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Feb 16

0969 – Carlo Mattogno: Elie Wiesel il “simbolo della Shoah” (Testo rielaborato dall’autore)

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( Testo di Carlo Mattogno, 16 Febbraio 2015)

Immagine fuori testo

Immagine fuori testo

ELIE WIESEL,IL “SIMBOLO DELLA SHOAH”

(Rielaborazione di tre articoli pubblicati nel 2010)

Elie Wiesel a Montecitorio

In occasione della decima “Giornata della Memoria” (27 gennaio 2010) Elie Wiesel fu invitato nell’aula di Montecitorio, dove tenne un breve discorso infarcito di melensa retorica e condito di strambe scempiaggini, come l’appello a «introdurre un disegno di legge che designi l’attentato suicida come crimine contro l’umanità», o l’auspicio che Ahmadinejad «dovrebbe essere arrestato e tradotto di fronte alla Corte dell’Aia e accusato di incitamento a crimini contro l’umanità»1.

Le sue dichiarazioni più importanti, vedremo poi perché, sono queste:

«Io, il numero A-7713, sono qui a portarvi un messaggio su avvenimenti accaduti duemila anni più tardi. […].

Proprio in questi giorni, sessantacinque anni fa, mio padre Shlomo, figlio di Nissel e Eliezer Wiesel, numero A-7712, moriva di inedia e malattia nel campo di sterminio di Buchenwald» (corsivo mio).

Gianfranco Fini, all’epoca presidente della Camera, introdusse l’ospite così:

«Quello odierno è un evento eccezionale, perché è la terza volta, nella centenaria storia del Parlamento italiano, che un ospite parla solennemente all’Assemblea. È un onore che Elie Wiesel merita ampiamente, perché è davvero un personaggio eccezionale. Egli, infatti, è il più autorevole testimone vivente, tra i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, degli orrori della Shoah» (corsivo mio).

Indi proseguì:

«Da decenni Elie Wiesel ci incoraggia in questo fondamentale impegno attraverso il suo magistero morale, l’energia del suo carisma intellettuale e umano, la forza del suo impegno civile, per non dimenticare e per far progredire la causa dei diritti umani e della pace nel mondo. […].

Oltre che testimone oculare della Shoah, Wiesel è una persona piena di fede e di amore» (corsivo mio).

Elie Wiesel è un impostore?

Nel libro Stolen Identity. Auschwitz Number A-77132, Miklos Grüner, ebreo ungherese che fu deportato dall’Ungheria ad Auschwitz nel maggio 1944 (numero di matricola A-11104), indi trasferito al campo di Monowitz e infine evacuato a Buchenwald nel gennaio 1945 (numero di matricola 120762), accusa Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986, di essersi impadronito dell’identità di un altro detenuto ebreo ungherese di Auschwitz e di Buchenwald, Lazar Wiesel, e del memoriale in jiddisch intitolato Un di velt hot geschwign (E il mondo ha taciuto) da questi pubblicato a Buenos Aires nel 1956 col nome di Eliezer Wiesel.

Grüner dichiarò che ad Auschwitz aveva stretto amicizia con due fratelli, Lazar Wiesel, nato nel 1913, che aveva il numero di matricola A-7713, e Abraham Wiesel, nato nel 1900, numero di matricola A-7712. In pratica, Elie Wiesel si sarebbe appropriato dell’identità di Lazar Wiesel e avrebbe usurpato quella di Abraham per il padre. Grüner aggiunge che, in occasione di un incontro con Elie Wiesel, che gli era stato presentato come il suo amico Lazar Wiesel, questi rifiutò di mostrargli il numero di matricola tatuato sull’avambraccio. Egli allora intraprese delle ricerche e scoprì che un Elie Wiesel non era mai stato internato in un campo di concentramento e che non figurava in alcuna lista ufficiale di deportati.

L’opera di Grüner contiene una documentazione di notevole importanza, anche se l’interpretazione dell’Autore di alcuni documenti appare piuttosto discutibile.

Documento 1

Documento 1. Click…

Le credenziali di Grüner come ex deportato sono in ordine. La lettera del Museo di Auschwitz del 7 luglio 2003 a lui indirizzata3 precisa che il detenuto Grüner Miklos, Ebreo ungherese, nato il 6.04.1928 a Nyiregyhaza, ricevette ad Auschwitz il numero A-11104. Per quanto riguarda Buchenwald, Grüner figura in un “Questionario per detenuti dei campi di concentramento” del Military Government of Germany col suo nome, e anche la sua data di nascita – 6 aprile 1928 – corrisponde. Il numero di matricola è annotato a mano in alto a sinistra: 1207624 (vedi Documento 1).

Di Elie Wiesel si sa soltanto che nacque a Sighet, Romania, il 30 settembre 1928, da Shlomo e Sarah Frig, figlia di Dodye Feig e fu deportato a Birkenau il 16 maggio 19445. Sul padre Shlomo non esiste alcun documento e si ignora persino la sua data di nascita.

Nel verbale del processo dello Stato della California contro Erich Hunt6 dell’8 luglio 20087, Elie Wiesel fece sotto giuramento le seguenti dichiarazioni:

«R.[isposta] In francese Lanueit, L-A-N-U-E-I-T [La Nuit] e in inglese Night.

D.[omanda] E Night fu il vostro primo libro pubblicato in inglese?

R. Sì

D. Il primo libro mai pubblicato, giusto?

R. Il primo libro mai pubblicato.

[…].

D. E il libro Night che scriveste è un resoconto veritiero della vostra esperienza durante la seconda guerra mondiale?

R. È un resoconto veritiero. Ogni parola in esso è vera.

[…].

D. E quale fu il vostro…in quale giorno nasceste a Sighet, Romania?

R. Il 30 settembre 1928.

[…].

D. E quale [numero] fu tatuato sul vostro braccio sinistro?

R. Il mio numero fu A7713. Il numero di mio padre fu 7712» (corsivo mio)..

Documento 1 Questionario relativo a Miklós Grüner. Buchenwald, 6 maggio 1945

I personaggi chiave della vicenda sono ovviamente Lazar Wiesel e suo padre Abraham. Il loro internamento ad Auschwitz e a Buchenwald è ben documentato.

Una lettera del Memoriale (Gedenkstätte) di Buchenwald a Miklós Grüner del 15 maggio 2002 fornisce le seguenti informazioni:

«Lazar Wiesel, nato il 4.9.1913 a Maromarossziget, arrivò a Buchenwald il 26 gennaio 1945 con un trasporto da Auschwitz (archivio di Buchenwald, microfilm Auschwitz, p. 41). In questa pagina 41, al numero 2438, troverà i dati di Lazar Wiesel: numero di Buchenwald 123565, nato il 4.9.1913, numero di Auschwitz A-7713. Questi dati sono confermati anche dalla scheda numerica dell’ufficio degli scrivani [Schreibstube]. Lazar Wiesel appare nel questionario degli Americani (NARA Washington, RG 242, microfilm 60) col numero 123165 e un’altra data di nascita (4.10.1928) e andò a Parigi il 16 luglio 1945 con il trasporto dei bambini superstiti (archivio di Buchenwald, 56-6-12, p. 9). Tuttavia qui c’è una differenza rispetto alla scheda numerica. Nella scheda numerica dell’ufficio degli scrivani col numero 123165 è registrato un detenuto ebreo sloveno, Pavel Kun, che morì a Buchenwald l’8.3.1945»8.

La lettera del Museo di Auschwitz a Grüner del 7 luglio 2003 che ho menzionato sopra precisa che il detenuto n. A-7713 appare in una lista dell’Istituto di Igiene delle SS datata 7.12.1944-Monowitz e fornisce i seguenti dati:

A-11104 Grüner Miklos, Ebreo ungherese, nato il 6.04.1928 a Nyiregyhaza

A-7712 Viesel Abram, nato il 10.10.1900 a Marmarossiget†

A-7713 Wiesel Lazar, nato il 4.9.1913 a Marmarossiget, fabbro.

La lista summenzionata, che è stata pubblicata da Grüner9, non è di grande aiuto, perché l’intestazione è illeggibile e il significato del documento è indecifrabile. Non è neppure chiaro a che cosa si riferisca la data a timbro del 7 dicembre 1944, se si tratti di un trasferimento dei detenuti in questione al campo di Monowitz o di altra cosa.

Già il 15 marzo 1987 il direttore del Museo di Auschwitz, Kazimierz Smoleń, aveva informato la signora Eva Kor, fondatrice dell’organizzazione CANDLES (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors):

«Nel KL Auschwitz col numero A-7713 fu indicato il detenuto WIESEL Lazar, nato il 4.9.1913 a Maromarossiget, Ebreo ungherese. Il suddetto detenuto fu immatricolato ad Auschwitz il 24.5.1944. Verso la fine del 1944 fu trasferito al KL Auschwitz III/Monowitz, durante l’evacuazione finale fu mandato a Buchenwald, dove fu immatricolato il 26.1.1945»10.

Documento 2. Click...

Documento 2. Click…

Nella scheda personale relativa all’ internamento di Lazar Wiesel nel campo di Buchenwald 11, in alto, a sinistra, appare l’annotazione manoscritta “Ung. Jude”, “Ebreo ungherese”, al centro, “Ausch. A 7713”, “Auschwitz A-7713”, il vecchio numero di matricola di Auschwitz, a destra “Gef.-Nr.: 123565”, “Numero di detenuto 123565”, il nuovo numero di matricola di Buchenwald. Il detenuto era nato il 4 settembre 1913 (l’anno di nascita di Lazar Wiesel dichiarato da Miklós Grüner) a Maromarossziget ed era figlio di Szalamo Wiesel, che si trovava a Buchenwald, e di Serena Wiesel nata Feig, internata al KL Auschwitz. Il timbro “26.1.45 KL. Auschwitz” significa che Lazar Wiesel era stato registrato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 in provenienza da Auschwitz (vedi Documento 2).

