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Nov 22

0891 – Olokaustos su Carlo Mattogno

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Olokaustos su Carlo Mattogno

di Carlo Mattogno

21 Novembre 2014

mattogno,Olocausto Dilettanti allo sbaraglioIl sito Olokaustos presenta, tra l’altro, un articolo in più parti di Luigi Vianelli intitolato “I negazionisti italiani”. La parte 3,I negazionisti tecnici in Italia: il caso di Carlo Mattogno mi chiama in causa direttamente1 e richiede qualche commento.

Dato che le anime pie si lamentano del mio tono sarcastico, cercherò di moderarlo, sebbene certa gente meriterebbe ben altro tono. Spero che almeno mi sia consentita un po’ di ironia.

Sorvolo sul preambolo e passo direttamente agli appunti che mi vengono mossi.

«Il libro che segna l’esordio di Mattogno nel mondo negazionista, dopo un paio di pubblicazioni minori, è “Il mito dello sterminio ebraico”, apparso nel 1985 per le edizioni Sentinella d’Italia – una delle case editrici neonaziste italiane».

Oltre al libro summenzionato, Sentinella d’Italia nel 1985 pubblicò La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano (44 pp.), che è in effetti un testo minore, e Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso (241 pp.), che è sicuramente non meno importante di quello summenzionato, se Valentina Pisanty ha sentito il bisogno di parlarne.

«Lo stile è pesantemente influenzato dagli studi di Faurisson, del quale ricalca la pretesa di “svolgere ‘ricerche’ animati da un atteggiamento sine ira ac studio nei confronti dell’argomento”».

La relativa nota è: «F. Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p. 85».

Questo commento mostra quale conoscenza Germinario avesse dei miei libri. Per quanto mi riguarda, non ho mai rivendicato questa pretesa e nel testo in questione, Il mito dello sterminio ebraico, non appare nulla di simile.

La confusione, evidentemente voluta, nasce da ciò che ho scritto in un altro studio, Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (Edizioni di Ar, 1996), ma neppure qui ho accampato una simile pretesa. Mi sono limitato a intitolare il primo paragrafo del capitolo I “Sine ira et studio”, perché con questa locuzione ho voluto sintetizzare ironicamente la finta obiettività di Pierre Vidal-Naquet, oggetto della mia critica, nei confronti del revisionismo:

«In virtù di questi sani principi, la sua trattazione del revisionismo sarà sine ira et studio:

“Ma a questa accusa globale non intendo rispondere mettendomi sul piano dell’affettività. Qui non si tratta di sentimenti ma di storia”»2.

Proseguo nella lettura:

«La tecnica utilizzata è quella della pesante iperdestrutturazione dei testi, connessa ad un continuo intersecarsi di diversi livelli di interpretazione – dal pseudostoriografico all’investigativo – in modo tale che le parole possono assumere contestualmente diversi significati, tutti eterodiretti da Mattogno».

Ma che significa? Un’altra supercazzola tognazziana.

«Espungere frasi dal contesto, connettere fonti disparate e non omogenee, forzare i contenuti del testo: tutto il classico armamentario del negazionista tecnico è presente al massimo grado negli studi di Mattogno (38), al punto da essere accusato da Faurisson stesso di “eccesso di erudizione”».

A chi rimanda la nota 38? Indovina indovinello: ma sì, all’onnipresente, onnipervadente trimurti:

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«Sulla metodologia storiografica dei negazionisti: P.Vidal-Naquet, Les assassins de la memoire, Seuil, 1995; V.Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Milano, Bompiani, 1998; D.Lipstadt, Denying the Holocaust. The Growing Assault on Thruth and Memory, Free Press, 1993».

Vidal-Naquet-Pisanty-Lipstadt: un vero consesso di geni!

In particolare:

«Espungere frasi dal contesto», «connettere fonti disparate e non omogenee», «forzare i contenuti del testo»: Quando? Dove? Citare un solo esempio, prego.

Che cosa c’entra il presunto «eccesso di erudizione» col presunto “armamentario del negazionista tecnico»? E in che cosa consiste questo “armamentario”?

Faurisson si riferiva ovviamente alla dovizia di riferimenti archivistici e bibliografici, ma allora perché non tacciare di «eccesso di erudizione» un Hilberg?

