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Feb 18

0970 – Carlo Mattogno analizza vidal-naquet pierre, l’inventore del negazionismo

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Pierre vidal-naquetLo sterminazionismo professionale convegnistico, didattico-lavatore del cervello di incolpevoli studenti, televisionario,  fa massiccio uso di “protocolli” stilati decenni orsono dall’ebreo vidal-naquet pierre « faro dei pensiero storico contemporaneo, la più alta coscienza morale dei tempi moderni », che in ambito olocau$tico replicava l’ebreo wellers georges. (soggetto che ebbe a godere del trattamento speciale di Carlo Mattogno in Come si falsifica la storia: Georges Wellers e i “gasati” di Auschwitz. Edizioni La Sfinge, Parma 1987). Tale ebreo

<< venne affondato, come storico credibile, anche da J.C. Pressac, storico sterminazionista ( protetto dell’ebreo Serge Klarsfeld e del rabbino americano Michael Berenbaum, direttore scientifico del Museo dell’Olocausto di Washington) che scrisse alle pag.643-4 del suo libro…“Quanto ai conteggi di Wellers (sul numero dei morti ad Auschwitz), dopo l’apparizione del secondo Calendario, essi non valevano più niente“…, nello studio Wellers e igasatidi Auschwitz  Carlo Mattogno aveva svelato le imposture del wellers, grazie alle quali quell’integerrimo fustigatore di presunti falsari (il Mattogno!) , manipolando le sue fonti, aveva inventato 594.191 “gasati” ebrei! >>

Senza apporti personali significati pappagallescamente si ripetono le pensate del pensatore di seconda sponda. La noia è mortale! Rimasticatori, plagiari, olocau$tici salvati, come presenzialisti, nella continuità, SOLO dall’opportunamente rifiutato confronto pubblico col revisionismo! Anche in recenti (2014 a Roma) convegni sterminazionisti si è potuto ascoltare un “il camerata Mattogno“, con un non vago legame alla precedente idiozia …” fascista dichiarato, Carlo Mattogno“…encefalogramma piatto! …lui ha pensato (di seconda) e ciò è sufficiente! La novità nei fatti è, solo,… nel cambiamento di data! Presentiamo, a questo proposito, un testo, appena rielaborato dall’autore, Carlo Mattogno, su questo “faro“…che a dirla correttamente pare solo lo specchio che riflette la luce, non sua, della lampada (del falsario ebreo wellers georges)! La successione è dunque:

un falsario ebreo, wellers → uno specchio “faro” riflettente ebreo, vidal-naquet → piccoli riflettenti specchi “ebrei” e non !

Strumenti stupidi.  Olodogma

_______________Rielaborazione di Carlo Mattogno del 17 Gennaio 2015_______________

PIERRE VIDAL-NAQUET, L’INVENTORE DEL “NEGAZIONISMO”

Presentazione

 Pierre Vidal-Naquet (1930-2006), prestigioso storico dell’antichità classica sconsideratamente prestato alla storia dell’ Olocausto, si può ritenere a buon diritto l’inventore del “negazionismo” – grottesca parodia del revisionismo storico –, se non del termine, senza dubbio dell’oggetto.

Sebbene si atteggiasse a maestro, egli era in realtà un dilettante della storia contemporanea, una specie di passivo e umbratile replicante di Georges Wellers, dal quale traeva la sua linfa vitale metodologico-argomentativa. Alla morte di questi, avvenuta nel 1991, egli annaspò penosamente come un pesce fuor d’acqua olocaustica e, dopo un insulso saggio datato 1992, i suoi ardori polemici si spensero definitivamente. In campo olocaustico, egli è ricordato esclusivamente per un libro apparso nel 1987: Gli assassini della memoria (Editori Riuniti. Roma, 1993)1.

 E sebbene fosse un dilettante della storia contemporanea, Vidal-Naquet trovò nondimeno –soprattutto in Italia – entusiastici proseliti della porta che, ripetendo all’indefinito il verbo del maestro, fino al saccheggio spudorato2, screditarono nella cultura ufficiale il revisionismo, accreditando al suo posto il farsesco “negazionismo”.

In considerazione del livello pietoso dell’ “antinegazionismo” nostrano, che non riesce ad andare oltre una vidalnaquetiana Valentina Pisanty, non è forse inutile riproporre, con gli opportuni aggiornamenti, questo scritto, già apparso nel 1996 nella mia opera Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico (Edizioni di Ar).

Anche perché nel 2005 è apparsa una riedizione del libro di Vidal-Naquet3 che ha dato nuova baldanza ai suddetti proseliti4. Di essa mi occuperò alla fine di questo studio.

1. Il «professionista della verità»5

Prima di accingersi allo «smantellamento» delle «menzogne» di Faurisson (p. 63) e di tutto il revisionismo, «ad analizzare i loro testi come si fa l’anatomia di un falso» (p. X), Vidal-Naquet previene l’ovvia domanda che si pone qualunque lettore conosca la sua fama di ellenista; egli spiega dunque che, prima di intraprendere l’impresa, ha esitato a lungo: «Storico dell’antichità, che ci facevo in un periodo che non era “il mio”?» (p. 3). Ma questo argomento non lo preoccupava molto:

«Avendo sempre combattuto la superspecializzazione delle corporazioni storiche, avendo sempre lottato per una storia libera da lacci e lacciuoli, avevo l’occasione, per nulla nuova, di mettere in pratica le mie teorie. Per di più l’argomento non è così difficile da precludere ogni rapida indagine informativa» (p. 3).[Corsivo mio].

Parole sacrosante. Se ci si pone sul piano superficiale di una «rapida indagine informativa», qualcosa di simile ad una sbrigativa inchiesta giornalistica, nessun argomento risulta difficile; nella fattispecie, se invece di studiare i documenti nel loro testo originale e integrale e nel loro contesto storico si leggono i libri e gli articoli che ne riportano solo qualche stralcio; se sul valore e sul significato di tali documenti ci si affida ciecamente al giudizio altrui, allora non c’è dubbio, lo studio dell’argomento «non è così difficile». L’accusa di dilettantismo che muovo a Vidal-Naquet è più che giustificata. Nell’impianto delle note del suo libro – redatto con pomposa ostentazione di erudizione pedantesca – non appare un solo riferimento a un documento originale: tutte le conoscenze di Vidal-Naquet derivano dagli scritti e sono filtrate dai giudizi di altri autori, primo fra tutti Georges Wellers, al quale non si poteva certo rimproverare l’ignoranza dei documenti originali (anche se la sua capacità di interpretarli correttamente era oltremodo dubbia6); il suo impianto argomentativo è invece tratto in massima parte dall’articolo di Nadine Fresco Les redresseurs de morts7, uno dei primi saggi contro il revisionismo in cui era già fissato quasi tutto l’arsenale degli argomenti capziosi adottati dai propagandisti successivi, articolo che egli, da buon discepolo, giudica «un’eccellente analisi dei metodi della storia revisionista»! (p. 143, nota 31).

Ma qui sorge un’altra domanda alla quale Vidal-Naquet non fornisce risposta: visto che, contro il revisionismo, si era già pronunciato uno specialista dell’olocausto, Wellers appunto, che necessità c’era della fiera presa di posizione di un dilettante, semplice compilatore di idee altrui?

Sceso in campo, Vidal-Naquet rivendica subito la sua rigorosa dirittura morale in ambito storiografico:

«Sono cresciuto con un’alta, alcuni diranno forse con una megalomaniaca, concezione del lavoro dello storico» (p. 55).

«Che i fatti siano accertati con il massimo di precisione possibile, che lo storico abbia cura di purgare la sua opera di ogni elemento inventato, leggendario, mitico, è il minimo dei requisiti ed è un compito evidentemente senza fine» (p. 102).

In virtù di questi sani princìpi, la sua trattazione del revisionismo sarà svolta sine ira et studio:

«Ma a questa accusa globale non intendo rispondere mettendomi sul piano dell’affettività. Qui non si tratta di sentimenti ma di storia» (p. X).

Ma se poi egli dà molto spazio ai sentimenti, pochissimo alla storia, e si abbandona ad espressioni non propriamente scevre di affettività8 – ciò non è altro che il prorompere della virtuosa indignazione di colui che sa:

«Noi che, dal 1945, sappiamo, siamo tenuti a dimostrare, a essere eloquenti, a usare le armi della retorica, a entrare nel mondo di quella che i greci chiamavano la peithô, la persuasione, di cui essi avevano fatto una dea che non è la nostra» (p. 21).

Contrapponendosi con la sua possente statura morale a Faurisson, che «non cerca il vero ma il falso» (pp. 67-68), Vidal-Naquet persegue nobilmente il vero e rifugge con orrore dal falso.

Nobili intenti, nobili parole: ma i fatti?

Cominciamo da ciò che lo storico francese dice di me:

«Il revisionismo italiano si è sviluppato in seguito intorno a due personaggi: un discepolo di Rassinier, Cesare Saletta, autore in particolare di un opuscolo intitolato Il caso Rassinier, 1981, e di altri due diretti contro il sottoscritto, L’onestà polemica del signor Vidal-Naquet e In margine ad una recensione, 1985 e 1986; e un fascista dichiarato, Carlo Mattogno, le cui opere principali sono state pubblicate da La Sentinella d’Italia. I due autori sviluppano gli stessi temi; ed è un testo dello scrittore fascista che La Vieille Taupe ha deciso di pubblicare nel n.1 delle Annales d’histoire révisionniste (primavera 1987): Le mythe de l’extermination des Juifs. Introduction historico-bibliographique à l’historiographie révisionniste, pp. 15-107» (p. 158).

«Fascista dichiarato»: dichiarato da chi? Da Vidal-Naquet, ovviamente. Per le persone che conservano ancora un minimo di onestà intellettuale non è difficile subodorare la menzogna: il nostro ellenista, che riempie i suoi scritti olocaustici di riferimenti bibliografici insulsi quanto fastidiosi, che in massima parte non hanno alcuna relazione, neppure lontana, con il revisionismo, per documentare – in modo megalomaniaco, è il caso di dirlo – anche le sue affermazioni più irrilevanti, riguardo a questa grave accusa, formulata essa stessa in nota, tace: nessuna citazione, nessun riferimento che documenti la sua affermazione. Dov’è finito il dovere dello storico «di purgare la sua opera di ogni elemento inventato, leggendario, mitico»?

Nell’edizione del 2008 della sua opera Vidal-Naquet mi onora di qualche altra menzione.

A p. 227 sono semplicemente nominato insieme ad alcuni altri revisionisti; due pagine dopo egli afferma che in Italia «sono all’opera personaggi quali Carlo Mattogno e Cesare Saletta che coprono il campo aperto che sta tra il fascismo e l’ultrasinistra»; infine a p. 232 egli si limita ad affermare:

«Confesso di ignorare la professione di Carlo Mattogno che rappresenta l’Italia in questa piccola, spregevole banda».

A parte queste scarne parole, arroganti e menzognere, dov’è lo «smantellamento» dei miei scritti?

Sulla questione ritornerò successivamente.

Qui è il caso di narrare un piccolo aneddoto. Nel marzo del 1990, quando mi recai in Francia in occasione di un invito da parte di Jean-Claude Pressac, fui per qualche giorno ospite a Parigi di Michel Sergent, che aveva fondato una Association pour la défense de la libre recherche historique, il cui scopo era di conciliare revisionismo e storiografia olocaustica. In questa prospettiva, Sergent volle farmi incontrare con Vidal-Naquet, che conosceva bene essendo stato in gioventù suo compagno di scuola. Non avendo io nulla in contrario, ci recammo nei pressi della sua abitazione e lo scorgemmo a distanza tra la folla. Sergent mi chiese di aspettare in disparte mentre si recava da lui per esporgli la proposta. Appena iniziato il colloquio, Vidal-Naquet si volse verso di me con aria spaventata e corse via. Una reazione decisamente spropositata. Cattiva coscienza? Oppure semplice attuazione del suo principio che bisogna (s)parlare del revisionismo ma non con i revisionisti?

2. Chi sono i revisionisti?

A questa domanda Vidal-Naquet risponde con il linguaggio spassionato del puro ricercatore della verità che non si lascia turbare dall’affettività: i revisionisti sono «una setta minuscola ma tenace» che

«consacra tutti i suoi sforzi e usa ogni mezzo (volantini, storielle, fumetti, studi sedicenti scientifici e critici, riviste specializzate) al fine di distruggere, non la verità, che è indistruttibile, ma la presa di coscienza della verità» (p. IX);

essi sono dei «falsari» (p. 31) in preda a «deliri ideologici» (p. 53), e in loro «la parte dell’antisemitismo, dell’odio patologico per gli ebrei, è enorme» (pp. 20-21). I revisionisti costituiscono una «piccola banda abietta» che si accanisce a negare la realtà delle camere a gas omicide9 o, come si è visto sopra, una «piccola, spregevole banda».

Con la profondità di pensiero che compete ad uno storico del suo calibro, e con la sua notoria obiettività, Vidal-Naquet schizza lapidariamente le origini della «setta» faurissoniana :

«Un adepto del metodo paranoico ipercritico, per plagiare un’espressione di Dalì, si sforza di dimostrare che le camere a gas hitleriane non sono mai esistite. Il tentativo è assurdo, ma poiché avviene a proposito di altre assurdità, una piccola setta si raccoglie intorno al professore in vena di delirio e di pubblicità. Questa setta raggruppa, come altre, qualche pazzoide, qualche pervertito e qualche flagellante, oltre alla consueta percentuale di creduloni e di imbecilli che fanno capo a organismi del genere» (p. 74).

Si osserverà che di questa «consueta percentuale di creduloni e di imbecilli», secondo la logica di Vidal-Naquet, faceva parte anche la Corte di Appello di Parigi la quale, il 26 aprile 1983, «ha riconosciuto la serietà del lavoro di Faurisson», e lo ha condannato «solo per aver agito dolosamente col riassumere in slogan le sue tesi» (p. 133).

La sentenza di questa Corte smentiva clamorosamente l’intero impianto argomentativo di Vidal-Naquet:

«Considerato che, attenendosi provvisoriamente al problema storico che il sig. Faurisson ha voluto sollevare su questi punti precisi, bisogna constatare che le accuse di leggerezza formulate contro di lui mancano di pertinenza e non sono sufficientemente stabilite; che in effetti il procedimento logico del sig. Faurisson consiste nel tentare di dimostrare, con un’argomentazione [che egli ritiene10] di natura scientifica che l’esistenza delle camere a gas, come sono descritte abitualmente dal 1945, cozza contro un’impossibilità assoluta che basterebbe da sola a invalidare tutte le testimonianze esistenti o almeno a renderle sospette; che anche se non spetta alla corte pronunciarsi sulla legittimità di un tale metodo e sul valore degli argomenti esposti dal sig. Faurisson, non è comunque permesso affermare, riguardo alla natura degli studi ai quali si è dedicato, che abbia escluso le testimonianze per leggerezza o negligenza o abbia scelto deliberatamente di ignorarle; che inoltre nessuno allo stato attuale può convincerlo di menzogna quando enumera i molteplici documenti che afferma di aver studiato e le istituzioni presso le quali avrebbe fatto ricerche per più di quattordici anni; che il valore delle conclusioni sostenute dal sig. Faurisson è di competenza soltanto dell giudizio degli esperti, degli storici e del pubblico».

A Faurisson veniva imputato soltanto di aver approfittato

«del suo lavoro critico per tentare di giustificare sotto la sua copertura, ma superando largamente il suo oggetto, asserzioni d’ordine generale che non presentano più alcun carattere scientifico e rientrano nella polemica pura»

e di essere

«uscito deliberatamente dal dominio della ricerca storica e [di avere] superato un limite che nulla, nei suoi lavori anteriori, autorizzava»,

riassumendo il suo pensiero in forma di slogan e cercando «di attenuare il carattere criminale della deportazione»11, che era un’ovvia conseguenza della contestazione delle camere a gas omicide.

Torniamo a Vidal-Naquet. Il revisionismo, per il nostro integerrimo storico, è semplice «impostura» (p. 5); esso porta «alla follia e alla menzogna» (p. 94), è una «perfidia» che consiste «nell’apparire ciò che non è, un tentativo di scrivere e di pensare la storia» (p. 108), anzi, di più, il bieco tentativo «di sostituire l’insopportabile verità con la rassicurante menzogna» (p. 18), o addirittura «un tentativo di sterminio sulla carta che si sostituisce allo sterminio effettivo12» (p. 24).

Per questo motivo Faurisson è «un Eichmann di carta»13 (p. 3, 55, 74); non appena ha potuto esprimersi su Le Monde, si è visto «immediatamente confutato», in modo tanto radicale che Vidal-Naquet ha sentito il bisogno di riconfutarlo; animato da una «delirante passione antisemita» (p. 114), Faurisson «ha al suo centro l’impostura» (p. 54), è «alla ricerca, non come si vorrebbe, della verità, ma del falso» (p. 24), «non cerca il vero ma il falso» (pp. 67-68), è «un falsario» e il suo libro Mèmoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz 14 «non è né più né meno menzognero e disonesto dei precedenti» (p. 63).

Per sua sfortuna, Faurisson è incappato in un fiero paladino della verità che ha demolito «i meccanismi delle sue menzogne e dei suoi falsi» (p. 74) e ha operato lo «smantellamento» delle sue «menzogne» (p. 63): Pierre Vidal-Naquet.

Si rileverà che, se uno scrittore revisionista è animato da «una delirante passione antisemita», da «odio patologico per gli ebrei», le sue affermazioni valgono meno di nulla; se invece uno scrittore olocaustico è animato da una delirante passione antirevisionistica e da un odio patologico per i revisionisti, le sue affermazioni sono sacrosanta verità. Nobile esempio di doppia morale.

3. I presunti metodi dei revisionisti

Nella sua critica, Vidal-Naquet distingue anzitutto tra (pretesi) princìpi e metodi di lavoro revisionistici. Riguardo ai primi, egli afferma:

«Di fatto i “revisionisti” condividono tutti più o meno alcuni princìpi estremamente semplici:

1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo simboleggia, la camera a gas, non è mai esistito.

2. La “soluzione finale” non è mai stata altro che l’espulsione degli ebrei verso l’est europeo, il “refoulement”, come dice elegantemente Faurisson (Vérité, p. 90). Poiché “la maggior parte [degli ebrei di Francia] proveniva dall’est”, se ne dedurrà che non si trattava che di un rimpatrio15, un po’ come le autorità francesi rimpatriarono gli algerini nell’ottobre 1961 verso i loro “villaggi” d’origine.

3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è molto inferiore a quella che si è detta: “Non esiste nessun documento degno di questo nome che valuti la perdita totale della popolazione ebraica durante l’ultima guerra a più di 200.000… Aggiungiamo pure che nel numero totale delle vittime ebraiche sono compresi i casi di morte naturale”, scrive tranquillamente l’avvocato tedesco Manfred Roeder16; il che, demograficamente, significa che il tasso di mortalità delle comunità ebraiche è stato eccezionalmente basso. Altri, bontà loro, arrivano ad un milione (Rassinier, Butz), attribuendo una larga parte di queste morti all’aviazione alleata17. Faurisson, da parte sua, divide questo milione press’a poco in due parti: alcune centinaia di migliaia di morti in uniforme (una bella testimonianza di valore) e altrettanti uccisi (“per episodi di guerra”, Vérité, p. 197)18. Quanto alla cifra dei morti di Auschwitz, “è stata di 50.000 circa”19 (ibidem).

4. La Germania hitleriana non ha la maggiore responsabilità della seconda guerra mondiale; la condivide, per esempio, con gli ebrei (Faurisson, in Vérité, p. 187) oppure non ne ha proprio nessuna.

5. Il maggior nemico del genere umano durante gli anni Trenta e Quaranta non è la Germania nazista, ma l’Urss di Stalin.

6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, specialmente ebraica, e in particolare sionista, che si può facilmente spiegare, mettiamo, con la propensione degli ebrei a fornire cifre immaginarie sotto l’influenza del Talmud20» (pp. 19-20).

Sui metodi di lavoro che attribuisce ai revisionisti, Vidal-Naquet è alquanto prolisso. Riporto integralmente le sue affermazioni.

«Di fatto si possono così riassumere i princìpi del metodo revisionista:

1. Ogni testimonianza diretta fornita da un ebreo è una menzogna o una fantasia.

2. Ogni testimonianza, ogni documento, anteriore alla liberazione è un falso o è ignorato e considerato una “voce”. Butz e Rassinier ignorano completamente, per esempio, i documenti scritti da alcuni componenti del Sonderkommando di Auschwitz, da loro nascosti e ritrovati dopo la guerra, documenti che danno una descrizione precisa e in accordo con notizie da altra fonte sul funzionamento delle camere a gas. Faurisson si limita a prendere in giro (Le Monde del 16 gennaio 1979; Vérité, p. 110) i “manoscritti – miracolosamente – ritrovati” di cui non tenta nemmeno di dimostrare la non autenticità21.

3. Ogni documento, in generale, che ci dà informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato. Così Faurisson classifica sbrigativamente fra le opere “false, apocrife o sospette” (Vérité, p. 284) l’eroica “cronaca” che si trovava negli archivi del ghetto di Varsavia tenuti da Emanuel Ringelblum e da una équipe di cui conosco personalmente un componente. Dopo debite indagini, ho saputo che la cronaca è stata effettivamente mutilata, soprattutto nella edizione polacca al momento della sua pubblicazione a Varsavia nel 1952 di alcuni passi poco piacevoli per l’orgoglio nazionale polacco. Queste mutilazioni non modificano affatto la qualità del documento per quel che riguarda la politica nazista.

4. Ogni documento nazista che fornisce una testimonianza diretta è preso al suo valore nominale se è scritto in codice, ma ignorato (o sottointerpretato) se è scritto in un linguaggio diretto, come certi discorsi di Himmler, per esempio questo che è del 16 dicembre 1943: “Quando in un villaggio sono stato costretto a dare l’ordine di marciare contro i partigiani ed i commissari ebrei – lo dico davanti a questo uditorio, e le mie parole sono ad esso esclusivamente destinate – ho dato sistematicamente l’ordine di uccidere anche le donne e i bambini di questi partigiani e commissari”; o anche questo, che figura nel Diario di Goebbels, in data 13 maggio 1943: “I popoli moderni non hanno dunque altra soluzione che quella di sterminare gli ebrei”. In compenso ogni manifestazione di razzismo di guerra nel campo alleato (e non ne sono mancate, come si può immaginare) è presa nel suo significato estremo.

5. Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra resa in un processo all’est o all’ovest, a Varsavia o a Colonia, a Gerusalemme o a Norimberga, nel 1945 o nel 1963, è considerata come ottenuta sotto tortura o per intimidazione. Tornerò su questo punto importante, ma noto subito che è un po’ sorprendente che nessun ufficiale SS abbia negato l’esistenza delle camere a gas. Più esattamente Paul Rassinier “crede di sapere” (Ulysse trahi, p. 132) che l’ultimo comandante di Auschwitz, Richard Baer, “dichiara che a Auschwitz sotto il suo comando non c’è mai stata camera a gas” ma Baer morì, certo provvidenzialmente, in prigione nel giugno 1963.

6. Tutto un arsenale pseudotecnico è mobilitato per mostrare l’impossibilità materiale della gassazione di massa. Sul valore degli argomenti “chimici” di Faurisson leggeremo più avanti la nota di un chimico. Quanto alle sue considerazioni sulle camere a gas che servono all’esecuzione dei condannati a morte in certi Stati americani e sulle precauzioni di cui il loro uso è circondato (Vérité, pp. 301-309), esse non provano affatto che le gassazioni di massa siano irrealizzabili. Faurisson paragona cose non paragonabili, lontane l’una dall’altra come la voracità di un affamato e un pranzo da Maxim’s. L’operazione di gassare, come quella di nutrirsi, si può realizzare in condizioni immensamente differenti22.

7. Un tempo l’esistenza di Dio veniva provata col fatto che l’esistenza era insita nel concetto stesso di Dio. È la famosa “prova ontologica”. Si può dire che per i “revisionisti” le camere a gas non esistono perché la non esistenza è uno dei loro attributi. È la prova non ontologica. Per esempio la parola Vergasung significa sì gassazione se compare nella forma negativa in una lettera dello storico Martin Broszat a Die Zeit (19 agosto 1960): Keine Vergasung in Dachau (nessuna gassazione a Dachau), ma Vergasungskeller significa “camera di carburazione” in un documento del gennaio 1943 citato da Georges Wellers (Faurisson, Vérité, pp. 104 e 109).

8. Infine e soprattutto, tutto ciò che può rendere conveniente, credibile, questa spaventosa storia, che può segnare l’evoluzione, fornire termini di paragone, è ignorato o falsificato. Neppure una riga in Faurisson e in Thion ricorda le imprese degli Einsatzgruppen (le famose fosse di Baby Yar, per esempio). Non una riga in Thion e in Faurisson che ricordi che i malati di mente tedeschi sono stati sterminati dal 1939 al 1941 e che alcuni responsabili di questa operazione avrebbero esercitato il loro talento sugli ebrei, per esempio F. Stangl a Treblinka» (pp. 21-24)

Cercando con attenzione, tra un dotto excursus sul cannibalismo (pp. 5-9), una lezione erudita su «La distruzione degli iloti di Sparta» (pp. 97-100) e gli altri molteplici riferimenti alla storia antica, si possono reperire queste altre affermazioni sui presunti princìpi e sulla pretesa metodologia dei revisionisti:

«Così, respingere, per principio, tutte le testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze di coloro che, a quanto essi stessi dicono, non hanno visto niente, come i delegati del Comitato internazionale della Croce Rossa23, è chiaramente un segnale che non inganna» (p. 48).[corsivo mio].

«Al limite, non si confuta un sistema chiuso, una menzogna totale che non rientra nell’ordine del confutabile, in quanto la conclusione vi precede le prove» (p. 80).

«Il metodo dei “revisionisti” contemporanei, dei negatori, è stato analizzato più volte: Come scrivono Nadine Fresco e Jacques Baynac: “Strani storici davvero, questi che invece di sforzarsi di conoscere ‘come sono andate effettivamente le cose’, si proclamano giudici dei ‘corpi del reato’, di un processo che ha luogo soltanto perché essi negano l’esistenza dell’oggetto della controversia, e che al momento del verdetto saranno dunque necessariamente portati a dichiarare false tutte le prove contrarie all’ a priori da cui essi non recedono”» (p. 109).

«Poiché i “revisionisti” hanno deciso che soltanto i libri nazisti sono degni di fede, a patto che non si tratti di nazisti pentiti […]» (p. 119).

«Mentre l’antisemitismo francese tradizionale – quello di Maurras – è spesso filoisraeliano, tutti i revisionisti sono risolutamente antisionisti. Alcuni scivolano dall’antisionismo all’antisemitismo, ed è questo il caso di una certa ultrasinistra. Altri compiono il cammino inverso. L’assoluta necessità del discorso antisionista nel revisionismo si spiega benissimo. Si tratta di giocare d’anticipo sulla creazione dello Stato d’Israele. Israele è uno Stato che usa i mezzi della violenza e del dominio. È così possibile, operando come se tale entità fosse già esistente nel 194324, far dimenticare che le comunità ebraiche erano comunità disarmate. Al limite, si potrà anche spiegare che il nazismo è una invenzione, indubbiamente fantastica, del sionismo» (p. 85).