Documento 2 Scheda personale di Lazar Wiesel (KL Buchenwald)

Va precisato che Maromarossziget [in ungherese], l’attuale Sighetu Marmaţiei (in rumeno) è la medesima località che Elie Wiesel chiama Sighet12.

Il nome “Szalamo” è identico a “Shlomo”, mentre “Serena” richiama foneticamente “Sarah”.

Documento 3. Click...

Documento 3. Click…

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C’è inoltre un biglietto di registrazione dei detenuti, proveniente probabilmente dall’archivio del memoriale di Buchenwald, contiene i seguenti dati (vedi Documento 3):

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«123565

Wiesel Lazar Politico.

Nato il 4.9.13 a Maromarossiget Ungherse

apprendista fabbro Ebreo 

26 gennaio. 1945»13:

Documento 4. Click...

Documento 4. Click…

La lista dei nuovi arrivati del 26 gennaio 1945 (Zugänge vom 26. Januar 1945) redatta a Buchenwald lo stesso giorno registra i due detenuti (vedi Documento 4):

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«2438 123565 Wiesel Lazar 4.9.13 Marmarossziget Schlol.14 A 7713»15:

Inoltre:

«2372 123488 Viezel Abram 10.10.00 Marmaros Schl. A 7712»16 (vedi Documento 5)

Documento 5. Click...

Documento 5. Click…

Un documento attesta che Abraham Wiesel morì a Buchenwald il 2 febbraio 1945:

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«Datenbank: Veränderungsmeldungen Buchenwald

Datensazt: 9315

Häftlingnr.: 123488 [A 7712]

Name: Viezel, Abraham

geboren: 10.10.00

Nationalität: Kategorie: polit. Jude

Einlieferung:

gestorben: 02.02.45 in: Block 57

Meldung vom: 03.02.45»17.

Abraham Viezel, nato il 10 ottobre 1900, detenuto politico ebreo, numero di matricola di Auschwitz A-7712 e di Buchenwald 123488, morì il 2 febbraio 1945 nel Block 27: “Comunicazioni delle variazioni” del 3 febbraio.

 

Documento 6. Click...

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Su questo detenuto c’è anche il documento che segue; data di nascita e numero di matricola corrispondono esattamente, “5514” è il numero di registrazione relativo alla sua morte18 (vedi Documento 6)

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Riassumendo:

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      • il numero di Auschwitz A-7713 fu assegnato il 24 maggio 1944 a Lazar Wiesel, nato il 4 settembre 1913 a Maromarossziget, immatricolato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 col numero 123165;

  • il numero di Auschwitz A-7712 fu assegnato il 24 maggio 1944 ad Abraham Viezel (Wiesel), nato il 10 ottobre 1900 a Marmarossiget, immatricolato a Buchenwald il 26 gennaio 1945 col numero 123488 e morto in questo campo il 2 febbraio 1945;

  • Elie Wiesel ha dichiarato sotto giuramento che ad Auschwitz ricevette il numero A-7713, suo padre il numero A-7712.

Questa dichiarazione è evidentemente falsa: Elie Wiesel si è appropriato inequivocabilmente dell’identità di Lazar Wiesel per sé stesso e di quella di Ábrahám Wiesel per suo padre, e ha commesso anche uno spergiuro davanti a un tribunale.

La tavola che segue mostra sinotticamente l’impostura:

  Lazar Wiesel

Elie Wiesel

Abraham Wiesel

Shlomo Wiesel

Numero di matricola

A-7713

A-7713

A-7712

A-7712

Data di nascita 4 settembre 1913 30 settembre 1928 10 ottobre 1900 ?
Luogo di nascita Máramarossziget = Sighet

Sighet

Máramarossziget

?

Nome del padre Szalamo = Shlomo

Shlomo

/

/

Nome della madre Serena Feig Sarah Feig / /
Domicilio del padre inizio 1945

Buchenwald

Buchenwald

Buchenwald

Buchenwald

È dunque acclarato irrefutabilmente che Eli Wiesel è un mentitore e uno spergiuro.

Eli Wiesel è un plagiario?

Un’altra accusa formulata da Miklós Grüner riguarda l’origine del libro di Eli Wiesel “La Nuit” (in italiano “La notte”). Nella versione originale dell’articolo che espone le tesi di Grüner19 si dice che il libro fu pubblicato in ungherese a Parigi nel 1955 dal suo amico Lazar col nome di Eliezer e col titoloA világ hallgat” (E il mondo tace). Nella traduzione inglese invece il titolo suona “Un di Velt hot Gesvigen”, che è in jiddisch. Una ricerca sul titolo in ungherese non ha portato ad alcun risultato. Il libro in jiddisch invece è documentabile. Esso è infatti registrato nella Bibliography of Yiddish Books on the Catastrophe and Heroism20, n. 549 a p. 81. L’annotazione, in jiddisch, dice: Eliezer Wiesel, Un di Welt hot geschwign (E il mondo ha taciuto). Buenos Aires, 1956. Unione Centrale degli Ebrei polacchi in Argentina. Collana L’ebraismo polacco, vol. 117, 252 pagine. Di questo libro esiste una traduzione in inglese che corrisponde al capitolo VII di “La Nuit”. Ne parlerò alla fine dell’articolo.

Michael Wiesberg espone al riguardo informazioni degne di nota:

«Wiesel stesso ha fatto vari accenni alla storia della nascita del suo libro. Naomi Seidman ha rilevato che proprio Wiesel, in Alle Flüsse fließen ins Meer (Tutti i fiumi portano al mare) ha richiamato l’attenzione sul fatto di aver consegnato all’editore argentino Mark Turkow il manoscritto originale di “La Nuit”, redatto in jiddisch, nel 1954. A suo dire non l’aveva più rivisto, cosa che Turk nega recisamente. Questo manoscritto fu pubblicato nel 1955 a Buenos Aires col titolo Und di Velt hat Geshveyn (E il mondo ha taciuto). Wiesel pretende di averlo scritto durante una crociera in Brasile nel 1954. Però in una intervista dichiarò che solo nel maggio 1955, dopo un incontro con Mauriac21, decise di rompere il suo silenzio. “E quell’anno [il 1955], nel decimo anno, cominciai la mia storia. Poi fu tradotta dallo jiddish in francese e io gliela mandai. Fummo molto, molto amici fino alla sua morte”.

Naomi Seidman, nelle sue ricerche su “La Nuit”, mise in chiaro che tra la versione in jiddisch e quella in francese di “La Nuit” ci sono notevoli differenze, precisamente riguardo a lunghezza, tono, intenzione e temi trattati nel libro. Ella attribuisce queste differenze all’influenza di Mauriac, che può essere descritto come una personalità molto particolare»22.

A questo riguardo, dunque, il meno che si possa dire è che l’origine del libro resta incerta e confusa.

Sulla questione ritornerò sotto.

Elie Wiesel è un falso testimone?

Resta da stabilire se Elie Wiesel sia anche un falso testimone di Auschwitz. Esamineremo perciò la sua “testimonianza oculare”, come è esposta in «quello che è considerato il suo capolavoro» (Fini), La notte23. Già nel 1986 Robert Faurisson scrisse un articolo intitolato Un grand faux témoin: Élie Wiesel24. Successivamente Thomas Kues ne ha redatto un altro dal titolo Una donnola travestita da agnello25. Entrambi affrontano la questione in termini generali. I nuovi documenti consentono un’analisi tematica più approndita.

Bisogna premettere che la caratteristica principale della testimonianza in questione è che racconta senza descrivere; Elie Wiesel pone grande attenzione ad evitare qualunque dettaglio verificabile e ciò che dice di Birkenau, di Auschwitz, di Monowitz e di Buchenwald è talmente indefinito che la sua narrazione si potrebbe tranquillamente riferire ad un luogo della Siberia o del Canada.

a) La deportazione

Elie Wiesel non indica il giorno della sua deportazione ad Auschwitz. La sua narrazione parte comunque da un riferimento cronologico preciso: «il sabato precedente Shavuòth, la Festa delle Settimane» (p. 19). Nel 1944 questa festa cadde il 28 maggio 194426, che era una domenica. Il giorno in questione era perciò il 27 maggio. Il primo trasporto di Ebrei partì da Sighet il giorno dopo, 28 maggio: «Infine, all’una venne dato il segnale di partenza» (p. 23). Elie Wiesel menziona poi «la giornata di lunedì» (p. 25), l’alba del giorno dopo (p. 25) e la successiva notte (p. 27) e alla fine precisa: «Sabato, il giorno del riposo, era il giorno scelto per la nostra cacciata» (p. 28) e quello fu appunto il giorno della sua deportazione (p. 29): il 3 giugno 1944.

La durata del viaggio non è indicata, ma i trasporti dall’Ungheria impiegarono da tre a quattro giorni per arrivare ad Auschwitz-Birkenau. Elie Wiesel trascorse la notte a Birkenau e l’indomani fu trasferito ad Auschwitz dove gli fu tatuato il numero A-7713 (p. 47). Tuttavia, a suo dire, «era una bella giornata d’aprile» (p. 45).

Questa cronologia è completamente inventata. Se egli partì da Sighet il 3 giugno 1944 non poté arrivare ad Auschwitz in aprile. Per di più, il numero A-7713 fu assegnato il 24 maggio, giorno in cui furono immatricolati 2.000 Ebrei ungheresi con i numeri A-5729–A-772827. Secondo Randolph L. Braham, un trasporto ebraico per Auschwitz partì da Máramarossziget il 20 maggio 194428. Considerati quattro giorni di viaggio, questo è il trasporto di Lazar Wiesel, cui fu assegnato il numero A-7713 appunto il 24 maggio. Ma tutte queste cose, evidentemente, Eli Wiesel non le sapeva.

b) L’arrivo a Birkenau

Elie Wiesel racconta:

«Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome: – Auschwitz. Nessuno l’aveva mai sentito dire. […].

