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Gen 23

0921 – Ulteriori corbellerie di Valentina Pisanty…di Carlo Mattogno

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Ulteriori corbellerie di Valentina Pisanty

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click...

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click…

Nell’articolo “Sul negazionsimo1, Valentina Pisanty scrive:

«Essendo un prodotto della memoria umana, qualunque testimonianza può contenere alcune inesattezze o contraddizioni. Il testimone può sbagliarsi sul numero di persone stipate nelle camere a gas, sull’altezza o sull’esatto colore di un edificio, sul giorno della settimana in cui Himmler visitò il lager di Auschwitz, ecc. Ora, è evidente che simili inesattezze non inficiano per nulla il valore della testimonianza per quanto riguarda i suoi contenuti principali. Invece, i negazionisti si appigliano a ogni minimo errore e saltano precipitosamente alla conclusione che, se il testimone (sia egli un superstite o un ex SS) si è sbagliato su un dettaglio, nulla garantisce che egli non sia sbagliato anche sul resto».

Ella qui espone una delle strategie preferite degli anti-”negazionisti”, consistente nell’inventare presunte metodiche revisionistiche insensate che poi è facile volgere in ridicolo. Questa strategia vuole che si adducano “esempi” di queste presunte metodiche senza indicarne l’autore o il testo in cui comparirebbero. Nel caso specifico, l’ “errore” «sul numero di persone stipate nelle camere a gas» riguarda direttamente il rapporto Gerstein e lo discuterò sotto; quello «sull’altezza o sull’esatto colore di un edificio» è una scemenza: chi ha mai fatto una simile obiezione? E in riferimento a quale “edificio”? Quello «sul giorno della settimana in cui Himmler visitò il lager di Auschwitz» è una furbata piuttosto sciocca. Valentina Pisanty stravolge l’unico caso in cui una (presunta) visita di Himmler ad Auschwitz fu oggetto di dibattito.

Rudolf Vrba, ex deportato ad Auschwitz e autore insieme a Alfred Wetzler di uno dei rapporti dei “Protocolli di Auschwitz”, in un libro memorialistico apparso nel 1963 descrisse una visita di Himmler ad Auschwitz nel gennaio 1943:

«Heinrich Himmler visitò di nuovo il campo di Auschwitz nel gennaio 1943. Questa volta fui felice di vederlo arrivare, anche se non perché nutrissi ancora qualche debole speranza che egli avrebbe migliorato il nostro destino in virtù di benevolenza o un qualche senso di giustizia. La sua presenza per tutti noi fu benvenuta semplicemente perché significava che per un giorno non ci sarebbero state percosse o uccisioni fuori programma».

Lo scopo della visita di Himmler era verificare l’efficienza sterminatrice del crematorio II di Birkenau, che fu inaugurato in sua presenza con la “gasazione” di 3.000 Ebrei polacchi. Vrba descrive diffusamente la visita con dovizia di particolari, come se accanto al Reichsführer-SS non ci fosse stato Rudolf Höss, il comandante del campo, ma lui stesso, Vrba2.

Al primo processo Zündel (1985) l’avvocato Douglas Christie toccò, tra gli altri, anche questo argomento. Vrba, chiamato a deporre come testimone dell’accusa, dichiarò:

«Fui testimone di due visite di Heinrich Himmler – una fu nel luglio 1942, quando lo vidi da molto vicino.
Avvocato Christie – Dove?
Vrba – Ad Auschwitz I. E la seconda visita avvenne un giorno del 1943, ma non lo vidi direttamente».

L’avvocato Christie lesse poi al teste il passo del suo libro che ho citato sopra e gli chiese:

«Bene. Ora voi dite che è un fatto che Heinrich Himmler visitò il campo nel gennaio 1943. Sì o no?
Vrba – Dico che fui informato che egli visitava il campo nel gennaio 1943, ma vorrei richiamare la vostra attenzione…».