Vidal-Naquet menziona poi altri esempi di pretesa applicazione, da parte dei revisionisti, dei princìpi e del metodo da lui indicati, che riporto sinteticamente laddove il contesto è irrilevante :

«[…] è pura assurdità presentare gli studiosi che lavorano al Museo di Oswiecim come altrettanti falsari» (p. 26).

«[…] Th. Christophersen, il testimonio dei revisionisti» (p. 41)

«Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra a Hitler in nome della comunità ebraica internazionale da parte di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico è antisemitismo o è un falso?» (p. 65).

«È però sorprendente constatare come i revisionisti, pur menzionando quegli eventi (bombardamento di Dresda, drammatica evacuazione dei tedeschi dalle regioni divenute polacche o ridiventate cecoslovacche, ecc.) mettano spesso l’accento sui testi deliranti che appartengono a un razzismo bellico e che non hanno mai avuto il benché minimo principio di applicazione. Così il pamphlet pubblicato durante la guerra da un certo Théodore Kaufmann, battezzato per la circostanza consigliere personale di Roosevelt, che recava il titolo Germany must perish e prevedeva la sterilizzazione dei tedeschi, è posto sullo stesso piano dei discorsi di Himmler, i quali invece avevano la possibilità di passare alla pratica25» (p. 86).

«[…] per l’uso massiccio fatto dai revisionisti del pamphlet di Th. Kaufmann […]» (p. 172).

«I “revisionisti” utilizzano tutti le stesse fonti» (p. 146).

«L’affermazione che appare in tutti gli scritti revisionisti, secondo la quale lo storico tedesco M. Broszat avrebbe scritto in Die Zeit del 19 agosto 1960 che nei campi del vecchio Reich non c’erano state camere a gas, è una menzogna che è stata demolita da G. Wellers, Les Chambres à gaz ont existé, Paris, Gallimard, pp. 141-143. M. Broszat parlava soltanto di impianti specializzati per l’annientamento degli ebrei. La menzogna ricompare nondimeno in tutti gli opuscoli della setta»26 (p. 166).

4. I metodi di Vidal-Naquet

Nel paragrafo 1 ho denunciato la menzogna di Vidal-Naquet relativa a Carlo Mattogno «fascista dichiarato»; ora è giunto il momento di spiegare perché il nostro integerrimo critico sia ricorso a questa menzogna. Non so se Vidal-Naquet abbia letto i miei sette scritti pubblicati in Italia fino al 198727, data di pubblicazione dell’edizione francese di Gli assassini della memoria, ma è certo che egli ha letto il mio saggio Le mythe de l’extermination des Juifs. Introduction historico-bibliographique à l’historiographie révisionniste apparso nel n.1 delle Annales d’histoire révisionniste (primavera 1987), che egli cita nello stesso passo in cui formula la menzogna. A p. 169, nota 77, Vidal-Naquet, con riferimento a questa rivista, asserisce infatti che l’articolo di Serge Thion Histoire européenne et monde arabe (che si trova alle pp. 109-135) «è il solo testo di quelle Annales che non sia del tutto disonorante per il suo autore».

Di fronte a questo mio saggio «disonorante», che è la traduzione riveduta e ampliata del libro Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista28, Vidal-Naquet si è trovato spiazzato: in esso infatti non ho mai affermato – e, preciso, non l’ho mai fatto né prima né dopo – che gli storici del museo di Auschwitz sono dei falsari, né ho considerato Thies Christophersen il testimone dei revisionisti29, né ho menzionato l’ «immaginaria dichiarazione di guerra a Hitler», né ho citato il libro di Theodore Kaufman, nonostante il suo preteso «uso massiccio» da parte dei revisionisti; per la parte originale ed essenziale del saggio, non ho utilizzato «le stesse fonti», al contrario, ho usato parecchie fonti prima ignote o poco note persino a specialisti come Wellers, di cui, in ogni caso, ho verificato e tradotto il testo originale30; non ho menzionato lo Stato di Israele né la tesi, a mio avviso falsa, della storia delle camere a gas come invenzione del sionismo durante o dopo la guerra; ho citato la lettera di Broszat del 19 agosto 1960 a Die Zeit correttamente e nel suo contesto:

«Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald sono stati gasati Ebrei o altri detenuti. La camera a gas di Dachau non fu mai ultimata del tutto e non entrò mai “in funzione”. […].

Lo sterminio in massa degli Ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich) in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate installazioni tecniche, soprattutto (vor allem) nel territorio polacco occupato (ma in nessun luogo nel Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, Sobibor sul Bug, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec»31.

Dunque non sono incorso neppure nella presunta «menzogna» che apparirebbe «in tutti gli opuscoli della setta».

Inoltre, nella mia indagine storica, non ho assunto aprioristicamente nessuno dei princìpi formulati da Vidal-Naquet che i revisionisti dovrebbero condividere «tutti più o meno» 32 e non ho adottato nessuno dei metodi che Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti.

Il primo numero delle Annales d’histoire révisionniste, sia perché apparve in concomitanza con il processo Barbie, sia perché vi appariva il mio saggio, destò molto scalpore in Francia e la stampa ne parlò molto33: quale ghiotta occasione per «smantellare» le mie presunte «menzogne» mostrando la presenza, in esso, dei princìpi e del metodo fissati da Vidal-Naquet! Che cosa fece invece il nostro storico? Tacque. Egli che, per documentare le sue tesi preconcette, riteneva degno di citazione anche il personaggio più oscuro34, tacque, non ebbe nulla da dire, non seppe che cosa dire; dunque non c’era altra via d’uscita se non la menzogna: bastava affermare che Carlo Mattogno era un «fascista dichiarato» per screditare a priori sia il suo scritto, sia la sua persona, e se lo affermava Vidal-Naquet, doveva essere vero35: chi avrebbe mai osato dubitare dell’onestà intemerata e dell’integerrima dirittura morale del nostro storico?

Un’argomentazione davvero brillante! È come dire che le sue tesi sono senza valore perché egli era un ebreo dichiarato!

Con ciò ci troviamo già proiettati nei meandri della metodologia vidal-naquetiana. Non resta che proseguire l’esame dei suoi metodi, ma prima è necessaria una premessa.

Nel campo revisionistico, come in ogni altro campo, compreso quello olocaustico36, ci sono ricercatori, polemisti e propagandisti. Vidal-Naquet mette tutti nello stesso calderone in un guazzabuglio generale in cui personaggi di secondo o di terzo piano come Austin J. App (p. 20), Maurice Bardèche (p. 32 e passim), John Bennet (p. 52 e passim), Noam Chomsky (p. 64 e passim), Harry E. Barnes (p. 78 e passim), Dietlieb Felderer (p. 84), Thies Christophersen (p. 41 e passim), Richard Harwood (p. 37 e passim) hanno lo stesso valore di un Robert Faurisson, di un Arthur Butz, di un Henri Roques, di un Wilhelm Stäglich, di un Pierre Guillaume e di un Carlo Mattogno, che sono ossi un po’ più duri per i denti del nostro storico:

«Da questo punto di vista, bisogna ammettere che due libri revisionisti, The Hoax of the 20th Century, di Arthur Butz, e Der Auschwitz-Mythos, di Wilhelm Stäglich, raggiungono un risultato abbastanza notevole: l’apparenza di un racconto storico, anzi, di una indagine critica con tutti gli elementi esteriori che caratterizzano un’opera storica. Tranne quello che ne costituisce il pregio: la verità» (p. 95).

Sfortunatamente per loro, anche questi due scrittori sono incappati nel nostro fiero smantellatore di menzogne, che demolisce il valore scientifico di queste due opere con argomentazioni profonde e inconfutabili:

«Confutare Butz? È possibile, beninteso, è perfino facile, purché si conosca la documentazione, ma è impresa lunga e fastidiosa» (p. 49),

perciò non vale la pena di intraprendere la confutazione; basti al lettore il giudizio ex cathedra di Vidal-Naquet. Per quanto concerne Stäglich – e anche – Henri Roques, la confutazione è ancora più facile: il libro dell’uno è «un libro nazista» (p. 115), un libro «schiettamente nazista» (p. 152), l’altro è un «intellettuale nazista» (p. 115) e un «militante dell’estrema destra antisemita» (p. 111); Guillaume ha «una personalità perversa e megalomane» (p. 114) e Mattogno, come si è visto, è un «fascista dichiarato».

Spigolando indiscriminatamente in questo guazzabuglio, Vidal-Naquet ha creato un metodo revisionista che non esisteva prima e che non esiste ora. Novello Kant, egli ha fissato i princìpi trascendentali della gnoseologia revisionistica: in ogni tempo e in ogni luogo i revisionisti saranno condizionati da questi princìpi, perciò in ogni tempo e in ogni luogo i revisionisti ricercheranno il falso e non il vero. Proprio in virtù di questi princìpi trascendentali, la «setta» revisionista è «del tutto incapace di evolversi» (p. 131), sicché non è necessario rispondere ad ogni membro di essa:

«Se, ogni volta che un “revisionista” produce una nuova affabulazione, bisognasse rispondergli, le foreste del Canada non basterebbero» (p. 63).

Questo è anche un comodo alibi per ignorare – lui, così pronto ad accusare l’uno o l’altro di aver ignorato un singolo documento – l’intera letteratura revisionista dal 1980 al 1987 (data della pubblicazione dell’edizione originale del suo libro) e al 2005, data dell’uscita della seconda edizione francese, come illustrerò alla fine di questo studio.

ll principio del metodo di Vidal-Naquet si può riassumere in una frase: poiché l’Olocausto è esistito, tutti coloro che lo negano sono a priori dei mentitori; si può dire, parafrasando le parole del nostro storico dell’antichità, che l’Olocausto esiste perché l’esistenza è uno dei suoi attributi. Non si tratta di una semplice boutade polemica, ma di un principio metodologico sancito solennemente dalla «dichiarazione di storici» sulla «politica hitleriana di sterminio» sottoscritta anche da Vidal-Naquet:

«Non bisogna chiedersi come un tale omicidio sia stato possibile tecnicamente. È stato possibile tecnicamente perché ha avuto luogo. Questo è il punto di partenza obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento. Questa verità dovevamo semplicemente ricordarla: non c’è, né può esservi dibattito sull’esistenza delle camere a gas»37.

Ecco dunque la «prova ontologica» che Vidal-Naquet attribuisce alla metodologia revisionista: l’Olocausto è esistito perché è esistito e al riguardo non può sussistere dibattito!

Vediamo ora in che modo egli ha creato questo metodo. Il procedimento è semplice: basta dichiarare solennemente che le affermazioni o le omissioni che ricorrono in tre o quattro scritti revisionisti non sono delle semplici affermazioni o omissioni, ma la rigorosa applicazione di princìpi e di metodi prestabiliti. In taluni casi i princìpi della metodologia revisionista fissati da Vidal-Naquet non sono neppure indebite astrazioni elevate a principi universali, ma semplici escogitazioni ad usum Vidalnaqueti, ed egli non tenta neppure di dimostrarli con un singolo riferimento ad una singola affermazione di un singolo revisionista: al lettore deve bastare la parola del nostro integerrimo storico.

Analizziamo le sue affermazioni.

«1. Ogni testimonianza diretta fornita da un ebreo è una menzogna o una fantasia» (p. 21).

Questo principio è una menzogna o una fantasia di Vidal-Naquet, che infatti non è in grado di documentarla in alcun modo. Egli scambia di nuovo l’effetto con la causa, prende la conclusione per il principio. Se, ad esempio, parafrasando Pressac, affermo che la testimonianza di Henryk Tauber (cui viene attribuito «il valore probatorio più alto») è «storicamente inaffidabile al 95»38, questa è soltanto la logica conclusione di una serrata dimostrazione39. E se considero storicamente insignificante la testimonianza di Shlomo Venezia, è solo perché ciò risulta da un’analisi critica obiettiva di essa 40. Un’altra testimonianza dimostrabilmente falsa è quella di Milkos Nyiszli41, al pari di quelle di Charles Sigismund Bendel e di Ada Bimko42. La testimonianza di Filip Müller, questo sfrontato plagiario di Nyiszli, è ritenuta da Vidal-Naquet «la più particolareggiata» (p. 144), fatto facilmente comprensibile, dato che è stata redatta nel 1979. Ma ciò non impedisce che sia del tutto inattendibile43. Un altro testimone invocato dal nostro ellenista è Dov Paisikovic, di cui menziona la testimonianza «riprodotta in L. Poliakov, Auschwitz, Paris, Julliard 1964, pp. 159-172» (pp. 143-144). Qui, a p. 162, si trova questa perla: «Les cadavres mettaient environ quatre minutes à se consumer». Chi potrebbe prendere sul serio uno che pretenda che la cremazione dei cadaveri durasse quattro minuti? Solo uno sprovveduto come Vidal-Naquet. Se si considera che Henryk Tauber è il testimone migliore, è facile comprendere che non può essere questione di «assassini della memoria», ma piuttosto di suicidio della memoria.

«2. Ogni testimonianza, ogni documento anteriore alla liberazione è un falso o è ignorato e considerato “una voce”» (p. 21).

A dimostrazione di questa affermazione, Vidal-Naquet rileva il fatto che né Butz né Rassinier menzionano i manoscritti del Sonderkommando44, e che Faurisson ironizza sulle circostanze del loro ritrovamento. Egli dimentica di dire che Stäglich menziona ed analizza criticamente questi documenti45. Vidal-Naquet, con sublime onestà intellettuale, spaccia per princìpi aprioristici quelle che in questi autori sono soltanto delle conclusioni, e se è vero che Faurisson «non tenta nemmeno di dimostrare la non autenticità» di questi documenti (p. 22), è altrettanto vero che Vidal-Naquet non tenta nemmeno di dimostrare la loro veridicità, e, meno che mai, di confutare le osservazioni di Stäglich al riguardo – ma forse ciò è chiedere troppo, visto che il suo è un libro «schiettamente nazista» ed ha dunque ontologicamente insito l’attributo della menzogna! Ritorno sulla questione nel § 6.

«3. Ogni documento, in generale, che ci dà informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato» (p. 22).

La prova della validità universale di questo principio è il fatto che Faurisson esprime dubbi sull’autenticità della “cronaca” di Emanuel Ringelblum! Qui Vidal-Naquet si appiglia ad un elemento assolutamente insignificante per colpire l’essenziale. Qui egli adotta il principio Falsus in uno, falsus in omnibus” che viene sfacciatamente addebitato ai revisionisti. Per di più, la “cronaca” di Ringelblum, che sia autentica o no, nulla aggiunge e nulla toglie alla questione essenziale delle camere a gas omicide.

«4. Ogni documento nazista che fornisce una testimonianza diretta è preso al suo valore nominale se è scritto in codice, ma ignorato (o sottointerpretato) se è scritto in un linguaggio diretto» (p. 22).

Vidal-Naquet cita, a questo riguardo, un brano del discorso di Himmler del 16 dicembre 1943 e uno del Diario di Goebbels in data 13 maggio 1943.

Il primo brano è stato citato da Stäglich insieme con altre «testimonianze dirette» di Himmler sullo stesso tema con il seguente commento:

«La procedura indifferenziata anche contro donne e bambini nella guerra partigiana era indubbiamente un provvedimento brutale e spietato, estremamente contestabile sulla base del diritto internazionale e moralmente, che Himmler aveva probabilmente ogni motivo di giustificare davanti a questi capi dell’esercito, perché a stento restò segreto»46.

Dunque questo documento «scritto in un linguaggio diretto» non è stato né «ignorato» né «sottointerpretato». Quanto al Diario di Goebbels, il fatto che egli abbia scritto che «i popoli moderni non hanno dunque altra soluzione che quella di sterminare gli ebrei» (p. 22), dimostra forse che era in atto uno sterminio di Ebrei ad opera dei Tedeschi?47.

Questa frase viene quasi sempre citata fuori contesto, che si riferisce alle aspettative di Hitler riguardo al riconoscimento della “questione ebraica” da parte degli Inglesi:

«La questione ebraica in Inghilterra, come ritiene il Führer, diventerà di importanza decisiva. […]. L’uomo intellettuale, nei confronti del pericolo ebraico, non ha i mezzi di difesa naturali, perché è essenzialmente spezzato nel suo istinto. Perciò i popoli con un alto livello di civilizzazione sono esposti al pericolo più presto e in modo più intenso. In natura la vita si comporta sempre allo stesso modo contro il parassitismo; nell’esistenza dei popoli non è esclusivamente questo il caso. Da ciò risulta propriamente il pericolo ebraico. Ai popoli moderni non resta dunque altro che sterminare gli Ebrei. […]. Gli Inglesi, in virtù del loro atteggiamento affatto materialistico, si comportano come gli Ebrei. Essi sono assolutamente il popolo ariano che ha assunto i maggiori tratti dell’essenza ebraica. Ma, nonostante ciò, il popolo inglese riguardo alla questione ebraica sperimenterà un grande risveglio. Questo risveglio deve essere in ogni modo favorito e accelerato dalla propaganda da parte nostra»48.

In questo contesto, la frase incriminata può essere la “prova” di uno sterminio ebraico allora in atto?

«5. Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra resa in un processo all’est o all’ovest, a Varsavia o a Colonia, a Gerusalemme o a Norimberga, nel 1945 o nel 1963, è considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione» (pp. 22-23).

In questo contesto, Vidal-Naquet si sorprende del fatto che «nessun ufficiale SS abbia negato l’esistenza delle camere a gas» (p. 22, corsivo mio).

L’affermazione è falsa. I nazionalsocialisti che hanno confessato «sotto tortura o intimidazione» sono pochissimi; il caso più clamoroso è quello di Rudolf Höss, il primo comandante di Auschwitz, come viene ammesso da Jean-Claude Pressac, da Fritjof Meyer e da Robert Jan van Pelt49.

Quanto agli altri, il meccanismo psicologico che li indusse a confessare era elementare. In base agli articoli 19 e 21 dello statuto di Londra dell’ 8 agosto 1945, il tribunale di Norimberga non era legato alle regole della dimostrazione e non doveva richiedere la prova dei «fatti generalmente noti»50. Ora, in tutti i processi, anteriori e posteriori, lo sterminio ebraico in camere a gas è sempre stato assunto aprioristicamente come fatto generalmente noto e indiscutibile, sicché la negazione di questo dogma sarebbe stata per gli imputati una difesa strategicamente disastrosa. L’interesse immediato degli imputati non era quello di dire la verità, ma di uscire dal processo con i minori danni possibili, perciò, in linea generale, essi adottarono la linea difensiva consistente nell’affermare il dogma dello sterminio, escludendo nel contempo il loro coinvolgimento e la loro responsabilità diretta. Ciò significa non già che queste testimonianze siano false a priori, ma soltanto che non sono vere a priori, e anch’esse devono essere esaminate criticamente per giudicare il loro grado di attendibilità. Al riguardo posso rimandare al mio studio su Höss51, nel quale ho mostrato che le sue dichiarazioni restano storicamente false e contraddittorie indipendentemente dal fatto che sia stato torturato, proprio il contrario di ciò che pretende Vidal-Naquet.

Per concludere, contrariamente a ciò che afferma Vidal-Naquet, almeno in un caso un ufficiale SS ha negato l’esistenza delle camere a gas. L’ex SS-Hauptsturmführer Josef Kramer, che fu comandante del campo di Birkenau dal maggio al dicembre del 1944, dichiarò:

«Ho udito delle accuse di ex detenuti di Auschwitz relative a una camera a gas lì, alle fucilazioni in massa e alle fustigazioni, alla crudeltà delle guardie impiegate e che tutto ciò ebbe luogo o in mia presenza o a mia conoscenza. Tutto ciò che posso dire al riguardo è che è falso dall’inizio alla fine»52.

Resosi conto che in Tribunale questa linea difensiva sarebbe stata suicida, a Josef Kramer non restò che ritrattare e ammettere il dogma dello sterminio53.

Ma si può menzionare anche l’ex SS-Sturmbannführer Hans Aumeier, che fu capo del campo di custodia preventiva di Auschwitz dal febbraio 1942 al luglio 1943. In una dichiarazione resa ad Oslo ai suoi carcerieri britannici il 29 giugno 1945 egli affermò di non aver avuto alcuna conoscenza di camere a gas. Solo successivamente fece al riguardo delle concessioni, quando comprese che cosa i Britannici volevano che confessasse54.

Anche i casi di Hans Lammers e Hans Frank sono particolarmente istruttivi.

Al processo di Norimberga Hans Lammers, che era stato capo della Cancelleria del Führer, dunque uno degli uomini più informati del regime nazista, interrogato dal dott. Thoma (difensore di Rosenberg), asserì di sapere molte cose riguardo alla soluzione finale. Nel 1942 egli apprese che il Führer aveva affidato a Heydrich – tramite Göring – l’incarico di risolvere la questione ebraica. Per saperne di più, egli si mise in contatto con Himmler e gli chiese «che cosa significasse propriamente soluzione finale della questione ebraica». Himmler gli rispose che aveva ricevuto dal Führer l’incarico di attuare la soluzione finale della questione ebraica e che «questo incarico consisteva essenzialmente nel fatto che gli Ebrei dovevano essere evacuati dalla Germania». Successivamente questa spiegazione gli fu confermata dal Führer in persona.

Nel 1943 sorsero voci secondo le quali gli Ebrei venivano uccisi. Lammers cercò di risalire alla fonte di tali voci, ma senza esito, perché esse risultavano sempre fondate su altre voci, per cui giunse alla conclusione che si trattasse di propaganda radiofonica nemica. Tuttavia, per chiarire la faccenda, Lammers si rivolse di nuovo a Himmler, il quale negò che gli Ebrei venissero uccisi legalmente: essi venivano semplicemente evacuati all’Est e questo era l’incarico affidatogli dal Führer. Durante tali evacuazioni potevano certo accadere casi di morte tra persone vecchie o ammalate, potevano verificarsi disgrazie, attacchi aerei e rivolte, che Himmler era costretto a reprimere nel sangue a mo’ d’esempio, ma questo era tutto.

Allora Lammers andò di nuovo dal Führer, che gli diede la stessa risposta di Himmler: «Egli mi disse: “Deciderò successivamente dove andranno gli Ebrei, per il momento sono sistemati lì”».

Il dott. Thoma chiese poi a Lammers:

«Himmler Le ha mai detto che la soluzione finale degli Ebrei dovesse aver luogo con il loro sterminio?

Lammers – Di ciò non si è mai fatto parola. Egli ha parlato soltanto di evacuazioni.

Dott. Thoma – Ha parlato soltanto di evacuazuioni?

Lammers – Soltanto di evacuazioni.

Dott. Thoma – Quando ha sentito che questi cinque milioni di Ebrei sono stati sterminati?

Lammers – L’ho sentito qui qualche tempo fa [Davon habe ich hier vor einiger Zeit gehört55.

Dunque il capo della Cancelleria del Führer aveva saputo solo a Norimberga del preteso sterminio ebraico!

Anche Hans Frank, l’ex governatore generale della Polonia, rese a Norimberga una testimonianza simile. Egli raccontò che una volta gli giunse la voce che a Belzec era accaduto qualcosa .

«Il giorno dopo mi recai a Belzec. Globocnik mi mostrò un gigantesco fossato che egli costruiva come vallo di protezione con molte migliaia di operai, evidentemente Ebrei».

Nella zona Frank non vide altro. Ma le voci sull’uccisione degli Ebrei non cessavano, sicché il 7 febbraio 1944 egli chiese spiegazioni a Hitler in persona:

«In presenza di Bormann gli domandai: “Mio Führer, le voci sullo sterminio degli Ebrei non cessano. Si sentono dappertutto. Non si entra da nessuna parte. Una volta giunsi di sorpresa ad Auschwitz per vedere il campo. Lungo la strada fui dirottato con la mia automobile con la giustificazione che al campo infuriava un’epidemia”. Chiesi: “Mio Führer, che cosa succede?”. Il Führer disse: “Lo può immaginare, avvengono delle esecuzioni, sono i rivoltosi. Per il resto non so nulla. Ne parli con Heinrich Himmler”. A quel punto ribattei: “Bene, Himmler a Cracovia ci ha tenuto un discorso nel quale ha dichiarato davanti a tutte le persone che avevo convocato ufficialmente: ‘Queste voci su uno sterminio sistematico degli Ebrei sono false; gli Ebrei vengono portati all’Est’. Al che il Führer disse: ‘Allora deve crederci’”».

Hans Frank ricevette «i primi dettagli» (die ersten Details) sullo sterminio ebraico solo «dalla stampa straniera nel 1944″ (aus der Auslandpresse 1944)56 .

A Norimberga Hermann Göring, interrogato da Sir David Maxwell-Fyfe, capo accusatore del Regno Unito, che gli chiese se «esisteva una politica che mirava allo sterminio degli Ebrei», ruspose:

«No, all’emigrazione degli Ebrei e non al loro sterminio. Sapevo soltanto che in singoli casi si erano verificate infrazioni in questa direzione»57.

«6. Tutto un arsenale pseudotecnico è mobilitato per mostrare l’impossibilità materiale della gassazione di massa» (p. 23).

Per dimostrare l’infondatezza degli argomenti chimici di Faurisson, Vidal-Naquet si affida ad un ingegnere chimico, tale Pitch Bloch, di cui pubblica come Allegato una breve nota sullo Zyklon B (pp. 57-61). Vediamo di che cosa si tratta.

Dopo lunghe ed infruttuose ricerche nelle enciclopedie, il nostro chimico riuscì finalmente a trovare la definizione dello Zyklon B «in un’opera classica di chimica industriale, edita in Germania nel 1954» (p. 58). Eccellente approccio dilettantistico: egli non aveva mai sentito parlare delle opere classiche sull’acido cianidrico e lo Zyklon B note da anni ai revisionisti, come ad esempio:

Dötzer, Walter, Entkeimung, Entseuchung und Entwesung. Arbeitsanweisungen für Klinik und Laboratorium des Hygiene-Institutes der Waffen-SS, Berlin. Verlag von Urban und Schwarzenberg, Berlino e Vienna, 1943;

Flury, Ferdinand, Zernik, Franz, Schädliche Gase, Dämpfe, Nebel, Rauch- und Staubarten, Berlino, Verlag von Julius Springer, 1931;

Lenz, Otto, Gassner, Ludwig, Schädlingsbekämpfung mit hochgiftigen Stoffen. Heft 1: Blausäure. Verlagsbuchhandlung von Richard Schoetz, Berlino, 1934;

Peters, Gerhard, Blausäure zur Schädlingsbekämpfung. Sammlung chemischer und chemisch-technischer Vorträge. Neue Folge Heft 20. Verlag von Ferdinand Enke in Stuttgart, 1933;

Puntigam, Franz, Breymesser, Erich, Bernfus, Erich, Blausäure zur Fleckfieberabwehr. Grundlagen, Planung und Betrieb. Sonderveröffentlichung des Reicharbeitsblattes, Berlino, 1943,

Richtlinien für die Anwendung von Blausäure (Zyklon) zur Ungeziefervertilgung (Entwesung) [documento NI-9912].

È noto che Faurisson ritiene l’esistenza delle camere a gas omicide «radicalmente impossibile»58. Personalmente, non condivido questo giudizio, ma neppure quello di Vidal-Naquet secondo cui «gassare alla grande non pone essenzialmente problemi diversi dal gassare in modo “artigianale”» (p. 12). Qui importa rilevare, dal punto di vista metodologico, che cosa Pitch Bloch – con l’avallo di Vidal-Naquet – obietta agli argomenti tecnici di Faurisson: altri argomenti tecnici? No: testimonianze di seconda mano, per di più false, i cosiddetti Protocolli di Auschwitz, di cui mi occupo nel paragrafo 6.1.

