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Nov 21

0890 – Belzec e le controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp

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CARLO MATTOGNO
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BEŁŻEC E LE CONTROVERSIE OLOCAUSTICHE DI ROBERTO MUEHLENKAMP
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mattogno,Belżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History,libro,ingleseNel sito Holocaust Controversies1 è apparso un articolo di un tale Roberto Muehlenkamp che vorrebbe essere una confutazione di una parte della versione americana del mio studio sul campo di Bełżec2, in particolare, del capitolo IV, intitolato Il campo di Bełżec alla luce delle indagini archeologiche polacche (1997–1999), che contiene un’analisi del rapporto sulle ricognizioni (trivellazioni e scavi) eseguite in tale campo tra il 1997 e il 1999 da un gruppo di archeologi dell’università Nicola Copernico di Toruń diretto dal prof. Andrzej Kola. Questo rapporto fu pubblicato in polacco3 e in inglese4. La critica riguarda inoltre il capitolo V del mio studio, dedicato alla Storia documentata del campo di Bełżec. Esaminerò questa critica, che in gran parte ricalca la struttura del mio testo, paragrafo per paragrafo.
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1.“Natura e scopo della ricerca archeologica su Bełżec
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Muehlenkamp afferma che io avrei distorto lo scopo di tali ricerche archeologiche.
Egli cita l’inizio della mia trattazione dell’argomento, evidenziando l’ultima frase, che metto in corsivo:
«Nel 1997 la “Rada Ochrony Pamięci Walk i Męczeństwa” (Consiglio per la tutela della Memoria delle Lotte e del Martirio) di Varsavia, in cooperazione con l’ “United States Holocaust Memorial Museum” di Washington, decise di effettuare degli scavi archeologici nel territorio dell’ex campo di Bełżec allo scopo precipuo di individuare le fosse comuni descritte dai testimoni»5.
Egli espone così la sua accusa contro di me:
«Mattogno svia deliberatamente i suoi lettori circa la natura e i fini della ricerca
archeologica condotta da Kola, per poi rilevare ironicamente le presunte deficienze di
questa ricerca, soprattutto il fatto che i cadaveri non furono esumati, e uscirsene con
1 Carlo Mattogno on Bełżec Archaeological Research, in:
http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2006/05/carlo-mattogno-on-belzec.html
2 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006.
L’edizione americana era apparsa due anni prima col titolo Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. Ciò che fa testo è ovviamente solo l’edizione italiana.
3 Hitlerowski obóz zagłady Żydów w Bełżcu w świetle źródeł archeologicznych. Badania 1997-1999. Rada Ochrony Pamięci Walk i Męczeństwa, United States Holocaust Memorial Museum, Warszawa-Waszyngton, 2000.
4 Bełżec. The Nazi Camp for Jews in the light of archeological sources. Excavations 1997-1999. The Council for the Protection of Memory and Martyrdom, United States Holocaust Memorial Museum, Warsaw-Washington, 2000.
5 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 95.


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le teorie cospiratorie “revisionistiche” sulle presunte ragioni di queste supposte omissioni».
In sintesi, per Muehlenkamp, l’unico scopo degli scavi era quello di esaminare il terreno del
campo per realizzare un memoriale «che non disturbasse resti umani», cioè per «escludere
aeree in cui vi fossero resti umani», i quali comunque non dovevano essere esumati «per non
violare la memoria» di coloro che si voleva onorare.
Non esiste alcun dubbio che questa sia la motivazione ufficiale. Nell’edizione italiana del
mio libro l’ho espressa così:
«Il pretesto ufficiale era che il nuovo memoriale di Bełżec, senza una indagine
preliminare sul terreno del campo, avrebbe potuto sorgere disdicevolmente su un’area
di fosse comuni. Ma in tal caso non ci sarebbe stata alcuna necessità di controllare
l’intero territorio del campo»6.
Ma qual era la motivazione reale? Muehlenkamp cita incautamente contro di me una frase di
Michael Tregenza, uno dei massimi esperti olocaustici di Bełżec, che gli si ritorce contro:
«Lo scopo prioritario (das vorrangige Ziel) di questa indagine consisteva nel
localizzare la struttura del campo e delle fosse comuni affinché né il memoriale
progettato, né il museo, che dovevano essere completati nell’autunno del 2000, le
toccassero».
Ciò conferma quanto sostengo: lo scopo prioritario era l’individuazione delle fosse comuni.
Il vero problema è lo scopo reale per cui si volevano individuare le fosse comuni. La
motivazione ufficiale, la storia del memoriale, è chiaramente fallace. Se si deve costruire una
struttura edilizia in un’area archeologica, non si eseguono sondaggi nell’intera aerea, ma
soltanto nel sito scelto per la costruzione. Se dai sondaggi risulta qualcosa di importante, si
cambia sito. Perché allora a Bełżec i sondaggi furono eseguiti in tutta l’area del campo e
persino al di fuori di essa?
È chiaro che storia del memoriale è un semplice pretesto che avrebbe permesso ai
committenti di far eseguire ricerche a tappeto sull’intera area del campo nella speranza di
individuare fosse comuni (che avessero potuto contenere 600.000 cadaveri) e resti
archeologici (dei presunti impianti di gasazione) per poter addurre prove materiali del
presunto sterminio a Bełżec e mettere a tacere il revisionismo storico. Se i risultati delle
indagini avessero deluso queste aspettative, si sarebbe ripiegato sull’alibi ufficiale del
memoriale: non si erano cercati resti umani e gli eventuali pochi resti trovati non potevano
essere esumati per ragioni “morali”.
Ma persino questa motivazione è contestabile.
Nel 1945 Simon Wiesenthal, il tristemente noto “cacciatore di nazisti”, scrisse un articolo
intitolato “RIF” che si apre con queste parole:
«Nell’ultima settimana di marzo la stampa rumena ha riportato una notizia
straordinaria: Nella cittadina di Folticeni, nel cimitero ebraico, sono state seppellite
con grande solennità e con regolare cerimonia di inumazione venti casse di sapone.
Questo sapone era stato trovato poco tempo prima in un magazzino dell’esercito
tedesco. Sulle casse c’erano le lettere “RIF – Rein jüdisches Fett” [Puro grasso
ebraico]. Queste casse erano destinate alle Waffen-SS e nella carta dell’imballaggio
c’era scritto con cinica crudezza che questo sapone era stato prodotto da corpi
ebraici»7.
Egli pretendeva che una fabbrica di sapone umano si trovasse proprio a Bełżec e che avesse
usato «come materia prima 900.000 Ebrei».
Poco importa che l’acronimo “RIF” significasse in reatà “Reichsstelle für industrielle
Fettversorgung” (Centrale del Reich per l’approvvigionamento industriale di grasso),
istituzione che non aveva nulla a che vedere con il grasso umano, meno che mai ebraico, e
6 Idem, p. 95, nota 1.
7 S. Wiesenthal «RIF», in: Der neue Weg, n. 17/18, Vienna, 1945.

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che la storia del grasso umano sia ormai considerata dalla storiografia olocaustica una
leggenda propagandistica8.
Ciò che conta, è il seppellimento «con grande solennità e con regolare cerimonia di
inumazione» di presunti residui di corpi ebraici. Ciò vale a maggior ragione per i corpi di
(presunti) Ebrei in stato di saponificazione individuati da Kola. Secondo la tradizione
giudaica, l’Ebreo morto potrà essere giudicato, alla fine del mondo, soltanto a Gerusalemme,
donde la credenza popolare che «ogni Ebreo che muore fuori della Palestina deve scavarsi
con le unghie una galleria per arrivare a Gerusalemme» e proprio per questo al cadavere «si
nettano con scrupolosa cura le unghie»9. Tralasciando il rituale, l’inumazione «in terra
d’Israele» rappresenta un desideratum per gli Ebrei, e se ciò non è possibile «si usa mettere
un po’ di terra d’Israele sulla testa o sotto i corpi degli Ebrei sepolti nella diaspora»10.
Dal punto di vista religioso, sarebbe stato dunque molto più «morale» riesumare i cadaveri
saponificati e seppellirli di nuovo secondo il rituale giudaico, se non altro per non precludere
ai morti il giudizio finale.
La prova più evidente e inconfutabile che lo scopo primario di Kola era la ricerca delle fosse
comuni e dei resti delle presunte camere a gas è il suo libro stesso, che è stato pubblicato
appunto per esporre i risultati delle sue ricerche sulle fosse comuni e sulle camere a gas,
senza il minimo accenno alla localizzazione ottimale del memoriale, che si rivela così per
ciò che realmente è: il finto scopo delle indagini.
Come Muehlenkamp sa bene, nonostante il loro fallimento, le indagini di Kola furono subito
usate dai propagandisti dell’olocausto appunto come “prove materiali” del presunto sterminio
ebraico perpetrato a Bełżec. Ho sotto gli occhi il numero di giovedì 23 luglio 1998 de IL
MANIFESTO: in prima pagina il titolo «Il lager ritrovato. A Bełżec (Polonia) i nazisti
costruirono il primo campo di sterminio. Nelle camere a gas ammazzarono 600.000 ebrei. La
verità viene alla luce solo ora. Grazie ad alcuni archeologi»(Corsivo mio). Tregenza stesso
scrisse subito dopo:
«Ufficialmente oggi si parla di “almeno 600.000 persone uccise”, tuttavia secondo
recenti ricerche e scavi bisogna partire da una cifra di vittime considerevolmente più
alta, eventualmente fino a un milione»11.
A suo avviso, dunque, le indagini di Kola avrebbero fornito la “prova materiale” dello
sterminio a Bełżec di 400.000 Ebrei in più rispetto ai 600.000 comunemente dichiarati.
La notizia si diffuse rapidamente. Per restare in casa nostra, anche Roberto Sforni, presentato
come «uno dei massimi studiosi al mondo dei campi di sterminio di Bełżec, Sobibór e
Treblinka» e autore del libro Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della
testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder12, ha presentato «I risultati dei recenti scavi
archeologici»13 come “prove materiali” a favore dello sterminio.
La fallacia della motivazione ufficiale delle ricerche archeologiche è ancor più evidente
rispetto ai reperti archeologici. A questo riguardo ho scritto:
«Le ricerche polacche avevano lo scopo di individuare, oltre alle fosse comuni, i resti
delle strutture architettoniche del campo. I risultati sono stati descritti
dettagliatamente da A. Kola. Nella sua esposizione, ciò che colpisce immediatamente
è il fatto che, in questo caso, a differenza di quello delle fosse comuni, furono
eseguiti degli scavi per riportare alla luce i reperti archeologici individuati. A. Kola ne
pubblica ben 12 fotografie. Ciò fu dettato da un interesse scientifico solo apparente: lo
8 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 29-30 e 45-46.
9 E. Testa, Usi e riti degli Ebrei ortodossi. Franciscan Printing Press, Gerusalemme, 1973, p. 168.
10 G. Wigoder (a cura di), Dictionnaire encyclopédique du Judaïsme.Cerf/Robert Laffont, Parigi, 1996, p. 319.
11 Idem, p. 66.
12 Edizioni Shtetl, Milano, 2004.
13 Idem, capitolo 9, pp. 100-103.

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scopo primario ed essenziale degli archeologi polacchi era la ricerca dei resti delle
fantomatiche camere a gas omicide. Perciò essi disseppellirono ed esaminarono con
cura ogni residuo di costruzioni, nella speranza di poterlo attribuire alle presunte
camere a gas, ma si guardarono bene dal disseppellire e dall’esaminare i resti umani
delle fosse comuni, perché, come abbiamo visto sopra, ciò avrebbe smentito in modo
troppo clamoroso la tesi dello sterminio in massa. La necessità di trovare a tutti i costi
i resti delle fantomatiche camere a gas ha spinto A. Kola alle ipotesi più
inverosimili»14.
Ciò è ampiamente dimostrato dagli sforzi immani e inani compiuti da Kola per spacciare
penosamente i resti di due costruzioni affatto innocue per resti delle presunte camere a gas
del campo, contraddicendo in tal modo clamorosamente le testimonianze e gli accertamenti
giudiziari, come illustrerò sotto nel paragrafo 5.
Se la motivazione delle indagini archeologiche era esclusivamente quella del memoriale, a
che scopo far disseppellire tutti i reperti archeologici trovati? E perché Kola ha cercato
disperatamente di individuare tra di essi le fantomatiche camere a gas?
È dunque fin troppo evidente che lo scopo primario delle indagini polacche era quello di
individuare le fosse comuni e le presunte camere a gas del campo da usare come “prove
materiali” a favore della tesi dello sterminio, sicché, nella mia trattazione, non ho “sviato”
proprio nessuno, ma mostrato l’inconsistenza e la fallacia delle motivazioni ufficiali delle
indagini e ho esposto quelle reali.
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2. Posizione e forma delle fosse comuni
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L’autore riporta una lunga citazione dal mio libro, ma omette la parte precedente che ne
chiarisce il significato, fornendo un termine di paragone:
«A. Kola ha redatto una pianta del campo di Bełżec nella quale ha indicato, con un
tratteggio verticale, l’area delle fosse comuni [vedi documento 3].
Un disegno pubblicato da Robin O’Neil [vedi documento 4] mostra in modo più
preciso la posizione delle fosse e i loro contorni definiti. La maggior parte delle fosse
risulta dislocata lungo il confine nord–ovest (a sinistra nel disegno) del campo; alcune
fosse sono indicate al centro del campo, poche lungo il confine nord–est (in alto nel
disegno).
Nel 1946 Rudolf Reder scrisse un memoriale intitolato Bełżec, che fu pubblicato a
Cracovia dalla Commissione centrale storica ebraica. A p. 43 di questo libretto appare
una pianta del campo disegnata da J. Bau su indicazioni del testimone [vedi
documento 1]. Questo disegno – pubblicato senza commenti da Kola – è orientato in
senso inverso rispetto alla norma, perciò, per rendere immediatamente comprensibile
un confronto con altre piante del campo, bisogna guardarlo al contrario.
Esso mostra 26 fosse lungo il confine nord–est e 6 al centro del campo.
La pianta ufficiale del campo fu redatta dalla Commissione di inchiesta sui crimini
tedeschi in Polonia e apparve nell’articolo Il campo di sterminio di Bełżec, di
Eugeniusz Szrojt, membro dell’organo summenzionato.
In essa l’area delle fosse comuni è rappresentata da un rettangolo posto sul confine
nord–orientale del campo.
Concludendo, la posizione della maggior parte delle fosse comuni indicata da A. Kola
è in aperto contrasto sia con la testimonianza di Rudolf Reder, sia con gli
accertamenti della Commissione di inchiesta polacca. D’altra parte, se si prende in
esame la pianta di Bełżec pubblicata da Yitzhak Arad15 [vedi documento 9], si deve
14 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 123.
15 La pianta è accompagnata da questa annotazione:«Una mappa del campo di sterminio di Belzec giunse troppo tardi nel processo di pubblicazione del libro per porla nel suo capitolo appropriato». Y. Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The

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concludere che gli alloggi delle guardie ucraine, gli impianti sanitari (barbieri,
infermeria, dentisti per SS e Ucraini), la cucina per le guardie ucraine, il garage e i
laboratori di calzoleria e sartoria (indicati nella pianta con i numeri 3, 4, 5, 7 e 8) si
trovavano a ridosso di fosse comuni o addirittura sopra di esse!
Ma questi non sono i soli problemi risultanti dalla posizione delle fosse. Le piante di
A. Kola e di R. O’Neil (…) mostrano fosse comuni sparpagliate alla rinfusa in quasi
tutto il campo senza alcun orientamento preciso e senza alcun ordine. Qui non c’è
bisogno di invocare la proverbiale pedanteria tedesca, del resto ben interpretata
perfino da Rudolf Reder. Nella sua pianta, infatti, le fantomatiche 30 fosse comuni
hanno tutte le medesime dimensioni e il medesimo orientamento e sono
ordinatamente disposte su due file parallele. Qui è questione di semplice buon senso:
una disposizione ordinata delle fosse avrebbe evidentemente consentito uno
sfruttamento più razionale dell’esiguo spazio disponibile e una maggiore protezione
sanitaria del personale del campo. Non è esagerato dire che, se il comandante di
Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe stato
fucilato per sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica.
Molte fosse, secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme decisamente
bizzarre!»16
Muehlenkamp mi oppone quanto segue:
«Se c’è contraddizione nella posizione delle fosse comuni tra la pianta fatta da J. Bau
in base alla descrizione del testimone Reder e le piante disegnate dalla Commissione
di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia da una parte e i risultati dell’indagine di
Kola dall’altra, come dice Mattogno, ciò si può spiegare col fatto che l’area delle
fosse che appare nelle piante della Commissione di inchiesta corrisponde alle fosse di
Kola situate nella parte orientale del campo, mentre per ciò che riguarda il disegno di
J. Bau c’è la possibilità di un fraintendimento della descrizione di Reder, che può
anche non essere stato molto chiaro o esatto a questo riguardo».
Questo significa arrampicarsi sugli specchi. La pianta in questione reca in margine, come
sigillo ufficiale, la scritta: «Na podstawie powiadania R. Redera rysował Józef Bau»,
letteralmente: «Sulla base del racconto di R. Reder disegnò Józef Bau»17: questo è il dato di
fatto che bisogna tener presente, non insulse congetture sulle varie «possibilità».
Nel mio studio ho citato due dichiarazioni di Reder particolarmente illuminanti per quanto
riguarda la pianta in questione:
«In una dichiarazione resa nel 1945 alla Commissione storica ebraica di Cracovia,
Reder affermò:
“Una fossa era lunga 100 metri e larga 25. Una sola fossa conteneva circa 100.000
persone. Nel novembre 1942 c’erano 30 fosse, cioè 3 milioni di cadaveri”.
Nell’interrogatorio cui fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre
1945, il testimone ribadì:
“Le fosse erano scavate tutte con le medesime dimensioni e misuravano 100 metri di
lunghezza, 25 di larghezza e 15 di profondità”»18.
Dunque Reder era stato chiarissimo con Bau: o forse bisogna valutare la «possibilità» che
anche la Commissione storica ebraica e il giudice Sehn fossero incorsi in un
“fraintendimento”?
Operation Reinhard Death Camps. Indiana University Press, Bloomimgton and Indianapolis, 1987, p. 436. Ciò significa che egli aveva scritto la sua opera senza neppure avere a disposizione una pianta del campo.
16 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp.100-102.
17 Vedi documento 1.
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18 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.


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La cosa più grave, che mostra la disonestà del mio critico, è che al riguardo avevo già
rilevato che qui non si tratta soltanto della posizione delle fosse comuni, ma anche e
soprattutto delle loro dimensioni:
«Per quanto riguarda la testimonianza di Reder, le 30 fosse da lui presuntamente viste
nel campo avrebbero avuto una superficie complessiva (7,5 ettari) addirittura
maggiore di quella del campo stesso (6,2 ettari)!»19.
Riguardo alla pianta di Szrojt20, la spiegazione di Muehlenkamp è parimenti ingannatrice, in
quanto asserisce che «l’area delle fosse che appare nelle piante della Commissione di
inchiesta corrisponde alle fosse di Kola situate nella parte orientale del campo», ma, come ho
spiegato sopra, mentre nel disegno di Kola la maggior parte delle fosse risulta dislocata
lungo il confine nord–ovest, nel disegno della Commissione di inchiesta polacca tutta l’area
delle fosse è concentrata in un rettangolo posto sul confine nord–orientale del campo. Perciò
la contraddizione è netta. Non c’è bisogno di precisare che la pianta di Szrojt fu disegnata in
base ai risultati delle indagini giudiziarie polacche, basate su soprallughi nell’area dell’ex
campo ed escussione di testimoni.
Muehlenkamp aggiunge poi:
«Come si può vedere dalle piante di Kola mostrate sopra, Mattogno esagera alquanto
dicendo che le fosse sono “sparpagliate alla rinfusa in quasi tutto il campo senza alcun
orientamento preciso e senza alcun ordine”».
Su questo punto qualunque discussione è inutile: le fosse comuni sono proprio sparpagliate
alla rinfusa, a ferro di cavallo, sui lati nord–ovest/nord–est del campo, come risulta
indubitabilmente dal relativo disegno di Kola21.
Egli contesta anche la mia affermazione che «molte fosse, secondo i disegni di A. Kola,
presentano infatti forme decisamente bizzarre» perché la maggior parte delle fosse
«hanno la forma di quadrati o rettangoli e dove ci sono forme irregolari, specialmente
nel caso della fossa n. 14, è ragionevole presumere che esse risultarono da
cambiamenti nella struttura originale della fossa dovuta all’eliminazione della cenere
da parte delle autorità del campo e al lavoro di livellamento alla fine delle operazioni
al campo o agli scavi predatori del dopoguerra».
Le fosse comuni che presentano una forma alquanto stramba sono le n. 1, 9, 12, 14, 22 e 29.
Muehlenkamp, che evidentemente non ha colto l’ironia della frase, conferma
involontariamente ciò che sostengo, ossia che solo una parte delle fosse comuni scoperte da
Kola può essere considerata originale, cioè scavata dalle autorità del campo allo scopo di
seppellirvi dei cadaveri. Sulla questione del numero e della forma delle fosse comuni mi
soffermerò nel paragrafo 4.6.
Il mio critico ritorna subito dopo sulla questione:
«Con la sua osservazione: “Non è esagerato dire che, se il comandante di Bełżec
avesse fatto scavare le fosse comuni in questa disposizione, sarebbe stato fucilato per
sabotaggio. A meno che egli non avesse una spiccata sensibilità artistica. Molte fosse,
secondo i disegni di A. Kola, presentano infatti forme decisamente bizzarre!”,
Mattogno inoltre non solo mostra un cinismo piuttosto infantile, ma anche ignoranza
delle pratiche all’interno della gerarchia SS. Per quanto è a mia conoscenza non è
stato riferito alcun caso in cui un SS fu giustiziato o punito in altro modo per aver
rifiutato un ordine di commettere un massacro o di aver mostrato incompetenza
nell’attuarlo. Ad esempio, il primo comandante di Treblinka, il dott. Eberl, sembra sia
19 Idem.
20 Vedi documento 2.
21 Vedi documento 3.
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stato del tutto incompetente. Egli fu così sostituito da Franz Stangl, ma a quanto pare
non subì svantaggi».
Con queste parole Muehlenkamp si dimostra egli stesso «piuttosto infantile», se davvero non
ha capito l’ironia della mia affermazione. Ironia, non cinismo, perché considero questi morti
fittizi, inesistenti, inventati, irreali. Il cinismo è di coloro che piangono lacrime farisaiche sui
morti fittizi, ma mostrano un totale disinteresse per quelli reali, soprattutto quando sono
morti non ebrei.
Quanto alla mia «ignoranza delle pratiche all’interno della gerarchia SS», essa è stata
fortunatamente colmata dalla dotta disquisizione di Muehlenkamp, che con le sue conoscenze
scientifiche a base di «per quanto è a mia conoscenza», «sembra», «a quanto pare», mi ha
tolto effettivamente ogni dubbio!
La mia ironia era la semplice conseguenza di un’ osservazione ineccepibile, perché prima ho
precisato: «Qui è questione di semplice buon senso: una disposizione ordinata delle fosse
avrebbe evidentemente consentito uno sfruttamento più razionale dell’esiguo spazio
disponibile e una maggiore protezione sanitaria del personale del campo».
Basta osservare la mappa delle fosse comuni elaborata da O’Neil schematizzando il disegno
di Kola22 per chiedersi: quale comandante di campo di sterminio avrebbe fatto disporre le
fosse comuni in questo modo?
Se Muehlenkamp non l’ha ancora capito, con ciò, come ho già spiegato, intendevo
semplicemente dimostrare che solo una parte delle fosse comuni scoperte da Kola può essere
considerata originale.
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3. “Il ritrovamento di cadaveri
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Muehlenkamp afferma che «Mattogno sembra particolarmente felice che il numero dei
cadaveri incombusti che si trovano ancora nelle fosse comuni di Bełżec sia, a suo avviso,
molto basso».
Ciò è verissimo, perché si tratta di cadaveri veri. Muehlenkamp e i suoi congeneri sembrano
invece particolarmente infelici di questo fatto; gente che si rammarica che la leggenda dei
quattro milioni di morti ad Auschwitz sia crollata e si sente defraudata di quasi tre milioni di
vittime ebraiche; gente che avrebbe preferito che a Bełżec fossero stati trovati centinaia di
migliaia di cadaveri, per poter agitare ancora di più il loro piagnucoloso vittimismo, per poter
gridare alla bestiale ferocia dei carnefici – salvo poi appoggiare e giustificare
incondizionatamente i feroci massacratori israeliani – e azzittire spocchiosamente i
revisionisti con le loro “prove materiali”.
Egli riporta poi le mie spiegazioni sulla questione:
«Come abbiamo visto sopra, A. Kola afferma che 10 fosse (le n. 1, 3, 4, 10, 13, 20,
25, 27, 28, 32) sono “piene di corpi in stato di saponificazione”, ma poi precisa
subito che essi si trovano “di norma sul fondo delle fosse”, il che significa che queste
fosse non sono affatto “piene” di cadaveri. […].
A. Kola pubblica infatti i risultati di 137 campioni – evidentemente i più significativi
dei 236 campioni prelevati – ma di questi soltanto due (483/XV–30–60 e 486/XV–
25–50), appartenenti alla fossa n. 10, recano l’indicazione esplicita “cadaveri umani”.
Il simbolo che designa “ossa umane e massa grassa saponificata”, una specie di
doppia x stilizzata, oltre che nei campioni summenzionati, appare soltanto in altri
quattro campioni (485/XV–30–50, fossa 10, 286/XVI–90–40 e 332/XVI–85–40, fossa
3, e infine 1042/XIV–45–80, fossa 20). Lo strato più spesso è quello relativo al
campione 332/XV–85–40 (contrassegnato come “denti/capelli umani/acqua/capelli
umani”) che corrisponde all’incirca al 15% della profondità della fossa (= 5 metri),
dunque a circa 0,75 metri. A. Kola menziona inoltre il ritrovamento di cadaveri per
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22 Vedi documento 4.


