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Gen 10

0906 – Carlo Mattogno: Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty

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Le nuove corbellerie di Valentina Pisanty

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Nel suo libro L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo (Bompiani, Milano, 1998, p. 1), Valentina Pisanty spiegò in questo modo il titolo dell’opera:

«Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il revisionista Paul Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a gas. […]. Perché la questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il regime nazista» (p. 1).

Nella mia risposta mi limitai a rilevare che non esiste una seconda edizione del Passage de la ligne e che l’autrice non forniva alcuna indicazione della fonte1.

In un articolo successivo Valentina Pisanty indicò questa fonte, ma senza menzionare il numero di pagina:

«Nella prefazione di Le Mensonge d’Ulysse, Paul Rassinier si riferisce a quella che egli definisce l’“irritante questione” delle camere a gas. Nel 1954, quando scrive questa prefazione, Rassinier non ha ancora formulato esplicitamente la tesi dell’inesistenza delle camere a gas naziste, e dunque per lui gli impianti di sterminio costituiscono una fonte di fastidio. Perché la questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il regime nazista. Si può tentare di giustificare la politica espansionistica hitleriana, le leggi razziali, le deportazioni e perfino i campi di concentramento ma, comunque la si veda, le camere a gas rimangono un capitolo troppo aberrante della storia dell’umanità perché lo si possa normalizzare. L’unica soluzione, dunque, è di estirpare la fonte dell’irritazione»2.

Il riferimento consente finalmente di verificare il testo di Rassinier:

Prima però è bene soffermarsi sull’affermazione, un tantino spropositata, che Rassinier voleva «riabilitare il regime nazista». Per quale motivo? Al riguardo V. Pisanty è comprensibilmente fumosa:

«Rassinier, che viene oggi considerato come il padre fondatore del negazionismo, è una figura alquanto singolare. Anziano [sic] deportato politico a Dora e a Buchenwald, per qualche motivo difficile da spiegare Rassinier passerà il resto dei suoi giorni, dal dopoguerra in poi, a tentare di giustificare la politica concentrazionaria nazista e a sostenere che i veri responsabili della seconda guerra mondiale furono i comunisti e gli ebrei».

In realtà V.Pisanty prende per un atteggiamento filo-nazista e riabilitativo ciò che in Rassinier aveva tutt’altra natura. La “Dichiarazione d’intenti” che Rassinier premise alla sua opera Les responsables de la seconde guerre mondiale (Nouvelles Éditions Latines, Parigi, 1967) comincia con queste parole (p. 7):

«L’autore di quest’opera è stato un resistente della prima ora. Con Georges Bidault e altri due grandi uomini onesti, il compianto Henri Ribière che fu Segretario dell’Ufficio nazionale degli Ex Combattenti e l’umile, ma coraggioso e troppo dimenticato comandante Lierre, fu uno dei fondatori del Movimento Libération-Nord. In tale qualità fu arrestato dalla Gestapo nel 1943, deportato nei campi di concentramento tedeschi, dove trascorse diciannove mesi. Ne è ritornato invalido di guerra al 100% più cinque gradi, nell’impossibilità di riprendere il suo posto nell’insegnamento. Titolare della medaglia vermeil de la Reconnaissance française e della medaglia della Resistenza.

Egli è anche un socialista. Segretario generale della Federazione socialista del Territorio di Belfort per una quindicina d’anni, ne è stato deputato alla seconda Costituente. Nel Partito socialista, appartevena alla tendenza pacifista di Paul Faure, il che significa che era monachese. E ciò spiega che le tesi ch’egli sostiene non sono né quelle della Resistenza, né quelle del Partito socialista attuale. Per molte persone è un paradosso.

Non è, in effetti, facilmente comprensibile che le atroci sofferenze che gli sono state inflitte nei campi di concentramento tedeschi non risuonino sulle speculazioni intellettuali di un ex deportato e non modifichino tutti i suoi ragionamenti. Innanzitutto, l’autore deve dunque dire che è rientrato dalla deportazione senza risentimento contro gli uomini».

