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Mar 09

0989 – La verità sul processo di Auschwitz…testo dell’ex-internato socialista Paul Rassinier

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«una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l’umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparse di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca». (Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. New York 1989, p. 264)

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La Verità sul processo di Auschwitz

(Jean-Pierre Bermont) = Paul Rassinier

 

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PRESENTAZIONE

Il presente opuscolo contiene, nella loro fedele riproduzione, gli articoli dedicati al processo d’Auschwitz da Jean-Pierre Bermont, corrispondente del settimanale francese “Rivarol” a Francoforte dove si trascina dal 20 dicembre 1963 questo processo interminahile e senza uscita.

Jean-Pierre Bermont, il quale dopo ogni udienza faceva il punto sia sulle questioni evocate sia sul valore storico delle prove prodotte dall’accusa, fu, il 2 e 3 maggio 1964, violentemente attaccato su Le Figaro e su Le Figaro Littéraire, da Martin-Chauffier e Rémy Roure. Senza perdere il controllo di sé, egli invocò, allora, a sostegno delle sue affermazioni , la testimonianza dello storico ed ex-deportato francese (a Buchenwald e a Dora) Paul Rassinier, specialista riconosciuto in questa materia, e andò di nuovo a intervistarlo.

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Insieme agli articoli di Jean-Pierre Bermont, noi pubblichiamo anche l’intervista di Paul Rassinier, al quale abbiamo chiesto l’autorizzazione.

Louis Martin-Chauffier e Rémy Roure non hanno risposto, come si vedrà nell’ultimo di questi articoli, che… con un insulto, limitandosi a trattare Jean-Pierre Bermont di “infame”, ma guardandosi con molta cura dal rispondere in qualunque modo alla vigorosa messa a punto di Paul Rassinier.

 Coscienza di aver torto o disonestà? Noi ci rimettiamo al giudizio del pubblico italiano di cui si riempie il cranio a getto continuo in materia di campi di concentramento, e alla conoscenza del quale abbiamo giudicato indispensabile portare queste verita storiche sempre meno discusse dagli storici qualificati: ne va di mezzo, ognuno lo comprenderà agevolmente al termine di questa lettura, I’avvenire dell’Europa.

Rivarol N° 692 1964 rassinierOggi, il processo di Francoforte è sul punto di finire rapidamente. Non c’è più un’udienza, senza che un testimonio a carico sia costretto a ritrattarsi — l’ultimo nel tempo è un certo Rudolf Kauer il quale, nell’udienza del 7 luglio 1964, ha dichiarato di aver mentito su tutta la linea durante l’istruttoria e ha finito col dare degli attestati di buona condotta ai principali accusati! — oppure ad ammettere che ciò che egli dice di aver veduto, lo ha o sentito dire o letto nei libri di testimoni che egli ha conosciuto… La maggior parte degli inviati speciali dei grandi giornali mondiali hanno lasciato Francoforte e noi siamo ora informati su ciò che accade nel processo solo attraverso i dispacci d’agenzia, brevissimi e desolanti per i nemici della Germania e dell’Europa.

Anche questo è un modo di dar ragione a Jean-Pierre Bermont e a Paul Rassinier. Almeno tacitamente.

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Rivarol. 12 e 27 dicembre 1963.

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Il 20 dicembre 1960, nella zona di Amburgo dove viveva sotto un falso nome da più di quindici anni la polizia tedesca arrestò un uomo scoprendo subito che egli non era altri che l’Obersturmbannführer Richard Baer [vedere foto a lato], il quale era stato il secondo ed ultimo comandante del campo di concentramento di Auschwitz dal 1° dicembre 1943 al 25 gennaio 1945 — data della sua evacuazione di fronte all’avanzata delle truppe russe. E’ risaputo che dal 14 giugno 1940, data della sua apertura al 1° dicembre 1943, il primo comandante di quel campo fu l’Obersturmbannführer Rudolf Hoess (1), oggi universalmente conosciuto per la così immensa, quanto poco scrupolosa campagna di sovversione propagandistica fatta attorno alla pubblicazione in cinque lingue delle sue Memorie apparse sotto il titolo Le commandant d’Auschwitz parle (in lingua francese pubblicato da Julliard, 1959).

Dopo avere, nell’aprile-maggio 1946, confermato docilmente — anche se a prezzo di innumerevoli contraddizioni — di fronte al tribunale di Norimberga, le piu inverosimili accuse portate contro la Germania in materia di crimini di guerra e contro l’umanità, Rudolf Hoess fu condannato a morte il 2 aprile 1947 dal tribunale supremo polacco per avere, dice la sentenza, “partecipato all’assassinio… per asfissia nelle camere a gas, per la cremazione di persone vive, fucilazioni, iniezioni mortali, esperienze mediche, fame, ecc… di 2.812.000 persone, per la maggior parte di razza ebraica“.

“... Due giorni dopo, il 4 aprile, fu impiccato proprio ad Auschwitz“.

Dopo, si andò alla ricerca del suo successore, l’Obersturmbannführer Richard Baer (2), sulla cui coscienza pesava l’accusa di aver fatto la sua parte in questo spaventoso lavoro di sterminio e portato il totale delle vittime a un numero indeterminato, ma generalmente ritenuto, dalla letteratura concentrazionista, sui 4 milioni circa di ebrei. Alfine scoperto, fu subito tradotto nella prigione di Francoforte e si diede inizio all’istruttoria del suo processo.

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Tale istruttoria non fu facile: noi crediamo di sapere che, fin dall’inizio l’ex-Obersturmbannführer dichiarò che durante il periodo della sua direzione non c’erano mai state camere a gas ad Auschwitz, che ne aveva sentito parlare per la prima volta dagli echi che, dal tribunale di Norimberga, gli giungevano nel suo rifugio clandestino e che, se egli si era eclissato, non era perche si sentiva colpevole ma soltanto per non cadere nelle mani dei giustizieri di turno… Il Procuratore generale Fritz Bauer, che dirigeva l’istruttoria, gli oppose le dichiarazioni di Rudolf Hoess a Norimberga e nelle sue Memorie: egli replicò di non sapere ciò che era accaduto durante il comando di Hoess, che egli poteva rispondere solo di quanto era accaduto sotto il suo comando, e fece citare dei testimoni. Uno dopo l’altro, il Procuratore Generale li fece accusare di complicità e incarcerare. Sono ora 23 persone. che attendono di comparire davanti alla corte d’assise (Schwurgericht) di Francoforte.

Ma, fino all’ultimo, Baer si è mantenuto sulla sua posizione. e mai si riusci a farlo desistere. Non si riuscì mai inoltre a opporgli la minima prova. Ciò era grave: il Procuratore generale Bauer era dunque costretto ad ammettere che “i 434.351 ebrei ungheresi, deportati ad Auschwitz con 147 treni, dal 16 maggio all’8 luglio 1944” di cui si parla nel protocollo 112 del Processo di Gerusalemme, non vi erano mai stati sterminati con il gas? Da questa accusa egli non desistette mai, lui no, ma… Ma, preannunziato per l’autunno del 1961, il processo fu una prima volta rimandato alla primavera del 1962, una seconda all’autunno del 1962, una terza alla primavera del 1963, e una quarta alla primavera del 1964. All’improvviso il 17 giugno 1963, il Procuratore generale Bauer annunciò che, sebbene nulla l’avesse lasciato prevedere (alcuni giorni prima sua moglie, che gli aveva fatto visita nella prigione, l’aveva trovato pieno di salute e di speranza di essere molto presto prosciolto per non-luogo a procedere) l’ex-Obersturmbannführer Richard Baer aveva preso la decisione di morire di uno scompenso cardiaco: meno di una settimana dopo, si apprendeva dalla medesima fonte che il processo d’Auschwitz poteva essere anticipato dalla primavera del 1964 all’inizio dello inverno 1963.

Il principale accusato essendo morto, la via è anche considerevolmente sgombra davanti alle intraprese del Procuratore generale Bauer, che, come uno dei suoi predecessori fece per un certo Kurt Gerstein a proposito delle camere a gas di Belzec, Chelmno, Sobibor, Maidanek e Treblinka, potrà, con tutto suo agio, fargli fare tutte le dichiarazioni postume che egli vorrà su quelle di Auschwitz, per provare la colpevolezza dei 23 accusati che restano nelle sue mani.

In che cosa consiste questa colpevolezza? La via migliore per rispondere è di riesaminare tutto l’affare dall’inizio.

1. — LA SITUAZIONE DEGLI EBREI EUROPEI DOPO L’ARMISTIZIO DEL 1 940

Dal l933 al 1939, la diplomazia tedesca aveva tentato invano di ottenere dall’Inghilterra il trasferimento di tutti gli Ebrei del Grande Reich in Palestina e a questa proposta — che, dal 1895, il Movimento sionista internazionale ha fatto sua attraverso la voce e gli scritti di Teodoro Herzl, circa la quale Hitler ritiene che un sagace regolamento della Convenzione Balfour (2 novembre l917) può avviarla a realizzazione, — la diplomazia inglese ha opposto un rifiuto categorico: essa era incompatibile con la sua politica nel Medio-Oriente, sul quale il Trattato di Versailles le aveva dato mano libera; tale proposta contrastava con le aspirazioni nazionali degli Arabi, e d’altra parte che essa non fosse ragionevole, se ne ha la dimostrazione ogni giorno a partire dal 16 maggio 1948, data di nascita dello Stato di Israele.

Dal 10 luglio 1940, la disfatta delle armate francesi e poi l’armistizio hanno fatto nascere, nei dirigirenti del III Reich, la speranza di un’altra soluzione del problema ebraico. Il governo del maresciallo Pétain è al corrente che un largo strato del l ‘opinione pubblica, in Francia, lamenta fin dal 1937 lo spopolamento di cui soffre il Madagascar, al punto che il suo sviluppo economico ne è quasi irrimediabilmente compromesso. Perché non dovrebbe acconsentire che tutti gli Ebrei dello spazio europeo occupato dalle truppe germaniche vi fossero trasportati? Dal 10 luglio 1940 dunque la diplomazia tedesca fa tentativi a Vichy in questo senso.

La storia di questi sondaggi è raccontata particolareggiatamente in un documento che porta la data del 24 settembre 1942, la firma del segretariro di Stato agli Affari Esteri del III Reich Martin Lüther, e che fu prodotto al Tribunale di Norimberga il 2 aprile 1946, sotto la sigla PS-3688. Vi si legge che Pierre-Etienne Flandin, che era succeduto a Pierre Laval al Ministero degli Esteri dopo il 13 dicembre 1940. rifiutò sempre di sentirne parlare. Conoscendo le sue disposizioni di spirito sulla questione, Otto Abetz ne mette al corrente Hitler fin dal 13 dicembre, ma questi non se ne dà pena: poiché era sua intenzione indurre il maresciallo Pétain a disfarsi di P-E. Flandin, noto per la sua “anglofilia”, non dubita di riuscirci e non cambia nulla della sua politica del momento a proposito degli Ebrei europei, per i quali spera di poter, un giorno o l’altro, convincere il governo di Vichy a mettere a loro disposizione il Madagascar.

Dopo l’uscita di P-E. Flandin dal governo, il 10 febbraio 1941, riprendono i sondaggi in questo senso. Lo spazio europeo occupato dalle truppe germaniche comprendeva allora, oltre la Germania e l’Austria riunite nel Grande Reich (Grossdeutschland);

— all’Est. la Boemia-Moravia costituita in protettorato con lo smembramento della Cecoslovacchia, dalla quale la Slovacchia è stata separata per formare uno stato indipendente sotto l’influenza germanica, nonché una buona metà della Polonia;

— all’Ovest, la Danimarca, l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo e la Francia fino alla linea di demarcazione che la tagliava in due.

In totale, quanti Ebrei?

Quasi nessuno, per così dire, nella Boemia Moravia: erano quasi tutti fuggiti nella Slovacchia, dalla quale, non sentendosi sicuri perché a portata del nazional-socialismo, evadevano lentamente per la via del Danubio attraverso l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria non occupate, che non erano ad essi ostili. Con lentezza, perché c’era un problema di valuta il quale poneva esso stesso un problema di passaporto, nell’aprile del 1939 l’Inghilterra aveva deciso di autorizzare il libero ingresso in Palestina soltanto a quegli Ebrei che si presentavano con una somma di 1.000 sterline (circa 1.800.000 lire it.), e per tutti coloro che non possedevano tale somma, limitarne il numero a 1.500 per ogni anno. Da parte sua, la Germania desiderava lasciar partire tutti gli Ebrei dello spazio europeo occupato dalle sue armate o sul quale esercitava la sua influenza ma si opponeva rigidamente a che essi portassero con sé le 1.000 sterline richieste Per tale ragione, se era facile a qualsiasi Ebreo procurarsi 1.000 sterline (le comunita ebraiche erano ricche), era molto meno facile ottenere un passaporto: perciò bisognava arrivare a Budapest dove, ci racconta Joel Brand nel suo libro “Un milione di Ebrei contro 10.000 autocarri”, il “Comitato di Salvezza degli Ebrei” ne fabbricava in serie distribuendoli a chi lo volesse. Se si era disposti a giungere in Ungheria sprovvisti di denaro’ non c’erano difficoltà: i tedeschi chiudevano gli occhi alle frontiere polacca o slovacca con l’Ungheria. Ma sè ci si voleva arrivare portando con sé 1.000 sterline o l’equivalente, e questo era un desiderio insieme legittimo e generale, ciò poneva il problema del passaggio clandestino della frontiera, che imponeva una lunga preparazione e rallentava il movimento migratorio.

Superata questa prima difficoltà, se ne presentava un’altra: all’ingresso in Palestina, c’era il problema del falso passaporto ottenuto a Budapest. Il falso era scoperto dalle autorità inglesi, si era respinti anche se si era in possesso delle 1.000 sterline richieste, e non restava da fare altro che prendere la via dell’Asia centrale, raggiungere il Birobidjan, stato ebraico autonomo nel quadro dell’U.R.S.S. creato da Stalin negli anni 1930, e di là gli Stati Uniti, il Canadà, il Brasile o l’Argentina via Hong-Kong o Shanghai. Il numero di Ebrei europei che, dal 1940 al 1945, si servirono di questa via e riuscirono a raggiungere il continente americano è considerevole.