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uno spessore di 1 metro nella fossa 27, ma senza riportare il grafico di nessuna delle 4
trivellazioni eseguite in quell’area. Comunque l’ordine di grandezza non cambia.
In tutti gli altri casi lo spessore dello strato dei cadaveri è inferiore e sempre
localizzato sul fondo della fossa. Dunque soltanto tre fosse risultano contenere
cadaveri più o meno saponificati. Per di più, considerato il metodo di indagine
approssimativo impiegato da A. Kola (una trivellazione ogni 5 metri), a rigor di
termini non si può neppure dire che tali fosse contengano uno strato di cadaveri esteso
quanto la loro superficie. Ciò appare evidente perfino nei risultati delle analisi
pubblicati da A. Kola: residui di cadaveri sono in effetti presenti in 3 campioni su 7
nella fossa n. 10, in 1 campione su 5 nella fossa n. 3 e nella fossa n. 20. In pratica,
nelle uniche tre fosse in cui si trovino dei cadaveri, essi sono stati rilevati in 5
trivellazioni su 17, cioè in meno del 30% dei casi. Se consideriamo l’insieme delle
trivellazioni, quelle “positive” sono 5 su 236! E che cosa significa ciò, al di là di ogni
estrapolazione? Semplicemente che la trivella, che aveva una sezione di 65 millimetri,
ha trafitto come una lancia 5 volte i resti di tre o quattro cadaveri, ossia,
concretamente, che A. Kola ha individuato 15 o 20 cadaveri.
Dunque l’unica conclusione legittima che si può trarre dalle trivellazioni è che le fosse
summenzionate contengono soltanto dei cadaveri sparsi qua e là.
Non a caso il libro di A. Kola è corredato di una ricca documentazione fotografica dei
reperti trovati nell’area del campo durante i lavori: ben 37 fotografie a colori mostrano
le cianfrusaglie più insignificanti: ferri di cavallo, chiavi e lucchetti, stoviglie e forbici
arrugginiti, frammenti di vetro e di vasellame, pettini rotti, fiale di vetro, monete ecc.
ecc., ma nessuna fotografia mostra un cadavere o un qualche resto di esso!
D’altra parte, considerato l’esiguo numero delle trivellazioni effettuate, non si può
neppure escludere la presenza di altri strati di cadaveri intorno a quelli individuati da
A. Kola, anzi ciò è probabile. In effetti, se si esamina la posizione delle tre
trivellazioni della fossa n. 10 che hanno rivelato la presenza di cadaveri in stato di
saponificazione, risulta che esse sono concentrate in due piccole aree in basso a
sinistra: dalla trivellazione 485 alla 486 e intorno alla 483. Ciò fa supporre che
originariamente lì vi fossero due piccole fosse di 40–50 metri quadrati con alcuni
strati di cadaveri sul fondo. La stessa cosa potrebbe valere per le trivellazioni 286 e
332 della fossa n. 3, che sono adiacenti, alla distanza standard di 5 metri lungo la
diagonale sud–nord della fossa, e per la trivellazione 1042 della fossa n. 20.
Concludendo, la cosa più verosimile è che le fosse contengano al massimo qualche
centinaio di cadaveri»23.
L’obiezione di Muehlenkamp si basa sul presupposto ipocrita che l’indagine di Kola non
mirasse alla ricerca di prove materiali del presunto sterminio, che falsa inevitabilmente il suo
criterio di giudizio. Egli obietta che i diagrammi delle trivellazioni pubblicati da Kola sono
soltanto «esempi illustrativi», mentro io affermo che sono «i più significativi» e precisa che
«non [sono] esempi di tutte le fosse», cosa che non ho affatto preteso, perché ho precisato
che essi mostrano i risultati di 137 dei 236 campioni prelevati.
Egli aggiunge che «una delle possibili ragioni del ritrovamento di un numero relativamente
piccolo di cadaveri, che Mattogno non rivela ai suoi lettori» è il fatto che «non tutte le
trivellazioni furono tanto profonde da poter toccare strati di cadaveri, che di norma erano sul
fondo delle fosse».
Ciò è vero, ma nel contesto della mia critica non ha alcuna importanza. Qui è necessaria una
precisazione importante.
Il libro di Kola, come ho accennato sopra, è stato addotto dagli olo–propagandisti come
“prova materiale” a favore del presunto sterminio ebraico a Bełżec e soltanto per questo
23 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 102-105.

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motivo ho deciso di esaminarlo e di confutarlo. Poiché gli olo–propagandisti hanno invocato
ciò che Kola ha pubblicato nel suo libro, non già ciò che non ha pubblicato, mi sono basato
su ciò che vi appare. Perciò il fatto che egli preferito non pubblicare una parte dei diagrammi
delle trivellazioni o che le abbia eseguite fino a una certa profondità, dal mio punto di vista
non ha la minima importanza. Il materiale disponibile è quello pubblicato da Kola e quello
bisogna prendere in esame.
Muehlenkamp dice inoltre che
«la dichiarazione sensazionale di Mattogno che “residui di cadaveri sono in effetti
presenti in 3 campioni su 7 nella fossa n. 10, in 1 campione su 5 nella fossa n. 3 e
nella fossa n. 20. In pratica, nelle uniche tre fosse in cui si trovino dei cadaveri, essi
sono stati rilevati in 5 trivellazioni su 17, cioè in meno del 30% dei casi. Se
consideriamo l’insieme delle trivellazioni, quelle “positive” sono 5 su 236, cioè il
2%!” sembra un tentativo deliberato di ingannare i suoi lettori, perché Mattogno
avrebbe dovuto capire che il numero degli strati di cadaveri raggiunti dalle
trivellazioni non permette necessariamente conclusioni circa il numero o l’estensione
degli strati di cadaveri effettivamente esistenti».
Con un tale argomento è Muehlenkamp che inganna deliberatamente i suoi lettori, perché
egli sa bene che la mia analisi è una semplice risposta alle dichiarazioni su questo tema dei
due massimi esperti olocaustici di Bełżec. Robin O’Neil, con riferimento alle indagini
eseguite nel periodo 28 aprile-4 giugno 1998, ha asserito:
«In due di queste fosse i corpi non furono esumati e bruciati come imponeva una
direttiva di Himmler del 1942. È difficile stabilire quanti cadaveri restino in queste
due fosse. Senza dubbio ce ne sono molte migliaia»24.
E Michael Tregenza ha avuto l’ardire di indicare una cifra precisa:
«Sebbene sia difficile indicare il numero dei cadaveri non bruciati, secondo una cauta
stima esso è di almeno 15.000»25.
Perciò «il numero degli strati di cadaveri raggiunti dalle trivellazioni» a me «non permette
necessariamente conclusioni circa il numero o l’estensione degli strati di cadaveri
effettivamente esistenti», ma agli storici olocaustici lo «permette necessariamente». La solita
ipocrisia farisaica!
Muehlenkamp mi contesta anche un altro presunto “inganno” circa il numero delle fosse
comuni, le quali, secondo Kola, contengono cadaveri in stato di saponificazione. Egli riporta
diligentemente la descrizione di Kola del contenuto delle trivellazioni relative a 10 fosse, le
n. 1, 3, 4, 10, 13, 20, 25, 27, 28, 32, come se io avessi nascosto questo fatto. Invece la mia
relativa affermazione, citata sopra, dice inequivocabilmente che
«A. Kola afferma che 10 fosse (le n. 1, 3, 4, 10, 13, 20, 25, 27, 28, 32) sono “piene di
corpi in stato di saponificazione”, ma poi precisa subito che essi si trovano “di norma
sul fondo delle fosse”, il che significa che queste fosse non sono affatto “piene” di
cadaveri».
Dopo aver “rivelato” ciò che io non avevo occultato, Muehlenkamp mi accusa di aver
menzionato solo 4 fosse con cadaveri in stato di saponificazione:
«Così gli strati di cadaveri si trovano in 10 fosse, di cui Mattogno ne menziona solo 4
più strettamente e ne riconosce solo 3, quelle in cui gli strati di cadaveri sono mostrati
nel libro di Kola in rappresentazioni schematiche dei campioni risultati dalle
trivellazioni. L’arroganza con la quale Mattogno elimina rapidamente 7 delle 10 fosse
24 Idem, p. 102.
25 Idem.

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che secondo Kola contengono strati di cadaveri pone un altro punto interrogativo sulla
idoneità di Mattogno a fare un’analisi obiettiva dello studio di Kola.
Di più, il fatto che Mattogno espressamente menzioni la descrizione di Kola degli
strati di cadaveri della fossa n. 27, ma ometta le relative descrizioni (vedi le citazioni
sopra) delle fosse n. 1, 4, 13, 25, 28 e 32, può essere considerato una insinuazione che
Kola non menzioni strati di cadaveri nelle descrizioni di queste fosse.
In aggiunta a quelle indicate dagli esempi esposti nella Parte 1 e nella Parte 2 di
questa esposizione, ciò sarebbe un altro serio segno di disonestà da parte di Mattogno».
Comincio dalla fine. Questi «esempi» sono le fallacie esposte da Muehlenkamp nei paragrafi
1 e 2 della sua critica che ho esaminato sopra. Da quale pulpito mi viene l’accusa di
disonestà!
Ribadisco che il presupposto del mio argomento è che il compito prioritario di Kola era di
localizzare le fosse comuni per fornire una prova materiale del presunto sterminio e che egli
ha pubblicato i campioni più significativi delle trivellazioni. Il primo punto è pienamente
confermato dal fatto che Kola stesso ha eseguito una mappatura precisa delle fosse comuni e
ha pubblicato in 19 pagine un’accurata descrizione e un diagramma con planimetria e
sezione verticale di ciascuna delle 33 fosse individuate. Il secondo punto è la logica
conseguenza del primo.
La mia analisi era finalizzata ad una stima quantitativa del numero dei cadaveri, in risposta
alle stime di O’Neil e di Tregenza, perciò ho preso in esame soltanto i documenti da cui si
possono trarre indicazioni quantitative, ossia i risultati dei 137 campioni pubblicati da Kola.
Non ho taciuto l’affermazione qualitativa di Kola della presenza di cadaveri saponificati in
10 fosse e ne ho anche indicato i relativi numeri, come non ho taciuto l’unica affermazione
quantitativa di Kola nella sua descrizione delle fosse: «Kola menziona inoltre il
ritrovamento di cadaveri per uno spessore di 1 metro nella fossa 27». Poiché la mia analisi si
riferisce ai 137 campioni summenzionati, tra i quali non appare questo riferimento alla fossa
n. 27, e poiché il dato relativo ad essa non cambia minimamente l’ordine di grandezza dei
ritrovamenti, ho concluso che, in base ai 137 campioni, «soltanto tre fosse risultano
contenere cadaveri più o meno saponificati», che è un dato di fatto incontestabile e
incontestato anche da Muehlenkamp.
Per quanto riguarda infine la mia pretesa «insinuazione che Kola non menzioni strati di
cadaveri nelle descrizioni» delle fosse n. 1, 4, 13, 25, 28 e 32, in quanto ho menzionato
espressamente «la descrizione di Kola degli strati di cadaveri della fossa n. 27», ma avrei
«omesso» le descrizioni relative alle fosse summenzionate, rispondo che l’insinuazione è
solo di Muehlenkamp. Come ho spiegato sopra, ho menzionato le 10 fosse contenenti
cadaveri saponificati ma non ho citato le relative descrizioni di Kola, tranne che per la fossa
n. 27, soltanto perché questa è l’unica descrizione che contenga un dato quantitativo: uno
strato di cadaveri saponificati di 1 metro.
Passiamo alla critica successiva di Muehlenkamp:
«L’assunzione di Mattogno che nell’area dell’enorme fossa n.10 “vi fossero due
piccole fosse di 40–50 metri quadrati con alcuni strati di cadaveri sul fondo”, d’altra
parte, può essere attribuita alla tendenza alle illusioni che è tipica dei “revisionisti”.
Per capire quanto assurda sia la supposizione, bisogna considerare la descrizione
summenzionata della fossa n. 10. L’amministrazione del campo di Bełżec, così
Mattogno tenta evidentemente di dire ai suoi lettori, fece presuntamente scavare alla
profondità di 5 metri in un’area di 24 x 18 = 432 metri quadrati soltanto per fare “due
piccole fosse di 40–50 metri quadrati”, di cui inoltre solo la parte più bassa fu usata
per deporvi dei cadaveri! Se si assume generosamente che lo strato di corpi sul fondo
delle “due piccole fosse” presunte da Mattogno fossero profonde 2 metri, dei 2.100

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metri cubi di volume della fossa stimati da Kola, fu impiegato solo due volte 80–100
metri cubi, cioè un totale di 160–200 metri cubi o meno del 10% del volume
disponibile. Perché qualcuno in qualunque situazione, e specialmente
l’amministrazione del campo di Bełżec, avrebbe dovuto abbandonarsi al lusso di
sprecare un volume di seppellimento così grande?
La spiegazione che il resto del volume della fossa avrebbe potuto servire come
deposito della cenere dall’inizio non è logica, perché le fosse identificate da Kola
come depositi per le ceneri erano molto più piccole e una singola fossa con volume di
2.100 metri cubi, come vedremo nella sezione 4.5 di questa esposizione, era
sufficiente a contenere le ceneri di tutte le persone uccise e bruciate a Bełżec secondo
la “versione storica ufficiale”. Può essere che Mattogno non vi abbia davvero pensato?».
Qui Muehlenkamp o non ha capito, o ha fatto finta di non capire ciò che ho scritto; fatto sta
che mi attribuisce sue deduzioni strampalate che non ho affatto esposto, né insinuato.
Fermo restando che la mia discussione verte sempre sui risultati delle trivellazioni pubblicati
da Kola, ho semplicemente rilevato il fatto ovvio e incontestabile che le tre trivellazioni della
fossa n. 10 da cui è risultata la presenza di cadaveri in stato di saponificazione sono
concentrate in due piccole aree in basso a sinistra. Ho anche pubblicato il relativo disegno di
Kola26 indicando la posizione esatta delle trivellazioni in questione, disegno che ripropongo
anche qui27. Muehlenkamp sorvola con troppa noncuranza sul fatto che, in questo disegno, la
trivellazione n. 484 abbia dato esito negativo sebbene si trovi tra la 483 e la 485, che hanno
dato esito positivo.
Ciò, ripeto, «fa supporre che originariamente lì vi fossero due piccole fosse di 40–50 metri
quadrati con alcuni strati di cadaveri sul fondo».
Riguardo al resto del volume della fossa, invece, non ho avanzato alcuna supposizione.
Quella che mi attribuisce Muehlenkamp è fasulla, inventata da lui, in quanto non ho mai
affermato che «il resto del volume della fossa avrebbe potuto servire come deposito della
cenere», e ciò è tanto vero che il mio critico, che cita sempre in abbondanza il mio testo, a
sostegno di ciò non può presentare alcuna citazione.
Ovviamente non ho neppure preteso che l’amministrazione del campo di Bełżec avrebbe
fatto scavare una fossa di 2.100 metri cubi per utilizzarne soltanto «160–200 metri cubi o
meno del 10%». Anche quest’altra assurdità è stata inventata da Muehlenkamp. Io mi sono
limitato a constatre il dato di fatto che i cadaveri in stato di saponificazione sono stati rilevati
dalle trivellazioni in un’area molto ristretta della fossa e a trarne una conseguenza logica,
anche se ipotetica. Come vedremo nel paragrafo 4.6, i contorni della fossa n. 10, come di
tutte le altre fosse disegnate da Kola, sono artificiosi, non trovando riscontro nelle
trivellazioni.
Ma anche a prescindere da ciò, il presunto spreco di «un volume di seppellimento così
grande» si può spiegare facilmente perfino nella logica olocaustica, se si assume che la fossa
n. 10, scavata come fossa comune, dopo l’esumazione dei cadaveri sia stata riempita e due
piccole aree di essa siano state riutilizzate per seppellirvi alla fine i cadaveri del personale
ebraico di servizio o di parte di essi.
Oppure, considerando l’artificiosità dei contorni delle fosse comuni, si possono ritenere
originali soltanto queste due piccole aree, come ho scritto nel mio studio:
«D’altra parte le fosse che contengono cadaveri in stato di saponificazione non sono
concentrate in un’area definita, ma sono disseminate nel campo (vedi documenti 4 e
5). L’ipotesi più plausibile è che queste fosse appartengano alla precedente
amministrazione del campo e dunque risalgano al 1940, quando Bełżec era stato
prima usato come campo per zingari, poi inquadrato nel “programma Otto” (Otto-
26 Idem, documento 11 a p. 170.
27 Vedi documento 5.

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Programm), e, in entrambe le funzioni, non mancarono le vittime, che furono sepolte al campo»28,
il che si poté realizzare, come ho spiegato successivamente, «coll’ampliamento di fosse
originariamente più piccole»29.
Il mio critico afferma che «le stime relative al numero dei cadaveri che giacciono ancora
nelle fosse comuni di Bełżec è piuttosto irrilevante per la questione se i ritrovamenti delle
fosse sono compatibili col fatto notorio dello sterminio in massa a Bełżec».
Sono pienamente d’accordo, purché si sostituisca l’espressione «fatto notorio» con «ipotesi
da dimostrare». Del resto nel mio studio ho anche pubblicato il rapporto del medico legale
che il 13 ottobre 1945 eseguì una perizia sui resti umani che vennero alla luce nel corso degli
scavi ordinati il giorno prima dal giudice istruttore distrettuale del tribunale provinciale di
Zamość, Czesław Godziszewski, da cui ho tratto questa conclusione:
«La presenza di cadaveri non cremati nell’area del campo di Bełżec non è dunque una
novità. Per quanto riguarda il numero, la perizia citata sopra non fornisce alcun dato
preciso, ma il tono generale del rapporto, e la sua insistenza nella descrizione di
singole ossa come se fossero dei pezzi unici, lascia molto perplessi sul valore che
bisogna attribuire alla quantità “molto grande” di cadaveri ipotizzata dal medico legale.
Comunque sia, il problema essenziale non è la presenza di questi cadaveri, ma il suo
significato. In altri termini: che cosa dimostra questa presenza?»30.
La risposta a questa domanda viene fornita nel paragrafo successivo31.
Nel mio studio ho parlato di «metodo di indagine approssimativo impiegato da A. Kola (una
trivellazione ogni 5 metri)» e Muehlenkamp mi vuole confutare rinviando alla spiegazione di
Kola, da me «omessa», che tale procedura era stata imposta dal «tempo limitato del
programma, nonché [dalla] vasta superficie presunta del campo», spiegazione che è solo un
aggravante: come a dire, il lavoro è stato eseguito in fretta e approssimativamente.
Ed ecco un’altra mia «omissione» del testo di Kola prontamente segnalata dal mio critico:
«L’uso di questo tipo di trivella nella localizzazione di fosse comuni si è rivelato utile
nei lavori archeologici di esumazione nei cimiteri di ufficiali polacchi assassinati dal
NKWD nella primavera del 1940 nel quadro dei lavori del cosiddetto “crimine di Katyn”».
Quel tipo di trivella fu impiegato anche per sondare le fosse comuni di Winniza, ma qui è in
questione soltanto il metodo della trivellazione, mentre io ho definito approssimativa la
procedura di Kola perché la distanza di 5 metri da una trivellazione dall’altra è eccessiva per
stabilire precisamente (e non approssimativamente) che cosa c’è sotto terra; a meno che le
trivellazioni non siano poi seguite da uno scavo completo e dall’esumazione dei cadaveri,
come appunto accadde a Katyn, ma non a Bełżec. Come ho rilevato nel mio studio,
«il 13 aprile 1943, nella foresta di Katyn i Tedeschi, su indicazione della popolazione
locale, scoprirono sette fosse comuni che contenevano complessivamente 4.143
cadaveri di militari polacchi. Da aprile a giugno i cadaveri furono esaminati da una
commissione composta da medici di 12 paesi europei, da una commissione della
Croce Rossa Polacca e da ufficiali americani, inglesi e canadesi prigionieri di guerra.
I Tedeschi pubblicarono poi un dossier ufficiale molto documentato che contiene tutte
le risultanze medico–legali dell’inchiesta, 80 fotografie e i nomi delle vittime identificate.
28 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 123.
29 Vedi paragrafo 4.6.
30 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 105-108.
31 Idem, pp. 108-109.