Metodologia veramente degna di Vidal-Naquet.

L’unica obiezione tecnica che il nostro chimico muove a Faurisson è questa:

«A proposito del gas che si sprigiona dai sali cianidrici sotto l’effetto dell’acqua Faurisson scrive: “Per la prima volta nella storia della chimica, del sale aggiunto all’acqua dava un gas”. Senza essere “storico della chimica”, penso che parecchi lettori sappiano, per esempio, come funziona (o hanno avuto l’occasione di vederlo) un banale generatore d’acetilene in cui del carburo di calcio (un “sale” e un solido) viene sciolto in acqua per ottenere acetilene gassoso» (p.60).

Vediamo qual è il valore scientifico di questa obiezione.

Josef Kramer ha confessato di aver eseguito delle gasazioni omicide a Natzweiler-Struthof. Faurisson commenta:

«Le assurdità tecniche abbondano. Sul posto si legge la “confessione” di Joseph Kramer, ex comandante del campo. Kramer dice che attraverso un “foro”(sic!) egli stesso versava “una certa quantità di sali canidrici”, poi “una certa quantità d’acqua”: il tutto, a quanto pare, sviluppava un gas (!!!) che uccideva in un minuto»59.

La questione è dunque questa: dei sali cianidrici coll’aggiunta di acqua possono sviluppare un gas tossico dall’azione fulminante?

La risposta di Pitch Bloch è invece questa: il carburo di calcio coll’aggiunta di acqua sviluppa acetilene gassoso.

Secondo l’ex detenuto Georg Weydert e Kramer stesso, la presunta camera a gas era equipaggiata all’esterno con un imbuto munito di rubinetto di chiusura, all’interno con un recipiente di porcellana situato sotto al tubo collegato all’imbuto. Kramer versava «una certa quantità d’acqua» nell’imbuto, poi «una certa quantità di sali» che cadevano nel recipiente di porcellana e uccidevano le vittime «dopo circa mezzo minuto»60.

Non c’è bisogno di essere ingegneri chimici per sapere che i sali «sono composti che risultano dalla reazione di un acido con una base o viceversa»61. I sali cianidrici, o cianuri, sono appunto «i sali dell’acido cianidrico»62, come ad esempio il cianuro di potassio – KCN – e il cianuro di sodio – NaCN.

Tra i disinfestanti usati dai Tedeschi negli anni Trenta e Quaranta c’era il Cyancalcium (calciocianammide) – Ca(CN)2 – che era commercializzato col nome di Cyanogas e sviluppava acido cianidrico con l’acqua secondo la reazione: Ca(CN)2 + 2H2O = 2HCN + Ca(OH)263.

Il Cyancalcium era confezionato in tavolette di 20 grammi ciascuna che, per mezzo di un apposito congegno, venivano polverizzate in particelle di 0,001–0,01 millimetri, dalle quali i vapori di acido cianidrico si sviluppavano grazie all’umidità dell’aria64. Perciò bisogna escludere il Cyancalcium.

Si potrebbe allora pensare ad un procedimento simile a quello attuato nelle camere di esecuzione americane. Ma lì l’acido cianidrico viene prodotto immettendo cianuro di sodio in un recipiente smaltato contenente acido solforico diluito, secondo la reazione 2NaCn + H2SO4 = 2HCN + Na2SO4. Dunque Kramer non adottò neppure questo sistema.

Resta la possibilità che i sali cianidrici fossero stati versati diretammente nell’acqua (o l’acqua sui sali cianidrici). Ma l’acido cianidrico è solubile in acqua, sicché mescolando nel recipiente di porcellana le due sostanze non si sarebbe ottenuto uno sviluppo di vapori tanto rapido da uccidere le vittime in mezzo minuto.

Confidiamo che un chimico più esperto di Pitch Bloch ci spieghi in che modo avveniva la presunta gasazione65.

Per quanto concerne il «sapone umano», che Faurisson considera, dal punto di vista chimico, «una leggenda assurda» (p. 60), si tratta sì una leggenda, come ammette Vidal-Naquet (p. 150, nota 11), ma per nulla assurda chimicamente. Qui Pitch Bloch ha pienamente ragione.

«7. Si può dire che per i “revisionisti” le camere a gas non esistono perché la non esistenza è uno dei loro attributi» (p. 23).

Ho già mostrato che questo principio, mutatis mutandis, è «il punto di partenza obbligato» proprio di Vidal-Naquet, per il quale lo sterminio ebraico esiste perché l’esistenza è uno dei suoi attributi. Per giustificare la sua affermazione, egli scrive:

«Per esempio la parola Vergasung significa sì gassazione se compare nella forma negativa in una lettera dello storico Martin Broszat a Die Zeit (19 agosto 1960): Keine Vergasung in Dachau (nessuna gassazione a Dachau), ma Vergasungskeller significa “camera di carburazione” in un documento del gennaio 1943 citato da Georges Wellers66 (Faurisson, Vérité, pp. 104 e 109)».

Argomentazione davvero straordinaria! Evidentemente il contesto, per il nostro storico, non conta nulla. Nel primo caso, poiché lo scopo della lettera di Martin Broszat era appunto quello di dichiarare che non c’era stata nessuna gasazione omicida a Dachau, è ovvio che Vergasung significa gasazione omicida; nel secondo caso, poiché non si conosceva né lo scopo né la funzione del Vergasungskeller, non era altrettanto ovvio che Vergasung significasse gasazione omicida; Vidal-Naquet assume questo significato sulla base, appunto, della “prova ontologica” che rimprovera ai revisionisti: il Vergasungskeller è una camera a gas omicida, dunque Vergasung significa gasazione omicida. È proprio vero: la conclusione precede le prove!

Al riguardo Pressac scrisse:

«Affermare, soltanto sulla base della lettera del 29 gennaio 1943, che il termine “Vergasungskeller” designasse una camera a gas omicida installata nel Leichenkeller 1/scantinato per i cadaveri 1 del crematorio II, era irresponsabile»67.

Pressac si riferiva esplicitamente alla citazione di Wellers menzionata da Vidal-Naquet, sicché, a suo giudizio, le affermazioni di entrambi erano irresponsabili.

L’ipotesi – rivelatasi poi infondata – che il termine Vergasung in questo documento significasse “carburazione” era stata proposta da Butz alla fine degli anni Settanta68, in un periodo in cui i documenti su Auschwitz noti erano estremamente scarsi. Per quanto mi riguarda, ho spiegato dettagliatamente il significato e la funzione del “Vergasungskeller” summenzionato, dimostrando tra l’altro che, nei documenti di Auschwitz ora noti, Vergasung si riferisce sempre a gasazioni di disinfestazione, mai a gasazioni omicide69.

«8. Infine e soprattutto, tutto ciò che può rendere conveniente, credibile, questa spaventosa storia, che può segnare l’evoluzione, fornire termini di paragone, è ignorato o falsificato» (p. 23).

Vidal-Naquet evoca qui «le imprese degli Einsatzgruppen (le famose fosse di Baby Yar, per esempio) e l’uccisione dei malati di mente tedeschi».

È vero che il libro di S.Thion Vérité historique ou vérité politique? non dice nulla degli Einsatzgruppen, ma va anche detto che, come recita il suo sottotitolo, il libro è incentrato su «La questione delle camere a gas». Butz invece vi dedica varie pagine70. Di Babi Jar si è occupato approfonditamente Herbert Tiedemann71; John Ball ha pubblicato una fotografia aerea scattata una settimana dopo la fine della presunta cremazione delle vittime72 che non mostra il minimo indizio di questa colossale impresa73. Per quanto mi riguarda, ho dedicato agli Einsatzgruppen il capitolo VII del libro Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?, che ho redatto in collaborazione con Jürgen Graf74. Ho inoltre discusso il problema dell’uccisione dei malati di mente tedeschi in relazione ai presunti campi di sterminio orientali nel libro Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, scritto in collaborazione con J. Graf e Thomas Kues75 e nel già citato “Nuovi studi” contro il revisionismo: La storiografia olocaustica alla deriva76

Un’altra «falsificazione» di Faurisson segnalata da Vidal-Naquet consiste nel fatto che egli «precisa che numerosi bambini zingari sono nati a Auschwitz, senza dire che cosa ne è avvenuto (sono stati sterminati)» (p. 24). Qual è la fonte di questa informazione? Nessuna. Ora, che numerosi bambini siano nati a Birkenau è un fatto certo attestato dagli Hauptbücher (registri principali) del Zigeunerlager (campo zingari)77, ma altrettanto certo è che questi bambini sono stati regolarmente immatricolati. La relativa pubblicazione di tali registri (ignota a Vidal-Naquet) elenca i nomi di 295 bambini zingari deceduti, tutti immatricolati. La loro età andava da 1 giorno a 401 giorni78. Questa terribile mortalità non dipendeva da una diretta volontà di sterminio (in tal caso i neonati sarebbero stati uccisi senza essere immatricolati), ma dalle tragiche condizioni igienico-sanitarie in cui versava il campo zingari di Birkenau. D’altra parte non si può neppure dire che tutti i neonati morirono, dal momento che le nascite furono senza dubbio di gran lunga maggiori dei decessi summenzionati. In una “nota per gli atti” (Aktenvermerk) datata 22 maggio 1943 il medico della guarnigione di Auschwitz, SSHauptsturmführer Eduard Wirths, rilevò che all’epoca nel campo zingari c’erano circa 50 nascite al giorno79.

Per quanto riguarda in generale il presunto genocidio degli zingari ad opera dei nazionalsocialisti, in particolare la pretesa gasazione di zingari ad Auschwitz, rimando ad un mio studio specifico80.

«Sorvoliamo sui procedimenti più ovvi: la menzogna pura e semplice, il falso, il riferimento ad una documentazione di pura fantasia» (p. 21).

Per documentare il primo procedimento, Vidal-Naquet dichiara:

«Faurisson scrive (Vérité…, p. 111) e Thion conferma (p. 38, nota 31) che nessuna perizia è stata fatta su qualche camera a gas. È falso: ho sotto gli occhi la traduzione di una perizia fatta a Cracovia nel giugno 1945 sulle bocche di ventilazione della camera a gas di Birkenau (crematorio n. 2), su 25 chili di capelli femminili e sugli oggetti metallici trovati in questi capelli. Tale perizia, che usa, mi dice G.Wellers, metodi classici, evidenzia in questo materiale composti di cianuro d’idrogeno. Al che si risponderà evidentemente invocando il processo di Marie Besnard e il carattere staliniano della Polonia nel 1945» (p. 143).

Quest’accusa non è propriamente un esempio di specchiata onestà. Anzitutto rilevo che la perizia menzionata da Vidal-Naquet è stata pubblicata per la prima volta in lingue occidentali da Wellers, nel 1981, un anno dopo l’osservazione di Faurisson e in risposta a questa; fino ad allora essa giaceva sepolta negli archivi polacchi ed era ignota anche a Wellers, che nel libro La Solution Finale et la Mythomanie Néo-Nazie81, apparso due anni prima, non la menziona affatto.

In secondo luogo Vidal-Naquet distorce il senso dell’affermazione di Faurisson, che è molto più generale:

«L’arma più banale, se si sospetta che abbia ucciso o ferito, costituisce l’oggetto di una perizia giudiziaria. Si rileva con sorpresa che queste prodigiose armi del crimine che sono le “camere a gas”, da parte loro, non hanno mai costituito l’oggetto di una perizia ufficiale (giudiziaria, scientifica o archeologica) di cui si possa esaminare il rapporto»82.

Faurisson chiedeva dunque una perizia di carattere strutturale, che dimostrasse che un certo locale era e non poteva non essere una camera a gas omicida per la presenza di una specifica struttura architettonica e di specifici impianti tecnici; l’aspetto chimico può e deve essere un elemento importante della perizia, ma ne è pur sempre un elemento parziale.

Per quanto concerne il valore di questa perizia, della quale anch’io ho sotto gli occhi la traduzione utilizzata da Pierre Vidal-Naquet83, ma anche il documento originale84, non invoco né il processo di Marie Besnard né il carattere staliniano della Polonia del 1945, ma rilevo sinteticamente quanto segue:

1. La perizia in questione è una perizia qualitativa e non quantitativa: si sa che i campioni contenevano dei cianuri, ma non si sa in quale quantità, che è la cosa fondamentale.

2. Se, come sostengono molti revisionisti, questa presunta camera a gas omicida era in realtà un obitorio, allora la disinfestazione del locale con Zyklon B, soprattutto nei periodi in cui imperversava il tifo, non avrebbe nulla di strano.

3. Vidal-Naquet non sa, o finge di non sapere, che l’8 agosto 1942 l’SS-Wirtschafts- und Verwaltungshauptamt diramò a tutti i campi di concentramento, compreso Auschwitz, l’ordine di conservare «nach Desinfektion» (dopo la disinfezione: si intenda: disinfestazione) i capelli tagliati ai detenuti (vivi), che sarebbero stati usati a scopi industriali. Ecco dunque spiegata la presenza di cianuri nei capelli dei detenuti. Al campo di Sachsenhausen i detenuti Reichsdeutsche (tedeschi del Reich), fiamminghi, olandesi e norvegesi potevano tenere i capelli lunghi 2 centimetri, a tutti gli altri era imposto un taglio a zero85. A Lublino-Majdanek i capelli venivano consegnati alla ditta Paul Reimann di Breslavia86.

Il procedimento del «riferimento ad una documentazione di pura fantasia» è invece suffragato da Vidal-Naquet con l’enfatico rimprovero a Faurisson:

«Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra a Hitler in nome della comunità ebraica internazionale da parte di un immaginario presidente del Congresso ebraico mondiale è antisemitismo o è un falso?» (p. 65).

A p. 37 però Vidal-Naquet sembra attribuire la falsificazione a Richard Harwood. Egli afferma inoltre: «È più che evidente che Faurisson non ha visto il testo che cita» (p. 147). Dunque Faurisson ha citato, a sproposito, senza verificare la fonte, ma ha citato, non inventato.

Ma si tratta proprio di una falsificazione? Vidal-Naquet ci informa che ha controllato la fonte di Harwood (la rivista ebraica Jewish Chronicle dell’8 settembre 1939) e vi ha trovato «una lettera di Ch. Weizmann, in data 29 agosto, perciò anteriore alla guerra, nella sua qualità di presidente dell’Agenza ebraica, che assicura il primo ministro britannico del sostegno dell’Agenzia ebraica alla causa delle democrazie: “The Jews stand by Great Britain and will figh on the side of the democracies» (p. 147, nota 81). Weizmann non era certo «presidente del Congresso ebraico mondiale», ma parlava comunque a nome degli Ebrei. La data è solo un aggravante: prima ancora dello scoppio della guerra “gli Ebrei” (the Jews) si impegnavano a «combattere dalla parte delle democrazie»! Che cos’era, questa, se non una «dichiarazione di guerra a Hitler»?

A quanto pare, Vidal-Naquet considera una falsificazione anche la dichiarazione di guerra ebraica alla Germania del 1933:

«Il lettore ritroverà regolarmente gli stessi fatti: che gli ebrei hanno dichiarato guerra alla Germania hitleriana sin dal 1933, come dimostrano inconfutabilmente alcune citazioni tratte da oscuri giornali del Middle West» (p. 85).

In nota egli adduce alcuni di questi riferimenti (p. 157, nota 49), ma non menziona la fonte primaria. Nella seconda edizione del suo libro egli invece la menziona, ma in un contesto tale da far credere che anche questa sia insignificante: «Vi avrebbero potuto aggiungere il “Daily Express” del 24 marzo 1933»87. Non si trattava di un «oscuro giornale» di qualche località sperduta, ma di un importante quotidiano britannico, all’epoca diretto da Ralph David Blumenfeld, un giornalista ebreo88. In prima pagina appariva il titolo “Judea declares war on Germany”, col sottotitolo “Jews of all the world unite. Boykott of German goods”. Un fotomontaggio poneva Hitler di fronte ad anziani ebrei.

Dunque è proprio il nostro integerrimo storico che adotta i procedimenti che rimprovera ai revisionisti. Vediamo qualche altro esempio dell’onestà intellettuale di Vidal-Naquet:

«I servizi segreti britannici avevano decifrato i codici utilizzati dai tedeschi per le loro emissioni interne. Tra i documenti di fonte poliziesca dei quali si venne così a conoscenza figuravano alcuni dati numerici: entrate e uscite del materiale umano relative a un certo numero di campi, tra cui Auschwitz, tra la primavera del 1942 e il febbraio del 1943. Una delle colonne, che indicava le “partenze con tutti i mezzi”, fu interpretata come riferita alla morte. Ma in questi testi non si parla di esecuzioni nelle camere a gas. Grazie a una pubblicazione ufficiale polacca, conosciamo alla perfezione quel genere di documenti. Ad esempio, conosciamo la statistica redatta il 18 ottobre 1944 nel campo femminile di Birkenau, che annovera come altrettante “partenze”, che diminuivano gli effettivi del campo, morte naturale, transito e “trattamento speciale” – espressione quest’ultima che, come fu decifrato in seguito, indicava l’esecuzione nelle camere a gas» (p. 82)». [Corsivo mio].

Vidal-Naquet trae in inganno il lettore inducendolo a credere che l’equivalenza tra Sonderbehandlung (trattamento speciale) ed “esecuzione nelle camere a gas” derivi da una decifrazione successiva dei codici cifrati tedeschi; in realtà questa equivalenza è una semplice ipotesi formulata da un magistrato polacco.

I servizi segreti britannici intercettarono e decifrarono rapporti da Auschwitz che contenevano varie solonne:

«Le colonne designavano la forza totale dei prigionieri detenuti, gli arrivi, le partenze e varie categorie di prigionieri, come politici, ebrei, polacchi, altri europei e russi, questi ultimi talvolta tutti insieme, talvolta suddivisi in civili e prigionieri di guerra. Le cifre più ampie e fluttuanti erano quelle di Auschwitz; allora come causa di morte furono menzionati tifo e febbre esantematica, con qualche riferimento a fucilazioni e impiccagioni; non ci furono riferimenti a gasazione nel servizio speciale di spionaggio [che decifrava i radiomessaggi tedeschi]»89.

I documenti in questione erano semplici variazioni giornaliere della forza di Auschwitz, trasmesse a Berlino mensilmente in rapporti separati per il campo maschile e quello femminile, e relative al periodo dal gennaio 1942 al gennaio 194390.

La statistica del 18 ottobre 1944 menzionata da Vidal-Naquet non fa parte delle decifrazioni britanniche, ma appartiene alla serie di rapporti Stärkemeldung” (“comunicazione della forza”) del campo femminile di Birkenau (“Frauen-Lager, Kl. Au.II), costituita da documenti che riportano le variazioni giornaliere della forza con indicazione della forza del giorno prima, dei nuovi arrivi (Zugänge) e delle perdite della forza (Abgänge); si sono conservati i rapporti relativi ai mesi di ottobre-dicembre 194491. In alcuni di questi documenti, sotto la rubrica “Abgänge” (perdite di forza) figura la dicitura “S.B.”, che viene normalmente considerata l’abbreviazione del termine “Sonderbehandlung”. Che tale espressione, «come fu decifrato in seguito, indicava l’esecuzione nelle camere a gas», è una semplice favola, come ho dimostrato nel mio studio di questa documentazione92.

Tra l’altro, la “Stärkemeldung” del 18 ottobre non esiste (non si è conservata) e quella del 19, che dsi riferisce alle perdite di forza del giorno prima, menziona sì la rubrica “S.B.”, ma vi sono registrati solo 2 detenuti.

Il povero Vidal-Naquet non ha saputo neanche leggere correttamente la sua fonte! E questo non è neppure un caso isolato. Ecco un altro esempio:

«La prima gassazione con lo Zyklon B a Auschwitz avvenne, secondo Rudolf Hoess, comandante di quel campo che diventava così campo di sterminio, il 3 settembre 1941, e le vittime furono dei prigionieri di guerra sovietici» (p. 104) [corsivo mio].

Qui Vidal-Naquet prende un grossolano abbaglio fraintendendo la sua fonte, Wellers, che dice:

«Le gasazioni ad Auschwitz sono cominciate il 3 settembre 1941. Questa data è attestata grazie al racconto fatto da Höss, sia nella sua deposizione del 14 marzo 1946 a Minden, sia in quella del 15 aprile a Norimberga, che egli ha confermato nelle sue testimonianze in Polonia, nel corso dell’istruzione e dello svolgimento del suo processo»93.

Vidal-Naquet pretende dunque che la data del 3 settembre 1941 fu stabilita secondo Rudolf Höss, Wellers invece sulla base delle testimonianze di Rudolf Höss.

Tutto falso – per usare un’espressione cara a Vidal-Naquet. Non solo Höss non ha mai menzionato la data della prima gasazione omicida ad Auschwitz, ma essa non si può neppure ricavare in alcun modo dalle sue dichiarazioni, che per di più presentano al riguardo contraddizioni cronologiche insuperabili.

Nella deposizione del 14 marzo 1946 Höss si limitò ad asserire:

«Nello stesso periodo giunsero trasporti di prigionieri di guerra russi dall’area della direzione della Gestapo di Breslavia, Troppau e Kattowitz, i quali, per ordine scritto di Himmler ai dirigenti locali della Gestapo, dovevano essere sterminati. Poiché i nuovi crematori furono terminati solo nel 194294, i prigionieri dovettero essere gasati in camere a gas provvisorie e poi cremati in fosse»95.

Come Höss spiega successivamente, queste camere a gas provvisorie erano le due «case coloniche» che furono poi ribattezzate “Bunker” 1 e 2. In pratica qui Höss non menzionò affatto la presunta “prima gasazione”.

In compenso egli affermò che Himmler, comunicandogli nel giugno 1941 il presunto ordine di sterminio ebraico di Hitler, gli aveva rivelato che all’epoca, nel Governatorato generale, esistevano già dei campi di sterminio, a Belzec, a Treblinka e a “Wolzek”. Egli visitò Treblinka nella primavera del 1942 (ma il campo fu aperto in estate, nel mese di luglio) e il comandante del campo gli riferì che nel corso di un semestre (dunque a cominciare dall’autunno del 1940) aveva già gasato 80.000 Ebrei del ghetto di Varsavia96, la cui deportazione iniziò notoriamente alla fine di luglio del 1942.

A Norimberga, nel corso dell’interrogatorio del 16 aprile 1946, Höss non parlò affatto della prima gasazione. In aula fu letto il suo affidavit del 5 aprile (PS-3868), nel quale ripeté le assurdità esposte sopra, ma con la precisazione che eseguì le prime gasazioni ad Auschwitz dopo il ritorno da Treblinka, dunque (a suo dire) nella primavera del 1942:

«Egli [il comandante di Treblinka] aveva usato gas monossido ed io non ritenni i suoi metodi molto efficaci. Quando dunque ad Auschwitz costruii l’edificio dello sterminio [Vernichtungsgebäude], usai lo Zyklon B, un acido cianidrico cristallizato [eine kristallisierte Blausäure!] che versavamo nella camera della morte attraverso una piccola apertura97»98.

Va osservato che la prima gasazione sarebbe avvenuta nel “Bunker” (scantinato) del Block 11 del campo principale gettando barattoli di Zyklon B nelle celle (o nei corridoi) in cui erano ammassate le vittime, sicché ciò che racconta Höss non può riferirsi a questo presunto evento.

Durante la prigionia polacca Höss scrisse che nel novembre 1941, quando partecipò ad una conferenza nell’ufficio di Eichmann, questi non era ancora riuscito a trovare un gas adatto per le esecuzioni e che la prima gasazione ad Auschwitz fu effettuata nell’autunno del 1941 ad opera del suo vice Fritzsch, che di sua iniziativa usò lo Zyklon B per uccidere dei prigionieri sovietici99. Questo riferimento esclude la datazione del 3 settembre 1941.

Nel corso del processo cui fu sottoposto a Varsavia (11-29 marzo 1947), Höss menzionò fugacemente, in due righe, la prima gasazione «nel Block n. 11», senza però indicare alcuna data100.

Un fulgido esempio di come Wellers e Vidal-Naquet (non) leggevano i documenti.

Per di più l’evento stesso è storicamente infondato, come ho dimostrato nello studio Auschwitz: la prima gasazione101.

Per quanto concerne la data, che è così importante per la tesi di Vidal-Naquet, rilevo soltanto che nella fonte olocaustica per eccellenza sulla prima gasazione, il Kalendarium di Danuta Czech, nei riferimenti d’archivio le dichiarazioni di Höss non compaiono affatto102.

Il modo in cui Danuta Czech ha “ricostruito” il presunto evento sulla base di testimonianze totalmente contraddittorie è veramente esemplare per mostrare una metodologia che, secondo Vidal-Naquet, cerca il vero e non il falso.

Un altro principio metodologico pseudorevisionistico sancito da Vidal-Naquet è l’omissione intenzionale «per rendere conveniente, credibile, questa spaventosa storia» (p. 23). Anche questo rimprovero si può ritorcere tranquillamente contro colui che lo lancia. Vidal-Naquet scrive:

«Michel de Boüard, storico ed ex deportato, concludeva così il suo mirabile schizzo su Mauthausen: “Quando saranno scomparsi i sopravvissuti alle deportazioni, gli archivisti del futuro avranno forse in mano le carte oggi nascoste. Ma la fonte principale mancherà loro: intendo la memoria viva dei testimoni”» (p. 14).

Il riferimento della citazione è: «Mauthausen, in Revue d’histoire de la Deuxième Guerre mondiale, 15-16, luglio-settembre 1954, pp. 41-80» (p. 141).

Nel 1986 Michel de Boüard rese la seguente dichiarazione riguardo a questo articolo:

«Nella monografia su Mauthausen che ho consegnato ne La Revue d’histoire de la Seconde Guerre mondiale, nel 1954, parlo due volte di una camera a gas. Venuto il tempo della riflessione, mi sono detto: dove ho acquisito la convinzione che c’era una camera a gas a Mauthausen? Non certo durante il mio soggiorno al campo, perché né io né nessun altro sospettavamo che potesse esserci, dunque è un “bagaglio” che ho ricevuto dopo la guerra, era ammesso. Poi ho notato che nel mio testo, mentre sostengo la maggior parte delle mie affermazioni con riferimenti, riguardo alla camera a gas non ce n’erano…»103.

Dunque sia Michel de Boüard, sia i suoi compagni di sventura, finché furono detenuti a Mauthausen non sospettarono neppure che in tale campo potesse esservi una camera a gas omicida, la quale faceva parte del bagaglio propagandistico del dopoguerra.

Vidal-Naquet, che non vede «nessuna ragione di mettere in dubbio l’esistenza» di questa fantomatica camera a gas (p. 141), si guarda bene ovviamente dal menzionare la dichiarazione di Michel de Boüard. Un maligno potrebbe pensare che Vidal-Naquet abbia deciso che soltanto le dichiarazioni degli ex deportati siano in buona fede, a patto che non si tratti di ex deportati pentiti.

Un altro esempio.

«In California, l’istituto che finanzia le iniziative revisioniste [magari!] aveva offerto la somma di cinquantamila dollari a chiunque dimostrasse l’esistenza di una camera a gas. Un cittadino di nome Mermelstein, che aveva visto sparire a Auschwitz metà della sua famiglia, raccolse la sfida. Naturalmente, le condizioni per produrre le prove erano tali che soltanto un morto avrebbe potuto portare testimonianza104. Quindi il premio fu rifiutato per insufficienza di prove. Il candidato sporse querela, la sua querela fu accolta, intervenne un arbitrato sotto il controllo della Corte suprema di Los Angeles, e l’Institute for Historical Review si scusò col querelante e pagò la somma» (p.133).