In Polonia, gli Ebrei erano fuggiti davanti alle truppe germaniche. Il 1° maggio 1961, alla sbarra del Tribunale di Gerusalemme, due Israeliti polacchi, Zevi Patcher e Jacob Goldfine, sono venuti a raccontare ingenuamente, non solo come gli Ebrei polacchi erano potuti fuggire in massa, ma ancora come coloro che vi si erano rifiutati erano stati arrestati dai soldati tedeschi, riuniti e condotti a gruppi alla linea di demarcazione definita dagli accordi germano-russi del 23 agosto 1939, e le statistiche di fonte ebraica esaminate con attenzione stabiliscono che circa un milione di Ebrei polacchi (sui tre milioni che contava la Polonia prima della guerra) erano rimasti nella zona di occupazione germanica.

All’Ovest, tranne rare eccezioni, tutti gli Ebrei francesi erano fuggiti nella zona non occupata, ed essi vi furono presto raggiunti, da 40.000 Olandesi (su 120.000), da altrettanti Belgi (su 60.000) e da circa 250.000 Polacchi e Russi (fu affermato al Processo di Gerusalemme), i quali, tutti, cercavano di raggiungere la Palestina attraverso l’Africa del Nord. Il tedesco Korherr, ispettore generale dei Servizi della Popolazione del III Reich, affermò una volta che alla fine del 1940 c’erano in F’rancia da 750.000 a 800.000 Ebrei europei di ogni nazionalità…

Infine, dei circa 540.000 Ebrei tedeschi e dei 240.000 austriaci, 510.000 (330.000 tedeschi e 180.000 austriaci) erano riusciti a lasciare il loro paese prima del 1° settembre 1939, ci dicono le statistiche del “Centro Mondiale di Documentazione Ebraica Contemporanea”, e ciò significa che soltanto 270.000 non erano riusciti a partire.

Totale al 13 dicembre 1940: circa 2.000.000 di Ebrei nello spazio europeo occupato dalle truppe tedesche — un po’ più un po’ meno. Tutti con l’intenzione di partire per la Palestina, lo ripeto, perché gli Ebrei dell’Ovest sono animati dallo stesso desiderio di quelli dell’Est, di mettersi rapidamente al di fuori della portata delle misure che temevano di veder prendere verso di loro dal Nazional-Socialismo: attraverso la Spagna, la Corsica e anche l’Italia — il regime mussoliniano non è razzista — essi raggiungono l’Africa del Nord, da dove tentano di raggiungere la Palestina. Arrivati nell’Africa del Nord, per lo più vi rinunciano: a causa delle difficoltà che sono loro fatte dall’Inghilterra a partire dal momento in cui arrivano alla frontiera dell’Egitto. Essi sono più ricchi degli Ebrei dell’Est, il Sionismo li entusiasma di meno. Allora prendono l’aereo o il piroscafo con destinazione per il continente americano. Anche per questa via, il numero di Ebrei europei che sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, il Canadà, il Brasile o l’Argentina è considerevole.

Ad eccezione del trasferimento di fondi che essi sorvegliano attentamente sulla linea di demarcazione, fino al 13 dicembre 1940 i Tedeschi non hanno ancora, nella stessa guisa che all’Est, preso alcuna misura contro gli Ebrei: a questi basta giungere nella zona non-occupata poiché la linea di demarcazione è più facile da attraversare clandestinamente che non la frontiera polacca o slovacca con l’Ungheria. Si sa oggi — la sentenza di Gerusalemme lo riconosce esplicitamente — che la politica costante del Governo di Vichy è stata di opporsi risolutamente a tutte le misure eccezionali che gli furono proposte dalle autorità di occupazione: fino all’8 novembre 1942 (quando le truppe tedesche occuparono la zona Sud) una volta giunti nella sua area d’influenza, si era per così dire salvi.

Ed era possibile arrivarci facilmente: i Tedeschi stessi ne facilitavano l’ingresso agli Ebrei che non portavano con sé alcuna valuta. Nel suo attestato n. 77, la sentenza di Gerusalemme, che fece pesare sulla coscienza di Eichmann tanti milioni di Ebrei europei — la cui stragrande maggioranza non fu d’altronde mai sotto la sua giurisdizione — deportati verso le cosiddette camere a gas d’Auschwitz 7 vi comprende anche in modo molto paradossale un treno di 7.400 Ebrei del Baden e del Palatinato, che egli diresse verso Gurs (Bassi Pirenei), cioè verso la libertà e la salvezza.

Si poteva uscire anche molto facilmente da questa area d’influenza e più facilmente ancora attraverso la frontiera francosvizzera, e altrettanto per la Spagna, la Corsica o l’Italia: molti Ebrei raggiunsero molto ufficialmente la Svizzera, dove, a Ginevra, Sally Meyer, rappresentante del “Joint Distribution”, che lavorava in pieno accordo con le autorità federali, spediva direttamente sul continente americano tutti coloro che gli si presentavano. Se l’aeroporto di Cointrain potesse parlare!

E’ a partire dall’entrata in guerra della Germania contro la U.R.S.S., sua alleata della vigilia, che il destino degli Ebrei europei prese un corso drammatico.

Il. — L’ENTRATA IN GUERRA DELLA GERMANIA CONTRO LA RUSSIA E LA SOLUZIONE FINALE DEL PROBLEMA EBRAICO

All’alba del 22 giugno 1941, su un fronte di più di 700 km, le truppe germaniche hanno iniziato la loro marcia verso le immensità russe. In tenuta d’estate, Hitler e l’O.K.W. (Oberkommando der Wehrmacht: stato maggiore generale dell’esercito) sono certi che prima dell’inverno esse avranno raggiunto Mosca e costretto Stalin alla resa.

Ci sono molti Ebrei in Russia: alla vigilia della guerra, le statistiche di fonte ebraica li facevano ammontare a 3 milioni, e ad essi bisogna aggiungere i quasi 2 milioni di Ebrei polacchi, che durante la campagna di Polonia erano fuggiti dinanzi all’avanzata delle truppe tedesche e vi avevano trovato rifugio. In totale, circa 5 milioni. Come durante la campagna di Polonia. certamente molti fuggiranno davanti alle truppe tedesche: si saprà quanti solo il 5 dicembre 1942 dal giornale sionista a Die Einheit, che si pubblica a Mosca e sul quale il giornalista israelita David Bergelson scrive, in quel giorno, che “grazie alla evacuazione, l’80% di essi si sono salvati”. Il 20% che saranno allora caduti nelle mani dei Tedeschi rappresenteranno 1 milione di persone, e, con i due milioni che già vi si trovano, il totale degli Ebrei che si troveranno nello spazio europeo occupato dalle truppe tedesche sarà portato a circa 3 milioni.

Ma noi siamo solo al 22 giugno 1941, e sia Hitler che l’O.K.W. e i servizi di Himmler incaricati della soluzione del problema ebraico, ne temono, come si vedrà fra poco, un numero quasi doppio. Perché essi sono ancora al Blietzkrieg, a un’epopea folgorante che, questa volta, non lascerà che a un numero limitato, ma sempre importante, di essi la possibilità di fuggire.

All’inizio la campagna si sviluppa secondo i piani previsti: alla fine di luglio Hitler convoca Goering, lo mette al corrente dei dati del problema e gli dà l’incarico, quale responsabile della economia germanica, di trovare una soluzione adatta alle circostanze per il caso improbabile, ma che bisogna sempre prevedere, in cui, presa Mosca, la Russia non avesse capitolato.

Reinhard Heydrich. Click...

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Goering convoca Heydrich, capo del R.S.H.A. (Reichsichereithauptamt: Servizio centrale per la sicurezza del Reich) e gli affida la missione di preparare una conferenza interministeriale per lo studio e per la preparazione di una soluzione. Per confermare tale incarico, gli rimette un ordine scritto che porta la data del 31 luglio 1941 e che sarà prodotto al tribunale di Norimberga col numero P.S.-7l0 (C.R. dei dibattiti, Vol. XXVI, p. 267). Non vi si parla di questa “soluzione finale” che dà una impressione così sanguinaria, ma della “Gesamtloesung der Judenfrage: soluzione globale”, espressione ripetuta nell’ultimo paragrafo dell’ordine sotto la forma “Endloesung der Judenfrage: soluzione definitiva” e non “finale”, impiegata per la prima volta nel 1895 da Teodoro Herzl nel suo celebre libro “Stato ebraico”).

A sua volta Heydrich convoca Muller, capo della Gestapo, il cui servizio, il celebre “Ufficio IV b 4”, è incaricato della questione ebraica: questi gli manda Eichmann… Heydrich lo mette al corrente e gli affida tutti gli incartamenti relativi alla preparazione e alla convocazione di questa conferenza interministeriale, oggi entrata nella storia del dramma degli Ebrei europei sotto il nome di Conferenza di Wannsee (il quartiere di Berlino dove ha avuto luogo).

LA CONFERENZA Dl WANNSEE

Era convocata per il 9 dicembre 1941: Pearl Harbor e l’entrata in guerra del Giappone contro gli Stati Uniti, che comportò l’entrata della Germania al suo fianco (secondo gli accordi dell’asse Berlino-Roma-Tokyo) la fecero rinviare al 20 gennaio 1942.

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A questa data, i partecipanti che vi erano stati inviati (erano 30) dai vari ministeri interessati, si trovano davanti la situazione seguente: le truppe tedesche si trovano alle porte di Mosca (esse vi sono bloccate ciò che non era previsto), e dalla statistica fatta per loro dal tedesco Korherr, ispettore generale dei servizi della popolazione del III Reich, possono dedurre che, nello spazio europeo occupato dalle truppe germaniche portato a tali dimensioni, vi si trovano da 4 milioni a 4 mi!ioni e mezzo di Ebrei. Sebbene fosse esagerata (cfr. più sopra), questa è la cifra che essi hanno ritenuta vicina alia realtà.

Ed ecco la conclusione che ne trassero: da una parte, il piano Madagascar al quale la Francia non ha ancora dato la sua adesione, è divenuto strategicamente inattuabile dall’entrata in guerra contro g1i Stati Uniti (la flotta tedesca non può più assicurare la incolumità dei convogli tanto numerosi di Ebrei in un’isola così lontana: bisogna passare per il Capo di Buona Speranza), e dall’altra, di questi 4 milioni o 4 milioni e mezzo di Ebrei, i due terzi si trovano nell’Est europeo e cio fa loro venire in mente che in piena guerra è più facile e insieme più economico trasportare nell’Est il milione di Ebrei dell’Ovest, che trasportare invece nello Ovest (nella Francia libera per esempio) i 3 milioni e mezzo dell’Est. Per questa ragione, la conferenza di Wannsee decide la “ricacciata” (die Zuruckdraengung, è la parola che si trova nel C.R. della conferenza, e che fu tradotta con “eliminazione” nel senso di “eliminazione fisica”: sterminio) dallo spazio vitale germanico (Lebensraum) di tutti gli Ebrei che saranno incamminati verso l’Est, dove saranno messi al lavoro e attenderanno la fine della guerra, che deciderà della loro sorte. Contrariamente a quanto è stato detto fino ad oggi da storici poco scrupolosi, la parola Vernichtung, che significa sterminio, o la parola Ausrottung, che lo significa anche talvolta per estensione del significato, non vi figurano affatto. Il dr. Kubovy, direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Tel-Aviv, ha d’altronde riconosciuto, ci dice La terre retrouvée (15-12-1960), che “non esiste nessun documento firmato

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Lettera di Goering, con traduzione. Click…

da Hitler, Himmler o Heydrich, che parla di sterminio di Ebrei, e che la parola sterminio non figura nella lettera di Goering ad Heydrich riguardante la soluzione finale della questione ebraica…”.

L’Est europeo, di cui si parlò a Wannsee è la regione d’Auschwitz, dove, dal 14 giugno 1940, vi è un campo di concentramento che Himmler aveva destinato fino ad allora a 100.000 prigionieri di guerra che egli aveva in programma di radunarvi, e i suoi dintorni a Chelmno, Belzec, Sobibor, Maldanek e Treblinka, località che le truppe tedesche al fronte, fin dal 22 giugno 1941 avevano equipaggiato con mezzi di fortuna quali embrioni di campi di concentramento per raccogliervi i partigiani catturati e particolarmente gli Ebrei.

E’ in questa regione che Eichmann. convinto fin dal 13 dicembre 1940 che il Piano Madagascar era irrimediabilmente compromesso, aveva progettato di creare uno Stato ebraico secondo i principii esposti nel 1895 da Teodoro Herzl, e aveva cominciato a radunarvi col consenso di Himmler, molte centinaia di migliaia di Ebrei a cominciare dalla primavera del 1941. Questo programma detto “Nisko” gli fu aspramente rimproverato nel protocollo 72 del processo di Gerusalemme.

LE CAMERE A GAS

Dal 21 gennaio (1942) le decisioni della conferenza di Wannsee vengono comunicate a tutti i servizi interessati con l’incarico di equipaggiare i campi e gli embrioni di campi della regione di Auschwitz a cominciare da quello stesso di Auschwitz. Si tratta, non bisogna dimenticarlo, di prevedere istallazioni per ricevere milioni di persone…

In verità, i servizi del R.S.H.A. e particolarmente il Bauleitung (servizio centrale delle Costruzioni) sono già al lavoro, ma per un numero di internati previsto molto più basso: basterà chiedere ad essi di adeguare i loro progetti in corso alle nuove disposizioni.

Nel documento n. 4.401 (prodotto al processo delle organizzazioni naziste a Norimberga) si trovano sotto il nome di Bauleitung, con la data del 28 gennaio 1942, e con i numeri 932 e 938, dei piani di costruzione di quattro forni crematori di 15 cappe ciascuno, che prevedevano nel sottosuolo delle sale chiamate, per due di essi Leichenkeller (camera mortuaria) e per gli altri due Badeanstalt (doccie). Vi si trova anche, con la data del 3 agosto 1942, una ordinazione di questi forni crematori alla ditta Topf und Sohn (Topf & figli) di Erfurt, sotto il N. N 11; 450/42/B/I.H. Infine in un altro documento che porta il numero N.0.4463, prodotto al medesimo processo, si dice che questi forni crematori sono stati consegnati al campo d’Auschwitz il 20 febbraio 1943: col tempo necessario per istallarli, essi avranno potuto essere pronti per l’impiego ai primi di marzo…

Sono queste camere mortuarie e questi impianti di doccie, di cui si è poi detto che si trattava, in linguaggio cifrato, di camere a gas.

