierre Bloch, presidente LICA e B’nai B’rith, si è scagliato sul revisionista urlando: «Sei un essere abietto, meriti un paio di ceffoni». Intervenuti in difesa di Mathieu alcuni suoi amici, gli scontri proseguono per le strade al grido «Israël vaincra!». Due settimane più tardi uno degli aggresso­ri, Patrick Genthner, guardia del corpo di Jean-Pierre Pierre-Bloch e ispettore di polizia distaccato presso il municipio di Parigi, partecipa impunemente al processo ai terrori­sti OJD aggressori dell’Oeuvre française nel 1988.

      1° marzo 1990 – Il trentanovenne Bernard Notin, docente di Economia a Lione III, si vede inter­rom­pere le lezioni da una cinquantina di individui, tra cui adepti dell’UEJF Union des Etudiants Juifs de France capeggiati da Marc Rochman, loro pre­si­dente nazionale, Daniel Drai, segretario della sezione lio­nese, Jean Lévy, presi­dente del CRIF Conseil représentatif des institutions juives de France di Lione, Marc Aron, già capo della sezione eu­ropea del WJC, e da tali oloscampate Lagrange e Kle­bin­der. La colpa: avere pubblicato nell’agosto 1989 su Economies et socié­tés, la rivista dell’Istituto di Scienze Matematiche ed Economi­che Applicate del CNRS in 750 esemplari, l’articolo Le rôle des médias dans la vassalisa­tion nationale: omnipo­tence ou impuissance?, ove in otto righe lasciava trasparire scettici­smo quanto ai mattatoi gaskam­me­rali, affermando che «le prove presentate per dimostrarne l’esisten­za variano a seconda delle circostanze e dei tempi». Strattonato, ingiu­riato e minacciato di morte, Notin viene abbandonato dalle autorità accademi­che.

      2 aprile 1990 – Davanti alla notoria XVII Camera Correzionale del Tribunale di Parigi, presieduta da Alain Lacabarats, si apre il processo contro Alain Guionnet – numeri 7, 8 e 9 di Revision – per la pubblicazione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, per un articolo di contestazione del «mito» delle camere a gas, definite «storia di fonte ebraica», per un articolo di contestazione della stessa «impostura», per un indignato «ultimatum» e per altre «minacce» sca­gliate contro i Fils de la Mémoire che hanno tentato di assassi­nare il professor Faurisson il 16 settembre: «Quanto all’identi­tà dei vigliacchi deprepuziati, è possibile che resti sconosciuta. E questo perché ormai da tempo Parigi è divenuta la capitale europea dei servizi segreti israeliani, che pos­so­no compiere i loro crimini in tutta impunità, altrettanto bene sotto Pompidou, sotto Giscard d’E­staing come sotto l’attuale regime giudeo-socialista […] Certo, al linguag­gio delle armi risponderemo con le armi, anche se non ne abbiamo l’invidia, benché dieci anni dopo l’assassinio di François Duprat quest’ulti­ma aggressione a Robert Fau­risson sia di troppo. Non abbiamo affatto l’intenzione di essere le eterne vittime, e certuni lo proveranno col sangue e col fuoco, nel caso i terroristi sionisti potessero perpetrare in Francia i loro crimini in tutta impunità». Il 14 maggio, Guionnet viene condannato a tre mesi di carcere per «provocation à la discrimination, à la haine ou à la violence raciale» e per gli appelli «non equivoques à la commission d’actes de violence contre les membres de la communauté juive».

      2 maggio 1990 – Ultima lezione di Bernard Notin, padre di cinque figli, sospeso dalle autorità accademiche su pressioni del bnaibrithico Marc Aron, e della UEJF. Trasci­na­to in giudizio dal MRAP (il Mou­vement con­tre le racisme et pour l’amitié entre les peuples, fondato nel maggio 1949 da militanti comunisti e sempre guidato da ebrei comunisti come André Blu­mel, Maurice Grinspan, Charles Lederman, Léon Lyon-Caen, Jacques Mestelman, Pierre Paraf e Pierre Roland-Lévy) per incitamento all’o­dio, l’11 luglio 1990 Notin viene condan­na­to, a norma del­l’art. 1382 del CP («danno causato ad altri»), a versare 25.000 franchi allo stesso MRAP; l’appello del 15 mag­gio 1991 eleva l’ammenda a 29.000 franchi. Il 3 febbraio 1993 l’ex docente, passato per alterne vicende di divieti e reintegrazioni amministrative e in ogni caso con la riduzione alla metà dello stipendio, tempera le opinioni espresse tre anni prima, dichiarando di non aver mai voluto dubitare del nazigenoci­dio, né di aver voluto riscrivere la storia; avesse involontaria­mente offeso qualcuno, chiede scusa:

      «Non metto affatto in discussione l’esistenza del genoci­dio ebraico e delle camere a gas. Il mio articolo non voleva negare l’evi­den­za, ma condannare la mediatizzazio­ne, e dunque la bana­liz­za­zione […] Non ho mai avuto l’intenzione di riscrivere sub­do­lamente la storia, ma di analizzare l’onnipo­tenza dei media e delle loro interpre­tazioni semplicistiche, delle quali peraltro testi­mo­nia appieno il mio caso personale […] Mi sorprende che in uno Stato di diritto non siano rispettate né la legge né le decisioni della giustizia che mi hanno ristabilito nel mio diritto, e nel mio dovere, di insegnare. Mi sorprende che venga lasciata via libera a certi gruppi per i quali il loro benvolere è la sola legge e la violenza la sola forma di dibattito. Ciò fa prevedere male per la nostra democra­zia, nella quale lo stato di fatto tende lentamente a sosti­tuir­si allo stato di diritto». Il che non solo non vale a reintegrarlo nelle mansioni: il 7 giugno 1994 le Monde, l’e­terno capoistigato­re alla repressione, an­nun­cia che Notin, ri­chiesto dal preside di Economia dell’u­niversità marocchina Mohammed I ad Oujda, dovrebbe ricoprire una cattedra; imme­diata la mobilitazione dei Soliti Noti: in qua­ran­tot­t’ore l’università comunica che mai ha pensato di assumere l’Infame. A tutt’og­gi persi­ste per lui, nella Patria del Lumi, il Berufsver­bot.

      13 maggio 1990 – Duecento OJC, kippà in capo e bandiere israe­lia­ne spiegate, ag­grediscono con spranghe, mazze da baseball e bombe lacrimoge­ne il pacifico corteo che nella ricorren­za della festa di Giovanna d’Arco si è radunato o si propone di sfidare il divieto di manifestazione imposto dalla prefettura. Al contempo viene devastata dal Tagar la libreria Ogmios (tra giugno 1976 e aprile 1991 i terroristi tagarici compiono in Francia almeno 50 aggressio­ni).

      14 maggio 1990 – Un corteo di 200.000 persone si snoda tra piazza della Repub­blica e la Ba­sti­glia, contro la «risorgenza dell’orrida bestia [antisemita]», l’indomani della «misteriosa» profanazione del cimitero ebraico di Carpen­tras, in Pro­ven­za. Il Betar partecipa innalzando un vessillo israeliano e un fantoccio con le fattezze di Le Pen, impalato e vestito di una T-shirt con su scritto «Carpen­tras, c’est moi». Ancora cinque anni dopo, malgrado le accuse del ministro socialista dell’epo­ca Pierre Joxe (il già detto ebreo convertito, noto anche come «Petit Halévy» dal cognome del bis­non­no mater­no, scrittore) e gli isterismi massmediali, nessun militante del Front National né di altro gruppo «di destra» è stato sospettato dell’affai­re da vicino né da lontano, malgrado fino al 27 febbraio 1995 oltre duecento persone siano state interro­gate e settanta incarce­rate preven­tivamente, redigendo oltre 1300 verbali.

      D’altro canto, la Libera Stam­pa ha sempre «dimenticato» di informare il Libero Pubblico sulle perquisi­zioni effettuate nell’abitazione del figlio di un rabbino di Marsiglia appassionato di satanismo, come anche delle ce­ri­mo­nie profanatorie com­piu­te in diversi cimiteri della Provenza e del­l’o­rigine «sans doute intraconfessio­nelle» (così Emmanuel Ratier) della profana­zio­ne. Interessante infine l’arresto a Tolone, l’11 giugno 1996, di due coppie di diciottenni appartenenti alla satanistica setta «religiosa» dell’Ordine del Tempio Solare (al quale vengono imputati anche incendi di chiese e scritte sataniche), accusati di avere violato la tomba di una vecchia cattolica deceduta nel 1976 in odore di santità, tra­pas­sandole il petto con un crocefisso capovolto; nell’occa­sione viene fermato a Nan­ter­re un singolare «cardi­na­le» della setta, il direttore d’orche­stra «svizzero» Michel Tabachnik.

      Quanto al fatto: nella notte dal 10 all’11 maggio 1990 viene profanato il cimitero ebraico di Carpentras: 34 tombe violate, stele frantumate, «i resti di un immondo fe­sti­no notturno» e il cadavere dissepolto di Félix Germon, con un bastone nelle vici­nan­ze (per fare co­lore, la stampa ulula che il corpo è stato «impalato» dai «nazi»; nel marzo 1997 Ulderico Munzi corregge il tiro: «cercarono di deca­pitarlo, poi tentarono d’impalarlo», nel 2006 per Wlodek Goldkorn «l’avevano oltraggiato con un rito piuttosto barbaro: ne avevano simulato la sodomizzazio­ne con un pezzo di legno»). I primi sprazzi di una qualche verità giungono solo nel settembre 1995. Prosegue il Munzi, con falsa ingenuità e sottile perfidia: «Sembrava che il demonio si fosse soffermato in quei luoghi. E per il regi­me sociali­sta di allora il demonio “doveva” essere fascista […] Mitterrand partecipò all’impo­nente manife­sta­zione parigina, come se intendesse dare una sorta di conferma. Tanta folla infero­ci­ta, tante grida contro gli antise­miti che non esitavano a scoperchiare le tombe e a sfogare sui morti il loro odio. Era comodo scaricare tutto su Le Pen e oggi Le Pen gongola perché, forse, recupererà i voti persi a causa della campagna politica contro il suo partito. Ma non è questo l’aspetto più interessante della vicenda Carpen­tras. In molti sapevano chi erano i colpevoli, probabilmente anche gli investigato­ri. Ma non osava­no parlare e, nel caso di polizia e magistratu­ra, inchiodarli in un’aula di giustizia. I nomi si sussurravano nei bar o nei salotti. Figli di gente ricca, si diceva, rampolli di famiglie potenti. Una jeunesse dorée che si drogava e organizzava hap­pening demo­niaci nel cimitero ebraico. Per più di cinque anni, in quell’ango­lo di Francia profon­da, l’omertà e la paura han­no bloccato la strada verso la verità. Un giudice istruttore dice di aver risolto il caso, d’essere pronto a emettere mandati di cattura. I media fran­ce­si, che non esitarono a correre dietro al j’accuse di Mitterrand e dei suoi ministri, oggi cambiano rotta e si lanciano sui giovani indemoniati di Car­pen­tras, anche se si lascia aperto un altro comodo spiraglio: e se fossero stati dei legionari in libera uscita? L’estremismo si addice alla Legione, insegna l’immaginario collettivo. La prossima soluzione dell’enigma di Car­pentras si deve soprattutto ad una madre coraggiosa, Monique Berrus, e a Magdelei­ne Germon, la consorte del vecchio ebreo che fu dissepolto e im­pa­lato. Monique Berrus voleva scoprire gli assassini di sua figlia Alexandra, che aveva solo quindici anni quando, dopo un’orgia avvenuta nella not­te del 17 maggio 1992, fu massacrata e abbandonata sotto la sua abitazione. Se­con­do Monique Berrus […] chi aveva ucciso Alexandra apparteneva allo stesso grup­po di figli di papà che, due anni prima, aveva profanato il cimi­te­ro. Magdeleine Ger­mon, che adesso ha 85 anni, è giunta alla stessa con­clusione. I colpevoli (è bene ripe­terlo) si aggiravano nella città e nessuno, pur indicandoli o parlandone, aveva il fegato di denunciarli. I loro genitori debbono essere molto potenti per costringere una comunità al silen­zio. E perché gli ebrei, oltraggiati in ciò che c’è di più intimo e sacro, non hanno infranto l’omertà di Carpentras?». Da parte nostra rileviamo:

  1. caduto Mitterrand, per vari motivi non più gradito agli ebrei negli ultimi tempi del suo quattordicennale mandato, è facile fare apparire l’ex presidente come il responsabile di aver deviato le indagini,
  2. che Le Pen «gongo­li» per lo sprazzo di verità che sembra, a fatica, farsi largo, – e ammesso che la verità riceva pubblicità quan­ta ne hanno avute le calunnie con­tro lui e i «nazi» – ci sembra il minimo che ci si possa decentemente aspettare,
  3. bella figura fanno i demodete­ctives, la demopo­li­zia e la demomagistra­tura!,
  4. di che etnia potrà essere una jeunesse dorée talmente potente da chiudere le bocche a tutti per cinque anni (in ogni caso, avanza Revision n.71-72/1996, mossa da una qualche «cellula speciale» gravitante attorno a Joxe)? forse della perversa «Francia profonda»? o forse di Altri Semi? Ed invero, violazio­ni di tombe ebraiche sono state compiute più volte, perfino a Gerusa­lem­me, da parte di ebrei «squilibra­ti»! Addirittu­ra, undici giorni dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin due ven­ten­ni, studenti di una yeshivah ortodossa, ne dissacra­no la tomba imbrattandola di vernice nera e di una svastica, urinandovi e sputan­dovi sopra (non soddisfatti della profana­zio­ne, un gruppo di «ultradestristi» del Kach ne deturperanno la tomba con le scritte «traditore» e «assassino» oltre due anni dopo, nel febbraio 1998)! Il 28 maggio 1999 il Los Angeles Times informa che un tribunale israeliano ha condannato il giovane David Goldner per avere tracciato, pur col lodevole intento di «svegliare» gli ebrei contro «il nemico», scritte «antisemite» su trecento tombe nel cimitero di Haifa! Ancor prima, il 1° gennaio 1992, i soliti «oltranzisti» – questa volta del Keshet, acronimo del gruppo Kvutza Shelo Tashlim, “Non Resteremo in Silenzio” – infuriati per il progetto di una nuova strada municipale che oltraggereb­be antiche tombe, avevano profanato con ca­tra­me e scritte ingiuriose i sepol­cri addirittura dei patres patriae Herzl e Ben Gurion, pratica estranea all’ethos indoeuropeo e usuale invece da millenni al sentire giudaico-cristiano: ne bastino le spoglie riesumate e bruciate degli eretici Monta­no, Massimilla e Pri­scilla nel secondo secolo, del francesca­no Pier Giovanni Olivi, dei canonici della chiesa di S.Croce di Orleans e di John Wyclif un millennio più tardi, per finire, re­staurati gli Stuart, col cadavere di Oliver Cromwell nel Seicento,
  5. sugge­sti­va certamente, l’ammissione della «comodi­tà» di quell’«altro» spiraglio: vorrem­mo però sa­pere dove si trovasse il Munzi nel maggio 1990,
  6. se le indagini fossero state rettamente condotte e la ve­ri­tà fosse giunta alla luce fin dal 1990, sarebbe morta Alexandra Ber­rus due anni dopo?,
  7. il non avere infranto «l’om­ertà», da parte degli ebrei, non potrebbe dipen­de­re dall’essere molto più politi­ca­mente remune­rativo non infrangerla e molto meno imba­razzante non denunciare quale possibile criminale un confratello?

      Come che sia, la verità potrebbe anche essere quella avanzata dal vetero-comuni­sta para-­revisio­nista Roger Garaudy, che ri­corda il disinvolto uso di violare le tombe, tipico di alcuni membri dei più coerenti gruppi settari ebraici. Già nella notte del 2 marzo 1984, ad esempio, «integralisti» ebrei avevano dissepolto in Israele, a Rishon le-Zion, gettandolo fuori del cimitero, il cadavere della polacca Teresa Enge­lo­wicz, moglie sì di un ebreo, ma un tempo cristiana, della quale il locale rabbino ave­va da tempo pre­teso l’esumazione. Parimen­ti colpevole di avere sposato una shik­sa era stato lo sventurato Félix Germon, trasci­nato sulla vicina tomba della consorella Emma Ulma, ebrea sì, ma anch’essa «colpe­vo­le» di avere spo­sa­to un cattolico.

      Similmente commenta Israel Shahak, dopo avere portato in appoggio le opportune fonti bibliche e talmudiche: «Ma il termine “uomo” (adam) lo si usa per intendere “ebreo”, sicché solo un cadavere ebraico è tabù (e cioè, al contempo “im­pu­ro” e sacro). Basandosi su tale interpretazione, gli ebrei pii manifestano un’ecce­zio­nale reverenza magica nei confronti dei cadaveri degli ebrei e dei cimiteri ebraici, ma non hanno alcun rispetto nei confronti dei cadaveri e dei cimiteri dei non-ebrei. In tal modo centinaia di cimiteri musulmani sono stati totalmente distrutti in Israele (in un caso per far spazio per l’hotel Hilton di Tel Aviv), ma alte furono le grida quando il cimitero ebraico sul Monte degli Ulivi venne danneggiato sotto l’ammini­strazione giordana. Esempli di tal fatta sono troppo numerosi per essere citati».

      Il caso Carpentras va incontro comunque ad una decisa accelerazione nel dicem­bre 1996 con l’imputazione di quattro naziskin «abbeverati a testi di supremazia razziale» (così sempre il Munzi): «Avevano il culto di Hitler e delle SS. E, dissacrando il cimi­te­ro, avevano voluto celebrare le date della morte e della nascita del Führer» su istigazione di certo Jean-Claude Gos, «un fanatico del Terzo Reich che aveva militato nel Partito Nazionalista Francese ed Europeo».

      Opportuna­mente deceduto il 23 di­cem­bre 1993 dopo essere stato investito in moto dall’auto di tale algerino Rachid Belkir (a sua volta trovato sul fondo del Rodano il 16 settembre 1995 coi piedi colati in settanta chili di cemento), il «fanatico» Gos, a differenza dei «complici», non può arrivare in tribunale. In compenso nel marzo 1997 – dopo la conquista «fascista» di Vitrolles, quarto comune dopo Tolo­ne, Orange e Marignane ad essere retto dal Front National – uno sbavante Munzi riassume: «Ci sono voluti quasi sette anni per vedere i profanatori Patrick Laonegro, Olivier Fimbry, Bertrand Nouveau e Yannick Garnier sul banco degli im­pu­­tati [si noti che Gos era stato arrestato ad Avignone l’11 maggio 1990 e Laonegro il 13, mentre Fimbry era stato interrogato negli stessi gior­ni, per essere poi tutti rilasciati in attesa della «maturazio­ne» del caso]. Troppo tempo per fare giustizia su un fatto che sconvolse la Francia e che fece riversare per le strade di Parigi duecen­to­mila persone, Mitter­rand in testa. Ma il processo si celebra in un momento in cui c’è un’ascesa del Fron­te Nazionale e Jean-Marie Le Pen appare sempre più temibile. I cinque naziskin del 1990, che rischia­no solo due anni di carcere, erano in un’orbita vicina a quella del Fronte […] un movimento che per la maggioranza dei francesi ha il diritto di esistere e di avere deputati all’Assem­blea e che per il centrodestra ammattito va messo sullo stesso piano del “fronte popolare” di Jospin e Hue, segreta­ri del PS e del PCF […] Sullo sfondo si muovevano servizi segreti e forse si deve alla loro azione il prolifera­re di voci sulla colpevolezza della jeunesse dorée di Carpentras per la devastazione del cimitero. Entrò in scena una tra­smissione televisi­va che avvalorò, con lo strano decesso di una giovane, l’ipotesi che la devastazione del cimitero fosse dovuta a ragazzi dediti a droga e giochi satanici, Poi si parlò di paracadutisti ubriachi della Legione Straniera, di nazisti tedeschi, di integralisti ebraici pagati dal Mossad. Jean-Marie Le Pen fu l’unico a trarre vanta­ggio da que­ste fantasie ben pilotate. Proclamò che il suo movi­mento era stato vittima di un com­plotto orchestrato da Mitterrand e Joxe […] Ed ecco, improvvisa e oppor­tu­na nel luglio 1996, la confessio­ne ai servizi segreti di uno dei naziskin, Garnier…».

      Quello che è certo è la misera fine della torbida storia: dopo tanta indignazione mondiale, il 24 aprile 1997 il tribunale di Marsiglia condanna i quattro «neonazisti skinhead» a pene tra i venti mesi e i due anni di carcere. Ancora più rivelatrice della macchina­zione politica è la liberazione-ricompensa, in altrettanta chetichel­la, dello zelante Garnier – il super-«profanatore»! – nel giugno, meno di due mesi dopo la condanna e meno di quindici giorni dall’arrivo delle sinistre al potere.

      14 maggio 1990 – Nel medesimo giorno il Corriere della Sera riporta che sono stati ar­restati i responsabili della profanazione di qualcosa come 250 tombe ebraiche nei due cimiteri di Haifa: trattasi non di estremisti palestinesi o di nostalgici neonazisti come coralmente ipotizzato, ma dei purosangue David Coldner, ingegnere quarantaduenne, e del suo aiu­tante trentenne Gershon Tenenbaum, che all’arre­sto motivano il gesto sostenendo la necessità di superare i confini ideolo­gici e di ricompatta­re i vari gruppi ebraici «per affrontare poi uniti la minaccia araba».

      23 maggio 1990 – Il Los Angeles Times riporta che Ami Popper ha assassinato a sangue freddo a Rishon le-Zion sette operai palestinesi; undici civili palestinesi scesi in piazza a protesta vengono poi uccisi a fucilate dai militari israeliani.

      giugno 1990 – Il rabbino Moshe Levinger (nato nel 1935 a Gerusalem­me da aske­naziti), «l’archetipo del “colono santo”» (così Renzo Guolo) e uno dei «figli prediletti» di Rabbi Zvi Yehuda Kook, che con cinquan­tna di seguaci nell’aprile 1968 aveva occupato ad El Chalil la Tomba dei Pa­triar­chi e nel luglio 1983 aveva santifi­ca­to gli israeliani che avevano sparato sugli studenti del Collegio Islamico uccidendo­ne tre e ferendone quaranta, viene condannato a cinque mesi di carcere (per Ostrov­sky: «sei mesi») per avere ucciso il 7 ottobre 1988, per «eccesso di difesa» (Ostrov­sky scrive «per negligenza»), un palestinese che avrebbe lanciato pietre contro le vetture dei coloni di El Chalil. In realtà il leader del Gush Emunim, continua Ostrov­sky, sceso dalla propria vettura, comincia a sparare all’im­paz­zata e colpisce a morte un barbiere che se ne sta tran­quil­lo in negozio: «Durante una seduta del proces­so Levinger si rivolse alla corte agitando il fucile sopra la testa e dichiarando che si riteneva “un privilegiato” per aver ammazzato un arabo. Dopo la sentenza, fu portato in prigione a spalle dalla folla che lo acclamava» (in carcere rimane tre mesi).

      13 luglio 1990 – Catalizzata dalla provocazione di Car­pen­tras, viene approvata «la Gayssot». A fugare ogni dubbio sugli istiga­tori dell’Osce­nità ci aveva pensato il B’nai B’rith francese nel settembre 1987: «Noi invitiamo il nostro governo a presentare all’Assemblea Nazio­nale una legge che preveda la condanna di ogni pub­blicazione e di ogni discorso discrimi­na­to­rio di carattere razzista o antisemita. Questa legge comporterà in particolare la severa condanna di ogni negazione dello sterminio del popolo ebraico o della banalizzazione della storia di quell’epoca».