Dunque la Corte suprema di Los Angeles avrebbe riconosciuto il valore delle prove di Mermelstein ed avallato l’esistenza di camere a gas ad Auschwitz.

In realtà, dopo il ricorso alla magistratura di Mermelstein, che aveva inviato all’ Institut una semplice dichiarazione, il giudice T. Johnson della Corte Superiore della California prese judicial notice dello sterminio ebraico ad Auschwitz, cioè lo assunse come un dato di fatto dimostrato, ma senza specificare in base a quale fonte, ponendo Mermelstein nella condizione di aver ragione a priori in un eventuale processo. Per evitare ciò, l’ Institut scelse la via del patteggiamento, e il 22 luglio 1985, di fronte al giudice della Corte Superiore R.L. Wenke, i due contendenti concordarono un risarcimento di 90.000 dollari (Mermelstein ne aveva chiesti 500.000). Nell’agosto 1986 Mermelstein tornò all’attacco pretendendo di essere stato diffamato dall’ Institut. Nel 1991 egli riuscì ad ottenere una seconda judicial notice delle gasazioni omicide ad Auschwitz, ma perdette comunque il processo successivo e anche il suo ricorso alla Corte di Appello (28 ottobre) fu respinto105.

La «Dichiarazione di Melvin Mermelstein» in virtù della quale il testimone pretendeva di “dimostrare” la realtà delle gasazioni omicide ad Auschwitz, si articola in 21 punti, di cui solo due forniscono la fatidica “prova”:

«10. Osservai il crematorio con i suoi quattro alti camini che vomitavano fumo e fiamme.

11. Il 22 maggio 1944 osservai gli edifici usati come camere a gas e vidi una colonna di donne e bambini che furono spinti nel tunnel che portava alle camere a gas, che, come accertai successivamente, era la camera a gas numero 5»106.

Ma nessun crematorio di Birkenau aveva quattro camini: i crematori II e III ne avevano uno ciascuno, i crematori IV e V due ciascuno. Inoltre l’uscita di fiamme dai camini dei crematori era tecnicamente impossibile107. La presunta «camera a gas numero 5» era il crematorio V, che però non aveva alcun «tunnel», essendo completamente al livello del suolo.

5. Le “fantasie e i miti” sull’Olocausto: “Un’ombra proiettata dalla realtà”».

Commentando il libro di Walter Laquer The Terrible Secret (London, Weidenfeld and Nicolson, 1980)108, Vidal-Naquet rileva ironicamente che i primi revisionisti furono coloro che, «operando nell’apparato informativo delle potenze alleate», censurarono le notizie sull’Olocausto contribuendo così a mantenere il “terribile segreto” dello sterminio ebraico (p. 81), tesi avanzata, appunto, da Walter Laqueur. Egli aggiunge:

«Inutile dire che il libro di Laqueur è stato subito sfruttato in senso revisionista: se gli alleati stessi non hanno creduto, vuol dire che non c’era nulla da credere; cfr. Gli articoli di R. Faurisson e di P. Guillaume, in Jeune Nation Solidariste, dicembre 1981» (p. 154).

Questo argomento non mi sembra così futile come vorrebbe far credere Vidal-Naquet, e, da parte mia, l’ho completato con uno studio critico delle fonti e delle conclusioni del libro summenzionato in cui ho mostrato i procedimenti capziosi utilizzati da Walter Laqueur per difendere la sua tesi, inoltre ho documentato che le notizie che alleati e neutrali avrebbero evitato di proclamare pubblicamente in una sorta di congiura generale del silenzio erano in realtà pura propaganda109.

Anche Vidal-Naquet si è reso conto di questo fatto, ma ha cercato di giustificarlo con una argomentazione degna del suo repertorio:

«Nel flusso di informazioni che proveniva dai territori occupati c’era del vero, del meno vero e del falso. Sul senso generale di quanto stava accadendo non esisteva alcun dubbio, ma circa le modalità vi era spesso motivo di esitare tra l’una e l’altra versione. A proposito del campo di Auschwitz, per esempio, fu soltanto nell’aprile del 1944, in seguito ad alcune evasioni, che poté essere messa a punto una descrizione di prima mano – rivelatasi poi considerevolmente esatta – del processo di sterminio. Quei “Protocolli di Auschwitz” sarebbero stati resi pubblici dal War Refugee Board americano soltanto nel novembre 1944. A partire dal maggio 1944, la deportazione e il massacro degli ebrei ungheresi furono eventi annunciati dalla stampa neutrale e alleata con frequenza pressoché quotidiana. Ho parlato di “vero” e di “falso”. Questa contrapposizione elementare non restituisce appieno quel che è accaduto. Dagli errori sulle forme architettoniche alle imprecisioni sulle distanze o sui numeri, si sono avute inesattezze di tutti i generi, e ci sono stati anche le fantasie e i miti. Essi però non sono esistiti per sé stessi, come una creazione sui generis o come una “voce” o una truffa inventata da un determinato ambiente, per esempio dai sionisti di New York. Sono esistiti come un’ombra proiettata dalla realtà, come un prolungamento della realtà» (pp. 81-82).

Vediamo quali erano le “ombre” e quali le “realtà”. Riporto, con gli opportuni aggiornamenti, ciò che avevo già scritto in Le mythe de l’extermination des Juifs, ben noto a Vidal-Naquet.

1. Treblinka.

Una delle prime “testimonianze oculari” su Treblinka – il rapporto inviato il 15 novembre 1942 dall’organizzazione clandestina del ghetto di Varsavia al governo polacco in esilio a Londra – descrive lo sterminio di Ebrei in tale campo mediante vapore acqueo.

Nel marzo 1942 – si legge in tale rapporto – i Tedeschi iniziarono la costruzione del nuovo campo di Treblinka B – nei pressi del campo di Treblinka A – che fu terminato alla fine di aprile del 1942. Verso la prima metà di settembre esso comprendeva due «case della morte». La «casa della morte n.2» (dom śmierci Nr.2) era una costruzione in muratura lunga 40 metri e larga 15. Secondo la relazione di un testimone oculare (wg relacji naocznego świadka) essa conteneva dieci locali disposti ai due lati di un corridoio che attraversava tutto l’edificio. Nei locali erano installati dei tubi attraverso i quali passava il vapore acqueo (para wodna). La «casa della morte n.1» (dom śmierci Nr.1) si componeva di tre locali e di una sala caldaie:

«Dentro la sala caldaie – prosegue il rapporto – c’è una grande caldaia per la produzione del vapore acqueo, e, mediante tubi che corrono attraverso le camere della morte e che sono forniti di un adeguato numero di fori, il vapore surriscaldato si sprigiona all’interno delle camere».

Le vittime venivano rinchiuse nei locali suddetti e uccise con il vapore acqueo!

«In questo modo le camere di esecuzione si riempiono completamente, poi le porte si chiudono ermeticamente e comincia la lunga asfissia delle vittime mediante il vapore acqueo che viene fuori dai numerosi fori dei tubi. All’inizio dall’interno giungono urla strozzate che si acquietano lentamente e dopo 15 minuti l’esecuzione è effettuata»110.

L’8 agosto 1943 il New York Times riprendeva questa storia asserendo che in tal modo erano già stati uccisi due milioni di Ebrei:

«Le vittime si rendono ora conto che la loro sorte è segnata. All’ingresso della casa della morte n. 1 il capo stesso le conduce alle celle, con uso abbondante della frusta. Il pavimento della cella è scivoloso. Alcuni cadono e non riescono a rialzarsi a causa della spinta di coloro che seguono. Bambini piccoli vengono scaraventati sopra le teste delle donne. Quando le celle sono riempite, vengono chiuse e sigillate. Attraverso aperture viene immesso vapore e comincia il soffocamento delle vittime. All’inizio si possono udire grida, che si attenuano gradualmente e dopo quindici minuti tutto tace. L’esecuzione è compiuta»111.

Questa fantasia non svanì alla fine della guerra, ma fu addirittura elevata a verità ufficiale – o a fatto generalmente noto – dalla Commissione suprema di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia, la quale accusò l’ex governatore Hans Frank di aver ordinato l’installazione di un “campo di sterminio” a Treblinka per l’eliminazione in massa degli Ebrei «in camere riempite di vapore»112.

Naturalmente Vidal-Naquet passa sotto silenzio il fatto che il «fascicolo particolarmente commovente pubblicato a Ginevra nel 1944 dal Congresso ebraico mondiale» che «contiene documenti su Auschwitz e su Treblinka (scritto Tremblinki)» (p. 25) al quale sia lui stesso, sia il chimico Pitch Bloch attribuiscono tanta importanza (pp. 59-60 e 81), contiene anch’esso questa fantasia dello sterminio in camere a vapore:

«Le celle di sterminio si riempiono. Quando sono piene, vengono chiuse ermeticamente, da tutte le parti si aprono tubi, dai quali esce il gas113. La morte per asfissia miete un rapido raccolto. In un quarto d’ora è tutto finito. Poi i capò devono mettersi al lavoro. La sentinella li costringe al loro lavoro con colpi spietati. Le porte della morte si aprono – ma non si possono tirar fuori singolarmente i corpi morti: infatti, sotto l’effetto del vapore acqueo, sono tutti aggrappati gli uni agli altri e irrigiditi» 114.

Per una trattazione approfondita di questi e altri pretesi metodi di sterminio – camere a gas mobili, un non meglio specificato gas ad effetto ritardato, un altro indeterminato gas ad effetto immediato, fucilazione, treni con vagoni cosparsi di calce viva, gas di scarico di un motore «mescolati a fluidi tossici», aspirazione dell’aria da locali ermeticamente chiusi per mezzo di una pompa aspirante azionata da un motore, «gas cloro e gas Cyklon» – rimando al capitolo II del libro da me redatto con Jürgen Graf Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?115, dove sono anche indicate tutte le fonti. Sui “Protocolli di Auschwitz” ritornerò successivamente.

2. Sobibor.

Nel 1946 gli impianti di sterminio di Sobibor venivano descritti così:

«A prima vista si ha tutta l’impressione di entrare in un bagno come gli altri: rubinetti per l’acqua calda e fredda, vasche per lavarsi… appena tutti sono entrati le porte vengono chiuse pesantemente. Una sostanza nera, pesante, esce in volute da fori praticati nel soffitto. Si sentono urla raccapriccianti che però non durano a lungo perché si tramutano presto in respiri affannosi e soffocati e in attacchi di convulsioni. Si dice che le madri coprano i figli con il loro corpo.

Il guardiano del “bagno” osserva l’intero procedimento attraverso una finestrella nel soffitto. In un quarto d’ora tutto è finito. Il pavimento si apre e i cadaveri piombano in vagoncini che aspettano sotto, nelle cantine del “bagno” e che, appena riempiti, partono velocemente. Tutto è organizzato secondo la più moderna tecnica tedesca. Fuori, i corpi vengono deposti secondo un certo ordine e cosparsi di benzina, quindi viene loro dato fuoco»116 .

La testimone Zelda Metz fornì la seguente descrizione:

«Poi entravano nelle baracche, dove alle donne venivano tagliati i capelli, indi nel “bagno”, cioè nella camera a gas. Erano asfissiati col cloro [dusili chlorem]. Dopo 15 minuti erano tutti asfissiati. Attraverso una finestrella si verificava se erano morti. Poi il pavimento si apriva automaticamente. I cadaveri cadevano in un vagone di una ferrovia che passava attraverso la camera a gas e portava i cadaveri al forno»117.

I sistemi di uccisione testimoniati furono inoltre: gas non specificati, corrente elettrica, una macchina elettrica che rilasciava gas, «elettricità e gas tossici», una «corrente di cloruro», semplice cloruro e Zyklon B. Ho approfondito questa tematica nello studio sul campo di Sobibor che ho scritto con Thomas Kues e Jürgen Graf 118.

3. Belzec.

La prima informazione conosciuta su Belzec, un’annotazione dell’8 aprile 1942, afferma che in tale campo gli Ebrei venivano uccisi con la corrente elettrica (pradem elektryczynym) o con i gas (gazami)119.

Uno dei primi rapporti su questo campo, redatto nell’aprile 1942, asserisce che lo sterminio ebraico vi veniva praticato con tre probabili metodi di sterminio: «1) con l’elettricità (elektrycznoscią), 2) con i gas (gazami), 3) con l’aria rarefatta con l’ausilio di una pompa aspirante (rozrzedzonym powietrzem przy pomocy pompy ssącej)»120. In seguito si affermò la versione dell’elettricità, ma quella relativa al vuoto d’aria riapparve dopo qualche anno nella testimonianza di Rudolf Reder.

Un rapporto datato 10 luglio 1942, giunto a Londra nel novembre dello stesso anno121 e pubblicato il 1°dicembre sulla Polish Fortnightly Review descrive così lo sterminio ebraico a Belzec:

«Dopo essere stati scaricati, gli uomini vanno in una baracca a destra, le donne in una baracca situata a sinistra, dove si spogliano, apparentemente per prepararsi a fare il bagno. Dopo che si sono spogliati, entrambi i gruppi vanno in una terza baracca dove c’è una lastra elettrificata in cui vengono effettuate le esecuzioni»122.

La versione della folgorazione su lastra metallica riappare anche nel rapporto redatto dal testimone oculare Jan Karski e da questi consegnato al governo polacco in esilio a Londra il 25 novembre 1942123:

«Un centro di folgorazione è installato a Belzec. I trasporti di coloni evacuati arrivano a un binario morto, nel luogo in cui deve avvenire l’esecuzione. Il campo è sorvegliato da Ucraini. Si ordina alle vittime di spogliarsi nude, apparentemente per un bagno, ed esse sono poi condotte in una baracca con una lastra di metallo per pavimento. Poi la porta viene chiusa, la corrente elettrica passa attraverso le vittime e la loro morte è quasi istantanea»124.

Con eccezionale tempismo, lo stesso giorno il Daily News Bulletin, pubblicato dalla Jewish Telegraphic Agency, titolava: “250000 Warsaw Jews led to mass execution: electrocuting introduced as new method of mass killing of Jews” (250.000 Ebrei di Varsavia condotti all’esecuzione in massa: folgorazione introdotta come nuovo metodo di uccisione in massa di Ebrei), ripetendo la storia della «baracca con una piastra metallica come pavimento»125.

Dopo aver ricevuto il crisma della verità ufficiale dalla dichiarazione dell’ Inter-Allied Information Committe del 19 dicembre126, la storia della folgorazione fu pubblicata nella compilazione propagandistica ufficiale Black Book of Polish Jewry127.

Un rapporto del 1° novembre 1943 descriveva ancora così l’ “Inferno di Belzec”:

«Agli Ebrei che venivano inviati a Belzec si ordinava di spogliarsi come per fare un bagno. Effettivamente venivano condotti in uno stabilimento di bagni che aveva una capienza di diverse centinaia di persone. Ma lì venivano uccisi a schiera mediante corrente elettrica [vermittels elektrischen Stromes 128.

Nel 1944 la storia della folgorazione si arricchì: ne fu elaborata una nuova versione che teneva conto del nuovo elemento introdotto l’anno prima: il bagno. Il 12 febbraio 1944, il New York Times pubblicò il seguente racconto di «un giovane ebreo polacco» relativo alla «fabbrica delle esecuzioni» di «Beliec»:

«Gli Ebrei erano spinti nudi su una piattaforma metallica che funzionava come un elevatore idraulico che li calava in una enorme vasca piena d’acqua fino al collo delle vittime – egli ha detto. Essi venivano folgorati con la corrente elettrica attraverso l’acqua. L’elevatore poi sollevava i corpi fino a un crematorio che si trovava sopra – ha affermato il giovane».

La fonte del racconto era costituito da «individui che erano fuggiti dopo essere stati realmente dentro la “fabbrica” »129, dunque da testimoni oculari.

Questa informazione proveniva da Stoccolma, e proprio in questa città, nel 1944, apparve la versione più fantasiosa, forse sarebbe meglio dire più fantascientifica, della storia della folgorazione:

«I treni stipati di Ebrei entravano attraverso un tunnel in locali sotterranei, dove si trovava il posto dell’esecuzione. Essi erano portati in enormi sale che potevano contenere parecchie migliaia di uomini. Questi locali non avevano finestre, erano tutti di metallo e avevano un pavimento che poteva essere calato giù. Per mezzo di un meccanismo ingegnoso il pavimento, con tutte le migliaia di Ebrei, veniva calato in una cisterna che si trovava al di sotto del pavimento – ma solo finché l’acqua non arrivava ai loro fianchi. Allora attraverso l’acqua veniva fatta passare la corrente ad alta tensione e in pochi istanti tutte le migliaia di Ebrei erano uccisi. Poi il pavimento, con tutti i cadaveri, veniva tirato fuori dall’acqua. Si inseriva un’altra linea elettrica e queste grandi sale diventavano ora roventi come un forno crematorio fino a quando tutti i cadaveri erano inceneriti. Potenti gru ribaltavano il pavimento ed evacuavano le ceneri. Il fumo veniva espulso attraverso grandi camini da fabbrica»130.

Per rendere ancor più orribile la storia, ben presto fu aggiunto un particolare raccapricciante: i cadaveri delle vittime venivano usati per fare il sapone!

Nel già citato rapporto del 1° novembre 1943 si legge:

«Un giovane che riuscì a fuggire da tale stabilimento mi ha raccontato che cosa succedeva dopo l’esecuzione con l’elettricità: si scioglieva il grasso dei cadaveri per farne sapone»131.

Anche qui dunque la fonte della notizia era un testimone oculare.

La storia del sapone umano ebbe grande successo nel 1945. I compilatori del Libro nero sovietico, una eccellente collezione di fantasie propagandistiche, non si lasciarono sfuggire questa leccornia:

«In un altro posto, sempre nel campo di Belzec, c’era una fabbrica di sapone. I Tedeschi sceglievano le persone più grassottelle, che uccidevano per farne sapone»132.

Ma a questa tentazione non rinunciarono neppure persone reputate più serie, come Simon Wiesenthal, il futuro “cacciatore di nazisti”, che scrisse un articolo intitolato La fabbrica di sapone di Belsetz 133.

La storia dell’impianto di folgorazione di Belzec, al pari di quella delle camere a vapore di Treblinka, non rimase una semplice Greuelpropaganda (propaganda di presunte atrocità), ma fu elevata anch’essa a verità ufficiale sia nel rapporto ufficiale polacco preparato per il processo di Norimberga134, sia nel dibattimento di questo stesso processo135.

La storiografia olocaustica riconosce tre “testimoni oculari” fondamentali sul campo di Belzec: Kurt Gerstein, Jan Karski e Rudolf Reder. Gerstein e Reder sono stati finalmente riconosciuti inattendibili da Michael Tregenza, uno dei più importanti specialisti olocaustici del campo di Belzec136. Jan Karski, il quale pretende di aver visitato personalmente il campo di Belzec nell’ottobre 1942, fornì due versioni di ciò che “vide”: secondo il già citato rapporto del novembre 1942 , egli “vide” l’impianto di folgorazione descritto sopra; secondo il resoconto che appare in un suo libro pubblicato nel 1944, egli ha “vide” soltanto ed esclusivamente treni della morte:

«Non ho altre prove, non ho fotografie. Tutto ciò che posso dire è che lo vidi e che questa è la verità. Il pavimento dei vagoni era stato ricoperto di una spessa polvere bianca. Era calce viva. La calce viva è semplicemente calce non spenta o ossido di calcio disidratato. Chiunque abbia visto impastare il cemento sa che cosa accade quando si versa l’acqua sulla calce. L’impasto ribolle e fuma quando la polvere si combina coll’acqua, producendo una grande quantità di calore. Qui la calce viva serviva ad un duplice scopo nell’economia della brutalità nazista. La carne bagnata, entrando in contatto con la calce, viene rapidamente disidratata e bruciata. Gli occupanti dei vagoni fra non molto sarebbero letteralmente bruciati a morte, la carne sarebbe stata divorata dalle loro ossa. […]. Ci vollero tre ore per riempiere l’intero treno ripetendo questa procedura […]»137.

Indi il treno partiva e raggiungeva una zona deserta a 80 miglia da Belzec, dove restava fermo fino a quando tutti gli Ebrei erano morti per l’azione corrosiva della calce e per soffocamento138.

Il testimone polacco Rudolf Reder, che pretendeva di aver trascorso tre mesi a Belzec, parla sì di un motore – a benzina, non Diesel – collegato mediante tubi a dei locali, ma descrive così il metodo di uccisione:

«Non so dire se con questi tubi si sprigionava nelle camere qualche gas, se nelle camere si comprimeva l’aria oppure se l’aria veniva pompata via dalle camere. Fui spesso sulla rampa al momento dell’apertura delle porte, però non sentii mai nessun odore e l’ingresso nella camera subito dopo l’apertura della porta non ebbe mai in nessun modo effetti dannosi sulla mia salute. I cadaveri che si trovavano nella camera non presentavano un colorito innaturale»139.

Nel mio studio sul campo di Belzec ho esposto una trattazione sistematica di questi temi140. Vi ho anche osservato che, a detta di Michael Tregenza, a Belzec tutto si svolse alla luce del sole, sicché le narrazioni leggendarie esposte sopra non potevano essere affatto «un’ombra proiettata dalla realtà». Egli afferma che il campo era vicino al paese di Belzec e ben in vista, perciò «non ci si deve meravigliare che sia il campo sia i segreti del campo fossero noti fin dall’inizio alla popolazione locale» e che «fin dall’inizio nel villaggio ognuno sapeva che cosa accadesse al campo». Ciò si spiega con l’«amicizia stretta tra il personale del campo e gli abitanti ucraini del villaggio», che ospitavano i membri della guarnigione del campo a casa loro e lavoravano anche per loro (panificio, lavanderia, minuto mantenimento); a due abitanti di Belzec fu addirittura permesso di scattare fotografie all’interno del “campo di sterminio”! Ma non è tutto: la prima “camera a gas” fu costruita da volontari del villaggio. Tregenza spiega che «Questi operai non furono costretti a costruire il campo, ma raccomandati dall’amministrazione comunale: per il loro lavoro furono pagati profumatamente»141.

In tale contesto le leggende menzionate sopra non poterono nascere come «ombra» della realtà, ma come propaganda nera intenzionalmente falsa.

Sui tre “campi di sterminio” di Belzec, Sobibor e Treblinka rimando allo studio da me redatto insieme a Thomas Kues e Jürgen Graf I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”142.

4. Majdanek

Nel 1944, il già menzionato dott. Silberschein pubblicò un rapporto sul campo di Lublino-Majdanek in cui, tra l’altro, si dice:

«Ai vecchi e ai malati veniva ordinato [di entrare] immediatamente nella baracca nella quale si trovavano i forni. Nella prima stanza di questa era imposto loro di spogliarsi, nella seconda morivano in due minuti per asfissia. Dalla seconda stanza essi venivano trasportati ai forni. Nel sottosuolo bruciava un fuoco, il forno stesso non bruciava. Ma esso accoglieva un’aria calda a 2.000 C°. Si gettavano in esso i corpi esanimi, poi il calore rovente toglieva loro completamente gli umori e l’umidità. Così di ognuno restavano soltanto un paio di veschichette che scoppiavano per l’essiccamento. Poi degli autocarri speciali portavano i resti fuori della città in fosse preparate. Per tutto il 1942 ogni giorno migliaia di Ebrei furono condotti alla morte nella camera di gasazione»143.

Sempre nel 1944 il giornalista sovietico Costantino Simonov, che fu uno dei primi ad entrare al campo e a parlare con gli ex detenuti, presentò una particolareggiata descrizione (ovviamente basata su “testimonianze oculari”) del sistema di uccisione nella locale “camera a gas”: lo Zyklon B vi era immesso dall’esterno attraverso dei tubi! Successivamente si affermò che i tubi erano collegati a bombole di ossido di carbonio (CO), ma le due bombole ivi presenti recano inciso CO2, anidride carbonica!144.

Qui mi fermo e ricapitolo. Queste «fantasie e miti», secondo Vidal-Naquet, non sarebbero dunque esistiti «per se stessi», ma «come un’ombra proiettata dalla realtà, come un prolungamento della realtà» (p. 82).

Questa argomentazione è un’eccellente applicazione del principio metodologico «la conclusione precede le prove», che il nostro storico attribuisce ai revisionisti. In effetti, perché le testimonianze oculari relative alle “camere a vapore di Treblinka, al “cloro e alle “cantine di Sobibor, all’impianto di folgorazione, alla fabbrica di sapone e ai treni della morte di Belzec sono improvvisamente riconosciute come false dalla storiografia ufficiale, mentre le testimonianze oculari relative alle camere a gas sono considerate vere? È importante sottolineare che qui si ha a che fare con testimonianze oculari rigorosamente equivalenti riguardo all’attendibilità (o, più esattamente, all’inattendibilità) e completamente contraddittorie riguardo al contenuto, sicché solo in quanto ammette a priori l’esistenza delle camere a gas – la conclusione precede le prove! – Vidal-Naquet può parlare di «fantasie e miti» che sono «come un’ombra proiettata dalla realtà».

Ciò vale a fortiori anche per le testimonianze oculari su Auschwitz redatte prima della fine della guerra, nella trattazione delle quali Vidal-Naquet aggiunge a questo principio metodologico l’impostura pura e semplice.

Ma se proprio si deve cercare una realtà alla base di questa propaganda, essa, in modo molto più plausubile, era costituita da impianti di disinfezione e disinfestazione ad aria calda o a vapore, come ammise persino Pressac:

«Invece di una installazione omicida, bisognerebbe accettare l’ipotesi di tre stazioni di disinfestazione allestite dalla fine del 1941 all’inizio del 1942 a Belzec, Sobibor e Treblinka»145.

6. Gli argomenti di Vidal-Naquet.

Vidal-Naquet adduce vari argomenti che si trovano sparpagliati qua e là disorganicamente nel suo libro. Mettendo ordine in questo guazzabuglio, risultano le seguenti prove documentarie a favore della realtà storica dell’Olocausto, con le quali egli si illude di aver “smantellato le tesi revisioniste dell’epoca:

A) Discorsi :

1) Hitler, discorso del 30 gennaio 1939 (p. 103)

2) Himmler, discorso del 24 aprile 1943 (p. 13)

3) Himmler, discorso del 6 ottobre 1943 (p. 13)

4) Himmler, discorso del 13 dicembre 1943 (p. 22)

B) Auschwitz – testimonianze e documenti:

5) “protocolli di Auschwitz” (pp. 25 e 81)

6) diario del dott. Kremer (pp. 43-47, 109-111 e passim)

7) fonogramma dell’8 marzo 1943 (pp. 40-41)

8) Stärkemeldung (comunicazione della forza) del 18 ottobre 1944 (p. 82)

9) manoscritti di membri del Sonderkommando (p. 22)

10) Rudolf Höss (pp. 27-28)

11) Dov Paisikovic (p. 143)

12) Filip Müller (p. 143)

C) altri documenti e testimonianze

13) rapporto Korherr (p. 13)

14) protocollo di Wannsee (p. 86)

15) Adolf Eichmann (p. 30).

D) Belzec

16) Kurt Gerstein

18) Wilhelm Pfannenstiel.

Per evitare ripetizioni inutili, in questo capitolo mi occuperò principalmente degli argomenti relativi ad Auschwitz. Per gli altri temi rimando a trattazioni specifiche146.

