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Gen 20

0918 – Valentina Pisanty e il “legame di continuità” tra SS e “negazionisti”. Breve analisi di una scempiaggine storico-letteraria

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[Testo di Carlo Mattogno, (19 Gennaio 2015)]

Valentina Pisanty e il “legame di continuità” tra SS e “negazionisti”.

Breve analisi di una scempiaggine storico-letteraria

Jurgen Graf e Carlo Mattogno a Minsk, luglio 1997Nell’articolo Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty (pubblicato qui) ho dimostrato che il cardine della “critica” antirevisionistica pisantyana, che appare come tale nel titolo stesso della sua opera, l’ “irritante questione” delle camere a gas, è il risultato di un volgare travisamento, in quanto la nostra semiologa incautamente prestata alla storiografia imputa a Paul Rassinier una “irritazione” che il fondatore del revisionismo riferiva invece al mondo resistenzialistico e accademico francese.

Ma c’è un altro cardine, altrettanto fasullo, che deve essere ancora analizzato.

Il 13 ottobre 2013 è apparso in rete l’articolo di Valentina Pisanty Come rispondere a Priebke: breve introduzione e analisi retorica di revisionismo e negazionismo #21.

In epigrafe appare la favoletta inventata da Simon Wiesenthal, fraudolentemente rielaborata da Primo Levi e ripetuta pedissequamente per decenni da una schiera di ottusi scribacchini olocaustici:

«I militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. […]. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti”».

Valentina Pisanty riclica sé stessa, perché aveva citato questo testo già nel 1998, nell’articolo Sul negazionismo pubblicato nel n.212 di Italia contemporanea; successivamente, nel 2007, l’aveva ripreso nell’articolo I negazionismi, accompagnandolo con un commento illuminante:

«C’è un legame di continuità tra le parole dell’SS riportate da Levi (che riflettono la politica di occultamento delle prove del genocidio perseguita dai nazisti) e le attività di un gruppo di presunti storici che da qualche tempo sostengono che la Shoah non sarebbe mai avvenuta e che le camere a gas naziste sarebbero un’invenzione della propaganda alleata, di matrice sionista, per estorcere alla Germania sconfitta ingenti riparazioni di guerra con le quali finanziare lo Stato di Israele. Spesso ci si riferisce a questi autori con l’etichetta di «revisionisti» (appellativo con cui essi stessi amano autodefinirsi), ma la storiografia scientifica preferisce chiamarli «negazionisti». Il motivo è semplice: mentre ogni storico che si rispetti è revisionista, nel senso che è disposto a rimettere costantemente in gioco le conoscenze acquisite qualora l’evidenza documentaria lo induca a rivedere le sue posizioni, il negazionista è colui che nega l’evidenza storica stessa»2.

Alla fine Valentina Pisanty spiega chiaramente la natura di questo presunto «legame di continuità»:

«Moralmente, la negazione della Shoah appare intollerabile perché è evidente che chiunque si premuri di falsificare un evento come la Shoah (o, nelle versioni più blande, di ridurne drasticamente la portata) è spinto da un movente ideologico poco edificante: per quale motivo, altrimenti, perdere il proprio tempo a tentare di sfatare un episodio, storicamente accertato, che vede contrapposti un partito di aguzzini e una massa di vittime innocenti? L’unica possibile spiegazione è che il negazionista, lungi dal perseguire un neutrale progetto di “ricerca della verità”, si prefigga di ripulire l’immagine del nazismo dalle sue più evidenti macchie per ripiombare nel paradigma dell’antisemitismo storico»3.

Non vale neppure la pena di rispondere a simili idiozie, che connotano perfettamente il livello morale e intellettuale di chi le proferisce; passo dunque a un tema molto più interessante: l’origine dell’aneddoto.

Primo Levi lo raccontò così:

«Le prime notizie sui campi d’annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell’anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. È significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli; molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di “Gli assassini sono fra noi”, Garzanti, Milano 1970) ricordano che i militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla”»4.

Ma il racconto di Simon Wiesenthal cui Primo Levi si richiama è completamente diverso.

pisanty valentina. Click...