Vrba cercò di tergiversare, ma alla fine l’avvocato riuscì a strappargli questa risposta: la seconda volta Vrba vide Himmler «da una distanza di tre o quattrocento yards [circa 270-360 metri]» ed era probabile o possibile che avesse ragione (nell’identificare in Himmler il visitatore), perché l’informazione che aveva ricevuto era appunto che si trattava di Himmler e il corteo del visitatore era simile al corteo di Himmler nel corso della prima visita3.

Nel suo libro Vrba scrisse esplicitamente che era stato «felice di vederlo arrivare», dunque lo aveva visto e riconosciuto.

Il problema è che una visita di Himmler nel 1943 non c’è mai stata e Vrba non poteva confondersi con la visita del luglio 1942. Per di più il crematorio II entrò in funzione ufficialmente nel marzo 1943, non in gennaio, sicché il racconto di Vrba è un tessuto di menzogne. Senza il minimo accenno a questa tematica, Valentina Pisanty trasforma l’intera vicenda in un banale errore «sul giorno della settimana in cui Himmler visitò il lager di Auschwitz»!

Su Gerstein, Valentina Pisanty scrive:

«L’SS Kurt Gerstein, in virtù del suo ruolo di tecnico per la disinfestazione, visitò nel 1942 il lager di Treblinka»4.

Qui ella confonde Treblinka con Belzec.

«Durante la visita, assistette a una gassazione e, subito dopo la guerra, redasse un rapporto in cui descriveva con orrore ciò a cui aveva assistito. Nel rapporto, Gerstein parla anche delle montagne di vestiti, appartenenti alle vittime delle camere a gas, che ha visto a Treblinka, e aggiunge che queste montagne erano alte 35-40 metri. Evidentemente si tratta di un’esagerazione, in quanto una catasta di tali dimensioni sarebbe impensabile. Nel leggere il rapporto di Gerstein, lo storico onesto si limita a constatare l’esagerazione e a concludere che, forse in preda all’emozione, il testimone ha ceduto al meccanismo retorico dell’iperbole»5.

Il ragionamento è di una superficialità sconcertante.

Lo “ storico onesto” constaterebbe anzitutto che Gerstein giurò che tutte le sue affermazioni erano “vere alla lettera” (wörtlich wahr)6, il che esclude qualunque “esagerazione” o “iperbole”.

Ma poi che cosa significa “esagerazione”? Qual è il limite tra esagerazione e menzogna? Nella prospettiva olocaustica, se a Treblinka ci fossero stati cumuli di vestiti alti 5 metri, descriverli come “montagne” alte 35-40 metri sarebbe una semplice esagerazione?

Valentina Pisanty accusa tutti i “negazionisti” di argomentare sempre fuori contesto, procedimento che invece è lei stessa ad adottare; nel caso specifico, ella omette che, secondo il rapporto Gerstein, a Lublino nell’agosto 1942 c’erano «circa 40 milioni di kg = 60 treni merci completamente pieni» (treni di 98 vagoni ciascuno!), evidentemente provenienti dai tre “campi di sterminio” di Belzec, Sobibor e Treblinka, il primo dei quali era stato aperto appena cinque mesi prima. La nostra specialista in Cappuccetto Rosso omette anche la presunta capacità di sterminio di Treblinka: 25.000 persone al giorno! L’ordine di grandezza di questi due dati farneticanti è perfettamente congruo con quello delle montagne di vestiti altre 25-40 metri, che dunque ne risulta avallato. Lo “storico onesto” dovrebbe allora prendere atto del fatto che il rapporto Gerstein presenta falsità concordanti che si confermano reciprocamente e che definirle “esagerazioni” non le rende veritiere; soprattutto dovrebbe chiedersi perché Gerstein sentì il bisogno di infarcire il suo rapporto di tante “esagerazioni”: la cruda realtà non era abbastanza tragica?

D’altro canto, che 700-800 persone fossero ammassate in 20 o 25 metri quadrati, che i campi di Belzec e Treblinka avessero fatto 25 milioni di vittime, che un treno di 45 vagoni potesse entrare in una banchina che ne poteva contenere poco più di 20, sono semplici “esagerazioni”?