1) I “protocolli di Auschwitz”147

Nei paragrafi precedenti ci siamo già imbattuti più volte nei cosiddetti “protocolli di Auschwitz”: è giunto il momento di rispondere a Vidal-Naquet anche su questo punto. Prima però voglio ricordare al lettore che cosa egli ha scritto su questi documenti:

«Ho sotto gli occhi, per esempio, un fascicolo particolarmente commovente pubblicato a Ginevra nel 1944 dal Congresso mondiale ebraico; contiene documenti su Auschwitz e su Treblinka (scritto Tremblinki) che servirono di base a una pubblicazione americana, del novembre 1944, a cura dell’Executive Office of the War Refugee Board. Non c’è nulla in questo fascicolo che non concordi sostanzialmente sia con i documenti dei Sonderkommando sia con le testimonianze dei capi SS» (p. 25)[corsivo mio].

«A proposito del campo di Auschwitz, per esempio, fu soltanto nell’aprile del 1944, in seguito ad alcune evasioni, che poté essere messa a punto una descrizione di prima manorivelatasi poi considerevolmente esatta – del processo di sterminio. Quei “protocolli di Auschwitz” sarebbero poi stati resi pubblici dal War Refugee Board americano solo nel novembre 1944» (p. 81)[corsivo mio].

Il chimico Pitch Bloch, per confutare gli argomenti chimici di Faurisson (vedi paragrafo 4) scrive al riguardo, con il totale avallo di Vidal-Naquet:

«Ora, si dà il caso che uno dei primi documenti scritti che ho avuto occasione di leggere sulle camere a gas – accadeva in Svizzera nel 1944, e, per un privilegio, cominciavo là, in quel periodo, i miei studi di chimica – era una descrizione abbastanza precisa del processo di gassaggio e delle precauzioni prese dopo il gassaggio (aerazione, ecc.)» (p. 59)[corsivo mio].

Prima di mostrare quale sia il valore di questi documenti e delle affermazioni di Vidal-Naquet e di Pitch Bloch, è necessario un breve inquadramento storico della questione.

Il 7 aprile 1944 due ebrei slovacchi, Walter Rosenberg, che assunse poi il nome di Rudolf Vrba, e Alfred Wetzler evasero dal campo di Birkenau e redassero qualche settimana dopo un rapporto148 su tale campo149; il 27 maggio evasero da Birkenau altri due detenuti ebrei, Czeslaw Mordowicz e Arnost Rosin, i quali redassero a loro volta un rapporto che costituiva il seguito della narrazione di Vrba e Wetzler. Nel novembre 1944 il War Refugee Board pubblicò questi rapporti con l’aggiunta della relazione di un maggiore polacco, che fu poi identificato come Jerzy Wesolowski, alias Tabeau, evaso da Auschwitz il 19 novembre 1943150. Il rapporto di Vrba e Wetzler contiene un’accurata descrizione dei crematori II e III (da essi denominati I e II) di Birkenau, illustrata da un disegno.

Ecco dunque la descrizione, che Pitch Bloch omette nella sua lunga citazione di questo rapporto (pp. 59-60):

«Attualmente a Birkenau ci sono quattro crematori in attività, due grandi, I e II, e due piccoli, III e IV. Quelli di tipo I e II constano di tre parti, cioè: (A) sala forni (furnace room); (B) grande sala (large hall); (C) camera a gas (gas chamber). Dalla sala forni si innalza un gigantesco camino intorno al quale (around which) sono raggruppati nove forni (nine furnaces) ognuno dei quali ha quattro aperture (four openings). Ogni apertura può ricevere tre cadaveri normali alla volta e dopo un’ora e mezza i corpi sono completamente bruciati. Ciò corrisponde ad una capacità quotidiana di circa 2.000 corpi (a daily capacity of about 2,000 bodies). Accanto a questa c’è una grande “sala di ricevimento” che è disposta in modo tale da dare l’impressione di uno stabilimento di bagni. Essa contiene 2.000 persone e apparentemente c’è una sala di attesa (waiting room) simile al piano inferiore. Da lì (from there) una porta e alcuni gradini (a door and a few steeps) portano giù alla camera a gas, che è molto lunga e stretta. Le pareti di questa camera sono anche camuffate con finte entrate (entries) di docce per ingannare le vittime. Il tetto è provvisto di tre botole che possono essere chiuse ermeticamente dall’esterno. Dei binari (a track) portano dalla camera a gas alla sala forni»151.

Se si esamina la pianta originale del crematorio II (valida, per inversione simmetrica, anche per il crematorio III)152, basta un’occhiata per rendersi conto che la descrizione citata è completamente inventata.

Senza scendere troppo nei dettagli, rilevo che:

a) i forni crematori della sala forni erano 5 e non 9;

b) ciascun forno aveva 3 muffole (camere di cremazione) e non 4,

c) i forni erano disposti in linea retta lungo l’asse longitudinale della sala forni, e non raggruppati a semicerchio intorno al camino;

d) il locale che è stato definito spogliatoio delle vittime (il Leichenkeller 2) si trovava nel seminterrato e non al pianterreno;

f) il locale che è stato definito camera a gas (il Leichenkeller 1) non si trovava al pianterreno, un po’ più in basso dello spogliatoio, ma nel seminterrato, sullo stesso piano di esso;

g) il locale che è stato definito camera a gas era collegato alla sala forni da un montacarichi, non già da rotaie.

Dunque, per usare di nuovo l’espressione tanto cara a Vidal-Naquet, tutto falso. Nonostante ciò questo documento, che sarebbe sfrontato considerare persino come «un’ombra proiettata dalla realtà, come un prolungamento della realtà», per Vidal-Naquet è addirittura veridico e concordante con altre fonti!

Il nostro storico dell’antichità sapeva bene quel che diceva e sapeva bene quel che faceva. Egli conosceva bene l’importanza cruciale dei “protocolli di Auschwitz” nella genesi della storia delle camere a gas omicide: se non si mentisce su questo punto, crolla l’intera impalcatura delle testimonianze.

Negli articoli “I Protocolli di Auschwitz” e la genesi del mito delle camere a gas153 e Valentina Pisanty e i “Protocolli di Auschwitz”154 ho dimostrato che i rapporti in questione sono una fantasiosa favola propagandistica inventata dal movimento di resistenza di Auschwitz addirittura all’insaputa del personale del “Sonderkommando”, perciò non è il caso di insistervi oltre.

Nella mia opera Le camere a gas di Auschwitz ho approfondito questa tematica, confutando da un lato le assurde giustificazioni di questo falso addotte da Jean-Claude Pressac e da Robert Jan van Pelt, dimostrando dall’altro l’inconsistenza della teoria fantasiosa del “terribile segreto”, che sarebbe venuto alla luce lentamente e faticosamente: fin dall’inizio, tutti – a cominciare dai detenuti (alcuni dei quali, che prestavano servizio nell’ufficio progettazione della Zentralbauleitung, disegnarono alcune piante dei crematori) e dagli operai civili (fino a 1.300!) che lavorarono costantemente al campo, sapevano tutto, perciò le assurdità dei “protocolli di Auschwitz” si possono spiegare soltanto come menzogne intenzionali155.

Riguardo a questo documento, dunque, Vidal-Naquet doveva mentire per evitare che il lettore si accorgesse che esso è falso e che il movimento di resistenza del campo di Auschwitz era una fucina di menzogne. Quanto ciò sia vero, è dimostrato dal seguente rapporto del 23 ottobre 1942:

«Secondo la relazione di un uomo SS impiegato presso le camere elettriche, il numero quotidiano di queste vittime ammonta ufficiosamente a 2.500 per notte. Sono uccise in un bagno elettrico (w lazni elektycznej) e in camere a gas»156.

La storia dello sterminio mediante elettricità, che, come abbiamo visto, fu diffusa soprattutto in relazione al campo di Belzec, fu ripresa subito dopo la liberazione di Auschwitz in un articolo di Boris Polevoi apparso su la Pravda:

«L’anno scorso, quando l’Armata Rossa ha rivelato al mondo i terribili e nauseanti segreti di Majdanek, i Tedeschi ad Auschwitz cominciarono a cancellare le tracce dei loro crimini. Spianarono le colline delle cosiddette “vecchie” fosse nella parte orientale del campo, fecero saltare in aria e distrussero le tracce del trasportatore elettrico (elektrokonvejera) dove erano state uccise con la corrente elettrica (elektriceskim tokom) centinaia di persone alla volta; i cadaveri erano deposti su un nastro trasportatore che scorreva lentamente ed erano portati in un forno a tino (shachtnuio pec’), dove i cadaveri bruciavano completamente; ma le ossa venivano cilindrate e poi utilizzate come concime per i campi»157.

Nello studio Auschwitz: 27 gennaio 1945-27 gennaio 2005 ho delineato la genesi e lo sviluppo delle storie assurde che circolarono su Auschwitz durante la guerra e che ben lungi dall’essere “ombre” della realtà si rivelarono alla fine per quello che erano: fantasie e miti158.

Un’ultima osservazione su Filip Müller, uno dei testimoni citati da Pierre Vidal-Naquet (p. 144). Come ho dimostrato altrove159, questo sedicente testimone oculare, nella descrizione delle gasazioni omicide del suo memoriale – redatto nel 1979 – ha plagiato sfrontatamente Miklos Nyiszli e Kurt Gerstein160. Ecco un esempio significativo relativo alla tragica scena della gasazione nel crematorio II di Birkenau:

Filip Müller:

«Quando i cristalli di Zyklon B entravano in contatto con l’aria, si sviluppava il gas letale, che si diffondeva dapprima all’altezza del pavimento e poi saliva sempre più in alto. Perciò i più grossi e i più forti stavano in cima al mucchio di cadaveri, mentre sotto c’erano soprattutto bambini, vecchi e deboli. In mezzo si trovavano per lo più uomini e donne di mezza età. Senza dubbio coloro che stavano sopra, nella loro angoscia mortale panica, erano saliti sopra a coloro che erano già sul pavimento perché avevano la forza per farlo e forse perché si erano anche accorti che il gas letale si diffondeva dal basso verso l’alto»161.

Miklos Nyiszli:

«Si presenta uno spettacolo orrendo: i cadaveri non sono sparpagliati nel locale, ma sono ammucchiati gli uni sugli altri. Ciò è facilmente spiegabile: lo Cyklon gettato dall’esterno sviluppa i suoi gas letali inizialmente all’altezza del pavimento. Solo a poco a poco esso raggiunge gli strati d’aria più alti. Perciò gli sventurati si calpestano reciprocamente, gli uni si arrampicano sugli altri. Quanto più stanno in alto, tanto più tardi li raggiunge il gas»162.

Nyiszli inventò questa scena sul presupposto, errato, che lo Zyklon B fosse «cloro in forma granulosa»163 e il cloro gasoso ha una densità di 2,44 rispetto all’aria164, perciò, in una eventuale camera a gas, esso salirebbe appunto dal basso verso l’alto; ma l’acido cianidrico gasoso ha una densità di 0,94165, dunque è più leggero dell’aria, perciò ha una grande capacità di diffusione e tende a salire rapidamente in alto166, proprio dove, secondo Nyiszli, le vittime, con lotta affannosa, cercavano di ritardare la loro morte, ma sarebbero invece morte prima delle altre.

Vidal-Naquet era ben al corrente di questa assurdità, perché Wellers, la sua fonte primaria, fin dal 1983 aveva scritto che «i vapori di acido cianidrico, essendo più leggeri dell’aria, vanno in alto nell’atmosfera»167, perciò, se mai, la presunta camera a gas si sarebbe saturata dall’alto verso il basso, non dal basso verso l’alto. Da ciò Wellers trasse la conclusione contraria, ma non meno assurda, di quella di Nyiszli, che i vapori di acido cianidrico si accumulavano «verso il soffitto, al di sopra dell’altezza di un uomo inclinato verso il suolo mentre lavora», che dunque sarebbe rimasto illeso!168.

2) I manoscritti del Sonderkommando.

Vidal-Naquet rileva al riguardo che

«Faurisson si limita a prendere in giro (Le Monde del 16 gennaio 1979; Vérité, p. 110) i “manoscritti – miracolosamente – ritrovati” di cui non tenta nemmeno di dimostrare la non autenticità” (p. 22).

La pretesa di Vidal-Naquet è veramente incredibile. I manoscritti in questione sono costituiti dai seguenti documenti:

1) un taccuino di 91 pagine in yiddish e una lettera parimenti in yiddish firmati Zalman Gradowski dissotterrati dai Sovietici nell’area del crematorio II di Birkenau il 5 marzo 1945169;

2) un quaderno in yiddish anonimo (attribuito da Ber Mark a Leib Langfus), dissotterrato nell’area del crematorio II nel 1952170;

3) un manoscritto in yiddish firmato Zalman Lewental dissotterrato nell’area del crematorio II il 28 luglio 1961171.

4) un manoscritto di 26 pagine in yiddish firmato Zalman Lewental e un altro, parimenti in yiddish, anonimo, dissotterrati nell’area del crematorio II il 17 ottobre 1962172.

Questi documenti, ai quali Vidal-Naquet attribuisce tanta importanza, furono pubblicati per la prima volta nel 1972173, esattamente 27 anni dopo il primo ritrovamento, 20 anni dopo il secondo, 11 anni dopo il terzo e 10 anni dopo il quarto! Se a ciò si aggiunge che i testi decifrati e tradotti sono scritti in jiddisch e sono parzialmente rovinati, l’ironia di Faurisson non è del tutto fuori luogo, ed appare chiara anche l’insensatezza della pretesa di Vidal-Naquet: uno afferma di aver trovato dieci o venti anni prima un manoscritto in jiddisch, un altro afferma di averlo decifrato e tradotto, un altro ancora pubblica dei testi che afferma essere gli stessi ritrovati dieci o venti anni prima, ma il compito di dimostrare l’autenticità di questi testi non spetta a chi li pubblica, bensì a chi li legge!

In una pubblicazione polacca appare la fotografia del primo ritrovamento: una piccola buca in fondo alla quale giace un contenitore metallico; il diametro della buca è appena un po’ più grande del contenitore174: un ritrovamento veramente miracoloso!175 Questa pubblicazione riporta inoltre una fotografia del 1945 dei manoscritti racchiusi nel contenitore in questione e un’altra fotografia, del 1962, del manoscritto di Z. Lewental176: questi manoscritti appaiono in condizioni tali che, per la ricostruzione del testo, decifrazione è un termine ancora eufemistico.

Che questi manoscritti siano stati sotterrati sembra certo, da chi e quando siano stati sotterrati resta una questione insoluta.

Veniamo ora al contenuto dei manoscritti. Vidal-Naquet afferma che essi

«danno una descrizione precisa e in accordo con notizie da altra fonte sul funzionamento delle camere a gas» (p. 22).

C’è da chiedersi se egli abbia mai letto questi scritti. La cosa che più colpisce in essi è una stonatura radicale che appare in tutti indistintamente: questi documenti sarebbero stati redatti da membri del Sonderkommando per la storia, per informare il mondo degli orrori della “fabbrica della morte” di Birkenau; ora, che cosa contengono questi documenti? Piante dei crematori e delle camere a gas? Descrizione della struttura e del funzionamento delle camere a gas? Descrizione della struttura e del funzionamento dei forni crematori? Liste numeriche dei barattoli di Zyklon B usati per le gasazioni? Liste dei convogli di Ebrei gasati? Liste numeriche delle persone gasate? Liste numeriche dei cadaveri cremati? Liste nominative dei membri del Sonderkommando? Liste nominative del personale SS dei crematori?

Niente di tutto questo. Le informazioni sulle camere a gas e le gasazioni sono in essi talmente scarne e vaghe che non solo non apportano conoscenze nuove al riguardo, ma, senza le conoscenze già acquisite sulle presunte gasazioni omicide, risulterebbero addirittura incomprensibili: per fare un esempio, nei manoscritti non viene mai nominato né lo Zyklon B né l’acido cianidrico! Inoltre in essi non viene neppure detto esplicitamente che le presunte camere a gas omicide – che sono chiamate genericamente “bunker” – si trovavano all’interno dei crematori!

Nei Manoscritti del Sonderkommando la storia dello sterminio appare come uno sfondo sbiadito davanti al quale sfilano i racconti edificanti di una puerile haggadah olocaustica. Come esempio adduco qualche perla letteraria.

Alla fine del 1943 un gruppo di Polacchi e un gruppo di Ebrei olandesi furono condotti al “bunker” (quale?) per essere gasati; prima di morire, i Polacchi cantarono l’inno nazionale, gli Ebrei la Hatikva, poi i due gruppi insieme intonarono l’ Internazionale!177

Alla fine del 1943 giunsero ad Auschwitz dei bambini destinati alla gasazione. Durante la svestizione (non è specificato dove) un bambino di sette anni rimbrottò così un uomo del Sonderkommando:

«Ma anche tu sei ebreo! Come puoi gasare dei bambini? Per restare in vita? La vita tra questa banda di assassini ti è più cara della morte di tante vittime?»!178

Un’ultima perla.

«Inizio del 1943. Il bunker era pieno fino a scoppiare. Un bimbetto era rimasto fuori. Un Unterscharführer gli si avvicinò per abbatterlo con il suo manganello. Il sangue colò da tutte le parti. Improvvisamente il bimbetto, disteso esanime, si alzò e si immobilizzò, contemplando pacatamente con i suoi occhi di fanciullo il suo assassino. La SS scoppiò in una risata ignobile, estrasse la pistola e l’abbatté!»179

Non mancano neppure le menzogne spudorate. Per esempio, nella lettera firmata Zalman Gradowski e datata 6 settembre 1944 si legge:

«Davanti ai miei occhi periscono attualmente decine di migliaia di Ebrei della Cecoslovacchia»180,

ma, secondo il Kalendarium di Auschwitz, l’ultimo trasporto dalla Cecoslovacchia prima del 6 settembre 1944 era arrivato il 7 ottobre 1943! Ecco un’altra chicca:

«Un colpo sulla testa e si cade morti stecchiti. Questa è, in generale, la vita del campo. Ogni giorno, migliaia di detenuti abbattuti, senza alcuna esagerazione, veramente migliaia e spesso giustiziati proprio per mano di altri detenuti»181 .

Dunque le vittime dei manganelli dei capò erano di gran lunga più numerose di quelle delle camere a gas!

Il manoscritto firmato Zalman Lewental parla inoltre della cremazione di «un mezzo milione di Ebrei ungheresi»182, circa 179.000 più di quelli che giunsero ad Auschwitz!183

L’evacuazione del campo nell’autunno del 1944 è considerata nello stesso manoscritto sinonimo di massacro:

«Inoltre, non si nascondeva che la fase di liquidazione del campo era cominciata, col trasporto quotidiano di trasporti di Ebrei per ferrovia, non lontano da qui, per massacrarli, come ne avemmo le prove controllate, irrefutabili»184.

C’era forse un altro campo di sterminio vicino a Birkenau?

La descrizione della rivolta del Sonderkommando è in contraddizione con la versione ufficiale (essa stessa creata sulla base di versioni contraddittorie); Ber Mark riconosce questo fatto, ma cerca di minimizzarlo scrivendo che essa «per certi dettagli, differisce da quella che abbiamo dato nel capitolo precedente»185.

Nello scritto Sadismo. Nel 1940-1941 relativo a Belzec si legge:

«Più tardi, quando i Tedeschi furono penetrati profondamente in Russia, vennero costruite nella foresta otto grandi baracche nelle quali si installarono tavoli e panche; là gli Ebrei di Lublino, di Lemberg e di altre circoscrizioni furono ammassati e folgorati»186 .

Naturalmente tutte le informazioni furono fornite dai soliti testimoni oculari che, non si sa come né perché, invece di essere a loro volta “folgorati” a Belzec, erano diventati membri del Sonderkommando dei crematori di Birkenau!187.

Nella nota datata 26 novembre 1944 si legge:

«Il 14 ottobre 1944 è iniziata la demolizione delle pareti del crematorio 3» 188.

Ma questo crematorio (il crematorio IV secondo la denominazione usuale) era stato distrutto nella rivolta del Sonderkommando!189.

Nel manoscritto firmato Zalman Lewental si rileva che «la costruzione dei crematori 3 e 4 [= IV e V] segnò una nuova tappa» nella vita degli uomini del Sonderkommando190 (dopo le presunte gasazioni nelle due casette chiamate dopo la guerra Bunker 1 e 2), come se fossero stati i primi crematori ad entrare in funzione191.

In conclusione, i manoscritti del Sonderkommando non solo non dimostrano nulla, ma hanno essi stessi bisogno di dimostrazione.

Prima di passare ad un altro argomento, voglio citare due documenti che ho rinvenuto a Mosca sulla brutalità dei detenuti che rivestivano incarichi di comando, la quale, si racconta, era non solo tollerata, ma addirittura incoraggiata dalle SS. Come si è visto, secondo il manoscritto firmato Zalman Lewental, questi detenuti uccidevano ogni giorno migliaia di loro confratelli.

Si tratta di due comunicazioni dell’ SS-Standortarzt (medico della guarnigione SS) allo Schutzhaftlagerführer (capo del campo di cistodia preventiva) di Auschwitz. La prima, datata 30 giugno 1943, concerne i maltrattamenti inflitti da un Blockältester (capo blocco) al detenuto Jaroslaus Murka (Z-4684); la seconda, datata 6 luglio 1943, riguarda il detenuto Richard Jedrzejkiewicz (115385), anch’egli picchiato da un Blockältester. Entrambe le comunicazioni furono redatte su informazione del Lagerarzt (medico del campo) al ricovero dei suddetti detenuti all’Häftlingskrankenbau (ospedale dei detenuti) ed entrambi si concludono con questa formula:

«Der SS-Standortarzt Auschwitz bittet um Untersuchung und Bestrafung der Schuldigen» [L’SSStandortarzt di Auschwitz prega di indagare e di punire il colpevole].

Il riferimento dell’intestazione mostra che esistevano atti specifici di cui questi documenti facevano parte, sicché essi rientravano nella prassi ordinaria del campo.

Per una trattazione dettagliata di questo tema rinvio ad un mio studio in cui, tra l’altro, ho confutato su base documentaria la leggenda della brutalità legalizzata delle SS ad Auschwitz192.

3) Il diario del dott. Kremer

Riguardo a questo documento, Vidal-Naquet dichiara:

«Il diario di Johan Paul Kremer, medico delle SS, che esercitò a Auschwitz dal 30 agosto al 18 novembre 1942, non è certo “l’argomento supremo dei sostenitori della realtà delle camere a gas” (come sostengono gli editori di Faurisson); ma è un documento importante, diretto, autentico, su quel periodo relativamente antico della storia dello sterminio ad Auschwitz» (p.109).

Tuttavia, per Vidal-Naquet questo documento è tanto importante che gli dedica ben sette pagine del suo libro, giungendo alle seguenti conclusioni:

«1. Non c’è un solo passo nel Diario in cui Kremer parli del tifo in rapporto alle “azioni speciali”.

2. Non si capisce perché il tifo dovrebbe coincidere obbligatoriamente con degli arrivi dall’esterno (c’era allora un epidemia di tifo in Olanda?).

3. Non si capisce perché un’esecuzione, scena banale per Kremer, assuma ad un tratto, a proposito di un’azione speciale, un carattere tragico.

4. Che Auschwitz sia stato il Lager der Vernichtung non ha alcun rapporto con le epidemie di tifo. In realtà, Faurisson, così ansioso dell’esattezza in materia di traduzione, non si è accorto che Kremer non usa, per il tifo, il verbo vernichten; scrive il 3 ottobre: “A Auschwitz, strade intere sono abbattute dal tifo” (In Auschwitz liegen ganze Strassenzüge an Typhus darnieder). La differenza del verbo (darniederliegen invece di vernichten) è significativa, e Faurisson s’è lasciato ingannare dalla traduzione dell’editore polacco. Infine, argomento che ricordo per mostrare come Faurisson legge i testi, è falso che Kremer abbia avuto il tifo e che quella che chiama la malattia di Auschwitz sia il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4 settembre e il 14 settembre mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una diarrea con una febbre moderata (37,8 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato contro due forme di tifo: esantematico e addominale. L’interpretazione di Faurisson non è dunque accettabile, e con essa viene distrutta la spiegazione della mortalità di Auschwitz dovuta al tifo, cara a quei revisionisti che, come Butz, volevano tuttavia ammettere che ad Auschwitz si moriva molto. Bisogna tornare alle notizie fornite dagli archivi del campo ed alle confessioni di Kremer, e cioè al fatto che le “azioni speciali” corrispondevano agli arrivi dei convogli dei deportati (di regola debitamente registrati negli archivi del campo), che i deportati non immatricolati nel campo erano gassati nei bunker di Birkenau (piccole case situate nella foresta), che malati del campo (specialmente i malati di tifo) e “musulmani” e “musulmane” erano anch’essi gassati, e che accadevano talvolta, come avvenne il 18 ottobre, con quelle tre olandesi “giovani e in buona salute” che “non volevano entrare nella camera a gas e che piangevano per conservare la vita” e che furono fucilate, scene che turbavano l’ordine SS.

Quando Kremer parla del campo di sterminio, non fa, è vero, riferimento ad un concetto giuridico-amministrativo, che non figura, anche questo è vero, sulle tavole ufficiali del Terzo Reich, parlava semplicemente di quel che vedeva. Sul piano che gli è caro, quello dell’esattezza filologica, della traduzione corretta, l’interpretazione di Faurisson è un controsenso; sul piano della morale intellettuale e della probità scientifica, è un falso (pp. 47-48)».

Va premesso che le critiche di Vidal-Naquet si rivolgono ad un breve articolo di Faurisson pubblicato da Le Monde in diritto di risposta il 16 gennaio 1979 che contiene una ventina di righe sul diario di Kremer193. Successivamente Faurisson redasse su tale tema uno studio molto dettagliato di oltre 90 pagine194, che Vidal-Naquet, con grande arroganza, liquidò così:

«Il libro pubblicato in seguito da Faurisson (e annunciato sopra, nota 91) Mèmoire en défence. Contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz [sic] Paris, La Vielle Taupe, 1980, non aggiunge nulla che mi obblighi a modificare il mio giudizio. Invece di un falso di poche righe, abbiamo un falso di 280 pagine» (p. 148, nota 103).

Nulla infatti poteva intaccare il suo pregiudizio.

La tesi di Vidal-Naquet è che le quindici Sonderaktionen (azioni speciali) menzionate dal dott. Kremer nel suo diario sono delle gasazioni omicide.

Le annotazioni del diario del dott. Kremer non possono essere chiarite semplicemente su base filologica, ma richiedono il necessario inquadramento storico.

Su questo tragico periodo della storia del campo di Auschwitz, Danuta Czech scrive:

«Già verso la fine di marzo esso [il tifo esantematico] si manifestò nel campo maschile BIb di Birkenau, recentemente creato, e in maggio si notarono parecchi casi nel campo principale. L’epidemia di tifo esantematico abbracciò il KL Auschwitz nel mese di luglio del 1942. […].

Poiché l’epidemia continuava a propagarsi, Höss fu costretto a ordinare l’isolamento totale del campo (vollständige Lagersperre) […].

L’epidemia di tifo esantematico portò via un grandissimo numero di prigionieri (la cifra esatta non è nota). Soltanto nel luglio 1942, nel campo principale e nella sua succursale di Birkenau, morirono 3.779 prigionieri maschi. Dunque la loro mortalità giornaliera era di circa 122 persone. Probabilmente essa non era minore presso le prigioniere»195.