Il meno che si possa dire, è che si tratta di una esagerazione.

Soprattutto se, come afferma il Dr. Kubovy, direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Tel-Aviv, nessun ordine di sterminio degli Ebrei è stato mai dato dalle autorità del III Reich.

A Norimberga, si è ugualmente tentato di provare che si trattava di camere a gas, e che se non si era trovato nessun ordine di utilizzarle per asfissiare gli Ebrei, ciò era dovuto al fatto che le autorità naziste non erano così stupide da dare tali ordini di cui si sarebbe potuto trovare traccia per metterli in accusa davanti alla coscienza universale. Ma allora non si vede in qual modo coloro che avevano l’incarico di utilizzare queste “morgues” e queste “installazioni di docce” come camere a gas hanno potuto indovinare che dovevano farlo senza che ad essi sia stato detto. Dove poi questo affare oltrepassa i limiti estremi dell’inverosimile e raggiunge l’incoerenza, è quando, per aver la prova, si pretende di aver ritrovato un ordine di cessare di utilizzarle: non si vede allora più come le autorità naziste non siano state così stupide da passare un tale ordine anch’esso accusatore.

Kurt Becher

Kurt Becher

Come ho già detto nel Was ist Wahrheit? (Druffel Verlag) la verità è che non si è trovato affatto un tale ordine di cessare di utilizzarle come camere a gas, ma soltanto qualcuno che afferma la sua esistenza e la data di “tra la metà di settembre e la metà di ottobre” (Doc. P.S.-3762 – T.XXXIII, pp. 68-70), data di una precisione, diciamo notevole. Questo qualcuno, è lo Standartenführer Kurt Becher che prese parte, insieme ad Eichmann, alla deportazione degli Ebrei ungheresi, ma che, più furbo dell’altro, seppe guadagnarsi la riconoscenza del Dr. Rudolf Kasztner (che lo fece assolvere a Norimberga e non scrisse molto probabilmente il suo “Bericht” che per questo) e della baronessa Weiss (proprietaria delle officine Manfreid Weiss di Budapest) che egli fece trasportare in aereo speciale a Lisbona con i 45 membri della sua famiglia... Le circostanze della sua testimonianza essendo così definite, ecco ciò che dichiarò il teste:

“Io sottoscritto Kurt Becher, vecchio SS. Standartenführer, nato il 12 settembre 1909 ad Amburgo, dichiaro ciò che segue sotto giuramento: tra la metà di settembre e la metà di ottobre 1944 ho ottenuto dal Reichsführer delle SS. Himmler che egli promulgasse l’ordine seguente, che io ricevetti in due esemplari destinati ciascuno agli SS. Obergruppenführer Kaltenbrunner e Pohi, più un esemplare per me: proibisco con effetto immediato ogni sterminio di Ebrei e ordino che al contrario siano prestate cure alle persone ammalate e indebolite. Io vi ritengo — e vuole indicare Kaltenbrunner e Pohl — personalmente responsabili anche nel caso che questo ordine non sia osservato dai quadri subalterni. Io portai personalmente l’esemplare di Pohl al suo ufficio a Berlino e mandai ugualmente l’esemplare di Kaltenbrunner al suo segretario a Berlino”.

Ma egli non mostrò questo ordine, di cui pertanto una copia gli era stata data. D’altronde non gli fu neanche richiesto. E il tribunale rifiutò un confronto con Kaltenbrunner, — che non negava l’ordine, ma solamente la responsabilità che ne derivava per lui. Eichmann, che pure non negava questo ordine, negava per contro che esso fosse scritto e lo datava al 15 maggio 1944 che è appunto la data nella quale Himmler ordinò la cessazione di tutti gli esperimenti medici in tutti i campi (Testo ritrovato e citato da Francois Bayle in Croix gammée contre Caducée, p. 236) e avrebbe concepito il progetto di scambio di un milione di Ebrei contro 10.000 autocarri. E’ almeno verosimile che Himmler non poteva nel medesimo tempo concepire questo progetto di scambio e fare sterminare gli Ebrei nelle camere a gas d’Auschwitz, le due cose essendo in contraddizione. Ma quest’ordine è veramente esistito~ Si capisce facilmente che per l’accusa, che fino allora non era riuscita a trovare alcuna traccia scritta possibile degli stermini razziali, e che poteva trovarla solo in quest’ordine e che non ve la trovò nemmeno! — era necessario che quest’ordine esistesse; ma bisognerà convenire che, essendo identificato in questa maniera, nessuno storico degno del nome potrà mai accettare che esso sia realmente esistito. Perché tutto poggia sul credito che si può accordare al signor Kurt Becher e il signor Becher… In breve, mi si è capito: testis unus, testis nullus. E tanto più nullus per quanto riguarda costui che, se non può dare con precisione la data in cui gli è stato mandato un ordine scritto, si ricorda per contro perfettamente, nel medesimo affidavit, di aver incontrato a Mauthausen lo Standartenführer Ziereis il 27 aprile 1945, il mattino alle ore 9 precise. Un uomo insomma la cui memoria è molto più forte a proposito di awenimenti che non lasciano traccia scritta che di quelli che ne lasciano, o ancora quando si tratta di piccoli fatti che quando si tratta di avvenimenti importanti.

IL NUMERO DELLE VITTIME

In tutto, si sa, 6 milioni. Almeno la stampa sionista internazionale lo afferma, e l’altra stampa, nella quale i finanzieri della Diaspora hanno abbastanza partecipazioni per costringerla ad allineare le sue posizioni sulle loro tesi, la segue al passo. Ma sei milioni di uccisi con tutti i mezzi, camere a gas, maltrattamenti, fucilati o uccisi appena catturati dagli Einsatzgruppen.

A Norimberga, facendo la sua requisitoria su questo punto, il procuratore americano Jackson era un po’ più modesto: “Dei 9.600.000 Ebrei che vivevano nell’Europa dominata dai nazisti, disse egli, si stima con conoscenza di causa al 60% il numero di quelli che morirono: 5.700.000 Ebrei mancano nei paesi dove vivevano prima e più di 4.500.000 non possono essere inclusi nel conto del lasso normale dei decessi, né a quello dell’immigrazione in altri paesi”.

Quanti ad Auschwitz?

Le cifre più disparate — anche le più fantastiche — sono state fatte dagli storici e dagli statistici del Centro Mondiale di documentazione ebraica contemporanea: “Birkenau fu, scrive freddamente un certo Henri Michel la più internazionale e la più occidentale fucina di morte e la suá terra è ingrassata con le ceneri di 4 milioni di cadaveri”.

Dunque quasi la totalità degli Ebrei europei morti, secondo quanto ha affermato a Norimberga Jackson!

Ma, nelle sue Memorie, Hoess dà i seguenti particolari sul numero totale degli internati in quel campo:

numero internati ad auschwitz secondo hoess rudolf

E’ evidente che, se in tutto non vi furono che 1.130.000 Ebrei deportati ad Auschiwtz, non è stato possibile ai Tedeschi “sterminarne” di più (3) .

E’ non meno evidente che se, dopo lo studio dei documenti che vi si riferiscono, due storici che sono ritenuti ugualmente qualificati arrivano, su un medesimo fatto storico, a conclusioni così lontane l’una dall’altra, significa che si tratta di un fatto storico malamente accertato e che esso deve essere rimesso sul tappeto.

Che, in rapporto alla realtà, la seconda stima del numero delle vittime rappresenti una esagerazione del medesimo ordine di grandezza della prima rispetto ad essa, è probabile, se non altro perché da venti anni tutti gli sforzi delle autorità ufficiali tendono solo ad impedire a questa verità di venire alla luce, autorizzandone l’accesso unicamente agli storici sempre più rari che hanno anzitutto mostrato un segno di riconoscimento e sono devoti servi dei politicanti della stagione. Che se così non fosse, quale altra ragione avrebbero?

Ma è inutile discuterne, perché ugualmente tutti i giornali che hanno annunciato il processo di Francoforte e tutti quelli che ne dànno un resoconto, sembrano non aver avuto e non avere altra preoccupazione che di far prevalere la prima stima nella opinione pubulica, nelle scuole e nelle università. Ora, quattro milioni di vittime per il solo campo d’Auschwitz, è una esagerazione manifesta. Perché allora, con i due milioni che sono portati al conto degli Einzatgruppen in aperta campagna, i due milioni che sono portati al conto dei campi di Chelmno (300.000), Treblinka (700.000), Belzec (600.000), Sobibor (250.000), Maidanek (200.000) dai paragrafi 123, 124, 125 e 126 del Processo di Gerusalemme, non si dovrebbe più parlare di sei milioni di morti ma almeno di otto. Senza contare quelle altre centinaia di migliaia ehe hanno trovato la morte negli altri campi di concentramento che non erano particolarmente riservati agli Ebrei, perché allora si arriverebbe facilmente a un totale di nove milioni. Tutti gli Ebrei europei, insomma.

Decisamente con i suoi 4.500.000 Ebrei morti annunciati al Processo di Norimberga (cfr. più sopra) il Procuratore americano Jackson, che già non aveva la mano leggera, si dimostrava di una rara modestia.

Io mi meraviglio anche che il Movimento sionista internazionale così puntiglioso a questo proposito! non glielo abbia ancora aspramente rimproverato sotto un altro appellativo meno in accordo con le buone regole.

Tutto ciò per dire che la sola domanda che si possa porre è la seguente: perché tutte queste esagerazioni così smisurate?

A questa domanda, la risposta che dà tutto il suo significato e tutta la sua importanza al Processo di Francoforte, mi pare che pcssa essere meglio formulata con un parallelo tra i due dopoguerra delle due guerre mondiali.

III. — IL RUOLO DELL’ORRORE NEI DUE DOPOGUERRA

DA VERSAGLIA…

A Versaglia, nel 1919, la Germania vinta e alla mercé dei suoi vincitori è decretata — dico bene: decretata! — sola responsabile della prima guerra mondiale. Conoscendo le proprie responsabilità, i vincitori sanno che questa affermazione non resiste a un esame obiettivo: non per questo essi recedono da tale affermazione. Alla delegazione tedesca che protesta, essi rispondono di aver in mano la prova che “il Kaiser e circa 800 personalità responsabili della politica tedesca” portano questa responsabilità, e, nel trattato, inseriscono un articolo che fa obbligo alla Germania di consegnarli per essere giudicati come criminali di guerra con una giurisdizione da crearsi. Nuove proteste della delegazione tedesca che trova degli appoggi presso la delegazione inglese e presso la delegazione americana: la Francia ottiene che si passi oltre. Il Kaiser e le 800 personalità tedesche non saranno mai consegnati: anche perché essi saranno reclamati solo debolmente. Tutti sanno inoltre, presso i negoziatori del Trattato del clan dei vincitori, che non sarà mai possibile provare giuridicamente la sola responsabilità della Germania.. E allora ci si preoccuna poco di farlo. Ciò su cui ci si basa è un altro argomento, tale da provare che, oltre la sua responsabilità unilaterale e giuridicamente stabilita o no, la Germania ha ugualmente meritato la condanna pronunciata contro di essa: il celebre Rapport Bryce che è una specie di catalogo di tutti i crimini che, durante la guerra, la Germania è ritenuta di aver commesso contro le leggi della guerra, e dei quali il più bel campione è il bambino belga dalle mani tagliate.

In realtà, dopo che Emil Ludwig era riuscito a pubblicare la corrispondenza del Kaiser (1921), dopo che i celebri documenti Ra~alovitch erano stati a loro volta resi pubblici (1932), non restava più che il Rapport Bryce per giustificare la condanna pronunciata a Versaglia contro la Germania e la sua messa al bando delle nazioni.

Gli storici, gli scienziati, gli artisti e i letterati dell’epoca (4) capirono che, per distruggere la tesi della responsabilità unilaterale della Germania, bisognava prima disintossicare l’opinione pubblica soggiogata e resa insensibile a ogni politica ragionevole nei riguardi della Germania dal Rapport Bryce e dunque confutarlo punto per punto. Questa fu l’opera dell’inglese Arthur Ponsonby, che lo fece metodicamente in un libro notevole: Falsehood in War Time (Mensogne del tempo di guerra – 1926) e tolse gli ultimi ostacoli sulla via della riconciliazione franco-tedesca, allora come oggi pietra angolare del ritorno alla ragione.

Fu possibile allora, senza correre il rischio di essere trattato di “Boche” o di agente del Kaiser, proclamare che la Germania non era la sola responsabile della prima guerra mondiale e anche che, di tutti i capi di stato europei, il Kaiser era colui che aveva fatto i maggiori sforzi per evitarla. I muri di Francia, per esempio, si videro coperti della celebre scritta “NO, mai più ciò!… “, i pacifisti integrali e no di tutti i paesi ripresero coraggio: “La Patrie humaine”, la “Ligue des combattants de la Paix”, ecc…

Ma esisteva il Trattato di Versaglia che quel movimento d’opinione non riuscì a fare revisionare, la Germania che era stata ammessa alla Società delle Nazioni non vi aveva ricevuto che uno strapuntino e doveva continuare a pagare da sola i danni della guerra, la Repubblica di Weimar ne moriva per il soffocamento della sua economia, poi venne Hitler, poi…

… A NORIMBERGA

I vincitori sono incorreggibili. Parimenti che a Versaglia, la Germania fu, a Norimberga, dichiarata sola responsabile della seconda guerra mondiale, ma, questa volta, con una sentenza di tribunale. Molta brava gente riteneva allora che il vero responsabile di questa seconda guerra mondiale, era il Trattato di Versaglia, e che coloro che lo avevano preparato vi avevano altrettanta responsabilità di Hitler, che d’altronde, come il compianto Albert Camus dice nei suoi “Carnets”, essi avevano portato al potere rifiutandosi di revisionare il Trattato prima che fosse troppo tardi. Nel 1919, questo era il punto di vista del partito socialista, del partito comunista e di tutta la sinistra mondiale. Nel 1945, pertanto, a Norimberga, l’articolo 18 dello statuto del Tribunale preparato da questa medesima sinistra, permise ai giudici di impedire alla difesa di invocare l’argomento del Trattato di Versaglia, per il fatto che esso era “estraneo al processo”. Così fu scartata dai dibattiti la responsabilità di tutti gli altri governi, ad eccezione del governo tedesco. Come i negoziatori alleati di Versaglia, i giudici di Norimberga sapevano bene che non era possibile provare giuridicamente la responsabilità della sola Germania ed è per questo che essi rifiutarono il dibattito sull’argomento di base.