Valentina Pisanty conclude:

«Il negazionista, invece, sostiene che questo errore è un chiaro segno del fatto che il testimone ha mentito (dunque, non che si è semplicemente sbagliato, perché per il negazionista ogni errore equivale a una menzogna) e che la sua testimonianza gli è stata estorta dagli Alleati durante la sua prigionia»7.

Ecco lo stesso testo in una versione precedente:

«Il negazionista, invece, dopo avere fatto della pesante ironia sull’incapacità di Gerstein di stimare l’altezza della montagna di vestiti, dice che questo errore è un chiaro segno del fatto che il testimone ha mentito (dunque, non che si è semplicemente sbagliato, perché per il negazionista ogni errore equivale a una menzogna) e che la sua testimonianza gli è stata estorta dagli Alleati durante la sua prigionia»8.

Un altro commento a dir poco puerile.

Chi ha «fatto della pesante ironia sull’incapacità di Gerstein di stimare l’altezza della montagna di vestiti»? Dato che, per ammissione della nostra semiologa, «una catasta di tali dimensioni sarebbe impensabile»9, che senso avrebbe questa pretesa ironia? Eventualmente l’ironia, più che legittima, riguarderebbe la stima stessa dell’altezza della montagna di vestiti (35-40 metri).

Se Gerstein ha “esagerato”, significa che aveva un’idea abbastanza precisa della realtà ma l’ha intenzionalmente amplificata; se invece ha commesso un “errore”, non aveva un’idea precisa della realtà. Tuttavia come poteva commettere un errore di valutazione così madornale un ingegnere minerario, che per di più aveva come punti di riferimento le altane di guardia e gli alberi?

L’ assioma «per il negazionista ogni errore equivale a una menzogna» è un altro dei capisaldi delle strategie truffaldine inventate dagli anti-”negazionisti”. Se l’errore riguarda cose irrilevanti, nessuno pretende che sia una menzogna; questa concerne, per così dire, l’aspetto qualitativo dell’ “errore” ed è caratterizzata da due elementi: l’importanza e la evidente falsità/impossibilità dell’affermazione. Per fare un esempio, quando i testimoni assicurano che nei forni crematori di Auschwitz-Birkenau si potevano cremare 3 cadaveri in una muffola in 20 minuti, non commettono “errori”, né presentano “esagerazioni” o “iperboli”, ma affermano una menzogna che serviva a rendere credibile il mito dei 4 milioni di vittime, che fu giustificato, “calcolato” addirittura, sulla base di dati assurdi di tal fatta. Un altro esempio è costituito dalle false visite di Himmler ad Auschwitz nel gennaio 1943, come ho rilevato sopra o di Hitler a Lublino il 15 agosto 1942.

Infine, la storia della testimonianza «estorta dagli Alleati durante la sua prigionia» è notoriamente una ipotesi infondata di Rassinier.

«Alcuni negazionisti – continua Valentina Pisanty – giungono perfino a sostenere che la testimonianza è il frutto di un plagio, nonostante siano state effettuate accurate perizie calligrafiche che hanno dimostrato senza ombra di dubbio che l’autore del documento è proprio Gerstein»10.

Stupisce che una dottoressa in semiotica commetta errori così marchiani: ella confonde infatti l’autenticità formale di un documento (cioè il fatto che sia stato effettivamente redatto da una certa persona) con il suo contenuto, che può anche essere stato copiato da un’altra fonte e in questo caso soltanto si può parlare di plagio.

In fatto di plagio, ella ha probabilmente frainteso un passo del mio studio su Gerstein in cui affermavo esattamente il contrario:

«L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non è mai stata irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica, tuttavia, alla luce della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di dubitarne»11.

È facile propalare affermazioni inventate senza alcun riferimento alla fonte: dove sono queste «accurate perizie calligrafiche»? Chi le ha eseguite? E chi sono, di grazia, questi «alcuni negazionisti»?