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Il “cacciatore di nazisti” scrive che un pomeriggio si trovò da solo, coll’SS-Rottenführer (caporale) Merz, in aperta campagna; si sedettero, dopo aver racimolato due sacchi di patate presso un contadino. Merz, assicura Wiesenthal, «era stato una delle pochissime SS che si erano sempre comportate bene con i prigionieri. Non aveva mai picchiato nessuno, non aveva mai alzato la voce. Si rivolgeva a noi con il “lei”, come se fossimo esseri umani». Merz dunque chiese a Wiesenthal che cosa avrebbe raccontato delle sue esperienze se si fosse trovato per incanto a New York ed ecco la successiva conversazione:

«“Herr Rottenführer”, dissi diplomaticamente. “In realtà non ci penso proprio. Come potrei arrivare in America? Tanto varrebbe tentare di arrivare sulla luna”.
Cercavo di guadagnare tempo. Merz era noto per essere una eccezione, una SS buona. Ma era sempre una SS; come potevo fidarmi di lui?
“Immagini, Wiesenthal, che lei stia arrivando a New York, e la gente le chieda: ‘Come andavano le cose in quei campi di concentramento tedeschi? Che cosa vi facevano?’.
Non risposi. Ma ora ero sicuro di Merz. Mi fidavo di lui. Però era difficile rispondere. Dissi, con una certa esitazione, ricordo: “Credo… credo che direi alla gente la verità, Herr Rottenführer”.
Mi avrebbe sparato? Avevo visto delle SS sparare alla gente per molto meno.
Merz stava ancora guardando il cielo. Annuì, come se si fosse aspettato la mia risposta.
“Sì. Ci ho pensato… molte volte. Ho visto che cosa è successo alla sua gente. Sono una SS, ma a volte mi sveglio nel cuore della notte, e non so se sia un sogno o la realtà”.
Non dissi nulla. Era meglio lasciare che parlasse lui.
“Lei direbbe la verità alla gente in America. È giusto. E sa che cosa accadrebbe, Wiesenthal?”
Si alzò lentamente e mi guardò, poi sorrise. “Non le crederebbero. Direbbero che è matto. Forse la metterebbero perfino in manicomio. Come può un uomo credere a questa terribile faccenda… se non ci è passato personalmente?”»5.

Come si vede, il testo di Wiesentahl è non solo completamente diverso da quello inventato da Primo Levi, ma del tutto privo dell’atmosfera di cinismo e di scherno di cui egli lo ha soffuso. Merz era «una SS buona» e il tono della conversazione è addirittura bonario. Il tema dell’aneddoto è l’incredulità: i crimini delle SS erano tanto enormi che i racconti dei testimoni non sarebbero stati creduti. Ma ciò non ha nulla a che vedere con la manipolazione di Primo Levi, che serviva unicamente a squalificare il “negazionismo” agganciandolo a una identica e perversa volontà delle SS. In questa manipolazione, l’unico testimone che abbia raccontato il faceto aneddoto diventa un esempio di «molti sopravvissuti»: quali? Chi altri, oltre a Wiesenthal, ha raccontato questa favoletta?

L’interpretazione pisantyana dell’aneddoto è del resto clamorosamente contraddetta dalle esperienze dei due personaggi in questione: Wiesenthal e Levi.

Nella biografia ufficiale di Simon Wiesenthal si legge quanto segue.

Nel giugno 1941, all’entrata delle truppe tedesche a Lvov, Wiesenthal «fu trovato nascosto in una cantina, fu arrestato e portato alla prigione di Brigidki di Lvov, insieme a molti altri Ebrei della classe media. Sfuggì per un pelo ad una esecuzione in massa [primo miracolo] e un suo vecchio conoscente, che allora prestava servizio nella polizia ucraina, lo aiutò a fuggire.

Tuttavia presto fu arrestato un’altra volta e costretto a lavorare come pittore di cartelli alla Ostbahn Ausbesserungswerke (OAW), le officine di riparazioni delle ferrovie orientali».