L’isolamento totale del campo summenzionato fu disposto da Höss nello Standortbefehl (ordine della guarnigione) n. 19/42 del 23 luglio 1942 «infolge Flecktyphus», «a causa del tifo petecchiale»196, il che dimostra che la vera malattia di Auschwitz, quella più grave, era appunto il tifo petecchiale. Kremer stesso in data 10 ottobre scrive:

«Ancora sempre casi di tifo petecchiale e di tifo addominale. L’isolamento [Lagersperre] continua»197.

Gli Sterbebücher di Auschwitz rivelano tutto l’orrore di questo periodo: nei mesi più tragici – agosto e settembre 1942 – morirono oltre 10.000 detenuti, con una media di quasi 280 decessi al giorno per la prima quindicina di settembre198.

È certo vero che nei certificati dei decessi la causa della morte specifica di Fleckfieber (febbre petecchiale) ricorre solo 1.608 volte (su 68.864 decessi), ma è anche vero che la gran parte dei malati morì per complicanze causate dal tifo, registrate con altre cause di morte199. Kremer stesso rileva in data 13 ottobre che l’SSSturmbannführer Joachin Cäsar [Caesar] si era ammalato di tifo e che sua moglie ne era morta pochi giorni prima.

In questa tragica situazione, è davvero tanto strano che, il 2 settembre, il dott. Kremer abbia definito il campo di Auschwitz Lager der Vernichtung (campo dell’annientamento)?200. Forse che il tifo esantematico non annientava i detenuti a causa della ragione filologica addotta da Pierre Vidal-Naquet?

Ma anche dal punto di vista filologico va osservato che l’annotazione di Kremer che parla di Lager der Vernichtung menziona anche l’inferno dantesco:

«2 Settembre.

Per la prima volta fuori alle 3 del mattino presente ad una azione speciale. Al confronto, l’Inferno di Dante mi sembra quasi come una commedia. Non per niente Auschwitz viene chiamato il Campo dello Sterminio”. (Zum 1. Male draussen um 3 Uhr früh bei einer Sonderaktion zugegen. Im Vergleich hierzu erscheint mir das Dante’sche Inferno fast wie eine Komödie. Umsonst wird Auschwitz nicht das Lager der Vernichtung genannt!)»201.

Ora proprio Faurisson ha citato una lettera di Kremer datata 21 ottobre 1942 che dice:

«A dire il vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto di poter essere di nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di volgere così le spalle definitivamente a questo inferno di Auschwitz, dove oltre al tifo petecchiale ecc. ora appare anche il tifo» (Definitiven Bescheid habe ich allerdings noch nicht erwarte jedoch, dass ich vor dem 1. Dezember wieder in Münster sein kann und so endgültig dieser Hölle Auschwitz den Rücken gekehrt habe, wo ausser Fleck usw. sich nunmehr auch der Typhus mächtig bemerkbar macht...)202.

Dunque l’ “Inferno” di Auschwitz aveva una inequivocabile relazione con il tifo e le altre malattie che imperversavano al campo; esso aveva inoltre una indubbia relazione coll’“Inferno di Dante” summenzionato, che era a sua volta in rapporto con il Lager der Vernichtung, perciò anche questo era connesso al tifo e alle altre malattie.

È vero che «non c’è un solo passo del Diario in cui Kremer parli del tifo in rapporto con le “azioni speciali”», ma è anche vero che non c’è un solo passo in cui Kremer parli delle gasazioni omicide in rapporto ad esse, come Vidal-Naquet ammette esplicitamente:

«A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio semi-cifrato, quello che dominava nel campo in seno all’amministrazione SS. Non parla di gassazioni, ma di “azioni speciali”» (p. 109).

Ma, obietta Vidal-Naquet, al processo della guarnigione del campo di Auschwitz (svoltosi a Cracovia dal 25 novembre al 16 dicembre 1947) il dott. Kremer ammise che Sonderaktion significava gasazione omicida. È vero, ma che poteva fare il pover’uomo, atteso che una tale identificazione era già stata fissata come “verità” indiscutibile al processo Höss?203. L’imputato non poteva che prenderne atto e ammetterla. Così infatti riuscì a sfuggire alla forca: egli fu condannato a morte il 22 dicembre 1947, ma il 24 gennaio 1948 fu graziato e la pena fu commutata nel carcere a vita; il 9 gennaio 1958 fu graziato di nuovo e il giorno dopo rimesso in libertà.

Nella motivazione dell’atto di accusa del processo summenzionato i magistrati polacchi, riprendendo l’insensata perizia tecnica presentata dal prof. Roman Dawidowski al processo Höss204, osarono scrivere:

«La produttività delle camere a gas di Oswiecim [Auschwitz] giunse a 60.000 [sessantamila] gasati al giorno. L’assorbimento dei forni crematori era molto inferiore. Solo dopo lo scavo delle fosse si ottennero in media 18.000 cadaveri cremati al giorno»205.

Con ciò rispondo anche all’ironia di Vidal-Naquet riguardo al «carattere staliniano della Polonia del 1945» (p. 143). Tra l’altro, proprio in virtù di questo carattere staliniano, il Museo di Auschwitz si attenne al mito dei 4 milioni fino al crollo dell’Unione Sovietica, sebbene avesse tutti gli strumenti per confutarlo, cosa che Franciszek Piper fece solo nel 1990206.

Prima di esaminare la “confessione” del dott. Kremer, è opportuno precisarne gli antefatti, che la sentenza del tribunale di Münster del 29 novembre 1960 descrisse così:

«Alla fine della guerra l’imputato viveva a Münster. Il 12 agosto 1945 egli fu internato in un campo dalla potenza di occupazione britannica come membro delle SS e poi trasferito al campo di Neuengamme. Nel corso degli interrogatori eseguiti nei campi si seppe che l’imputato aveva lavorato nel campo di concentramento di Auschwitz. Inoltre in casa dell’imputato fu trovato da mebri [dell’autorità] di occupazione il suo diario su quel periodo. A causa delle accuse che ne risultarono, alla fine del 1946 l’imputato fu estradato in Polonia»207.

Il 18 luglio 1947, interrogato dal giudice istruttore Jan Sehn, Kremer rese una deposizione che fu trascritta in polacco208, indi questo testo gli fu tradotto in tedesco ed egli lo approvò apponendovi la sua firma209. In questa deposizione egli dichiarò che Sonderaktion significava gasazione e che queste gasazioni avvenivano «in piccole casette situate fuori del campo nel bosco. Le SS le chiamavano nel loro gergo Bunker»210.

Al riguardo va sommariamente rilevato quanto segue:

1. Non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli archivi di Mosca211 vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione del campo, dai crematori alle stalle.

2. I rapporti del movimento di resistenza di Auschwitz su questi Bunker, redatti durante la guerra, sono in totale contrasto con la versione attuale. In questi documenti non vengono mai menzionati né il termine Bunker – cosa alquanto singolare, se è vero che esso apparteneva al gergo delle SS – né il termine Zyklon B. In realtà il termine “Bunker”, per indicare le due case coloniche in questione, non appare non solo nella documentazione tedesca, non solo nei rapporti del movimento di resistenza del campo, ma neppure nelle perizie della Commissione di inchiesta sovietica su Auschwitz, né negli interrogatori sovietici di testimoni fondamentali come Szlama Dragon: tutti si riferirono a tali case coloniche come «gazovie kameri», camere a gas. Il termine “Bunker” apparve per la prima volta il 16 aprile 1945 nell’interrogatorio di Stanislaw Jankowski212.

Nel primo dei rapporti summenzionati – una “Lettera scritta dal campo di Oswiecim” in data 29 agosto 1942, si legge:

«Le più terribili sono le esecuzioni in massa mediante gas in camere costruite appositamente a questo scopo. Ce ne sono due e possono contenere 1.200 persone. Vi sono installati bagni con docce, dalle quali, purtroppo, invece dell’acqua esce gas (zamiast wody wydobywa się gaz). […]. La morte subentra per soffocamento (przez uduszenie), perché il sangue prorompe dal naso e dalla bocca»213.

Un rapporto relativo al periodo 26 agosto-10 settembre 1942 dichiara.

«Si decise perciò di costruire 5 nuove camere a Brzezinka [Birkenau], che dista 7 km dal campo. Queste camere sono 5 edifici (5 budynków) senza finestre, con porte doppie fissate con bulloni e con installazioni di introduzione del gas e di ventilazione; ogni edificio è previsto per 700 persone»214.

Secondo la versione ufficiale attuale, le casette trasformate in camere a gas erano due e non cinque; esse erano prive di installazioni di ventilazione e anche di introduzione del gas, a meno che le finestrelle di introduzione dello Zyklon B possano definirsi una “installazione (instalacja); nelle presunte camere a gas non esistevano bagni con docce, né il gas usciva dalle docce – fantasia cara a molta memorialistica dell’immediato dopoguerra – ma si sviluppava dallo Zyklon B versato nei locali; infine, le vittime morivano per avvelenamento da acido cianidrico, non già per soffocamento causato dal sangue215.

Ciò che è importante rilevare, è il fatto che i rapporti del movimento di resistenza di Auschwitz, essendo i due Bunker situati in luoghi isolati al di fuori del campo, si dovevano basare necessariamente su testimoni oculari, che non potevano essere che i membri del Sonderkommando, quegli stessi testimoni le cui dichiarazioni – rese dopo la fine della guerra – gli storici olocaustici hanno assunto come base per costruire la storia dei Bunker. Anche in questo caso, dunque, se non si vuole affermare che questi testimoni hanno mentito nel 1942, bisogna concludere che anche la storia dei Bunker fu creata dal movimento di resistenza del campo. Nel dopoguerra alcuni sedicenti testimoni oculari aggiunsero a questa storia il termine Bunker e il riferimento allo Zyklon B, redigendo rapporti che, per il resto, sono tutti in contraddizione reciproca su tutti i punti essenziali.

Nel libro The Bunker of Auschwitz. Black Propaganda versus History216 ho dimostrato che i “Bunker” non sono mai esistiti come installazioni di gasazione e ho descritto come nacque e come si sviluppò questa storia propagandistica.

3. In un solo caso (annotazione del 12 ottobre) il dott. Kremer menziona il termine Bunker : «Ciò nonostante ho assistito, di notte, ancora ad un’azione speciale su persone provenienti dall’Olanda (1.600 persone). Scene spaventose davanti all’ultimo bunker! Era la decima azione speciale» (p. 45). Questo Bunker è uno dei due presunti Bunker-camere a gas omicide di cui si è parlato? Se fosse così, che cosa significherebbe – sul piano dell’esattezza filologica tanto cara a Vidal-Naquet – «ultimo Bunker»? Le casette ribattezzate Bunker erano solo due e, per di più, distavano in linea d’aria l’una dall’altra circa 650 metri: che senso ha dunque parlare di «ultimo Bunker»?

4. L’annotazione del 18 ottobre 1942 parla di «grässliche Szenen bei drei Frauen, die ums nackte Überleben flehen» (scene terribili con tre donne che piangevano soltanto per la semplice sopravvivenza)217. Se si accetta la spiegazione fornita dal dott. Kremer nell’interrogatorio del 18 luglio 1947, che cioè «tre donne dell’Olanda non volevano entrare nella camera a gas (do komory gazowej)218 e furono perciò fucilate sul posto»219 , bisognerebbe credere che, dei 1.594 Ebrei olandesi presuntamente gasati il 18 ottobre 1942220, 3 non vollero entrare nella camera a gas, mentre gli altri 1.591 vi entrarono senza battere ciglio, senza lamentarsi e senza piangere! Ciò sarebbe ancor più sorprendente in quanto il più grande dei due Bunker aveva una superficie utile di circa 105 metri quadrati221, sicché questa gente avrebbe dovuto accalcarsi nelle camere a gas con una densità di 15 persone per metro quadrato! Ma, secondo il dottor Kremer, questi 1.594 Ebrei entrarono tranquillamente nelle camere a gas come bestie al macello, tranne tre donne!

Nell’interrogatorio summenzionato Kremer specificò che queste tre donne olandesi erano «giovani e in buona salute» (młode, zdrowe)222, ma, nonostante ciò, erano state selezionate per le “camere a gas”, il che è in aperto contrasto con uno dei cardini della Vulgata olocaustica: i detenuti giovani e in buona salute venivano immatricolate e inviate al lavoro, non alle “camere a gas”223.

L’annotazione del 12 ottobre 1942 dice:

«Seconda vaccinazione contro il tifo, poi la sera forte reazione generale (febbre). Nonostante ciò durante la notte [sono stato presente] ad un’altra azione speciale dall’Olanda (1.600 persone). Scene spaventose davanti all’ultimo Bunker! Era la decima azione speciale (Hössler)». [2. Schutzimpfung gegen Typhus; danach abends starke Allgemeinreaktion (Fieber). Trotzdem in der Nacht noch bei einer Sonderaktion aus Holland (1600 Personen). Schauerliche Scene vor dem letzen Bunker! Das war die 10. Sonderaktion. (Hössler)]224,

A commento Kremer dichiarò:

«…Furono gasati circa 1600 Olandesi. […]. L’ufficiale SS Hössler dirigeva questa azione. Ricordo che egli aveva tentato di far entrare l’intero gruppo nel Bunker. C’era riuscito, tranne per un solo uomo che era stato assolutamente impossibile far entrare in questo Bunker. Hössler uccise quest’uomo con un colpo di pistola. Perciò nel mio diario ho descritto le scene orribili che si erano svolte davanti all’ultimo Bunker e ho menzionato il nome di Hössler»225.

Questa spiegazione è ancora più forzata di quella esaminata sopra. Su circa 1.600 persone, solo un uomo sarebbe rimasto fuori del Bunker per mancanza di spazio! Quanto a Hössler, nella relativa nota gli editori polacchi del diario di Kremer, ricercatori del Museo di Auschwitz, informano che egli era «allora Schutzhaftlagerführer (capo del campo di custodia preventiva) del campo femminile di Birkenau»226 e in tale funzione avrebbe certo potuto dirigere questa presunta azione di sterminio. Ma proprio una pubblicazione del Museo di Auschwitz, la storia ufficiale del campo, ci dice che all’epoca Hössler svolgeva tutt’altra la funzione, quella di capo del servizio lavorativo dei detenuti (Arbeitsdienstführer) e solo nell’agosto 1943 divenne Lagerführer del campo femminile di Birkenau227. In virtù di tale incarico, egli poteva occuparsi della selezione dei deportati abili al lavoro, non certo della loro uccisione. La spiegazione di Kremer è dunque falsa.

Per concludere questo argomento, il diario del dott. Kremer dimostra la realtà di una sterminio ad Auschwitz mediante camere a gas soltanto se si presuppone che ad Auschwitz fosse in atto un sterminio mediante camere a gas, ossia soltanto se «la conclusione precede le prove».

Nel libro “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato228 ho analizzato in dettaglio la questione e ho proposto una interpretazione diversa da quella di Faurisson229.

Per quanto riguarda il significato del termine Sonderaktion, in questo libro ho esaminato i documenti tedeschi di Auschwitz in cui appare questo termine, mostrando che esso non ha mai alcun riferimento con gasazioni omicide o con altri tipi di uccisioni230.

Un caso di significato affatto innocuo era già segnalato da Pressac:

«Uno sciopero spontaneo sarebbe iniziato [a Birkenau!] il 17 [dicembre 1942], determinando l’intervento della Gestapo del campo (la Sezione politica) per sedare quel moto, intervento che ricevette la designazione di “operazione speciale per ragioni di sicurezza” (Sonderaktion aus Sicherheitsgründen). I civili sarebbero stati sottoposti dalle SS politiche a degli interrogatori, per sapere che cosa avesse provocato il loro rifiuto al lavoro»231.

Il documento cui si riferisce Pressac parla di «eine Sonderaktion der Gestapo bei sämtlichen Zivilarbeiten» (un’azione speciale della Gestapo in relazione a tutti gli operai civili).232

Il termine si applicava tra l’altro alla costruzione di impianti sanitari, all’internamento dei trasporti ebraici, al trasporto e immagazzinamento dei loro effetti personali.

Ho approfondito ulteriormente la questione nello studio Le origini delle “camere a gas” di Auschwitz. Vecchi e nuovi documenti233, che tratta anche della “Sonderbehandlung”.

4) La Sonderbehandlung

Vidal-Naquet scrive a questo riguardo:

«Ecco, ad esempio, un telegramma indirizzato da Auschwitz all’amministrazione economica centrale del campo a Oranienburg, dell’ 8 marzo 1943. Il documento enumera diversi convogli; come ad esempio questo: “Trasporto da Breslau, arrivato il 5.3.43. Totale: 1.405 ebrei. Messi al lavoro 406 uomini (officina Buna) e 190 donne. Sono stati sottoposti al trattamento speciale (sonderbehandelt wurden) 125 uomini e 684 donne e bambini”. L’addizione è esatta. Chi oserà dire che queste persone sono state condotte in un campo di riposo?» (pp. 40-41).

A favore della sua interpretazione, Vidal-Naquet cita un altro documento:

«Ad esempio, conosciamo la statistica redatta il 18 ottobre 1944 nel campo femminile di Birkenau, che annovera come altrettante “partenze”, che diminuivano gli effettivi del campo, morte naturale, transito e “trattamento speciale” – espressione quest’ultima che, come fu decifrato in seguito, indicava l’esecuzione nelle camere a gas» (p. 82).

Come ho già rilevato, la presunta identità tra “trattamento speciale” ed “esecuzione nelle camere a gas” non è una decifrazione, ma una mera ipotesi postulata nel 1945 dal giudice polacco Jan Sehn. In realtà questa ipotesi, per quanto riguarda Auschwitz, è completamente infondata, come ho dimostrato nel mio studio specifico già menzionato sulla base di una ricca documentazione, in parte anche ignota agli specialisti. Basti solo dire il piano di costruzione di Auschwitz del 28 ottobre 1942 menziona un impianto di disinfestazione (Entwesungsanlage) di 1.000 m2 «für Sonderbehandlung» dotato di «impianto di riscaldamento, docce e impianto di disinfezione» (Heiz-, Brause- u. Desinfektionsanlage)234, e un altro Entwesungsanlage, più piccolo (262,84 m2 ) destinato alla truppa di guardia (für die Wachtruppe)235: chi oserà dire che questo impianto serviva per lo sterminio dei deportati?

Nel mio studio ho inoltre riportato nel loro contesto storico e spiegato il significato di documenti come quello citato da Vidal-Naquet; in estrema sintesi, i detenuti inabili al lavoro non restavano ad Auschwitz, ma proseguivano il loro viaggio all’Est nel quadro di quella che il ministro Albert Speer nel settembre 1942 aveva definito “Ostwanderung”, migrazione all’Est, il cui flusso passava per Auschwitz come centro di raccolta di manodopera schiavistica:

«Gli Ebrei abili al lavoro destinati alla migrazione all’Est interromperanno dunque il loro viaggio e dovranno eseguire lavori nell’ambito degli armamenti»,

il che sottintende che gli Ebrei inabili al lavoro avrebbero continuato il loro viaggio verso l’Est236.

Sulla «statistica redatta il 18 ottobre 1944 nel campo femminile di Birkenau» invocata da Vidal-Naquet, mi sono già soffermato sopra.

Eccoci finalmente giunti alla domanda cruciale che pone Vidal-Naquet – l’unica domanda seria del suo libro :

«Ma nessuno ci ha mai spiegato perché dei bambini dovevano arrivare fin là, e nessuno ci ha mai detto che cosa ne era di quei bambini. L’incapacità assoluta in cui si trovano i “revisionisti” di dirci dove andavano coloro che non venivano registrati al campo e il cui nome figura tuttavia nelle liste dei convogli è la prova del carattere menzognero delle loro affermazioni» (p. 41).

La spiegazione è semplice: poiché la politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei prevedeva la loro deportazione e insediamento all’Est, i bambini venivano deportati con i genitori. E, come gli altri Ebrei inabili al lavoro, nel quadro della “Ostwanderung” menzionata sopra, non si fermavano ad Auschwitz ma proseguivano il loro viaggio.

Della questione mi sono occupato in dettaglio nel mio studio sull’opus magnum di Raul Hilberg, al quale rimando237. Qui mi limito a citare qualche documento.

In una nota datata 21 luglio 1942, con riferimento ad una conversazione telefonica svoltasi il giorno prima, l’SSHauptsturmführer Theodor Dannecker scrisse:

«Con l’SSObersturmbannführer Eichmann fu discussa la questione dell’evacuazione dei bambini. Egli ha deciso che, appena sarà di nuovo possibile la deportazione nel Governatorato generale, potranno circolare trasporti di bambini. L’SSObersturmführer Nowak ha assicurato che, a fine agosto-inizio settembre, renderà possibile [la partenza] verso il Governatorato generale di circa 6 trasporti, che potranno contenere Ebrei di ogni categoria (anche Ebrei inabili al lavoro e vecchi)».

Il 13 agosto l’SSSturmbannführer Rolf Günther inviò alle autorità SS a Parigi un telegramma con oggetto «Deportazione di Ebrei ad Auschwitz. Lì evacuazione dei bambini ebrei» (Ab[t]ransport von Juden nach Auschwitz. Dort Abschiebung der Judenkinder).

Nel suo resoconto del convegno sulle «questioni ebraiche» che si tenne il 28 agosto 1942 presso il Reichssicherheitshauptamt, l’SS-Untersturmführer Horst Ahnert, rappresentante di Eichmann a Parigi, riferì:

«L’ SS-Obersturmbannführer Eichmann chiese di effettuare subito l’acquisto delle baracche ordinate dal comandante della Polizia di Sicurezza a L’Aia. Il campo deve essere costruito in Russia. Il trasporto delle baracche può essere attuato in modo che da ogni treno da trasporto vengano trasportate 3-5 baracche»238.

Questo campo in Russia era destinato agli Ebrei inabili al lavoro che passavano per Auschwitz nel quadro della “Ostwanderung”.

Per quanto riguarda la sorte di questi Ebrei, rimando alla relativa trattazione di Jürgen Graf239, inoltre allo studio già citato I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”.

5) I discorsi di Himmler

Vidal-Naquet cita tre brani di discorsi di Himmler che dimostrerebbero la realtà del presunto sterminio ebraico:

a) Discorso di Posen del 6 ottobre 1943:

«Ci è stata posta la seguente domanda: che ne fate delle donne e dei bambini? Mi sono deciso, e anche in questo caso ho trovato una soluzione ovvia. Non mi sentivo il diritto di sterminare [per l’esattezza: estirpare, auszurotten] gli uomini, – dite, se volete, di ucciderli o di farli uccidere, – e di lasciar crescere i bambini che si sarebbero vendicati sui nostri bambini e sui nostri discendenti. È stato necessario prendere la grave decisione di far sparire questo popolo dalla terra [dieses Volk von der Erde verschwinden zu lassen]» (p. 13).

b) Discorso del 24 aprile 1943:

«L’antisemitismo è come lo spidocchiamento. Allontanare [entfernen] i pidocchi non è una questione di concezione del mondo. È una questione di pulizia» (p. 13).

c) Discorso del 16 dicembre 1943.

«Quando in un villaggio sono stato costretto a dare l’ordine di marciare contro i partigiani ed i commissari ebrei – lo dico davanti a questo uditorio, e le mie parole sono ad esso esclusivamente destinate – ho dato sistematicamente l’ordine di uccidere anche le donne e i bambini di questi partigiani e commissari» (p. 22).

Himmler si riferisce ad uno sterminio in massa? Le cose non sono così semplici come vuol far sembrare Vidal-Naquet.

La prima citazione continua così:

«Per l’organizzazione che ha dovuto eseguire questo compito, è stato il più difficile che abbiamo avuto fino ad ora. Esso è stato eseguito [er ist durchgeführt worden] senza che – credo di poter dire – i nostri soldati e i nostri comandanti abbiano subito un danno nello spirito e nell’anima»240.

Dunque il 6 ottobre 1943 il popolo ebraico era già stato «fatto sparire dalla terra»?

Vidal-Naquet commenta così la seconda citazione:

«In questo caso la metafora dei pidocchi dà a questo “allontanamento” il suo vero significato. Si “allontana” forse un pidocchio?» (p.13).

Questa interpretazione è invece smentita dai due editori dei “discorsi segreti” di Himmler, che alla fine della citazione aggiungono a mo’ di commento:

«[Vedi al riguardo lo stralcio di un discorso di Himmler del 1943 sulla popolazione del Governatorato generale: …Questi 16 milioni che in precedenza risultarono ancora aumentati dall’enorme numero di Ebrei che allora furono portati all’Est…]»241 .

Nella sua terza citazione, Vidal-Naquet ha dimenticato – senza dubbio in perfetta buona fede – di menzionare le righe iniziali del discorso.

«Tantissimi Ebrei furono portati all’Est. In questo furioso sviluppo si sono compiuti movimenti di popolazioni che noi nella storia indichiamo con grandi nomi»242,

senza con ciò togliere nulla al significato terribile delle parole di Himmler relative alla guerra partigiana.

Del resto esistono altri discorsi di Himmler nei quali la questione ebraica viene presentata in termini completamente diversi. Il 23 novembre 1942, a Bad Tölz, il Reichsführer-SS dichiarò:

«Anche la questione ebraica in Europa è cambiata completamente. Il Führer disse una volta in un discorso al Reichstag: Se l’ebraismo dovesse mai provocare una guerra per lo sterminio dei popoli ariani, non sarebbero sterminati i popoli ariani, ma l’ebraismo. L’Ebreo è evacuato dalla Germania, egli ora vive all’Est [lebt im Osten] e lavora alle nostre strade, ferrovie, ecc. Questo processo è stato attuato coerentemente, ma senza crudeltà»243.

7. Conclusione

Nel libro Debating the Holocaust, un esame delle tesi olocaustiche e revisionistiche scritto, nell’intendimento dell’autore, da un punto di vista neutrale, Thomas Dalton passa in rassegna i contendenti del dibattito, tra i quali annovera Vidal-Naquet. A suo riguardo egli esprime questo giudizio:

«Autore di Assassins of Memory (1992). Originariamente pubblicato in francese nel 1987. Quasi inutile per valutare la validità degli argomenti revisionistici poiché non entra affatto nei dettagli. Una risposta arrogante e polemica al revisionismo»244.

Qualche pagina dopo egli sottolinea la sua «incredibile arroganza»245.

Non si può che sottoscrivere questo giudizio. L’arroganza traspare da ogni riga degli scritti anti-revisionistici di Vidal-Naquet ed è fin troppo evidente.

8. Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah

L’inutilità dei suoi scritti è dimostrata dalla recente riedizione del suo libro, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah. Essa contiene quattro “nuovi” saggi:

Chi sono gli assassini della memoria?, del 1992

Lo storico alla prova dell’assassinio, del 1988

La sfida della Shoah alla storia, del 1988 e

Un’interpretazione del grande massacro: Arno Mayer e la “soluzione finale”, del 1990.

In questi testi non c’è nulla di nuovo; persino gli insulti contro i revisionisti, profusi abbondantemente, sono una mera riproposizione di quelli da lui già impiegati: «perversi a titolo individuale», «paranoici individuali» (p. 227), «deliri paranoici» (p. 230), «maniaco dello scandalo e dell’antisemitismo» (p. 230), «piccola, spregevole banda» (p. 232), «canaglie» (p. 236), «semplici e ciniche canaglie» (p. 239), «escrementi intellettuali» (p. 257).

Questo florilegio mostra soltanto l’impotenza e la rabbia di chi si rendeva conto di non poter confutare le tesi revisionistiche.