«Ecco quindi che le testimonianze di coloro i quali hanno assistito alle gasazioni sono radicalmente false o falsificate (40),…».

Copertina dello studio del Mattogno sul "Rapporto Gerstein". Click...

Copertina dello studio del Mattogno sul “Rapporto Gerstein”. Click…

La nota 40 rimanda a Il rapporto Gerstein. Anatomia di un falso, La Sfinge [sic!], Parma 1985».

Qui c’è una generalizzazione illecita, perché il libro in questione non si riferisce affatto alle «testimonianze di coloro i quali hanno assistito alle gasazioni», ma soltanto a quelle di Kurt Gerstein e di Rudolf Reder, che ho analizzato criticamente. Sono testimonianze veritiere? Se l’articolista vuole credere agli asini che volano, liberissimo di farlo.

«… così come ricorre continuamente un tono assieme di sfida e di scherno nei confronti degli storici “di regime”, di volta in volta “dilettanti”, “falsari”, “plagiatori”, proni ad un “dogmatismo ideologico” ecc. ecc. (41)».

Il riferimento della nota 41 è al libro Olocausto: dilettanti allo sbaraglio; vi ho adottatocontinuamentela terminologia che mi viene imputata? Premesso che l’opera conta 322 pagine,

– “storici di regime” vi appare 2 volte (pp. 242-243) in due citazione daIl mito dello sterminio ebraico”; a p. 249 ho parlato di storici e gazzettieri “conformisti”, e questo è tutto;

– “dilettante”, “dilettanti”, “dilettantistico”, “dilettantesco” vi ricorrono ovviamente di più, una quindicina di volte; questi termini sono rivolti a Pierre Vidal-Naquet, a Deborah Lipstadt, ai critici del rapporto Leuchter, in particolare ai due Bailer, a Werner Wegner, a Francesco Germinario e a Gustavo Ottolenghi. Col termine “dilettante” ho designato personaggi che si sono improvvisati critici in un campo in cui non avevano alcuna competenza specifica, ma soltanto conoscenze superficiali e raccogliticce, e l’ho documentato copiosamente;

– “falsari”, “falsario” sono presenti 5 volte, 3 volte usati da Vidal-Naquet contro Faurisson e i revisionisti (pp. 14-15, 21), una volta da me nel contesto che chiarirò subito, una volta da me per riassumere l’opinione di F, Brayard nei confronti di Paul Rassinier.

A p. 21 ho riportato l’accusa di P. Vidal-Naquet contro i revisionisti: «è pura assurdità presentare gli studiosi che lavorano al Museo di Oswiecim come altrettanti falsari», poi ho replicato: «in esso [Il mito dello sterminio ebraico] non ho mai affermato – e, preciso, non l’ho mai fatto né prima né dopo, che gli storici del Museo di Auschwitz sono dei falsari» (p. 22);

– “plagiatori” non vi appare mai;

– “dogmatismo ideologico” non vi appare mai.

Sarebbe bene che chi fa simili affermazioni, se non è in perfetta malafede, leggesse quantomeno ciò che vuole criticare.

«D’altro canto, anche i documenti troppo probanti in senso contrario alle sue convinzioni, spessissimo sono per Mattogno semplicemente dei falsi».

La nota dice:

«Un caso particolare. In Auschwitz: fine di una leggenda, Edizioni di AR, 1994, Mattogno così conclude rispetto ad un noto documento analizzato per primo da J.C.Pressac ne Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, Feltrinelli, Milano 1994 (prima ed. in francese nel 1993), p.82: è un falso. La dimostrazione di tale falsità però è evidentemente indifendibile, per cui Mattogno ritornò specificamente sull’argomento quattro anni più tardi:

“Die Gaspruefer [sic] di Auschwitz Vierteljahreshefte fuer [sic] freie Geschichtsforschung 2 (1), 1998, pp.13-22. In questo secondo e ponderoso studio però il documento analizzato da Pressac non è più considerato un falso, bensì va interpretato in modo totalmente diverso, ovviamente in linea con le teorie negazioniste».

Anzitutto, questo «caso particolare» è l’unico caso, sicché l’uso dell’avverbio «spessissimo» non è propriamente indice di onestà e di buonafede.