Verso le undici il treno si rimise in movimento. Ci si affollava alle finestre. Il convoglio rotolava lentamente. Un quarto d’ora dopo rallentò ancora. Dalle finestre scorgemmo dei reticolati: capimmo che doveva trattarsi del campo. […].

E mentre il treno si era fermato noi vedemmo questa volta delle vere fiamme salire da un alto camino, nel cielo nero. […].

Noi guardavamo le fiamme nella notte. Un odore abominevole aleggiava nell’aria. Improvvisamente le porte si aprirono. […].

Davanti a noi, quelle fiamme. Nell’aria, quell’odore di carne bruciata. Doveva essere mezzanotte. Eravamo arrivati. A Birkenau» (p. 34) (corsivo mio).

Questa narrazione è insensata già dal punto di vista topografico. La stazione da cui partiva il binario di diramazione verso Birkenau (la cosiddetta “vecchia rampa”) correva obliquamente a est della recinzione del campo ad una distanza – in linea d’aria – minima di circa 500 metri. Il binario di raccordo era lungo circa 700 metri.

Documento 7. Click...

Documento 7. Click…

A Birkenau c’erano quattro crematori, denominati II, III, IV e V. I camini dei crematori più vicini (II e III) distavano in linea d’aria circa 1.400 metri, quelli più lontani (IV e V) circa 1.800 metri. Il binario di raccordo, per gli ultimi 400 metri, procedeva perpendicolarmente alla recinzione del campo, sicché dalle finestrelle del treno non si potevano vedere i crematori II e III, che si trovavano più avanti nella stessa direzione, mentre i crematori IV e V erano coperti da almeno 12 file di baracche, inoltre ciascuno era dotato di 2 camini (vedi Documento 7).

Non per nulla, a mia conoscenza, nessun testimone ha mai preteso di aver visto i camini dei crematori dal treno di deportazione.

Fotografia aerea del campo di Birkenau del 31 maggio 1944

(NA, 60 PRS/462, D 1508, Exp. 3056)

I cerchi racchiudono i crematori; da sinistra: II, III, IV e V. L’edificio a forma di “T” contrassegnato con le lettere “ZS” è la Zentralsauna. “EG” è l’edificio di entrata (Eingangsgebäude), la freccia indica la diramazione ferroviaria dalla stazione

L’arrivo al campo è narrato da Eli Wiesel in modo straordinariamente indefinito, con grande cura nell’evitare qualunque particolare verificabile: oltre al «camino», di cui mi occupo al punto c), egli menziona soltanto «dei reticolati», indi, all’interno del campo, un «incrocio» (p. 37), «una fossa» e «un’altra fossa» (pp. 37-38), una «baracca» (p. 40) e «una nuova baracca» (p. 41).

Documento 8. Click...

Documento 8. Click…

Nessun accenno a tutto ciò che attrasse l’attenzione di tutti i veri deportati, come è documentato dalle fotografie del cosiddetto Album di Auschwitz29 (che furono scattate qualche giorno dopo l’arrivo del convoglio di Lazar Wiesel): l’edificio di entrata (Eingangsgebäude) col suo arco, sotto il quale passavano i treni per entrare al campo (vedi Documento 8), la banchina (la cosiddetta “rampa ebraica”, Judenrampe) con tre binari all’interno del campo, le recinzioni e le innumerevoli file di baracche a destra e a sinistra, le lunghe strade che tagliavano il campo in lungo e in largo, i fossati di drenaggio, le altane, i bacini antincendio, i crematori II e III alla fine della banchina.

Documento 8 L’edificio di ingresso (Eingangsgebäude) del campo di Birkenau © Carlo Mattogno

Poi il racconto diventa un po’ meno vago:

«Un barile di petrolio sulla porta. Disinfezione. Ci si bagna tutti. Poi una doccia calda. In gran fretta. Usciti dall’acqua, si è cacciati fuori. Correre ancora. Ancora una baracca: il magazzino. Lunghissime tavole. Montagne di casacche per detenuti. Noi corriamo. Quando passiamo ci lanciano pantaloni, giacca, camicia, calzini» (pp. 41-42).

Scena completamente inventata. All’epoca a Birkenau esistevano quattro impianti di disinfestazione e disinfezione (Entwesungs- und Desinfektionsanlagen). Quello principale era la cosiddetta Zentralsauna (Entwesungsanlage, BW 32), a forma di T davanti alla recinzione ovest del campo, con tre camere di disinfestazione ad aria calda (Heissluftentwesungskammern), tre autoclavi a vapore (Dampf-Desinfektionsapparate), sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, sala barbieri; i due impianti BW 5a e 5b, situati nei settori BIb e BIa, parimenti forniti di sala doccia dotata di spogliatoio e vestitoio, ma l’uno con camera a gas di disinfestazione a Zyklon B, l’altro con due camere di disinfestazione ad aria calda; infine l’impianto del campo zingari BIIa, con 8 apparati di disinfestazione elettrici (elektrische Entlausungsapparate)30. Nei primi tre impianti, equipaggiati con spogliatoio (Auskleiraum) e vestitoio (Ankleideraum) tutte le operazioni si svolgevano all’interno degli edifici. La procedura di disinfestazione non prevedeva l’impiego di petrolio. Ma di tutto ciò Elie Wiesel non aveva alcun sentore.

Degna di menzione è anche la storiella in voga negli anni Cinquanta del buon detenuto che suggerisce ai nuovi arrivati di dichiarare un’età superiore o inferiore a quella reale per sfuggire alle “camere a gas”. A Elie Wiesel, che non aveva ancora 15 anni, il buon detenuto disse di dichiararne 18, a suo padre, che ne aveva 50, consigliò di dire 40 (p. 36). Si tratta di un racconto sciocco, perché ogni trasporto era accompagnato da liste dei deportati in cui era indicato, tra l’altro, cognome, nome e data di nascita di ciascuno, sicché all’atto della registrazione la pia menzogna sarebbe stata scoperta inevitabilmente; il racconto è inoltre olocausticamente falso, perché, secondo una pubblicazione del Museo di Auschwitz, si gasavano bambini e ragazzi al di sotto di 14 anni31, mentre per gli adulti non esisteva un limite fisso. Nei registri dei decessi (Sterbebücher) di Auschwitz, per il 1943 (per il 1944 non è rimasto alcun registro) sono attestati 4.166 casi di persone tra i 51 e i 90 anni32.

c) “Il” camino fiammeggiante

Elie Wiesel non aveva alcuna idea di quanti crematori esistessero a Birkenau, come fossero fatti e dove si trovassero. Sebbene in un punto si lasci sfuggire un accenno alquanto fantasioso a «sei crematori» (p. 69), egli menziona sempre “il” camino, non si sa di quale crematorio, come se ce ne fosse uno solo. Di fatto i camini di Birkenau erano 6: quale sputava fiamme?

Egli insiste pure su questo singolare fenomeno: «–Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme le vedete? (Sì, le vedevamo, le fiamme)» (p. 36). Così sappiamo anche dove si trovava il camino: «Laggiù»!(Corsivo mio).

Documento 9. Click...

Documento 9. Click…

Dalla rampa di Birkenau, nel maggio 1944, i camini dei crematori II e III, due camini, erano perfettamente visibili (vedi Documento 9), ma, stranamente, Elie Wiesel ne “vide” uno solo.

La storiella dei camini fiammeggianti andava in gran voga negli anni Cinquanta, quando Elie Wiesel scrisse La Notte (1958). Ormai non la prende più sul serio neppure un Robert Jan van Pelt, che si è industriato per dimostrare che i camini dei crematori di Birkenau fumavano… e basta33. In effetti questa storiella non ha alcun fondamento tecnico, come ho spiegato altrove34.

Documento 9. Un convoglio di Ebrei ungheresi nel campo di Birkenau – Fine maggio 1944. Le frecce indicano i camini dei crematori II e III, senza “fiamme” né fumo (da: L’Album d’Auschwitz, p. 51)

 

d) Le “fosse di cremazione”

Questo è l’aspetto più orrorifico della sua “testimonianza oculare”:

«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […]. Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […]. Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà…Che il Suo Nome sia elevato e santificato…Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte… No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca» (pp. 37-38).

Dove si svolge la scena? Come al solito, Elie Wiesel si guarda bene dal fornire il minimo punto di riferimento topografico. Secondo la storiografia olocaustica, le “fosse di cremazione” si trovavano in due siti: all’esterno del campo, di fronte alla Zentralsauna, nell’area del presunto “Bunker 235 e nel cortile nord del crematorio V. La prima possibilità deve essere esclusa perché, in tal caso, Elie Wiesel avrebbe dovuto menzionare l’uscita dal campo e un percorso di varie centinaia di metri in aperta campagna. Resta la seconda.