Rassinier respingeva infatti la legge del taglione e abbracciava il cristiano «perdono delle offese».

Non ha dunque senso pretendere che Rassinier volesse «riabilitare il regime nazista», come non ha senso affermare che intendesse «giustificare la politica concentrazionaria nazista».

Ciò premesso, ritorno alla “irritante questione”. Nella prefazione summenzionata Rassinier scrisse:

«Avec ma thèse sur la bureaucratie concentrationnaire dont j’ai mis en lumière le rôle déterminant dans la systématisation de l’horreur, c’est le jour nouveau sous lequel je présente les chambres à gaz qui a le plus douloureusement banderillé les imagiers d’Epinal des camps de concentration. Les deux choses sont intimement liées et ceci explique cela. Il y a un certain nombre de faits, concernant cette irritante question, qui ne peuvent absolument pas avoir échappé aux honnêtes gens»3.

La traduzione italiana suona:

«Con la mia tesi sulla burocrazia concentrazionaria della quale ho messo in luce la parte determinante nella sistematizzazione dell’orrore, ciò che ha più dolorosamente sferzato i figurinai di Epinal dei campi di concentramento, è stata la nuova luce nella quale presento le camere a gas. Le due cose sono intimamente legate, e l’una spiega l’altra. Vi è un certo numero di fatti, riguardante questa irritante questione, che assolutamente non possono essere sfuggiti alle persone oneste»4.

Valentina Pisanty travisa completamente il significato che Rassinier attribuiva all’espressione “irritante questione”; nelle pagine precedenti egli descrive infatti la virtuosa indignazione che Le mensonge d’Ulysse suscitò in Francia, soprattutto negli ambienti resistenzialisti, che si concretizzò in una furiosa campagna diffamatoria contro di lui ed ebbe anche strascichi giudiziari. La questione che Rassinier definiva “irritante” non era quella delle “camere a gas”, ma della nuova luce nella quale presentava le camere a gas, cioè la sua prospettiva critica, e tale questione non era irritante per lui, Rassinier, ma per coloro che temevano che la sua «esigenza di verità storica rigorosa» intaccasse il quadro memorialistico dei campi di concentramento tedeschi e per questo si sentivano “dolorosamente sferzati”. La questione delle “camere a gas”, come la affrontava Rassinier, irritava dunque soltanto i perbenisti di allora e solo per costoro costituiva una “irritante questione”. Valentina Pisanty stravolge, anzi, capovolge questo significato, attribuendo l’ “irritazione” a Rassinier stesso, il che è una sciocca menzogna, e probabilmente proprio il fatto che ne era ben consapevole la indusse a velare il più possibile il riferimento alla fonte.

Dunque L’irritante questione delle camere a gas è falso e menzognero già nel titolo! E giacché il titolo compendia l’intendimento di V. Pisanty, vale a dire il significato che attribuisce su tale base al revisionismo, è falso e menzognero anche il suo intendimento.

Nell’articolo Negazionismo, genesi ed evoluzione 5 dicembre 2012 h. 14:30-15:15 Casa La Salle, Via Aurelia, 476 – Roma5 Valentina Pisanty fornisce un altro mirabile saggio della sua competenza e della sua onestà intellettuale. A quattordici anni di distanza dal suo libro contro il revisionismo, ci si sarebbe aspettato almeno un barlume di sviluppo logico e argomentativo, ma la desolante realtà è che più tempo passa, più Valentina Pisanty regredisce e sprofonda nella superficialità, nella grossolanità, nell’insipienza, nello sfacelo. Di pari passo cresce la sua spocchiosa presunzione. È una che “sa”, lei, e tratta gli altri da deficienti incapaci di rendersi conto da soli se una tesi è fondata o no e per appurarlo hanno bisogno della sua guida.

Tipico ed esemplare è ciò che scrive nel § 4, “Il metodo negazionista” dell’articolo summenzionato:

«In generale, i negazionisti scelgono di lavorare “in negativo”, occupandosi esclusivamente di documenti tacciati di falsità e/o di contraffazione, senza mai argomentare le proprie tesi sulla scorta di materiali presentati come attendibili.