In secondo luogo, è pateticamente falso che, in questo unico caso, il documento in discussione fosse troppo probante in senso contrario alle mie convinzioni. Nel libro in questione, come ho spiegato nell’articolo “L’Olocausto negato: Il negazionismo e gli studi storici sulla Shoah”, ho anticipato la tesi, poi sviluppata con molteplici riferimenti, che alla fine del 1942, le SS intendevano installare delle camere a gas di disinfestazione provvisorie nei crematori II e IV, di conseguenza, come ho rilevato, «la richiesta di 10 Gasprüfer, supponendo che si tratti realmente di Anzeigegeräte für Blausäure-Reste è perfettamente normale per una camera a gas di disinfestazione»3, e ho concluso:

«Sebbene questo documento si inquadri perfettamente nella nostra tesi, a nostro avviso si tratta di un falso formalmente buono, ma sostanzialmente di pessima fattura»4.

Non sarà inutile spiegare sinteticamente per quale ragione, sebbene si trattasse di un documento affatto innocuo, che non dimostrava nulla, all’epoca lo ritenessi un falso (ossia la falsificazione di un documento originale):

Telegramma della Zentralbauleitung di Auschwitz del 26 febbraio 1943

Telegramma della Zentralbauleitung di Auschwitz del 26 febbraio 1943.Click…

1) I Gasprüfer erano esclusivamente analizzatori di gas combusti (in un crematorio, utilizzabili soltanto per i forni) e come tali era perfettamente logico che la Zentralbauleitung di Auschwitz li richiedesse ad una ditta che produceva impianti tecnici di combustione, inclusi forni crematori, la ditta Topf appunto.

2) Anche il numero degli strumenti richiesti – 10 – era perfettamente logico, perché servivano per i 10 condotti del fumo dei crematori II-III per controllare l’economicità della combustione di ciascuno dei 10 forni a 3 muffole ad essi collegati.

3) Anche la data della richiesta dei Gasprüfer, il 26 febbraio 1943, era perfettamente logica, perché il crematorio II era entrato in funzione il 20 febbraio (prima della consegna ufficiale all’amministrazione del campo) e soprattutto prima che la presunta camera a gas (il Leichenkeller 1) fosse pronta per l’uso, il che avvenne il 13 marzo con la prova dell’impianto di ventilazione appena installato. Questa è una ulteriore conferma che i Gasprüfer erano destinati ai forni crematori.

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4) L’ “apparato di prova per gas residuo per Zyklon B” era un apparato chimico (non uno strumento) consistente in flaconi con reagenti chimici liquidi e cartine reattive; si chiamava Gasrestnachweisgerät für Zyklon ed era distribuito unicamente dalle ditte che commerciavano lo Zyklon B.

5) Nel caso di Auschwitz, la ditta contrattualmente competente era la Tesch und Stabenow.

6) Lo Zyklon B e il relativo equipaggiamento (Gasrestnachweisgerät für Zyklon, maschere antigas, filtri speciali “J”, congegni per aprire i barattoli di Zyklon B) erano di competenza dell’SS-Standortarzt (il medico della guarnigione) e venivano ordinati alla Tesch dall’amministrazione del campo su sua richiesta.

7) Se i Gasprüfer fossero stati, per assurdo, dei rilevatori di residui di acido cianidrico per un ipotetico esperimento di gasazione omicida, secondo la tesi olocaustica, sarebbero stati indispensabili dei barattoli di Zyklon B: dato che la Zentralbauleitung non li aveva ordinati alla ditta Topf, come pensava di procurarseli? Evidentemente richiedendoli a chi ne era responsabile, lSS-Standortarzt; ma allora per quale ragione avrebbe dovuto richiedere alla ditta Topf apparati di prova del gas residuo che SS-Standortarzt era tenuto, per legge, a detenere, controllare e far usare ad ogni disinfestazione?

Perciò l’ordinazione della Zentralbauleitung alla Topf di Gasprüfer/presunti rilevatori di acido cianidrico è equivalente, ad esempio, all’ordinazione di una lavatrice a una ditta farmaceutica.