Per l’occasione, il trucco riuscì: grazie al medesimo argomento che fu adoperato davanti all’opinione pubblica nel 1919. In realtà, è proprio grazie ai crimini di guerra e contro l’umanità che, non potendo stabilire giuridicamente la responsabilità unilaterale della Germania, si riuscì a fare ammettere ad una opinione mondiale schiacciata e disorientata da cinque anni di una guerra  atroce, che la Germania meritava in tutti i modi la condanna ” annunciata contro di essa: i 65 volumi gran formato di cinque-seicento pagine ciascuno che dànno il resoconto stenografico dei dibattiti dei 13 processi di Norimberga e raccolgono i documenti ritenuti a carico contro gli accusati non sono che una riedizione, adeguata ai nostri tempi, del Rapport Bryce. Al bambino belga dalle mani tagliate del settembre 1914, corrispondono nel 1940-45 le camere a gas, i sei milioni di Ebrei uccisi, ecc… E tutto ciò fa dimenticare il bombardamento premeditato della popolazione civile di Dresda, di Lipsia di Arnburgo, di Hiroshima e di Nagasaki, per i quali, in una logica, Ieale e serena, è veramente diflicile ammettere che essi rappresentano un grado di orrore molto minore.

Tutto ciò fa anche dimenticare il problema delle vere responsabilità delle quali nessuno storico può parlare. senza che subito gli si getti in faccia questa massa astronomica di orrori. Trattandolo per di più di fascista e di nazista, se egli insiste, come fu già nel 1939 il caso di tutti coloro che rifiutando incondizionatamente la guerra, reclamarono la pace immediata fin dal 1° settembre 1939. E soltanto nel 1948 è stato possibile dire, senza correre rischi, come si può dire di tutte le guerre, che quella del 1939-45 era stata la più inutile di tutte le guerre.

Perché fortunatamente Churchill l’aveva detto nelle sue Memorie ed era possibile avvalersi della sua opinione. Ma se è possibile dirlo, solo poca gente è d’accordo. Ia grande stampa resta puntata contro questa evidenza, e ogni volta che qualcuno lo afferma, continua a rispondere con le camere a gas, i sei milioni di Ebrei uccisi, il genocidio deliberato ecc…. In ogni caso, la Germania del 1963, come quella tra le due guerre, resta condannata a pagare le spese della seconda guerra mondiale in applicazione delle conclusioni tratte dai giudici di Norimberga.

Noi siamo, nel mondo, un certo numero di storici a pensare che non sarà più possibile nel 1963 far prendere in considerazione dall’opinione pubblica la tesi secondo la quale la Germania non è la sola responsabile della seconda guerra mondiale, fintantoché prevarrà l’opinione che è essa sola a portare il fardello di tutti gli orrori della guerra moltiplicati per di più dall’immaginazione di falsi testimoni senza scrupoli; così come non fu possibile nel 1919 far prendere in considerazione dall’opinione pubblica di allora la tesi secondo la quale la Germania non era più degli altri responsabile della prima guerra mondiale, fintantoché non fu confutato punto per punto il Rapport Bryce.

Oggi come ieri si tratta di una vera disintossicazione preliminare dell’opinione pubblica. Da questa disintossicazione preliminare dell’opinione pubblica dipende l’integrazione del popolo tedesco nella comunità dei popoli europei a parità di diritti con tutti gli altri e senza alcuna riserva da parte loro, cioè dipende l’avvenire dell’Europa e il suo inserimento tra le forze della pace.

In questo sono preciso: se si continua a far pesare sulla sola Germania la responsabilità della seconda guerra mondiale, e, per conseguenza, la riparazione di tutti i danni, dei quali ogni prccesso sul tipo di quello di Francoforte aumenta il volume in marchi, non sarà più possibile fare l’Europa, perché verrà un giorno in cui non ci sarà più una Germania — non ce n’è già più tanta! — e perché senza la Germania non è neppure pensabile un’Europa. Per quanto possa essere oggi fiorente l’economia tedesca — grazie a quali artifici?! — non tutto è nelle sue possibilità: indici di degradazione sicura sono già apparsi.

GLI INTERESSI IN CAUSA

Ogni volta che uno storico denuncia pubblicamente come falsa la tesi della responsabilità della sola Germania nello scoppio della seconda guerra mondiale e riesce a richiamare un po’ l’attenzione, una campagna di stampa viene lanciata nell’opinione pubblica sul tema delle camere a gas e dei sei milioni di Ebrei uccisi, ecc… e accade la medesima cosa anche ogni volta che le relazioni politiche ed economiche tra la Germania e gli altri popoli dell’Europa occidentale tendono a normalizzarsi. In quest’ultimo caso, la campagna comincia anche con un discorso di Krouchtchev, con un articolo-fiume delle Iswestia, o una dichiarazione dell’Agenzia “Tass” sulla Germania revanscista e neo-nazista , la rinascita del militarismo prussiano responsabile di tutte le guerre europee del passato (!) e il cui scopo è un terzo conflitto mondiale sulla base dell’anticomunismo, ecc.. Le camere a gas e i sei milioni di Ebrei uccisi vengono alla riscossa e sono subito il tema unico della campagna. Convinta che un popolo che è stato capace di tali orrori è capace di tutto, l’opinione pubblica prova istintivamente un moto di ripulsa e non porta più avanti lo studio della questione.

Si capisce Krouchtchev: porta-parola del bolscevismo che non è altro se non la forma moderna del panslavismo, egli è riuscito, in circa venti anni di questa pratica, a creare nelle masse popolari dei popoli dell’Europa occidentale il sentimento che l’integrazione della Germania nella comunità, da essi sognata fin da Victor Hugo, è delle più dannose, che la riunificazione della Germania non è un pericolo meno grave, ed è riuscito a portare e a mantenere la punta avanzata del panslavismo a quasi 50 km. da Amburgo. Così il Mercato Comune, per esempio, ha preso la figura caricaturale che gli ha dato la coppia gerontocratica De Gaulle-Adenauer. E l’Europa, che resta divisa contro se medesima per non voler integrarsi la Germania, non è di alcun peso nelle decisioni che intervengono sulla scena internazionale.

Si capirà facilmente perché il Movimento sionista internazionale porta a Krouchtchev il rinforzo delle camere a gas e dei sei milioni di Ebrei uccisi, quando si tiene presente che, se la Germania è la sola responsabile della guerra, la fattura che questo movimento le presenta in ragione di 5.000 marchi per ogni vittima a titolo di riparazioni, indipendentemente dai danni materiali, ammonta a 30 miliardi di marchi (6 milioni di morti per 5.000 marchi), cioè circa 5.000 miliardi di lire, la maggior parte dei quali è destinata a colmare il deficit dello Stato d’Israele, il quale, come nessuno ignora, è nell’ordine di 85-100 milioni di dollari l’anno. Attualmente, circa il decimo di questa enorme somma è stato già pagato dalla Germania, e i processi del tipo di quello di Francoforte hanno per scopo di ricordarle che non sono graditi i segni di stanchezza che essa dà.

Una antica leggenda alsaziana dice che “gli occhi di pietra della statua di Santa Odile (Hohenbourg) piangeranno, allorché i cavalli dei cosacchi verranno ad abbeverarsi alle acque del Reno”. In questa fine del XX secolo i cosacchi del panslavismo, che si trovano a 50 km. da Amburgo, sono motorizzati e si abbeverano di benzina: siamo moderni e diciamo che gli occhi di Santa Odile piangeranno, quando, avendo oltrepassato il Reno, i carri armati dei cosacchi passeranno ai suoi piedi per andare a fare il pieno nel Sahara…

E quando, sorvolandola, i loro bombardieri avendo messo le mani su New York, andranno a farvi scalo.

Perché a questo gli sforzi associati, contro la Germania, del bolscevismo e del sionismo non potranno, alla lunga, mancare di arrivare. L’apprensione che abbiamo di un così oscuro destino per l’Europa e per il mondo, spiega — e giustifica — gli sforzi che noi, anche in pochi, stiamo facendo in favore del ritorno alla verità storica in materia di crimini di guerra e contro l’umanità.

Perché noi pensiamo che, privando il bolscevismo del suo argomento al quale le masse popolari sono più sensibili. questo ritorno alla verità storica sia il solo mezzo per evitare tale oscuro destino, soprattutto attraverso un risanamento del clima politico.

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Rivarol, 23 gennaio 1964

Si capirà facilmente che in ragione di due udienze per settimana, o al massimo tre, questo processo faticherà molto prima di raggiungere il suo ritmo normale. All’inizio della quinta settimana, non ci si è ancora arrivati. Per quanto non sembri alla lettura dei giornali, tutti gli inviati speciali sono costernati: fin dalla sera della prima udienza, è stato chiaro ai loro occhi, che con i quasi 250 testimoni a carico che dovevano essere sentiti, non sarebbero restati qui per poco tempo. I 22 accusati, d’altra parte, hanno loro posto un altro problema: la vigilia della prima udienza, quando si sono presentati al segretariato della Corte per ritirare la tessera che li autorizzava a seguire i dibattiti, è stato consegnato loro un riassunto dell’atto di accusa la cui lettura aveva loro fatto accapponare la pelle. Centinaia di bambini uccisi freddamente con iniezioni di fenolo direttamente al cuore, ragazze gettate vive nei forni crematori, pallottole nella nuca, l’altalena della morte, ecc… sullo sfondo di camere a gas e di milioni di Ebrei sterminati. Si aspettavano qualcosa di sensazionale: io sono certo che alla lettura di tutto questo, Madeleine Jacob, detta la iena di Libération, si era molto rallegrata. Ed ecco che, il giorno dopo, si erano trovati in presenza di 22 persone dall’aspetto agiato di buoni borghesi, a proposito dei quali si resero subito conto che occorreva loro molta più fantasia di quella che avevano per dare ai loro giornali qualcosa di originale e di sensazionale.

E’ un mese ormai che ciò dura: all’udienza di ieri il “cantuccio” dei giornalisti — poiché è un cantuccio e non un banco — si era diradato considerevolmente, poiché molti avevano perso la speranza di trovare interesse in questo affare. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: dopo aver ascoltato l’interrogatorio d’identità e i più importanti interrogatori sulle questioni di fondo, tra coloro che restano — un po’ più della metà dei 120 previsti dalla Corte — e che, salvo rare eccezioni, parlano di voler chiedere ai loro redattori-capo di richiamarli per mandarli altrove, il sentimento che domina è che, venti anni dopo la guerra, da molto tempo il problema posto da questo processo avrebbe dovuto essere risolto con l’amnistia.

* * *

Nel corso dell’interrogatorio d’identità e degli interrogatori sulle questioni di fondo che sono già stati eseguiti, se c’è stato qualcosa di sensazionale, esso non è venuto dagli accusati, ma dal presidente del tribunale che dirige i dibattiti, e dal metodo che egli impiega, molto più che dai capi di accusa che egli maneggia. I 200 bambini ai quali, in una sola sera (quella del Natale 1944), un solo uomo ha iniettato fenolo con puntura diretta al cuore, la ragazza che un altro ha gettato viva in un forno crematorio (io aspetto alla ripresa il testimone che verrà a confermare il fatto), i colpi di rivoltella alla nuca in serie, ecc.. si sente che tutto ciò non è la parte essenziale del processo: l’essenziale, che sarà al centro dell’interesse, sono le camere a gas e i sei milioni di Ebrei sterminati in questa maniera.

Ecco come, fin dalla prima udienza, il presidente ha posto il problema:

A Birkenau (uno dei tre campi dell’immenso complesso d’Auschwitz che comprendeva, inoltre, Auschwitz a 3 km. e Monowitz a 6 km.) esistevano delle camere a gas e, periodicamente, nei tre campi del complesso, si procedeva alla selezione di migliaia di Ebrei da inviare colà per essere uccisi col gas. Alla fine, nel 1944, si procedeva alle selezioni anche al binario d’arrivo dei treni di deportati. Avete voi ordinato queste selezioni o vi avete partecipato? domanda egli a ciascuno degli accusati.

La domanda è formulata con sottigliezza: non si domanda loro se essi hanno mandato queste migliaia di Ebrei alle camere a gas in questione oppure se essi hanno preso parte agli stermini, ma solamente se essi hanno ordinato le selezioni o se vi hanno partecipato.

La risposta è inevitabile: sì.

Ma per ciascuno di essi, nel corso dell’interrogatorio, ci si accorge che nessuno degli accusati sapeva che c’erano delle camere a gas a Birkenau e che le selezioni avevano lo scopo di mandarvi gli Ebrei. Ora, tra di essi, ci sono due assistenti dei due capi successivi del complesso.

C’è anche un detenuto polacco, un certo Bednarec, che era capo di settore e che ha svolto tale mansione con zelo, presumibilmente: viene da chiedersi

perché tutti i detenuti capi di settore del campo che si trovano tutti nella sua situazione — essi sono migliaia, tutti viventi e, salvo rare eccezioni, tutti Ebrei — non sono come lui nel banco degli accusati.

Risposta: costui non è ebreo.

A questo banco degli accusati, se non era morto durante l’istruttoria, poteva essere seduto uno dei due capi del campo: nell’udienza dell’11 gennaio si apprende che all’istruttoria ha dichiarato, anche lui, che non aveva mai saputo che ci fossero delle camere a gas a Birkenau. Per lo meno ciò è strano… E allora queste selezioni? Esse avevano, sembra, per scopo di separare i malati incapaci di lavorare, dai sani capaci, per mandarli nei campi speciali ad essi destinati. E’ ciò che risulta dall’interrogatorio di Robert Mulka (oggi uno dei più grandi dell’Export-Import della città di Amburgo) e di Hoecker, ambedue assistenti, l’uno del primo comandante del complesso (Hoess, impiccato ad Auschwitz dai Polacchi, il 4 aprile 1947), l’altro del secondo (Baer, morto nel corso dell’istruttoria).