Nello studio Auschwitz: Open Air Incinerations36 ho dimostrato, grazie all’analisi di tutte fotografie aeree di Birkenau disponibili, che la storia delle “fosse di cremazione”, per numero, superficie e finalità, non trova alcun riscontro nella realtà. L’unico sito di cremazione documentariamente attestato che esistette a Birkenau era dislocato dietro il crematorio V e

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aveva una superficie molto esigua, di circa 50 metri quadrati (mentre, secondo la propaganda olocaustica, il presunto sterminio degli Ebrei ungheresi avrebbe richiesto “fosse di cremazione” con una superficie totale di circa 5.900 metri quadrati), come si vede in questa fotografia (vedi Documento 10):

 Documento 10. Fotografia aerea di Birkenau del 23 agosto 1944 – Cortile nord del crematorio V

Il sito fumante è molto esiguo, come risulta dal confronto con il Krematorio V (a sinistra), che era largo circa 13 metri

Va inoltre rilevato che, per raggiungere questo sito, bisognava passare necessariamente accanto ai crematori IV e V, che non sarebbero certo sfuggiti ad un acuto osservatore di camini come Elie Wiesel, dato che l’edificio ne avevano ben quattro; per di più, in prossimità di esso non c’era nessuna baracca, ma solo il crematorio V. Infine il reticolato più vicino (quello nord), sul quale si sarebbe voluto gettare il nostro testimone, si trovava al di là del fossato di drenaggio che correva lungo la recinzione.

Oltre che storicamente infondata, la storia è anche assurda, perché, se Elie Wiesel si fosse realmente avvicinato fino a due passi da una vera “fossa di cremazione”, che, per assolvere la sua funzione, avrebbe dovuto avere una temperatura minima di 600°C, si sarebbe ustionato mortalmente.

La scena dell’autocarro che scarica bambini in una “fossa di cremazione” fa parte anch’essa dell’armamentario propadandistico del dopoguerra. Essa fu illustrata da David Olère in un quadro del 1947 che poi è servito di ispirazione per i “testimoni oculari” successivi37.

Il racconto di Elie Wiesel è dunque falso e assurdo; ma è anche chiaramente pretestuoso: se egli e suo padre erano stati “selezionati” per il lavoro, perché furono portati in prossimità della “fossa di cremazione”? Per scoprire il preteso “terribile segreto” di Auschwitz e propalarlo tra altri detenuti in altri campi?

Per quanto riguarda il percorso di Wiesel, impiegando un criterio di carità interpretativa, va rilevato quanto segue. I detenuti destinati ad essere immatricolati, dalla rampa, procedendo lungo la Hauptstrasse (strada principale), passavano tra i crematori II e III, indi piegavano a destra lungo la Ringstrasse (strada ad anello) e giungevano alla Zentralsauna. Dopo la disinfestazione, proseguivano per la Ringstrasse, indi giravano a destra e imboccavano la Strasse B (strada B), che passava tra i crematori IV e V e separava il settore BII dal settore BIII di Birkenau. Poiché l’unico minuscolo sito fumante che appare nelle fotografie aeree dell’epoca si trovava nel cortile interno del crematorio V, ed era per di più ben protetto da un boschetto, Elie Wiesel non avrebbe potuto in nessun caso avvicinarsi ad esso, anche perché lì non c’era alcuna strada. Se il suo racconto fosse vero, le SS di scorta avrebbero fatto deviare la colonna di detenuti che lasciava la Zentralsauna dalla Strasse B per portarla in gita turistica a vedere le “fosse di cremazione”, per poi ricondurla sulla Strasse B fino al campo BIIe poco più avanti.

Il suo racconto è dunque un banale artificio per poter giustificare una “testimonianza oculare” orrida puramente fittizia.

e) Il trasferimento ad Auschwitz

Dopo una notte trascorsa in una baracca del campo zingari, Elie Wiesel fu trasferito al campo principale di Auschwitz. Anche in questo caso la descrizione del tragitto è oltremodo vaga:

«La marcia era durata una mezz’ora. Guardandomi intorno mi accorsi che i reticolati erano dietro di noi: eravamo usciti dal campo. Era una bella giornata d’aprile. Profumi di primavera aleggiavano nell’aria. Il sole calava verso occidente. Ma appena dopo pochi passi vedemmo i reticolati di un altro campo. Un cancello di ferro, con su in alto scritto: “Il lavoro rende liberi”. Auschwitz» (p. 45).

Così egli non si accorse neppure all’uscita dal campo di essere passato sotto l’arco dell’edificio di ingresso di Birkenau. Lungo il tragitto non notò nulla, né il ponte sopra la ferrovia, né il lungo viale che portava al campo di Auschwitz. La scritta “Arbeit macht frei” invece la notò subito (ma non in tedesco!), come la può notare chiunque abbia sentito parlare di Auschwitz.

Non c’è bisogno di dire che egli si guarda bene dal descrivere, sia pure sommariamente, il nuovo campo. Ivi giunto, fu accolto nel Block 17, di cui ovviamente non dice nulla.

«Nel pomeriggio ci misero in fila. Tre prigionieri portarono un tavolo e degli strumenti chirurgici. Con la manica del braccio sinistro tirata su ognuno doveva passare davanti alla tavola. I tre “anziani”, ago alla mano, ci incidevano un numero sul braccio sinistro. Io diventai A-7713» (p. 47).

Anche questa descrizione è fasulla. Ho già esposto l’impostura del numero di matricola. Aggiungo che, come riferisce Tadeusz Iwaszko,

«i nuovi arrivati (Zugang) venivano portati negli edifici dei bagni, che ad Auschwitz I si trovavano nel blocco n. 26»38.

Eli Wiesel tace anche tutte le importanti operazioni preliminari, che evidentemente non conosceva affatto:

«La registrazione avveniva subito dopo il bagno e la consegna dei vestiti e consisteva nella compilazione di un modulo con i dati personali (Häftlings-Personalbogen) e l’indirizzo dei familiari più prossimi. […]. Il detenuto riceveva quindi un numero progressivo che per tutta la durata del suo soggiorno al KL avrebbe sostituito il suo nome. La procedura di immatricolazione si concludeva con il tatuaggio del numero sull’avambraccio sinistro»39.

Egli parla poi dell’appello serale:

«Decine di migliaia di detenuti stavano in fila mentre le S.S. verificavano il loro numero» (p. 47) (corsivo mio).

Ma la forza del campo di Auschwitz era di gran lunga più esigua. Il 12 luglio 1944 contava circa 14.400 detenuti40.

f) Il trasferimento a Monowitz

Dopo tre settimane di permanenza ad Auschwitz (p. 48), Elie Wiesel fu trasferito al campo di Buna (p. 50), cioè Auschwitz III o Monowitz. Anche qui nessuna descrizione del campo, nessun particolare verificabile41. Le poche informazioni da lui fornite sono tutte fantasiose. Egli comincia subito con una contraddizione:

«Nel nostro convoglio c’erano dei bambini di dieci, dodici anni» (p. 51).

Forse anche questi, per scampare alle “camere a gas”, avevano dichiarato 18 anni?

Indi i detenuti del convoglio furono «sistemati in due tende» (p. 51), come se non ci fosse posto nelle baracche del campo, così descritto da Primo Levi:

«questo nostro Lager è un quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da corrente ad alta tensione. È costituito da sessanta baracche in legno, che qui si chiamano Blocks, di cui una decina in costruzione; a queste vanno aggiunti il corpo delle cucine, che è in muratura; una fattoria sperimentale, gestita da un distaccamento di Häftlinge privilegiati; le baracche delle docce e delle latrine, in numero di una per ogni gruppo di sei od otto Blocks. Di più, alcuni Blocks sono adibiti a scopi particolari. Innanzitutto, un gruppo di otto, all’estremità est del campo, costituisce l’infermeria e l’ambulatorio; v’è poi il Block 24 che è il Krätzeblock, riservato agli scabbiosi; il Block 7, in cui nessun comune Häftling è mai entrato, riservato alla “Prominenz”, cioè all’aristocrazia, agli internati che ricoprono le cariche supreme; il Block 47, riservato ai Reichsdeutsche (gli ariani tedeschi, politici o criminali); il Block 49, per soli Kapos; il Block 12, una metà del quale, ad uso dei Reichsdeutsche e Kapos, funge da Kantine, cioè da distributorio di tabacco, polvere insetticida, e occasionalmente altri articoli; il Block 37, che contiene la Fureria centrale e l’Ufficio del lavoro; e infine il Block 29, che ha le finestre sempre chiuse perché è il Frauenblock, il postribolo del campo, servito da ragazze Häftlinge polacche, e riservato ai Reichsdeutsche»42.

Confrontata con questa, la non-descrizione di Elie Wiesel è tristemente patetica.

Parlando a Montecitorio, egli non ha saputo resistere alla tentazione di millantare la conoscenza di Primo Levi:

«Ad un certo punto siamo stati assegnati alla stessa baracca, ma non era presente nella marcia della morte verso i vagoni che ci hanno portato a Buchenwald; è rimasto in ospedale»43 (corsivo mio).

Tuttavia Primo Levi fu assegnato al Block 3044, poi al Block 4545 e infine al Block 4846. In quale Block alloggiò Elie Wiesel? La risposta non è semplice. Egli menziona dapprima «il blocco dell’orchestra»47, che si trovava effettivamente «vicino alla porta del campo» (p. 53), poi fa riferimento un paio di volte al Block 36 («… mi misi a correre verso il blocco 36…Corsi verso il blocco 36…» (p. 74 e 77), senza precisare se vi alloggiasse; infine dichiara esplicitamente che si trovava nel Block 57 (p. 84). In pratica Elie Wiesel e Primo Levi non si trovarono mai nella stessa baracca. Una pia menzogna nel bel mezzo di Montecitorio, al cospetto di cotanti illustri uditori!

La storiella dell’estrazione di denti d’oro a detenuti vivi con conseguente chiusura del «gabinetto del dentista» (p. 55) non ha alcun fondamento. I denti d’oro venivano estratti ai cadaveri e il gabinetto dentistico (Zahnstation), che si trovava nel Block 15 ed operava sotto la supervisione delle SS, non fu chiuso.