Questa strategia dell’indeterminatezza consente a questi insulsi anti-“negazionisti” anzitutto di inventare qualunque sciocchezza che viene poi addossata ai “negazionisti”, tanto nessuno potrà mai verificare, perché autore e titolo non vengono mai menzionati; in secondo luogo, di fare di ogni erba un fascio, accumunando in un unico termine spregiativo (“i negazionisti”) polemisti ignoranti, libellisti e studiosi seri, come se nel termine “olocaustisti” si facessero rientrare Raul Hilberg, Valentina Pisanty e Francesco Rotondi e si usassero le tesi pisantyane e rotondiane per colpire quelle di Hilberg, asserendo che la storiografia olocaustica professa le loro scempiaggini.

«Come si vede, vi è un’enorme sproporzione tra l’entità dell’inesattezza riscontrata e le conclusioni che i negazionisti ne traggono»12, conclude la nostra semiologa.

La sproporzione enorme sussiste invece soltanto tra l’affermazione inventata e messa in bocca a “i negazionisti” e l’affermazione reale da alcuni di essi fatta.

Uno dei pochissimi esempi dell’esperta in Cappuccetto Rosso riconducibile ad una persona ben definita è questo:

«Quando poi la testimonianza resiste a questo attacco frontale, essi inventano delle anomalie che essa non contiene. Ad esempio, nella versione tedesca del rapporto Gerstein (di cui esistono più stesure) l’autore dice che, a gassazione ultimata, le squadre speciali dovevano rovistare nelle bocche, negli ani e nei genitali dei cadaveri per cercare ori e brillanti (accadeva talvolta che le vittime, spogliate dei propri abiti, nascondessero qualche bene prezioso nei loro orifizi). In tedesco brillanti si dice Brillanten , ma nel testo di Gerstein c’è un refuso: ad un certo punto l’autore scrive Brillen (occhiali) invece di Brillanten. Cosa fa un negazionista come Mattogno? Invece di prendere atto del refuso (tanto più che due righe dopo la parola Brillanten viene ripetuta correttamente), ironizza: «Gli uomini dell’Arbeitskommando cercano occhiali nei genitali delle vittime!»13.

Valentina Pisanty sproloquia come segue sui “negazionisti”:

«La strategia argomentativa da loro impiegata è la seguente. Si prende una testimonianza e per prima cosa la si isola dal suo contesto immediato. […]. Dopodiché, il negazionista legge il documento «in contropelo», andando alla ricerca di tutte le increspature esegetiche, le minime inesattezze fattuali e le piccole contraddizioni di cui esso è portatore»14.

Ora è facile mostrare che questa è proprio la metodica adottata da Valentina Pisanty e il suo esempio ne è una prova lampante. È interessante osservare come quest’esempio, che nell’Irritante questione illustrava semplicemente un mio preteso “errore interpretativo”, si sia via via amplificato nella mente pisantyana trasformandosi in una sorta di monoideismo, che la poveretta ricicla e rimastica in continuazione. Ecco il testo originario:

«Nel brano in questione in T VI (p.6), tuttavia, troviamo un errore di battitura: la parola “Brillanten” (brillanti), peraltro ripetuta correttamente meno di tre righe dopo, viene scritta “Brillen” (occhiali). Piuttosto che ammettere la possibilità di una svista tipografica, Mattogno scrive: “Gli uomini dell’ Arbeitskommando cercano ‘occhiali’ (Brillen) nei genitali delle vittime”»15.

Poiché non voglio ossessionare i lettori con un contrapposto monoideismo, mi limito a rimandare a ciò che ho replicato in un articolo precedente (0886 / Scotti /qui).