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I massacri di Winniza furono scoperti dai Tedeschi all’inizio di giugno del 1943. In
tre diversi luoghi furono trovati in 97 fosse comuni i cadaveri di 9.432 Ucraini
assassinati dai Sovietici. Dal 24 giugno al 25 agosto ben 14 commissioni, di cui 6
straniere, visitarono le fosse comuni. Anche in questo caso i Tedeschi raccolsero le
risultanze delle indagini in una pubblicazione documentatissima di 282 pagine, con
151 fotografie, rapporti medico–legali, nomi delle vittime»32.
Fino a che punto siano stati approssimativi non solo il metodo di indagine adottato da Kola,
ma anche i risultati stessi dell’indagine, sarà illustrato nel paragrafo 4.6.
.
4. “Il volume delle fosse comuni, cenere della legna e umana
.
4.1. “La capacità delle fosse
.
Muehlenkamp si chiede anzitutto perché, per accertare se il volume delle fosse comuni
identificate da Kola fosse sufficiente a contenere i corpi dei presunti gasati di Bełżec, io
abbia assunto la cifra di 600.000. Al riguardo egli afferma:
«Questa può essere una stima lungamente e ampiamente accettata, ed è anche vero
che Robin O’Neil suppose un numero anche più alto. Tuttavia, a mio avviso, solo
riguardo ai 434.508 Ebrei menzionati nel rapporto inviato dall’SSSturmbannführer
Höfle a Lublino l’11 gennaio 1943 all’Obersturmbannführer Heim a Cracovia esiste
una certezza assoluta che furono deportati a Bełżec. Perciò il numero dei cadaveri che
considererò in seguito corrisponde al numero menzionato nel rapporto di Höfle».
Nel paragrafo 4 del capitolo II del mio studio, intitolato Il numero delle vittime delle presunte
gasazioni, ho esposto le relative stime che si succedettero nel corso degli anni: 3.000.000
(Reder), 1.800.000 (pubblico ministero polacco di Zamość) e 600.000, cifra stabilita dalla
“Commissione centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia” e accettata quasi
unanimamente e contestata quasi sempre al rialzo, come nel caso di W. Scheffler (800.000),
di R. O’ Neil (800.555) o di M. Tregenza (almeno 930.000); solo J. Marszałek la
ridimensionò a 483.000.
Alla fine del paragrafo, con riferimento al documento menzionato da Muehlenkamp, ho
precisato:
« Secondo fonti tedesche, il numero degli Ebrei deportati a Bełżec fu di 434.508»33.
Non risulta che la storiografia olocaustica abbia ancora recepito la scelta del mio critico. Ad
esempio, Sforni, nella sua opera menzionata sopra, considera più realistica una cifra di
524.500 vittime34.
Per quanto mi riguarda, è vero che ho assunto a base dei miei calcoli la cifra ufficiale di
600.000 vittime, ma ho considerato i risultati dell’indagine in funzione appunto della cifra
documentata di 434.508, concludendo:
«A Bełżec, infatti, in via di principio, o è stato effettuato uno sterminio di un numero
minimo di 434.500 Ebrei – la cifra risultante dal rapporto dell’SSSturmbannführer
Höfle del 28 aprile 1943 –, oppure non è stato perpetrato alcuno sterminio in
massa»35.
Dato che il mio critico non è uno storico, ma un semplice dilettante che gioca a fare lo storico
con i suoi compagni di merenda olocaustici, potrei dire, riprendendo le sue parole, che
l’arroganza con la quale Muehlenkamp elimina rapidamente 165.500 delle presunte 600.000
vittime di Bełżec pone un altro punto interrogativo sulla idoneità di Muehlenkamp a fare
un’analisi obiettiva dello studio di Mattogno.
32 Idem, p. 103.
33 Idem, pp. 63-68.
34 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 107.
35 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 117.

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Muehlenkamp discute poi la mia assunzione che una fossa comune contenesse 8 cadaveri per
metro cubo. Per documentare questa cifra, ho rimandato alla discussione che avevo già
esposto nel libro su Treblinka da me redatto in collaborazione con Jürgen Graf, in cui ho scritto:
«Dallo studio delle fosse comuni di Amburgo, Katyn e Bergen–Belsen eseguito da
J.C. Ball, risulta una densità massima di 6 cadaveri per metro cubo di fossa36, che è
piuttosto alta. Ricordiamo che nella prima fossa comune scoperta dai sovietici a
Treblinka I, in un volume effettivo di 75 m3, erano stati deposti 105 cadaveri, in
media 1,4 cadaveri per un metro cubo, e che il perito medico Piotrowski eseguì il suo
calcolo del contenuto delle fosse comuni sulla base della presenza di 6 cadaveri in 2
metri cubi. Qui però, considerata la presunta presenza di bambini, assumiamo una
densità di 8 cadaveri per metro cubo»37.
Devo precisare che la cifra summenzionata non è un dato di fatto, ma una stima relativa alla
densità massima di cadaveri in una fossa comune (ad esempio, a Katyn circa 4.100 cadaveri
furono seppelliti in fosse di 2.016 metri cubi; a Bergen-Belsen una fossa comune di 490 metri
cubi conteneva 1.000 cadaveri, sicché la densità effettiva era di circa 2 cadaveri per metro
cubo).
Il mio critico asserisce che il numero dei cadaveri nelle fosse comuni di Katyn non è «di
alcuna rilevanza» per sapere come fu usato il volume delle fosse comuni a Bełżec e aggiunge
che non ho spiegato come sono arrivato a un massimo di 8 corpi per metro cubo.
Come i suoi congeneri che sentenziano sulla capacità di cremazione dei forni Topf di
Auschwitz–Birkenau senza averne mai visto uno e senza avere la più pallida idea del loro
sistema costruttivo e del loro funzionamento, così Muehlenkamp ritiene irrilevanti i dati
sperimentali di seppellimento di cadaveri in fosse comuni, mentre essi costituiscono dei
criteri di giudizio imprescindibili, appunto perché fondati su esperienze reali.
Egli obietta poi che
«la proporzione di bambini nei trasporti a Bełżec assunta da Mattogno sembra
discutibile alla luce di almeno due testimonianze oculari, dalle quali risulta chiaro che
la maggior parte degli Ebrei deportati a Bełżec erano bambini, il che sembra
abbastanza plausibile considerato che, secondo una fonte tedesca contemporanea
citata successivamente da Mattogno nel suo libro, Bełżec era un luogo dove venivano
mandati gli Ebrei inabili al lavoro. Gli inabili al lavoro erano principalmente i troppo
giovani o troppo anziani per essere impiegati in lavori pesanti».
Sulla questione delle «testimonianze oculari» ritornerò sotto.
Muehlenkamp qui schiva il punto fondamentale della questione: secondo la storiografia
olocaustica, Bełżec fu un campo di sterminio totale, senza alcuna distinzione tra i abili e
inabili al lavoro. La popolazione ebraica di interi ghetti, intere ragioni del Governatorato
generale sarebbe stata inviata a questo campo a scopo di sterminio immediato senza previa
“selezione” degli abili al lavoro, tranne qualche centinaio di deportati scelti per coadiuvare la
presunta attività di sterminio. Questa interpretazione è tanto consolidata che Raul Hilberg
piega ad essa perfino il documento in questione (il rapporto di Fritz Reuters del 17 marzo
1942), omettendo, nella sua discussione di esso38, qualunque accenno alla suddivisione degli
Ebrei in abili e inabili al lavoro, alla costruzione di «un grosso campo nel quale gli Ebrei abili
al lavoro possano essere registrati col sistema degli schedari secondo le loro professioni e da
36 John Clive Ball, «Luftbild-Beweise», in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. A cura di Ernst Gauss (Germar Rudolf). Grabert-Verlag, Tubinga, 1994, p. 236.
37 Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, p. 137.
38 R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore.Torino,1995, p. 954.

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lì possano essere richiesti» e infine al fatto che a Bełżec dovevano andare solo gli Ebrei
inabili al lavoro39.
Ciò premesso, ritorno alla questione degli 8 corpi per metro cubo. Al riguardo ho scritto:
«Secondo dati sperimentali, la capienza massima di una fossa comune si può
assumere di 8 cadaveri per metro cubo, considerando la presenza ipotetica di un terzo
di cadaveri di bambini».
I dati sperimentali sono quelli esposti sopra. Per quanto riguarda la percentuale dei bambini,
secondo il demografo Jakob Leszczynski40, la percentuale di bambini e ragazzi ebrei fino a
14 anni in Polonia nel 1931 era del 29,6%, ossia poco meno di 1/3.
In base alle tabelle scientifiche della crescita, il peso medio di bambini e ragazzi fino a 17
anni è di circa 35 kg41. Se per un adulto normale si assume un peso medio di 70 kg, il peso
medio di 3 persone (due adulti e un bambino o ragazzo) è di ([70 + 70 + 35] : 3 =) 58,3 kg.
Perciò 6 cadaveri di adulti, del peso di (70 x 6 = ) 420 kg, equivalgono a (420 : 58,3 =) 7,20
cadaveri di adulti e bambini–ragazzi nel rapporto di 2:1. Secondo altre tabelle, fino a 14 anni
il peso medio è di circa 25,4 kg, sicché in questo caso risulta un peso medio di 55,1 kg e una
densità di (420 : 55,1 =) 7,6 cadaveri per metro cubo.
La cifra di 8 cadaveri per metro cubo che ho assunto a base dei miei calcoli è dunque
arrotondata per eccesso.
Per calcolare il numero dei cadaveri per metro cubo, Muehlenkamp invoca nientemeno che il
“testimone oculare” Kurt Gerstein, perché in uno dei suoi scritti, in riferimento alle vittime di
Bełżec, si dice che «più della metà sono bambini».
Egli adduce inoltre il diario di un sottufficiale tedesco, Wilhelm Cornides, che cita in
traduzione inglese dal sito http://www.death–camps.org/Bełżec/rawacornides.html. Esso fu
pubblicato in lingua originale nel 1959 col titolo Zur “Umsiedlung” der Juden im
Generalgouvernement42. Cornides descrive l’arrivo di un treno alla stazione di Rawa–Ruska,
evidentemente diretto a Bełżec, costituito da 35 vagoni bestiame, ciascuno dei quali
conteneva «almeno 60 Ebrei», in totale 2.100, tra cui molte donne e bambini, e appunto ciò
sottolinea Muehlenkamp. Cornides precisa però che «le porte avevano in parte uno spiraglio
aperto», perciò egli fece le sue osservazioni attraverso questi spiragli e attraverso le
finestrelle. Quanto siano attendibili, è facilmente immaginabile.
La pretesa di Muehlenkamp di trarre da questa singola osservazione di una minima parte dei
deportati che si trovavano in 35 vagoni una informazione di carattere generale sulla
composizione dei 434.508 deportati a Bełżec, è evidentemente infantile. E ciò vale anche per
la presunta “osservazione” di Gerstein, relativo a un singolo trasporto di 6.700 Ebrei, che
rappresentano l’1,5% del totale dei deportati.
Muehlenkamp si riferisce ad un esperimento eseguito da Charles Provan per dimostrare che
l’affermazione di Gerstein che in una camera a gas di 25 metri quadrati fossero stipati 750
Ebrei non è assurda, come è stata sempre considerata da tutti43, ma veridica e reale. Egli
39 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 141-142.
40 L. Poliakov, J. Wulf (a cura di), Das dritte Reich und die Juden. Dokumente uns Aufsätze. Arani Verlag, Berlino-Grunewald, 1955, p. 231.
41 «Die Krematoriumsöfen von Auschwitz-Birkenau», in: Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts. A cura di Ernst Gauss (Germar Rudolf). Grabert-Verlag, Tubinga, 1994, p. 305.
42 In: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, n. 3, luglio 1959, pp. 333-335.
43 Ad esempio, Uwe Dietrich Adam, nella relazione su «Le camere a gas» da lui presentata al convegno organizzato a Parigi nel 1982 dalla l’École des Hautes Études en sciences sociales e dalla Sorbona, asserì: «Le indicazioni di Gerstein quanto al numero di vittime da uccidere a Bełżec sono talmente inverosimili che se ne può rendere conto immeditatamente anche un profano: egli parla di 700-800 persone gasate in un locale di 25 metri quadrati». Colloque de

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giunge alla conclusione che in 25 metri quadrati si potevano mettere 703 persone e
Muehlenkamp si affretta ad accettarla acriticamente:
«Comunque, userò per i miei calcoli successivi la cifra dimostrata sperimentalmente
da Provan di 703».
Egli non osa neppure riferire questa cifra a un metro quadrato, tanto la cosa suona assurda:
703 : 25 = 28 persone per metro quadrato!
Basta un pizzico di senso critico per far crollare questa conclusione insensata. Al riguardo nel
mio studio ho rilevato:
«Charles D. Provan pretende di aver dimostrato sperimentalmente che è possibile
stipare 703 persone in 25 metri quadrati (tuttavia Gerstein parla di 750 persone). Il
suo esperimento è però inficiato dal fatto che egli ha utilizzato persone fisicamente
non rappresentative, cioè tre adulti di 63, 62 e 49 kg (peso medio 58 kg!), 4 bambini
di 8, 6, 4 e 2 anni (peso rispettivo: 25, 26, 19 e 15 kg), più una bambola! Come se tra
le presunte vittime delle camere a gas non vi fossero bambini o ragazzi al di sopra
degli 8 anni e come se non vi fossero adulti più pesanti di 63 kg. Senza contare che
nel 1931 la percentuale dei bambini fino ai 14 anni era il 29,6% della popolazione
ebraica polacca, ossia meno di un terzo. La Corte d’Assise di Monaco si accontentò di
200–300 persone per ogni locale»44.
Qui aggiungo che il risultato dell’esperimento è ulteriormente inficiato dal presupposto che il
peso medio delle presunte vittime fosse di 35 kg. Provan aveva infatti letto nel libro The
“Confessions” of Kurt Gerstein di Henri Roques45 la seguente dichiarazione di Gerstein (PS–
2170):
«Gli uomini stanno in piedi gli uni sugli altri, 700–800 uomini in 25 metri quadrati, in
45 metri cubi. Io calcolo: peso medio al massimo 35 kg, più della metà sono bambini,
peso specifico 1. Dunque 25.250 kg di uomini per camera. Wirth ha ragione, se le SS
aiutano un po’, si possono mettere 750 uomini in 45 metri cubi»46.
Gerstein precisa che le camere a gas misuravano m 5 x 5 x 1,9047, sicché il volume di una
camera a gas non era di 45, ma di 47,5 metri cubi. Nella dichiarazione in francese del 26
aprile 1945 (PS–1553) egli dichiara che le camere a gas misuravano m 4 x 5 x 1,9048,
dunque 20 metri quadrati per 38 metri cubi, ma avevano inspiegabilmente sempre una
superficie di 25 metri quadrati e un volume di 45 metri cubi!49. Inoltre, se in una camera a
gas c’erano 750 persone del peso medio di 35 kg, il peso totale è di 26.250 kg, non di 25.250.
Questo peso medio di 35 kg è una semplice congettura di Gerstein senza alcun fondamento,
dato che egli avrebbe dovuto stimare a occhio il peso di tutte le 750 presunte vittime e
calcolare a mente il peso medio, ma nelle sue dichiarazioni ha sbagliato persino le
moltiplicazioni elementari summenzionate! Per di più, in un’altra dichiarazione fatta alle
autorità francesi, Gerstein dichiarò che il peso medio delle vittime era di 65 kg50.
L’attendibilità dei racconti di Gerstein è stata contestata persino da Tregenza, quando ha
definito «il materiale–Gerstein» una «fonte dubbia», aggiungendo che «anzi, in alcuni punti,
bisogna considerarlo fantasticheria»51.
l’École des Hautes Études en sciences sociales. L’Allemagne nazie et le génocide juif. Gallimard, Parigi, 1985, nota 85 a p. 260.
44 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 84.
45 Institute for Historical Review, 1989.
46 H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 278.
47 Idem, p. 277.
48 Idem, p. 223.
49 Idem, p. 224.
50 France Soir, 4 luglio 1945, p. 1
51 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 70.

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Nello stesso documento che contiene il peso medio di 35 kg, Gerstein, tra l’altro, stimava il
numero delle vittime di Hitler e Himmler «ad almeno 20.000.000» (venti milioni)52 e
pretendeva che a Bełżec ci fosse un mucchio di vestiti «di 35 o 40 metri di altezza»53, ma,
secondo Wilhelm Pfannenstiehl, che accompagnava Gerstein, «il quantitativo di tessuti
esistente era alto 3–4 metri»54.
Dunque la stima di 35 kg non ha alcun valore. Provan ha assunto un peso medio ancora
inferiore: (63 + 62 + 49 + 25 + 26 + 19 + 15 + 7 [la bambola!]) : 8 = 33,25 kg!
Considerato che il peso della bambola equivale a quello di un bambino di 5-6 mesi e che
quello dei tre adulti corrisponde al peso medio di ragazzi tra i 14 e i 16 anni, in pratica
l’esperimento di Provan è fondato sul presupposto che gli Ebrei deportati a Bełżec fossero
esclusivamente bambini e ragazzi fino a 16 anni – il cui peso medio, come si è visto sopra, è
di 35 kg –, senza nessun adulto. Ciò significherebbe, in particolare, che i 5/8 dei circa
434.000 deportati certi, ossia 271.250, sarebbero stati bambini da pochi mesi a a 8 anni, i
restanti 3/8, 162.750, ragazzi tra i 14 e i 16 anni!
Quest’assurda pretesa è del resto smentita da altre testimonianze, che Muehlenkamp si è
guardato bene dal citare. Ad esempio, Rudolf Reder, nel memoriale menzionato sopra,
dichiarò:
«Il nostro trasporto comprendeva molti uomini, incluso lavoratori che possedevano
vari tipi di lasciapassare e che pertanto supponevano di salvarsi, bambini piccoli ed
altri più grandi, ragazze giovani e donne anziane»55.
E un altro “testimone oculare”, l’ ex SS-Scharführer Heinrich Gley, depose che a Bełżec
esistevano due baracche spogliatoio, una per gli uomini, l’altra per le donne, e che nel corso
del suo servizio di sorveglianza in queste baracche quando si spogliavano le vittime non
aveva mai visto bambini piccoli56, i quali, insieme ai malati e a coloro che non erano in grado
di camminare, costituivano una cerchia di persone che, a suo avviso, non veniva portata nelle
camere a gas (nicht in die Gaskammern geschafft worden ist), ma erano probabilmente
fucilati57.
In base a queste testimonianze l’esperimento di Provan risulta pertanto a maggior ragione
infondato.
Muehlenkamp trae poi le sue fallaci conlusioni da questo fallace esperimento:
«Se 703 persone vive potevano entrare in uno spazio di 5 x 5 x 1,90 = 47,5 metri cubi,
ciò significa una densità di circa 15 persone per metro cubo nelle camere a gas di
Bełżec. Ciò che vale per persone vive vale certamente anche per i cadaveri, perciò si
può assumere che 15 cadaveri di un trasporto a Bełżec costituito di più della metà da
bambini potevano entrare in un metro cubo di spazio di seppellimento nelle fosse
comuni di Bełżec. Assumendo una tale composizione per tutti i trasporti giunti a
Bełżec, e senza prendere in considerazione il dimagrimento e i fattori relativi alle
corporature menzionati da Provan, i 21.310 metri cubi di spazio di seppellimento
stimati da Kola avrebbero potuto accogliere 319.650 cadaveri – se vi fossero stati
gettati contemporaneamente».
52 H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 280.
53 Idem, p. 277.
54 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 81-82.
55 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit.,112.
56 «Ich habe im Rahmen meiner aufsichtführenden Tätigkeit in den Baracken bei der Entkleidung nie kleine Kinder gesehen».
57 Interrogatorio di Henrich Gley dell’8 maggio 1961. Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen (Ufficio centrale delle amministrazioni provinciali della giustizia), Ludwigsburg, 208 AR-Z 252/59, vol IX, pp. 1290-1291.