Elie Wiesel espone poi questa narrazione riguardo a un detenuto “selezionato” per le “camere a gas”:

«Quando arrivò la selezione era già condannato e non fece altro che offrire il suo collo al boia. Ci chiese soltanto: “Fra tre giorni non ci sarò più… Dite il Kaddish per me”. Noi glielo promettemmo: fra tre giorni, vedendo alzarsi il fumo dal camino, avremmo pensato a lui, avremmo raccolto dieci uomini e avremmo fatto una funzione speciale. […]. Allora se ne andò, nella direzione dell’ospedale con un passo quasi sicuro, senza guardarsi indietro. Un’ambulanza lo aspettava per portarlo a Birkenau» (p. 78) [Corsivo mio].

Il nostro “testimone oculare” o aveva dimenticato che doveva trovarsi al campo di Monowitz, dove non esisteva alcun crematorio, oppure aveva una vista tanto acuta da riuscire a vedere il fumo “del camino” (uno dei sei, a scelta) di Birkenau, cosa un po’ improbabile, perché i due campi distavano in linea d’aria circa 5 chilometri e in mezzo c’era la città di Auschwitz.

D’altra parte, scomodare un’ambulanza per trasportare un detenuto alla “gasazione”, questo sì che era una vera “Sonderbehandlung”, un “trattamento speciale”!

In fatto di “selezioni”, Elie Wiesel afferma che ad una di esse era presente «il famoso dottor Mengele» (p. 73), che, essendo Lagerarzt del campo zingari (BIIe) di Birkenau, aveva ben altro da fare che andare a Monowitz a effettuare “selezioni”. Questo è l’unico medico menzionato da Elie Wiesel, che lo avrebbe anche accolto a Birkenau (p. 37), appunto perché era «famoso», anche tra coloro che non avevano mai messo piede ad Auschwitz.

Il nostro “testimone oculare” si concede persino un particolare verificabile: un attacco aereo alleato.

Esso avenne «una domenica»; il giorno lo ricordava bene, perché ne approfittò «per dormire fino a tardi» (p. 61). «Il bombardamento durò più di un’ora» (p. 63). Il commento di Elie Wiesel: «Vedere la fabbrica consumarsi nell’incendio, che vendetta!» (p. 62) [corsivo mio].

Il bombardamento avvenne il 13 settembre 1944, che era un mercoledì, durò 13 minuti, dalle 11.17 alle 11.30 e distrusse solo una parte degli impianti. A Monowitz non c’era infatti «la fabbrica», ma decine e decine di impianti.

Sorvoliamo su altre scempiaggini minori, come la pena di morte comminata «in nome di Himmler»!(p. 64) e passiamo al suo ricovero all’ospedale del campo (probabilmente ispirato da quello di Primo Levi). Ciò avvenne «verso la metà di gennaio», quando gli si gonfiò il piede destro a causa del freddo e fu necessario un intervento chirurgico. Egli fu dunque ricoverato all’ospedale e non gli sfuggì che «era molto piccolo» (p. 79). Infatti era costituito da appena 9 blochi, 2 di convalescenza (13 e 22), 2 di chirurgia (14 e 16), 1 di medicina interna con gabinetto dentistico (15), 2 di medicina interna (17 e 19), 1 con ambulatorio e ufficio degli scrivani (18) e 1 per malattie infettive.

Nel gennaio 1944 all’ospedale dei detenuti di Monowitz furono ricoverate 1645 persone (numeri correnti 17009-18653): naturalmente Elie Wiesel non si trova in questa lista e non vi appare mai neppure un numero di matricolo della serie A-48.

g) Il trasferimento a Buchenwald

Alla decisione di Elie Wiesel di partire con i Tedeschi e di non aspettare i Sovietici non bisogna attribuire un qualche significato particolare, perché, nel suo contesto letterario, è psicologicamente giustificata dal timore (ingiustificato) che tutti coloro che fossero rimasti al campo sarebbero stati fucilati.

Tralascio tutte le peripezie della marcia di evacuazione e del trasporto in treno e passo subito all’arrivo a Buchenwald. Da tener presente solo la durata del viaggio: 3 giorni di sosta a Gleiwitz (p. 94), più un giorno per arrivarvi a piedi da Monowitz, «dieci giorni e dieci notti di viaggio» (p. 97) in treno, in totale 14 giorni.

Ma in una intervista del gennaio 1995 Wiesel dichiarò:

«Fummo evacuati il 18 gennaio [1945]. Il 19 fummo caricati sul treno, cioè su vagoni aperti»49.

Poiché i detenuti furono caricati sul treno a Gleiwitz, ciò avvenne in pari tempo il 22 e il 19 gennaio 1945.

Riguardo a Buchenwald identica non-descrizione: impossibile identificare una qualunque parte del campo. Egli parla di docce (p. 105) ma evita accuratamente di menzionare la procedura di immatricolazione.

Nell’intervista summenzionata al riguardo si limitò a ripetere:

«E fummo accolti. Ricordo che era già notte. Infine a fare la doccia. Era il piccolo campo e il piccolo campo per me all’inizio fu quasi peggio di Auschwitz»50.

Abbiamo visto sopra che Miklós Grüner e Lazar Wiesel, i quali a Buchenwald ci andarono davvero, ricevettero rispettivamente il numero di matricola 120762 e 123565.

Se Elie Wiesel avesse menzionato questo fatto ovvio, l’immatricolazione, avrebbe dovuto render conto di due numeri di matricola, quello suo e quello del padre. Cosa ancora più gravosa per lui, perché nello schedario dei detenuti di Buchenwald un Elie (o Eliezer) Wiesel non compare affatto, né uno Shlomo Wiesel riconducibile a suo padre.

Nel libro Elie Wiesel riferì che suo padre si era ammalato di dissenteria (p. 105) e narrò le sue sofferenze fino alla morte:

«Poi dovetti coricarmi. Mi arrampicai di nuovo nella mia cuccetta, sopra mio padre, che viveva ancora. Era il 28 gennaio 1945. Mi svegliai il 29 gennaio all’alba. Al posto di mio padre giaceva un altro malato. Dovevano averlo preso prima dell’alba per portarlo al crematorio» (pp. 108-109).

Nell’intervista menzionata sopra egli raccontò invece una storia del tutto diversa:

«Era la fine di gennaio. Ricordo che fummo spruzzati con acqua davanti alla baracca di quarantena, con acqua gelida. Diventammo dei blocchi di ghiaccio. Stavo accanto a mio padre. E poi improvvisamente mio padre non era più. Mio padre era morto»51

Esaminiamo infine se il suo racconto dell’arrivo a Buchenwald è conforme ai documenti.

Egli afferma che andò alla doccia «il terzo giorno dopo il nostro arrivo a Buchenwald» (p. 105), che era «il 28 gennaio 1945» (p. 108), sicché partì da Monowitz l’11 gennaio e arrivò a Buchenwald il 25. Nel gennaio 1945 dal complesso Auschwitz-Birkenau arrivarono a Buchenwald tre convogli di deportati52:

Data di partenza

Data di arrivo

Numeri di matricola

Numero detenuti

18 gennaio

22 gennaio

117195-119418

2.224

18 gennaio

23 gennaio

119419-120337

919

18 gennaio

26 gennaio

120348-124274

3.927

Nessun trasporto partì l’11 gennaio, nessuno impiegò più di 8 giorni. Quello arrivato il 26 gennaio portò sia Lazar Wiesel, sia Miklós Grüner, come risulta dai loro rispettivi numeri di matricola 120762 e 123565.

Il capitolo sesto di Un di velt hot geschwign53, che reca il titolo Der metim-zug (Il treno dei morti), è molto simile al capitolo settimo di La Notte (il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald), ma nel primo il numero dei detenuti caricati nel vagone di Elie Wiesel non è di 100 (p. 101), ma di 12054. Inoltre qui egli menziona anche il numero dei vagoni: 2055. Il numero dei detenuti del suo vagone arrivati vivi a Buchenwald è invece identico: 12 (p. 101)56. Perciò in questo vagone si sarebbe verificata una mortalità dell’ 88% o del 90%. Ma anche l’intero convoglio avrebbe pagato un alto tributo di morti:

«Il viaggio durò dieci giorni e dieci notti; ogni giorno prese le sue vittime e ogni notte pagò il suo tributo al signore della notte eterna, l’Angelo della Morte»57.

Il giorno dell’arrivo a Buchenwald ci furono 40 morti58.

Nei vagoni sarebbero stati caricati (20 x 100 ÷ 120 =) 2.000 ÷ 2.400 detenuti, di cui la maggioranza sarebbe morta durante il viaggio.

Si sa però che il trasporto che giunse a Buchenwald il 26 gennaio 1945 contava alla partenza, secondo la lista nominativa dei deportati, 3987 detenuti59; se a Buchenwald ne furono immatricolati 3.927, significa che vi furono 60 decessi, l’1,5%.

Da tutti i dati esposti sopra risulta pertanto che il racconto del viaggio da Gleiwitz a Buchenwald non può essere veritiero né in Un di velt hot geschwign né in La Notte.

Il racconto, o, più esattamente, il non-racconto della presunta permanenza di Elie Wiesel a Buchenwald è una prova ulteriore che la sua storia è completamente inventata. Nel suo libro egli, in mezza pagina, passa dagli eventi del 29 gennaio 1945 (p. 109) a quelli del 5 aprile! (p. 110).

Wiesel scrive: «Fui trasferito al blocco dei ragazzi, dove eravamo seicento» (p. 110). Nel testo in jiddisch questo passo suona così: «Fui trasferito nel blocco dei bambini (Kinder-Blok) n. 66, dove si trovavano circa 600 bambini»60. Questo Block, come vedremo, è importante per la famosa fotografia scattata il 16 aprile 1945.

Concludendo, Elie Wiesel non è mai stato internato né a Birkenau, né ad Auschwitz, né a Monowitz, né a Buchenwald.

E l’estrema riluttanza a mostrare il suo preteso numero di matricola suona come una confessione61.