Per finire, nella letteratura tecnica tedesca dell’epoca (ad esempio le prestigiose riviste Gesundheitsingenieur e Gasschutz und Luftschutz), non è nota una sola menzione di Anzeigegeräte für Blausäure-Reste”, che è dunque un neologismo che appare solo nella lettera della Topf del 2 marzo 1943. Non solo, ma il termine “Anzeigegeräte” rimanda ad uno strumento fisico dotato di indicatore, ad esempio a lancetta, come appunto gli indicatori della percentuale di ossido di carbonio e idrogeno (veri Gasprüfer), ma non esisteva nessuno strumento simile che potesse rilevare i resti di acido cianidrico.

Alla luce di quanto ho spiegato sopra, la risposta della ditta Topf alla richiesta della Zentralbauleitung è come quella di una fabbrica di mobili che, avendo ricevuto l’ordinazione di un armadio, facesse sapere al cliente:

“Oggetto: armadio.

Confermiamo il Vostro telegramma recante l’ordinazione di un armadio.

Con la presente Vi comunichiamo che già da 2 settimane abbiamo richiesto a 5 ditte il frullatore da Voi ordinato. Da 3 ditte abbiamo ricevuto risposta negativa, da 2 ancora nessuna risposta”.

Bastava per considerare il documento un falso?

Quanto al resto della citazione che ho riportato sopra, è chiaro che l’articolista non sa ciò che dice. Nell’articolo Die Gasprüfer von Auschwitz del 1998 non solo non avevo ancora abbandonato l’ipotesi del falso, ma l’avevo addirittura rafforzata, spiegando che, nella lettera della Topf, bastava sostituire Anzeigegeräte für Blausäure-Reste” (indicatori per resti di acido cianidrico) con “Anzeige-Geräte für Rauchgasanalyse” (indicatori per l’analisi di gas combusti [= Gasprüfer]) per risolvere istantaneamente tutti i molteplici problemi storico-tecnici che ho appena accennato sopra; anzi, in risposta ad un critico anonimo, ha anche precisato la differenza tra un documento “falso” e “falsificato”5. Parimenti privo di fondamento è che in quest’articolo io abbia interpretato il documento in questione «in modo totalmente diverso».

L’ipotesi del falso l’ho abbandonata definitivamente nel 2004, nello scritto «I Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una “prova definitiva»6. Ciò non significa affatto che i problemi che i problemi relativi ai due documenti in oggetto (su Gasprüfer e Anzeigegeräte) fossero stati risolti da qualcuno; al contrario, in questo scritto li ho evidenziati ancora meglio e sono tutt’ora insoluti.

La decisione è dipesa da due fattori. Da un lato tutti i critici in malafede si avventarono sulla mia ipotesi del falso passando sotto silenzio gli argomenti che ho sintetizzato sopra, sicché io diventavo colui che, trovandosi di fronte a un documento “troppo probante in senso contrario alle sue convinzioni”, come chiosa l’articolista, lo avrei dichiarato sic et simpliciter falso. Poiché l’ipotesi in questione era assolutamente irrilevante nel contesto della mia dimostrazione, l’ho eliminata, senza che il valore di questa dimostrazione sia diminuito di una virgola. L’altro fattore è il fatto che nella documentazione relativa agli interrogatori degli ingegneri della Topf, alla quale Jürgen Graf ebbe accesso nel 2002, vi era già una copia della lettera della Topf del 2 marzo 1943; per l’esattezza, questa copia fu esibita all’ing. Kurt Prüfer nel corso dell’interrogatorio del 4 marzo 1948. Per una eventuale falsificazione restava dunque il triennio febbraio-marzo 1945-marzo 1948; ma in tale contesto storico, una falsificazione di questo tipo non avrebbe avuto molto senso.

Ciò però invece di chiarire l’enigma di questa lettera, lo infittisce ancora di più, perché Prüfer dichiarò che i Gasprüfer erano strumenti di rilevazione dei vapori di acido cianidrico che dovevano essere installati da qualche parte in una “camera a gas”7. Ciò è come dire che un barometro è uno strumento che si installa in casa per lavare i panni.

«In questa foga cadono alle volte anche alcuni negazionisti: Mattogno ha avuto modo di scontrarsi sia con Faurisson che con Butz, …».

Ma il mio “stile” non era «pesantemente influenzato dagli studi di Faurisson»? D’altra parte dove sta scritto che tutti debbano essere d’accordo su tutto? E questa pretesa non è in contrasto con la favola della “cospirazione negazionista”?

L’enunciazione, oltre che un tantino superficiale, è anche un po’ ridicola. Qual era l’oggetto del contendere?