Dopo essere stato rinchiuso nel ghetto di Lvov, «Wiesenthal e sua moglie Cyla furono prelevati dalle SS e portati nei pressi del campo di concentramento di Janowska».

Verso la metà del 1942 «Wiesenthal e sua moglie furono trasferiti a un campo di lavoro che era stato istituito sul sito delle OAW, dove Simon fu di nuovo assegnato alla pittura di cartelli».

All’inizio del 1943 «Simon Wiesenthal fu riportato al campo di concentramento di Janowska. Mentre andava all’esecuzione con un gruppo di altri prigionieri attraverso lo Schlauch (il tubo)6, uno stretto corridoio tra due recinzioni di filo spinato, egli sfuggì di nuovo alla morte all’ultimo momento [secondo miracolo]. Egli fu chiamato dal capo delle officine per dipingere striscioni per l’imminente compleanno di Hitler.

In ottobre riuscì a scappare dal campo di Janowska. Dopo un breve periodo in cui rimase nascosto da solo nei boschi presso Lvov, fu raggiunto da un gruppo di partigiani ebrei. Nel giugno 1944 Wiesenthal fu riarrestato dalla Gestapo e imprigionato nel campo di lavoro forzato di Lackie Wielkie. Resosi conto che i partigiani stavano per essere fucilati senza eccezione, tentò di commettere suicidio. Però fu rimesso in salute [terzo miracolo] e presto fu deportato al campo di concentramento di Plaszow, dove fu assegnato al Sonderkommando, una squadra speciale di detenuti istituita per esumare corpi dalle fosse comuni e bruciarli, al fine di nascondere lo sterminio in massa. Il campo dovette essere evacuato a causa dell’avanzata delle truppe sovietiche. Seguì per i prigionieri che erano ancora vivi un lungo e straziante viaggio ad Auschwitz, via Gross-Rosen, e a Buchenwald, a piedi e in vagoni ferroviari, sotto strettissima sorveglianza. Il 9 febbraio 1945, Wiesenthal e altri prigionieri sopravvissuti al lungo viaggio arrivarono al campo di concentramento di Mauthausen»7.

Wiesenthal era evidentemente un protetto di Jahveh. Oltre ai tre miracoli indicati sopra, egli ne ricevette altri ancora: pur essendo Ebreo, partigiano e plurievaso, catturato dalla Gestapo, non fu fucilato né come Ebreo né come partigiano nè come plurievaso (miracolo triplo). I membri del Sonderkommando di esumazione- cremazione, secondo la storiografia olocaustica, terminato il loro lavoro, venivano fucilati senza pietà, sicché la sopravvivenza di Wiesenthal è un altro miracolo. Poco importa che al campo di Plaszow (Płaszów) un tale Sonderkommando (nella letteratura olocaustica: Sonderkommando 1005) non sia mai eistito: probabilmente si tratta di un miracolo storico.

Fuor di satira (più che lecita: Charlie Hebdo docet), mi sembra chiaro che se le SS avessero realmente nutrito i progetti che attribuisce loro Primo Levi, il nostro testimone di 12 campi non sarebbe sopravvissuto alla guerra, nonostante i ripetuti “miracoli” che gli furono generosamente elargiti.

Ma la favoletta di Primo Levi è smentita perfino dalla sua storia personale di detenuto. Egli fu infatti ricoverato all’ospedale dei detenuti di Monowitz il 30 marzo 1944 e vi rimase fino al 20 aprile (Immagine 1):

Immagine 1. Click...

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quale occasione migliore per questi «militi delle SS» di eliminare questo “testimone” nelle “camere a gas” di Birkenau!

Ma non basta. Questi «militi delle SS» i quali non volevano che qualche detenuto rimanesse «per portare testimonianza», lasciarono ai Sovietici nel complesso di Auschwitz-Birkenau-Monowitz ben 4.299 detenuti8, di cui 150 italiani. Tra questi, come è noto, c’era anche Primo Levi. Al riguardo, egli raccontò:

«Già da molti mesi ormai si sentiva a intervalli il rombo dei cannoni russi, quando, l’11 gennaio 1945, mi ammalai di scarlattina e fui nuovamente ricoverato in Ka-Be [Krankenbau, l’infermeria] “Infektionsabteilung” [reparto malattie infettive]: vale a dire una cameretta, per verità assai pulita, con dieci cuccette su due piani; un armadio; tre sgabelli, e la seggetta col secchio per i bisogni corporali. Il tutto in tre metri per cinque»9.

