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Mag 01

1044 – “Troviamo dovunque ebrei, nel…commercio…e nel lucroso traffico schiavistico”

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…<<alcuni disturbi fisici o malattie tipiche degli ashkenaziti, tra i quali era diffusa la endogamia, il matrimonio cioè tra consanguinei, anche fra cugini, e che… non avevano frequentazioni col mondo esterno. Per questo le popolazioni ebraiche dell’Europa Orientale e ora negli Stati Uniti accusano in alcuni casi episodi di ritardo mentale, di depressione e di follia e la malattia di Tay Sachs, una rara patologia molto rischiosa>>…(1)

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Il brano che segue è estratto da Gianantonio Valli (che ringraziamo per la gentile assistenza e disponibilità), I Complici di Dio, Genesi del Mondialismo, EFFEPI Edizioni, Genova, 2009, pag.459.

(…) Egualmente il pur ardente filo semita USA Burton J. Hendrick:

«L’usuale spi­egazione per la propensione dell’ebreo agli affari e al commercio e per la sua anti­patia nei confronti dell’agricol­tura è che le leggi del mondo cristiano gli hanno impe­dito di acquistare la terra, spingendolo quindi ad attività commerciali [and thus have forced him into business activities].

Ma, seguendo [lo storico Theodor] Mommsen, l’e­breo di Roma al tempo di Giulio Cesare era precisamente simile all’ebreo dei tempi mo­der­ni; era sparpagliato per ogni dove nel mondo romano e, come oggi, era abitan­te delle città e mercante.

L’istinto individuale del commercio non è, per l’ebreo, il risultato di circostanze fortuite, ma è profondamente radicato nella sua costituzione genetica razziale [it is inherent in the very germ-plasm of the race]».

I complici di dio, Il libro del pianto del dott. Gianantonio Valli. Click...

I complici di dio, Il libro del pianto del dott. Gianantonio Valli. Click…

      E lo stesso conclude nel 1941 Walter Grundmann, docente a Jena: «”Dal commer­ciante al minuto al rigattiere, anzi, se vogliamo partire dal principio, dal mendicante e dal merciaio ambulante passando per ogni ordine di grandezza fino al commerciante all’ingrosso e all’esportatore, abbiamo numerose prove dell’attivismo mercantile ebraico. Parimenti troviamo dovunque ebrei, quando consideriamo i singoli settori commerciali. Nel commercio delle granaglie, del vino, del bestiame, dei tessili di ogni specie, di armi, delle spezie e degli unguenti, delle pietre preziose, e soprattutto nell’esportazione – cioè nel commercio mondiale – e nel lucroso traffico schiavistico” [Karl Georg Kuhn, Weltjuden­tum in der Antike]. E quanto vale per l’antichità, vale per il XIX e XX secolo. Dietro a tutto ciò sta la concezione di fondo espressa dal Talmud: “Il Maestro Eleazar [circa l’anno 270] dice:

‘Non v’è attività di lavoro più bassa (o anche meno redditizia) dell’agricoltura’.

Un giorno Rab [morto nel 247] andava per un campo di spighe e vide come ondeggiava al vento. Allora parlò: ‘On­deggia pure, il commercio è meglio di te!’ Rabba [morto nel 352] disse: ‘Con 100 zuz [moneta spicciola] nel commercio si hanno ogni giorno carne e vino; con 100 zuz in agricoltura solo sale e radici'” [Kuhn e Jebamot 63a]». E lo stesso conclude Karl Marx, incorrotto sangue rabbinico: «Die chimärische Nationalität des Juden ist die Nationalität des Kau­fmanns, überhaupt des Geldmen­schen,

la chimerica nazionalità del­l’ebreo è la na­zio­nalità del mercante, particolar­mente del capitalista».

      Il tutto non toglie tuttavia che la Dichiarazione di Istituzione dello Stato d’Israele, impropriamente detta Dichiarazione di Indipendenza, proclamata il 14 maggio 1948 da Ben Gurion, ponga a fon­damen­to della legittimità del Nuovo Israele (dopo la favo­la della nascita del popolo ebraico nell’an­ti­ca «Eretz Israel»), proprio la «non voluta», ma «imposta con la violenza» dispersione: «Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele…».

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     Tutto questo successo accentua la pro­verbiale presunzio­ne giu­dai­ca, ne risveglia l’instabilità psichica e il vittimi­smo, indice di una insicurezza profonda nata, più che dalla storia e dalla struttura delle comu­nità ebraiche, dalla sal­tua­ria percezio­ne della paranoia sottesa al concetto di «elezio­ne», sottesa cioè all’inte­ro corpus religioso-dottrinale, all’intero psichismo giudaico. «È degna di nota la gran­de disposizione degli ebrei a sviluppare irritazione e neurosi. Se in Germania si contano, su diecimila cristiani, 10 malati di mente, su diecimila ebrei se ne contano 16. Su diecimila ebrei italiani essi sono 26, contro una quota di 5,8 per i cristiani. Dati equivalenti trovò Jacobs quanto all’Inghilterra», nota Ezechia Marco «Cesare» Lombroso già nel 1894 in L’an­tisemitismo e gli ebrei alla luce della scien­za moderna, mentre nel 1919 il dottor Felix Teilhaber scrive in Neue jüdische Monatshefte, “Nuovi quaderni ebraici mensi­li” che «nessun popolo ha così tanti psicotici, suicidi, ammalati e contagiati venerei. Nessuna razza conosce più alte cifre di indivi­dui che riempiono la loro vita con i surrogati dell’amo­re»; una disami­na della questione «malattie mentali» ebraiche l’ab­biamo in Weininger, in Maurice Fishberg, in Die Juden in Deutschland e in Patai, mentre anche James Yaffe rileva che, ad esempio per la cittadina di New Haven ove gli ebrei costituiscono il 9,7% degli abitanti, essi totalizzano sì il 12 dei pazienti psichiatrici e l’11 delle psicosi, schizofrenie e disordini affettivi – quote non significativamente diverse da quella gene­rale – ma balzano al 24% delle nevrosi.

      «I semiti hanno il privilegio di presentare ad un grado considerevole tutto ciò che può scatenare la nevrosi. E sarebbe interessante studiare le malattie di una razza che ha giocato un ruolo così nefasto nel mondo dall’antichità fino a noi», aveva commen­tato, riporta Henri Labroue, il grande neuropatologo ottocentesco Jean Martin Char­cot, mentre altrettanto chiaro è il romeno Emil Cioran: «La sua [del­l’ebreo] scioltezza nello squilibrio, la disinvoltura che vi ha appreso, ne fanno uno squinterna­to, esperto in psichiatria come in ogni sorta di terapeutica, un teorico dei propri mali: non è come noi, anormale per caso o per snobismo, ma per natura, sen­za sforzo, per tradizione. Questi i vantaggi di un destino geniale su scala collettiva. Ansioso proteso verso l’atto, malato incapace di mollare la presa, nell’avanzare trova la sua terapia. I suoi rovesci non assomigliano ai nostri; persino nella disgrazia rifiuta il conformi­smo. La sua storia: un interminabile scisma».(…) (2)

Note

1) Fonte http://www.mosaico-cem.it/articoli/comunita/ma-esiste-un-dna-ebraico

2) Post correlato: 0709 – Insanity (follia, pazzia, demenza, insania, squilibrio) tra gli “ebrei”. Dati jewish encyclopedia

________________________Pubblicato il 01 Maggio 2015, alle ore 08,37

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