      6 novembre 1990 – Meir Kahane viene ucciso a New York da El Sayed Noi­ser, america­no originario della Trans­giordania. Immediata è la replica: due arabi vengono assassinati nei pressi di Nablus. Quanto a Kahane, oltre all’assenza di ipo­cri­sia e ai progetti di legge in difesa dell’in­di­vi­dualità razziale ebraica, ricordiamo a epitaffio un suo pensie­ro, tratto dal suo Forty Years, “Quaran­t’an­ni”: «Il sogno del materialismo riempie le strade e l’acre odore del­la ricerca del piacere offende le nari. Nei salotti, sui bus, nei caffè il discorso ruota soltanto intorno al denaro e a ciò che con esso si può compra­re. Il mondo gen­ti­le del sensuali­smo magico e del soddisfaci­mento dei desideri riem­pie le viscere di bisogni disgusto­si, la santità d’Israele viene barattata col sogno dell’A­me­rica pagana, la purezza del Popolo Eletto col vomito ma­teriale di Los Ange­les». Scompar­so il rabbino, l’eredità viene raccolta dal figlio Benjamin Zeev Kahane, che fonda il Kahana Khai, il quale si pone in concorren­za col nucleo stori­co della JDL, raccoglie un migliaio di attivisti ed è sostenuto da qualche decina di migliaia di simpatizzanti (dopo avere imperversato contro i palestinesi per un decennio, il 31 dicembre 2000 Kaha­ne jr verrà ucciso con la moglie Talia in un’imboscata durante la seconda intifada, presso l’insedia­mento di Ofra in Cisgiordania, non lontano da Gerusalemme; la sua morte innesca un’immediata controrappre­saglia: mentre alcuni coloni assassinano un palestinese nel villaggio di Hamzi, unità speciali dell’esercito eliminano a Tulkarm il dentista Thabet Thabet, ritenuto capo dei Tanzim, i più attivi militanti di Al Fatah, una trentina dei quali già eliminati nei tre mesi precedenti). Dopo i fatti di El Chalil del febbraio 1994 (vedi infra), Shlomo Linskij, originario di Riga, com­men­ta il giro di vite che si abbatte sul movi­mento da parte di Rabin, soste­nendo che aveva ragione Kahane nel dire che «i bolsce­vichi sono ancora ai comandi qui, in Israele», aggiungendo che il rabbino era stato «eliminato, prima politicamente e poi fisicamente, dall’establishment israeliano».

      gennaio 1991 – L’oloscampato Kurt Haber viene imputato di avere proferito mi­nacce di morte contro membri dell’Arab-American Anti-Discrimination Committee.

      14 gennaio 1991 – Venti betarici incappucciati attaccano la sede dell’Alliance indépendante della facoltà di Diritto di Sceaux, Alta Senna, i cui membri hanno osato opporsi all’affissione di un parossistico tatzebao ebraico sulla Guerra del Golfo.

      21 e 22 marzo 1991 – Ripetute aggressioni contro il coraggioso anarco-marxista Pierre Guil­lau­me, i militanti e i revisioni­sti all’apertura del processo intentato contro Robert Faurisson e Patrice Boizeau, direttore responsabile del mensile Le Choc du mois, per avere pubblicato nel settembre 1990 l’articolo Contre l’in­quisition cosmopo­lite, contre l’oppression, contre l’impostu­re, refusons le bâillon, “Contro l’inquisizio­ne cosmopolita, contro l’oppressione, contro la menzogna, rifiu­tia­mo il bavaglio”, di François Brigneau, e l’intervista con Faurisson, raccolta da Catherine Barnay. Del tutto impunito, un boss del Betar dichiara pubblicamente: «N’importe comment, Fau­risson on le tuera!, Non impor­ta come, Faurisson lo uccideremo!». Il processo si apre su tre denunce: dell’Amicale des déportés du camp de Buna-Monowitz (presiden­te George Wellers) per «contestazione di crimini contro l’umanità» nell’intervista; della LICRA (presidente Jean Pierre-Bloch), cui si aggiungerà in seguito la Ligue française pour les droits de l’homme et du citoyen, per «diffamazione razziale», «provoca­zione razziale» e «diffamazione» nell’artico­lo e per «diffamazione razziale» nell’inter­vista; del pubblico ministero Marc Domingo per «diffamazione razziale» e «provoca­zione razziale» nell’articolo e per «diffama­zione razziale» e «contestazione di crimini contro l’umanità» nell’intervista. Sotto tanto peso, il 18 aprile la XVII camera del tribunale correzionale di Parigi, per bocca del presidente Claude Grellier affian­cato da Alain Laporte e dalla signora Claude Marlier, condanna Boizeau, Fau­ris­son e le Edizioni Choc a pene finanziarie per un totale di 427.000 franchi, dei quali 220.00 da ripartire tra le undici associazioni «danneggiate» (a quella del buon Wellers, sentendo l’odore dell’argent, se ne sono aggiunte altre dieci): UDIVG Union départe­mentale des déportés, internés et victimes de guerre de la Seine, Comité d’action de la Résistance, Amicale des anciens déportés d’Ausch­witz et des camps de Haute-Silésie, UNADIF Union nationale des associations de déportés et internés et familles de disparus, FNDIR Fédération nationale des déportés et internés de la Résistance, Union des Tziganes et voyageurs de France, Association des fils et filles de déportés juifs de France, Association nationale des anciens combattants de la Résistance, FNDIRP Fédération nationale des déportés et internés résistants et patriotes, Amicale des anciens déportés de Buna-Monowitz, Amicale des anciens déportés juifs de France, résistants, internés et familles de disparus.

      23 marzo 1991 – La polizia di Monaco impedisce la partecipazione del pubblico ad un convegno revisionista ove sono relatori Fred Leuchter, Robert Fauris­son e Mark Weber.

      2 aprile 1991 – Fabrice Benichou, venditore del periodico «antisemita» L’Idiot internatio­nal di Jean-Edern Hallier, viene picchiato a sangue nel rione Sentier. Rientrato a stento in casa, muore per le percosse qualche minuto dopo, tra le braccia dei genitori. L’accaduto non riceve alcun seguito giudiziario.

      20 aprile 1991 – Una cinquantina di terroristi del Betar/Tagar armati di spranghe, mazze da baseball e lacrimogeni attaccano alla Maison des Mines, Parigi, i presenti a un convegno del Cercle culturel Horizons in memoria di Saint-Loup (Marc Augier), combattente della LVF, istruttore politico della Divisione Waffen-SS Charlemagne e scrittore. Tredici persone vengono ferite, quattro ricove­rate gravemente ferite, una donna di 71 anni resta in coma per due mesi. L’ultrasini­stro Libération irride: «Un commando sioniste s’in­vi­te au meeting néonazi». Mentre l’attentato viene rivendicato dal Groupe d’action juive, sono arrestati il ventunenne David Hadjai e il diciannoven­ne Alain Lisbona. Nessuna perquisizione viene effettuata nelle sedi del Betar/Tagar, né vengono interrogati i suoi capi. Col tempo viene alla luce che in quel 20 aprile i poliziotti RG Renseignements généraux hanno ricevu­to l’ordine di non prendere misure di protezione del convegno. Solo sette anni più tardi, il 10 febbraio 1998, il Tribunale Correzionale di Parigi infligge ai due betarici tre anni di carcere.

      22 gennaio 1992 – Militanti JDL fratturano il naso al giovane David Cole (nato Kohl da padre ebreo ortodosso e madre ebrea laica), incredulo della realtà gassatoria, durante una confe­renza all’Università di California a Los Angeles, organizzata da Robert Morrissey, che riceve a sua volta una razione di pugni e spintoni. Evidente­mente memore del qumranico Rotolo del Tempio («Se vi sarà qualcuno che tradisca il suo popolo e divul­ghi notizie dannose al suo popolo in favore di una nazione straniera, o compia qualcosa di male verso il suo popolo, lo appenderete a un albero, affinché muoia», LXIV 7-8; il 21 gennaio 1994 l’editoria­le Rebel Without a Cause di The Jewish News paragonerà l’«infame» «race traitor» e «self-hating Jew» ad Hitler, Saddam Hussein e Arafat), Irv Rubin, non trovando alberi, tenta di scagliare Cole giù dalle scale. Malgrado la CBS News e altre due stazioni loca­li abbiano ripre­so l’intera aggressione, dell’accaduto non viene mandato in onda neppure un secondo.

      febbraio 1992 – La Tagar Student Zionist Organization, filiazione della casa-madre francese, organizza un picchettag­gio all’Università Statale dell’Ohio nel tentativo di impedire una conferenza del revisionista Bradley Smith dell’IHR.

      marzo 1992 – Irving Rubin, già fermato 39 volte per attività criminali, viene arrestato dalla polizia di Los Angeles con l’imputazione di pianificazione di omicidio, ma rilasciato pochi giorni dopo per «carenza di indizi».

      17 marzo 1992 – Robert Faurisson viene aggredito a Stoccolma da beta­ri­ci, mentre si reca ad un convegno revisionista.

      maggio 1992 – Discendente della celebre famiglia ebraica degli Halévy, Ilan Halévy, numero due dell’OLP a Parigi e delegato dell’OLP nell’Internazionale Socialista, viene contestato e zittito da una quarantina di tagarici mentre presenzia ad un convegno all’Ecole normale supérieure.

      5 maggio 1992 – Per la bocca del giudice Thomas Stelzner, il GROD danna a 10.000 marchi di ammenda David Irving per avere affermato nell’aprile 1990 in una conferenza a Monaco che le strutture auschwitziane mostrate ai turisti quali camera a gas e crematorio n.1 sono Attrappen, ricostruzioni postbelliche. Dannan­do lo storico per avere «compiuto vilipendio della memoria dei morti», la corte rifiuta – quanto più vergognosamente – di ammet­te­re a difesa il pur stermina­zionista diretto­re degli archivi del Museo di Stato ausch­witziano Franciszek Piper, di intraprendere una qualsivoglia pur minima ricognizione documentaria e di prendere in considera­zio­ne uno scritto del­l’ex ministro degli Esteri Genscher, che già l’8 gennaio 1979 dichia­rava che ad Auschwitz I mai erano esistite camere a gas e che quanto mostrato ai visitatori non era altro che una ricostruzione postbellica.

      Non verranno invece perse­guite le identiche affermazio­ni del giornalista Eric Conan su L’Express edizione francese 19 gennaio e internazionale 26 gennaio 1995: «Negli anni Cinquanta e Sessanta pa­rec­chi edifici che erano spariti o avevano cambiato uso furono ricostruiti, con grossi errori, e presentati come autenti­ci. Taluni, troppo “nuovi”, sono stati chiusi al pubblico. Senza parlare delle camere a gas di disinfesta­zio­ne, presentate talora come camere a gas omicide. Questi equivo­ci sono serviti molto ai negazionisti, che ne hanno tratto l’essenziale delle loro trame. L’esempio del crematorio I, l’unico di Auschwitz I, è significativo. Nel suo obitorio fu insediata la prima camera a gas. Essa funzionò per poco tempo, all’inizio del 1942 [ad esse­re pignoli, la sterminazio-vulgata riferisce gassazioni dall’autunno 1941 alla fine del 1942]: l’isolamento della zona che le gasa­zio­ni implicavano intralciava l’atti­vi­tà del campo. Si decise dunque alla fine di aprile 1942 di trasferire quelle gassazio­ni omici­de a Birkenau, dove furono praticate su scala industriale, su vit­ti­me essen­zial­mente ebrai­che. In seguito il crematorio I fu trasfor­ma­to in rifugio antiaereo con an­nes­sa sala operato­ria. Al momento della crea­zione del Museo nel 1948 il cremato­rio I fu ricostruito nel suppo­sto stato originario. Tutto vi è falso: le dimensioni delle camere a gas, l’ubi­cazione delle porte, le aperture per il versamento dello Zyklon B, i forni rico­struiti secondo i ricordi di qualche sopravvis­suto, l’altezza del camino. Alla fine degli anni Settanta Robert Faurisson sfruttò an­cor meglio quegli artefatti, in quanto i responsabili del Museo recalcitravano allora a riconoscerli tali».