La notte del 18 gennaio il campo di Monowitz fu evacuato, ma

«noi restammo dunque nei nostri giacigli, soli con le nostre malattie, e con la nostra inerzia più forte della paura. Nell’intero Ka-Be eravamo forse ottocento»10.

Primo Levi fu registrato dai Sovietici insieme agli altri detenuti; l’annotazione che lo riguarda riporta anche la diagnosi medica: «Scarlatina. Erysipelas faciei recidivans»; di lato si dice che la malattia era insorta al campo (“Die Krankheit ist im Lager entstanden”) (Immagine 2).

Immagine 2

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In pratica, Primo Levi non fu “gasato” né come “testimone”, né come detenuto inabile al lavoro. Un altro miracolato.

Il comportamento dei «militi delle SS» è dunque davvero curioso: non volevano “testimoni”, ma ne lasciarono 4.299; pensavano che i loro racconti sarebbero stati «troppo mostruosi per essere creduti», ma dopo la cattura sovietica del campo di Majdanek era chiaro a tutti che per i Sovietici nessun racconto era troppo mostruoso: anzi, più i racconti erano mostruosi, più erano creduti.

La presunta “profezia” dei «militi delle SS» è completamente sballata anche riguardo alle testimonianze: da un lato non esiste racconto testimoniale tanto mostruoso, tanto assurdo da non essere accettato supinamente dagli olodecerebrati come verità sacrosanta; dall’altro, i «militi delle SS» che avrebbero dovuto imporre la loro versione (la gente « crederà a noi, che negheremo tutto») si affrettarono per ovvie ragioni di strategia difensiva (talvolta con metodi ancor più persuasivi) ad abbracciare la verità propagandistica ufficiale.

Questa edificante haggadah olocaustica è di sicuro effetto presso gli ignoranti: permette addirittura di stabilire un (finto) collegamento tra i «militi delle SS» e i “negazionisti”, sicché si può esser certi che continuerà a fiorire nella letteratura dei minus habentes olocaustici.

D’altra parte ha l’avallo nientepopodimeno che di Valentina Pisanty, il notorio genio della critica al revisionismo, che ha letto (pochissimo) per tutti, ha pensato per tutti, ha argomentato per tutti. Ipsa Dixit! E poco importa se questi “tutti” sono dei poveri decerebrati.

Carlo Mattogno.

1 In: http://www.minimaetmoralia.it/wp/come-rispondere-a-priebke-breve-introduzione-e-analisi-retorica-di-revisionismo-e-negazionismo-2/.

2 V. Pisanty, I negazionismi, 2007, in: http://www.academia.edu/2314786/I_negazionismi, p. 423.

3 Idem, p. 446.

4 P. Levi, I sommersi e i salvati. Einaudi, 1986, Prefazione: http://www.inventati.org/apm/abolizionismo/libri04.php?step=01.

5 Testo in: http://www.alphabeta.it/casaeditrice/download/1943_Der_Mut_nein_zu_sagen.pdf.

6 Una reminiscenza letteraria relativa a Treblinka. Secondo la storiografia olocaustica, i detenuti inabili al lavoro del campo di Janowska venivano inviati a Belzec o fucilati alle colline di sabbia (Piaski) fuori del campo.

7 Simon Wiesenthal Archiv, http://www.simon-wiesenthal-archiv.at/01_wiesenthal/01_biographie/e03_waryears.html.

8 GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa. Mosca), 7021-108-23, p. 13. Statistica relativa al 2 febbraio 1945.

9 P. Levi, Se questo è un uomo. Einaudi, Torino, 1984, p. 190.

10 Idem, p. 196.

_________________________Pubblicato il 20.01.15 alle ore 09,23

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