Aggiungo soltanto che caricando di non si quale straordinario significato questo insulso rilievo, Valentina Pisanty adotta il sistema dei due pesi e delle due misure. Nel mio libro da lei criticato, ma anche ampiamente scopiazzato, ho semplicemente tradotto la frase in questione del rapporto Gerstein: «Einige der Arbeiter kontrollieren Genitalien nach Gold, Brillen und Wertsachen» (PS-2170, p. 6) e la traduzione è corretta: «Alcuni lavoratori controllano i genitali alla ricerca di oro, occhiali (Brillen!) e oggetti di valore». Per la nostra semiologa avrei dovuto «prendere atto del refuso». Ma il mio intento era quello di mettere in evidenza che l’intero rapporto Gerstein è una successione ininterrotta di “refusi”, ossia, come ho spiegato altrove, di mostrare l’atmosfera mentale del redattore del rapporto, che fu ben descritta da Saul Friedländer:

«Ad ogni modo, già al tempo del suo primo addestramento militare, nel 1941, [Gerstein] è obbligato a interrompere frequentemente il corso, a causa di una malattia che provoca in lui, da un momento all’altro, “degli stati precomatosi che spiegherebbero i suoi mancamenti psichici e alcune delle sue strane reazioni. In una lettera di quel periodo alla moglie, lo stesso Gerstein descrive il suo stato e parla appunto di questi mancamenti (Ausfallerscheinungen). […]. La parte che la malattia psichica può aver avuto nello stato generale di Gerstein risulta chiara dalle più diverse testimonianze: dopo il 1942 il suo sistema nervoso era sempre più scosso, tanto che egli dava l’impressione di soffrire di un gravissimo esaurimento e di una intensa depressione»16.

Brillen per Brillanten non è dunque un semplice “refuso”, ma uno dei tanti indizi della «malattia psichica» di Gerstein.

Un altro indizio è la sua affermazione relativa all’ammassamento di 700-800 o 750 persone in un locale di metri 4 x 5 o 5 x 5. La nostra semiologa, nel suo libro, cita questa frase nel testo francese del rapporto Gerstein del 26 aprile 1945 (PS-1553)17 e nella traduzione italiana18, ma senza il minimo commento. Allora si può chiedere: è più assurdo cercare occhiali nei genitali delle vittime o stipare in un locale da un minimo di 28 a un massimo di 40 vittime per metro quadrato?

Il risultato del prodigioso sforzo interpretativo di Valentina Pisanty è tutto racchiuso nella frase che ho riportato all’inizio: «Il testimone può sbagliarsi sul numero di persone stipate nelle camere a gas». Un commento, come si vede, molto prudente, che non osa neppure chiamare in causa Gerstein, evidentemente per timore del ridicolo. Dunque l’affermazione che in una “camera a gas” di metri 20 x 4 o 20 x 5 furono pigiate 700-800 persone sarebbe un “errore”? Oppure una semplice “esagerazione”?

Anche in questo caso «lo storico onesto» analizzerebbe l’affermazione nel suo contesto e troverebbe dei precisi riscontri. A parte la pretesa della veridicità letterale di tutte le affermazioni di Gerstein, c’è il calcolo demenziale col quale egli conferma matematicamente le cifre da lui addotte. Qui è opportuno riportare ciò che scrissi nel mio studio su Gerstein:

«Per quanto concerne le 700-800 persone, Wellers asserisce che Gerstein non dà “una cifra precisa che egli d’altronde non aveva alcun mezzo di stabilire, ma una stima esprimente l’ammucchiamento estremo” e che l’affermazione che in un locale di 20 o 25 m2 di superficie siano stipate 700 o 800 persone “pare difficilmente credibile a condizione di prendere alla lettera la superficie e il numero delle persone indicate”. Queste due obiezioni sono confutate da Gerstein stesso, che da un lato fornisce una cifra precisa corroborata da un calcolo matematico alquanto strampalato, dall’altro pretende che tutte le sue dichiarazioni siano vere “alla lettera”:

“Io calcolo: Peso medio massimo 35 kg, più della metà sono bambini, peso specifico 1. Dunque 25.250 kg di uomini per camera, Wirth ha ragione, se la SS siuta un po’, si possono mettere 750 uomini in 45 metri cubi!”.