Se si va a controllare quali sono le testimonianze che essi tentano di smontare, si vede subito che difficilmente un negazionista perderà tempo a polemizzare con un testimone poco noto a chi non si occupa professionalmente della storiografia concentrazionaria. Piuttosto, sceglierà bersagli di sicuro effetto, come Rudolf Höss (comandante ad Auschwitz), Kurt Gerstein e, dalla parte delle vittime, Elie Wiesel e Anna Frank. L’estrema disinvoltura dimostrata nella selezione e nel trattamento delle fonti è la prima caratteristica che contraddistingue il metodo interpretativo adottato dai negazionisti.

Il secondo tratto distintivo consiste nelle particolari tecniche di smontaggio delle testimonianze. Queste tecniche si articolano in varie fasi. Per prima cosa, i negazionisti isolano le testimonianze dal loro contesto immediato. Lo storico onesto sa bene che la singola testimonianza costituisce una tessera di un mosaico più ampio che, complessivamente, ci informa di come si sono verosimilmente svolti gli eventi a cui ciascun testimone si riferisce in modo necessariamente parziale e potenzialmente inesatto. Ecco perché ogni deposizione giuridica o memoria scritta va corroborata con altre testimonianze e, dove possibile, “triangolata” con documenti di diversa natura.

Cosa fa invece il negazionista? Anziché far dialogare le varie voci tra loro, isola ogni singola testimonianza dalla rete probatoria in cui è inserita, rendendola più vulnerabile agli attacchi che le verranno successivamente sferrati.

Contemporaneamente, comincia a gettare dubbi sulla credibilità del testimone. Per screditarlo, lo può accusare di non essere un teste affidabile (psicolabile, alcolizzato, depravato, ecc.), di agire a scopi di lucro o di fama personale, o addirittura di essere a sua volta un’invenzione della propaganda alleata e sionista.

Una volta isolata la testimonianza per renderla più facilmente attaccabile, il negazionista legge il documento “a contropelo”, andando alla ricerca di tutte le increspature esegetiche, le minime inesattezze fattuali e le piccole contraddizioni di cui essa (la testimonianza) è portatrice. Un testimone può facilmente sbagliarsi su dettagli quali per esempio il numero di persone stipate nelle camere a gas, l’altezza o l’esatto colore di un edificio, o il giorno della settimana in cui Himmler visitò il lager di Auschwitz.

Ora, è evidente che simili inesattezze non inficiano minimamente il valore della testimonianza per quanto riguarda i suoi contenuti principali. Invece, i negazionisti si appigliano ai minimi errori commessi dai testimoni per saltare precipitosamente alla conclusione che, se il testimone si è sbagliato su un dettaglio, nulla garantisce che egli non si sia sbagliato anche sul resto (è la logica del “Falsus in uno, falsus in omnibus”).

Il lettore, che di solito non è sufficientemente informato per rispondere a ciascuna di queste obiezioni locali, viene gettato in uno stato di disorientamento e di paralisi interpretativa. La prima fase dell’operazione negazionista è la rottura del consenso, lo sgretolamento dell’accordo sociale su cui si basa la ricezione collettiva della Shoah. Nella mente del lettore sprovveduto viene gettato il seme del dubbio circa la realtà dello sterminio. A questo punto, la situazione è matura per sferrare l’attacco finale: attraverso la tecnica dell’insinuazione (dire e non dire), si fa intendere che le “sbavature” appena riscontrate nei documenti non sono casuali, ma fanno capo a una precisa volontà di manipolazione a opera di “certi ambienti del sionismo internazionale”».