I testi precedenti contengono «correzioni o aggiornamenti» (p. 48) assolutamente insignificanti sia dal punto di vista qualitativo, sia da quello quantitativo. Il testo più “nuovo” risale al 1992, sicché in tredici anni Vidal-Naquet non ha saputo dare il minimo contributo alla sua causa anti-“negazionista” e i suoi «aggiornamenti» non menzionato una sola opera revisionistica pubblicata in questi tredici anni. Neppure quelle in francese, tra le quali:

La controverse sur l’extermination des juifs par les allemands, tomo I, L’examen des preuves; tomo II, Réalités de la “solution finale”, di Jean-Marie Boisdefeu. Vrij Historisch Onderzoek, Anversa, 1996;

En lisant de près les écrivains chantres de la Shoah, di Pierre Marais. La Vieille Taupe, Parigi, 1991;

L’Holocauste au scanner, di Jürgen Graf. Guideon Burg Verlag, Basilea, 1993 ;

Les camions à gaz en question, di Pierre Marais. Polémiques, Parigi, 1994;

Délire au procès de Nuremberg, di Carlos Porter e Vincent Reynouard. Vrij Historisch Onderzoek, Anversa, 1998;

Réponse à Jean-Claude Pressac, di Robert Faurisson. A cura dell’autore, 1994.

Non una parola sulla monumentale opera di Faurisson in quattro volumi  Écrits révisionnistes (1974-1998), pubblicata a cura dell’autore nel 1999.

Silenzio totale anche su Roger Garaudy, autore del libro Les Mythes fondateurs de la politique israélienne (La Vielle Taupe, 1995), che pure suscitò grande clamore in Francia, anche per il sostegno che gli diede l’abbé Pierre.

Neppure un accenno alle sostanziose riviste revisionistiche apparse in quegli anni:

Revue d’Histoire Révisionniste (dal 1990)

L’Autre Histoire (dal 1995);

Akribeia (dal 1997)

Études Révisionnistes (dal 2000)

Tabou (dal 2002).

Vidal-Naquet non nomina neppure revisionisti di rilievo come Germar Rudolf e Jürgen Graf, non dice una parola sul rapporto Leuchter, che era stato presentato in francese da Faurisson fin dal 1988246, meno che mai sul rapporto Rudolf, apparso in francese nel 1995247, per rispondere al quale ci voleva ben altro che un qualunque Pitch Bloch.

Egli accenna fugacemente al fatto che Faurisson «ha scritto la prefazione al libro sul processo Zündel» (p. 230) ma non cita il libro248, né riferisce alcunché sui due processi Zündel (1985 e 1988), sebbene fossero stati non propriamente proficui per la tesi olocaustica249.

Vidal-Naquet non menziona nessuno degli studi pubblicati da me in quel periodo:

Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992.

Auschwitz: Fine di una leggenda. Edizioni di Ar, Padova, 1994.

Intervista sull’Olocausto. Edizioni di Ar, 1995.

Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkena, in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. Grabert-Verlag, Tubinga, 1994.

Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996.

La “Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”, Edizioni di Ar, Padova 1998.

L’ “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998.

KL Majdanek. Eine historische und technische Studie. Castle Hill Publisher, Hastings 1998 (in collaborazione con Jürgen Graf).

Das Konzentrationslager Stutthof und seine Funktion in der nationalsozialistischen Judenpolitik. Castle Hill Publisher, Hastings 1999 (in collaborazione con Jürgen Graf). Edizione italiana: KL Stutthof. Il campo di concentramento di Stutthof e la sua funzione nella politica ebraica nationalsocialista. Effepi Editore, Genova, 2003.

– “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, Padova, 2001.

Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager? Castle Hill Publisher, Hastings, 2002 (in collaborazione con Jürgen Graf).

Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002.

Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture. “I Quaderni di Auschwitz”,1. Effepi Editore, Genova, 2004.

I Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una “prova definitiva”. “I Quaderni di Auschwitz”, 2. Effepi Editore, Genova, 2004.

Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. “I Quaderni di Auschwitz”, 3. Effepi Editore, Genova, 2004.

Auschwitz: nuove controversie e nuove fantasie storiche. “I Quaderni di Auschwitz”, 4. Effepi Editore, Genova, 2004.

Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004 (in italiano: Bełżec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia. Effepi, Genova, 2006),

The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.

L’arroganza di Vidal-Naquet era tale che egli non ha neppure preso in considerazione la mia risposta a lui diretta in Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, sebbene menzioni gli scritti contro di lui di Cesare Saletta (p. 159) e di Faurisson (p. 189). Non solo, ma ha anche osato proclamare:

«Sul piano propriamente scientifico, non c’è bisogno di dire che l’apporto dello pseudo-revisionismo alla conoscenza di questi terribili avvenimenti è pari a zero» (p. 232),

il che, oltre che falso, è anche ingiusto, perché gli studi revisionistici, grazie ad una mole cospicua di documenti, dati e interpretazioni, hanno contribuito non poco a tale conoscenza.

Egli pretende inoltre che

«nessuno dei “revisionisti” ha mai condotto una ricerca storica» (p. 232),

il che, riferito a chi (come J. Graf e me) ha condotto «una ricerca storica» visitanto decine di archivi nell’Europa occidentale e orientale, fa soltanto sorridere. Invece è proprio Vidal-Naquet che non ha mai condotto una ricerca storica in campo olocaustico e revisionistico, essendo un semplice “storico di carta” o da scrivania.

La sua arroganza viene di nuovo alla luce in questa affermazione:

«Nessuno [dei revisionisti], che io sappia, ha la minima formazione storica. È bene ricordarlo ad onore della nostra professione» (p. 232).

Ciò è vero (ad eccezione di Mark Weber), ma Vidal-Naquet stesso su tale “professionalità” fornisce lumi molto eloquenti. Egli premette che «il ruolo della Francia e della scuola storica francese in questa storiografia [olocaustica] è stato mediocre» e che «lo sterminio degli ebrei, degli zingari e dei malati mentali ad opera del Terzo Reich è stato un soggetto trascurato dalla storiografia universitaria francese», perciò se ne dovettero occupare persone che non avevano la «minima formazione storica», come Léon Poliakov, che era un giurista, Georges Wellers, un biochimico, Serge Klarsfeld, anch’egli giurista (p. 256). Perfino il maggiore storico europeo di Auschwitz, Pressac, era «di professione farmacista» e, nonostante ciò, egli studiò una documentazione che gli storici alla Vidal-Naquet non si erano neppure curati di guardare: «sfortunatamente questa documentazione, che pure era a disposizione degli studiosi, era stata fino a quel momento trascurata dagli storici» (p. 240). Egli ammette anche che più spesso la storiografia olocaustica è stata ipocritica, «in particolare, alcuni [!] storici non si sono mostrati sufficientemente critici riguardo al valore delle loro fonti» (p. 236).

In pratica, i maggiori “storici” francesi dell’Olocausto non erano storici patentati. Ma persino colui che è considerato il massimo storico olocaustico, Raul Hilberg, autore dell’opera «più completa e informata che vi sia su questo terribile argomento» (p. 244), ci informa Vidal-Naquet, «non è uno storico di formazione, ma un political scientist» (p. 254). E ciò vale anche per Gerald Reitlinger, che aveva fatto studi artistici250.

A p. 236 Vidal-Naquet definisce il libro di Hilberg e il film di Lanzmann «due capolavori» della storiografia della Shoah: un bell’elogio di gente priva della «minima formazione storica». L’unico «storico di formazione» era Vidal-Naquet, ma solo in quanto «specialista di storia greca antica». La sua boriosa «formazione» non gli aveva però impedito di dichiarare il film di Claude Lanzmann Shoah nientemeno che «una grande opera storica» (p. 186), in cui «le testimonianze concordano e si confermano a vicenda» (p. 187), giudizio che trascura il piccolo particolare che il film è «centrato non direttamente sull’avvenimento in sé, ma sulla memoria che, quarant’anni dopo, hanno conservato gli attori sopravvissuti» (p. 272): quale studioso serio prenderebbe in considerazione racconti fatti quarant’anni dopo i presunti fatti?

La cosa più sorprendente è che egli stesso riconosce il carattere quanto meno dubbio di queste testimonianze: «Ma la memoria non è necessariamente memoria del vero e dobbiamo riconoscere alla rappresentazione fantastica il suo ruolo e la sua importanza» (p. 236). Infatti.

Se gli storici patentati sono come Vidal-Naquet, è un onore non far parte di quella «professione».

Nello scritto Chi sono gli assassini della memoria? egli introduce la favola del Pressac «ex revisionista» che «visitò Auschwitz per dimostrare che neanche lì le camere a gas erano mai esistite, ma quando scoprì, negli archivi del museo – in seguito ha lavorato sugli archivi di Mosca – la prova contraria, rimase folgorato dall’evidenza» (p. 240).

Il resoconto di Pierre Guillaume sulle ricerche iniziali di Pressac251, il quale si mise in contatto con lui e con Faurisson fin dal 1979, mostra che egli seguì esattamente il percorso inverso: partito per Auschwitz da fervente “sterminazionista”, ne tornò pieno di dubbi, perché la documentazione che vi aveva consultato non suffragava la versione storica ufficiale di Auschwitz. Ciò è confermato dal suo primo scritto, l’articolo Les “Krématorien” IV et V de Birkenau et leur chambres à gaz252, che esponeva la tesi appunto di uno “sterminazionista” pentito, la tesi «secondo la quale la decisione di costruire i crematori IV e V (nonché II e III) era stata presa dalle SS al di fuori di qualunque contesto criminale» che Wellers, da “sterminazionista” puro, considerava ineccettabile nella sua prefazione253.

Come spiegare questa sorprendente inconsistenza storico-critica della nuova edizione del libro di Vidal-Naquet? Essa non può essere ricondotta semplicemente alla sua smisurata arroganza, ma dipese piuttosto da due ragioni concomitanti: la prima, come già detto, è la morte della sua fonte argomentativa, Georges Wellers; la seconda è la direzione storico-tecnica e scientifica che il revisionismo ha intrapreso risolutamente a partire dalla metà degli anni Novanta, per rispondere alla quale non bastava più una «rapida indagine informativa». Né gli poteva essere di aiuto la sua «formazione storica», perché per lui qui non si trattava di storia, ma di sentimenti.

Quanto alla sua attività di polemista precedente, essa si rivolge agli albori del revisionismo, sicché attualmente è del tutto inutile. Invocare ora Vidal-Naquet come presunto “demolitore” del revisionismo è penoso e risibile: in che modo le sue boriose polemiche toccano ad esempio le quattro opere revisionistiche pubblicate nel 2005, l’anno della riedizione del suo libro, dalla casa editrice Theses & Dissertations Press (Chicago)? Mi riferisco a:

Lectures on the Holocaust. Controversial Issues Cross Examined, di Germar Rudolf;

The Leuchter Report. Critical Edition, di F.A.Leuchetr, R. Faurisson e G. Rudolf,

Auschwitz: Plain Facts. A Response to Jean-Claude Pressac, di R. Faurison, C. Mattogno, G. Rudolf e S. Thion,

Auschwitz Lies. Legends, Lies, and Prejudices on the Holocaust, di G. Rudolf e C. Mattogno.

Meno ancora toccano i miei studi più importanti che sono apparsi dal 2005.

Ecco perché Gli assassini della memoria è «quasi inutile per valutare la validità degli argomenti revisionistici», ma è più corretto sostituire il «quasi» con un «completamente».

E ancora più inutili, ai fini di una reale critica al revisionismo storico, sono le rimasticature delle tesi vidalnaquetiane ad opera di sprovveduti critici nostrani che consideravo incredibilmente un Maestro questo povero golem olocaustico.

Carlo Mattogno.

___________________________

1 Cito l’opera di Vidal Naquet in questa traduzione indicando soltanto le pagine tra parentesi tonda. L’edizione originale (Les assassins de la mémoire. La Découverte) è uscita nel 1987. Lo scritto Un Eichmann di carta, che costituisce il primo saggio del libro, era già apparso nell’opera Les Juifs, la mémoire et le présent. PCM/ petite collection Maspero, Parigi, 1981 (trad. it.: Gli Ebrei, la memoria e il presente, Editori Riuniti, Roma, 1985) col titolo Un Eichmann de papier. Anatomie d’un mensonge. Vidal-Naquet scrisse anche un articolo intitolato «Tesi sul revisionismo», pubblicato in italiano nel 1983 (Rivista di storia contemporanea, Fascicolo 1, gennaio 1983, pp. 3-24), in cui anticipava qualcuno dei temi sviluppati successivamente. Si tratta della relazione da lui presentata al Colloque de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales che si tenne a Parigi nel 1982 e che fu pubblicato nei relativi atti. L’Allemagne nazie et le génocide juif. Gallimard-Le Seuil, 1985, pp. 496-516.

2 Ho esposto un caso esemplare di questo saccheggio inverecondo nel libro L’«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad…Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata, in rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.

3 L’edizione italiana è uscita nel 2008 col titolo Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah. Viella libreria editrice, Roma.

4 Valga per tutti la seguente dichiarazione di Carlo Ginzburg: «Il documento sul negazionismo più profondo e più drammatico, anche per le sue implicazioni personali, è il saggio di Pierre Vidal-Naquet, Un Eichmann di carta, contenuto nella raccolta Gli assassini della memoria. I suoi genitori erano stati uccisi ad Auschwitz. Ho immaginato quanto gli fosse costato scrivere questo saggio. Devo dire che leggendolo al principio ho provato una profonda perplessità, che però è scomparsa quasi subito. Quel libro andava scritto, e solo Vidal-Naquet poteva scriverlo. Più efficace Vidal-Naquet di una sentenza». «La verità non è di Stato. Intervista a Carlo Ginzburg di Simonetta Fiori», in: La Repubblica, 21 ottobre 2010.

5 Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, op. cit., p. 11.

6 Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., cap. II, “Georges Wellers”, pp. 91-144.

7 Nadine Fresco, «Les redresseurs de morts. Chambres à gaz: la bonne nouvelle. Comment on révise l’histoire», in: Les Temps Modernes, annata 35, n 407, giugno 1980, pp. 2150-2211.

8 Vedi sotto, paragrafo 2. Faurisson elenca diligentemente le oltre quaranta espressioni ingiuriose proferite da Vidal-Naquet contro di lui. Réponse à Pierre-Vidal-Naquet. La Vieille Taupe, Parigi, 1982, pp. 15-16.

9 «La piccola banda abietta che si accanisce ancora oggi a negare la realtà del crimine di genocidio prendendosela con ciò che fu, durante la seconda guerra mondiale, il suo strumento privilegiato – la camera a gas – ha scelto bene il suo obiettivo, perché fu effettivamente uno strumento dello sterminio». Pierre Vidal-Naquet, «Les degrés dans le crime», in: Le Monde, 16 giugno 1987, p. 2.

10 Parole aggiunte a penna nel testo della sentenza.

11 Corte d’Appello di Parigi, 1a camera, sezione A. Sentenza del 26 aprile 1983, in: R. Faurisson, Écrits révisionnistes (1974-1998). Edizione privata fuori commercio, 1999, vol. I, pp. 387-388.

12 Affermazione alquanto sciocca; eventualmente avrebbe dovuto imputare ai revisionisti un tentativo di resurrectio mortuorum, di voler far rivivere i morti.

13 Faurisson rispose definendo Vidal-Naquet uno «storico di carta». Réponse à Pierre Vidal-Naquet. La Vieille Taupe, Parigi, 1982, p. 19.

14 La Vieille Taupe, Parigi, 1980.

15 Vidal-Naquet travisa una nota di Faurison relativa al memoriale della deportazione di Serge Klarsfeld, nella quale afferma che «un quarto degli Ebrei di Francia è stato “deportato” o “respinto” (refoulé) verso l’Est» e rileva poi che Klarsfeld «osa dichiarare “morti” o “gasati” tutti i deportati dalla Francia (la maggior parte proveniva dall’Est)» che dal 1945 non si presentarono a dichiarasi vivi ai competenti uffici francesi e belgi. Secondo Klarsfeld, infatti, dalla Francia furono deportati 75.721 Ebrei, di cui 67.693 dal campo di Drancy. Tra questi, i cittadini francesi erano 22.691, tutti gli altri erano stranieri e non si vede per quale ragione i superstiti avrebbero dovuto tornare in Francia a dichiarasi vivi. Le mémorial de la déportation des Juifs de France. Edité et publié par Beate et Serge Klarsfeld, Parigi, 1978, pagine non numerate.

16 La citazione è tratta dalla prefazione di M. Roeder a Die Auschwitz-Lüge, di Thies Christophersen. Kritik, n. 23, Mohrkirch, 1978, p. 8.

17 Un’altra falsificazione di Vidal-Naquet. Rassinier, nel suo studio statistico, giunge alla conclusione che gli Ebrei «vittime del nazismo» furono da circa 1.000.000 a circa 1.600.000, ma non parla affatto di morti dovute all’aviazione alleata. P. Rassinier, Il dramma degli Ebrei europei, Edizioni “Europa”, Roma, 1967, p. 190. Butz scrive: «La stima di Rassinier è di circa un milione di Ebrei morti, ma si possono fare molte obiezioni ai suoi argomenti. La cifra di un milione di Ebrei morti, sebbene possibile, mi sembra piuttosto alta». Egli poi menziona sì vittime dei bombardamenti alleati, ma in riferimento a Tedeschi e ad Austriaci, non agli Ebrei! A. Butz, The Hoax of the Twentieth Century. Hostorical Review Press, Chapel Ascote, Ladbroke, Southam, Warwickshire, 1977, pp. 239-240.

18 Vidal-Naquet stravolge le affermazioni di Faurisson, il quale in realtà ha dichiarato che il numero degli Ebrei morti durante la seconda guerra mondiale «potrebbe essere dell’ordine di un milione, più probabilmente di alcune centinaia di migliaia se non si contano gli Ebrei combattenti sotto diverse bandiere alleate» (Serge Thion, Véritè historique ou vérité politique. Le dossier de l’affaire Faurisson. La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, p.197; così anche nell’intervista di Faurisson a Storia illustrata, n. 261, agosto 1979, p. 34). La divisione di questo milione in due parti è di Vidal Naquet, non di Faurisson, che inoltre non menziona affatto la mortalità «per episodi di guerra». L’ironia di Vidal-Naquet sugli Ebrei morti negli eserciti alleati è decisamente fuori luogo, perché nel solo esercito sovietico si arruolarono 500.000 Ebrei (Solomon Grayzel, Storia degli Ebrei. Fondazione per la Gioventù Ebraica, Roma, 1964, p. 695). Secondo il giornale ebraico Aufbau del 21 gennaio 1944 negli eserciti alleati combattevano 1.500.000 Ebrei, di cui 650.000 in quello sovietico (“1.5 Millionen Juden kämpfen mit”, p. 6). Nell’agosto 1943 l’ Institute of Jewish Affairs of the American/World Jewish Congress in New York pubblicò un volume intitolato Hitler’s Ten-Year War on the Jews. A p. 307 vi appariva una statistica delle perdite ebraiche ad opera dei Tedeschi; del totale, di 3.030.050 Ebrei, rientravano 235.000 decessi per cause di guerra (inoltre 746.700 per fame ed epidemie, 345.850 per cause di deportazione e 1.702.500 per “uccisioni organizzate”).

19 La fonte di Faurisson era una lettera del Sonderstandesamt di Arolsen datata 11 maggio 1979 che indicava il numero dei decessi fino ad allora accertati in vari campi di concentramento. Per Auschwitz risultavano 52.389 decessi. Fac-simile del documento in Gerd Honsik, Freispruch für Hitler? Burgenländischer Kulturverband, Vienna, 1988, p. 193. All’epoca gli Sterbebücher (registri dei decessi) di Auschwitz non erano ancora noti.

20 Vidal-Naquet deforma le considerazioni di Butz sulle esagerazioni iperboliche del Talmud, che egli adduce per spiegare la «leggenda dei sei milioni», non già il genocidio. A. Butz, The Hoax of the Twentieth Century, op. cit., p. 245.

21 Anche qui Vidal-Naquet distorce il pensiero di Faurisson, che, nel luogo da lui citato, dice: «Se, a proposito di Auschwitz, mi si citano, ancora una volta, confessioni, memorie o manoscritti – miracolosamente – ritrovati (tutti documenti che già conoscevo), voglio che mi si mostri in che cosa le loro precisazioni imprecise differiscono dalle precisazioni imprecise di tutti i documenti che hanno fatto dire ai tribunali militari degli Alleati che c’erano “camere a gas” là dove, in fin dei conti, si è finito col riconoscere che non c’erano state: per esempio, in tutto il Vecchio Reich!».

22 In via di principio l’argomento è condivisibile. Salvo esaminare quali sono le «condizioni» descritte dai vari testimoni. Ad esempio, quelle narrate da Miklos Nyiszli e dal suo plagiario Filip Müller sono chiaramente impossibili. Vedi sotto, § 6.1.

23 Questa affermazione di Vidal-Naquet è in aperta malafede. Faurisson, contro il quale il nostro ellenista dirigeva principalmente i suoi strali polemici, non considerava affatto «decisive» le dichiarazioni del delegato della Croce Rossa Internazionale che il 29 settembre 1944 si incontrò ad Auschwitz I col comandante del campo. Egli le prese in esame soltanto per mostrare in che modo fossero state olocausticamente distorte. La conclusione di Faurisson dimostra quanto valesse l’accusa di Vidal-Naquet che egli «non cerca il vero ma il falso»: «Il travisamento dei documenti e la loro interpretazione abusiva non è monopolio degli storici sterminazionisti. La verità è minacciata da ogni parte, come si vedrà nella nota allegata che inviai a un universitario francese di tendenze revisionistiche a proposito di questo stesso documento della Croce Rossa ». R. Faurisson, Mémoire en défence contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire op. cit., pp. 241-247.

24 Vidal-Naquet dimentica di precisare che anche quando lo stato di Israele chiede le sue riparazioni illimitate alla Geremania (e non solo ad essa) opera «come se tale entità fosse già esistente nel 1943».

25 Qui Vidal-Naquet ha pienamente ragione. Vedi al riguardo Wolfgang Benz, «Judenvernichtung aus Notwehr? Die Legenden um Theodore N. Kaufman», in: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, anno 29, n. 4, 1981, pp. 615-630. In luogo del “piano Kaufman” (che reclamava la sterilizzazione del popolo tedesco) si sarebbe potuto invocare il “piano Morgenthau”, redatto dal ministro del Tesoro del presidente Roosevelt, che voleva ridurre la Germania allo stato pastorale e fucilare senza processo gli “arcicriminali” nazisti. Vedi al riguardo il documentatissimo studio di David Irving Der Morgenthau Plan 1944/45. Faksimile-Verlag Wieland Soyka, Brema, 1986. Uno dei punti del piano che furono effettivamente realizzati è il lavaggio del cervello (“re-education”) cui furono sottoposti i Tedeschi nel dopoguerra.

26 Vidal-Naquet dimentica di riferire che Faurisson, nel suo Mémoire en defense, pubblicò la traduzione integrale della lettera di Broszat, sicché non sostenne e non poteva sostenere ciò che pretende il nostro ellenista. Quanto alla “demolizione” di Wellers, essa non precede, ma segue di un anno la messa a punto di Faurisson.

27 Ma a suo tempo inviai una copia del mio studio Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso (Sentinella d’Italia, 1985) al Centro di Documentazione Ebraica di Parigi, di cui Wellers, la fonte primaria di Vidal-Naquet, era un membro di prestigio. Mi sembra anche improbabile che Wellers (e il suo replicante) non conoscessero il mio studio Wellers e i “gasati” di Auschwitz (Edizioni La Sfinge, Parma, 1987), in cui esaminavo il suo Essai de détermination du nombre de morts au camp d’Auschwitz, dimostrando che aveva inventato 594.191 “gasati”.

28 Sentinella d’Italia, 1985.

29 Thies Christophersen è menzionato, soltanto nella sezione bibliografica, in una pagina fitta di titoli di opere revisioniste, così: «Thies Christophersen, Der Auschwitz-Betrug, Kritik n. 27 (Kritik Verlag, Mohrkirch), s.d.». Le mythe de l’extermination des juifs, rivista citata, p. 63).

30 Ad esempio, la lettera in svedese del barone von Otter al barone Lagerfelt del 23 luglio 1945; il manoscritto in olandese con titolo in tedesco “Tötungsanstalten in Polen”; due testimonianze in polacco di Rudolf Reder; il rapporto in polacco del 15 novembre 1942 sulle “camere a vapore” di Treblinka; varie versioni del “rapporto Gerstein” allora ignote. Vedi Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, op. cit.

31 Le mythe de l’extermination des Juifs. Introduction historico-bibliographique à l’historiographie révisionniste, art. it., p.75.

32 Il fatto che io non creda alla tesi di uno sterminio in massa in camere a gas omicide e che non consideri il termine Endlösung (soluzione finale) sinonimo di sterminio, non sono princìpi aprioristici, ma conclusioni di studi documentati.

33 Cito, per tutti, la segnalazione apparsa su Le Monde (12 maggio 1987, p. 10): “Annales d’histoire révisionniste”. Une revue met en cause l’extermination des juifs”, dove è citata la fine del mio saggio.

34 Mi riferisco a tale Bougenaa Amara che avrebbe espresso un giudizio revisionista sull’Opinione di Rabat (p.156, nota 44): personalmente, non avevo mai sentito nominare né l’uomo, né il giornale.

35 La menzogna fu infatti ripresa senza tanti complimenti da Francesco Germinario, uno sprovveduto nostrano con velleità di critica antirevisionistica. Vedi al riguardo Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 234-249.

36 Vidal-Naquet parla al riguardo di «un’intera sottoletteratura che rappresenta una forma davvero immonda di sollecitazione al consumo sadico» (p.15). Ma c’è anche di peggio. In un opuscolo del 1945 si legge tra l’altro: «Ziereis, capo del campo di Mauthausen ha ammesso che, nei distretti di Varsavia, Kovno, Riga e Libau sono state assassinate circa 10 milioni di persone. Un certo Moll, incaricato del forno crematorio di Dachau, ha confessato d’aver bruciato, tra il 1942 e il 1945, più di 7 milioni di persone. Nel campo di Belsen, su 45.000 ebrei internati, solo 60 sono sopravvissuti e non meno di 400.000 individui sono stati bruciati nei forni. […] Sempre a Belsen, in un solo forno, venivano bruciati mille cadaveri all’ora e, in un solo giorno, furono gettati nei forni 80.000 ebrei. Edgard Wall, Il processo di Norimberga contro i maggiori criminali di guerra. Tipografia editoriale Lucchi, Milano, 1945, pp. 25-26.

37 «La politique hitlérienne d’extermination: une déclaration d’historiens», in: Le Monde, 21 febbraio 1979, p. 23.

38 Pressac la considerava «affidabile al 95%».

39 Vedi la mia opera Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, cap. 10, “Analisi critica delle testimonianze di Henryk Tauber”, pp. 337-383.

40 «La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia. 2008. In:http://www.aaargh.com.mx/fran/livres8/CMVENEZIA.pdfhttp://civiumlibertas.blogspot.com/2007/11/slomo

41 Vedi al riguardo il mio studio “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso. Edizioni La Sfinge, Parma, 1988.

42 Vedi il mio scritto Auschwitz: due false testimonianze. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986.

43 Di questo testimone mi sono occupato in particolare nel libro Auschwitz: Crematorium I and the Alleged Homicidal Gassings. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005, pp. 33-48.

44 Rassinier è morto nel 1967 (p. 31), mentre questi documenti sono stati pubblicati nel 1972 (p. 143, nota 43): la sua “omissione” è dunque gravissima!