L’enigma di Lázár Wiesel

La lettera del Memoriale (Gedenkstätte) di Buchenwald a Miklós Grüner del 15 maggio 2002 menziona un Lázár Wiesel, nato il 4 ottobre 1928, che fu immatricolato a Buchenwald col numero 123165. Ciò risulta da un questionario del Governo militare americano in Germania del campo di Buchenwald (vedi Documento 11)62 .

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Documento 11

Questo detenuto nacque a Máromarossziget il 4 ottobre 1928, era studente, fu arrestato il 16 aprile 1944 e fu internato ad Auschwitz e a Monowitz. Secondo il Memoriale di Buchenwald, egli fu trasferito a Parigi il 16 luglio 1945 con il trasporto dei bambini superstiti e figura nella relativa lista. Questo Lázár Wiesel è Elie Wiesel?

Va rilevato anzitutto che la data di nascita non coincide: Lázár nacque il 4 ottobre 1928, Elie il 30 settembre 1928. Poiché Lázár Wiesel firmò di suo pugno il suddetto questionario – col cognome “Wiezel” – bisogna escludere un errore nella data di nascita.

Il secondo punto importante è che il numero di matricola di Auschwitz di Lázár Wiesel non è noto, ma non poteva comunque essere A-7713, perché al Museo di Auschwitz risulta un solo numero A-7713 della serie maschile, assegnato a Lazar Wiesel nato il 4.9.1913. Per di più nella lista nominativa del trasporto da Auschwitz a Buchenwald risulta un solo Lazar Wiesel, quello appunto nato il 4.9.1913 e immatricolato ad Auschwitz col numero A-7713. Da dove veniva Lázár Wiesel? E che rapporto c’è tra Lazar Wiesel e Lázár Wiesel, che (tranne l’anno di nascita) hanno dati anagrafici così simili? Al momento queste domande restano senza risposta.

A complicare le cose, esiste inoltre un certificato di nascita del “Servizio centrale di stato civile” della Romania datato 27 novembre 1996 a nome di Lazar Vizel, nato a Sighet il 30 settembre 1928 da Solomon Vizel e da Sura Feig. Su questo documento ritornerò sotto.

Il terzo punto è il fatto che la data di arresto di Lázár Wiesel – il 16 aprile 1944 – non si concilia con quella di Elie Wiesel: dopo il 27 maggio 1944, come ho rilevato nell’articolo precedente.

Il quarto punto è il numero di matricola di Buchenwald: se Elie Wiesel è Lázár Wiesel perché non ha menzionato il numero 123165?

Anche il nome ha la sua importanza.

È ben vero che Lazar è un diminutivo di Eliezer, ma questo in jiddisch suona אליעזר Eliezer, quello לייזער, Leizer, o לאזער Lozer. Perché il presunto Eliezer Wiesel a Buchenwald si sarebbe firmato

Lázár? E perché non ha mai indicato il suo numero di immatricolazione in questo campo?

Il numero di matricola di Buchenwald di Lázár Wiesel, 123165, rientra nella serie di numeri che furono assegnati il 26 gennaio 1945 ai 3.927 detenuti provenienti da Auschwitz: 120348-124274. Non risultà però che Lázár Wiesel fosse registrato in tale lista.

Altri problemi sorgono quando si cerca di seguire la sorte di Lazar Wiesel a Buchenwald e dopo la sua partenza dal campo. Infatti questo Lazar Wiesel, nato a Máramarossziget il 4 settembre 1913, registrato a Buchenwald col numero 123565, scompare e al suo posto subentra un Lázár Wiesel con data di nascita e numero di matricola diversi.

Riguardo a questo Lázár Wiesel, Grüner ha pubblicato due importanti documenti. Il registro del Block 66 riporta la seguente annotazione (vedi Documento 12):

«[123]565 Wiesel Lazar U. Jun. A 4»63.

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Documento 12.Click…

Documento 12

Grüner spiega a più riprese che cosa a suo avviso accadde. Lazar Wiesel fu assegnato al Block 66:

«Circa una settimana dopo, non potei credere ai miei occhi, vedendo Lazar nel nostro Block 66. Egli mi disse che Abraham era venuto a mancare quattro giorni dopo il nostro arrivo a Buchenwald. Egli spiegò che aveva ricevuto un permesso speciale per unirsi a noi ragazzi nel Block 66, perché era molto più grande di noi»64.

Alcune pagine dopo egli ribadisce la presenza di Lazar Wiesel nel Block 6665. Fin qui nulla di strano. Poi però egli afferma in modo sibillino e confuso:

«Dall’archivio di Buchenwald: Sabine Stein; 08.12.00 e 15.05.02. Dichiara che: il numero di matricola di Lazar Wiesel: 125565 secondo il questionario dei detenuti del Governo militare della Germania (NARA Washington, RG 242, film 60) fu cambiato nel numero 123165 e la data di nascita in 04.10.1928. Con questa nuova identità egli (Lazar Wiesel) lasciò Buchenwald con un trasporto HIAS [Hebrew Immigrant Ais Society] di 675 bambini superstiti (S-414) il 16 luglio 1945 diretto a Parigi. Tuttavia c’è una differenza notevole di contenuto tra il numero di registrazione originario di Lazar Wiesel 123563 e il nuovo numero 123165, che apparteneva a un detenuto ebreo della Slovacchia, Pavel Kun, che morì a Buchenwald l’8 marzo 1945»66.

Successivamente, commentando il questionario summenzionato, Grüner aggiunge:

«Riguardo al numero 123165: detenuto “Wiesel Lazar”, maschio, nato il 4 ottobre 1928. datato Buchenwald, 22 aprile 1945.

Questo affidavit67 fu redatto in buona fede a beneficio di Wiesel Lazar che era nato il 4 settembre 1913 a Maramorossziget; il suo numero di matricola a Buchenwald 123565 fu cambiato in 123165 per favorire il futuro di Wiesel Lazar e a beneficio del suo prossimo futuro»68.

In un altro passo egli parla di «numero di Buchenwald 123165 falsificato»69.

Secondo Grüner, dunque, qualcuno (egli non chiarisce chi) avrebbe scritto «in buona fede (?)» dati falsi nel questionario summenzionato. Ma le motivazioni da lui addotte sono decisamente insulse: in che modo la vera data di nascita (4 settembre 1913) e il vero numero di matricola di Buchenwald (123565) avrebbero potuto impedire di «favorire il futuro di Wiesel Lazar»? E come si poteva seriamente sperare di far passare un uomo di 32 anni per un ragazzo di 17? E perché un uomo di 32 anni fu accolto nel trasporto di ragazzi a Parigi?

Grüner pubblica due documenti (una pagina della lista dei nuovi arrivati da Auschwitz a Buchenwald del 26 gennaio 1945 e una scheda personale) dai quali risulta che il numero di Buchenwald 123165 fu assegnato effettivamente al detenuto Pavel Kun, nato il 6.7.1926 a Velka Bytca, registrato ad Auschwitz col numero B-14131 e morto l’8 marzo 194570. Ma per quale ragione il numero di questo detenuto sarebbe stato attribuito a Lazar Wiesel, “falsificando” il suo vero numero 123565?

Si potrebbe anche pensare che quel numero di matricola, appunto perché era già stato assegnato a Pavel Kun, sia frutto di un errore: 123165 invece di 123565. Ma come spiegare la data di nascita del 4 ottobre 1928?

Il questionario fu sicuramente compilato da uno dei tre ufficiali britannici elencati alla fine del documento, i quali avrebbero certamente potuto commettere un tale errore: ma l’interessato firmò il documento di suo pugno col cognome “Wiezel”, avallando con la sua firma sia il presunto errore, sia la presunta falsificazione, perciò in entrambi i casi l’impostore sarebbe lui.

Per di più, l’amicizia tra Lázár Wiesel e Sámuel Jakobovits (o Jakubowits) – nato il 2 ottobre 1926, che fu deportato ad Auschwitz e registrato col numero A-5763, assegnato il 24 maggio 1944 (questo giorno 2.000 Ebrei ungheresi furono infatti immatricolati con i numeri A-5729-7728; di questo trasporto facevano dunque parte sia Abram Wiesel [A-7712], sia Lazar Wiesel [A-7713] nato il 4.9.1913, ma, secondo il questionario del 22 aprile 1945, anche Lázár Wiesel nato il 4 ottobre 1928), indi trasferito a Buchenwald e qui registrato il 26 gennaio 1945 col numero 121761 – e soprattutto il fatto che Lázár indicò Sámuel tra le sue tre persone di fiducia, si concilia forse più coll’ipotesi di un ragazzo di 17 anni che menziona come garante un ragazzo di 19, piuttosto che con quella di un uomo di 32 anni che prende a garante un ragazzo di 17.

Risulta dunque difficile credere alla spiegazione della falsificazione dei dati personali di Lazar Wiesel, anche se essa chiarirebbe la scomparsa di Lazar Wiesel e l’apparizione di Lázár Wiesel.

Viceversa, se si tratta di due persone diverse, perché il Lázár nato il 4 ottobre 1928 non figura nella lista dei nuovi arrivati da Auschwitz a Buchenwald del 26 gennaio 1945? E perché non risulta neppure deportato ad Auschwitz?

A questo punto subentra l’enigma di Elie Wiesel. Grüner non spiega in che modo questi si sarebbe parzialmente impadronito dei dati personali di Lazar Wiesel. Forse su base documentaria? Lazar Wiesel, come si è visto sopra, appare in vari documenti, ma il nome dei genitori è indicato soltanto nella sua scheda personale di Buchenwald, dove però la data di nascita è il 4 settembre 1913. Per spacciarsi per Lazar Wiesel, Elie avrebbe dovuto conoscere anche la documentazione su Lázár Wiesel (soprattutto in relazione al suo racconto relativo al Block 66, dove furono accolti i ragazzi), ma allora perché non menzionò nessuno dei due numeri di immatricolazione di Buchenwald (123565 o 123165)?