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Dunque, da una congettura di un testimone assolutamente inattendibile, soprattutto riguardo
alle cifre (la percentuale dei bambini tra le presunte vittime), e contraddetta da altri
testimoni; da una altra congettura del medesimo testimone (il peso medio delle presunte
vittime); inoltre da un esperimento fallace basato su queste due congetture fallaci (Provan);
infine dall’estensione arbitraria delle congetture di Gerstein concernenti un solo trasporto a
tutti i trasporti giunti a Bełżec, Muehlenkamp deduce che era possibile seppellire nelle fosse
comuni identificate da Kola 319.650 cadaveri. Una logica davvero stringente!
Ma, dopo tutte queste speculazioni artificiose, egli si ritrova ancora con (434.508 – 319.650
=) 114.858 cadaveri da seppellire, perciò, come vedremo subito, deve ricorrere a speculazioni
ancora più insensate.
Aggiungo che il principio secondo il quale «ciò che vale per persone vive vale certamente
anche per i cadaveri» non è così evidente come crede Muehlenkamp, perché la famiglia
Provan si strinse muscolarmente il più possibile per tentare di raggiungere il “record” di
Gerstein, mentre sarebbe stato estremamente difficile stringere allo stesso modo dei cadaveri
(ammesso e non concesso che fossero stati disposti accuratamente) a causa del rigor mortis.
Secondo osservazioni eseguite su 113 salme, il rigor mortis si concluse tra le 2 e le 13 ore
dalla morte, entro 9 ore nel 90% dei casi58. Ma nel caso di gasazioni omicide, vale quest’altra
osservazione:
«Insorgenza rapidissima o istantanea (rigidità catalettica quando il corpo rimane
fissato nell’ultimo atteggiamento) in muscoli affaticati da lavoro fisico o in morti
precedute da convulsioni particolarmente se in ambiente caldo»59,
che infatti ben si adatta alla descrizione dell’agonia di 750 vittime in una camera a gas di 25
metri quadrati e 47,5 metri cubi.
D’altra parte, secondo Reder, ci volevano due ore per far entrare tutte le vittime nelle camere
a gas («Nel momento in cui le sei camere erano piene, le persone nella prima camera erano
già state rinchiuse da almeno due ore»)60, e, in questo caso, il principio summenzionato vale
in senso inverso, ossia «ciò che vale per persone vive non vale certamente anche per i
cadaveri», dato che dovevano essere trascinati alle fosse comuni, e ciò, secondo il testimone
Reder, avveniva così:
«Ci volevano due lavoranti per trascinare un corpo. Utilizzavamo delle cinghie con
dei fermagli, le posizionavamo intorno alle braccia dei cadaveri e tiravamo. Le teste
spesso rimanevano impigliate sotto la sabbia»61.
Se dunque ci volevano 2 ore per far entrare le vittime vive nelle camere a gas, il tempo
necessario per estrarre i loro cadaveri e trascinarli alle fosse era di gran lunga maggiore. In
tali circostanze, i cadaveri si sarebbero trovati nella condizione di rigor mortis e sarebbe
stato estremamente arduo mettere 15 cadaveri in un metro cubo di fossa.
Indi Muehlenkamp tenta di creare artificiosamente ulteriore spazio di seppellimento per i
114.858 cadaveri che restavano fuori delle fosse comuni in base al suo primo calcolo. Egli
afferma che a Bełżec i cadaveri non furono seppelliti contemporaneamente, ma nell’arco di
otto mesi e spiega:
«I cadaveri di ogni trasporto furono collocati in fosse e spesso coperti di uno strato di
calce viva, che riduceva i corpi ad una orribile massa in disfacimento. Oltre all’effetto
della calce viva c’era anche quello della decomposizione naturale, sulla quale
ritornerò in dettaglio successivamente. Questi effetti, si può presumere, provocarono
58 Postmortem changes and time of death, in: http://www.dundee.ac.uk/forensicmedicine/notes/timedeath.pdf.
59 Le modificazioni tanatologiche del cadavere, in: http://digilander.libero.it/fadange/medicina%20legale/tana.htm.
60 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit.,p. 120.
61 Idem, p. 127.

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una considerevole perdita di volume negli strati “più vecchi” dei cadaveri nelle fosse
quando strati “più nuovi” di cadaveri vi furono messi sopra. A Bełżec e negli altri
campi dell’azione Reinhard(t), Sobibor e Treblinka, i cadaveri non furono
semplicemente gettati nelle fosse, ma sistemati accuratamente a strati per ottenere il
maggior spazio possibile per il seppellimento, come fu dichiarato ad esempio al
riguardo dalla Corte d’Assise di Düsseldorf nella sua sentenza del processo Treblinka
[segue collegamento in rete] :
“[…] Zur Aufnahme der aus den Gaskammern kommenden Leichen der getöteten
Juden dienten riesige Gruben, in denen die Leichname reihenweise abgelegt und
jeweils mit einer dünnen Sand– oder Chlorkalkschicht abgedeckt wurden.[…], “Per
accogliere i cadaveri degli Ebrei uccisi provenienti dalle camere a gas c’erano enormi
fosse, nelle quali i cadaveri venivano deposti a strati e di tanto in tanto coperti di un
sottile strato di sabbia o di cloruro di calce”.
Ci sono prove che indicano che le fosse comuni di Bełżec venivano riempite fino o
persino al di sopra del bordo, lo strato superiore essendo coperto di un ulteriore strato
di corpi o di sabbia dopo che i cadaveri erano scesi sufficientemente a causa della
decomposizione. Nel suo rapporto datato 4 maggio 1945, Kurt Gerstein scrisse quanto
segue:
“I cadaveri nudi furono trascinati su barelle di legno (auf Holztragen) in fosse lontane
pochi metri di 100 x 20 x 12 metri. Dopo alcuni giorni i cadaveri si gonfiavano e dopo
poco tempo ricadevano giù, perciò vi si poteva gettare sopra un altro strato. Poi vi si
cospargevano sopra 10 centimetri di sabbia, sicché affioravano solo singole teste o
braccia”62.
Nonostante la dichiarazione ovviamente esagerata circa la profondità delle fosse, la
descrizione di Gerstein è interessante per il suo riferimento alla procedura di
riempimento delle fosse fino al bordo e dell’aggiunta di altri corpi quando
l’abbassamento dovuto alla decomposizione di quelli che si trovavano già nella fossa
liberava un po’ di spazio sopra, il che fu probabilmente alla base del fenomeno
spaventoso osservato a Bełżec dal comandante di Treblinka, Franz Stangl [cioè lo
straripamento di una fossa comune di cadaveri e liquami]».
Osservo anzitutto che Muehlenkamp, quando gli fa comodo, si appella alla sentenza
processuale di un altro campo (Treblinka), ma si guarda bene dal richiamare quella del
processo Bełżec se la cosa è contraria alla sua tesi, come ad esempio riguardo alla questione
essenziale del numero delle presunte vittime in una camera a gas, che, come ho già
accennato, la Corte d’Assise di Monaco stabilì in 200–300, non 750 o 703.
La congettura dei “vecchi” strati di cadaveri che sarebbero calati a causa della
decomposizione creando spazio per “nuovi” strati si basa su quattro presupposti errati.
In primo luogo, l’argomento ha senso soltanto nell’ipotesi che le fosse comuni fossero
rimaste aperte per settimane o mesi, in modo che il volume dei cadaveri delle fosse comuni si
riducesse in modo sostanziale a causa della decomposizione.
Tuttavia, se Muehlenkamp crede alla realtà delle dichiarazioni di Gerstein, in particolare al
fatto che in un una presunta camera a gas si gasassero 750 persone alla volta, deve anche
credere che, nel corso della sua presunta visita a Bełżec, furono uccise «4 volte 750 persone
in 4 volte 45 metri cubi»63, ossia 3.000 persone in quattro camere a gas. Usando tutte e sei le
camere a gas, le vittime sarebbero state 4.500, ma Gerstein parla soltanto di quattro, sebbene
le vittime da assassinare fossero 5.250, perché dei 6.700 deportati giunti al campo, 1.450
erano già morti64. Come ho accennato sopra, le 33 fosse individuate da Kola hanno un
volume di 21.130 metri cubi. Esse sono di varie dimensioni, ma il volume medio è di (21.130
62 Traduco dal testo originale: H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 236.
63 Idem p. 236.
64 Idem, p. 277.

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: 33 =) 640 metri cubi. Anche assumendo per assurdo la cifra di 15 cadaveri per metro cubo
asserita da Muehlenkamp, e supponendo inoltre che ogni gasazione fosse di almeno 4.500
persone (come Muehlenkamp suppone che ogni trasporto giunto al campo contenesse più
della metà di bambini con un peso medio di tutti i deportati di 35 kg), ne consegue quanto
segue:
1) Ogni giorno venivano assassinati 4.500 Ebrei, i cui cadaveri occupavano (4.500 : 15 =)
300 metri cubi di fossa comune e dopo (640 : 300 = 2,1) poco più di due giorni una fossa era
completamente riempita e non più utilizzabile.
2) Le vittime considerate certe da Muehlenkamp – 434.508 –, sarebbero state uccise in
(434.508 : 4.500 =) circa 96 gasazioni.
3) Le giornate di attività del campo furono circa 240 (8 mesi), perciò in media vi fu (240 : 96
= 2,5) una gasazione ogni due giorni e mezzo.
Perciò in media, una fossa comune sarebbe stata riempita in poco più di quattro giorni, sicché
tutte le congetture di Muehlenkamp cadono.
In secondo luogo, egli trae illecitamente la storia degli strati di cavaderi “vecchi” e “nuovi”
da Gerstein. Come ho sottolineato sopra, ciò presuppone che le fosse comuni fossero rimaste
aperte per settimane o mesi. Gerstein invece dichiarò:
«Dopo qualche giorno i corpi si gonfiavano e il tutto si innalzava di 2–3 metri a causa
dei gas che si formava nei cadaveri. Dopo qualche giorno, il rigonfiamento cessava
[e] i corpi ricadevano [giù] insieme. Un altro giorno le fosse furono riempite di nuovo
e coperte di 10 centimetri di sabbia»65.
Dunque qui è questione di qualche giorno, il che è in contrasto con la lunga fenomenologia
della decomposizione cadaverica descritta successivamente da Muehlenkamp.
In terzo luogo, la conclusione che egli trae dalla dichiarazione di Gerstein è abusiva anche
per quanto riguarda il significato stesso della citazione. Gerstein non dice affatto che
l’abbassamento dello strato “più vecchio” di cadaveri consistesse in una riduzione del loro
volume originario, ma soltanto che essi si gonfiavano di 2–3 metri e poi si sgonfiavano, il
tutto nell’arco di pochi giorni, quando l’eventuale processo di decomposizione era appena
all’inizio. Infatti lo stadio enfisematoso del processo di putrefazione
«inizia 3-6 giorni dopo la morte in ambiente caldo, più tardivamente in ambiente
freddo. L’idrogeno solforato prodotto da anaerobi gasogeni (perfrigens e butirrici) si
diffonde all’intestino, al sottocutaneo, alle cavità interne ed ai visceri gonfiando il
cadavere che assume un aspetto gigantesco»,
ma «cessando la produzione di gas il cadavere perde l’aspetto gigantesco»66.
Ancora con riferimento alla dichiarazione di Gerstein summenzionata, Muehlenkamp ha
omesso di considerare la questione non certo irrilevante della copertura dei cadaveri con
sabbia. Dalle dichiarazioni citate sopra si desume che nella fossa comune veniva gettato uno
strato di cadaveri, che dopo qualche giorno si gonfiava e dopo qualche altro giorno si
sgonfiava, indi si gettava un altro strato di cadaveri e si copriva il tutto con 10 centimetri di
sabbia.
La profondità media delle fosse comuni di Bełżec è di (21.130 : 5.490 =) 3,84 metri e la
sezione di 1 metro quadrato (3,84 metri cubi) avrebbe contenuto, secondo Muehlenkamp (15
x 3,84 =) 57,6 cadaveri o ([57,6 : 384] x 10 =) 1,5 cadaveri ogni 10 centimetri o decimetro di
altezza. Gettando nelle fosse uno strato di sabbia alto 10 centimetri ogni due strati di
cadaveri, 1/3 dell’altezza – e del volume – delle fosse sarebbe stato riempito di sabbia, ossia
(3,84 : 3 =) m 1,28 e (1,28 x 5.490 =) 7.027 metri cubi, sufficienti a seppellire (7.027 x 15 =)
105.405 cadaveri. Pfannenstiel, che menziona la combustione parziale dei cadaveri, parla
invece di uno strato di cadaveri e uno di sabbia, perciò la sabbia avrebbe riempito la metà del
65 Idem, p. 225
66 Le modificazioni tanatologiche del cadavere, in: http://digilander.libero.it/fadange/medicina%20legale/tana.htm.

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volume della fossa, cioè (5 : 2 =) per m 2,5 e (2,5 x 5.490 =) 13.725 metri cubi, che
avrebbero accolto (13.725 x 15 =) 205.875 cadaveri.
Con questa omissione, dunque, Muehlenkamp non solo evita di perdere un volume di
seppellimento pari a oltre 105.000 o a oltre 205.000 cadaveri, ma pretende addirittura di
accrescerlo con la storia della perdita di volume dei cadaveri decomposti!
Riguardo all’affermazione di Gerstein citata sopra, Muehlenkamp commenta così:
« Nonostante la dichiarazione ovviamente esagerata circa la profondità delle fosse…».
Dunque egli considera «esagerata» l’affermazione di Gerstein relativa alla profondità della
fossa, ma stranamente non quella riguardante la sua lunghezza (100 metri, contro i 40 della
fosse più lunga individuata da Kola), ma soprattutto non considera «esagerata» quella
concernente la presenza di 750 persone in un locale di 25 metri quadrati! E accetta come oro
colato anche la storia della percentuale e del peso medio delle presunte vittime.
Il suo commento è inoltre particolarmente disonesto, perché al riguardo nel mio studio avevo
osservato:
«Nel noto rapporto del 26 aprile 1945, Gerstein scrisse:
“Allora i corpi nudi furono gettati in grandi fosse di metri 100 x 20 x 12 circa situate
presso le camere della morte”.
E nel rapporto da lui redatto il 6 maggio 1945 egli confermò:
“I cadaveri nudi furono [caricati] su carri di legno e gettati in fosse di metri 100 x 12x 20  distanti soltanto pochi metri”.
Una fossa, dunque, aveva una superficie di 2.500 metri quadrati per Reder e di 2.000
metri quadrati per Gerstein, e un volume di 37.500 metri cubi per il primo e di 24.000
metri cubi per il secondo. Tuttavia, dalle indagini di A. Kola è risultato che la fossa
più grande (la n. 1) aveva una superficie di appena 480 metri quadrati, quella più
capiente (la n. 10) aveva un volume di soli 2.100 metri cubi. Inoltre, come ha rilevato
A. Kola, la maggior parte delle fosse aveva una profondità di 4–5 metri, al di sotto
della quale c’è la falda freatica. Perciò neppure le profondità di 12 o 15 metri asserite
dai due testimoni trovano riscontro nelle indagini»67.
Muehlenkamp non poteva ammettere che la dichiarazione di Gerstein è in totale contrasto
con gli accertamenti di Kola, perché in tal modo avrebbe minato la credibilità del suo
testimone e perduto il presupposto essenziale del suo argomentare, fondato appunto su questo testimone. Meglio dire che Gerstein ha soltano «esagerato» sulla profondità della fossa. Ma c’è un’altra «esagerazione» ancora più grave taciuta da Muehlenkamp: il volume di una sola fossa comune di Gerstein (24.000 metri cubi) è maggiore del volume complessivo di tutte le fosse individuate da Kola (21.310 metri cubi)!
Questo enorme volume costituisce il quarto presupposto errato dell’argomentazione di
Muehlenkamp, perché solo in una fossa di queste dimensioni il tempo di riempimento
sarebbe stato tanto lungo da permettere ai cadaveri di decomporsi. Tornando al calcolo di
prima, la fossa di Gerstein sarebbe stata riempita da (24.000 x 15 =) 360.000 cadaveri
freschi in (24.000 : 300 x 2,5 = ) 200 giorni. Ma una tale fossa non è mai esistita.
Dunque il ragionamento di Muehlenkamp è una quadruplice scempiaggine.
Muehlenkamp pretende inoltre che a Bełżec «i cadaveri non furono semplicemente gettati
nelle fosse, ma sistemati accuratamente a strati per ottenere il maggior spazio possibile per il
seppellimento», ma questa affermazione è in contrasto con le dichiarazioni del testimone
stesso cui si appella: Gerstein. Questi affermò infatti che i cadaveri venivano semplicemente
«gettati», «geworfen»68, «jetés»[sic]69 nella fossa, non disposti accuratamente a strati. Nessun
67 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.
68 H. Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, op. cit., p. 279.

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testimone di Bełżec ha mai dichiarato una cosa simile, anzi, come vedremo subito, il più
importante ha affermato esattamente il contrario. Ciò evidentemente influisce molto sul
volume di seppellimento: non è la stessa cosa disporre i cadaveri accuratamente in una fossa
e buttarceli semplicemente dentro alla rinfusa. Ciò rende ancora più aleatoria la supposizione
di Muehlenkamp relativa ai 15 cadaveri per metro cubo.
Egli afferma ancora che «ci sono prove (evidence) che indicano che le fosse comuni di
Bełżec venivano riempite fino o persino al di sopra del bordo», ma anche ciò è falso, perché
al riguardo non esiste alcuna «prova», ma una sola testimonianza, che però smentisce la sua
pretesa circa la disposizione accurata dei cadaveri nelle fosse comuni. Nell’interrogatorio cui
fu sottoposto dal giudice istruttore Jan Sehn il 29 dicembre 1945, Rudolf Reder dichiarò:
«I cadaveri venivano gettati nelle fosse alla rinfusa (w nieładzie) e solo gli strati
superiori che sporgevano 1 metro al di sopra del terreno intorno alla fossa venivano
disposti sistematicamente, un cadavere accanto all’altro. I detenuti ricoprivano di
sabbia il mucchio di cadaveri così sistemato. Prima di essere ricoperti, i cadaveri
venivano cosparsi di calce viva. I primi giorni sopra tale fossa si sollevava un alto
tumulo di terra. Col passare del tempo questa terra si abbassava e il terreno
lentamente si appiattiva»70.
Ma il testimone “vide” anche 30 fosse comuni lunghe 100 metri, larghe 25 e profonde 15,
ciascuna delle quali conteneva 100.000 cadaveri71, perciò in (100 x 25 x 16 =) 40.000 metri
cubi venivano seppelliti 100.000 cadaveri freschi, in media (100.000 : 40.000 =) 2,5 cadaveri
per metro cubo, i quali, a causa della decomposizione, perdevano 1/15 del loro volume,
sicché i suddetti 100.000 cadaveri venivano a trovarsi in fosse di (100 x 25 x 15 =) 37.500
metri cubi, mediamente (100.000 : 37.500 =) 2,67 cadaveri per metro cubo.
Muehlenkamp è così confutato persino dal “testimone oculare” più importante di Bełżec!
Egli può anche rinunciare al principio olocaustico dell’infallibilità dei testimoni oculari e
dichiarare che questa testimonianza è falsa, ma allora deve dichiarare falsa anche quella di
Gerstein, che sta alla base di tutti i suoi ragionamenti, come ha fatto Tregenza, che ha avuto il
coraggio di dichiararle entrambe «inattendibili»72.
Pienamente consapevole dell’incosistenza dei suoi argomenti, Muehlenkamp cerca di si
appigliarsi a un’altra ipotesi non meno infondata:
«Oltre a ciò che ho descritto sopra, un’altra procedura che può essere stata applicata
almeno occasionalmente a Bełżec al fine di ampliare la capacità delle fosse comuni è
quella dell’arsione parziale dei cadaveri nelle fosse per far spazio per altri cadaveri.
Questa procedura è indicata dalle seguenti dichiarazioni di una deposizione fatta il 9
novembre 1959 e il 25 aprile 1960 dal prof. Wilhelm Pfannenstiel, il quale in base a
queste e ad altre deposizioni precedenti citate da Mattogno stesso nella traduzione
inglese del suo libro, a p. 61, aveva visitato Bełżec il 18 e 19 agosto 1942 in
compagnia di Gerstein».
Si tratta del seguente passo di una dichiarazione resa da Pfannenstiel il 25 aprile 1960
(corsivo di Muehlenkamp):
«Dal punto di ispezione i cadaveri furono portati direttamente in una profonda fossa
comune, che si trovava nei pressi dell’impianto di sterminio. Quando la fossa fu
abbastanza piena, i cadaveri furono cosparsi di benzina poteva essere anche un
69 Idem, p. 225
70 Archiwum Głównej Komisji Badania Zbrodni w Polsce, attualmente Główna Komisja Ścigania Zbrodni przeciwko Narodowi Polskiemu (Archiwio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco -memoriale nazionale), Varsavia,, OKBZN Kraków, 111, p. 4.
71 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 99.
72 Idem, pp. 69-70.

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23
altro liquido infiammabile – e furono incendiati. Potei accertare solo che i cadaveri
bruciarono soltanto in modo incompleto. Indi fu di nuovo gettato uno strato di terra
sui cadaveri e poi furono gettati altri cadaveri nella medesima fossa»73.
Questo Muehlenkamp è veramente incredibile!
Egli sa bene che Pfannenstiel non solo è l’unico testimone che abbia menzionato una arsione
di cadaveri a Bełżec prima del dicembre 1942, ma è stato smentito da sé stesso e da Gerstein.
Gerstein e Pfannenstiel erano presuntamente insieme, ma il primo “osservò” esclusivamente
il seppellimento dei cadaveri con annesso rigonfiamento–sgonfiamento, il secondo
esclusivamente la loro arsione. Muehlenkamp non solo sorvola su questa contraddizione, ma
pretende addidittura che entrambe le procedure fossero vere!
Ma anche se Aristotele avesse disquisito a vanvera sul principio di non contraddizione,
l’affermazione che i cadaveri «bruciarono soltanto in modo incompleto» significa che
rimasero al più carbonizzati, sicché, anche in questo caso, la riduzione del loro volume
sarebbe stata irrilevante.
In tale contesto Muehlenkamp si occupa del capitolo che ho dedicato alla deposizione di
Pfannenstiel. Ovviamente i miei argomenti sarebbero una «sciocchezza assoluta». Egli
afferma:
«Mentre è ben possibile che sia Gerstein sia Pfannenstiel fossero [andati] a Bełżec
più spesso e/o per altre ragioni rispetto a quelle che entrambi erano pronti ad
ammettere, che Pfannenstiel e/o Gerstein confondessero varie gasazioni di cui erano
stati testimoni, che indulgessero in speculazioni su certi dettagli degli eventi cui
avevano assistito sui quali non erano abbastanza sicuri e che specialmente
Pfannenstiel cercasse di giocare al ribasso sull’estensione e/o sull’orrore degli eventi
cui aveva assistito, l’unica ragione per la quale questi testimoni e specialmente
Pfannenstiel avrebbero dovuto inventare completamente azioni di massacro cui non
avevano assistito, come Mattogno suppone, sarebbe il fatto che essi sentirono la
pressione di entità cospirative decise a mettere insieme una documentazione falsa di
ciò che accadde a Bełżec durante la seconda guerra mondiale. Queste sinistre entità,
secondo le speculazioni di Mattogno, avrebbero incluso le autorità della giustizia
criminale della Repubblica Federale Tedesca o ottenuto il loro aiuto. La totale
assurdità e infondatezza di tali congetture “revisionistiche”, che risalgono ai più
vecchi guri “revisionisti” come Butz e Stäglich, è sinteticamente espressa da John
Zimmerman nel capitolo 6 del suo libro Holocaust Denial…».
Ovviamente «è ben possibile» tutto, ma in campo storico ci si deve attenere a ciò che è
documentato. Nel caso specifico, ciò che è documentato (nel senso di ciò che risulta dalle
loro dichiarazioni), è che Gerstein e Pfannenstiel visitatono Bełżec una sola volta. Con
questo artificio infantile Muehlenkamp elimina con un sol colpo tutte le contraddizioni da me
rilevate tra le dichiarazioni di Gerstein e di Pfannenstiel, dato che questi testimoni sono in
contraddizione con sé stessi e reciprocamente.
Quanto alla supposizione relativa alle «entità cospirative decise a mettere insieme una
documentazione falsa di ciò che accadde a Bełżec durante la seconda guerra mondiale», si
tratta di una sciocca invenzione di Muehlenkamp. La mia tesi è un’altra. La propaganda nera,
del tutto infondata, che ho descritto nel capitolo primo del mio studio, già durante la guerra
creò l’idea che Bełżec fosse un campo di sterminio (e poco importa che all’epoca si parlasse
di uccisione mediante folgorazione o altri sistemi fantasiosi, sui quali mi soffermerò nel
paragrafo 5). Nel capitolo secondo ho descritto come quando e perché da queste storie
propagandistiche si sviluppò faticosamente la versione attuale. Nell’ottobre 1944, la
Commissione sovietica di inchiesta sul territorio di Sokal disponeva di testimonianze su
73 Idem, pp. 82-83.