In estrema sintesi sintesi, Faurisson era rimasto indignato dal fatto che nel libro su Majdanek redatto da me in collaborazione con J. Graf avessi criticato il rapporto Leuchter:

«Nel capitolo sulle “camere a gas” del KL Majdanek, redatto da me, non potevamo passare sotto silenzio il rapporto Leuchter. Il bilancio della mia analisi critica degli argomenti di Leuchter è decisamente negativo. Faurisson, mescolando anche qui il piano personale con quello argomentativo, mi accusa di aver esposto “sconsiderati attacchi personali [sic] ad un avversario [sic] […] che non si può più difendere”»8.

Sorvolo su altri rimproveri che avevano, quelli sì, un carattere personale.

A. Butz sosteneva che i Gasprüfer erano realmente degli apparati di prova per il gas residuo per acido cianidrico, il che è già tecnicamente insensato, e che servivano per verificare se il forno per la combustione dei rifiuti (Müllverbrennungsofen) installato nel crematorio II emetteva vapori di acido cianidrico quando vi venivano bruciate certe fibre sintetiche che li possono rilasciare nella loro combustione, ipotesi che non voglio commentare perché mi sono impegnato a non essere offensivo.

Che cosa c’entra la “foga” con queste discussioni?

«… ma ciò non gli ha impedito di crearsi nel mondo negazionista la fama di massimo conoscitore di Auschwitz».

La nota rinvia a «F.Germinario, Estranei alla democrazia, cit. p.81». Forse l’articolista voleva essere ironico; gli consiglio di dare un’occhiata alla mia bibliografia su Auschwitz, poi ne riparleremo.

«Ma alla prolificità di Mattogno è sostanzialmente venuto a mancare un seguito: la pubblicistica negazionista italiana si limita ancor oggi a ripetere ad libitum i concetti elaborati decenni fa dai primi negazionisti».

Questa è veramente comica. Tra «i concetti elaborati decenni fa dai primi negazionisti» e i miei c’è la stessa differenza che esiste tra i “concetti” di Olokaustos e quelli di Hilberg.

«Il contenuto stesso degli studi di Mattogno, con le sue continue citazioni in tedesco, inglese e francese e un massiccio apparato bibliografico, lo rende di fatto difficilmente proponibile, soprattutto per la maggioranza dei lettori che fanno del negazionismo un mero strumento di propaganda politica».

Questo è un complimento, grazie.

«Il negazionismo italiano – con l’esclusione delle pubblicazioni della Graphos – è stato quindi relegato alle riviste della destra radicale: “Sentinella d’Italia”, “Avanguardia”, ma soprattutto “L’Uomo libero” e “Orion”. Quest’ultima rivista ha dedicato due rubriche direttamente o indirettamente al negazionismo: “Sterminazionismo” e “Controstoria”, curate da Carlo Mattogno e dal fratello Gian Pio Mattogno, un cattolico fondamentalista».

Mi pare che l’articolista sia rimasto più di qualche decennio indietro: qualcuno lo informi che siamo nel 2014. Quanto alla storia del “cattolico fondamentalista”, si tratta di una scemenza messa in giro non si sa da chi che viene ripetuta a pappagallo fino allo sfinimento.

L’articolo risale al settembre/ottobre 2002 e sarebbe ormai tempo di aggiornarlo.

Un consiglio personale a Luigi Vianelli: Se proprio non resisti all’impulso irrefrenabile di criticare i miei scritti, per evitare altre figuracce simili, c’è un solo modo: prima leggili.

Carlo Mattogno.

1 http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/negaz-ita/negaz3.htm.

2 Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, p. 11 e 12.

3 Auschwitz: Fine di una leggenda, p. 59.

4 Idem.

5 «Die “Gasprüfer” von Auschwitz», in Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 2, n. 1, marzo 1998, p. 21.

6I Quaderni di Auschwitz, 2. Effepi, Genova, 2004.

7 Vedi al riguardo I verbali degli interrogatori sovietici degli ingegneri della Topf. Effepi, Genova, 2014, pp. 53-54.

8 La critica di R. Faurisson al libro “KL Majdanek. Eine historische und technische Studie”, in: http://vho.org/aaargh/fran/techniques/CMrepRFital.html.

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