L’alternativa è un contatto personale. Elie Wiesel potrebbe aver conosciuto Lazar Wiesel e costruito la sua storia in base ai suoi racconti, liberamente rielaborati. Sta di fatto che Lazar e Abraham Wiesel abitavano nella stessa città di nascita di Elie Wiesel ed è probabile che si conoscessero. Nel 1910 la città contava circa 21.000 abitanti, di cui circa 8.000 erano ebrei; nel 1930 la popolazione era salita a circa 27.00071. Secondo Braham, da questa località furono deportati ad Auschwitz tre trasporti ebraici (3.007 persone il 16 maggio, 3.104 il 20 e 3.490 il 22) con 9.601 persone72, praticamente l’intera comunità ebraica, perciò è più che probabile che Elie conoscesse i due fratelli Wiesel e i loro dati anagrafici.

L’altra possibilità, che Elie Wiesel sia Lazar Wiesel, è da escludere già per ragioni cronologiche: attualmente egli dovrebbe avere 102 anni! D’altra parte, perché egli avrebbe “falsificato” di nuovo in 30 settembre 1928 la sua data di nascita già “falsificata” in 4 ottobre 1928?

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Il certificato di nascita rilasciato dal “Servizio centrale di stato civile” della Romania in data 27 novembre 1996 a nome di Lazar Vizel (vedi Documento 13), nato a Sighet da Solomon Vizel e da Sura Feig, reca sì la data di nascita del 30 settembre 1928 73, ma non dimostra nulla, perché non si sa a chi si riferisce, da chi e perché fu richiesto, e soprattutto perché, quand’anche si riferisse a Elie Wiesel, può essere il frutto di un’autodichiarazione, come quella redatta l’8 ottobre 2004 da lui stesso riguardo a suo padre per il Central Database of Shoah Victims’ Name74 dello Yad Vashem.

Documento 13

Le corrispondenze tra i dati di Lázár Wiesel e quelli degli altre tre Wiesel, allo stato presente, non trovano ancora una spiegazione inequivocabile:

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Quel che è indubitabile, e che Elie Wiesel non può essere né Lazar Wiesel, né Lázár Wiesel; il numero A-7713 non fu assegnato a lui, ma a Lazar Wiesel e il numero A-7712 non fu dato a suo padre, ma ad Abram (o Abraham) Viesel (Wiesel).

E l’accusa di appropriazione di identità formulata contro di lui da Miklós Grüner non riguarda soltanto Lazar Wiesel, ma anche Lázár Wiesel: dal primo Elie ha tratto il numero di immatricolazione di Auschwitz (A-7713), dal secondo il soggiorno a Buchenwald e il successivo trasferimento a Parigi.

Per quanto riguarda il suo libro, La Nuit, quale valore abbia la sua assicurazione giurata che esso «è un resoconto veritiero. Ogni parola in esso è vera» si può arguire dall’analisi che ne ho esposto sopra.

Al riguardo è importante precisare che in tale libro non appare mai alcun accenno alle presunte “camere a gas” di Auschwitz. Eli Wiesel è forse l’unico (sedicente) testimone di Auschwitz che non menzioni le “camere a gas”, fatto a dir poco sorprendente che potrebbe – e dovrebbe – essere spiegato solo da lui.

La Nuit e Un di velt hot geschwign

Grüner afferma che Lazar Wiesel, con la nuova identità di Lázár, redasse un manoscritto in jiddisch di 862 pagine che l’editore Mark Turkov ridusse a 253 pagine75. Il libro, a suo dire, fu «pubblicato a Parigi nel 1955»76 e allora ebbe il copyright di Eliezer Wiesel, 43 anni, Parigi. «Pubblicato nel 1955, Buenos Aires. Il copyright dimostrerà che egli fu tatuato a Birkenau col numero A-7713»77; in un altro punto Grüner scrive che il libro è un «ha il copyright di Eliezer (in jiddish il nome ha lo stesso significato di Lazar) Wiesel, Parigi 1954»78. Elie Wiesel, usurpando il copyright di Lazar Wiesel, nel 1958 avrebbe pubblicato un riassunto di Un di velt hot geschwign col titolo La Nuit79.

Tuttavia non c’è alcuna prova che l’autore del libro in jiddisch sia Lazar Wiesel. Grüner lo considera tale perché in esso a p. 87 l’autore dice di aver ricevuto ad Auschwitz il numero di matricola A-771380 e a p. 239 di essere stato alloggiato a Buchenwald nel Block 6681, ma questi dati non sono sufficienti per identificare con certezza in Lazar Wiesel l’autore del libro.

D’altra parte, perché egli avrebbe usato il nome “Eliezer” invece di “Lazar”? Che questi due nomi, in jiddisch, «significano la stessa cosa», come dice Grüner, non è esatto: essi non sono certo intercambiabili. Come ho rilevato sopra, Lazar è sì un diminutivo di Eliezer, ma in jiddisch suona Leizer o Lozer. Che motivo avrebbe avuto Lazar Wiesel, che appare appunto come “Lazar” in tutti i documenti noti, di firmarsi “Eliezer”?

La questione del “copyright”, al contrario di quanto sembra credere Grüner, non dice nulla circa l’autore del libro. Anzi, non è affatto chiaro perché il “copyright” fu registrato a Parigi, dato che il libro fu pubblicato a Buenos Aires. Se Lazar Wiesel ne fosse davvero l’autore, avrebbe protestato per il plateale plagio presuntamente perpetrato da Elie Wiesel appena due anni dopo e l’editore Mark Turkov lo avrebbe citato in giudizio (a meno che questi, o entrambi, fossero d’accordo con Elie Wiesel). Ma nulla di ciò accadde.

Grüner sembra credere che il presunto plagiario Elie Wiesel abbia in qualche modo snaturato il testo originale di Lazar Wiesel, inventanto storie false ed esponendo così i veri superstiti alle critiche dei revisionisti. Al riguardo egli scrive:

«I l libro La Notte è un capolavoro destinato a diffamare noi e il nostro Dio diffondendo menzogne sull’Olocausto senza nessuna specie di spiegazione ragionevole. Per dirne una, la storia orribilmente contorta che descrive le enormi fiamme provenienti dalle fosse che contenevano corpi inceneriti di uomini, donne e bambini, senza ovviamente menzionare che erano morti o che in tali circostanze erano già soffocati a morte all’arrivo alle fosse fiammeggianti»82.

In un altro punto egli osserva:

«Io, lungo il cammino verso la sala di lavaggio a Birkenau, non ho mai visto e non mi sono mai avvicinato a fosse ardenti di fiamme vive, dove si potessero vedere persone o bambini bruciare, com’è scritto in “La Notte” di Elie Wiesel»83.

In pratica Grüner accusa Elie Wiesel di aver inventato quantomeno la storia dei bambini bruciati vivi nelle “fosse di cremazione”, che ho analizzato sopra.

Confronto versioni wiesel, bambini bruciati vivi. Click...

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In realtà la stessa descrizione si trova nel testo jiddisch, come risulta dal confronto tra i due relativi brani (a sinistra quello tratto da La Notte84, a destra quello desunto da Un di velt hot geschwign85):

«Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto. L’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. […].

Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti. […].. Ancora venti passi. […]

La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. […]

Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. […]

No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca» (pp. 37-38).

«A sessanta metri da noi delle fiamme si innalzano da una fossa; fiamme enormi; si brucia qualcosa lì: che cosa?

Un autocarro si avvicina alla fossa e vi scarica automaticamente il suo carico; improvvisa-mente vedo che cosa trasporta, che cosa versa nella fossa: bambini piccoli! lattanti! bimbetti! Sì, l’ho visto coi miei stessi occhi… ho visto come si gettavano dei bambini vivi nelle fiamme! […] andiamo davvero al camino, in direzione della fossa fiammeg-giante; evidentemente davanti [a noi], un po’ più in là, c’è un’altra fossa, più grande: per adulti, per noi. […]

Ancora venti passi […]. Ancora quindici passi […]. Ancora dieci passi, otto, sette passi […] quattro passi.

Ecco, tre passi, ecco, la fossa, ecco, le fiamme.

Due passi prima della fossa ci fu ordinato di dirigerci a sinistra, in una baracca-bagno» (pp. 67-70)

Il libro in jiddisch contiene un altro passo, ripreso anche in “La Notte”, che accresce ulteriormente i dubbi sul fatto che il suo autore sia Lazar Wiesel. Un detenuto di Auschwitz chiede al protagonista quale sia la sua età:

«Non ho ancora 15 anni, risposi.

Il detenuto gridò: No, 18 anni. […].

Poi pose la stessa domanda a mio padre.

– Ho 50 anni, rispose ingenuamente mio padre.

Il detenuto si indignò: No! Non cinquant’anni! Quaranta!»86.

Perché Lazar Wiesel, che all’epoca dell’arrivo ad Auschwitz aveva 31 anni, avrebbe dichiarato di non averne ancora 15?

In questa intricata vicenda l’unica cosa indubitabilmente certa è che Elie Wiesel ha mentito sui numeri di immatricolazione di Auschwitz assegnati a lui stesso e al padre: a che scopo se egli e suo padre furono realmente deportati ad Auschwitz? In questo caso avrebbero ricevuto numeri di matricola necessariamente diversi da A-7713 e A-7712: che motivo avrebbe avuto Elie Wiesel per non dichiarare i loro veri numeri?