Insomma, essi hanno selezionato delle persone che dovevano essere inviate in un campo di concentramento ben preciso. Del trattamento riservato a costoro, essi non sanno nulla. Ciò è possibile sebbene essi abbiano appartenuto alle SS che vigilavano il campo e che essi comandavano: risiedevano all’ingresso del campo e non sapevano nulla di ciò che avveniva all’interno — per questi due almeno — o affermano d’altronde che nessun incidente spiacevole essendo stato loro segnalato, non hanno’ avuto mai occasione di entrarvi, ciò che è pure possibile.

Eugen Kogon depone il 16.04.1947 al processo  buchenwaldCiò risulta dalla struttura generale dei campi di concentramento che comprendevano, in realtà, due campi: quello della guardia SS all’ingresso, e quello dei detenuti. E noi abbiamo una dichiarazione di quel gran distruttore del nazismo (dopo la caduta!) che fu Eugen Kogon, che fu deportato egli stesso. e che è considerato, negli ambienti ufficiali, come lo specialista per eccellenza in materia di campi di concentramento:

“La guardia SS che vigilava all’ingresso dei campi, scrive egli, (p. 275 del suo libro l’Enfer organisé), ignorava ciò che avveniva realmente dietro i reticolati… Occorre sapere che tutti i campi di concentramento erano concepiti sotto il regime del selfgovernment, (governo autonomo) da parte dei detenuti medesimi.

Allora questi sterminii col gas sarebbero stati perpetrati dal self government dei detenuti all’insaputa delle SS? La domanda non è stata ancora posta dalla difesa: sarà posta in seguito?

Permettetemi un inciso: mi troverei io stesso in una situazione molto delicata, se Paul Reynaud fosse riuscito a cauper la route du fer nel 1940: è semplice, l’Asse avrebbe potuto vincere la guerra, e io mi troverei al banco degli accusati di un processo simile a quello di Francoforte, ma organizzato su richiesta dell’Italia.

Nel giugno 1940, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, fui designato dal comando militare della città dove mi trovavo per organizzare il censimento di tutti gli Italiani del dipartimento che, dicevano le istruzioni, dovevano essere riuniti in una caserma del capoluogo, per essere inviati in un campo di concentramento: si parlava di Gurs, che gli Spagnoli repubblicani, che vi furono rinchiusi, hanno reso celebre con la descrizione degli orrori che vi avevano dovuto subire.

E sento il presidente del Tribunale dirmi:

— In quel dipartimento voi avete selezionato gli Italiani che sono stati mandati al campo di Gurs, dove hanno dovuto subire questo, e poi quest’altro, e poi questo ancora, ecc…

Risposta: Io ho selezionato, è vero, ma non sapevo che…

La mia situazione allora non sarebbe davvero buona.

Fortunatamente per me, vi dico, Paul Reynaud non è riuscito a couper la route du fer.

* * *

In questo 16 gennaio, restano da fare ancora tre osservazioni: una sulla psicologia degli accusati, un’altra su quella dei giornalisti e della tribuna del pubblico, e infine, l’ultima, sull’accusato Breidweiser.

1. — Psicologia degli accusati: alla terza udienza, essi hanno capito che erano dei condannati in anticipo. Allora, a poco a poco, essi hanno dovuto dirsi che era meglio per loro cercare di meritare l’indulgenza del Tribunale. E’ così che a poco a poco le loro dichiarazioni sono divenute meno categoriche. Per esempio, i due assistenti dei due comandanti nel complesso hanno finito per dire pur mantenendosi sulla loro linea generale di difesa, di aver “inteso dire”, al campo medesimo, che all’interno del campo di Birkeneu accadevano “cose orribili”, trincerandosi dietro il fatto che si trattava di uno “Staatsgeheime Sache” (segreto di Stato) ordinato dalle più alte autorità del III Reich, e nel quale essi non potevano intervenire, — che anche “sarebbe stato nericoloso per essi intervenire“.

Il presidente non aspettava altro: poiché, al di là degli accusati stessi, ciò che bisogna condannare non sono essi, ma la Germania medesima per giustificare le astronomiche riparazioni alle quali è condannata — principalmente a beneficio dello Stato di Israele: 5.000 marchi per ogni ebreo ucciso! — provando che tutte le atrocità rimproverate agli accusati sono state commesse per ordine del governo.

Una volta incamminati per questa strada, essi dichiareranno qualunque cosa: nell’udienza del 14 gennaio, l’accusato Klaus Dylewskv ha dichiarato di aver visto arrivare alla stazione del campo di Birkenau, 70 treni di deportati ebrei al giorno. Mentalmente ho fatto il conto: l’attestato 112 del processo di Gerusalemme ci dice che ciascuno di questi treni conteneva circa 3.000 persone, ciò che porta a 210.000 persone al giorno. Lascio al lettore la cura di fare il conto generale degli Ebrei che sono stati concentrati ad Auschwitz tra il marzo 1942 (data nella quale vi sono giunti i primi convogli della deportazione organizzata) e 18 luglio 1944, data nella quale sembra essere arrivato l’ultimo.

Nessuno — e nemmeno la difesa! — ha fatto rilevare questa imbecillità. Il giorno dopo, apprendevo che a Parigi, France-Soir l’aveva ridiffusa senza esitare a 1.500.000 copie per i suoi lettori.

Certamente l’accusato Klaus Dylewski non era responsabile di questi arrivi al campo: era il governo di allora che aveva ordinato questo concentramento massiccio, e, colpevole, era la Germania intera che si era dato quel governo. Quale sorriso di soddisfazione da parte dei Presidente. La teneva infine in mano, la condanna della Germania.

Madeleine Jacob al processo  Petain agosto 19452. — Psicologia dei giornalisti e del pubblico: non un solo giornalista, e, alla tribuna del pubblico, nessuno che non si trovi nella disposizione di spirito delle tricoteuses di Fouquier-Tinville. Le dichiarazioni di questo Klaus Dylewski hanno provocato esclamazioni di sardonica soddisfazione tra le quali quelle di Madeleine Jacob di Libération e Dominique AucIères del Figaro non sono le meno significative. Esse non hanno visto, queste piccine non più tanto giovani, che 210.000 Ebrei inviati ogni giorno ad Auschwitz, durante 27 mesi, faceva non molto meno di 200 milioni.

Alla tribuna del pubblico — dove non si ha difficoltà a riconoscere alcuni testimoni di professione che saranno ascoltati più tardi — i “Nazischwein!… Sauhund!… Nazisau!… (non occorre tradurre, tutti capiscono) non hanno fìne.

Mulka. Click...

Mulka. Click…

In questo piccolo universo da Comitato di salute pubblica (di quello di Fouquier-Tinville, naturalmente) colui che provocò la più grande rivolta delle coscienze fu Robert Mulka, allorché dichiarò che egli aveva conosciuto “solo due incidenti provocati da tentativi di fuga di due detenuti” durante tutto il suo mandato, e che nel suo insieme, ai suoi occhi, il campo di Auschwitz era stalo “per così dire, un campo senza incidenti”.

3. — L’accusato Breidweiser: gli si sarebbe voluto far dire che aveva partecipato al primo tentativo di asfissia praticato nel 1941, col cyclon B., in un edifizio del campo non previsto per questo scopo, di 850 prigionieri di guerra russi. Egli aveva un’aria così ebete che, visibilmente, si poteva solo concludere che egli non sapeva di che cosa si trattasse. Lo disse, d’altronde, molto espressamente. E l’accusa non ha insistito che per la forma, sembrava, senza convinzione.

L'aula del processo.Click...

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Io aspetto anche, e con impazienza, il suo interrogatorio: è il solo sul quale pesa l’accusa di aver partecipato di persona a degli sterminii.

Ultimo fatto da rilevare in questo giorno: questo processo reso accessibile a tutti i funamboli dell’universo giornalistico, per la maggior parte dei falliti di professioni accaderniche che non conoscono nulla della questione, e d’altra parte interdetto alla storico Paul Rassinier, specialista riconosciuto in materia di crimini di guerra, è aperto all’avvocato comunista della Germania Est, Kaul, il quale si è visto riconoscere dal Tribunale la qualifica di assistente dell’accusa.

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Rivarol,
6 febbraio 1964

Ci metteremmo dunque sulla via della verità? Il caso dell’accusato Breidweiser è venuto molto prima di quanto non si pensasse. Si tratta di quella SS — la sola — sulla quale pesa una partecipazione effettiva ad una uccisione col gas: quella di 850 prigionieri di guerra sovietici.

— Io? Certo, io ho adoperato il cyclon B, ma solo per disinfettare degli indumenti, non per asfissiare delle persone.

Ed egli descrive insieme il cyclon B e l’operazione. Così veniamo a sapere che questo celebre gas, che ci è stato presentato, finora, “in pastiglie dalle quali il gas usciva a contatto con l’aria” (dicono gli uni a Norimberga), “a contatto col vapore d’acqua” (hanno detto gli altri davanti al medesimo tribunale), si presentava in realtà sotto la forma di una “sostanza liquida in confetti“, di una sostanza liquida molto volatile.

Poiché la discussione mette in evidenza la falsa testimonianza fatta da tutti i testimoni del l’accusa in tutti i processi di questo genere che hanno avuto luogo nel corso di questi venti anni, il presidente Hoffmaner taglia corto.

Mi rileggo la documentazione che ho portato con me, e vi trovo che questo cyclon B era un insetticida in uso nell’esercito tedesco fin dal 1924, e che durante la seconda guerra mondiale era stato impiegato non solo nelle forze armate, ma anche nei servizi d’igiene del III Reich e in tutti i campi di concentramento. A Norimberga, il 30 gennaio 1946, sono state portate a carico degli accusati, due fatture di questo gas con la data 30 maggio 1944, una per Auschwitz, l’altra ner Orianenburg. Ora, a Orianenburg non esistevano camere a gas (C.R. dei dibattiti, vol. 27, p. 740-742).

Domanda: che cosa si faceva con il cyclon B a Orianenburg, dato che là non si asfissiava nessuno? Non ci sembra che si possa trovare altrove la prova inconfutabile che il governo del III Reich non ha mai pensato al cyclon B per sterminare gli Ebrei.

E’ stato adoperato questo mezzo per uccidere ad Auschwitz? Prima di tutto il fatto resta da provare. E, in secondo luogo, se si arriva a provarlo, il problema di questi stermini si presenterà sotto un aspetto tutto diverso da quello sotto il quale ci è stato presentato finora: all’insaputa delle autorità del III Reich, come io l’ho già segnalato. Nel medesimo tempo si dovrà esaminare il ruolo avuto in questi orrori dal governo autonomo” del campo, se tutti i Breidweiser accusati riescono a provare che essi non vi rientrano affatto.

Si capisce allora perché il presidente Hoffmaier non ha insistito. Era d’altronde la seconda volta. La prima volta era accaduto in occasione dell’interrogatorio dell’accusato Hans Stark, il venerdì precedente.

Costui, in effetti, ha riconosciuto di aver giustiziati cinque o sei deportati ebrei con un colpo alla nuca:

— Costoro, egli afferma, erano giunti nel campo condannati regolarmenle a morte dai tribunali allora competenti del III Reich, ed io ero stato designato a far parte del plotone di esecuzione

E’ il caso evidentemente di tutti coloro che fanno parte di un plotone d’esecuzione.

Ma perché il presidente Hoffmaier si sentiva a disagio? penserà il lettore. Eccone il motivo:

l’accusato Hans Stark e il sostituto Kruger sono della stessa età. Nel 1943, avevano ambedue 17 anni e appartenevano ambedue al partito nazional-socialista. L’uno è stato mandato con le SS ad Auschwitz (Hans Stark), l’altro (Kruger) in un reggimento di cacciatori alpini in Italia. Il primo è oggi professore d’università (agronomia) e accusato, il secondo magistrato e… accusatore pubblico. Faccia a faccia, dopo essere stati per molto tempo fianco a fianco…

Il secondo ha avuto la fortuna di non essere stato designato a far parte di un plotone d’esecuzione, almeno fino a notizie più prec1se.

— Il giorno dopo, egli confidava all’inviato del France-Soir: “Per fortuna io non ho dovuto mai partecipare ad alcuna di queste operazioni!” In effetti…

E’ fortuna anche per Eugen Gerstenmaier (oggi presidente del Bundestagj e per Heincich Luebke (oggi presidente della Repubblica Federale) che erano, anch’essi, personaggi importanti sotto Hitler approvarono calorosamente la sua politica. Il primo era membro del partito nazional-socialista (in missione presso una università durante la guerra). Quanto al secondo, il suo caso era molto più grave: poiché era il dirigente di una impresa che lavorava alla costruzione delle V-l e V-2 con la mano d’opera dei deportati affamati del campo di concentramento di Peneemunde (Baltico).

Ed egli non è apparso mai al banco degli accusati di nessun processo del tipo di quello di Francoforte per… aver partecipato agli orrori del campo di concentramento di Peneemunde!

UN GUASTAFESTE

Dominique Auclères in Le Figaro e Michel Droit nel Figaro Littéraire et Immobilier tornano sull’argomento con articoli vendicativi contro gli accusati del processo d’Auschwitz. Ma né l’una né l’altro dicono una parola di quell’israelita francese, Alpern, che fu detenuto ad Auschwitz e vi perdette molti membri della sua famiglia, ma che si è rifiutato di testimoniare contro i suoi antichi carcerieri stimando che “il tempo dell’odio è finito” mentre non è questo l’avviso dei collaboratori di René Brisson.

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Rivarol, 20 febbraio 1964

Bene: tutti gli accusati sono stati interrogati sulla base delle accuse, la prima fase del processo è terminata. Il Tribunale s’è preso una vacanza, e non è tornato al suo lavoro che lunedì scorso, 17 febbraio, per il motivo che a Francoforte, come a Nizza, Carnevale è sacro.

Lettera di Broszat. Click...

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Per il momento — e ciò durerà fino al 24 febbraio — si ascoltano gli specialisti dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco, modello mondiale del resistenzialismo antinazista, convocati come esperti per autenticare delle testimonianze “scritte” — gli autori delle quali sono morti o non possono disturbarsi — e la lettura delle quali è stata fatta nel corso di questa settimana. Non è inutile notare che questi esperti sono quelli che, il 19 agosto 1960, Paul Rassinier ha costretto a riconoscere che non c’era “mai stata nessuna camera a gas in nessun campo di concentramento situato nel territorio del Grande Reich”, e che, fino a quel giorno, avevano sostenuto il contrario.