45 Wilhelm Stäglich, Der Auschwitz-Mythos. Legende oder Wirklichkeit? Grabert-Verlag, Tubinga, 1979, pp. 129-134.

46 Idem, p. 100 e 102.

47 Stäglich si occupa delle altre “testimonianze dirette” ben più importanti di Goebbels, op.cit., pp.115-119.

48 Testo tedesco in: http://www.d-just.de/text16.htm#_ftnref15.

49 Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt, op. cit., cap. 11.3, “Le torture inflitte a Höss”, pp. 395-397.

50 Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem internationalen Militärgerichtshof. Nürnberg 14.November 1945 – 1.Oktober 1946. Veröffentlicht in Nürnberg, Deutschland, 1949 [d’ora in avanti: IMG], vol.I, p.16.

51 Auschwitz: le “confessioni” di Höss, Edizioni La Sfinge, Parma, 1987. Vedi anche Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt, op. cit., cap. 11, “Analisi critica delle testimonianze di Rudolf Höss”, pp. 384-397.

52 Trial of Josef Kramer and Forty-four Others (The Belsen Trial). Edited by Raymond Philips. William Hodge and Company, Limited, London Edinburgh Glasgow, 1946, p.731.

53 Idem, p. 157.

54 Vedi il mio studio The Bunker of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, cap. 6.5.2., “Hans Aumeier”, pp. 133-136.

55 IMG, vol. XI, pp.61-63.

56 IMG, vol.XII, pp.25-26. Ho approfondito la questione nello sudio Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia (2008), in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf, cap. 8.

57 IMG, vol X, p. 683.

58 S.Thion, Vérité historique ou vérité politique?, op.cit., p.174.

59 Idem, p. 312.

60 Jean-Pierre Faye, «Ntzweiler-Struthof», in: Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl (a cura di), Les chambres à gaz secret d’Etat. Les Editions Minuit, Parigi, 1984, pp. 248-250.

61 Michele Giua e Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese. Torino 1950, vol. III, p. 437.

62 Idem, vol. I, p. 905.

63 G.Peters, Blausäure zur Schädlingsbekämpfung, op. cit., p. 66.

64 Idem, pp. 67-70.

65 Sulla questine vedi il mio libro “Nuovi studi” contro il revisionismo: La storiografia olocaustica alla deriva. Effepi, Genova, 2014, cap. XIV, La camera a gas del campo di Natzweiler, pp. 149-161.

66 Un riprova del dilettantismo di Vidal-Naquet. Sebbene il documento in questione fosse stato pubblicato da Pressac in fotocopia dell’originale [a], egli lo conosceva soltanto attraverso la traduzione francese di Wellers, che a sua volta lo traeva da un altro libro [b]. Il documento era già stato esibito al processo Pohl e classificato NO-4473.[a] Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld-Foundation, New York, 1989, p. 432.[b] G. Wellers, Les chambres à gaz ont existé. Des documents, des témoignages, des chiffres. Gallimard, Parigi, 1981, p. 85.

67 Jean-Claude Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld-Foundation, New York 1989, p.503.

68 A. Butz, The Hoax of the Twentieth Century, op. cit., pp. 120-121.

69 Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt, op. cit., cap. 2.1. “Vergasungskeller” (scantinato di gasazione), pp. 46-54.

70 A. Butz, The Hoax of the Twentieth Century, op. cit., pp. 197-204; dell’argomento si è occupato diffusamente anche Udo Walendy: Einsatzgruppen im Verbande des Heeres, in: Historische Tatsachen, Nr. 16 e 17, Verlag für Volkstum und Zeitgeschichtsforschung, Vlotho, 1983.

71 «Babi Jar: Kritische Fragen und Anmerkungen», in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. Grabert- Verlag, Tubinga, 1994, pp.375-399.

72 Secondo la storiografia olocaustica, nella gola di Babi Jar gli Einsatzgruppen avrebbero ucciso il 29 e 30 settembre 1941 33.771 Ebrei; nel 1943 i cadaveri sarebbero stati riesumati e cremati, dal 18 agosto al 19 settembre. Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. Argon Verlag, Berlino, 1993, vol.I, pp.144-145.

73 John C. Ball, Air Photo Evidence. Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor, Bergen Belsen, Babi Jar, Katyn Forest. Ball Resource Services Limited, Delta, B.C., Canada, 1992.

74 Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, cap. VII, “The Role of the Einsatzgruppen in the Occupied Eastern Territories”, pp. 203-231.

75 Published by The Barnes Review, Washington, 2010, cap. 8.5, “Euthanasia and Aktion Reinhardt”, pp. 269-281.

76 Cap. II, I centri di Eutanasia, pp. 1930 e cap. IV, Dall’eutanasia ai campi dell’ “Azione Reinhardt”, pp. 37-49.

77 Le nascite di zingari sono menzionate anche da Danuta Czech. Ad esempio, oltre 60 nascite tra il 15 marzo e il 30 aprile 1943. Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, Rowohlt-Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, pp. 422-481.

78 Memorial Book. The Gypsies at Auschwitz-Birkenau. A cura del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau. K.G. Saur, Monaco, Londra, New York, Parigi, 1993, pp. 1481-1489.

79 Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv (Archivio russo di Stato della guerra), Mosca, 502-1-26, p. 87.

80 Olocausto zingaro?, in: http://ita.vho.org/ZINGARI_E_NAZIONALSOCIALISMO.pdf.

81 Edité par Beate et Serge Klarsfeld, 1979.

82 S. Thion, Vérité historique ou vérité politique?, op. cit. p. 111.

83 G. Wellers, Les chambres à gaz ont existé. Des documents, des témoignages, des chiffres, op. cit., pp. 205-208.

84 Processo Höss, tomo 11a, pp. 72-76.

85 Lettera del comandante del campo all’amministrazione dell’ospedale dei detenuti. Gosudarstvenni Archiv Rossiskoi Federatsii (Archivio di Stato della Federazione Russa), Mosca, d’ora in poi: GARF, 7021-104-8, p. 1.

86 Edward Dziadosz, «Stosunki handlowe obozu koncentracyjnego na Majdanku z firmą Paula Reimanna» (Rapporti commerciali del campo di concentramento di Majdanek con la ditta Paul Reimann), in: Zeszyty Majdanka, II, 1967, pp. 171-204.

87 P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, op. cit., nota 50 a p. 155.

88 George Dobsevage, «Jews of prominence in the United States», in: American Jewish Year Book, col. 24, 1923, p. 123; Daily Express, in: http://it.wikipedia.org/wiki/Daily_Express.

89 The National Archives, Kew Richmond, Gran Bretagna, HW 16/63, GC & C.S. Air and Military History, by Lieutenant E.D. Phillips, edited by Commander A.M.S. Mackenzie, R.N.V.R. s.d.pp. 83-84.

90 Questi rapporti sono stati pubblicati nel sito WHATREALLYHAPPENED.INFO.

91 Aechivio del Museo di Stato di Auschwitz (APMO), Stärkemeldung AuII-FKL, D-AuII-3a.

92 Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati. Effepi, Genova, 2010, capitoli 7.1-7.5, pp. 177-204.

93 Eugen Kogon , Hermann Langbein, Adalbert Rückerl (a cura di), Les chambres à gaz secret d’Etat, op. cit., p. 184. Georges Wellers è l’autore dei capitoli VII e IX di quest’opera collettiva.

94 In realtà nel 1943.

95 NO-1210.

96 Idem.

97 Nessuna presunta camera a gas omicida di Auschwitz, secondo la storiografia olocaustica, aveva una sola apertura per l’introduzione dello Zyklon B.

98 IMG, vol. 11, p. 460.

99 Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, p. 173

100 Processo Höss, tomo 30, p. 112 [Archiwum Głównej Komisji Badania Zbrodni Przeciwko Narodowi Polskiemu – Instytutu Pamieci Narodowej (Archiwio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco – memoriale nazionale), Varsavia, 105-112, p. 112].

101 Edizioni di Ar, 1992.

102 Danuta Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, op. cit., pp. 117-120.

103 Ouest France, sabato-domenica 2-3 agosto 1986, p. 6.

104 Ovviamente l’Institute for Historical Review chiedeva prove documentarie, che non esistevano e non esistono, non testimonianze, che esistevano.

105 Theodore J.O’Keefe, «Best Witness”: Mel Mermelstein vs. the IHR», in: The Journal of Historical Review, n. 1, gennaio-febbraio 1994, pp. 25-32; IHR Newsletter n. 33, agosto 1985.

106 Mel Mermelstein, By bred alone. The story of A-4685. Auschwitz Study Foundation, Inc. Huntington Beach, California, 1981, p. 277.

107 Vedi al riguardo il mio articolo Esperimenti di combustione di carne e di grasso animale, in: http://olo-dogma.myblog.it/archive/2010/08/19/1-esperimenti-di-combustione-di-carne-e-di-grasso-animale-pa.html.

108 Trad. it.: Il terribile segreto. Giuntina, Firenze, 1983.

109 «La “soluzione finale”: la conoscenza da parte di alleati e neutrali negli anni 1941-1942», in: La soluzione finale. Problemi e polemiche, Edizioni di Ar, 1991, pp. 110-153.

110 «Likwidacja żydowskiej Warszwy. Treblinka» (Liquidazione della Varsavia ebraica. Treblinka), in: Biuletyn Żydowskiego Instytutu Historycznego, Varsavia, gennaio-giugno 1951, n.1, pp. 93-100; citazioni: p. 95 e 99.

111 «2,000,000 Murders by Nazis Charged. Polish Paper in London Says Jews Are Exterminated in Treblinka Death House», in: The New York Times, 8 agosto 1944, p. 11.

112 Accusa n.6 contro Hans Frank, Norimberga, 5 dicembre 1945. Documento PS-3311, pubblicato in: IMG, vol.XXXII, pp. 153-158.

113 Si tratta del vapore acqueo, come viene precisato subito dopo.

114 A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen. Augenzeugenberichte. Ginevra, 1944. Dritte Serie: Die Vernichtungslager. Tremblinki, p. 39.

115 Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.

116 Alexander Pechersky, La rivolta di Sobibor, traduzione jiddish di N.Lurie, Mosca, Editrice statale Der Emes, 1946, in: Yuri Suhl, Ed essi si ribellarono. Storia della resistenza ebraica contro il nazismo. Milano, 1969, p. 31.

117 Dokumenty i materiały, a cura di N. Blumental, Lodz, 1946, tomo I, p. 211.

118 Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality. The Barnes Review, Washington, 2010, cap. II, “Origins and Evolution of Claims about Sobibór”, pp. 63-76.

119 Z. Klukowski, Dziennik z lat okupacji, Lublino, 1959, p. 254.

120 Rapporto della Delegatura dell’aprile 1942. In: Caban, I., Marikowski, Z., Walki zbonej, I, Armja krajowa w okretu lubelskim, Udzial 2, Dokumenty, p. 35.

121 «Who knew of the extermination? Kurt Gerstein’s Story», in: The Wiener Library Bulletin, n. 9, 1955, p. 22.

122 «Extraordinary Report from the Jew-extermination Camp at Belzec», in: Polish Fortnightly Review, 1° dicembre 1942, p. 4.

123 Martin Gilbert, Auschwitz and the Allies.The politics of rescue. Arrow Books Limited, Londra, 1984, p. 93.

124 News is reaching the Polish Government in London about the liquidation of the Jewish ghetto in Warsaw. In: Foreign Office papers, The Nationa Archives, FO 371/30917, xp 5365, p. 79, e FO 371/30923, C11923, xp 009642, p. 79.

125 Daily News Bulletin, 25 novembre 1942, pp. 1-2.

126 The New York Times, 20 dicembre 1942, p. 23.

127 The Black Book of Polish Jewry. New York 1943, p. 131: Report of Dr. I. Schwarzbart.

128 A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen. Ginevra, 1944, Fünfte Serie, p. 21.

129 The New York Times, 12 febbraio 1944, Nazi Execution Mill Reported in Poland. Fugitive Tells of Mass Killings in Electrically Charged Vats, p. 6.

130 Stefan Szende, Den siste juden från Polen. A. Bonniers förlag, Stoccolma, 1944, pp. 298-299.

131 A.Silberschein, Die Judenausrottung in Polen. Ginevra, 1944, Fünfte Serie, pp. 21-22.

132 Ilya Ehrenburg, Vasily Grossman, The Black Book. Holocaust Library, New York, 1981, p. 117.

133 S.Wiesenthal, «Seifenfabrik Belsetz», in: Der neue Weg, Vienna,, n.19/20, 1946, p. 14.

134 URSS-93, p. 65 della traduzione russa; pp. 41-42 della traduzione tedesca; p. 83 della traduzione inglese.

135 IMG, vol.VII, pp.633-634, dove il nome del campo è deformato in Beldjitze per una traslitterazione molto approssimativa dal russo.

136 Vedi il mio studio Bełżec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia. Effepi, Genova, 2006, pp. 69-70.

137 Jan Karski, Story of a Secret State. Houghton Mifflin Company, Boston, 1944, pp. 349-350.

138 Idem, p. 350.

139 Verbale dell’interrogatorio di Rudolf Reder, Cracovia, 29 dicembre 1945. ZS Ludwigsburg, Samml. Polen, Ord. 356, 115-120, p. 118.

140 Bełżec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia, op. cit., pp. 13-46.

141 Idem, pp. 55-59.

142 A cura di Giuseppe Poggi. Effepi, Genova, 2014.

143 A. Silberschein, Die Judenausrottung in Polen, Fünfte Serie, Das K.Z.Lager Lublin, Ginevra, 1944, pp. 15-16.

144 Vedi al riguardo lo studio da me redatto in collaborazione con J. Graf Majdanek. A Historical and Technical Study. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003.

145 J.-C. Pressac, «Enquête sur les camps de la mort», in: Historama-Histoire, numero speciale 34, 1995, p. 121.

146 Discorso del 30 gennaio 1939: Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica. Edizioni di Ar, 2009, pp. 26-32; rapporto Korherr: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., pp. 122-131 e 275-278; Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, op. cit., pp. 311-330; conferenza di Wannsee: Negare la storia? Olocausto: La falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, pp. 82-88, e Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, op. cit., cap. 8; Gerstein e Pfannestiel: Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985; Bełżec. Propaganda, testimonianze, indagini archeologiche e storia, op. cit.; Eichmann (presunto ordine di streminio ebraico): Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, op. cit., cap. 6.

147 Uno studio complessivo sulla questione è stato presentato da Enrique Aynat in Los “Protocolos de Auschwitz”: ¿una fuente historica? García Hispán , Editor, Alicante, 1990.

148 Il rapposto consta di una relazione di Alfred Wetzler su Auschwitz-Birkenau e di una relazione su Majdanek e su Auschwitz-Birkenau di Rudolf Vrba.

149 La prima stesura scritta di questo rapporto, intitotolata Tatsachenbericht ueber Auschwitz und Birkenau, è datata “Ginevra, 17 maggio 1944” e fu diffusa dalla Weltzentrale des Hechaluz elvetica (Franklin Delano Roosevelt Library, New York, Collection WRB, Box 61).

150 Executive Office of The President. War Refugee Board, Washington, D.C. German Extermination Camps – Auschwitz and Birkenau. November, 1944.

151 German Extermination Camps – Auschwitz and Birkenau, op.cit., pp. 14-16.

152 Avevo pubblicato questa pianta già in Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 294

153 http://olodogma.com/wordpress/2015/01/27/0926-i-protocolli-di-auschwitz-e-la-genesi-del-mito-delle-camere-a-gas-di-carlo-mattogno/

154 http://olodogma.com/wordpress/2015/02/09/0955-carlo-mattogno-valentina-pisanty-e-i-protocolli-di-auschwitz/.

155 Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, pp. 512-524 e 583-592.

156 Zeszyty Oświęcimskie, Numer Specjalny (I), Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oświęcimiu, 1968, p. 52.

157 «Kombinat smerti v Osventsime», in Pravda, 2 febbraio 1945, p. 4.

158 Auschwitz: 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2005: sessant’anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5. Effepi, Genova, 2005. 60 pp., 3 documenti. Versione riveduta e ampliata:http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMausch45.pdf.

159 Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni La Sfinge, Parma, 1986.

160 Vedi al riguardo il mio studio Il rapporto Gerstein: anatomia di un falso, op. cit.

161 Filip Müller, Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz. Verlag Steinhausen, Monaco, 1979, pp. 185-186.

162 Miklos Nyiszli, «Tagebuch eines Lagerarztes», in Quick, Monaco, 1961, n. 4, p. 29. Filip Müller ha operato i suoi plagi da questa edizione del racconto di Nyiszli.

163 «Cyklon, vagy Chlór szemcsés formája»: M. Nyiszli, Dr. Mengele Boncolóorvosa voltam az auschwit-i krematóriumban. Copyright by Dr.Nyiszli Miklos, Oradea, Nagyvarad, 1946, p. 35.

164 Gabba-Molinari, Manuale del chimico industriale. Ulrico Hoepli Editore, Milano, 1923, p. 73.

165 Idem.

166 G. Peters, «Die Verdunstung als unentbehrliches Mittel der Schädlingsbekämpfung mit Gasen», in: Zeitschrift für hygienische Zoologie und Schädlingsbekämpfung, 1940, p. 116.

167 G. Wellers, «Les deux gaz toxiques», in: Les chambres à gaz secret d’État, op. cit., p. 258.

168 Vedi Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, op. cit., p. 187; alle pp. 181-189 espongo le patetiche critiche di Wellers al rapporto Leuchter.

169 Ber Mark, Des voix dans la nuit. La résistance juive à Auschwitz. Plon, Parigi, 1982, pp. 180-181.

170 Idem, p. 183.

171 Idem, p. 189.

172 Idem, p. 185.

173 Inmitten des grauenvollen Verbrechens, Handschriften von Mitgliedern des Sonderkommandos. Sonderheft I der Hefte von Auschwitz. Oswiecim, 1972.

174 KL Auschwitz. Fotografie dokumentalne. Krajowa Agencja Wydawnicza, Varsavia, 1980, p. 187.

175 Da nessun documento risulta che per la ricerca siano stati usati dei metal detectors. Del resto, se ciò fosse avvenuto, i contenitori sarebbe stati trovati tutti nel 1945.

176 Kl Auschwitz. Fotografie dokumentalne, op. cit., p. 187 e 188.

177 Ber Mark, Des voix dans la nuit, op. cit., p. 247.

178 Idem, p. 250.

179 Idem.

180 Idem, p. 242.

181 Idem, p. 279.

182 Idem, p. 289.

183 Ad Auschwitz furono immatricolati o immessi nel “campo di transito” (Durchgangslager) di Birkenau per essere trasferiti in altri campi non meno di 107.000 Ebrei ungheresi; il numero totale dei deportati è stimabile a circa 321.000. Vedi al riguardo il mio studio La deportazione degli Ebrei ungheresi del maggio-luglio 1944. Un bilancio provvisorio. Effepi, Genova, 2007.

184 Ber Mark, Des voix dans la nuit, op.cit., p. 291.

185 Idem, p. 186.

186 Idem, p. 253.

187 Idem, p. 253.

188 Idem, p. 255.

189 Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, op. cit., p. 900.

190 Ber Mark, Des voix dans la nuit, op.cit., pp. 278-279.

191 Secondo il Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, il primo crematorio che entrò in funzione fu il IV (22 marzo 1943), seguito subito dopo dal II (31 marzo): op.cit., p. 447 e 455.

192 Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati, op.. cit., cap. I,2, “Il trattamento dei detenuti secondo il regolamento dei campi di concentramento”, pp. 25-31. La traduzione dei due documenti summenzionati appare alle pp. 28-29, gli originali sono pubblicati nell’Appendice documentaria (documenti 5 e 6).

193 S.Thion, Vérité historique ou vérité politique?, op.cit., pp. 109-110.

194 «Le professeur de médicine Johann Paul Kremer devant les horreur du typhus à Auschwitz en septembre-octobre 1942» e «Le professeur Dr Johann Paul Kremer», in: Mèmoire en défence contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz. La Vielle Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-94 e 103-148.

195 D. Czech, «Le rôle du camp d’hôpital pour les hommes au KL Auschwitz II», in: Contribution à l’histoire du KL Auschwitz. Edition du Musée d’Etat à Oswiecim, 1978, pp. 29-33.

196 Vedi il mio studio “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, 2000, pp. 54-55.

197 Testo in: KL Auschwitz in den Augen der SS. Höss, Broad, Kremer. Herausgegeben vom Staatlichen Auschwitz-Museum. Oświęcim, 1973, p. 159.

198 Thomas Grotum, Jan Parcer, «EDV-gestützte Auswertung der Sterbeeinträge», in: Sterbebücher von Auschwitz. K.G.Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995, vol. I, p. 236.

199 Sul preteso «mito del tifo» rimando al mio studio Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”. Effepi, Genova, 2006, pp. 31-35. In rete: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi, 2007, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.

200 Dal 1° al 7 settembre morirono 1497 detenuti, in media 213 al giorno.

201 Auschwitz in den Augen der SS. Staatliches Museum Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 153.

202 Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, op. cit., pp. 55-56.

203 Vedi al riguardo il mio studio già citato Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt, p. 20.

204 Idem, cap. 17.6.1., “Roman Dawidowski”, pp. 530-536.

205 GARF, 7021-108-39 , p. 38 [75].

206 Vedi al riguardo il mio studio Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture. Effepi, Genova, 2004.

207 Justiz und NS-Verbrechen. Sammlung deutscher Strafurteile wegen nationalsozialistischer Tötungsverbrechen 1945-1966. EX POST FACTO Productions, Amsterdam, 2006, Band XVII, “Das Urteil gegen Dr. Johann Paul Kremer”, p. 6.

208 Vidal-Naquet, credendo che la deposizione sia in tedesco, rimanda ad un’opera in tedesco edita dal Museo di Auschwitz in cui qualche stralcio della deposizione del dott. Kremer è stato semplicemente tradotto dal polacco in tedesco (p.148, nota 102).

209 Archiwum Państwowego Muzeum w Oświęcimimiu [d’ora in avanti: APMO], Dpr.-ZOd/59 [processo della guarnigione del campo di Auschwitz, tomo 59], p. 21.

210 Idem, p.18.

211 Mi riferisco agli archivi di via Viborgskaja.

212 Ho documentato questi fatti nello studio The Bunker of Auschwitz, op. cit., pp. 75-76.

213 Zeszyty Oswiecimskie, Numer Specjalny (I), Wydawnictwo Panstwowego Muzeum w Oświęcimiu, 1968, p. 43.

214 Idem, p. 48.

215 Yisrael Gutman, Michael Berenbaum (a cura di), Anatomy of the Auschwitz Death Camp. Indiana University Press, Bloomington e Indianapolis, 1994, pp. 161-164.

216 Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.

217 KL Auschwitz in den Augen der SS. Höss, Broad, Kremer. op. cit., p. 226.

218 Nella deposizione del 18 luglio 1947 il dott. Kremer parla sempre di camera a gas, al singolare, ma, secondo la storiografia ufficiale, il Bunker 1 aveva 2 camere a gas, il Bunker 2 ne aveva invece 4. Anatomy of the Auschwitz Death Camp, op. cit., p. 161.

219 APMO, Dpr.-ZOd/59, p. 21.

220 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 321.

221 Anatomy of the Auschwitz Death Camp, op. cit. p.178.

222 APMO, Dpr.-ZOd/59, p. 21.

223 Appunto per questo la fotografia del movimento di resistenza di Auschwitz che mostra giovani ragazze nude all’aperto in presunta attesa di essere gasate fu ritoccata per farle apparire delle vecchie decrepite. Ho pubblicato le due fotografie in Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005, pp. 98 e 100. Questa fotografia mostra catini pieni d’acqua e recipienti vari, sicché la scena è riferibile a un bagno all’aperto, dovuto al sovraffollamento della Zentralsauna. Idem, pp. 39-41. La cosa più grave è che la fotografia ritoccata appare nel libro scritto dal giudice Jan Sehn Oświęcim-Brzezinka (Aschwitz-Birkenau) Concentration Camp (Wydawnictwo Prawnicze, Varsavia, 1961, p. 131). Vedi anche il mio articolo Marcello Pezzetti, il “massimo conoscitore di Auschwitz”, commenta la fotografia aerea della RAF del 23 agosto 1944, in: http://olodogma.com/wordpress/2014/11/26/0898-marcello-pezzetti-il-massimo-conoscitore-di-auschwitz-commenta-la-fotografia-aerea-della-raf-del-23-agosto-1944/.

224 KL Auschwitz in den Augen der SS. Höss, Broad, Kremer, op. cit., p. 159.

225 APMO, Dpr.-ZOd/59, pp. 20-21.

226 KL Auschwitz in den Augen der SS. Höss, Broad, Kremer, op. cit., p.159, nota 52.

227 Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau, Oświęcim 1999, a cura di W. Długoborski e F. Piper tomo I, p. 230.

228 Edizioni di Ar, Padova, 2001.

229 Idem, II, 15, «Le “Sonderaktionen” e il dottor Kremer», pp. 101-116.

230 Idem, pp. 79-101.

231 J.C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p.73.

232 APMO, BW 30/27, p.49: telescritto segreto di Bischoff del 18 dicembre 1942.

233 Effepi, Genova, 2015.

234 Si tratta della futura Zentralsauna.

235 “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., pp. 31-73.

236 Idem, pp. 67-73.

237 Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, op. cit., cap. 3.1.

238 NG-1965.

239 Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, op. cit. cap. 10, “The Fate of the Deportees”, pp. 347-374.

240 Bradley F. Smith, Agnes F.Peterson (a cura di), Heinrich Himmler. Geheimreden 1933 bis 1945 und andere Ansprachen. Propyläen Verlag, Francoforte sul Meno, 1974, pp. 169 -170.

241 Idem, p. 201. Il discorso fu tenuto a Weimar il 16 dicembre 1943.

242 Idem, p. 201.

243 Idem, p. 200.

244 T. Dalton, Debating the Holocaust. A New Look ay Both Sides. Theses & Dissertations Press, New York, 2009, p. 26.

245 Idem, p. 29.

246 «Rapport technique sue les présumées chambres à gaz homicides d’Auschwitz, de Birkenau et de Majdanek (Pologne)», in: Annales d’Histoire Révisionniste, n. 5, 1988, pp. 51-102.

247 G. Rudolf, Le Rapport Rudolf. Rapport d’expertise sur la formation et le contrôle de la présence de composés cyanurés dans les «chambres à gaz» d’Auschwitz. Vrij Historisch Onderzoek, Anversa, 1995.

248 Did Six Million Really Die? Report of the Evidence in the Canadian “False News” Trial of Ernst Zündel – 1988. A cura di Barbara Kulaszka. Prefazione di R. Faurisson. Samisdat Publishers Ltd., Toronto, 1992.

249 Faurisson ne redasse un sintetico resoconto col titolo «Le révisionnisme au Canada. Les procès Zündel», in: Annales d’Histoire Révisionniste, n. 5, 1988, pp. 31-49. Egli descrisse tra l’altro il rovinoso tracollo, sotto l’incalzare dell’avvocato della difesa Douglas Christie da lui guidato, dell’esperto Raul Hilberg e dei testimoni oculari Arnold Friedmann e Rudolf Vrba.

250 G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d’Europa 1939-1945. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, terza di coprtina.

251 P. Guillaume, Droit et Histoire. La Vieille Taupe, Parigi, 1986, pp. 84-89 e 118-125.

252 Le Monde Juif, n. 107, luglio-settembre 1982, pp. 91-131.

253 Idem, pp. 91-93.

_______________________Pubblicato il 18 Febrraio 2015 alle ore 16,44

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