Per quanto riguarda Stolen Identity, Grüner, come ho già sottolineato, accusa Elie Wiesel di aver gettato discredito sui veri testimoni con le sue fantasie, ma egli stesso non è da meno. Qui non è il caso di insistere su quest’aspetto del libro; basti questa sola citazione:

«Essi avevano salvato la mia pelle dall’essere trasformata in paralumi o dal diventare una torcia ardente. Soprattutto, mi fu risparmiato di essere trasformato in una saponetta con le iniziali R.J.F. (reine jüdische fett87) su di essa»88.

La fotografia di Buchenwald

Si sostiene che la presenza di Elie Wiesel a Buchenwald sarebbe attestata da una fotografia che ritrae un gruppo di detenuti di questo campo (vedi Documento 14):

«Foto di Harry Miller di lavoratori schiavi al campo di concentramento di Buchenwald dopo l’arrivo al campo delle truppe statunitensi dell’80a divisione. Scattata il 16 aprile 1945. Miklos Grüner (numero di matricola 120762) è in basso a sinistra, Eli Wiesel (numero di matricola 123565) è nella fila sopra, vicino al terzo travicello da sinistra»89.

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Documento 14

Tuttavia il fatto che il volto della persona ritratta nella fotografia fosse quello di Eli Wiesel si basa soltanto su una sua dichiarazione, su un suo sedicente auto-riconoscimento90. Quanto al “suo” numero di matricola – 123565 – , esso apparteneva a Lázár Wiesel!

Nel sito del Memoriale di Buchenwald questa fotografia viene riprodotta con la seguente didascalia:

«Häftlinge in Baracke 56 des Kleinen Lagers. | Foto Harry Miller, 16. April 1945 / National Archives, Washington»,

«Detenuti nella baracca 56 del piccolo campo. Foto di Harry Miller, 16 aprile 1945. National Archives, Washington»91.

La data del 16 aprile 1945 è così confermata ufficialmente. Nel suo libro Elie Wiesel scrive:

«Il 10 aprile eravamo ancora ventimila nel campo, fra cui qualche centinaio di ragazzi. […].

Tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente malato: un’intossicazione. Fui trasferito all’ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte»92.

Il campo fu liberato l’11 aprile 1945. Tre giorni dopo, il 14, Elie Wiesel si ammalò e fu trasferito all’ospedale del campo, dove rimase, «fra la vita e la morte», per due settimane, fino al 28 aprile.

Ma allora come avrebbe potuto trovarsi il 16 aprile nella baracca 56, che era evidentemente una baracca alloggio? E come avrebbe potuto firmare il 22 aprile, come “Lázár Wiezel”, il questionario summenzionato?

Impostura, falsa testimonianza e spergiuro: Elie Wiesel è proprio “il simbolo dell’Olocausto”!

Carlo Mattogno.

2 Printed in Sweden, Stockholm, 2007 (edito dall’Autore).

3 Stolen Identity Auschwitz Number A-7713, op. cit., documento 18.1. Molti dei documenti del libro sono reperibili anche in rete all’indirizzo https://kuruc.info/r/6/51815/.

4 NARA, A 3355, RG 242.

6 Erich Hunt fu accusato di aver aggredito Elie Wiesel, ma affermò di averlo tirato da parte per chiedergli un’intervista sul suo soggiorno ad Auschwitz: http://erichunt.net/category/the-liar-elie-wiesel/

7 Superior Court of California. County of San Francisco. Before the Honorable Robert Donder, Judge Presiding, Department Number 23. People of the State of California, Plaintiff, vs. Erich Hunt, Defendant. Testimony of Elie Wiesel, July 8, 2008, p. 7 e 13.

8 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., documento 11.1.

9 Idem, documento 19.1-3.

10 Riproduzione del documento in: https://kuruc.info/r/6/51815/.

11 Idem.

13Stolen Identity.Auschwitz Number A-7713, op. cit., 7.1.

14 Abbreviazione di Schlosserlehrling, apprendista fabbro.

15 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., documento 11.3.

16 Idem, documento 11.5.

17 Idem, documento 11.4.

18 NARA, A 3355, RG 242.

19 In: https://kuruc.info/r/6/51815/.

20 YIVO Institute for Jewish Research, New York, 1962.

21 François Mauriac, il prefatore del libro di Eli Wiesel.

22 Michael Wiesberg, Unversöhnlich – Elie Wiesel zum 80. In: Grundlagen, Sezession 25, agosto 2008, p. 25.

23 Giuntina, Firenze, 1986.

24 In: R. Faurisson, Écrits Révisionnistes (1974-1998), vol. II, De 1984 à 1989. Édition privée hors-commerce., 1999, pp. 606-610. In rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/archFaur/1986-1990/RF861017.html (francese); http://www.ihr.org/leaflets/wiesel.shtml (inglese).

27 Liste der Judentransporte, Museo di Auschwitz-Birkenau, microfilm n. 727/27.

28 R.L. Braham, A Magyar Holocaust. Gondolat Budapest-Blackburn International Incorporation Wilmington, 1988, p. 514.

29 L’Album d’Auschwitz. Édition du Suil, Parigi, 1983.

30 Questi impianti sono stati ben descritti da Jean-Claude Pressac in: Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, pp. 53-85.

31 Auschwitz. Il campo nazista della morte. Edizioni del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 122

32 Thomas Grotum, Jan Parcer, «EDV-gestützte Auswertung der Sterbeeinträge», in: Sterbebücher von Auschwirt. A cura del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau. K.G. Saur, Monaco, New Providence, Londra, Parigi, 1995, vol. 1, p. 248.

33 R.J.van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002 p. 504.

34 «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.

35 Ma nessuna fotografia aerea attesta la presenza di fumo in quest’area.

36 Theses & DissertationsPress, Chicago.

37 Vedi al riguardo il mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt. Effepi, Genova, 2009, p. 552.

38 Auschwitz. Il campo nazista della morte, op. cit., p. 52.

39 Idem, p. 54.

40 D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 821.

41 Tranne quello relativo alla baracca dell’orchestra del campo.

42 P. Levi, Se questo è un uomo. Einaudi, Torino, 1984, pp. 35-36.

44 P. Levi, Se questo è un uomo, op. cit., p. 44.

45 Idem, p. 70.

46 Idem, p. 160.

47 Il blocco dell’orchestra era al di fuori della numerazione delle baracche del campo, che andava da 1 a 60.

48 NI-10186, pp. 219-269.

49 «Unüberbrückbare Erinnerungen. Ein Zwiegespräch zwischen Jorge Semprun und Elie Wiesel», in: Werkstattgeschichte, n. 13, 1996, p. 51.

50 Idem, p. 52.

51 Idem, p. 52.

52 Het Nederlandsche Roode Kruis, Auschwitz, Deel VI, ‘s-Gravenhage, 1952, p. 39.

53 Questo capitolo è stato tradotto in inglese da Moshe Spiegel col titolo “The Death Train”. Anthology of Holocaust Literature, a cura di Jacob Glatstein, Israel Knox e Samuel Margoshes. A Temple Book, Atheneum, New York, 1968, pp. 3-10.

54 Un di velt hot geschwign, p. 217.

55 Idem, p. 216. La traduzione inglese dice erroneamente 25.

56 Idem, p. 217.

57 Idem, p. 207.

58 Idem, p. 217.

59 Andrzej Strzelecki, Endphase des KL Auschwitz. Verlag Staatliches Museum in Oświęcim-Brzezinka, 1995, pp. 338-229. Riproduzione di due pagine della lista del trasporto originale.

60 Un di velt hot geschwign, p. 239.

61 Sulla questione del tatuaggio fantasma di Elie Wiesel si veda il sito http://www.eliewieseltattoo.com/.

62 NARA, A 3355, RG 242.

63 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., documento 2.

64 Idem, p. 28.

65 Idem, p. 49.

66 Idem, p. 51.

67 Ovviamente il questionario non può affatto essere considerato un “affidavit”, cioè una dichiarazione giurata.

68 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., p. 59.

69 Idem, p. 34.

70 Idem, documenti 7, 12.1 e 12.3.

71 http://en.wikipedia.org/wiki/Sighetu_Marmației.

72 R.L. Braham, A Magyar Holocaust, op. cit., p. 514.

73 Testo in: http://kuruc.info/r/6/51815/, immagine 8.

75 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., p. 43. Per la precisione, la narrazione finisce a pagina 245, con un esplicito “Sof” (Fine). Le pagine successive sono pubblicitarie (elenco delle opere pubblicate nella collezione Der poilische jidntum, L’Ebraismo polacco).

76 Idem, p. 44.

77 Idem, p. 55.

78 Idem, p. 46. Il libro fu finito di stampare il 10 novembre 1955 e pubblicato nel 1956; esso reca la scritta “Copyright by: Eliezer Wiesel, Paris” senza data.

79 Idem, p. 44, 46 e Figure 17.

80 Idem, pp. 55-56.

81 Idem, p. 57.

82 Idem, p. 45.

83 Idem, pp. 34-35.

84 E. Wiesel, La Notte, op. cit. pp. 37-38

85 Eliezer Wiesel, Un di velt hot geschwign, op. cit., pp. 67-70.

86 Un di velt hot geschwign, p. 63.

87 R.I.F. (e non R.J.F.) sta notoriamente per Reichstelle für industrielle Fettversorgung, Ufficio del Reich per l’approvvigionamento di grasso.

88 Stolen Identity. Auschwitz Number A-7713, op. cit., pagina senza numero intitolata “In Gratitude”.

90 Su questo preteso auto-riconoscimento rimando all’articolo di Carolyn Yeager Famous Photo of Buchenwald survivors, in: http://www.eliewieseltattoo.com/the-evidence/photographic-evidence/buchenwald/.

92 E. Wiesel, La notte. Giuntina, Firenze, 1986, pp. 111-112.

________________________Pubblicato il 16 Febbraio 2015, alle ore 16,25

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