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Bełżec di questo tenore (dichiarazione di Rozalja Schelewna Schier circa ciò che le aveva
riferito il marito, all’epoca deceduto):
«Quando il bagno era completamente riempito di 100–120 persone, si immetteva in
questa baracca gas e corrente elettrica ad alta tensione. In 5 minuti tutte le persone
che si trovavano nel bagno erano morte. Nella baracca il pavimento si ribaltava
automaticamente e i cadaveri cadevano in una fossa già predisposta, dove le vittime
erano cosparse di un liquido infiammabile e si consumavano»74.
La posizione dei giudici polacchi non era migliore, come ho rilevato nel mio studio
adducendo varie dichiarazioni testimoniali:
«D’altra parte, le indagini condotte tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946 dal giudice
istruttore distrettuale Czesław Godziszewski del tribunale di Lublino e dal pubblico
ministero del tribunale di Zamość Jan Grzybowsky, con l’escussione di decine di
testimoni, non solo non avevano chiarito quale fosse stato il presunto metodo di
sterminio, ma avevano creato al riguardo una confusione inestricabile. I testimoni
indiretti, che parlavano per sentito dire, menzionarono infatti alla rinfusa vari presunti
metodi di esecuzione senza essere tuttavia in grado di indicare quale fosse quello
unico o prevalente»75.
L’unico sedicente testimone oculare, Reder, aveva reso al riguardo una dichiarazione
disarmante:
«L’aria nelle camere, dopo la loro apertura, era pura, limpida e inodore. In particolare,
in esse non si percepiva alcun fumo dei gas di combustione del motore. Questi gas
erano convogliati dal motore direttamente all’esterno e non nelle camere (Gazy te
były odprowadzane z motoru wprost na dwór a nie do komór)»76.
Come fossero uccisi i deportati restava ancora un fitto mistero.
Ancora al processo di Norimberga, nell’udienza del 19 febbraio 1946, il rappresentante
sovietico dell’accusa, Smirnov, menzionò la folgorazione come metodo di uccisione a
Bełżec77. In pratica, nell’immediato dopoguerra, tutti erano convinti che a Bełżec c’era stato
uno sterminio in massa, ma questa convinzione generale si basava essenzialmente sulla
propaganda nera del periodo bellico.
Solo nel 1947 la Główna Komisja Badania Zbrodni Niemieckich w Polsce (Commissione
centrale di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia) decise in modo fraudolento il metodo di
uccisione da attribuire al campo di Bełżec: «i Tedeschi uccisero per mezzo dei gas di scarico
prodotti da un motore installato nell’edificio dell’esecuzione». Questa conclusione era
unicamente basata su due testimonianze, quella di Stanisław Kozak, che non menzionò alcun
metodo di sterminio, e quella di Rudolf Reder, secondo la quale i gas di scarico di un motore
a benzina non erano convogliati nelle camere a gas!78 Questo non era certo una
«cospirazione», ma un’impostura sì.
Nel mondo occidentale il cosiddetto “rapporto Gerstein” era divenuto di pubblico dominio
già il 30 gennaio 1946, quando il procuratore generale aggiunto della Repubblica Francese,
Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga un gruppo di documenti, classificati
PS–1553, che contenevano anche una dichiarazione redatta in francese da Kurt Gerstein e
datata 26 aprile 1945. Inoltre il 16 gennaio 1947 il documento PS–1553 fu presentato in
traduzione tedesca al processo dei medici come Exhibit 42879 e ciò segnò la nascita
giudiziaria e storiografica del vangelo secundum Gerstein relativo allo sterminio ebraico a
Bełżec.
74 Idem, pp. 27-28.
75 Idem, pp. 48-49.
76 Idem, p. 51.
77 Idem, p. 48.
78 Idem, p. 51.
79 Idem, p. 53.

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Con ciò arriviamo alla «giustizia criminale della Repubblica Federale Tedesca», circa la
quale ho affermato:
«Nel 1965, quando a Monaco fu celebrato il processo Bełżec, il quadro storico–giudiziario ufficiale di questo campo era ormai consolidato e agli imputati, per cercare di ottenere il minimo della pena, non restò che accettarlo incondizionatamente, esibendosi in penose “confessioni”»80.
Ciò vale anche per Pfannenstiel, che nel suo primo interrogatorio (30 ottobre 1947) negò
perfino di essere mai stato a Bełżec, ma poi fece ammissioni alquanto fumose, confondendo
per di più Bełżec con Lublino! Le sue successive confessioni rese alla magistratura tedesca
furono uno scialbo adeguamento al “rapporto Gerstein”, che egli ormai non poteva più
contestare pubblicamente per non pregiudicare l’esito dei suoi processi. Ma in privato, in una
lettera a Rassinier del 3 agosto 1963, egli definì il rapporto in questione «una letteratura
dozzinale in effetti estrememente inattendibile in cui la “finzione” prevale di gran lunga sulla
verità»81.
A partire dagli anni Cinquanta, Pfannenstiel
«iniziò la sua carriera di garante ufficiale della veridicità del rapporto Gerstein a
beneficio della nascente storiografia olocaustica tedesca. I risultati non si fecero
attendere: Pfannenstiel fu prosciolto per mancanza di prove da tre istruttorie intentate
contro di lui dal pubblico ministero di Marburg/Lahn (un piccolo atto di gratitudine
da parte dei vertici della magistratura) e tutti i passi relativi a lui, che lo ponevano in
cattiva luce, furono espunti nella prima pubblicazione ufficiale tedesca del rapporto
Gerstein del 4 maggio 1945 curata dallo storico Hans Rothfels nel 1953 (un piccolo
atto di gratitudine da parte della storiografia). Non stupisce, dunque, che, a partire dal
1950, Pfannenstiel, ufficialmente e pubblicamente, abbia garantito l’attendibilità del
“rapporto Gerstein” (ad eccezione dei passi relativi a sé stesso)»82.
Egli divenne dunque il testimone vivente più importante, e come tale apparve al processo
Bełżec nel 1965.
Ho concluso l’esame delle testimonianze di Pfannenstiel con questa osservazione:
«Il compito di Pfannenstiel era quello di effettuare un ridimensionamento sistematico
del racconto di Gerstein, di eliminare le esagerazioni insensate che contiene per
riportarlo ad un nocciolo accettabile. Ormai alcuni storici ufficiali, come M.
Tregenza, considerano la testimonianza di Pfannenstiel più importante di quella di
Gerstein stesso, che comincia (finalmente) ad essere considerata inattendibile. Ma per
quale ragione Gerstein avrebbe dovuto fornire di un evento reale un resoconto tanto
insensato da renderlo inattendibile?»83.
Lascio la risposta a Muehlenkamp.
Egli afferma poi:
«Per i suoi valorosi tentativi di screditare Pfannenstiel come testimone usando
argomenti “revisionistici” che sono notoriamente penosi, Mattogno dimentica di
fornire una spiegazione fededegna delle dichiarazioni summenzionate che cita a p. 61
del suo libro, la seconda delle quali (del 25 aprile 1960) ampliava la prima (del 9
novembre 1959) nel menzionare espressamente la ragione per cui i cadaveri furono
bruciati in fosse comuni dall’alto verso il basso usando un liquido infiammabile
quando «le fosse erano piuttosto piene»: per fare spazio per altri cadaveri nella fossa.
Perché Pfannenstiel avrebbe dovuto inventare un tale dettaglio che, come i fantasmi
cospirativi lo inducono a sottolineare, “era in contrasto sia con le sue stesse
80 Idem, p. 55.
81 Idem, pp. 73-74.
82 Idem, p. 73.
83 Idem, pp. 83-84.

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affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia con la storiografia ufficiale (G.Reitlinger)”? Mattogno avrebbe fatto meglio a non citare questa “osservazione” di
Pfannenstiel, che smentisce le sue speculazioni circa la natura compiacente dei
racconti di Pfannenstiel e nuoce così alla sua posizione».
Quest’ultimo consiglio mostra quale sia il principio metodologico di Muehlenkamp: non
citare un documento o una testimonianza quando «nuoce alla sua posizione».
Il mio commento alle affermazioni di Pfannenstiel è questo:
«Questa “osservazione” di Pfannenstiel era in contrasto sia con le sue stesse
affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia con la storiografia ufficiale
(G.Reitlinger), e Pfannenstiel lo sapeva benissimo: essa non poteva essere che
intenzionale. Perché Pfannenstiel volle contraddire questo dogma olocaustico?».
Ho già accennato al fatto che nell’interrogatorio del 6 giugno 1950 Pfannenstiel aveva
asserito che i cadaveri erano stati semplicemente «ammucchiati in una fossa», non bruciati,
ma di ciò a Muehlenkamp non importa nulla, perché «nuoce alla sua posizione». Resta
comunque la domanda: perché il 6 giugno 1950 il testimone parlò soltanto di inumazione e il
9 novembre 1959 menzionò l’arsione? Dato che Pfannenstiel stesso aveva parlato in
precedenza soltanto di inumazione e che anche Gerstein, che era con lui, parlò soltanto di
inumazione, è sciocco pretendere che egli avesse detto la verità sulla base della domanda
infantile: “Perché avrebbe dovuto mentire su questo dettaglio”?
Muehlenkamp invece si sarebbe dovuto chiedere: “Perché Pfannenstiel rese una
dichiarazione in contraddizione con la sua dichiarazione precedente e con quella di Gerstein”?
Non sapendo a che cosa appigliarsi, egli ricorre ad un trattato giuridico, asserendo che
«le aggiunte o i cambiamenti di dettagli in varie deposizioni fatte da un testimone non
sono nulla di insolito nella pratica forense e che la psicologia forense considera
persino che queste aggiunte o cambiamenti sono a favore piuttosto che contro
l’attendibilità del testimone riguardo al nucleo della sua testimonianza».
Ma qui non si tratta di semplici «aggiunte» o di «cambiamenti di dettagli», ma di una
contraddizione: i cadaveri o furono inumati o furono cremati.
Muehlenkamp dovrebbe chiedersi anche perché Pfannenstiel fece la dichiarazione in
questione solo nel 1959: forse che la sua “memoria” migliorava col trascorrere degli anni?
E qui arriviamo alla mia spiegazione, che non sarà forse «fededegna», ma almeno è
ragionevole. La mia affermazione che la dichiarazione di Pfannenstiel relativa all’arsione di
cadaveri «era in contrasto sia con le sue stesse affermazioni, sia con il rapporto Gerstein, sia
con la storiografia ufficiale (G. Reitlinger)» non ha nulla a che fare con «i fantasmi
cospirativi» evocati da Muehlenkamp, e lui lo sa bene. Ho infatti spiegato che il “Bericht
vom 26, April 1945” (rapporto di Gerstein del 26 aprile 1945) fu alla base dell’interrogatorio
di Pfannestiel del 9 novembre 1959, come risulta dal fatto che fu da lui esplicitamente
menzionato, e ho precisato:
«Nel corso dell’interrogatorio Pfannenstiel citò anche il libro di Gerald Reitlinger Die
Endlösung (La Soluzione finale)84, perciò era ben informato anche sulla dogmatica
storiografica dell’epoca e sapeva bene che cosa doveva dire. La “conferma” di
Pfannenstiel era inequivocabilmente ricalcata sul “rapporto Gerstein”, tuttavia egli
trovò il modo di inserirvi (intenzionalmente?) contraddizioni e assurdità
supplementari».
Gerstein aveva menzionato soltanto l’inumazione dei cadaveri e Reitlinger aveva scritto che
Bełżec
84 Il libro era stato pubblicato a Berlino da Colloquium Verlag nel 1956.

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«nel novembre, o poco dopo fu posto definitivamente fuori uso, ma il Sonderkommando ebraico vi rimase fino al giugno seguente, a cancellare le tracce delle fosse comuni»,
e che nell’aprile 1943 si sentiva ancora «il lezzo dei cadaveri esumati»85, che evidentemente
non erano stati cremati prima. Perciò non gli immaginari «fantasmi cospirativi» di
Muehlenkamp, ma la realtà dei fatti rende palese il contrasto tra le dichiarazioni del
testimone e dello storico più importanti di allora – Gerstein e Reitlinger – e quella di
Pfannenstiel.
La tediosa insistenza di Muehlenkamp sul presunto metodo per far spazio nelle fosse non
elimina le obiezioni principali che ho esposto sopra:
– l’inattendibilità del testimone, contraddetto da sé stesso e da Gerstein
– l’irrilevanza del risultato ottenuto grazie a una semplice carbonizzazione dei cadaveri.
La congettura di Muehlenkamp è per di più insensata, perché le SS di Bełżec avrebbero
assurdamente carbonizzato e seppellito cadaveri che poi sarebbe stato molto più difficile
bruciare, invece di bruciarli direttamente su roghi!
Muehlenkamp continua così:
«A parte il fatto che è incompatibile con le teorie cospirative di Mattogno, la
descrizione di Pfannenstiel di come la capacità delle fosse comuni fosse ampliata con
la cremazione sopra–sotto è confermata dalle note già menzionate del sottufficiale
della Wehrmacht Wilhelm Cornides. Nella sua annotazione del 31 agosto 1942
Cornides riferì in che modo si era imbattuto nel campo di sterminio di Bełżec come
segue: “6,20 pomeridiane. Oltrepassammo il campo di Bełżec. Prima viaggiammo per
un certo tempo attraverso una foresta di alti pini. Quando la donna disse ‘Ora viene!’
si poté vedere una fitta siepe di abeti. Si avvertì distintamente un intenso odore
dolciastro. ‘Puzzano già’, disse la donna. ‘Che sciocchezza, è solo il gas’, disse
ridendo il poliziotto ferroviario. Frattanto – avevamo percorso circa 200 metri –
l’odore dolciastro si trasformò in un forte odore di bruciato. ‘Viene dal crematorio’,
disse il poliziotto».
La citazione termina con questa frase, parimenti evidenziata dal mio critico:
«La donna disse che talvolta, mentre passava, si poteva vedere del fumo provenire dal
campo, ma non potei osservare nulla di simile. La mia stima è che le misure del
campo fossero 800 x 400 metri».
Indi egli commenta:
«L’interlocutore di Cornides attribuì il “forte odore di bruciato” percepito da Cornides
a ciò che chiamò “crematorio”, una designazione impropria delle installazioni di
arsione dei campi dell’ Aktion Reinhard(t) (che non erano crematori in senso stretto,
ma impianti all’aria aperta) che si trovano in alcune testimonianze. Da dove poteva
venire questo «forte odore di bruciato» all’epoca, molto tempo prima della
esumazione e cremazione generale dei cadaveri a Bełżec se non dal processo di
cremazione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel?».
Muehlenkamp cita poi un’altra nota del 1° settembre 1942 in cui “un poliziotto” a Chelm
disse: «E poi [i cadaveri] vengono immediatamente bruciati» e conclude:
«Sebbene nessuna delle due cose annotate da Cornides sia una testimonianza oculare
diretta del processo di cremazione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel, è certamente
un forte indizio che la descrizione di Pfannenstiel non era affatto un parto della sua
immaginazione».
Osservo anzitutto che le annotazioni riportate da Muehlenkamp non confermano affatto la
dichiarazione di Pfannenstiel. La nota dice soltanto che i passeggeri del treno percepirono un
—-
85 G. Reitlinger, La soluzione finale.Il tentativo di sterminio degli Ebrei d’Europa 1939–1945. Casa editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 172.

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«forte odore di bruciato», ma in quell’occasione nessuno vide fumo. Che l’odore dovesse
venire necessariamente «dal processo di arsione sopra–sotto descritto da Pfannenstiel» è una
semplice illazione senza alcun fondamento. Dal punto di vista olocaustico, esso poteva in
effetti essere opera di quel «commando degli stracci [Lumpenkommando] e specialisti del
fuoco [Feuermeister]» che, a quanto riferisce O’Neil, «distruggevano tutti i beni personali
[dei deportati] e le cose denneggiate bruciandoli»86.
E che il termine «crematorio» sia una «designazione impropria» di un rogo all’aperto è un
semplice cavillo, perché un crematorio è una struttura dotata di uno o più forni crematori e
non ha nulla a che vedere né «in senso stretto», ma neppure in senso lato, con impianti di
cremazione all’aria aperta.
Qui Muehlenkamp dimostra di nuovo la sua arroganza pretendendo di correggere (come già
nel caso del numero dei presunti gasati di Bełżec) gli storici olocaustici.
La dichiarazione di Pfannenstiel cui egli attribuisce tanta importanza è del 1960 e la nota di
Cornides fu pubblicata nel 1959: si tratta dunque di materiale già noto da decenni.
Nonostante ciò, nessuno di coloro che sono considerati i massimi specialisti olocaustici del
campo di Bełżec hanno mai tratto da esse l’ingiustificata conclusione di Muehlenkamp.
Y. Arad ha scritto:
«L’apertura delle fosse comuni a Bełżec e la cremazione dei corpi esumati da esse
cominciò alla cessazione dell’arrivo dei trasporti e delle attività locali di uccisione
alla metà di dicembre del 1942. A quel tempo c’erano circa 600.000 cadaveri di Ebrei
assassinati nelle fosse»87.
La stessa cosa vale per coloro che hanno scritto dopo le indagini di Kola. M. Tregenza, che,
tra l’altro, ha studiato accuratamente le testimonianze dei Polacchi del luogo interrogati dagli
inquirenti polacchi e sovietici nel 1945, le testimonianze dell’ex personale SS del campo e
quelle di un gruppo di Polacchi del luogo intervistati da lui, si è limitato ad asserire:
«Il campo di sterminio di Bełżec operò fino all’inizio di dicembre del 1942.
Dall’inizio di novembre cominciò l’esumazione e la cremazione di centinaia di
migliaia di cadaveri»88.
Quanti esattamente? Tregenza risponde così:
«Sul numero dei roghi a Bełżec ci sono grosse divergenze. Testimoni del villaggio
affermano che furono impiegati fino a 5 roghi, mentre i militi SS durante le indagini
processuali a Monaco [di Baviera] negli anni 1963–1964 parlarono di due roghi.
Secondo le loro dichiarazioni, su questi roghi furono bruciate almeno 500.000
persone. Se si assume un numero minimo di 500.000 persone soltanto su 2 roghi, nel
caso di 5 roghi bisogna considerare un numero di vittime molto più alto – forse
addirittura il doppio dell’attuale cifra ufficiale di 600.000 persone»89.
Dunque egli riteneva che a Bełżec fossero stati cremati certamente almeno 500.000 cadaveri,
ma probabilmente 1.200.000!
Neppure R. O’Neil sa nulla del presunto «processo di arsione sopra–sotto»; nel paragrafo del
suo saggio su Bełżec dedicato all’arsione dei cadaveri egli rileva:
«I trasporti di “reinsediamento” al campo della morte di Bełżec cessarono l’11
dicembre 1942 ma erano già in corso preparativi per avviare le cremazioni dei cadaveri. […].
86 R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler’s answer to the Jewish Question, in:
http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel041.html
87 Y. Arad, Bełżec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard death camps, op. cit., p. 172.
88 M.Tregenza, Das vergessene Lager des Holocaust, in: I. Wojak, P. Hayes (Hrsg.), “Arisierung” im
Nationalsozialismus, Volksgemeinschaft, Raub und Gedächtnis. Fritz Bauer Institut, Francoforte sul Meno. Campus Verlag, Francoforte sul Meno, New York, 2000, p. 252.
89 Idem.