Sorvoliamo sull’assurdità del calcolo e segnaliamo soltanto che il peso medio [delle vittime] è al tempo stesso di 35, 30 e 65 kg e che malgrado ciò il prodotto della moltiplicazione non solo resta sempre invariato (25.250 kg), ma è errato in tutti e tre i casi (750 x 30 = 22.500; 750 x 35 = 26.250; 750 x 65 = 48.750»19.

Bisogna aggiungere che il volume delle “camere a gas”, 45 metri cubi, è il risultato di un altro calcolo demenziale. I locali, di metri 4 x 5 x 1,9020 o 5 x 5 x 1,9021, avevano comunque una superficie di 25 metri quadrati e un volume di 45 metri cubi, invece di (5 x 4 x 1,9 =) 38 metri cubi o (5 x 5 x 1,9 =) 47,5 metri cubi.

Va ricordato che Gerstein non era un fesso qualunque, ma un ingegnere minerario!

Nel passo citato sopra Wellers afferma che Gerstein «non aveva alcun mezzo di stabilire» il numero delle persone stipate in ogni “camera a gas”. Tuttavia Gerstein afferma: «Io stesso sto con lo Hauptmann Wirth in cima alla rampa, tra le camere della morte»22, cioè davanti allo stretto ingresso dell’ “edificio di gasazione”, sicché tutte le vittime gli passarono davanti lentamente ed egli poteva ben contare le prime 700-800.

Davanti a simili farneticazioni «lo storico onesto» scoppierebbe a ridere: Cosa fa una anti- “negazionista” come Valentina Pisanty? Invece di prendere atto di tali assurdità, finge che non esistano, tace e si appiglia al particolare insignificante dei Brillen/Brillanten!

Sopra ho parlato di monoideismo della Pisanty e la motivazione è semplice:

Pochi mesi dopo la pubblicazione del suo libro, nel settembre 1998, l’esempio summenzionato riappare in questa veste:

«Per esempio, nella versione tedesca del suo rapporto (di cui esistono più stesure), Gerstein dice che, a gassazione ultimata, le squadre speciali dovevano rovistare nelle bocche, negli ani e nei genitali dei cadaveri per cercare ori e brillanti (accadeva talvolta che le vittime, spogliate dei propri abiti, nascondessero qualche bene prezioso nei loro orifizi). In tedesco brillanti si dice Brillanten, ma nel testo di Gerstein c’è un refuso: ad un certo punto l’autore scrive Brillen (occhiali) invece di Brillanten. Cosa fa un negazionista come Carlo Mattogno? Invece di prendere atto del refuso (tanto più che due righe dopo la parola Brillanten viene ripetuta correttamente), dice: “Gli uomini dell’Arbeitskommando cercano occhiali nei genitali delle vittime!”»23.

Nel 2007 (I negazionismi) Valentina Pisanty ha riciclato questo testo praticamente con le stesse parole (vedi sopra) e lo stesso ha fatto nel 2013:

«Per esempio, nella versione tedesca del suo rapporto (di cui esistono più stesure), Gerstein dice che, a gassazione ultimata, le squadre speciali dovevano rovistare nelle bocche, negli ani e nei genitali dei cadaveri per cercare ori e brillanti (accadeva talvolta che le vittime, spogliate dei propri abiti, nascondessero qualche bene prezioso nei loro orifizi). In tedesco brillanti si dice Brillanten, ma nel testo di Gerstein c’è un refuso: ad un certo punto l’autore scrive Brillen (occhiali) invece di Brillanten. Cosa fa un negazionista come Carlo Mattogno? Invece di prendere atto del refuso (tanto più che due righe dopo la parola Brillanten viene ripetuta correttamente), dice: “Gli uomini dell’Arbeitskommando cercano occhiali nei genitali delle vittime!”»24.