      Alle stesse ed anzi più radicali conclusioni – non ci furono mai gassazioni, né prima né dopo il riattamento dell’edificio incriminato – giunge nel 1996, come detto, il duo Dwork/van Pelt (e a ruota, senza il minimo commento sulla «stranezza», dopo che per mezzo secolo si rintronò tale «realtà» in ogni libro e sul Piccolo Schermo e dopo che ogni minimo dubbio da parte goyish fu detto bestemmia e sanzionato anche col carcere, l’orecchiante Carla Tonini), che biasimano come «a postwar obfusca­tion and a loss, una confusione postbellica e una perdita» il «rifacimento» – più precisa­mente: «the destruction of the original arrangement within the present visitor recep­tion center, la distruzione della disposizione originale all’interno dell’attuale punto centrale di ricevimento dei visitatori» – della Gaskammer n.1, ciminiera com­presa:

      «Ci sono state aggiunte, e cancellazioni, al campo che i russi trovarono nel 1945, e la demolizione dei locali di immatricolazione dei prigionieri ha il contraltare nella ricostru­zio­ne del crematorio I proprio fuori del perimetro nord-est dell’attuale museo. Col suo camino e la sua camera a gas, il crematorio serve da solenne con­clusione ai tour attraverso il campo. Ai visitatori non viene detto che il crematorio che vedono è in gran parte una ricostruzione postbellica [largely a postwar reconstruction]. Quando Auschwitz fu trasformato in museo dopo la guerra, si decise di concentrare la storia dell’intero complesso in uno dei suoi componenti. Gli infami crematori ove ebbero luogo gli sterminii di massa si trovano nelle rovine di Birkenau, a due miglia. Il comitato ritenne che al termine del percorso memoriale occorresse un crematorio, e il crematorio I fu ricostruito affinché parlasse per i forni di Birkenau. Questo programma di ristrutturazio­ne [usurpation] fu piuttosto dettagliato. Si ricreò un camino, il massimo simbolo [the ultimate symbol] di Birkenau; si aprirono quattro botole sul tetto, come servissero a riversa­re lo Zyklon B nella sottostante camera a gas, e due dei tre forni furono ricostruiti usando parti originali. Nessuna indicazione spiega che [queste cose] sono ricostruzioni, che al tempo non vennero segnalate, e le guide non ne parlano [remain silent about it] quando introducono i visitatori nell’e­dificio che i turisti sono portati a credere essere quello in cui “successe” [that is presumed by the tourist to be the place where it happened]».

      Similmente, l’olomostra impiantata nel blocco n.4, ove due stan­ze «sono consa­cra­te a descrivere il processo dello sterminio al quale gli ebrei, e non i polacchi, soccombettero nel campo della morte» e che presenta una «raffigu­razione grafi­ca, quasi pornografica, di gente che entra, nuda e morente» nel cremato­rio, «non è, e non è stata pensata per informare [is not, and was not meant to be, informative]. La sua intenzione è, letteralmente, di “rap-presen­tare”, di rendere simbolicamente pre­sen­te ad Auschwitz I il destino degli ebrei. Lo scopo viene raggiunto con la trasposi­zione di capelli, occhiali, grucce, valigie, etc. da Birkenau». Il 5 aprile 1997 anche l’oloesper­ta Linda Grant concorda, su The Guar­dian, che «la camera a gas e il crematorio [di Auschwitz I] sono una rico­struzio­ne di quelli di Birkenau. Auschwitz non ebbe alcuna installazione del genere». E disinvolta anche Carla Tonini: «Contrariamente alle promesse […] la sistemazione del campo attuata alla fine degli anni ’40 trasmise solo una parte della memoria di cui esso era depositario. Il museo venne infatti collocato all’interno di Auschwitz I, mentre i crematori, e con essi il campo di Birkenau, furono lasciati in abbandono. Il campo di Auschwitz fu riorganizzato completamente, in modo da comprendere al suo interno tutto il sistema che, nella realtà, era distribuito in diversi luoghi. Per questo fu necessario costrure ex novo, nella parte nordorientale del campo, un crematorio del tutto simile a quelli che avevano funzionato nella vicina Birkenau. Tutto venne ricreato con estrema precisione, dal camino, alle bocche di ingresso dello Zyklon B. Quest’opera di inganno del visitatore viene estesa a tutto il percorso della visita del campo. Nella nuova versione, si accedeva al campo dalla famosa porta con la scritta Arbeit macht frei che nel campo originale era un accesso secondario e che, comun­que, nessun ebreo, che arrivava direttamente a Birkenau, vide mai. All’interno del campo il processo di “spostamento” degli ebrei dal luogo dove venivano sterminati continuava nei blocchi 4 e 5, dove vennero sistemati gli oggetti appartenuti alle vittime; montagne di capelli, di occhiali, di valigie» (corsivo nostro).

      Del resto, come detto, già l’8 gennaio 1979 tale Scheel, funziona­rio mini­steriale, aveva risposto a un concitta­di­no: «Sehr geehrter Herr Stupa­rek! Bundesminister Genscher hat mir gebeten, Ihr Schrei­ben vom 21. De­zember 1978 zu beantworten. Auch mir ist bekannt, daß es im Lager Auschwitz keine Gas­kam­mern gegeben hat. Die Gaskam­mern befanden sich im ca. 3 km davon ent­fern­ten KZ Ausch­witz-Birke­nau… Mit freundlichen Grüßen, Egregio signor Stupa­rek, il ministro degli Esteri Genscher mi ha pregato di rispondere alla Sua del 21 dicembre 1978. Risulta anche a me che nel campo di Auschwitz non ci sono state camere a gas. Esse si trovava­no a circa tre chilometri, nel campo di Auschwitz-Birkenau… Distinti saluti». Come sempre ammirevoli, gli Arruolati, nel riscrivere quanto già definito da loro stessi «innegabile», s’indignano contro i bestemmia­tori: «Uno dei tratti sorpren­denti [amazing] degli ebrei è la loro abi­li­tà a disconoscere completa­mente i loro pre­ce­denti comportamenti, e affermazioni, e rivendica­zio­ni, da un giorno all’altro, e pretendere che non siano mai esistiti. Nessun altro popolo ha una simile audacia in rapporto alla verità e alla menzogna» (Hans Schmidt).

      13 maggio 1992 – La demorepressione s’annuncia in Spagna con una richiesta di Aaron Azagury, presidente del B’nai B’rith – Filial Barcelona al presidente dell’Associazione Editori di Catalogna, affinché venga sof­fo­cata la voce delle edizioni Li­brería Europa: «Signor presidente del­l’Associazio­ne, nella prossima Fiera del Libro che si terrà a Barcellona, gruppi di ideologia nazi­sta espor­ranno in uno stand le loro idee razziste. Tali gruppi, che già cominciano a passare all’azione aggredendo perso­ne indifese, cercano di turbare la no­stra conviven­za e attaccano frontalmente lo spiri­to di convivenza che ispira il nostro paese, tanto nelle sue leggi quanto nei suoi cittadini [pretenen alterar la nostra convivència i ata­quen frontalment l’espèrit de convivència que inspira al nostre país, tant en les seves lleis com als seus ciutadans]. Le chiedo rispettosamente di adoperarsi, per quanto Le compete, per cercare di evita­re che tali gruppi possano crescere e diffon­de­re sentimenti che, come hanno dimo­stra­to gli ultimi mesi, turbano il nostro ordine e offendono le persone. Pienamente confidando in Lei e nell’Istituzio­ne che rappre­sen­ta, La saluto rispettosamente».

      15 maggio 1992 – Si concludono il secondo ed il terzo processo aperti il 9 e 10 aprile contro il professor Faurisson e Le Choc du mois. Il presidente della XVII ca­me­ra del tribunale correzionale di Parigi Jean-Yves Monfort, affiancato dalle signore Martine Ract-Madoux e Sylvie Menotti in Hubert, danna gli imputati a un’am­menda di 120.000 fran­chi complessivi per l’articolo di François Brigneau. Il giudizio per l’intervista viene rimandato alla conclusione dell’appello per il primo processo: il 9 dicembre Faurisson e il mensile verranno dannati dalla demogiudichessa Françoise Si­mon, affiancata dalla signora Dominique Guirimand e da François Chanut, a versa­re 373.000 franchi per «danni e interessi» e «spese» (sotto la batosta, come sagace­men­te previsto dalle parti «lese», il periodico è costretto a cessare le pubblicazioni).

      13 giugno 1992 – Centinaia di giovani ebrei, guidati da oloscampati – ràbidi «Fi­gli della Memoria» quest’ultimi, ràbidi «Nipotini della Preveggenza» i primi – assal­tano a Roma i partecipanti al convegno revisionista organizzato presso l’Hotel Parco dei Principi dal gruppo antimondialista Movi­mento Politico Occidentale e da alcuni redattori della rivista l’Uomo libero. La polizia impedisce intanto a David Irving, il relatore atteso, di lasciare l’aeroporto ed anzi lo espelle, dichiarandolo «persona non grata». Tra i plausi alla repressione del pensiero, il più netto lo pronuncia il direttore del comunistoide il manifesto Valentino Parlato: «In questo caso c’entra poco o niente la distinzione “li­be­rale” tra opinione e fatto delittuoso; qui la parola è già delitto».

      agosto 1992 – Mark Flanagan, proprietario del ristorante losangelino Largo, vie­ne indotto con minacce (e la distruzione della porta d’ingresso) a disdire un con­cer­to organizzato dalla Palestine Aid Society per raccogliere fondi a scopo umanitario.

      19 ottobre 1992 – A scopo di protesta per gli attentati incendiari «razzisti» scoppiati in Terra Rieducata, una sessantina di betarici guidati dai coniugi Klarsfeld e sventolanti bandiere israeliane aggrediscono i passanti per le strade di Rostock, lanciano lacrimogeni contro la polizia e devastano il municipio. Tre di loro vengono incarcerati. Il giorno seguente il commando sionista Collectif de solidarité avec les prisonniers juifs français en Allemagne assalta il Centro Culturale Tedesco a Parigi, infrangendo i vetri e imbrattando le pareti con motti «antinazi».

      28 ottobre 1992 – A Bruxelles, una bottiglia Molotov viene lanciata alle 23.10 contro la libreria gestita dal sacerdote Jean-Marie Borbouse, causando danni per oltre 250.000 franchi. Tre giorni prima il libraio, che sui 19.000 titoli in vendita aveva inserito una dozzina di opere revisioniste, era stato minacciato per tale ardire.

      30 ottobre 1992 – A Roma, col pretesto di «provocazioni antisemite» (una man­cia­ta di stelle gial­le applicate da sconosciuti sulle saracinesche di alcuni negozi il 2 ottobre), una torma di duecento giovani ebrei capeggiati da Riccardo Pacifici e Dario Coen aprono, dopo quattro mesi, la seconda fase della lotta anti-«nazi»: viene assalta­ta la sede del Movi­men­to Politico Occidenta­le, devastato il locale, bastonati e feriti i sei giovani presenti. Memori dell’e­sopico «superior stabat lupus» il capo della poli­zia Vin­cenzo Parisi, il ministro del­l’In­terno Mancino e quello della Giustizia Martel­li, lungi dall’incrimi­nare gli aggresso­ri, applauditi dalla democanea massmedia­le e spalleggiati dal Quirinalizio Oscar Luigi Scalfaro, non solo portano «com­pren­sione e soli­darietà» al capo­rabbi­ Toaff, ma devastano ulteriormente, sequestrano e chiudono la sede del «pro­vocatore» gruppo aggredito, perseguitan­done i membri.