È veramente difficile trovare altrove un condensato di corbellerie così corpulento in uno spazio tanto esiguo. Poiché l’autrice ha scritto nel 2012, si prospettano inevitabilmente queste eventualità:

o è ignorante, nel senso che ignora la letteratura revisionistica seria, e allora prima di parlare farebbe bene a studiare e documentarsi;

o conosce la letteratura revisionistica seria, e allora è in malafede, perché la presenta in modo completamente distorto;

o conosce la letteratura revisionistica seria ed è in buona fede, e allora non ha capito niente e farebbe bene a ritornare a Cappuccetto Rosso.

Non ci vuole molto, in effetti, a dimostrare in base ad esempi concreti che ciò che Valentina Pisanty ha scritto contro tutti i “negazionisti”, me compreso, è una patetica sequela di balordaggini.

Prendo in esame due miei studi in cui ho contestato la realtà storica di un presunto evento e di pretese installazioni di sterminio ad Auschwitz utilizzando molto ampiamente testimonianze e documenti.

Premetto che la migliore trattazione di questi aspetti della storia di Auschwitz – ai quali ho dedicato complessivamente oltre 400 pagine, con 51 fotografie e 41 documenti – nell’ambito della storiografia olocaustica resta ancora quella di Franciszek Piper, che l’ha esposta in ben 7 + 12 = 19 pagine!6

Nel libro Auschwitz: la prima gasazione (Edizioni di Ar, Padova, 1992. Trad. ingl. accresciuta: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005) ho studiato questo presunto evento raccogliendo anzitutto e confrontando tutte le testimonianze disponibili, cioè quelle di:

– Aumeier, Hans, SS
– Banach, Ludwik
– Baranowskij, Zbigniew
– Barcz, Wojciech
– Bartel, Erwin
– Beranowský, Jiři
– Broad, Pery, SS
– Entress, Friedrich, SS
– Germański, Aleksander
– Gliński, Bogdan
– Głogowski, Leon
– Glowacki, Czesław
– Grabner, Maximilian, SS
– Hałgas, Kazimierz
– Höss, Rudolf, SS
– Hüpsch, Stanisław
– Jankowski, Stanisław
– Kielar, Wiesław
– Kłodziński, Stanisław
– Koczorowski, Józef
– Kopyt, Tadeusz
– Krokowski, Jan
– Krumme, Werner
– Kula, Michał
– Kurant, Tadeusz
– Langbein, Hermann
– Liszka, Edward
– Markiewicz, Leon
– Motz, Eugeniusz
– Myłyk, Feliks
– Pawliczek, Stanisław
– Petzold, Walter
– Rajewski, Ludwik
– Rozanski, Zenon
– Smoleń, Kazimierz
– Smużewski, Zygmunt
– Sobczyk, Edward
– Stark, Hans, SS
– Storch, Henry, SS
– Szweda, Konrad
– Taul, Roman
– Tondos, Władysław
– Tryczyński, Zbigniew
– Vacek, Josef
– Weber, Józef
– Wesołowski, Jerzy (Tabeau)
– Wolny, Jan
– Zarembina, Natalia
– Zawodny, Marian.

La maggioranza di questi testimoni sono poco, anzi, pochissimo noti, tanto che perfino Piper li ha ignorati, ma si può essere certi che Valentina Pisanty, la quale «si occupa professionalmente della storiografia concentrazionaria», li conosce a menadito.

A queste testimonianze ho aggiunto i rapporti del movimento di resistenza del campo che menzionano il presunto evento, ossia:

– il messaggio del 24 ottobre 1941

Il Rapporto sulla situazione per il periodo dal 15 agosto al 15 novembre 1941, datato 15 novembre 1941

L’ Informacja bieżąca (Informazione corrente), n. 21, del 17 novembre 1941

L’ Allegato all’annesso n. 21 per il periodo dal 1° al 15 dicembre 1941 del 15 dicembre 1941

Il rapporto redatto da un insegnante cecoslovacco fuggito dal Protettorato di Boemia e Moravia nel maggio 1942, «Conditions in Czechoslovakia»

La Polish Forthnightly Review del 1° luglio 1942

La Relazione sulla situazione nel Paese nel periodo dal 25 agosto al 10 ottobre 1942 del 10 ottobre 1942

L’ Informazione corrente, n. 39 del 23 ottobre 1942.