Il 27 febbraio, si ascolterà il primo — e il più importante — testimonio dell’accusa: Hermann Langbein, un ebreo austriaco, segretario generale del comitato internazionale degli scampati di Auschwitz. La Frankfurter Allgemeine Zeitung del 27 gennaio aveva preparato a suon di tromba la sua deposizione, pubblicando un suo articolo che fu, a mio parere, il fatto sensazionale di quella settimana.

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Anzitutto per il titolo: “La capacità dei forni crematori di Auschwitz: <4.756 cadaveri al giorno>”. E’ preciso. Ma nel 1951 questa capacita, davanti al tribunale di quell’epoca, era valutata a 20.000 cadaveri al giorno sulla fede di un testimonio morto, un dottore ungherese dal nome di Miklos Nyiszli, la cui testimonianza fu resa pubblica, nei particolari, dalla rivista Les Temps Modernes (numero di marzo e aprile 1951).

Per il suo contenuto, questo articolo era ancora più sorprendente: vi si diceva che Hermann Langbein è stato internato durante due anni nel campo di Auschwitz, dove esercitava le funzioni di segretario del Dr. SS Wirths, il capo diretto degli stermini col gas, e che, in quel campo, l’alimentazione era cosi insufficiente (1.800 calorie al giorno previste dal R.S.H.A.) che non era possibile sopravvivervi più di quattro mesi, se non ci si a organizzava”, nel gergo del campo “organizzarsi” significava rubare a destra e a manca, del pane qui, margarina là, minestra altrove. ecc.

Ma Hermann Langbein, lui, vi ha sopravvissuto due anni. Conclusione: egli ha “organizzato” la sua alimentazione; alimentazione presa sulla razione degli altri detenuti. Niente di straordinario: essere segretario del Dr. Wirths, ciò significava appartenere al Governo autonomo del campo, a quella banda di detenuti che ne assumevano l’amministrazione e la responsabilità di polizia… e la cui principale occupazione consisteva prima di tutto a servirsi sulla massa delle razioni di 1.800 calorie che giungevano ogni giorno al campo, a riservarsene ciascuno 3.000 o 4.000, e a condannare la massa dei detenuti a vivere con 600, 800 o 1.000 calorie cioè a morire a poco a poco di fame. (5)

* * *

Questa affermazione, non sono io a farla, è Hermann Langbein che confessa egli stesso: se egli ha sopravvisuto due anni, in un campo dove non era possibile sopravvivere più di quattro mesi con le razioni accordate, a condizione di risolversi a rubare la razione dei compagni di prigionia, la conclusione che s’impone è che egli stesso è stato tra i ladri, che egli ha fatto morire di fame un certo numero dei suoi compagni, che egli ha contribuito agli orrori dei campi e che allora il suo posto è al banco degli accusati, non a quello dell’accusa. Nella logica degli organizzatori del processo almeno, come il suo compagno Bednarek, che era, lui, capo-settore e che è stato ascoltato giovedì. Ma Bednarek non si chiama… Langbein.

Del resto, la deposizione di questo Bednarek fu deludente al massimo.

Ma quale è il bilancio delle operazioni al termine dell’interrogatorio preliminare? Eccolo: due accusati su 23 hanno confessato parzialmente ciò che era loro rimproverato, e devo confessare che è un risultato notevole. Nel 1946, davanti al tribunale di Norimberga, essi avrebbero, tutti, confessato tutto. E’ bene la prova che non siamo più nel 1946…

* * *

Bisogna allora esaminare ciò che è stato confessato da questi due. Sulle confessioni del primo, il lettore di “Rivarol”, è già informato: si tratta dell’accusato Hans Stark, oggi professore d’agronomia, che era stato scelto per far parte di un plotone d’esecuzione di persone regolarmente condannate dai tribunali del III Reich. E’ lo stesso caso di coloro che hanno giustiziato il tenente Degueldre (esponente dell’OAS, fucilato recentemente), con la morte nell’anima. Non è dunque il caso di tornarci.

Quanto al secondo, il sottufficiale Klaehr, egli ha riconosciuto di aver ucciso, con puntura di fenolo al cuore, da 200 a 300 detenuti ebrei. Io consiglio al lettore di leggere attentamente un libro notevole di Maurice Garcon: La vie exécrable de Guillemette Babin, che, nel Medio Evo, accusata di stregoneria, aveva confessato di aver incontrato tutte le sere a mezzanotte, nei “sabba” orgiastici, delle vittime e dei carnefici, dietro promessa che, se confessava, non sarebbe stata bruciata come strega. Il suddetto Klaehr era accusato di aver ucciso con puntura al cuore, questi 200-300 detenuti ebrei, la sera di Natale 1942.

Egli negava.

Nel corso del processo, ci si è accorti di due cose: la sera di Natale del 1942, egli non era ad Auschwitz; e, d’altra parte, fare 200-300 punture in una sera, per un solo uomo, era veramente un po’ troppo. Domandate al primo studente di medicina che vi capita. Allora egli ha confessato di avere eseguito tutto questo lavoro in due mesi, in ragione di una dozzina o di una quindicina di persone per volta. Era più verosimile. La disgrazia è che nel 1948, l’accusato è stato già implicato nel processo di Dachau e che egli aveva “accettato” che c’era una camera a gas in quel campo, precisando però che egli non aveva preso parte agli stermini. Ora, dal 1948, si è saputo che a Dachau non c’era mai stata nessuna camera a gas (cfr. Ia dichiarazione, citàta poco fa, dell’Istituto di Storia contemporanea di Monaco). Se le sue confessioni davanti al Tribunale di Francoforte sono del medesimo valore di quelle che fece nel 1948 nel processo di Dachau… E perché no? In verità, ve lo ripeto: rileggete La vie exécrable de Guillemettc Babin e comprenderete.

* * *

Ciò che è curioso, è che, al termine di due mesi di dibattiti, il problema delle camere a gas, vero e proprio, non è stato ancora toccato. Ogni volta che se ne presenta l’occasione, il presidente Hoffmaier limita le risposte degli accusati al problema della “selezione” all’interno del campo o alla stazione di arrivo.

Ogni volta la scena è la medesima: io non ho mai saputo che ci fossero delle camere a gas ad Auschwitz, dice l’accusato. E il Presidente: Tuttavia si è proceduto alla selezione di persone, dunque…

L’accusato resta tranquillo. Perché è esatto che sono state selezionate delle persone, ed egli non può che essere d’accordo. Dirò dunque, in un prossimo articolo, in che cosa consistevano queste selezioni — in tutti i campi, non solamente ad Auschwitz — tali e quali mi appaiono dopo l’interrogatorio degli accusati, confrontato con la documentazione che sono andato a consultare alla biblioteca di Francoforte.

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Rivarol. 4 marzo 1964

Alla vigilia delle feste di Carnevale, allorché decisero di riposarsi per una settimana, i giudici del tribunale di Francoforte avevano la sensazione di aver perduto, sul piano della notorietà il primo posto, che essi avevano, d’altronde con difficoltà e abbastanza mediocremente, occupato fino ad allora.

Alla ripresa, le udienze del 17 e 21 febbraio, interamente consacrate alla interrogazione degli “esperti” dell'”Istituto (resistenzialista) di storia contemporanea” di Monaco non vi hanno cambiato nulla: sarebbe stato davvero impossibile, poiché questi famosi “esperti” sono stati così spesso sorpresi in flagrante reato di menzogna e di falsificazione di documenti storici. Ci riuscirà a sua volta Hermann Langbein, primo e più importante testimonio dell’accusa, oggi presidente internazionale della lega dei deportati di Auschwitz e, secondo la sua propria confessione (cfr. il nostro ultimo articolo) in altri tempi uno dei circa 8 – 10.000 ladri di razioni alimentari i quali costituivano il “self-government” del campo ?

In materia di perseguimento contro i criminali ex-nazisti il centro di interesse, durante le feste di Carnevale, si è insieme spostato ed esteso a tutta la Germania e anche all’Austria. Durante queste tre ultime settimane una vera caccia all’uomo ex-nazista e criminale per definizione è stata organizzata in tutto il territorio dei due paesi. Processi della stessa natura di quello di Francoforte sono già incominciati contemporaneamente in quattro o cinque altre città. Un certo numero di essi saranno già terminati quando apparirà questo articolo. Altri saranno stati aperti. Altri saranno in preparazione. E’ impossibile attualmente, ha dichiarato il procuratore Baner, di prevederne la fine.

Il più importante di essi è quello dei medici implicati nell’affare dell’eutanasia, che si svolgeva a Limburg e che non è ancora terminato. Questo processo ha tolto il primo posto a quello di Francoforte. Al punto in cui sono i dibattiti. non c’è ancora niente da dire, salvo che i due principali accusati incarcerati da circa quattro anni e che i giudici istruttori non erano riusciti a far cadere in contraddizione, si sono suicidati alla vigilia dell’apertura del processo. Come Baer, antico comandante del campo di Auschwitz’ è morto molto opportunamente alla vigilia dell’apertura del processo di Francoforte per una crisi cardiaca. E come Gerstein (autore presunto del falso e apocrifo documento nel quale consiste tutto l’argomento del Vicario) alla vigilia di quello di Norimberga. Tutti questi suicidi in prigione e durante l’istruttoria, che accadono ogni volta che l’accusa si trova in una situazione delicata e nell’impossibilità di provare ciò che afferma, appaiono, per lo meno, sospetti. Ma da ciò, a pensare che potrà essere aperta un inchiesta…

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 Rivarol, 26 marzo 1964

Il processo di Francoforte non ha affatto risolto il problema delle camere a gas: non ha ancora trovato altri mezzi per provare la loro esistenza, all’infuori delle “selezioni” che avevano luogo periodicamente e, a una certa epoca, quotidianamente, sia all’infermeria sia nel campo, sia anche alla stazione d’arrivo dei convogli del campo di Birkenau.

Sembra dunque necessario spiegare in che cosa consistevano queste operazioni. Il loro scopo è noto: separare i malati incapaci di lavorare dai sani. Che cosa accadeva ai primi? I testimoni dell’accusa che si sentono dal 27 febbraio rispondono invariabilmente: erano mandati alle camere a gas. Ciò che è curioso, è che tutti li hanno visti, caricati su autocarri o su vagoni, lasciare il campo, ma… nessuno li ha visti giungere alla camera a gas in questione né ha assistito all’operazione di sterminio.

Per contro, basta leggere La tragédie de la déportation (pubblicato sotto la direzione di Olga Wormser e Henri Michel, ed. Hachette, 1962) per rendersi conto che un gran numero degli autori della letteratura sui campi di concentramento hanno visto dei convogli di malati provenienti da Auschwitz giungere a Bergen-Belsen, Neuengame, Buchenwald, Dora, Ravensbrück, Flossenburg, ecc. durante l’anno l943 e poi particolarmente a partire dal maggio 1944. Da Auschwitz, e non solo da Auschwitz: da tutti i campi di concentramento che erano, nella concezione del III Reich, dei campi di lavoro, e non campi di sterminio.

Spiegazione: essendo campi di lavoro, i campi di concentramento, che prestavano i deportati alle imprese industriali della regione dove si trovavano, dovevano essere redditizi, e la SS di guardia all’ingresso vigilava affinché, in ciascun campo, il numero dei malati incapaci di lavorare (“le bocche inutili” ha detto Mme de Beauvoir) non compromettesse la redditività. Ogni volta che essa giudicava questo numero eccessivo, faceva procedere, all’interno del campo, da parte del “self government” dei detenuti (Kapos, capi-squadra, ecc., con lo sfollagente in mano) a delle retate che erano vere e proprie caccie all’uomo – poiché ciascun malato preso di mira cercava di sfuggire essendo convinto che, in caso contrario, era inviato alle camere a gas.

Quelli che erano stati così “selezionati” erano mandati all’uno o all’altro dei campi sopra indicati, il più delle volte a Bergen-Belsen e a Neuengame, particolarmente attrezzati per i malati di tutti i campi e, poiché i loro compagni di sventura non li vedevano più, concludevano che erano stati mandati alle camere a gas. Nel gergo dei campi, l’operazione era designata con l’espressione Himmelsfahrtkommando, cioè operazione per il viaggio verso il cielo. In realtà…

Ma quale era la causa di questo grande numero di malati ? Le ruberie delle razioni alimentari a danno della massa dei detenuti da parte del personale del self government e di cui ho già detto che esse erano state molto ingenuamente confessate, per Auschwitz, dal nominato Hermann Langbein. Poiché egli apparteneva al sì detto self government (testo interrotto, corsivo in blue di Olodogma) , questo Langbein è riuscito a sopravvivere “due anni in un campo dove, se non si rubavano le razioni degli altri, non si poteva durare più di quattro mesi.” Resta soltanto da accertare se le 1.800 calorie messe a disposizione, in tutti i campi, di ciascun detenuto, non permettevano di sopravvivere più di quattro mesi. Che queste razioni siano state strettamente misurate, senz’altro d’accordo. Ma se i Langbein del self government (in generale il 10% della popolazione di tutti i campi) prelevavano ancora su queste magre razioni per proprio conto, non c’è niente di strano, se per la massa dei detenuti non c’era possibilità di sopravvivere oltre i quattro mesi.

Le Monde ha citato un altro testimonio, che è la replica femminile di Langbein: una signora Hacha Speter-Ravine, che era infermiera all’ospedale di Auschwitz (lui, era segretario di uno dei principali medici del campo) e che è sopravvissuta 26 mesi. Dominique Auclères, del Figaro, ha citato un altro testimone, Mme Lindgens, che è sopravvissuta tre anni. Questa Mme Lindgens era, anche lei , infermiera all’ospedale ed ella cita, a sua volta, una detenuta che è sopravvissuta quattro anni… precisando ugualmente, “se non si rubava altre razioni, non si poteva soprawivere più di quattro mesi…”. Se ora ci si riporta al C. R. dei dibattiti del processo di Norimberga, si vedrà (vol. IV, pp. 211-237) che Mme Vaillant-Couturier, nata Vogel, infermiera all’ospedale, è sopravvissuta, come le precedenti, due anni.