      Ilare la versione data dal Pacifici un mese dopo, al Terzo Congresso della Fede­ra­zione delle Associazioni Italia-Israele: «Vorrei fare una precisazione sui fatti di via Domodossola. Tutti dicono che c’è stato un raid, un raid ebraico a via Domodossola. Ebbene, non c’è stato nessun raid ebraico: gli ebrei, in via Domodos­sola, sono sem­plicemente andati a cancellare le scritte, sono andati a applicare il diritto, che è quello di cancellare ciò che costituisce apologia di fascismo; ma quello era il “Bronx” dei naziskin, gli ebrei lo hanno violato, certo consapevoli che avrebbe­ro incontrato una risposta violenta; hanno avuto una risposta violenta, hanno risposto alla risposta violenta e hanno avuto la meglio. Questo è stato il “raid ebraico”». Altrettanto untuo­so l’intervento del cristiano Diego Anghilante, segretario dell’Asso­ciazione Italia-Israele di Cuneo: «A proposito della reazione dei giovani ebrei romani contro la sede dei neonazisti a Roma, siamo consa­pevoli che non è la strada della violenza quella da percorrere per combattere il feno­me­no dell’antisemiti­smo. In uno Stato democrati­co, infatti, dovrebbero essere le isti­tu­zioni a garantire la difesa dei cittadini e la tutela delle minoranze. Non possiamo, tuttavia, trattenerci dall’indicare in quell’episodio l’esempio della nuova coscienza ebraica, dopo la Shoah e dopo la costituzione dello Stato di Israele: la rinata coscien­za di un popolo che, dopo secoli di passività e di sopportazione dei soprusi perpetrati contro di esso, trova finalmente il coraggio di affermare la propria identità e di difenderla con fierezza e decisione».

      novembre 1992 – Similmente a quanto successogli a Roma, tra gli ap­plau­si della demostam­pa di Vancouver David Irving, giunto in Canada per relaziona­re sulle tesi revisioniste, viene arrestato ed espulso (similmente, l’11 novembre 2005 lo storico verrà arrestato in un agguato poliziesco con tanto di pistole spianate – su mandato spiccato per «apologia di nazismo» l’8 novem­bre 1989, e mai comunicatogli e dopo che per altre due volte si era recato in Austria per convegni, per avere tenuto due relazioni sto­riche, a Vienna e a Leoben – in Austria, ove si era recato per relazionare in una conferenza indetta dal­l’as­sociazio­ne studentesca Olympia dal titolo «Le trattati­ve finanziarie del 1944 tra il rappresentante degli ebrei ungheresi Joel Brand e Adolf Eichmann per il salvataggio degli ebrei ungheresi prima di Auschwitz alla luce dei servizi di decrittazione britannici»: su richiesta del p.m. Michael Klacki, il 20 feb­braio 2006 verrà dannato a Vienna a tre anni di carcere dal giudice Peter Liebetreu). Al contempo, nessuna san­zio­ne da parte dei Guardiani Morali colpisce il giornalista israeliano Joseph Lapid il quale, intervistato in una puntata del televisivo Canada AM, si augura che un qualche benintenzio­nato confratello riesca prima o poi ad assassinare il trans­fu­ga mossa­dico Victor Ostrovsky, rifugiatosi nel paese.

      9 novembre 1992 – Il Landgericht di Mannheim condanna a quattro anni di car­cere condizio­nale Günter Deckert per avere proiettato in una riunione pubblica un filmato documentario sul «Rapporto Leuchter» e per avere tradotto il detto Rapporto (il procuratore di Stato aveva chiesto una pena di due anni senza condizionale). Paral­lelismo: negli stessi giorni il tribunale di Giessen condanna un venticinquenne, colpe­vole di avere provocato fratture multiple a un lattante, a undici mesi condiziona­li.

      19 novembre 1992 – Assalto a sprangate contro la libreria La Joyeuse Garde, rue de l’Amiral Roussin, Parigi XV. Qualche giorno dopo, aggressione alla Ogmios.

      dicembre 1992 – Il capo della redazione washingtoniana del Los Angeles Times, Jack Nelson, pubblica un libro, Terror in the night (Terrore nella notte), nel quale rivela che Adolph Botnik, capo ADL a New Orleans, ha versato 70.000 dollari a due caporioni ku-klux-klanici allo scopo di «istigare violenze contro la comunità ebraica, al fine di rafforzare l’appoggio all’ADL quale organizza­zione di difesa degli ebrei».

      gennaio 1993 – Il professor Bernhard Schaub, docente di Tedesco e Storia alla scuola antroposofica Rudolf Steiner di Adliswil e padre di due ragazzi, viene licenzia­to dopo una feroce campagna di stampa capeggiata dal quotidiano Blick. Motivo: la de­nuncia del padre di un’alunna ebrea per avere, mesi prima, pubblicato Adler und Rose, “L’aquila e la rosa”, opera non-confor­me di storia. Subito dopo viene licenziata anche la moglie, docente di Euritmia alla scuola di Waldorf.

      febbraio 1993 – Il giornalista Michael Kneissler riporta in Playboy edizione tede­sca, sotto il titolo Tod den Nazis (Morte ai nazisti), le confidenze di un membro JDL, che a chiare lettere avverte che diversi esponenti di estrema destra sono elencati in liste «speciali»: «Le persone dietro le scene sono spesso più importanti, come quei pro­fessori che negano o sminuiscono l’Olocausto nei loro libri». Ancora più chiaro è stato, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung del 12 dicembre precedente, il trentatreen­ne Rabbi Baruch Ben Joseph (nato Baruch Green): ogni tedesco che grida Heil Hitler o si autoproclama altrimenti nazista è un bersaglio mortale.

      14 febbraio 1993 – Dopo che in data 30 dicembre 1992 il ministero dell’Interno e della Sicurezza Pubblica francese accusa la rivista italiana l’Uomo libero di svilup­pa­re «thèses racistes, antisémites et apologétiques du nazisme», avvertendola di essere «susceptible d’interdiction de circulation, de di­stri­bution et de mise en vente en France en application de l’article 14 de la loi du 29 juillet 1881 sur la liberté de la presse», il 14 febbraio 1993 compare sul Journal Officiel de la République Française il decreto 9 feb­braio NOR: INTD930011SA («considerando che la messa in circola­zio­ne in Francia di questa pubblicazione è di natura tale da causare pericoli per l’ordine pubblico»), il quale ne vieta la circolazione «sur l’en­semble du territoire» (a conferma della sollecitudine francese per la democrazia, altre riviste successivamente vietate, sempre con atto amministrativo, saranno il periodico dello spagnolo CEDADE Círculo Español de Amigos de Europa, la rivista ame­ricana The Natio­nalist e le belghe Orien­tation, Voulouir e l’Assaut).

      Immediata la risposta della redazione: «Il fatto che l’Uomo libero, pubbli­cato da tredici anni solo in lingua italiana, non sia mai stato diffuso e messo in vendita in Francia e che queste disposizioni liberticide provengano da Parigi, è sintomatico di un intervento “su commissione”. Nella patria delle Libertà illuministi­che pensare è un reato: da anni sono infatti operanti le più feroci leggi contro ogni forma di libera indagine storica. Decine di persone che hanno osato dis­sentire da tesi imperversanti da mezzo secolo, hanno sofferto carcere e pene pecunia­rie. L’odier­na scomunica de l­’Uomo libero rientra in quella coreografia mondialista che anche in Italia tenta di giungere a leggi speciali, nell’illusione di soffocare il libero dibattito e le idee realmente alternative […] “Razzismo”, “antisemitismo”, “neonazismo” sono etichette strumentali, spec­chiet­ti per le allodole costruiti dal Sistema nel tentativo di annientare ogni idea irriducibile al Mondiali­smo». Il gravissi­mo attentato alla libertà di opinio­ne, denun­cia­to a un centinaio di testate giorna­li­sti­che, lascia indiffe­ren­te non solo la «libera» stampa italiana, ma anche organizzazioni di comodo qua­li Amnesty In­ternational e congeneri. Come in seguito dirà a un intervistatore Piero Sel­la: «Tutto è cominciato da quando organiz­zam­mo quella confe­renza di David Irving […] confe­ren­za che poi sal­tò perché Irving fu fermato dalla polizia all’aero­porto e buttato fuori dall’Italia. Vede, in Italia non ci sono ancora leggi repressive come quelle in vigore in Francia e in Germania, dove è proibito met­tere in dubbio l’Olo­cau­sto, le camere a gas, il numero dei morti nei campi di concen­tra­mento fissato dagli ebrei. E allora questi si sono mobilitati per fare la legge Mancino […] Gli ambienti ebraici. Che in attesa della legge Mancino hanno mobilita­to i loro colleghi di Parigi, i quali sono riusciti ad ottenere dal ministero degli Interni francese un provvedimento con il quale si vieta la circolazione in Francia de l’Uomo libero. Tutto questo senza che venisse discusso il contenuto dei nostri articoli e senza che noi fossimo interrogati». Tra i pochi quotidiani che riportano il fatto, la Repubblica gongola due giorni dopo: «La Francia censura una rivista milanese: “Fomenta il razzismo”».

      23 febbraio 1993 – Durante un processo davanti alla XVII Camera contro i nazionalisti francesi Michel Lajoye e Oliver Devalez, responsabili della rivista L’Empire invisible e imputati di «incitamento all’odio razziale» su denuncia della LICRA, del MRAP, di Gaubert/Goldenberg e della Procura, decine di betarici aggre­di­scono a ba­stonate i militanti di destra presenti, complici inerti i poliziotti. Nel giugno 1990, durante l’affaire Carpentras, il ventenne Lajoye, esasperato per l’inva­sione allogena e istigato da agenti pro­vo­catori, aveva deposto un ordigno in un caffè di Petit-Que­villy frequentato da magrebini. Per quanto l’esplosione avesse danneggiato il locale senza fare feriti né vittime, il giovane era stato con­dan­nato all’ergastolo aggravato da una pena irriduci­bile di altri diciotto anni (a con­fronto, ricordiamo che l’omicidio viene punito col carcere fino a 20 anni, il tentato omicidio fino a 10 e che scontata metà della pena si giunge alla messa in libertà).

      E questo mentre terroristi islamici attentatori di aerei, persone come il gauchiste Florence Rey assassino di quattro persone, pedo­fili autori di osceni cri­mi­ni, afro-magrebini assassini e stupratori plurirecidivi ed infine, per fare due altri nomi, il ventunenne magrebino Issam R., nel novembre 1997 assassino di un liceale francese diciottenne che aveva osato resistere all’aggres­sio­ne, e il quarantunenne Yves Peirat, autore dal 1994 al 1998 di dodici attentati esplosivi, non solo ricevono pene infinita­mente minori, ma vengono deliziati dalla solidarietà dei media (il 20 febbraio 2001 Issam viene condannato dalla Corte d’Assise di Rhône a cinque anni, dei quali quattro e mezzo condizionali, e tosto scarcerato per avere già passato in carcere preventivo sei mesi: pressoché tutti i media restano muti, mentre Le Jour­nal du Dimanche, che riporta il fatto in poche righe, evita di menzionare anche il nome del­l’assassino per non farne supporre l’etnia; per Peirat il procuratore chiede cinque anni di carcere: non sappiamo indicare la pena, irrogata il 22 febbraio 2001).

      Tornando a Lajoye, a sorpresa, nel marzo 2007, dopo quattordici anni, l’irriducibile anti-invasionista sarà messo in libertà vigilata («probatoire») dalla Corte d’Appello di Reims.

      18 marzo 1993 – Facendo seguito alla repressione culturale operata dal «brac­cio destro» del Sistema, continua l’offensiva condotta dal «braccio sinistro» della delin­quenza gruppuscolare. Poco dopo la mezzanotte un attentato incen­diario distrugge la libreria-editrice Europa / Settimo Sigillo di Enzo Cipriano a Roma, nei pressi dei Musei Vaticani e del commissariato San Pietro. Nessuna vigilanza è stata predispo­sta dalle autorità, malgrado già il 28 febbraio, ai primi di marzo e la notte del 14 fossero state lanciate minacce e tentati sfondamenti delle vetrine da parte di più individui, tra i quali studenti del vicino liceo Mamiani e attivisti del centro sociale Corto circuito. Malgrado una solle­ci­ta inter­pellanza parlamentare e l’imme­dia­ta denuncia dell’acca­duto, gli esperti per i rilievi si presentano in tutta calma nel tardo pomeriggio, a diciotto ore dall’accadu­to; pressoché nessuna denuncia della barbarie che ha mandato in fumo 40.000 volumi viene compiuta dalla stampa di regime e dalla televisione.

      22 aprile 1993 – A Washington vengono aggredite decine di persone tra le centocinquanta che pacifica­mente dimostrano contro l’apertura dell’US Holocaust Memorial Mu­seum. Il cin­quan­taduenne David Willcox, impiegato della Washington Suburban Sa­ni­tar­y Commission, viene bastonato da militanti in nera tenuta paramilitare e kippà sul cocuzzolo. Il portavoce JDL Michael Schneider dichiara che il suo gruppo conti­nuerà a fare «whatever is necessary, tutto quanto sarà necessario» per «difendere» gli ebrei.

      22 maggio 1993 – Ancora a Stoccolma, un commando betarico giunto appositamente il giorno prima da Parigi, mascherati e muni­ti di spranghe gli assalitori, aggredisce Robert Faurisson e ferisce con disinvoltura due poliziotti in abiti civili.