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Il numero dei roghi impiegati a Bełżec non è chiaro perché i testimoni parlano di 2–5
roghi. Questi erano stati costruiti a metà novembre 1942 e furono usati in
continuazione fino al marzo 1943. […].
Al processo Bełżec i testimoni riferirono che almeno 300.000 corpi furono cremati sul
primo rogo e altri 240.000 sul secondo rogo; perciò a Bełżec furono cremati su roghi
almeno 540.000 cadaveri»90.
Su questo punto mi ero soffermato anch’io nel mio studio riportando la seguente
dichiarazione di Heinrich Gley del 7 gennaio 1963:
«Le gasazioni, secondo i miei ricordi, cessarono alla fine del 1942, quando c’era già la
neve. Poi cominciò l’esumazione generale e l’arsione dei cadaveri, che durò
probabilmente dal novembre 1942 al marzo 1943. Le arsioni furono eseguite
ininterrottamente giorno e notte e precisamente in un focolare [rogo], poi in due. In
un focolare si potevano bruciare circa 2.000 cadaveri in 24 ore. Circa 4 settimane
dopo l’inizio delle arsioni, fu costruito il secondo focolare. Mediamente furono perciò
bruciati in un focolare circa 300.000 cadaveri in 5 mesi circa, nell’altro 240.000
cadaveri in circa 4 mesi. Naturalmente queste sono valutazioni medie»91.
Qui si parla dunque di 540.000 cremati che superano abbondantemente i 434.508 gasati che
è disposto ad ammettere Muehlenkamp. Egli elabora così una sua teoria cospirativa per cui
testimoni e storici sono concordi nel non dare il minimo peso alla storiella del «processo di
arsione sopra–sotto». Per fortuna c’era lui, Muehlenkamp, che ha scoperto questa
sconvolgente “verità” che evidentemente era stata finora “occultata”!
Un’ultima considerazione circa le osservazioni di Cornides sulla linea ferroviaria che passava
davanti a Bełżec (e che, prima della costruzione del memoriale, si trovava a circa 80 metri
dalla recinzione del campo). A questo riguardo nel mio studio ho rilevato che
«ciò che colpisce di più nella visita a questo campo è proprio la sua vicinanza alla
strada (l’attuale statale 17, che collega Zamość a Rava Russkaja e prosegue per Lviv
(chiamata all’epoca dai Tedeschi Lemberg e dai Polacchi Lwów) e alla ferrovia che
unisce Lublino a Rava Russkaja. Poiché il campo era situato sul fianco di una
collinetta e le presunte camere a gas omicide della seconda fase, come pure le fosse
comuni, si trovavano nella parte alta, la recinzione di 3 metri, anche se era intessuta
di rami di pinastro e di abete, non avrebbe impedito a nessuno di osservare tutte le
fasi del presunto sterminio da una certa distanza. Il “terribile segreto” di Bełżec
sarebbe dunque stato svelato immediatamente»92.
Riprenderò e approfondirò questa importante questione nel paragrafo 5.
Ed ecco finalmente la conclusione di Muehlenkamp:
«Se, come bisogna supporre secondo le testimonianze citate sopra, la capacità delle
fosse era ampliata coi mezzi menzionati in queste descrizioni, ciò significa che
calcolare il numero dei corpi posti nelle fosse comuni di Bełżec soltanto sulla base
dello spazio geometrico disponibile non è altro che speculazione, mentre la
speculazione supportata dalla composizione dei trasporti a Bełżec testimoniata [da
Gerstein] e l’esperimento fatto da Charles Provan sono comunque più realistici
dell’affermazione di Mattogno presuntamente tratta da “dati sperimentali”».
Ferma restando la totale inconsistenza della testimonianza di Gerstein e dell’esperimento di
Provan, come ho dimostrato sopra, il ragionamento di Muehlenkamp è ulteriormente inficiato
e vanificato da una generalizzazione abusiva: Pfannenstiel parla di una sola fossa da lui
pretesamente vista un solo giorno di agosto (il 18 o 19); Muehlenkamp applica il presunto
90 R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler’s answer to the Jewish Question, cap. 10,
Bełżec’s dead: burning of the corpses, in: http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel100.html.
91 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., 112.
92 Idem, p. 57

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procedimento di cremazione sopra–sotto a tutte le fosse di Bełżec e a tutti i giorni di attività
del campo. Da quale testimonianza risulta ciò? E come si può considerare seriamente
«realistico»?
Ma anche accettando per assurdo la validità delle congetture di Muehlenkamp, resterebbe
sempre il fatto che la diminuzione del volume dei cadaveri a causa della loro combustione
parziale sarebbe stata ampiamente compensata dal volume della sabbia gettata nelle fosse
secondo le medesime testimonianze addotte dal mio critico, volume equivalente, come ho
dimostrato sopra, a quello di almeno 105.405 cadaveri. Tutto sommato, questa presunta
procedura avrebbe più fatto perdere che creato spazio.
Il presupposto essenziale e indimostrato di tutta la discussione di Muehlenkamp è che le
autorità del campo avessero fatto di tutto per «ottenere il maggior spazio possibile per il
seppellimento» e per non sprecare volume di seppellimento. Questo presupposto fallace è
smentito clamorosamente proprio dai risultati delle indagini di Kola. Invito di nuovo ad
osservare con attenzione la mappatura delle fosse comuni elaborata da O’Neil93: chi può
credere seriamente che, per risparmiare spazio, l’amministrazione del campo avrebbe
disposto una dislocazione delle fosse comuni così confusa e irrazionale?
L’intera discussione di Muehlenkamp è resa ancora più insensata da una semplice
constatazione:
che bisogno c’era di risparmiare spazio se la superficie delle fosse comuni individuate da
Kola copre appena l’11% della superficie del campo? E che cosa impediva alle SS di Belzec
di utilizzare una parte più ampia del campo o di ampliarlo se avevano davvero bisogno di
ulteriore spazio?
La stessa assurdità si osserva nella dichiarazione di Gerstein che sta alla base delle
elucubrazioni di Muehlenkamp. Come ho rilevato sopra, sebbene le SS dovessero gasare
5.250 Ebrei e sebbene disponessero di sei camere a gas, ne utilizzarono soltanto quattro,
rinserrando pretesamente in ciascuna 750 persone o 30 persone per metro quadrato. Ciò, se
fosse stato possibile, avrebbe richiesto una lunga e paziente tecnica di “incastro” delle
persone per sfruttare il minimo spazio libero: ma a che scopo affannarsi tanto se poi
lasciarono due camere a gas vuote?
Muehlenkamp obietta ancora che
«le profondità delle fosse comuni stabilite da Kola mediante le sue caute trivellazioni,
evitando il più possibile il contatto con strati di cadaveri, non furono necessariamente
le profondità originali delle fosse comuni».
Indi cita il seguente passo del libro di Kola che avevo riportato anch’io:
«La maggior parte delle fosse situate qui raggiungono una profondità di 4–5 metri. Si
può supporre che una tale profondità fosse considerata ottimale; a una profondità
maggiore appare la falda freatica»94,
e commenta:
Click...

Click…

«Se 4 o 5 metri era la profondità ottimale, è probabile che le fosse comuni fossero di

regola scavate a questa profondità»,
dimenticando però di esplicitare il significato dell’avverbio usato da Kola: «Qui furono
rilevate 12 fosse (circa il 36% del totale)»95. Dunque di regola erano profonde 4–5 metri solo
12 fosse su 33.
93 Vedi documento 4.
94 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 96.
95 Vedi la citazione completa nel già citato Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e
nella storia, p. 96.

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Indi Muehlenkamp cita la dichiarazione dell’ex SS Alfred Schluch che una fossa «poteva
essere profonda 5–6 metri». “Poteva”, non “era”: si tratta dunque di una mera stima, non di
una misurazione.
Quanto al commento precedente, può anche essere «probabile» che «di regola» le fosse
comuni fossero profonde 4–5 metri, ma in tal caso, anche assumendo una profondità di 5
metri con una copertura di sabbia di 30 centimetri, le fosse comuni avrebbero potuto
contenere circa 222.600 96 cadaveri, non circa 434.000.
Ma il problema non è questo. Qui devo ripetere un’affermazione di Tregenza che ho già
esposto sopra:
«Ufficialmente oggi si parla di “almeno 600.000 persone uccise”, tuttavia secondo
recenti ricerche e scavi bisogna partire da una cifra di vittime considerevolmente più
alta, eventualmente fino a un milione».
Tregenza ha tratto questa conclusione dai risultati effettivi delle indagini di Kola, quelli da lui
pubblicati, e anch’io mi sono basato su questi risultati effettivi, lasciando da parte il
«possibile» o il «probabile»: e, per quanto riguarda le fosse, il risultato effettivo è il loro
numero, 33, la loro superficie, circa 5.490, e il loro volume, circa 21.310 metri cubi. Tutto il
resto sono chiacchiere vane e inconistenti.
La conclusione generale di Muehlenkamp – «che ci sono importanti ragioni che parlano
contro l’assunzione che il volume delle fosse comuni esistenti a Bełżec non era sufficiente a
contenere i cadaveri dei circa 434.000 ebrei deportati menzionati nel rapporto di Höfle a
Heim dell’11 gennaio 1943» – è del tutto priva di valore.
Persino assumendo come validi tutti i suoi presupposti fallaci o arbitrari (15 cadaveri per
metro cubo, profondità delle fosse di 5 metri), le fosse di Bełżec avrebbero potuto contenere
circa 417.400 cadaveri97, mentre la presunta pratica della combustione incompleta avrebbe
sottratto spazio per circa 205.000 cadaveri, che sarebbe stato recuperato solo in parte dalla
diminuzione di volume dei cadaveri carbonizzati.
Non è chiaro infine come Muehlenkamp concili la cifra di 434.000 con quella stabilita al
processo Bełżec: 540.000 cadaveri cremati. Bisogna pensare che l’imputato Heinrich Gley
abbia mentito deliberatamente e che il tribunale abbia avallato le sue menzogne? In tal caso
che valore avrebbero le risultanze processuali del processo Bełżec? Oppure si dovrebbe
credere seriamente che il testimone incorse in un “errore” di 106.000 vittime?
.
4.2. “Il fabbisogno di legna
,
Nella mia analisi ho assunto a base dei calcoli «un cadavere del peso di 45 kg (peso medio
che include l’ipotetica presenza di cadaveri di bambini)»98, rinviando al libro su Treblinka da
me scritto in collaborazione con J. Graf, in cui avevo esposto dettagliatamente tutti i dati
tecnici che ho ripreso nello studio su Bełżec. In tale libro avevo rilevato, tra l’altro, che la
storica olocaustica americana Konnilyn G. Feig aveva parlato di 700.000 cadaveri del peso
totale di 35.000 tonnellate, che occupavano 69.000 metri cubi, ossia 10 cadaveri per metro
cubo, rilevando erroneamente che ella assumeva un peso medio di 50 kg per cadavere.
Muehlenkamp, dopo aver citato questi passi, commenta:
«Come si può vedere, Mattogno non presenta alcuna spiegazione sul perché egli
consideri il peso di 50 kg assunto da Konnilyn Feig una media precisa o come sia
arrivato alla conclusione che la disseccazione dei corpi nei mesi avrebbe ridotto il
loro peso medio solo del 10%, da 50 a 45 kg».
96 Calcolo rapidamente con una proporzione: se a una profondità di m 3,6 corrispondono circa 170.500 cadaveri, a una
profondità di m 4,7 ne corrispondono circa 222.600.
97 Anche qui calcolo rapidamente con una proporzione: se 8 cadaveri per metro cubo corrispondono a circa 222.600
cadaveri, 15 cadaveri per metro cubo corrispondono a circa 417.400 cadaveri.
98 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 113.

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32
Qui Muehlenkamp prende un abbaglio, in quanto nel libro in questione ho sì scritto che
assumevo il peso medio di 45 kg per cadavere «perché si tratta di cadaveri esumati che hanno
perduto parte del loro contenuto acqueo», ma non partivo affatto dal peso di 50 kg, bensì, da
58 kg. Se il numero dei bambini e ragazzi fino a 14 anni in Polonia nel 1931 era del 29,6%,
ossia poco meno di 1/3, e il loro peso medio era di 35 kg e se il peso medio di un adulto è di
70 kg, si può considerare che il peso medio di 3 persone (due adulti e un bambino o ragazzo)
sia di ([70 + 70 + 35] : 3 =) 58,3 kg, sicché il peso di 45 kg corrisponde a una perdita media
del 35% del contenuto acqueo iniziale dei cadaveri. Poiché il grosso del presunto sterminio a
Bełżec sarebbe avvenuto in quattro mesi, da agosto a novembre99, una tale ipotesi non è
irragionevole.
Muehlenkamp invece si appella di nuovo al fallace esperimento di Provan, dal quale, come si
è visto, risulta un peso medio di 32,25 kg a persona, ma poi concede generosamente il peso
medio addotto da Gerstein: 35 kg.
Curiosamente, mentre da me pretende fiscalmente la dimostrazione di ogni cifra da me
addotta, quando si tratta delle cifre addotte dai suoi testimoni, le accetta sempre supinamente.
Quale prova presenta Gerstein circa il presunto fatto che più della metà delle presunte vittime
erano bambini? Le aveva contate ad una ad una e poi aveva calcolato la percentuale? E come
è arrivato alla conclusione che il peso medio delle vittime era di 35 kg? Aveva pesato tutte le
vittime e poi aveva calcolato il peso medio?
Persino tralasciando tutte le considerazioni esposte sopra, Gerstein espone semplicemente
una stima puramente soggettiva basata per di più sul presupposto insensato della presenza di
750 persone in un locale di 25 metri quadrati: neppure Provan ha osato tanto, fermandosi a
703: Ma, con un po’ di buona volontà, aggiungendo la bambola di Barbie e il pupazzo
dell’Uomo Ragno
Muehlenkamp mi oppone poi i risultati dell’arsione in massa di carcasse di animali morti o
soppressi a causa di epidemie. Egli cita un rapporto intitolato Options for the Mechanised
Slaughter and Disposal of Contagious Diseased Animals – A Discussion Paper sull’arsione
di maiali malati presentato nel 2000 ad una conferenza in Australia in cui si dice che 504
maiali, del peso di 41.300 kg, furono completamente distrutti con 40 metri cubi di legna.
Egli afferma poi che la legna da ardere con il potere calorifico più alto, quella asciutta di
quercia, ha un peso di 1.708–2.195 kg per “cord”, che è una catasta di 3,625 metri cubi,
«sicché 40 metri cubi di legna da ardere corrispondono a circa 11 “cords”, il che
significa che il peso della legna usata per bruciare 41.300 kg di carcasse suine fu al
massimo di circa 11 x 2.195 = 24.145 kg o [21,145 : 41.300 =] 0,58 kg di legna per
kg di carcassa!».
Io invece, sulla base di esperimenti da me eseguiti con carne da macello (ma solo tessuti
molli, senza ossa), ho fissato un fabbisogno di 3,5 kg di legna per 1 kg di carne100.
Dallo studio serio della letteratura relativa all’arsione di carcasse animali durante le epidemie
risulta invece un quantitativo equivalente a 140 kg di legna riferito a un corpo umano di un
cadavere di 70 kg101, dunque 2 kg di legna per 1 kg di carne.
Come si spiega allora il dato addotto da Muehlenkamp?
99 Ad es., Sforni attribuisce a questi quattro mesi 373.200 vittime, ai mesi da marzo a luglio 103.900, a dicembre 5.500. Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit., p. 107.
100 C. Mattogno, «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in: Vierteljahresehefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194.
101 Heinrich Köchel, «Leichenverbrennung im Freien», in: Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 8, n. 4, dicembre 2004, pp. 427-432.

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33
Il rapporto da lui citato è reperibile in rete102. Esso è accompagnato da un disegno che
mostra l’impianto utilizzato per l’arsione dei maiali103: si tratta di un vero e proprio
macchinario collegato a un cassone refrattario o a una fossa, come in questo caso, al di sopra
della quale viene collocata una camera aperta di pannelli refrattari. Un potente soffiante
insuffla aria sul fondo della camera di combustione o della fossa, provocando una
iperossigenazione del fuoco e una combustione completa senza fumo con alta temperatura104.
Secondo l’articolo citato da Muehlenkamp, la temperatura della fossa oscillò tra i 980°C e i
1100°C. I forni crematori Topf di Auschwitz–Birkenau avevano una temperatura di esercizio
di 800°C.
Il mio critico rimanda poi ad un rapporto del Dipartimento dell’Agricoltura e della
Commissione Veterinaria del Texas sulla medesima arsione (eseguita, appunto, nel Texas nel
1994)105 il quale lascia pensare che i 40 metri cubi di legna summenzionati furono usati in
ciascuno dei tre giorni di arsione, e ciò
«significherebbe che la media calcolata sopra dev’essere moltiplicata per 3,
giungendo ad un quantitativo di 1,74 kg di legna per kg di carcassa»,
ossia circa la metà di quanto ho assunto io.
Poiché i due rapporti sono contraddittori, Muehlenkamp scrisse alla ditta Burners LLC in
Florida. La risposta fu che il consumo di legna era all’incirca pari a quello delle carcasse,
cioè 1 kg di legna per 1 kg di carcassa. A questo punto Muehlenkamp osserva:
«Quest’affermazione si riferisce a incinerazioni con air curtain, che implica una
macchina che insuffla forzatamente una massa d’aria attraverso un collettore creando
in tal modo una turbolenza in cui la cremazione viene accelerata fino a sei volte di più
che in un’arsione all’aperto. Perciò sorge il problema se la cremazione di cadaveri su
griglie fatte di rotaie, come fu effettuata nei campi dell’ Aktion Reinhard(t), sia
paragonabile alla cremazione con air curtain per quanto riguarda il quantitativo di
combustibile necessario. La cremazione air curtain combina il vantaggio di evitare
perdita di calore, perché la cremazione avviene in una fossa o in una camera di
combustione, con quello di avere una grande quantità di ossigeno intorno per favorire
la combustione, il che era una caratteristica di strutture come quelle usate nei campi
dell’ Aktion Reinhard(t), perciò si può dire che essa è più efficiente riguardo al
combustibile della cremazione all’aperto su una griglia».
Egli afferma poi che in altre fonti
«la cremazione con air curtain non è considerata per la sua efficienza in fatto di
combustibile, ma è dichiarata combustibilmente intensa, essendo il rapporto legna–
carcassa di 1:1 o di 2:1».
Indi egli cita uno studio sull’arsione delle carcasse in cui si dice che, per distruggere 250
carcasse, sono necessari:
250 traversine ferroviarie
250 balle di paglia
6.250 kg di legna da ardere
50.750 kg di carbone
102 R.D. Lund, I. Kruger and P. Weldon, Options for the mechanised slaughter and disposal of contagious diseased animals – a discussion paper. Paper Presented at Conference on Agricultural Engineering, Adelaide, 2-5 April, 2000, in: http://www.rodoh.us/arts/arts1/carcass/disposal–paper.pdf.
103 Vedi documento 6.
104 The Use of Air Curtain Destructors for Fuel Reduction, in: http://www.fs.fed.us/eng/pubs/html/02511317/02511317.htm Air Curtain Destructor and Refractory Pit, in: http://driallusa.com/acd_literature.pdf Air Curtain Destructor Operating Procedures, in: https://www.gwinnettcounty.com/departments/fire_emergency/pdf/air_curtain_destructor_details.pdf
105 Swine carcass disposal evaluation using Air Curtain Incinerator System, Model T–359, in:
http://www.airburners.com/DATA–FILES_Tech/ab_swine_report.pdf

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1 gallone di gasolio per metro lineare di rogo106.
Per riportare il consumo alla legna, Muehlenkamp calcola il potere calorifico dei quantitativi
di combustibile summenzionati in BTU (British Thermal Unit, 1 BTU = 0,252 Kcal) e
giunge alla seguente conclusione:
«Energia totale necessaria per bruciare 250 carcasse: 3.923.646.250 BTU. Ciò
corrisponderebbe a 3.923.646.250 : 16.671 = 235.358 kg di legna da ardere».
Egli poi assume che il peso medio di una carcassa (bovina) fosse di 500 kg, perciò 250
carcasse pesano 125.000 kg e il fabbisogno medio di legna risulta di (235.358 : 125.000 =)
circa 1,9 kg per kg di carcassa, il che corrisponde al fabbisogno di legna nel caso di
cremazione con air curtain.
Il calore totale corrisponde a 988.758.855 Kcal, quello della legna (16.671 BTU) a 4.200 Kcal.
Il punto debole del calcolo è proprio questo. Il potere calorifico della legna da ardere assunto
da Muehlenkamp è abbondantemente superiore persino a quello della legna ben stagionata:
«Il potere calorifico dei differenti tipi di legna dipende molto dalla loro umidità e di
conseguenza la potenza delle caldaie o delle stufe è direttamente influenzata dal tipo
di legna impiegato, in media una legna ben stagionata ha un potere calorifico di 3200
kcal/kg».
La seguente tabella mostra il potere calorifico della legna da ardere in funzione del contenuto
di umidità107:

mattogmo_Potere calorifico della legna da ardere,MUEHLENKAMP

Per igroscopia, «il legno assorbe acqua fino a raggiungere la saturazione delle fibre. Il peso
del contenuto idrico è pari fino al 30% del peso secco del legno». Per porosità, «il peso del
contenuto idrico sarà maggiore del 30% del peso secco del legno. Se il legno è immerso o è a
contatto con l’acqua, questa sostituisce gradualmente l’aria fino a raggiungere la condizione
di imbibizione totale dove l’acqua sostituisce completamente l’aria»108.
Assumendo un tenore idrico minimo del 30% (il 25% è quello di una bara con potere
calorifico di circa 3.000 Kcal/kg), corrispondente a 2.780 Kcal/kg, il fabbisogno di
combustibile dell’arsione bovina summenzionata fu l’equivalente di (988.758.855 : 2.780 =)
355.668 kg legna da ardere, pari a (355.668 : 125.000 =) 2,84 kg per kg di carcassa, un valore
vicino a quello assunto da me (3,5 kg).
Qui però c’è un punto fondamentale da chiarire. Le arsioni veterinarie sorsero e si
svilupparono allo scopo essenziale di distruggere i germi patogeni infettivi che provocavano
le epidemie nel bestiame:
«L’idea di rendere inoffensivi per mezzo della cremazione le carcasse degli animali
colpiti da contagio si deve al veterinario Georg Feist; egli era persuaso che il
seppellimento servisse soltanto a creare un focolaio di diffusione del contagio nella
zona in cui esso infuriava, contagio che nello stesso tempo era la rovina economica
106 Burning of carcasses, in: http://www–infocris.iaea.org/en/w3.exe$EAFull?ID=67
107 La legna, in: http://www.fuocoelegna.it/legna.php.
108 Bernardo Hellrigl, Il potere calorifico del legno, in:
http://cms.eniweb.it/media/piemmeti/documents/sezione_3/Grigolato.pdf

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del paese. Le idee del dott. Feist furono subito approvate dal suo collega veterinario
Zündel e dalle autorità locali. Le autorità di Strasburgo hanno concesso
l’autorizzazione a costruire un forno speciale in ciascuno dei dipartimenti più grandi
colpiti dal contagio, cioè a Johaness-Rohrbach e nel cantone Saaralben»109.
Feist costruì appunto il primo impianto per l’arsione delle carcasse animali, che porta il suo
nome: l’apparato Feist.
Per realizzare tale scopo, non è necessaria una incinerazione come in un forno crematorio,
ma è sufficiente la combustione di tutti i tessuti molli.
L’altro punto debole dell’esempio addotto da Muehlenkamp è proprio questo: egli non ha
indicato il risultato dell’arsione delle 250 carcasse summenzionate, ossia il peso e la qualità
dei residui. È infatti evidente che una carbonizzazione, anche intensa, richiede meno
combustibile di una incinerazione. L’arsione con air curtain non è invece affatto
paragonabile a quella su un rogo, perché la sua efficienza è enormemente maggiore, come è
testimoniato dalle altissime temperature di combustione dichiarate.
Bisogna inoltre aggiungere che, nel caso di Bełżec, l’arsione, in massa dei cadaveri sarebbe
stata effettuata, secondo Muehlenkamp, dal novembre 1942 al marzo 1943. Il “testimone
oculare” Reder dichiarò che «il 15 di novembre [1942], faceva già freddo e la neve e il
ghiaccio ricoprivano il terreno»110. Sopra ho già riportato l’affermazione di Gley del 7
gennaio 1963 che «le gasazioni, secondo i miei ricordi, cessarono alla fine del 1942, quando
c’era già la neve». Infine O’Neil ci informa che nell’area di Bełżec d’inverno c’erano
temperature di –25°C111, sicché per la legna – imbibita d’acqua, coperta di neve o addirittura
gelata – usata per l’arsione di cadaveri congelati su un rogo all’aperto esposto a neve o
pioggia, un potere calorifico di 2.300 Kcal/kg è già una concessione straordinaria112. Per
avere un’idea delle condizioni in cui sarebbe stata effettuata la cremazione di circa 600.000 o
540.000 o 434.000 cadaveri basta dare un’occhiata alle fotografie di Bełżec del febbraio
2004 pubblicate nel sito olocaustico indicato in nota113.
Applicando dunque questo dato più realistico al calcolo di Muehlenkamp, il fabbisogno di
combustibile sarebbe l’equivalente di (988.758.855 : 2.300 =) almeno 429.895 kg di legna
da ardere, pari a (429.895 : 125.000 =) 3,44 kg per kg di carcassa, il che in pratica conferma
la validità del mio assunto.
Il dato summenzionato è ulteriormente confermato da un altro caso concreto in cui i tipi di
combustibile usati permetteno di calcolare più facilmente il fabbisogno equivalente in legna
verde. Nel marzo 2001, nei pressi di Lille, in Francia, fu costruito un enorme rogo lungo 100
metri per bruciare le carcasse di 600 montoni e di altri 218 ovini. L’arsione richiese:
.
350 traversine ferroviarie
56 metri cubi di legna
10 tonnellate di paglia
60 tonnellate di carbone e nafta114.
.
Eseguo i calcoli in riferimento alla legna stagionata (traversine e paglia: ~ 3.500 Kcal/kg),
tranne che per i 56 metri cubi di legna, che assumo fresca (~ 2.300 Kcal/kg),
109 M. de Cristoforis, Etude pratique sur la crémation. Imprimerie Treves Frères, Milano, 1890, p. 125.
110 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op.cit., p. 130.
111 R. O’Neil, Bełżec: Stepping Stone to Genocide;Hitler’s answer to the Jewish Question, in:
http://www.jewishgen.org/yizkor/Bełżec1/bel050.html
112 G. Salvi, La combustione. Teoria e applicazioni. Tamburini Editore, Milano 1972, p. 786, per la legna verde adduce un potere combustibile di 2.330 Kcal/kg.
113 http://www.deathcamps.org/Bełżec/buildingsite.html
114 Valérie Cormont, «Un bûcher de 100 m de long pour 600 moutons», in : La Voix du Nord, 6 marzo 2001.