La mia opinione è che il Tribunale di Francoforte dovrebbe cominciare a studiare l’operato di tutti i Langbein, Lindgens, Speter-Ravine, Vaillant-Couturier, ecc., che, secondo la loro stessa confessione, hanno avuto la mano molto pesante in materia di ruberie degli alimenti destinati agli altri detenuti: si deve certamente ad essi il fatto che il numero dei malati del campo di Auschwitz-Birkenau si sia costantemente mantenuto ad un livello molto superiore a quello che avrebbe permesso al campo di essere “redditizio” e di conseguenza le selezioni quotidiane all’interno del campo e, a partire dal 1943, alla stazione di arrivo dei convogli.

Che essi siano pure amnistiati, come dovrebbero essere amnistiati tutti gli accusati di questo processo, sono d’accordo, ma…

Ma che essi siano oggi testimoni dell’accusa e a questa apportino delle testimonianze che servono a nascondere le loro ruberie (molto male, d’altronde, dato che confessano), qui è lo scandalo.

 

INTERVISTA Dl PAUL RASSINIER

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Paul Rassinier, le cui opere sulla seconda guerra mondiale hanno attratto l’attenzione dei nostri lettori per la loro obiettività (6), aveva in programma di recarsi a Francoforte per assistere al processo dei custodi del campo di Auschwitz, Ia prima udienza del quale ebbe luogo il 20 dicembre 1963. Egli vi era inviato dalla Fondazione Hoover, il Centro di studi storici di Burlingame (U. S. A.), e vari giornali di diverse nazionalità. interessati al problema della verità storica in materia di crimini di guerra, gli avevano chiesto di volere far da corrispondente particolare anche per essi. Sotto queste vesti, poiché il regolamento del Tribunale lo prescriveva in ragione del numero limitato dei posti della sala delle udienza, egli aveva chiesto al Presidente una carta d’ingresso e ottenuto senza difficoltà quella che portava il N. 113. Poiché tutti i suoi documenti erano in regola, il 18 dicembre prese il treno per Francoforte.

Alla stazione di Saarbrück la polizia tedesca l’aspettava: tre agenti lo fecero scendere e lo ricondussero a Forbach col treno successivo. Alla richiesta di spiegazioni di Rassinier, replicarono che soltanto l’ambasciatore di Germania a Parigi era in graclo di rispondergli.

Dopo il suo ritorno a Parigi, la sera stessa Rassinier indirizzava dunque una domanda di spiegazioni all’ambasciata di Germania e ne trasmetteva una copia a Couve de Murville, ministro degli Esteri, facendo notare all’uno e all’altro che, ogni anno, egli trascorreva due-tre mesi in Germania, che egli vi aveva fatto anche un giro di conferenze dal 4 al 18 marzo 1963, un soggiorno di dieci giorni dal 26 settembre al 6 ottobre scorso, e che non gli era stata mai fatta la minima difficoltà.

L’indomani 19 dicembre, avendo l’Associated Press e la D.P.A., sollecitate dall’editore tedesco di Rassinier, dato eco a questo incidente, e avendolo messo in rilievo la stampa mondiale manifestando la sua meraviglia e la sua indignazione, il ministro tedesco dell’lnterno comunicava:

1. — Che da molti anni l’ingresso in territorio tedesco era proibito a Rassinierper la sua appartenenza a un gruppo fascista internazionale” Sollecitato dall’Associated Press a indicare questo gruppo, il ministro ha risposto… “che non sarebbe stata data una risposta a questa domanda“. Ed aveva le sue ragioni: vecchio deputato socialista, ritiratosi dalla politica fin dal 1946, Rassinier ha comunicato alle agenzie di stampa, su loro richiesta, che oltre alle opere di storia, alle quali si dedica, la sua attività pubblica si limita ad appoggiare il “War Resister’s International”, organizzazione pacifista internazionale la cui sede è a Londra e della quale la rivista francese La voie de la paix esprime la concezione della pace in questi termini “né Mosca, né Washington“.

2. — Che “la presenza di Paul Rassinier in territorio tedesco avrebbe provocato turbamenti dell’ordine pubblico“, ciò che è smentito dai fatti, perché anche quando egli vi ha fatto giri di conferenze, l’ordine pubblico non è stato mai turbato.

La verità è che il governo tedesco non voleva che Paul Rassinier, specialista riconosciuto dai suoi colleghi storici degli U.S.A. in materia di crimini di guerra, assistesse ai dibattiti del processo di Francoforte. Così, in tutta tranquillità, l’accusa poteva produrre alla sbarra i testimoni più fantasiosi e appoggiare le loro testimonianze con documenti oltraggiosamente falsi come quello sul quale poggia l’argomento del dramma di Hochhut, Il Vicario, che in questi giorni fa scandalo a Parigi, tutte le sere, sotto la protezione della polizia. Paul Rassinier e il suo editore tedesco hanno citato per diffamazione il ministro degli Interni tedesco davanti alla giustizia del suo paese, così come tutti i giornali che hanno pubblicato le sue accuse e si sono rifiutati di ritirarle.

Intervista a Paul Rassinier

Rivarol, 16 aprile 1964

Paul Rassinier. Click...

Paul Rassinier. Click…

Poiché il nostro collaboratore Jean-Pierre Bermont è stato attaccato da Louis Martin-Chauffier, nel Le Figaro Littéraire (2 aprile), e da Rémy Roure, nel Le Figaro (4-5 aprile) a causa delle sue corrispondenze sul processo di Francoforte, piuttosto che aprire una polemica sopra il suo diritto a parlare dei problemi posti dai campi di concentramento tedeschi per quanto riguarda i crimini di guerra, abbiamo preferito rispondere in sua vece facendo appello alle testimonianze di un francese che è insieme un testimone e uno storico, cioè un uomo la cui autorità è indiscutibile. Noi ci siamo dunque rivolti a Paul Rassinier — ex-deportato di Buchenwald e di Dora — le cui opere in materia fanno oggi testo e sono state tradotte in più lingue. Da noi interrogato, ecco come, documenti alla mano, egli ha risposto alle domande che gli abbiamo poste:

— Avete letto, signor Rassinier, le corrispondenze sulle udienze del processo di Francoforte da noi pubblicate e volete dirci che cosa ne pensate?

— Come potrei rifiutarmi di rispondervi? Io faccio della storia, non della politica, e ogni volta che qualcuno è venuto ad intervistarmi, ho sempre accettato di esprimere molto francamente il mio pensiero, a patto che il mio interlocutore mi prometta di non travisarlo.

— Ve lo promettiamo formalmente…

— Bene… In effetti, ho letto gli articoli di Jean-Pierre Bermont e posso dire di averli trovati molto obiettivi e ben documentati. E’ probabile che io avrei potuto fare qualcosa di più completo, certamente non qualcosa di più pertinente. Pertanto non mi sono meravigliato di vederlo attaccato da Martin-Chauffier e Rémy Roure: lo fui io stesso per le medesime ragioni. Con il R. P. Riquet, abbiamo qui i tre più feroci custodi del santuario francese delle verità storiche, rese ufficiali con l’autorità della giustizia a Norimberga, Varsavia, Gerusalemme e altri centri della germanofobia, che si esprime oggi in milioni di morti da portare a carico dei campi di concentramento tedeschi…

— Martin-Chauffier parla, in effetti, di “quatro milioni” per il solo campo d’Auschwitz…

— Rémy Roure è più modesto: di centinaia di migliaia, egli parla e questa cifra è più vicina alla verità e anche più onesta. Io ritengo che effettivamente alcune centinaia di migliaia di detenuti sono morti ad Auschwitz.

— Uccisi con il gas?

— Questa è un’altra domanda. Parliamo prima di cifre. Su questo punto i testimoni non sono d’accorclo. Broszat, direttore dell’Istituto (resistenzialista) di Monaco, dice “tra un milione e un milione e mezzo (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 26-2-64), Henri Michel, segretario generale del Comitato di storia della Seconda Guerra mondiale. dice “quattro milioni“, e da lui probabilmente ha preso la notizia Martin-Chauffier. Ma l’lnstitute of Jewish Affairs del World Jewish Congress dice “novecentomila“… Se si tiene conto che Hoess, primo comandante di quel campo, ha dichiarato nelle sue memorie che in tutto 1.130.000 persone erano state internate in quel carnpo , 900.000 mi sembra un massimo. Già più che sufficiente.

ALLA RICERCA Dl TESTIMONI

— Io ripeto la mia do manda: nelle camere a gas?

— A dire il vero, da quando ho costretto l’Istituto di storia contemporanea di Monaco ad ammettere, il 19 agosto 1960, che non era esistita nessuna camera a gas in nessun campo di concentramento situato in territorio tedesco, da quando soprattutto mi è stato impedito di assistere al processo di Francoforte — che mi avrebbe permesso di sapere che cosa c’era di vero per quelle di Auschwitz, le sole ancora in questione — io non credo molto a queste storie di camere a gas.

— Ma i testimoni?

— Perché camere a gas? dal momento che il Dr. Kubovy, direttore del centro di documentazione ebraica contemporanea di Tel Aviv, ha egli stesso riconosciuto, secondo la Terre Retrouvée del 15-12-1960, che non esisteva nessun documento con la firma di Hitler, Himmler o Heydrich che parlasse di sterminare gli Ebrei, e che la parola “sterminio” non appariva nella lettera di Goering ad Heydrich riguardante la “soluzione finale della questione ebraica”?

I testimoni? A tutt’oggi non se ne conosce che uno solo che abbia confessato di aver partecipato a un operazione di questo genere, ma il suo co-accusato, che avrebbe svolta la medesima terribile mansione, sostiene, che si trattava di una disinfezione di indumenti, non di uno sterminio di uomini… Gli altri hanno “sentito dire… visto partire per la camera a gas (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 7-2-64 e Le Figaro, 29-2-64)… ecc.“, ma nessuno vi ha mai assistito né partecipato. E’ ciò che confermano i dibattiti di Francoforte e il vostro collaboratore J.-P. Bermont ha interamente ragione su questo punto…

— Allora. queste centinaia di migliaia d i morti?

— Appunto… quel self government dei campi di concentramento al quale Martin-Chauffier attribuisce tante virtu. Con i loro amici e protetti, i detenuti incaricati di amministrare il campo rappresentavano circa il 25% della popolazione di tutti i campi, ha detto, a Francoforte un testimonio del l’accusa, il Dr. Münch, vecchio medico S.S. del campo di Auschwitz. Se, invece, delle 1.800 calorie assegnate a ciascun detenuto dal regolamento dei campi di concentramento — e che erano, effettivamente, molto poco — questi 25% se ne riservavano il doppio. i 75% che restavano non disponevano più che dei due terzi di una razione già molto magra, e non occorre uscire dall’Ecole des Chartes come Martin-Chauffier per capire che per essi, era la condanna a morte lenta per inedia…

In realtà, in tutti i campi, i detenuti del self government si riservavano molto più del doppio della razione loro spettante e, nella maggioranza, molti non disponovano più che della metà, e spesso meno, della razione loro spettante. Da ciò la spaventosa percentuale di mortalità.

— Se non mi sbaglio, André Frossard ha, anch’egli, scoperto questo self government dei campi ?

— Sì. E nel medesimo giornale, ma egli non attribuisce ad esso alcuna virtù. Al contrario… Il meglio è dunque rimandare Martin-Chauffier a Frossard, pregandoli di mettersi d’accordo tra di loro…

LE CONTRADDIZIONI Dl RUDOLF HOESS

— E dell’argomento di Rémy Roure, che pensate?

— L’argomento di Rémy Roure, è la testimonianza di Rudolf Hoess, primo comandante del campo d’Auschwitz. pubblicata sotto il titolo Le Commandant d’Auschwitz parle... Egli ignora disgraziatamente un’altra testimonianza del medesimo Rudolf Hoess davanti al Tribunale di Norimberga, il 26 aprile 1946, senza di che egli saprebbe che dopo aver affermato a Norimberga (resoconto del processo, vol. XI, pp. 410 e segg.) che circa 3 milioni di Ebrei erano stati sterminati (dei quali 2.500.000 con il gas), egli scrive, nel libro in questione (p. 239), che al massimo 1.130.000 persone sono state internate in quel campo. Rémy Roure ignora anche che il confronto delle due testimonianze successive del medesimo personaggio non mette in evidenza soltanto questa contraddizione; così i convogli di ebrei che a non portavano mai più di mille persone” (p. 229), ma che in ragione di cinque convogli al giorno (p. 236) portavano al campo 15.000 persone al giorno” (p. 239); sulle camere a gas che Himmler stesso ordina di costruire per sterminare fisicamente gli ebrei (p. 227), ma a proposito delle quali “non si è mai potuto ottenere da Himmler una decisione chiara e precisa” (p. 233); sul cyclon B, che ora è un liquido e ora si presenta sotto forma di pasticche che emanavano gas al contatto con l’aria; sull’operazione di sterminio vera e propria, che “dura in media una mezz’ora” (p. 174) dopo di che a si aprono le porte e il gruppo speciale comincia subito il suo lavoro di sgombero dei cadaveri” (p. 230); ma l’uso del cyclon B è così pericoloso che bisogna arieggiare la camera a gas per due giorni prima di potervi penetrare” (p. 229), ecc.

Per dire tutto, un documento apocrifo Hoess è stato impiccato ad Auschwitz, il 4 aprile 1947, e non verrà certamente a protestare contro ciò che gli si fa dire oggi. D’altronde, il Dr. Broszat, direttore dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco, ha dichiarato, il 26 febbraio scorso, davanti al tribunale di Francoforte, che “non si poteva fare affidamento sulle dichiarazioni di Rudolf Hoess” (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 27-2-64). Se a Rémy Roure piace essere più realista del re, è affar suo…

500 PROCESSI IN PREPARAZIONE… 15.000 ACCUSATI GIA’…

— Un’ultima domanda: come spiegate questo processo che. venti anni dopo, sembra fatto proprio per ravvivare tutti gli odii?

— Questo processo?… Questi processi, dovreste dire; per i prossimi cinque anni, sono previsti o in corso di preparazione 500 processi del medesimo genere. Circa 15.000 persone sono già in prigione, ed esse possono esservi raggiunte da molte altre nel corso di questi cinque anni. Ciò significa che non si è ancora finito di dimostrarci e ridimostrarci che la Germania è un paese di barbari, indegni di essere integrati nella comunità dei popoli europei, con la più grande soddisfazione di Kruchtchev, perché il problema è tutto qui. O si creerà un’Europa nella quale la Germania avrà il suo posto con uguaglianza di diritti con gli altri popoli europei, e, in questo caso, il bolscevismo comincerà ad indietreggiare, oppure si rifiuterà di integrare la Germania nella comunità dei popoli europoi, e allora non ci sarà mai un’Europa.