      21 giugno 1993 – Con giudizio di prima istanza la pretura di Osna­brück, istigata dal sostituto procuratore Töppich, incar­ce­ra­ l’ot­tantaquat­tren­ne Rudolph Tjudar per i crimini di diffamazio­ne dei morti, incitamento all’odio razziale e similari (Tjudar verrà incarcerato ancora nel 1998, ottantanovenne!) a norma degli artt. del CP 130 Volksverhet­zun­g “istigazione a delinquere / sobillazione del popolo”, 131 Auf­hetzung zum Rassenhaß “inci­tamento all’odio raz­ziale”, 185 Beleidigung “ingiuria”, 186 üble Nachrede gegen eine Einzelper­son “diffama­zione individuale”, 187 Verleumdung ge­gen eine Einzelperson “calunnia individuale” e 189 Verunglimpfung ei­nes Verstorbe­nen “vili­pendio di un defunto”… ossia per avere invia­to a millequattro­cento cono­scen­ti una lettera privata non-conforme a tema Olo­cau­sto e invasionisti­ci dintorni. Con rifiuto del tribunale di prendere nella benché minima considera­zione il materiale a discarico, lo studioso antimondiali­sta (che ha in precedenza imputato per lettera Helmut Kohl per alto tradimento, pre­pa­razione di alto tradimento e genocidio a norma degli artt. 81, 83 e 220a del CP per avere, quale Capo del Governo e contro la Costituzione, dichiarato nell’au­tunno 1991 di operare per la svendita della sovrani­tà nazionale attraverso il trattato di Maastricht) viene condannato a due anni senza condi­zionale, arrestato in tribunale e gettato in carcere per dieci settima­ne.

      Il giudizio di seconda istanza, sempre con rifiuto di lettura del materiale probato­rio a discarico, lo condanna a quindici mesi di carcere e condiziona­le a quattro anni, ammenda di 5000 marchi e divieto di pren­de­re pubblicamente in futuro una qualche posizione su una qualunque que­stione attinente all’ebrai­smo, in particolare divieto di occuparsi del processo di Cracovia del novembre-dicembre 1947 e di pubblicare su documenti od opinioni (una prima istanza di revisione della senten­za viene rigetta­ta il 26 giugno 1994); anche l’appello all’Oberlandsge­richt di Oldenburg rigetta l’i­stanza di revisione avanzata per violazione dei diritti della difesa; anche la Corte Costituzio­na­le rigetta definitivamente l’ulteriore appello (l’unica strada aperta resta il lungo, defatigante e costoso ricorso alla Commissione Europea dei Sacrosanti Diritti per la continuata, patente e impudente viola­zio­ne dei diritti della difesa).

      Mentre su Tjudar, e sui mille altri casi di liberticidio a carico dei violatori del Culto Olocaustico, nessun liberale prenderà mai posizione se non demo­acquiescen­te, l’indigna­zione si sprecherà per i bestemmia­tori islamici Salman Rushdie, Taslima Nasre­en e Abbas Maroufi. Sen­z’al­cun pudore, nell’aprile 1997 Der Spie­gel così pre­senterà quest’ultimo (titolo dell’articolo Sturz in den Wahnsinn – Die Verfolgung kriti­scher Schriftstel­ler im Gottestaat, «Caduta nella follia – La persecuzio­ne di scrittori critici in una teocrazia”): «Lo scrittore Maroufi, trentanove anni, all’inizio dello scorso anno fu condannato a Teheran a venti colpi di frusta, sei mesi di carcere e due anni di divie­to di pubblicazione… per offesa ai valori della religione. Vive oggi, rifu­giato politico, in Germania» (sul capo di Rushdie, oltre a una taglia di un milione di dollari, pende invece la fatwa a morte pronun­ciata dall’ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989, mentre la Nasreen è stata condannata a morte dagli estremisti islamici del Bangladesh, con in sovrappiù una taglia di 2500 miseri dollari).

      12 luglio 1993 – Il terzo tempo della strategia repressiva del Sistema, apertosi con la repressione giudiziaria scate­nata il precedente 18 gen­naio contro la redazio­ne de l’Uomo libe­ro, proseguito col varo del Decreto Manci­no il 26 apri­le e alzatosi di tono nel maggio con l’incrimi­nazione, per la sua violazione, di quattro redattori della suddetta rivista, fantasiosamente accusati di essere gli ideologi di una superorganizza­zione naziskini­ca italiana, trova il suo acme con la feroce perse­cuzione giudi­ziaria scatenata il 12 luglio dalla demomagi­stra­tura veronese con­tro il sodali­zio politico-culturale antimondialista­/antinvasio­nista Fronte Nazio­nale.

      Puntuale il commento in un comunicato diffuso in autunno da intellettuali non-conformi in difesa della libertà di pensiero, non riportato da alcun organo demoin­for­mativo (titolo: Malavita democratica e repressione – Il caso Fronte Nazio­na­le):

      «Dal 12 luglio il dottor Giorgio Freda, il dottor Cesare Ferri [assolto in ogni grado di giudizio con formula piena dopo quattro anni di carcere preventivo per gli attentati attribuiti ai gruppi Ordine Nero e MAR, nonché dopo tre anni e due mesi di carcere preventivo per l’attentato compiu­to a Brescia in Piazza della Loggia il 28 maggio 1974: otto morti e oltre cento feriti, nel marzo 1991 era stato «risarcito» dallo Stato con 100 milioni per «ingiusta detenzione»] e il signor Aldo Gai­ba sono seque­strati in carcere per delitto di opinio­ne. Altri ade­ren­ti all’associa­zio­ne politica Fronte Nazionale, nonché dal 4 maggio alcuni redattori della rivista “l’Uomo libero”, sono ad arresti domiciliari. Ciò a scopo “preventivo”, senza che sia stata emessa contro di loro alcuna sentenza, nel silenzio totale della “libera” stampa. Il “delitto” è costituito soltanto dalla loro volontà, fermamente e pubblica­mente espres­sa, di difen­de­re l’identità nazionale dall’invasioni­smo immigrato­rio e dall’asservimen­to dell’Eu­ro­pa alla finanza mondiale, avallati da un criminale ecume­ni­smo ecclesiale e da un aberrante, non ancora defunto marxismo. Tale perse­cu­zione viene attuata, e aggrava­ta, con l’esplicita esclusione, ammessa dagli inquiren­ti del “tribunale della libertà”, di una qualsivoglia imputazione per fatti che costituisca­no azione eversiva, ingiusta lesione di un diritto altrui, violenza o incitamento alla violenza.

      «L’estrema gravità di tale “segnale giudiziario” indica con estrema chiarezza come le bande più insidiose della malavita democratica intendano prevenire ogni dissenso popolare e schiacciare i più coscienti oppositori: da un lato, rinsaldando l’omertà che lega i compari dell'”unità nazionale” e dei colpi di spugna; dall’altro, aggravando la prassi delle leggi speciali: dalla XII disposizione “transitoria” contro la ricostitu­zio­ne “del disciolto partito fascista” alla Legge Scelba, dalle sue tumorali escrescenze al decreto 26 aprile 1993, noto come Legge Mancino dal nome del democristiano ministro degli Interni. Impostata dal socialista Martelli non ancora dimissionato per Tangentopoli, amorevolmente curata dal deputato ebreo repubblicano Modigliani, pre­sentata per il rotto della cuffia dal governo del socialista Amato, tale Legge è stata portata ad ignobile nascita dal governo “tecnico” Ciampi, col plauso di ogni sinistro e del Quirinalizio. In forza delle sue aberranti disposizioni ogni afferma­zione di identità nazionale o religiosa – identità che venga distinta dalle altre per difenderla e affermarla – viene repressa con pene abnormi e folli (anni di carcere, sequestro e confisca delle abitazio­ni, pene accessorie a grappolo dopo l’espiazione carceraria). E questo anche se chi rivendichi la propria identità nazionale o religiosa non leda affatto il diritto di ogni altro soggetto etnoculturale a difendere la propria identità. Secondo tale legge, di altissima pericolosità sociale, affermare il buon fondamento del proprio distinguersi dagli altri significa diffondere ingiuste idee di “superiorità”, incitando ad una lesiva discriminazione “razzista”.

      «Va dato atto che le cosche, logge, lobby e bande che preparano il Nuovo Ordi­ne Mondiale inventando leggi speciali anche in altri paesi europei non erano finora riuiscite (tranne che in Francia e in Germania) a raggiungere un simile primato di infamia, né a scendere tanto in basso nell’esplicitare la minaccia rivolta al proprio popolo, al quale è fatta proibizione, sotto minaccia di pene draconiane, di preferire, affermare e difendere la propria identità. “La gente crede – ha scritto il francese Jean Madiran – che tali leggi siano solo contro il ‘razzismo’. Esse sono in realtà contro la nazione” (Présent, 24 agosto 1993). “In realtà – rileva autorevolmente il magistrato Carlo Alberto Agnoli – questa in­credibile legge Mancino, in nome della tolleranza razziale e religiosa, sotto il pretesto di universale libertà, cancella ogni libertà di pensiero, di parola, di stampa, di asso­cia­zione e soprattutto di religione, implicita­mente abrogando i capisaldi della costitu­zio­ne e ponendo le premesse di una inaudita tirannide. In quest’ottica, che non si può esitare a definire folle, si pone nelle mani del giudice uno strumento incontrollabile. La discrezionalità delle disposizioni è così profonda da non consentire di vedere l’a­bisso in cui finisce”. Ci troviamo di fronte a una “grottesca disposizio­ne, supportata da inaudita violenza persecutoria”, a un tessuto normativo “assoluta­mente impermea­bile ad ogni esigenza di giustizia. In seguito al decreto in esame, non possono più considerarsi riconosciute e tutelate le libertà poste a fondamento della stessa costitu­zione. Si può fondatamente ritenere che prima che la giurisprudenza della Suprema Corte abbia dato un significato e posto innumerevoli limiti interpretati­vi a tali vaneggiamenti, si verificheranno infiniti casi di pronuncie liberticide” (Chiesa viva n.241, giugno 1993)».

      Altrettanto puntuali, dopo il rinvio a giudizio del Fronte, le considera­zioni dell’av­vocato Edoardo Lon­go, anch’egli perseguitato dal demoregime (in particolare, sub specie del massonico Ordine forense di Pordenone, che in meno di dieci anni gli infligge settecento fra intimazioni e convocazioni «disciplinari», tra cui trenta procedimenti, e nove mesi di sospensione dall’attivi­tà): «Se esi­steva già una legge che vietava la ricostituzione del Partito Fascista (la legge Scelba), che senso aveva vararne un’altra (la legge Manci­no), che nel contenuto ripe­te essen­zial­mente la prima? L’origine di repressione del dissenso ideologico appare evidente e la stessa Magistratura ricorre a voli pindarici e ad impressionanti contrad­di­zioni per cercare di dare un significato a tale norma, cercando di limitarne, o occultarne, i profili altamente incostituzionali, che la rendono in tutta evidenza non una legge penale, bensì una legge da codice penale di guerra, con ciò riconoscendo nei fatti che una guerra sussiste, ed è stata dichiarata dal regime plutocratico ai suoi oppositori di ieri e di sempre. Nella citata sentenza il Giudice delle Indagini Prelimi­nari [Carmine Pagliuca] si rende evidente­mente conto che, in caso di accuse cumulate inerenti le due leggi, solo la legge generale (la legge Scelba) trova applicazione, in quanto la legge Mancino “è sussidiaria per la riserva espressamente contenuta nel primo com­ma dell’art. 1″. Non va applicata la seconda legge per “evitare la duplicità di incolpa­zione per un’unica condotta”. Ma perché il Parlamento italiano avrebbe varato una leg­ge che, nell’insieme, è una ripetizione dell’anteceden­te? Il motivo è da ricercarsi nel fatto che la legge Scelba è applicabile solo in caso di sussistenza di fatti di violenza politica (peraltro sistematica e non occasionale come nella legittima difesa o nella reazione a provocazioni). È evidente che una simile legge non bastava più al regime democratico, in quanto inidonea a reprimere il montante dissenso politico. Ecco quindi la legge Mancino che, con crite­ri intollerabili da nuova Inquisizione o da redivivo KGB, intende sanzionare l’espres­sio­ne politica e culturale del dissenso, nonché la diffusione di propaganda politica sgradita al regime mondialista».