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Per una traversina, Muehlenkamp calcola un volume di 0,0975 metri cubi. Il legno utilizzato
è faggio, quercia o rovere, che, essiccato, ha un peso specifico medio di circa 0,7. Il peso
totale risulta pertanto di 350 x (0,0975 x 700) = ~ 23.900 kg.
Il peso di 1 metro cubo di legna è, secondo Muehlenkamp, (2.195 : 3,625)115 = 605 kg,
dunque (56 x 605 =) ~ 33.900 kg.
La paglia ha un potere calorifico di circa 4.000 kcal/kg116, sicché 10 tonnellate corrispondono
a (10.000/3500 x 4000 = ) circa 11.400 kg di legna stagionata.
Il carbone ha potere calorifico minimo di 7.000 Kcal/kg, perciò 1 kg di carbone corrisponde a
2 kg di legna stagionata, perciò 60 tonnellate di carbone corrispondono a 120.000 kg di legna
essiccata.
Tralascio la nafta, di cui non è indicato il quantitativo, e che ha comunque un potere
calorifico superiore a quello del carbone (~ 10.200 Kcal/kg).
Complessivamente furono impiegati l’equivalente di 189.200 kg di legna, di cui 155.300
cssiccata i restanti 33.900 verde. Riportato alla legna verde, il consumo fu di 33.900 +
(155.300/2300 x 3500 =) ~ 270.200 kg.
Una pecora media pesa 60-75 kg, una pesante 75-90 kg117. Assumendo il peso massimo, le
818 carcasse pesavano ( 818 x 90 =) 73.620 kg e il fabbisogno di legna per l’arsione fu di
(270.200: 73.620 =) ~ 3,67 kg di legna per kg di carcassa.
Per quanto riguarda la cremazione di cadaveri umani mediante legna, il criterio di giudizio
migliore è quello del funzionamento del crematorio a gasogeno sviluppato dalla ditta indiana
Teri per apportare un rilevante risparmio all’enorme dispendio di legna necessario per la
cremazione di un singolo cadavere secondo i sistemi tradizionali:
«Fu osservato che ogni cremazione usando il gasogeno durava approssimativamente
60–80 minuti con un consumo di 100–150 kg di legna invece di 400–600 nel sistema
tradizionale e circa 250–300 nel sistema di fuoco all’aperto migliorato usando una
griglia metallica. Dopo l’esecuzione di collaudi ben riusciti il sistema di crematorio
basato sul gasogeno è stato ora messo regolarmente in funzione a Ambernath.
Durante le prove il tempo richiesto per la cremazione oscillò tra 70 e 85 minuti,
mentre il consumo specifico di legna oscillò tra 110 e 145 kg per cremazione»118.
Da questi dati sperimentali risultano in media, per un cadavere medio di 70 kg:
.
7,14 kg di legna per 1 kg di cadavere per il rogo tradizionale
3,9 kg di legna per 1 kg di cadavere per il rogo su griglia metallica
1,8 kg di legna per 1 kg di cadavere per il forno crematorio.
.
Come risulta da un video, quest’impianto è un vero e proprio forno crematorio, dotato di
camera di cremazione chiusa e di un gasogeno esterno in cui la legna viene gasificata e il gas
combustibile che si forma viene spinto da un soffiante nella camera di cremazione,
generando una potente fiamma119.
Nel caso di Bełżec, anche se la cremazione dei corpi dei presunti gasati fosse avvenuta su
rotaie, come viene affermato per Treblinka, sarebbe stata simile al secondo sistema di
arsione, quello su griglia metallica, con un fabbisogno di 3,9 kg di legna per kg di cadavere,
perciò la validità della mia assunzione di 3,5 kg resta pienamente confermata.
115 Peso e volume di 1 cord di legna.
116 http://www.apeac.it/biomasse.htm
117 http://workingsheepdogs.homestead.com/Pecore.html
118 Teri Development of gasifier based crematorium. TERI Project Report No.1999BE63. Nuova Deli, 2003.
119 Vedi http://www.youtube.com/watch?v=XNv3gwz–Uk0

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Muehlenkamp trae poi le sue fallaci conseguenze dai suoi calcoli fallaci:
«Assumendo un rapporto legna–cadavere di 1:1, il quantitativo di legna necessaria per
bruciare 600.000 cadaveri con un peso medio di 35 kg sarebbe stato di circa
21.000.000 di kg = 21.000 tonnellate, invece delle 96.000 tonnellate assunte da
Mattogno. Per i cadaveri dei circa 434.000 Ebrei la cui deportazione a Bełżec può
essere stabilita con certezza assoluta, il quantitativo necessario con questo rapporto
sarebbe stato di 434.000 x 35 = 15.190.000 kg o 15.190 tonnellate di legna da ardere.
Assumendo 2 kg di legna per kg di cadavere, il quantitativo sarebbe stato di 30.380 tonnellate».
Assumendo invece il quantitativo reale che risulta dai suoi calcoli (3,44 kg), anche
accettando un peso medio dei cadaveri di 35 kg, il fabbisogno di legna sarebbe stato di (35 x
3,44 =) 120,4 kg di legna per cadavere e per 600.000 cadaveri (600.000 x 120,4 =)
72.240.000 kg o 72.240 tonnellate, oppure, nel secondo caso (434.000 x 120,4 =) 52.253.600
o 52.253,6 tonnellate.
Se si assume invece il dato relativo alla cremazione in India su griglia metallica, i rispettivi
quantitativi di legna da ardere sarebbero di:
(35 x 3,9 =) 136,5 kg per cadavere
(600.000 x 136,5 =) 81.900.000 kg o 81.900 tonnellate, e
(434.000 x 136,5 =) 59.241.000 kg o 59.241 tonnellate.
Le conclusioni di Muehlenkamp sono pertanto del tutto infondate.
Procedendo, Muehlenkamp osserva che il peso medio arbitrario da lui ipotizzato di 35 kg si
riferisce a cadaveri freschi, mentre qui bisogna tener conto della perdita di peso dovuta alla
decomposizione.
Egli invoca anzitutto il sito di un museo australiano in cui appaiono sei fotografie della
carcassa di un maialino di un chilo e mezzo (!) in sei fasi del processo di decomposizione120,
la prima delle quali mostra alcuni maialini vivi. Nelle altre fotografie appaiono cinque fasi
del processo di decomposizione di un maialino, ma senza neppure precisare quanto tempo
dopo la morte dell’animale furono scattate. Per ciascuna fase viene indicato in lasso di tempo
che va da un minimo di 0-3 giorni a un massimo di 50-365 giorni!
Muehlenkamp le descrive rilevando che la fase finale richiede, appunto, fino a 365 giorni
all’aperto. Invece in una fossa il processo dura di più. Egli cita allora il dott. Trisha McNair,
secondo il quale
«la decomposizione all’aperto è due volte più rapida di quando il corpo è sott’acqua e
quattro volte più rapido di quando è sotto terra. I cadaveri si preservano più a lungo
quando sono sepolti più in profondità purché il terreno non sia imbevuto d’acqua».
Indi cita da un’altra fonte di medicina legale la massima di Casper, secondo la quale
«una settimana di putrefazione all’aperto equivale a due settimane nell’acqua, o a otto
settimane di sepoltura nella terra, data la medesima temperatura ambientale».
Egli poi assume come «ragionevole» che l’affermazione del dott. McNair si riferisca alla fase
della putrefazione nera o della fermentazione butirrica, sempre in riferimento al maialino
summenzionato, e argomenta:
«Ciò che è decisivo per il nostro argomento è il fatto che i cadaveri seppelliti a Bełżec
ben difficilmente avrebbero conservato in sé acqua alla fine della fase della
putrefazione nera, che, secondo quanto detto sopra, durò da 40 a 80 giorni dopo che
erano stati collocati nelle fosse di sepoltura. Il peso e la massa di questi cadaveri si
ridusse di conseguenza, poiché è noto che il 60–70% del corpo umano è acqua.
Secondo il sito di una enciclopedia tedesca, un corpo umano che pesa 70 kg contiene
120 Decomposition, in: http://www.deathonline.net/decomposition/decomposition/index.htm

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circa 42 kg di acqua, il che significa che il suo corpo, dopo che l’acqua se n’è andata,
peserà solo circa 28 kg o circa il 40% del suo peso originale».
Dopo una lunga disquisizione che risparmio al lettore, Muehlenkamp decide finalmente che
il contenuto medio di acqua dei corpi delle presunte vittime di Bełżec era il 60% e conclude:
«In riferimento al nostro caso ciò significa che il peso medio dei cadaveri sepolti nelle
fosse comuni di Bełżec sarebbe diminuito da 35 a 14 kg121 a causa della fase di
fermentazione butirrica. Se, come sembra plausibile e si potrebbe persino calcolare
più precisamente in base alla lista dei trasporti a Bełżec122, circa due terzi dei cadaveri
delle circa 434.000 persone menzionate nel rapporto di Höfle erano in fase avanzata
di decomposizione quando cominciò la pulizia generale delle fosse, mentre il resto si
trovava ancora nella fase di putrefazione, il peso medio della massa di cadaveri da
cremare era di (289.000 x 14 + 145.000 x 35) : 434.000 = 21 kg. Se, d’altro canto, si
assume lo scenario relativamente improbabile di una eguale distribuzione tra i
cadaveri allo stato di putrefazione e quelli in stato avanzato di decomposizione, il
calcolo è (217.000 x 14 + 217.000 x 35) : 434.000 = 24,5 kg».
Egli poi suppone generosamente lo scenario «più favorevole a Mattogno», ossia che il peso
medio dei cadaveri cremati fosse di 25 kg, e giunge a questa conclusione:
«Assumendo un fabbisogno di 1 kg di legna per kg di massa di cadaveri, ne risulta un
quantitativo di 25.000 x 434.000 = 10.850.000 kg = 10.850 tonnellate. Assumendo 2
kg di legna per kg di massa di cadaveri, il quantitativo sarebbe stato di 21.700 tonnellate».
Tutto il ragionamento è basato:
1) sulle fasi di putrefazione della carcassa di un maialino di 1,5 kg all’aperto
2) sul presupposto che la putrefazione nera di un cadavere umano sepolto nella terra duri
da 40 a 80 giorni dalla sepoltura
3) sul presupposto che la putrefazione nera comporti la disidratazione totale del corpo
4) sul presupposto che il peso medio del corpo delle presunte vittime di Bełżec fosse di 35 kg.
Il primo punto, che costituisce il criterio di giudizio fondamentale di Muehlenkamp, è a dir
poco ingenuo ed è fin troppo facile contestarlo in base a fonti che si riferiscono a cadaveri
umani. Ad esempio, il dott. Luigi Maccone, nella sua opera classica sulla cremazione, dedica
un documentato paragrafo alla Parassitologia del cadavere in cui riassume i risultati degli
studi scientifici precedenti, che illustra anche con cinque tavole di disegni della fauna
cadaverica. Egli rileva:
«Secondo le oggettive ed acute indagini del Mégnin diverse specie di larve si
succedono nel cadavere con un “ordine fisso”; esiste un periodo sarcofagico della
durata di 3 mesi, un periodo dermestico che dura da 3 a 4 mesi, un terzo periodo –
silfico – della durata da 4 a 8 mesi ed infine un acarideo. […].
Da 3 a 6 mesi dalla morte, e sempre sotto l’influenza delle fermentazioni microbiche,
nascono dei prodotti grassi di cui sono golosi gli insetti di un altro ordine, sostituentisi
a poco a poco alle grandi mosche che paiono avere terminato il compito loro. Questi
sono piccole farfalle del genere anglosa e dei coleotteri del genere dermestes, le cui
larve, lunghe al massimo un centimetro, ànno [hanno] il corpo coperto di peli e sono
ben conosciute dai salumai e dai pellicciai, chè esse distruggono il lardo e le pellicce.
Poco tempo dopo che la fermentazione butirrica, generando il “grasso di cadavere”,
121 Cioè (35 – [35 x 0,6] =) 14 kg di sostanza secca e 21 kg di acqua.
122 In realtà non c’è alcuna lista dei trasporti originale; quelle esistenti sono state stilate arbitrariamente dagli storici olocaustici, tanto arbitrariamente che la lista di Arad conta circa 517.000 deportati (Y. Arad, Bełżec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps, op. cit., pp. 383–389), quella di O’Neil 800.555 deportati (R. O’Neil, Bełżec: A Reassessment of the Number of Victims, in: “East European Jewish Affairs”, vol. 29, n. 1-2 1999, pp. 89-100). Ma,
come si è visto sopra, il numero documentato dei deportati è di 434.508.

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s’è formata, ne comincia un’altra nelle sostanze albuminose che è una vera
fermentazione caseinica […]. Alla fermentazione butirrica e caseinica segue la
fermentazione ammoniacale, le cui emanazioni attirano una quinta squadra di
distruttori, che si attaccano alla sostanza non ancora consumata. […] essi terminano la
essiccazione del cadavere assorbendo tutti gli umori sdegnati dai precedenti»123.
Perciò la fermentazione butirrica subentra dopo le prime fasi che durano 3–6 mesi. D’altra
parte, la massima di Casper addotta da Muehlenkamp124 dice esplicitamente che a una
settimana all’aperto corrispondono otto settimane sotto terra, e poiché la fermentazione
butirrica del maialino richiese da 20 a 50 giorni125, ne consegue che sotto terra sono necessari
da 160 a 400 giorni, ossia da 5 a 13 mesi. Se invece si considera la putrefazione nera, il
tempo necessario, secondo la fonte di Muehlenkamp, è di 10–20 giorni dopo la morte,
corrispondenti a 80–160 in una fossa, ma sebbene essa asserisca che in questa fase «un
grande volume di liquidi del corpo fluisca dal corpo nel terreno», la carcassa appare tutt’altro
che essiccata: essa conserva invece ancora un discreto volume e dunque una discreto
contenuto idrico126. Infine, per quanto riguarda il peso medio di 35 kg, rimando a quanto ho
esposto sopra.
Il calcolo di Muehlenkamp è dunque basato su presupposti congetturali ed errati e non ha
conseguentemente alcun valore.
Egli avrebbe fatto meglio ad esaminare casi concreti di esumazione di cadaveri umani da
fosse comuni, invece di affidarsi al maialino di un chilo e mezzo. A Winniza, ad esempio,
l’esumazione dei corpi delle vittime sovietiche fu effettuata circa tre anni dopo la sepoltura.
Nella ricapitolazione della perizia medico–legale si legge:
«I cadaveri dei tre siti di rinvenimento mostravano varie forme di decomposizione a
seconda della posizione. Mentre sulla superficie delle fosse comuni fu trovata in
prevalenza una scheletrizzazione e una mummificazione parziale o più estesa, negli
strati intermedi e profondi fu accertata una macerazione secca e adipocera. I tessuti e
gli organi si potevano riconoscere ancora bene e mostravano, evidentemente a causa
della pressione straordinariamente alta degli strati di terra sovrastanti, uno stato di
conservazione relativamente buono con forte perdita d’acqua dei tessuti»127.
In relazione agli strati intermedi e profondi, la perizia dice che i cadaveri non in stato di
adipocera presentavano una «intensa perdita d’acqua»128, ossia, ancora dopo tre anni, non
erano completamente disidratati. Di conseguenza l’ipotesi della disidratazione al 100% dei
cadaveri in pochi mesi è insostenibile.
Sopra ho scritto che il peso medio di 45 kg da me assunto corrisponde a una perdita media
del 35% del contenuto acqueo dei cadaveri; in termini di peso ciò significa una perdita di (58
– 45 =) 13 kg di acqua, che era una semplice stima senza pretese scientifiche, poiché è molto
arduo determinare questo dato scientificamente. Ma anche assumendo una perdita d’acqua
del 50%, il peso medio scenderebbe a 40,6 kg e l’ordine di grandezza non cambierebbe.
D’altra parte qui interviene un altro fattore importante: la perdita di grasso da parte dei
cadaveri.
Muehlenkamp ha voluto approfondire la questione, ma ne ha trascurato un aspetto
fondamentale che riguarda la combustione dei cadaveri. Sopra abbiamo visto che il processo
di decomposizione fino alla fermentazione butirrica comporta anche una certa perdita di
123 L. Maccone, Storia documentata della cremazione presso i popoli antichi ed i moderni con speciale riferimento alla igiene. Istituto Italiano di Arti Grafiche, Bergamo, 1932, pp. 158-159.
124 Si tratta di una massima accettata dagli specialisti del settore. Vedi: Postmortem changes and time of death, in: http://www.dundee.ac.uk/forensicmedicine/notes/timedeath.pdf.
125 Vedi http://www.deathonline.net/decomposition/decomposition/butyric_fermentation.htm
126 Vedi http://www.deathonline.net/decomposition/decomposition/black_putrefaction.htm
127 Amtliches Material zum Massenmord von Winniza. Berlino, 1944, p. 86.
128 Idem, p. 63.