Ho inoltre presentato lo scenario della “prima gasazione”, con una descrizione accurata del Block 11 di Auschwitz illustrata da numerose fotografie scattate da me sul posto.

Infine ho “triangolato” queste testimonianze con i relativi documenti:

la cartoteca dei prigionieri di guerra sovietici

il Totenbuch (registro dei morti) dei prigionieri di guerra sovietici

il Bunkerbuch (registro del Bunker) del Block 11;

il registro dell’Häftlingskrankenbau (ospedale dei detenuti) del Block 28;

lo Sterbebuch (registro dei decessi).

Che cosa ho trovato in queste testimonianze? Futili «increspature esegetiche», «minime inesattezze fattuali», «piccole contraddizioni», come pretende Valentina Pisanty?

Lascio giudicare al lettore. Ecco infatti la “ricostruzione” che si può effettuare in base alle fonti:

Un giorno, tra la primavera del 1941 e il novembre-dicembre del 1942, ad Auschwitz, nel vecchio crematorio o nello scantinato del Block 11, oppure a Birkenau, fu eseguita la prima gasazione di persone. Alcune testimonianze menzionano la data esatta: il 14 agosto o il 15 agosto, il 3-5 settembre o il 5-6 settembre o il 5-8 settembre o il 9 ottobre 1941. La gasazione fu eseguita dopo l’appello serale, durante la chiusura dei blocchi (Blocksperre), in modo che nessun detenuto potesse vedere ciò che avveniva, oppure in pieno giorno, davanti agli occhi dei detenuti oziosamente sdraiati al sole. Già in precedenza le finestre dello scantinato erano state murate, o ricoperte di terra, o riempite di sabbia o sbarrate con assi di legno. Nel seminterrato del Block 11 furono rinchiusi soltanto prigionieri di guerra russi, che erano solo ufficiali, o ufficiali e sottufficiali, o soldati semplici, o partigiani, o commissari politici, oppure non erano affatto russi, ma polacchi, o erano prigionieri russi e detenuti polacchi. Le vittime della gasazione furono 60 o 200 o 400 o 500 o 600 o 680 o 700 o 850 o 1.473 prigionieri russi e 100-150 o 190 o 196 o 200 o 220 o 250 o 257 o 260 o 300 o 400 o 1.000 detenuti polacchi. Quel che è certo, comunque, è che il loro numero totale fu di 200 o 300 o 320 o 350 o 500 o 696 o 800 o 850 o 857 o 980 o 1.000 o 1.078 o 1.400 o 1.663. I detenuti malati erano stati selezionati nei blocchi ospedale dal dott. Schwela o dal dott. Jung oppure dal dott. Entress. Questi malati furono portati nelle celle del Block 11 dagli infermieri oppure dai detenuti della compagnia di punizione. Il Rapportführer Gerhard Palitzsch da solo o insieme a un SS soprannominato “Tom Mix” o insieme a un altro chiamato lo “strangolatore”, oppure l’SS-Unterscharführer Arthur Breitwieser gettarono nel corrodoio o nelle celle tre barattoli di Zyklon B in tutto, oppure 2 barattoli in ogni cella. Lo Zyklon B fu introdotto attraverso la porta o attraverso la presa d’aria di ventilazione (Lüftlungsklappe) o attraverso aperture al di sopra delle porte delle celle. La gasazione fu eseguita nelle celle, o in una sola cella o nel corridoio o nella “camera a gas” e le porte delle celle erano state chiuse ermeticamente oppure divelte.

Le vittime morirono immediatamente oppure erano ancora vive dopo 15 ore. I cadaveri furono evacuati il giorno dopo o la notte dopo o 1-2 giorni dopo o 2 giorni dopo o 3 giorni dopo o il quarto giorno o il sesto giorno, esclusivamente da infermieri, per l’esattezza oltre 20 o 30 o 80, oppure esclusivamente da 20 detenuti della compagnia di punizione. Il lavoro durò un giorno intero o una notte intera o 2 notti o 3 notti. I cadaveri furono svestiti nel corridoio del Block 11, o nel cortile esterno, oppure non furono svestiti affatto.