La versione del 2012 presenta solo qualche piccola variante:

«Per esempio, nella versione tedesca del rapporto Gerstein l’autore dice che, a gassazione ultimata, le squadre speciali dovevano rovistare nella bocca, nell’ano e nei genitali dei cadaveri per cercare ori e brillanti (accadeva talvolta che le vittime, spogliate dei propri abiti, nascondessero beni preziosi negli orifizi sperando di poter corrompere qualche SS che le aiutasse a salvarsi all’ultimo minuto). In tedesco brillanti si dice Brillanten, ma nel testo di Gerstein c’è un refuso: a un certo punto l’autore scrive Brillen (che in tedesco significa occhiali) invece di Brillanten. Che cosa fa il negazionsita italiano Carlo Mattogno (1985)? Invece di prendere atto del refuso (tanto più che due righe dopo la parola Brillanten viene ripetuta correttamente), dice: «Gli uomini dellArbeitskommando cercano occhiali nei genitali delle vittime!»25.

Tornando alla metodica pisantyana, dopo aver selezionato tra i moltissimi testi revisionistici il singolo libro da colpire, l’esperta in Cappuccetto Rosso seleziona il capitolo, poi seleziona il paragrafo, poi seleziona l’argomento, all’interno del quale «isola dal suo contesto immediato» un singolo elemento: ed ecco creata l’argomentazione antirevisionistica! Ecco l’esempio dei Brillen- Brillanten! L’insistenza ossessiva con la quale Valentina Pisanty insiste su un punto così insignificante, che nell’economia delle mie argomentazioni sul rapporto Gerstein rappresenta una semplice goccia in un oceano, mostra tutta la sua disperazione: attaccarsi a un particolare futile e irrilevante per colpire l’intero complesso argomentativo è appunto ciò che ella rimprovera ai “negazionisti”; con le sue stesse parole,

«si enfatizza la portata delle anomalie riscontrate e, infine, ci si precipita a concludere che, se la testimonianza contiene un errore, nulla garantisce che non ne contenga innumerevoli altri (è il principio del «falsus in uno, falsus in omnibus»)»26.

È inoltre importante osservare che questa ripetitività assillante riguarda l’ intero apparato “critico” pisantyano, sicché si può affermare senza tema di smentita che nei 17 (diciassette) anni successivi al suo Opus Magnum, Valentina Pisanty non ha fatto altro che ricitarsi, riciclarsi e rimasticarsi senza apportare alcun contributo nuovo e originale, senza curarsi minimamente di aggiornare le sue “critiche” in funzione dell’enorme sviluppo della letteratura revisionistica che è fiorita in questo periodo, letteratura che Valentina Pisanty ha sistematicamente ignorato, evidentemente paga della sua plumbea mediocritas e del plauso che le tributano i suoi ignari ammiratori.

In un altro articolo ella ha scritto che «Carlo Mattogno produce dei libretti che colpiscono, tra le altre cose, per la meticolosità con cui vengono riprodotti i segni esteriori dello stile accademico»27:

invito dunque Valentina Pisanty a saggiare le sue profonde capacità “critiche” sui “libretti” che seguono, a svelare come e perché «i segni esteriori dello stile accademico» che vi sono presenti siano falsi o fasulli o fallaci. Presumo che anche i suoi ammiratori siano in trepida attesa di questo disvelamento. In fin dei conti, dopo 17 anni di insulsaggini, pubblicare qualcosa di nuovo le darebbe anche un po’ di prestigio.

Tuttavia, poiché le sue competenze in materia sono appena un pochino al di sopra di quelle degli studenti che vengono annualmente (de)portati ad Auschwitz, si può essere certi che la nostra semiologa non si imbarcherà mai in una tale impresa, che sarebbe per lei un sicuro suicidio intellettuale, perciò ripiego sul seguente

Annuncio: Cercasi olocredente in grado di individuare “metodiche pisantyane” nei libri sotto elencati.