A questo argomento di ordine politico se ne aggiunge un altro di ordine economico: dichiarata unica responsabile della seconda guerra mondiale, la Germania deve, da sola, sopportare la riparazione dei danni e, in primo luogo, il danno che lo Stato di Israele dice di aver subito. Ora, a 5.000 marchi per vittima, 6 milioni di vittime, “questo fa molto”. Indipendentemente da ciò che viene reclamato allo stesso titolo dalla Jugoslavia e dai satelliti della Russia, e che viene stimato a circa 70 miliardi di dollari (L’Express, 20-2-64). Voglio precisare bene: miliardi… Ciò equivale a dire che si vuol fare della Germania una seconda repubblica di Weimar, e questo è ancora un altro modo di uccidere l’Europa.

Ci siamo asciati con queste parole. Ma, a sostegno dei suoi argomenti, Rassinier ci ha dato due dichiarazioni estratte dal L’Enfer organisé di Eugen Kogon, le quali — non dispiaccia a Martin-Chauffier e Rémy Roure — confermano le affermazioni di J.-P. Bermont, avallate dal nostro interlocutore. Le pubblichiamo qui appresso.

“Una possibilità risultante dal “potere ottenuto con la corruzione” era l’arricchimento di un uomo o di parecchi a spese degli altri. Ciò prese talvolta proporzioni vergognose nei campi, anche in quei campi dove i politici erano al potere. Più d’uno che profittava della sua posizione ha menato una vita da principe, mentre i suoi compagni morivano a centinaia. Quando le casse di viveri destinate al campo, con i grassi, i salsicciotti, cibi conservati, farina e zucchero, erano passate di contrabbando fuori del campo tramite SS complici, per essere mandate alle famiglie dei detenuti in questione, non si può certamente dire che ciò era giustificato. Ma la cosa più esasperante era, in un’epoca in cui le SS territoriali non portavano già più gli stivali alti, ma semplici scarpe dell’esercito, quando membri della piccola corte dei signorotti del campo passeggiavano fieramente, con abiti alla moda e tagliati su misura, come dei damerini e alcuni anche portandosi dietro un cagnolino al guinzaglio! E ciò in un caos di miseria, di sporcizia, di malattie, di fame e di morte! In questo caso a l’istinto di conservazione” oltrepassava ogni limite ragionevole e arrivava a un fariseismo certamente ridicolo, ma duro come pietra e che si conformava assai male con gli ideali sociali e politici proclamati nel medesimo tempo da quelle persone”.

(Eugen Kogon, L’Enfer organisé, p. 287)

Per l’infermeria dei detenuti c’era nei campi un’alimentazione speciale per i malati, ed è ciò che si chiamava la dieta. Essa era molto ricercata come supplemento e la maggior parte di essa era sottratta a profitto delle personalità del campo: Decani dei Settori, Kapos, ecc… In ogni campo, era possibile trovare dei comunisti o dei criminali che, per anni, ricevevano oltre gli altri loro vantaggi, i supplementi destinati agli ammalati. Era soprattutto un affare di rapporti con la cucina dei malati composta esclusivamente di persone appartenenti alla categoria di detenuti che dominavano il campo, o un affare di scambio di favori: i Kapos della sartoria, del laboratorio di calzature, del magazzino degli abiti e indumenti, del magazzino di utensili, ecc. davano, in cambio di questa alimentazione, ciò che gli altri chiedevano. Nel campo di Buchenwald, dal 1939 al 1941, quasi quarantamila uova sono state così stornate, all’interno stesso del campo”.

(Eugen Kogon, L’Enfer organisé, pp. 110, 111, 112)

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Rivarol, 14 maggio 1964

Agli attacchi pieni di odio lanciati contro di me da Rémy Roure (Le Figaro) e soprattutto da Martin-Chauffier (Le Figaro Littéraire), Rivarol aveva replicato con una intervista di Paul Rassinier, uomo di sinistra, ex-deportato di Dora e Buchenwald, che, con una coscienza esemplare, si è assunto il compito di ristabilire la verità sui campi di concentramento tedeschi.

Al testo dell’intervista erano aggiunte due citazioni edificanti di Eugen Kogon, di cui questi signori difficilmente potrebbero rifiutare la testimonianza, poiché egli è, tutto sommato, il capofila della loro “scuola storica”.

I collaboratori di Pierre Brisson, il cui giornale celebrò, alla loro epoca, l’incontro di Montoire e lo Statuto degli Ebrei elaborato da Vichy, non hanno certamente nulla da replicare ai fatti e alle cifre presentati da Paul Rassinier, dato che Martin-Chauffier ha dovuto fare ricorso, ancora una volta, all’insulto per votare me — e perdippiù Rivarol — all’esecrazione dei “ben pensanti” (Le Figaro del 2 e 3 maggio).

L’insulto non ha costituito mai una risposta, o piuttosto sì: colui che è costretto a ricorrere a questa scappatoia in mancanza di argomenti degni di un uomo onesto — prova con ciò stesso che non ha niente di serio da rispondere. E’ sempre più facile insultare che discutere. Costretti a spiegarsi e furiosi di essere sbugiardati, i manipolatori della storia cercano vanamente di uscirne con una piroetta calunniosa: modo di comportarsi classico che basta a squalificare coloro che l’adoperano. Non sprechiamo più carta, accordando a questi singolari “contraddittori” più spazio di quel che meritano… e passiamo all’ordine del giorno.

Il processo d’Auschwitz prosegue in condizioni ogni giorno più penose per l’accusa: i testimoni non si sono messi a recitare puramente e semplicemente ciò che avevano letto in libri come Le commandant d’Auschwitz parle del primo comandante del campo Rudolf Hoess, e Médecin à Auschwitz di un certo Dr. Miklos Nyiszli? Quasi parola per parola e rispettando perfino gli errori e le contraddizioni evidenti che contengono. A tal punto che già a due di costoro, che non potevano rispondere ad alcune domande della difesa, il presidente del tribunale si è visto costretto a farlo rilevare, non senza manifestare un’amara delusione (udienza del 3 e 7 aprile). Improvvisamente, Dominique Auclères, inviata del Figaro, ha trovato molto più interessante (e senza dubbio più importante) occuparsi del caso d’Anastasia. E, sul Candide (26 marzo) Arthur Miller, la celebre “testa d’uovo” che questo fedelissimo giornale aveva fatto venire apposta dall’America per farsi rappresentare in qualche udienza, concluse che “il 90% dell’opinione pubblica è indifferente o ostile a questo processo”. Precisando che egli comprende molto bene il motivo…

Intanto, tutta la Germania è diventata il campo chiuso di una vera e propria caccia alle streghe. Per far dimenticare e compensare questo scacco dell’impresa il cui carattere clamoroso non appare chiaro che agli iniziati. La preparazione dei 500 processi di criminali di guerra previsti per i prossimi cinque anni è in pieno sviluppo: tutti i giorni, un contingente più o meno importante di “sospetti” va a raggiungere in prigione coloro che già vi marciscono; talvolta da lunghi anni…

Su questo sfondo, la Francia ha celebrato, il 19 aprile, la Giornáta della Deportazione, alla quale, volendo approfittare il più possibile dell’atmosfera creata dal processo di Francoforte — e che essi credevano favorevole — gli organizzatori hanno voluto dare un carattere più sensazionale ancora degli anni precedenti. E’ stata l’occasione per mettere in circolazione tutto un insieme di false notizie, sulle quali la legge prevista per reprimerle (e di cui Rivarol ha provato il rigore… per l’occasione ingiustificato!) chiuse con molta condiscendenza gli occhi.

Tre esempi:

l) L’unico superstite della camera a gas di Dachau parteciperà alla giornata nazionale dei deportati (Le Figaro, 15 aprile, titolo d’articolo che si ritrova in tutti i giornali e che la Radio-Televisione Francese, la sera ha abbondantemente commentato, con l’intervista, per prova, del personaggio).

2) Nel medesimo numero del Figaro, in evidenza un articolo di Rémy Roure (già citato) che ricorda la morte “di quella religiosa che, a Ravensbrück, nel piccolo campo, prese il posto di una vecchia nel funebre corteo che andava alla camera a gas”.

Ora, “non esisteva nessuna camera a gas, né a Dachau, né a Ravensbrück, né in nessun altro campo di concentramento situato in territorio tedesco” ha dichiarato ufficialmente, il 19 agosto 1960, il Dr. Broszat, direttore dell’Istituto (resistenzialista) di Storia contemporanea dí Monaco.

3) Facendo il resoconto della cerimonia che si svolse, il 25 aprile, nella cripta dove riposa la spoglia del deportato ignoto, Le Figaro (27-4) scrive ancora: “I portabandiera delle associazioni dei resistenti e dei deportati si sono alternati in una guardia immobile all’ingresso del lungo cunicolo simbolico, dove brillano le faccette delle duecentomila punte di cristallo che ricordano i duecentomila Francesi semmersi nella notte e nella nebbia“.

Ora, rispondendo per rnezzo del Journal Officiel (24 febbraio 1962, dibattiti parlamentari, p. 229) a un deputato (Ziller) che gli faceva la domanda, il ministro degli ex-combattenti e vittime della guerra precisava che 49.135 Francesi esattamente erano stati deportati e che 19.018 di essi erano morti alla data del 1· dicembre 1961 (7). Queste cifre non sono sufficienti, perché ci si astenga di aggiungerne ancora?

Io cito questi tre esempi, perché bisogna pur limitarsi, ma se ne potrebbero aggiungere molti altri… Ne aggiungerei un quarto, quello de La Tragédie de la Déportation (Hachette, 1962), pubblicato sotto la direzione di Olga Wurmser e di Henri Michel, libro al quale la Giornata della Deportazione ha permesso di fare una a pubblicità clamorosa”: si tratta di un’antologia che raccoglie 208 testimonianze, che fanno esistere (comprese quelle di Germaine Tillion e di Geneviève De Gaulle) camere a gas un po’ in tutti i campi tedeschi, dove l’Istituto di Storia contemporanea di Monaco ha stabilito che non c’erano affatto.

Allora, io pongo la domanda: la legge contro la propagazione di false notizie si applica solo a quelle, — vere o false, e di preferenze a quelle vere — che graffiano anche poco il prestigio del Generale?

E la Francia resterà ancora per molto tempo abbandonata alle fantasie giornalistiche di narratori di favole, ai quali la qualifica di deportati darebbe il diritto di servirsi dell’opinione pubblica, nel disegno — tanto visibile quanto inconfessato — di uccidere l’Europa, gettando il discredito, con articoli e dichiarazioni, sulla Germania, la quale, con la Francia, ne costituisce il sostegno principale?

Pregando i lettori di Rivarol di scusarmene, tanto la cosa “va da sé” (ma la smisurata malignità dei miei avversari mi ci costringe), vorrei precisare terminando che con più sincerità di molti sfruttatori di cadaveri m’inchino rispettosamente davanti alle sofferenze dei deportati e alla memoria di coloro che non sono tornati. Come m’inchino davanti alle sofferenze di tutti coloro che la guerra ha colpiti non meno duramente.

E cio vuol dire, purtroppo, molta gente dal 1939 al 1945. Non porto per prova che i bombardamenti criminali delle popolazioni civili di Amburgo, Dresda, Lipsia, Hiroshima, Nagasaki, di cui si parla molto meno, anche se rispetto alla morale essi sono da condannarsi tanto quanto i campi di concentramento. Posso aggiungere che questi orrori, sono, storicamente, accertati molto più della maggior parte di quelli che hanno fornito argomento alla propaganda che sapete?

Che questi propagandisti non cerchino dunque di snaturare il senso delle mie affermazioni: cio che voglio dire, è che, quand i porta-parole dei deportati mentono sfrontatamente per i bisogni di una politica che, altrimenti…, sarebbe sprovvista di ogni giustificazione, essi non hanno più diritto ad alcun rispetto.

NOTE

1) Da non confondere con Rudolf Hess, tuttora detenuto nel carcere di Spandau.

2) In realtà, tra Rudolf Hoess e Richard Baer, dal 1o dicembre 1943 al 1· maggio 1944, ci fu un comandante provvisorio del campo, Liebeheuschel, il quale secondo le deposizioni di tutti i testimoni del processo di Francoforte ebbe un comportamento umano. Ciò nondimeno egli fu impiccato alla liberazione da parte delle truppe russe. Richard Baer non prese il comando del campo che nel maggio 1944.

3) Certamente per questa ragione, in un oposcolo pubblicato nel 1961 a New York 1‘1nstitute of Jewish Affairs del World Jewish Congress afferma che “900.000 Ebrei sono morti in quel campo” (Eichmann Confederates and the Third Hierarchy, p. 18).

4) Francesi, Tedeschi, Inglesi, Americani: Hermann Hesse, erede spirituale di Bertha von Lüttner, Harry Elmer Barnes, Sydney B. Fay, Frédérik Bausmann, Mathias Morhardt, Victor Marguerithe, Anatole France, George Demartial, René Gérin, Jeanne et Michel Alexandre, Barthélemy de Ligt, Jean Giono, Alain, Félicien Challaye ecc… In Francia per esempio essi avevano costituito una Società di studi documentari e critici della guerra, di cui Mathias Morhardt era il Presidente, che raccoglieva il lavori di tutti e li diffondeva. Essi fornirono alla Sinistra mondiale le ragioni storiche della sua politica europea, i cui risultati furono, fino al 1933, importanti per la loro efficacia.

5) Nel 1950, nelle prigioni della Repubblica Francese ogni prigioniero politico non riceveva allora che 20 grammi di grassi al giorno.

6) Le Mensonge d’Ulysse, Ulysse trahi par les siens, Le Véritable procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles.

7) Passo citato da Paul Rassinier (Le drame des Juifs européens, che è stato pubblicato dalle edizioni Les Sept Couleurs).

Fonte http://www.vho.org/aaargh/ital/arrass/PRfrancoforte.html

________________________Pubblicato il 09 Marzo 2015 alle ore 07,18

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