I cadaveri delle vittime furono portati al crematorio e cremati, oppure portati a Birkenau e inumati in fosse comuni, oppure parte cremati e parte inumati.

Valentina Pisanty potrà pur controbattere che, in fin dei conti, tutti i testimoni sono concordi “sull’essenziale”, ossia sul presunto evento della gasazione, ma di ciò non si potrebbe comunque avere storia, perché, se il compito della storico è, con Ranke, di descrivere «wie es eigentlich gewesen», come un evento è effettivamente accaduto, le contraddizioni su tutti i suoi aspetti specifici rendono impossibile che si sappia non solo il come, ma anche il quando e il dove.

Nel libro The Bunkers of Auschwitz. Black propaganda versus History (Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004) ho analizzato le testimonianze di:

Olère, David
Nyiszli, Miklos
Bendel, Sigmund
Lettich, André
Rögner, Adolf
Wohlfahrt, Wilhelm
Paisikovic. Dov
Gulba, Franciszek
Müller, Filip,
Garbarz, Moshe
Buki, Milton
Benroubi, Maurice
Sackar, Josef
Gabai. Jaacov
Eisenschmidt, Eliezer,
Chasan, Shaul,
Coghen, Leon
Dragon, Szlama
Dragon, Abraham
Venezia, Shlomo,
ex detenuti, e di:
Grabner, Maximilian,
Aumeier, Hans,
Höss, Rudolf,
Broad, Pery,
Entress, Friedrich,
Mußfeldt, Hans Erich,
Stark, Hans,
Böck, Richard,
Höblinger, Karl,
Fischer, Horst,
ex SS.

La “triangolazione” con i documenti è tanto vasta e complessa che ci vorrebbe troppo tempo per riassumerla, perciò preferisco riportare l’indice dell’opera, che rende bene l’idea del contenuto:

I “Bunker” di Birkenau: realtà e propaganda

Introduzione

Parte Prima. La realtà

Capitolo I.

Il presunto sterminio ebraico ad Auschwitz: genesi della decisione e dell’attuazione

1) Gli inizi

2) L’interpretazione di Danuta Czech

3) L’ interpretazione di Jean-Claude Pressac

4) L’interpretazione di Debórah Dwork e Robert Jan van Pelt

5) La datazione dell’incontro Himmler-Höss

6) La datazione dei “Bunker ” 1 e 2

7) L’ubicazione dei “Bunker” di Birkenau

Capitolo II

I “Bunker” nel quadro della progettazione del campo di Auschwitz-Birkenau

1) L’iter burocratico per la costruzione degli impianti di Auschwitz-Birkenau

2) Progetti e preventivi di costo del campo di Auschwitz-Birkenau (giugno 1941-luglio 1942)

Capitolo III

I “Bunker” nel quadro della costruzione del campo di Auschwitz-Birkenau

1) I rapporti sulla costruzione dei campi di Auschwitz e Birkenau

2) Un esempio significativo: la casa n. 44/Bauwerk 36c

3) I “Bunker” nelle piante di Birkenau

4) L’organizzazione logistica dei “Bunker

5) Il presunto “linguaggio cifrato”

6) Conclusione

Parte Seconda. La propaganda

Capitolo IV

Genesi della storia propagandistica dei “Bunker” di Birkenau: le voci del periodo bellico

1) I primi rapporti

2) Un rapporto anonimo del movimento di resistenza clandestino di Auschwitz

3) I rapporti del 1943

4) Il rapporto del “maggiore polacco” (Jerzy Tabeau)