Avvertenza: I libri sono «meticolosi» e hanno «i segni esteriori e interiori dello stile accademico»:

le_camere_a_gas_di_auschwitz_carlomattogno_libroLe camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt, Effepi, Genova, aprile 2009, 715 pagine;

Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione”e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati. Effepi, Genova, 2010, 335 pagine;

I forni crematori di Auschwitz. Studio storico-tecnico con la mattogno_assistenza_sanitariacollaborazione del dott. ing. Franco Deana, Effepi, Genova, 2012, 2 volumi, 1211 pagine;

I verbali degli interrogatori sovietici degli ingegneri della Topf, Effepi, Genova, 2014, 203 pagine;

I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”, a cura di Giuseppe Poggi. Effepi, Genova, 2014, 2 volumi, 1098 pagine.

CARLO MATTOGNO,FORNI CREMATORI,LIBRO “Nuovi studi” contro il revisionismo: La storiografia olocaustica alla deriva. Effepi, Genova, 2014, 199 pagine.

Nell’attesa prendo atto di questo strano paradosso: per i “negazionisti” le “camere a gas” non sono mai esistite, per gli anti- “negazionisti” questi libri non esistono, dunque sono negazionisti anche loro.

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Carlo Mattogno

( 22 Gennaio 2015)

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1 In Italia contemporanea, n. 212, settembre 1998: http://www.insmli.it/pubblicazioni/1/ic_212_pisanty.pdf.

2 Rudolf Vrba e Allan Bestic, I cannot forgive. Sidwick and Jackson / Anthony Gibbs and Phillips, Londra, 1963, pp. 15-19.

3 In the District of Ontario. Between: Her Majesty the Queen and Ernst Zündel. Before: The Honourable Judge H.R. Locke and a Jury, vol.VII, pp. 1532-1539, udienza del 23 gennaio 1985.

4 V. Pisanty, I negazionismi, in: http://www.academia.edu/2314786/I_negazionismi, p. 441.

5 Ibidem.

6 T-1310, p. 24.

7 V. Pisanty, I negazionismi, op. cit.

8 V. Pisanty, Sul negazionismo, op. cit.

9 Ibidem.

10 V. Pisanty, I negazionismi, op. cit., p. 440.

11 Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, p. 33.

12 V. Pisanty, I negazionismi, op. cit., p. 440.

13 Ibidem.

14 Ibidem.

15 V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo. Bompiani, Milano, gennaio 1998, p. 119.

16 S. Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene. Feltrinelli Editore, Milano, 1967, p.123.

17V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, op. cit., p. 258.

18 Idem, p. 88.

19Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, op. cit., pp. 64-65

20PS-1553, p. 2.

21PS-2170, p. 4.

22Ibidem.

23 V. Pisanty, Sul negazionismo, op. cit.

24 V. Pisanty, Come rispondere a Priebke: breve introduzione e analisi retorica di revisionismo e negazionismo #2, in: http://www.minimaetmoralia.it/wp/come-rispondere-a-priebke-breve-introduzione-e-analisi-retorica-di-revisionismo-e-negazionismo-2/

25 V. Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah. Mondadori, 2012, “Il metodo negazionista”.

26 V. Pisanty, I negazionismi, op. cit., p. 440.

27 V. Pisanty, Come si nega un fatto: le strategie interpretative dei negazionisti, in: Storia, verità, giustizia. A cura di Marcello Flores. Mondadori, Milano, 2001, p. 370.

Note di Olodogna

1) Di seguito presentiamo altri articoli di Carlo Mattogno dedicati a pisanty valentina

0410) 06-10-2013  La prima gasazione di Auschwitz nella FOS ( fabulazione olocau$tica standard ).La risposta di Carlo Mattogno a pisanty valentina

0608) 05-03-2014  «L’irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty

0906) 10-01-2015 – Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty

0918) 20-01-2015 – Valentina Pisanty e il “legame di continuità” tra SS e “negazionisti”. Breve analisi di una scempiaggine storico-letteraria

2) Le persone interessate agli studi revisionisti di Carlo Mattogno trovano al link la raccolta completa di tutti i posts che Olodogma ha dedicato all’autore, cliccare il link http://olodogma.com/wordpress/carlo-mattogno/

________________________Prima  pubblicazione il 23.01.2015 alle ore 09,30

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