      Ed ancora: «Ma quali sono le idee che la legge Mancino di­chiara “razziste” e quindi persegui­bili? Nell’esame di questi parametri ci si rende conto come tale legge sia varata in osse­quio a quella tirannia mondialista che auspica un regime di “polizia del pensiero” che i propugnatori del nuovo ordine mondiale vo­gliono instaurare. Citiamo testualmente le definizioni di “idee razziste” del Tribunale di Verona, per il quale va sanzionata “non la libera manifestazio­ne del pensiero, tesa all’esaltazione o alla sottovalutazione delle varie razze per le loro significatività derivanti da elementi esteriori o intrinseci, antropomorfici (caratteri somatici) o biologici (qualità ereditarie) od anche quale espressione di patrimonio culturale latu sensu: tale esternazione in sé e per sé non è vietata se correlata a referenti antropolo­gici, biologici e culturali; è parimenti consen­tito manifestare democratica­mente la propria opinione sul fenomeno dell’immigrazio­ne, verso la quale si può professare opposizio­ne che si basi, ad esempio, su motivi economici, di lavoro, sanitari, di ordine e di sicurezza sociale. Ciò che si vuole impe­dire è che le ideologie contenenti il germe della sopraffazione od enunciazioni filosofico-politico-sociali (quali il primato delle razze superiori, la purezza della razza) conducano a discriminazioni aberranti, col pericolo che ne derivi odio, violen­za, persecuzione”».

      Continuando, Longo evidenzia la ratio di tali leggi libertici­de: «È aberrante, invece, propaga­re “enunciazioni politico-filosofiche, etc…”! È di tutta evidenza come tale definizione fra dissenso ammesso e dissenso perseguita­to non è giuridica, non trova riscontro in nessuna defini­zione giuridica, ma è una mera di­stin­zione politica e ideologica, e come tale opinabile e soggetta a molteplici variazio­ni interpretative, a seconda di chi pretende di applicarla o di chi si reputa offeso da una condotta unila­teralmente e fanaticamente definita “razzista”. In queste discrimina­zioni “democrati­che” si annidano i germi tirannici, dispotici del regime democratico antifa­scista e dell’ipocrisia “umanitaria” del mondialismo: è evidente che con tali leggi i dissidenti perdono la garanzia della certezza del diritto; ad essere giudicate lecite o no dal regime non sono condotte oggettive, bensì elaborazioni culturali e pro­posizioni politi­che, il cui criterio di liceità dovrebbe sottostare al parere di una sorta di “commissio­ne popolare di controllo democratico”: né più né meno di quanto era pre­vi­sto dal codi­ce penale sovietico e stalinista. È evidente, poi, che con queste leggi le lobby mondialiste hanno voluto strumentalizzare la Magistratura, ritenuta, a torto o a ragio­ne, come il cane da guardia delle plutocrazie imperanti, delegando a sbirri e a giudici il compito di reprimere un dissenso politico radicale in opposizione al regime sorto dalla sconfitta bellica del 1945».

      Similmente, rifacendo nel 1995 la storia della Tre M e di quella più vasta demole­gi­sla­zione che viola nel modo più elastico e spudorato la sacra «separazione dei pote­ri», il direttore de l’Uomo libero Mario Consoli (I): «Si tratta di una legge libertici­da, gravissi­ma per le sue potenziali­tà repressive sia da un punto di vista giuridico quanto, soprat­tutto, politico. Uno di quei beveroni, in condizioni normali, non facili a far ingerire […] Speciale è considerata una legge quando è destinata a durare il tem­po limitato necessario ad affrontare pericolose circostanze straordinarie. La carat­te­risti­ca, la “specialità” di queste leggi, sta nel limitare la libertà dei cittadini ed offrire alle forze di polizia e alla magistratura delle discrezio­nalità che la normale amministrazio­ne di uno Stato di diritto non potrebbe loro consentire. Considerando la peculiare caratteri­stica “democratica” di cui si tinge l’attuale regime, si può affer­mare che “speciale” è da considerarsi una legge anche quando configuri, e reprima, reati esclu­sivamente d’opi­nione. Si tratta infatti di una palese contraddizione di termini, e di contenuti: se si afferma, a livello costituzionale e di principio, la libertà di espressio­ne del pensiero, qualunque esso sia, a patto che non si usino sistemi vio­lenti per affermarlo, come si possono poi configurare, e reprimere, reati d’opinio­ne?».

      Ed ancora: «Il magistrato, attraverso i suoi ragionamenti, squisitamente politici, stabilisce quando è opportuno lasciar correre e quando è preferibile colpire. Non in base ad un reato commesso, ma alla potenzialità, al fatto che, crescendo, col passare degli anni, quel gruppo, quelle persone potrebbero diventare una forza politica peri­co­losa per il vigente potere. È attraverso questa discrezionalità politica che la magistratura ha condannato, in base alla legge Scelba, piccoli gruppi ritenendoli potenzialmente destinati al successo, e si è invece astenuta dal farlo nei confronti di fenomeni ritenuti velleitari o di altri, di ben più vasta dimensione, perché sostanzial­mente utili al potere […] Appare da ciò chiaro ed inequivocabile l’originario elemen­to ispiratore ed il reale obiettivo della legge Mancino: la salvaguardia del mondiali­smo e la repressione di ogni forza, di qualsiasi tipo, che possa tentare di opporvisi. La società “legale” auspicata da una legge di questo tipo può essere evidentemente solo una società assolutamente multirazziale, dove nessun elemento culturale o reli­gio­so possa identificare un popolo e differen­ziarlo da un altro. È infatti un mondo senza nazioni, senza culture o religioni caratteriz­zanti, quello voluto da chi si agita per giungere ad un unico governo mondiale. La materia affrontata e le possibili di­ver­se interpretazioni di questa legge speciale offrono una discrezionalità senza prece­denti al magistrato; e tale discrezionalità come può essere gestita se non attraverso precise scelte politiche? Scelte politiche cui, alla bisogna, le forze di governo e i mass media spingono il magistrato, ancora una volta chiamato a svolgere un ruolo che con il diritto e la giustizia non ha nulla a che fare: un ruolo politico. Pesantissi­me, inoltre, le pene previste dalla legge Mancino: sequestro degli immobili e dei beni degli inquisiti, domicilio coatto, reclusione, lavori forzati – sissignore, proprio lavori forzati! – ritiro della patente e passaporto, “divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative“. È opportuno sottolineare come queste pene non siano contemplate nemmeno nel caso di sequestri di ingenti quantitativi di droga, né in caso di ritrovamento di arsenali mafiosi e nemmeno per i ben noti reati di corruzione che hanno costellato, e costella­no, lo squallido e potente mondo di Tangentopoli. A conclusione di queste considera­zioni riteniamo utile rimarcare – cosa sicuramente ignota ai più – che attraverso la legge Mancino vengono assegnati speciali poteri alle forze di polizia che hanno mano libera nel decidere ed eseguire perquisizioni anche senza l’autorizzazio­ne – neppure telefonica – del magistrato».

      Lasciando al lettore ogni giudizio in merito alle analisi e alle proposte affermate dal Fronte Nazionale, ci limitiamo infine a riportarne integralmente il più compiuto mani­fe­sto, già conside­ra­to pienamente lecito, per quanto ovviamente non condivisibile come ogni altra manifesta­zio­ne di pensiero, da diverse procure della demorepub­bli­ca: «L’Italia non è terra d’immigrazione: nessuna assimilazione, nessuna integrazione, nessun meticciato – A ciascun popolo la propria terra. A ciascun popolo le proprie risorse. A ciascun popo­lo la propria dignità etnica e culturale.

      «L’immigrazione di stranieri africani e asiatici sta moltiplicando in Italia le tensioni sociali e aggravando i problemi dell’alloggio, della salute pubblica, dell’e­mar­ginazio­ne e della delin­quen­za. Le aspettative di lavoro degli stranieri immigrati – destinate a essere deluse, giacché l’Italia è uno Stato-Nazione in cui vivono oltre due milioni di nazionali disoccupati e altrettanti “nuovi poveri” – sono alimentate: dai settori produttivi che praticano il lavoro nero; dai settori industriali che vogliono comprimere il costo del lavoro, sfruttando la presenza dei nuovi schiavi ed evitando di introdurre la modernizzazione degli impianti nocivi e delle lavorazioni faticose e sgradite [semplicemente allucinante sarà, in effetti, il BG, direttore gene­ra­le della Confin­du­stria e futuro presidente del gruppo bancario UBS-Warburg Italia nonché presidente di Rete Ferroviaria Italiana Innocenzo Cipolletta, di cui a fine paragrafo]; dal pa­rassitismo affari­stico diffuso (affit­tuari; produttori, mediatori e procacciatori di merce contraffat­ta); dalle Sinistre alla ricerca di qualsiasi nuovo proletario [non per nulla l’art. 1/I dello statuto del PCI suona: «Possono iscriversi al Partito Comunista Italiano gli uo­mi­ni e le donne che abbiano compiuto il diciottesimo anno d’età e che – indipenden­temente dalla razza, dall’etnia, dalla nazionalità, dalle convinzioni filo­so­fiche e dalla confes­sione religiosa – ne accettino il programma politico deliberato dal Con­gresso e si impegnino ad agire per realizzar­lo»]; dalle Chiese alla ricerca di qualsiasi nuovo fedele. Sono alimentate sopra tutto dalla pluto­crazia mon­dia­lista che mira allo sradicamento delle diverse culture e al dirazza­mento dei diffe­renti popoli, per produrre un tipo generale subumano, ag­gre­gato in una massa mon­diale che con­ce­pisca la vita come merce da consumare se­condo il maligno model­lo capitalisti­co.

      «Opponendosi a questo stravolgimento, il Fronte Nazionale vuole: 1 – La chiusura effettiva delle frontiere all’immigrazione extraeuropea. 2 – L’espulsione immediata degli stranieri extra­eueropei immigrati illegalmente (clandestini). 3 – La cancellazio­ne graduale sino all’abrogazione totale della c.d. “legge Martelli” e il rimpatrio di tutti gli stranieri extraeuropei immigrati il cui sogguiorno in Italia risulta finmora consentito dalla stessa. 4 – La revoca della cittadinanza italiana a tutti gli extraeuro­pei immigrati che l’abbiano ottenuta a partire dal 1970. 5 – La concessione, a tempo determinato, dello statuto di “lavoratore ospite” agli stranieri europei extracomunitari, applicando il contingentamento della loro presenza su base comunale (non su base na­zionale), limitato al 2% del complesso della forza lavoro locale. 6 – L’imposizio­ne, ai datori di lavoro che richiedano mano d’opera da Paesi europei extracomunitari, di provvedere alla sistemazione abitativa dei “lavoratori ospiti”. 7 – L’effettuazione di severi controlli sanitari alle frontiere nazionali. 8 – L’istituzione di centri culturali destinati agli stranieri europei extracomunitari, per contribuire a preservarne costumi, tradizioni, religiosità specifiche durante il sogguorno in Italia. 9 – Lo svolgimento di una organica politica di equa cooperazione interraz­ziale, mirante a prevenire l’emi­grazione dai territori extraeuropei, attraverso soluzioni economiche fondate sulle risorse e sui bisogni primari dei loro popoli, osservando regole confor­mi alle loro tradizioni e rispettando esigenze estranee allo sfruttamento plutocratico».

      Ridando prova di alto virtuosi­smo giuridico, il 25 ottobre 1995 la sen­ten­za di primo grado, democucinata a dieci mani dal sinistro procuratore del­la repub­bli­ca veronese Guido Papalìa, dal giudice per le indagini preliminari Carmine Pagliu­ca, dal pub­bli­co ministero Antonino Condorelli (look da sessantottino inacidi­to, poi balzato a inquisire per violazione della Tre M cinquanta membri del Veneto Fronte Skinhe­ads, ventitré dei quali perseguitati per un decennio ed infine assolti con formula piena da tribunale di Vicenza nell’ottobre 2004; sua pronuncia solenne, attestata dall’avvo­cato Edoardo Longo: è nazista chiunque ritiene che il sangue sia portatore di caratteri ereditari), dal pre­si­den­te della Corte d’Assise Mario Sanni­te e dal giudice a latere Mario Resta (look da autorevoli uomini d’ordine), infliggerà – oltre a un’ammenda di sessanta milio­ni e al paga­men­to delle spese processuali e delle «spese di manteni­mento in carcere du­rante la cu­sto­dia cautelare» (quattro mesi di carcere duro: la beffa, oltre al danno!) – sei anni di reclu­sione al reg­gen­te del Fronte Nazionale Franco Freda, inoltre «inter­detto in per­petuo dai pubblici uffici», quindici e sei mesi a quattro diri­genti, «interdet­ti dai pubblici uffici per la durata di anni cinque» e 63 a 42 altri iscritti al sodalizio (regolarmente costituito davanti a un notaio cinque anni innanzi!). Il tutto, per il reato «di cui agli artt. 1 e 2 legge 20.6.1952 n.645» alias «ricostitu­zione del disciolto parti­to fascista», della quale nessun italiano di senno si è mai accorto.