5) Il rapporto di Alfred Wetzler

6) I rapporti anonimi del 1944

7) Conclusione

Capitolo V – La propaganda si consolida: le testimonianze del dopoguerra

1) Le testimonianze di Szlama Dragon

2) Analisi comparativa e critica delle due deposizioni di Szlama Dragon

Capitolo VI

Le variazioni letterarie della propaganda

1) I testimoni rimasti Auschwitz

2) I testimoni trasferiti da Auschwitz prima della liberazione del campo

3) Gli epigoni

4) I testimoni dell’ultima ora

5) Il contributo dei testimoni SS

6) Conclusione

Parte Terza – La propaganda diventa “realtà” storica

Capitolo VII

La storicizzazione della propaganda

1) I “Bunker” nelle indagini sovietiche (febbraio-marzo 1945)

2) La posizione topografica dei “Bunker

3) I “Bunker” nelle indagini polacche (aprile 1945-novembre 1947) e tedesche (1949-1965)

4) La dichiarazione di Józefa Wisińska sulla posizione del “Bunker 1”

5) Wisińska contro Dragon: Nuove contraddizioni

6) La cronologia dei “Bunker” di Birkenau

Capitolo VIII

Genesi della storiografia ufficiale sui “Bunker”

1) I primi tentativi storiografici

2) Il contributo di Jean-Claude Pressac

3) Il contributo di Franciszek Piper

4) Il contributo di R.J. van Pelt

5) La “scoperta” di Marcello Pezzetti sul “Bunker 1”

Capitolo IX

Le prove materiali: fotografie aeree e reperti archeologici

1) Le fotografie aeree del 1944

2) La struttura architettonica del “Bunker 2” in funzione della sua presunta attività omicida

3) Le “baracche-spoglatoio” del “Bunker 2

4) Le “fosse di arsione” nell’area del “Bunker 2

5) Le “fosse di arsione” dei “Bunker”: origine della storia propagandistica

6) Conclusione

Ricapitolando,

è falso che io abbia lavorato “in negativo”, occupandomi esclusivamente di documenti tacciati di falsità e/o di contraffazione,

è falso che io non abbia mai argomentato le mie tesi sulla scorta di materiali presentati come attendibili

è falso che io abbia trascurato i testimoni poco noti

è falso che io abbia selezionato le fonti

è falso che io abbia isolato le testimonianze dal loro contesto immediato

è falso che io non abbia “triangolato” le testimonianze con documenti di diversa natura

è falso che io non abbia fatto dialogare le varie voci tra loro, isolando ogni singola testimonianza dalla rete probatoria in cui è inserita

è falso che io abbia cercato di screditare un testimone accusandolo di non essere un teste affidabile (psicolabile, alcolizzato, depravato, ecc.)

è falso che io abbia ricercato tutte le increspature esegetiche, le minime inesattezze fattuali e le piccole contraddizioni di cui essa (la testimonianza) è portatrice

è falso che io mi sia appigliato ai minimi errori commessi dai testimoni

è falso che io abbia adottato la logica del “Falsus in uno, falsus in omnibus”

è falso che io abbia insinuato qualcosa riguardo a una precisa volontà di manipolazione a opera di “certi ambienti del sionismo internazionale”.

Ma allora che cosa c’è di vero nelle affermazioni di Valentina Pisanty?

Carlo Mattogno

9 gennaio 2015

1L’«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad…Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata, in rete: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf, p. 10.

2 V. Pisanty, «Sul negazionismo», in: Italia contemporanea, n. 212, settembre 1998, in rete: http://www.insmli.it/pubblicazioni/1/ic_212_pisanty.pdf

3 P. Rassinier, Le mensonge d’Ulysse. 1955, p. 185, in pdf in: http://www.aaargh.codoh.com/fran/livres/PRmu.pdf.

4 P. Rassinier, La menzogna di Ulisse. Le Rune, Milano, 1966, p. 44.

5 In: http://www.osservatorioantisemitismo.it/wp-content/uploads/2013/07/NEGAZIONISMO-per-ROMA-5.12.12_VPisanty.pdf

6 F. Piper, «Vernichtung» , in: Wacław Długoborski, Franciszek Piper (a cura di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau, Oświęcim, 1999, vol. III, pp. 137-143 e 158-169.

_________________________Pubblicato il 01/10/2015, 08:00:22

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