      La sentenza verrà poi ribollita, con le stesse pene, il 20 maggio 1998 dal trio Procuratore Genera­le di Venezia Giam­paolo Fiorio, presidente della Corte d’Assise d’Ap­pello Umberto Maria­ni e giudice a latere Zam­petti. Condivi­sibile il giudizio dell’avvocato difensore Carlo Taormina (per inciso, tanto per informazione, di madre ebrea), che si scaglia contro la «ver­go­gnosa sen­tenza politica che confisca la libertà di manifestazio­ne del pensiero già paurosa­mente compromessa dal monopo­lio di sinistra degli organi di informazio­ne»: «La con­danna di Franco Freda è una campana a morto per le liber­tà democrati­che di questo paese» (evidente­mente conscia dell’assurdità dell’imputazio­ne, ma altrettanto voglio­sa di non perdere l’occasione per un castigo esemplare, il 7 maggio 1999, a sorpresa, la I sezione penale della Corte di Cassa­zio­ne derubrica il «reato» dalla legge Scelba alla Mancino, dimezzando le pene a tutti gli imputati).

      A conferma delle analisi del Fronte sulla posizione antinazio­na­le del capitalismo, chiudiamo con le opinioni, crimina­li prima che intellet­tualmente risibili, espresse dal boss confindustria­le – naso grosso, oc­chi da pecora man­sueta, sorriso me­sto – sul mas­simo quotidiano l’8 dicembre 1998, nel pieno del furore inva­sio­nista invocato dallo Zuc­chetto Polac­co e dal nono Quirina­lizio (di cui alla decima Appendi­ce): «”Fissare un tetto, indicare numeri precisi ha il sapore del mer­ca­to degli schiavi. Se crediamo fino in fondo alla globalizzazione, il discorso non deve valere solo per le merci: lasciamo che le persone circolino libera­mente, entrino ed escano dai nostri confini. Vedrete che l’intera società ne trarrà enormi vantaggi”. Macché “emergenza” immigra­zio­ne, ma quale pericolo di “invasio­ni”. Per Innocenzo Cipol­let­ta si tratta soltanto di una paura ancestrale del popolo italiano. Paura perché gli italiani, appena poche genera­zio­ni fa, sono stati a loro volta immigrati. Insomma, per il direttore generale della Confindustria non è vero che l’Ita­lia è troppo generosa nei confronti degli stranieri che continuano a sbarcare a ritmo quotidiano sulle nostre coste. Al contrario è stata “miope” e si è comportata in modo immaturo: “I nostri poli­tici non hanno mai permesso l’ingresso regolare degli stranieri e in questo modo, di fatto, hanno favorito la clandestinità”. Perché il numero di 30 mila regolarizzazioni pro­grammate per il ’98 è “semplicemente ridico­lo” rispetto ai 57 milioni di italiani. Parola d’ordine: “Aprire le frontiere e lasciare che il mercato assesti la domanda e l’offerta così come è successo per decenni in Paesi come gli Stati Uniti e la Germa­nia”. D’accordo quindi con il presidente Scalfa­ro che parla di “porte spalancate”. Certo, ammette Cipolletta, in un secondo tempo si dovrà regolare il fenomeno chie­dendo il rispetto delle leggi contro la clandestinità, “ma se non si permette mai a chi bussa di entrare” non si uscirà mai da questo vicolo cieco».

      Ed ancora, rispondendo all’intervistatore: «Ma di fronte ai continui sbarchi si moltiplicano ogni giorno gli allarmi. “Allar­mi ingiustificati. [Il presiden­te neocomu­nista del consiglio Massimo] D’Alema ha parlato di “isteria”. Ma anche a me sembra un’agitazione del tutto fuori luogo. La verità è che per tanti anni, mentre altre nazioni hanno ospitato e integrato centinaia di migliaia di stranieri, noi abbiamo tenuto le porte sbarrate”. Ma ora si sta proceden­do alle regolarizzazioni e si parla di flussi di ingresso annuali. “Dovrebbero esistere sul serio. Invece da una parte si è indicato un numero bassissi­mo, dall’altra si è parlato di flussi di ingresso quando si trattava di persone già presenti in Italia. E poi, che cosa sono 38 mila stranieri di fronte al totale della popolazione italiana?”. Che cosa si sarebbe dovuto fare? “Allar­gare il numero degli ingressi regolari. Cifre così basse non fanno che aumenta­re l’illegalità. Perché la pressione alle frontie­re continuerà finché esiste­ranno le condizioni di vita che spingono queste persone ad abbandonare il loro paese. E loro, gli immigrati, continueranno a fare di tutto per entrare illegalmente, creando una selezione perversa: ce la fa solo che sottostà a condizioni terribili per arrivare, gente preparata a tutto. E che dà all’opinione pubbli­ca la sensazione di illegalità. Non sarebbe meglio allora farli entrare in modo regola­re?”. Ma ingressi senza limiti non creerebbero problemi al mercato del lavoro? “Ad un certo punto si dovrà chiudere. Ma come si fa a sapere che cosa succederà se non si è mai aperto? Qui si continua a parlare di cifre, si ipotizzano quote di 30 o 50 mila ogni anno. È un’impostazione sballata. Il nostro mercato del lavoro ha regole troppo rigide. Basti pensare a quanto è difficile ottenere una licenza. E ora il ministro Berlinguer vuole legare i contratti di lavoro ai diplomi: è una vera e propria forma di protezionismo. Guardiamo piutto­sto all’esempio di altri paesi”. Quali? “Se negli Stati Uniti o in Germania si sono registrati alti tassi di sviluppo è perché si è permesso a migliaia e migliaia di persone di entrare e di uscire dai loro confini. Globalizzazione vuol dire anche questo: immi­grati come energie che rinnova­no la società e lo stesso mercato”. Ha ragione quindi Scalfaro quando parla di porte da “spalancare”? “Sì, ma non solo per motivi reli­giosi. Anche per aiutare lo sviluppo della società. Poi arriverà il momento di chiude­re, di far rispettare le leggi pur continuando a concedere l’in­gres­so regolare. Ma una cosa è certa: se vogliamo cambiare il nostro paese non dob­biamo più avere paura di chi viene dal Sud del mondo. La paura è un retaggio del passato, il ricordo di un’im­migrazione recente che ancora scotta”».

      Recidivo, tre mesi più tardi, in un convegno invasionista promosso dal settimana­le liberal e nella più completa assenza di reazioni da parte dei sindacati, i nominali «difensori dei lavoratori»: «In Italia esiste un protezionismo del mercato del lavoro. Abbiamo cioè regole disegnate per l’italiano e che condannano l’immigrato ad essere disoccupato o abitante del sommerso». Ciò che manca in Italia è la «li­bertà di assun­zione, che deve riguardare tutti, immigrati compresi, altrimenti resistere a questi flussi migratori è vano […] Il fatto che si debba avere un contratto di lavoro per entrare in Italia è una nuova forma di schiavismo, comparabile a quella dei negri nei campi di cotone negli Stati Uniti nel secolo scorso».

      Ed ancora un anno dopo, pervicace nel criminale pieti­smo, sfruttando i più beceri luoghi comuni sull’«apertura mentale» del multirazziali­smo e sul «sottosviluppo» ita­liano: «Io sono per la libera circolazione delle persone: se esiste per le merci, a maggior ragio­ne la legge del mercato deve essere valida per gli uomini e le donne […] La libera circolazione è un’ambizione del genere umano e non si può sopprime­re: le merci non possono essere considerate superiori alle persone», e se certo gli invasori sarebbero una «ricchezza» anche per l’Italia stante il sempre più accen­tua­to crollo demografico, «è più importante sottolineare il bisogno degli immigrati e non il nostro: sono loro che soffrono e che esprimono necessità primarie. La società multietnica è sempre più ricca di idee e di conoscenza di una società ad un’unica di­men­sione culturale. Basta pensare allo sviluppo che hanno avuto società come quella australiana o nordamericana. L’Italia da questo punto di vista è davvero indietro»)

      14 luglio 1993 – Il dottor Gerd Su­dholt, storico ed editore (i periodici Deutsche Geschic­hte, Deutsche Monatshefte e Deutsche Annalen e le case Druffel, Türmer e Ver­lagsgemeinschaft Berg), viene incarcerato a Landsberg sul Lech. Il 28 luglio 1992 era stato condannato dal Tribunale Regionale di Monaco a sei mesi per Beleidigung “ingiuria” e Volksverhe­tzung, per avere pubblicato sul numero 2/1987 di DM un articolo di Robert Faurisson. Recita la sentenza al paragrafo V, capi 5 e 6, che riportiamo affinché il lettore possa applicarne i concetti alla Diffamazio­ne Stermina­zionista: «L’imputato non può quindi appellarsi al principio costituzio­nale della libertà di opi­nio­ne e di stampa secondo l’art. 5 capoverso 1, poiché questo non lo autorizza a so­ste­nere e dif­fondere fatti non veri [unwahre Tatsachen zu behaupten und zu verbrei­ten]. Chi nega tout court il fatto storico dell’annientamento degli ebrei, non può più richiamarsi alla garanzia della libertà di opinione e di stampa (BGH, NJW 80, 45), in ogni caso non quando fa ciò in forma offensiva (OLG Schleswig, MDR 78, 333). I rilievi fu­rono fatti in forma offensiva e cioè da un lato con espressioni scelte dall’au­to­re (“mito del gas, menzogna delle gassazioni”) e dall’altro affermando che tali “men­zo­gne” erano state ideate per interesse [erfolgten um des Geschäftes wil­len]», «L’impu­tato non è poi tutelato per le sue azioni dal prin­ci­pio costituzionale della li­ber­tà di scienza e di ricerca secondo l’art. 5 capover­so 3. Dal contenuto dell’articolo si evince che Faurisson non si propone di compiere una ricer­ca di storia contempora­nea, ma solo polemica e propaganda. La libertà di scienza e di ricerca tutelata dal Grund­ge­setz presuppone che, almeno riguardo a punti di vista scientifica­mente con­tra­ri, ci si occupi anche delle tesi opposte e che queste vengano illustrate – anche se in breve. Nell’articolo di Faurisson non v’è un’esposizione delle tesi contrarie, gli autori delle testimonianze vengono diffamati quali pla­giari e affari­sti, vengono citati altri autori che sostengono la stessa tesi spudorata­mente dilettan­tesca [die dieselbe krasse Außen­seitermeinung vertreten] (“revisioni­sti”), ricercatori di storia contempo­ranea fonda­mentali quali Kogon, Hilberg e altri vengono citati solo in modo ambiguo (vedi Ger­maine Tillon), e tuttavia non v’è alcun dibattimento». A valutare la fantasia malata del libello kogoniano Der SS-Staat, 350.000 copie tedesche vendute fino al 1993, pensi il lettore che l’«epo­chales Do­kument», basato su «proto­colli e testimo­nianze», non solo certifica oscenità intellettuali quali il gas sprizzante «aus den Duschen­, dalle docce» e «bambini [che], quando le camere erano ormai state stipa­te, vi venivano gettati attraverso le finestre», ma risale al 1946! (l’editore ci avverte, com­mosso, che «più volte l’autore pensò di di­strug­gere il manoscritto, tal­mente or­ren­do era il contenuto»). Il 1° ottobre Sudholt viene posto in libertà dal Tribunale Regionale di Monaco per vizio di forma operato dalla Pretura di Starnberg.

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Pubblicato il 17 Agosto 2015, alle ore 10.59
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