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sostanze grasse, che vengono divorate da specifici insetti. Nel bilancio termico di una
cremazione, il contenuto di grasso del cadavere è molto più importante del suo contenuto
acqueo. Assumendo che il corpo umano contenga mediamente il 64% di acqua e il 14% di
grasso (e il 15,3% di proteine)129, ammesso e non concesso un peso medio di 35 kg per il
corpo delle presunte vittime, risultano (35 x 0,64 =) 22,4 kg di acqua e (25 x 0,14 =) 4,9 kg di
grasso. Supponiamo infine una temperatura di combustione di 800°C, piuttosto irrealistica
per un rogo (come ho già accennato, 800°C era la temperatura di esercizio dei forni
crematori Topf di Auschwitz–Birkenau).
Nel bilancio termico della cremazione, l’acqua è ovviamente un passivo, il grasso un attivo.
La perdita di calore dovuta all’evaporazione dell’acqua del cadavere e al surriscaldo del
vapore a 800°C si calcola così: 22,4 [640 + (0,493 x 700130)] = ~ 22.100 Kcal.
Il grasso animale ha un potere calorifico di 11,1 kWh/kg131, cioè di circa 9.500 Kcal/kg,
perciò i 4,9 kg di grasso summenzionati apportano (4,9 x 9500 =) 46.550 Kcal. Ciò significa
che, in tali condizioni, nel bilancio termico della cremazione la perdita di calore dovuta
all’acqua contenuta nel cadavere è di (22.100 : 22,4 =) 986 Kcal per kg di acqua, mentre
l’apporto di calore del grasso è di 9.500 Kcal per kg di grasso. Il calore apportato da 1 kg di
grasso è dunque equivalente a quello perduto a causa di (9.500 : 986 =) 9,6 kg d’acqua.
Poiché i dati relativi alla perdita acquea e di grassi del cadavere sepolto sono puramente
congetturali, le obiezioni di Muehlenkamp si riducono a nulla. Come abbiamo visto sopra,
infatti, nella fermentazione buturrica avviene una certa perdita di grassi che vengono divorati
da specifici insetti.
Perciò, ammesso e non concesso che i cadaveri avessero perduto il 100% del loro contenuto
acqueo, sarebbe bastata la perdita di (22.100 : 9500 =) 2,3 o il 47% del grasso per riportare il
bilancio termico in pari. Se invece si assume una perdita acquea del 75%, pari a (22,4 x 0,75
=) 16,8 kg, il calore corrispondente sarebbe di 16,8[640 + (0,493 x 700)] = ~ 16.500 Kcal,
equivalenti a (16.500 : 9500 =) 1,7 kg o il 34% di grasso.
Muehlenkamp cita poi la testimonianza di Gley del 7 gennaio 1963 che ho riportato sopra e
che ripropongo di nuovo:
«Le gasazioni, secondo i miei ricordi, cessarono alla fine del 1942, quando c’era già la
neve. Poi cominciò l’esumazione generale e l’arsione dei cadaveri, che durò
probabilmente dal novembre 1942 al marzo 1943. Le arsioni furono eseguite
ininterrottamente giorno e notte e precisamente in un focolare [rogo], poi in due. In
un focolare si potevano bruciare circa 2.000 cadaveri in 24 ore. Circa 4 settimane
dopo l’inizio delle arsioni, fu costruito il secondo focolare. Mediamente furono perciò
bruciati in un focolare circa 300.000 cadaveri in 5 mesi circa, nell’altro 240.000
cadaveri in circa 4 mesi. Naturalmente queste sono valutazioni medie».
Nel mio studio ho citato anche la testimonianza resa da Gley l’8 maggio 1961:
«Alla fine del 1942 nel campo di Belcec [sic] cessarono le gasazioni in massa degli
Ebrei. All’obiezione rispondo che so con certezza che al mio arrivo i cadaveri non
venivano ancora bruciati. All’inizio del 1943 – non posso più dire se fosse in gennaio,
in febbraio o in marzo – ricevetti l’incarico di procurare con un Kommando rotaie
ferroviarie e di ferrovie campali. Questi strumenti servivano alla costruzione di grosse
129 Encyclopedia of cremation, a cura di Douglas J. Davies con Lewis H. Mates. Ashgate, Londra, 2005, p. 134.
130 Si moltiplica per 700 e non per 800 perché 640 rappresenta già il contenuto termico di 1 kg d’acqua a 100°C, sicché il vapore acquelo dev’essere surriscaldato di altri 700°C.
131Heizwerte, in:http://209.85.129.132/search?q=cache:A2EYZZUsfG0J:ftp://ftp2.stahl–online.de/BMS/download/brandschutz/kennwerte/Heizwertnahrung.pdf+heizwert+tierische+fette&hl=it&ct=clnk&cd=14&gl=it

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griglie sulle quali furono bruciati i cadaveri esumati all’inizio. Io stesso non sono stato
nel Kommando di arsione»132.
Secondo Muehlenkamp, avrei addotto la seconda citazione «per ragioni facilmente
comprensibili, cioè perché afferma un periodo di cremazione più breve che permette a
Mattogno di fare confusione». Egli invece si appella al rapporto Höfle, da cui risulta che
nelle ultime due settimane del dicembre 1942 non erano giunti trasporti ebraici a Bełżec, e ne
deduce che «la pulizia generale delle fosse e la cremazione dei cadaveri erano già in atto a
Bełżec nel dicembre 1942». Questa deduzione è tuttavia in contrasto con entrambe le
dichiarazioni di Gley, ossia che la cremazione iniziò nel novembre 1942 (quando, secondo
Muehlenkamp, erano ancora in corso le gasazioni) o nel gennaio 1943. Se, com’ egli
ammette, l’esumazione e la cremazione cominciarono dopo la fine delle presunte gasazioni,
cioè verso la metà di dicembre, la cosa più ragionevole è che avvennero proprio «all’inizio
del 1943».
Muehlenkamp asserisce infatti, in forma di domanda retorica, che le autorità SS cancellarono
le deportazioni a Bełżec, ma fecero continuare quelle negli altri campi dell’“Aktion
Reinhard(t)” «per permettere di eseguire indisturbatamente la pulizia delle fosse e la
cremazione dei cadaveri», ma anche supponendo che questa congettura sia vera (il che è tutto
da dimostrare)133, ciò non sarebbe comunque in contrasto con la datazione di Gley,
assumendo un paio di settimane per il reperimento delle rotaie ferroviarie, la costruzione del
o dei roghi, la ricerca e il trasporto della legna e l’esumazione dei cadaveri delle prime fosse
comuni. Di conseguenza la pretesa di Muehlenkamp, che tali operazioni fossero «già in atto a
Bełżec nel dicembre 1942» è infondata e in contrasto con la dichiarazione di Gley.
Perciò resta valida la mia assunzione che «la cremazione non sarebbe iniziata prima del
gennaio 1943»134.
Muehlenkamp argomenta poi in questo modo:
«Così il numero medio bruciato quotidianemente a Bełżec in cinque mesi = 150
giorni fu di circa 434.000 : 150 = 2.893, per cui con un peso medio di 25 kg per
cadavere e legna da ardere necessaria di 1 kg per kg di cadavere ci sarebbero voluti
72.325 kg = 72,3 tonnellate di legna, invece delle 1.064 assunte da Mattogno».
Egli aggiunge che, se si assumono 2 kg di legna per kg di cadavere, si ottengono 144,6
tonnellate.
Il calcolo è basato sui seguenti dati fallaci:
– il peso medio di un corpo di 25 kg
– il fabbisogno di 1 o 2 kg di legna per cremare 1 kg di cadavere
– il numero delle presunte vittime – circa 434.000 – cifra che non è stata ancora accettata
dagli specialisti olocaustici di Bełżec
– la durata delle cremazioni.
L’ultimo punto merita un commento. Da dove Muehlenkamp ha tratto una durata di cinque
mesi o 150 giorni? Dalla dichiarazione summenzionata di Gley del 7 gennaio 1963, in cui si
dice che la cremazione durò dal «novembre 1942 al marzo 1943…in cinque mesi circa» ed
egli interpreta dal 1° novembre 1942 al 31 marzo 1943 = 5 mesi. Ciò è in contraddizione con
la sua stessa affermazione che, con certezza, le deportazioni–gasazioni cessarono a metà
dicembre 1942 (non essendo menzionate nel rapporto Höfle per le ultime due settimane
dell’anno). Da questo dato risultano tre mesi e mezzo o 105 giorni, sicché, «per ragioni
facilmente comprensibili», per usare le sue parole, egli ha aumentato abusivamente la durata
della cremazione di un mese e mezzo o 45 giorni.
132 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 112.
133 Essa è in aperto contrasto col fatto olocausticamente ineplicabile che Bełżec cessò la sua attività quando più di un terzo degli Ebrei da deportare si trovavano ancora in Galizia. Vedi sotto, paragrafo 5.
134 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 112.

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Del resto, anche la sua fonte, Y. Arad, come ho già accennato, pone l’inizio della cremazione
alla metà di dicembre del 1942135.
Circa l’inizio della cremazione a Bełżec, Gley è in contrasto non solo con sé stesso
(novembre 1942/inizio 1943), ma anche con il (sedicente) “testimone oculare” Reder, il quale
dichiarò che «alla fine di novembre» del 1942, quando riuscì a fuggire miracolosamente dal
campo, la cremazione dei cadaveri non era ancora cominciata136.
In ulteriore contraddizione con la testimonianza di Gley, che menzionò 540.000 cremati,
Muehlenkamp ne considera solo 434.000. Ma, nell’economia della testimonianza, il tempo è
in funzione del numero, sicché, facendo il ragionamento di Tregenza al contrario, se la
cremazione di 540.000 cadaveri richiese 105 giorni, quella di 434.000 ne avrebbe richiesti 84
e ogni giorno sarebbero stati cremati (434.000 : 84 =) 5.166 cadaveri, non 2.893.
Assumendo la cifra ufficiale di 600.000 cadaveri, risulta una cremazione giornaliera di
(600.000 : 105 =) 5.714 cadaveri.
In relazione all’origine dell’ingentissimo quantitativo di legna da ardere necessaria per la
cremazione dei presunti cadaveri, avevo rilevato :
«Per cremare 600.000 cadaveri sarebbero dunque stati necessari (600.000 x 160 =) 96
milioni di kg di legna o 96.000 tonnellate, un quantitativo prodotto dal disboscamento
di 192 ettari di bosco di abeti vecchi di 50 anni137, trenta volte la superficie del campo
di Bełżec. Le fotografie aeree dell’area di Bełżec pubblicate da John C. Ball mostrano
che nel 1944 i boschi intorno al campo erano come nel 1940138. Anzi, secondo
l’ispezione del giudice istruttore di Zamość del 10 ottobre 1945, nell’area del campo,
verso il centro, c’erano ancora un gruppo di pinastri vecchi di oltre vent’anni; un altro
gruppo di pinastri simili si estendeva verso il lato sud e un terzo gruppo di 31 pinastri
simili si trovava nell’angolo nord–occidentale»139.
Questi alberi furono persino rappresentati nella pianta di Szrojt summenzionata140.
Per confutare questa osservazione, Muehlenkamp, afferma che essa sarebbe stata fatta da
John Ball,
«sulla cui credibilità ci si può informare in un articolo di Jamie McCarthy», cioè John Ball,
Air Photo Expert?141, ossia egli cerca di screditare colui che ha pubblicato le due fotografie
(sulla base di uno scritto che neppure le menziona) invece di esaminarle e contestare tale
osservazione.
Qui è il caso di ritornare sulla «giustizia criminale della Repubblica Federale Tedesca». Al
processo Bełżec nessuno si curò di chiedere agli imputati in che modo fosse stata eseguita
questa immane cremazione di 540.000 cadaveri in pieno inverno: come fossero fatti i roghi,
quanta legna richiedessero, da dove questa fosse stata prelevata, come fosse stata portata al
campo, ecc. ecc., domande di importanza vitale in quanto riguardano l’eliminazione del
corpo del reato. Questa è la chiara dimostrazione che tale «giustizia» non perseguiva neppure
la verità giudiziaria, ma soltanto una verità ideologica.
Indi Muehlenkamp propone un altro argomento:
«I cadaveri nelle fasi avanzate di decomposizione non solo pesavano molto meno di
quelli “freschi”, ma non contenevano affatto o a malapena acqua. È facilmente
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135 Y. Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps, op. cit., p. 172.

136 R. Sforni, Il sabba di Bełżec. Con la traduzione italiana della testimonianza del sopravvissuto Rudolf Reder, op. cit.,pp. 137-139.
137 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 189.
138 J.C. Ball, Air Photo Evidence. Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor, Bergen Belsen, Bełżec, Babi Yar, Katyn Forest. Ball Resource Services Limited, Delta, B.C., Canada, 1992, pp. 94–95
139 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 113-114.
140 Vedi documento 2.
141 In: http://www.holocaust–history.org/auschwitz/john–ball/

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comprensibile che l’arsione di cadaveri umani richiede sostanze infiammabili
supplementari soprattutto perché l’acqua, di cui l’organismo umano principalmente è
costituito, deve essere vaporizzata. Ma se – come si può assumere almeno alla fine
della fase della putrefazione nera e specialmente nella fase della fermentazione
butirrica, per non menzionare la fase della decomposizione secca – non c’è più acqua
o ce n’è a malapena, se la sostanza da bruciare consta di pelle essiccata, carne putrida,
capelli e ossa, ci si può aspettare una riduzione del fabbisogno del combustibile
esterno necessario. Secondo la dichiarazione summenzionata di Norbert Fuhrmann, le
ossa hanno all’incirca lo stesso potere calorifico della lignite, ragione per la quale
l’arsione all’aperto di carcasse che constano principalmente di ossa richiede molto
meno legna di scarto dell’arsione di carcasse non ancora decomposte a poco meno
che pelle e ossa: “Le ossa hanno un BTU all’incirca uguale a quello della lignite
(circa 11.000 BTU per pound). Se doveste cremare un certo quantitativo di ossa,
sarebbe necessario molto meno legno di scarto».
Convertendo, risulta un potere calorifico di circa 2.800 Kcal/kg. Questo è un grossolano
errore, perché si riferisce al potere calorifico dell’osseina, ma le ossa sono costituite anche da
sostanze minerali, nelle seguenti proporzioni142:
acqua : 12%
sostanze organiche: 28%
sostanze grasse: 10%
minerali: 50%.
Le sostanze organiche sono essenzialmente proteine, sicché il potere calorifico inferiore delle
ossa (a O°C) è: (9500 x 0,10) + (5400 x 0,28) – (600 x 0,12) = 2.390 Kcal/kg.
L’affermazione che la combustione di ossa richiederebbe molto meno combustibile di quella
di carcasse intere è una semplice assurdità. Come ho accennato sopra, nel bilancio termico di
una cremazione l’apporto di calore prodotto dalla combustione del grasso e, aggiungo qui,
delle proteine, è molto maggiore di quello sottratto dalla vaporizzazione dell’acqua.
Se si considera un cadavere di 82 kg, che contiene (82 x 0,64 =) 52,48 kg di acqua e (82 x
0,14 =) 11,48 di grasso, e (82 x 0,153 =) 12,54 kg di proteine,
• la perdita di calore per la vaporizzazione, a 800°C, è di 52,48[640 + (0,493 x 700)] =
~ 51.700 Kcal,
• il calore prodotto dalla combustione del grasso è di (9500 x 11,48 =) ~ 109.100
• il calore prodotto dalla combustione delle proteine è di (5400 x 12,54 =) ~ 67.700,
sicché il bilancio termico ha un attivo di (109.100 + 67.700) – 51.700 = 125.100 Kcal.
Nonstante ciò, nei forni crematori a coke, secondo l’ing. Wilhelm Heepke, uno dei massimi
specialisti tedeschi della cremazione dei primi decenni del secolo scorso e autore dello studio
scientifico più approfondito e accurato sul bilancio termico di tali impianti, la cremazione del
cadavere richiedeva in più il calore fornito da una bara di 40 kg con potere calorifico di 3.000
kg (legno stagionato!) e circa 30 kg di coke con potere calorifico di 6.470 Kcal143, all’incirca
l’equivalente di 135 kg di legna da ardere con potere calorifico di 2.300 Kcal/kg.
Ho preso in esame il peso di 82 kg (Heepke assume il peso di 85 kg) perché la questione
delle ossa sollevata da Muehlenkamp riguarda l’arsione summenzionata con air curtain di
504 maiali del peso di 41.300 kg, peso medio 82 kg, ed egli afferma che il maiale è
«l’animale più simile all’organismo umano». Di conseguenza ciò che vale per la cremazione
di un cadavere vale anche per le carasse di maiali di Muehlenkamp.
142 M. Giua e C. Giua Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice, Torino, 1948,vol. II, p. 128.
143 W. Heepke, «Die neuzeitlichen Leicheneinäscherungsöfen mit Koksfeuerung, deren Wärmebilanz und Brennstoffverbrauch», in: Feuerungstechnik, anno XXI, 15 agosto 1933, n. 8, pp. 123-128.

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Per completare il ragionamento, considerando che il sistema osseo di un essere umano è
mediamente pari al 16% del peso corporeo144, in base ai dati esposti sopra, esso pesa (82 x
0,16 =) 13,12 kg e contiene (16 x 0,12 =) 1,92 kg di acqua, (16 x 0,28 =) 4,48 kg di proteine
e (16 x 0,10 =) 1,6 kg di grasso, sicché, eseguendo i calcoli, il calore in attivo prodotto dalle
ossa risulta di 37.500 Kcal, contro le 125.100 Kcal del corpo intero.
In termini di bilancio termico, lasciando invariati tutti gli altri parametri calcolati dall’ing.
Heepke, con un rendimento del focolare di 0,75 e un potere calorifico effettivo del coke di
(6.470 x 0,75 =) 4.850 Kcal/kg, la cremazione del cadavere disseccato rispetto a quella del
cadavere normale richiederebbe (125.100 – 37.500): 4.850 = circa 18 kg di coke in più.
Qui bisogna inoltre rilevare che mentre il grasso contenuto nelle ossa è appena il 14% del
totale, le proteine sono quasi il 36%. Tuttavia, come già rilevò l’ing. Klettner negli anni
Cinquanta del secolo scorso, la sostanza proteica, col suo contenuto di azoto relativamente
alto, oppone una forte resistenza alla combustione e la sua temperatura di accensione, o
piuttosto di scissione dell’ N dai composti di CH, è di circa 800°C145, il che significa che le
ossa, a differenza del grasso, che ha una temperatura di accensione di 184°C, bruciano
soltanto con un forte apporto di calore esterno:
«Se un osso viene esposto al calore, dal punto di vista mineralogico ne risultano i
seguenti cambiamenti: a causa della perdita dell’acqua unita per adsorbimento al
minerale, tra i 150°C e i 300°C subentra una perdita di volume insignificante. Al di
sopra dei 600°C comincia la perdita di CO2, che porta alla fine all’espulsione
quantitativa dei componenti organici. In conseguenza della crescente disidratazione,
comincia una reazione di trasformazione nella quale si forma il “pirofosfato” con una
rapporto molare Ca/P < 1,5. Questo a una temperatura di circa 800°C si combina con
“idrossilapatite” (Ca/P > 1,5) in una reazione dei solidi in ß-tricalciofosfato (Ca/P ~
1,5 whitlockite). […]
Una esposizione al calore può essere dubbia soltanto se c’è stata una combustione
incompleta, se cioè la temperatura di esposizione non ha raggiunto i 700-800°C o se è
durata per un tempo insufficiente»146.
Quanto sia sciocco il ragionamento di Muehlenkamp lo mostra già il fatto che, mentre è
facile bruciare la lignite in una stufa147, è impossibile bruciarvi ossa senza combustibile
supplementare.
Consumo calorie.Click...

Consumo calorie.Click…

144 F. Goppelsroeder, Ueber Feuerbestattung. Verlag von Wenz & Peters, Mülhausen, 1890, p. 90. Ho fatto una media tra le percentuali riferite a uomo, donna, ragazzo, neonato e neonata.
145 Descrizione di brevetto n.861731. Classe 24d. Gruppo 1. T 1562/V24d. Procedimento e congegno per la cremazione di cadaveri, carogne e parti di essi. Brevettato nel territorio della Repubblica Federale Tedesca dal 24 giugno 1950.
146 M. Lange, H. Schutkowski, S. Hummel, B. Herrmann, A bibliography on cremation. Pact (Journal of the European Study Group on Physical, Chemical, Biological and Mathematical Techniques Applied to Archeology), 19, 1987, p. 10 e 14 (testo tedesco), 18 e 21 (testo inglese).
147 La lignite ha una temperatura di accensione di 225°C (in polvere, in strato di 5 mm), il carbone di legna di 320°C. Direttiva europea ATEX 94/9/EC, in: http://www.ascojoucomatic.it/wbs/w3b.exe/_it/537/554/762
148 Significato dei simboli: W = Wärme, calore; Bn: = Brennstoff, combustibile, necessario per l’ennesima cremazione; η = rendimento del forno; Hu = potere calorifico inferiore del combustibile.

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Muehlenkamp introduce poi una nuova argomentazione, basata sulla formazione di metano

nella decomposizione cadaverica fino alla fermentazione butirrica. Egli ragiona così:
«Non ho trovato un sito149 che quantifichi il metano che si libera durante la
decomposizione dei cadaveri, ma possiamo ricavare valori orientativi da un processo
simile – la decomposizione di rifiuti animali: 5,9 libbre (= 2.676195 kg) di letame di
bestiame producono 30 piedi cubi di biogas al giorno, che constano del 60% di
metano e del 40% di biossido di carbonio, con un potere calorifico di 600 BTU per
piede cubo o 18.000 BTU in totale (il potere calorifico del gas naturale, che consta
soprattutto di metano, è un po’ più alto, 850–1.000 BTU per piede cubo). Assumendo
che la decomposizione del corpo umano generi la metà di questo quantitativo di
biogas per unità di peso di quella del letame di bestiame, e assumendo un peso medio
di 35 kg per cadavere (vedi sopra), ciascuna delle vittime seppellite nelle fosse
comuni di Bełżec avrebbe prodotto nella fase di putrefazione 35 : 2,676195 x 15 =
196,17 piedi cubi di biogas al giorno con un potere calorifico di 35 : 2,676195 x
9000 = 117.704,43 BTU, l’equivalente di circa 0,003 cords di legna di quercia (a
quanto pare la migliore che ci sia, con un potere calorifico di 34,4–36,6 milioni di
BTU per cord secondo la tavola del potere calorifico della legna in rete menzionata
sopra).
Nella cremazione summenzionata descritta da Lund, Kruger e Weldon e nel rapporto
del Dipartimento dell’Agricoltura del Texas furono usati al massimo 33 cords di
quercia secca/legna da ardere resinosa per bruciare 504 carcasse del peso totale di
41.300 kg. Assumendo che la legna usata in quest’esperimento avesse lo stesso potere
149 Per critici di tal fatta evidentemente i libri non esistono.

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calorifico della legna di quercia secondo la tavola menzionata sopra, questi 33 cords
avevano al massimo un potere calorifico di 33 x 36.660.000 = 1.207.800.000 BTU o
1.207.800.000 : 41.300 = circa 29.245 BTU per kg di carcassa, o 29.245 x 35 = circa
1.023.575 BTU per ogni 35 kg di di carcassa. Ciò sarebbe 8,7 volte il quantitativo di
BTU del biogas prodotto quotidianamente da un cadavere del peso di 35 kg, secondo
i miei calcoli.
In altri termini: il quantitativo di biogas prodotto dalla decomposizione di un corpo
del peso di 35 kg in circa 9 giorni sarebbe stato sufficiente a cremare quel cadavere
senza ricorrere ad un’altra fonte di combustibile.
Se, come dichiarato nello scritto di Lund, Kruger e Weldon e confermato dalle
informazioni circa il “Costo preventivato” del rapporto del Dipartimento
dell’Agricoltura del Texas a p. 7 e dalle informazioni menzionate sopra di Norbert
Fuhrmann, si assume che il quantitativo di legna necessario per bruciare 41.300 kg di
carcasse suine nel detto esperimento fu soltanto di 40 metri cubi o 11 cords di legna,
questi 11 cords avevano al massimo un potere calorifico di 11 x 36.600.000 =
402.600.000 BTU o 402.600.000 : 41.300 = circa 9.748 BTU per kg di carcassa, o
9.748 x 35 = circa 341.180 BTU per ogni 35 kg di carcassa. Ciò corrisponde a 2,9
volte il quantitativo di BTU di biogas prodotto giornalmente da un cadavere di 35 kg,
secondo i miei calcoli precedenti.
In altri termini: il quantitativo di biogas prodotto dalla decomposizione di un corpo
del peso di 35 kg in circa 3 giorni sarebbe stato sufficiente per cremare quel corpo
senza ricorrere ad altre fonti di combustibile!».
Converto e semplifico:
.
• 2,67 kg di letame producono (30 x 0,28 =) 0,84 metri cubi di biogas al giorno, il cui
potere calorifico è di (600 x 0,252) x (1 : 0,028 =) 5.392 Kcal per metro cubo;
• 1 kg di letame produce (0,84 : 2,67 =) 0,31 metri cubi di biogas al giorno = 1.672
Kcal;
• un cadavere di 35 kg produce (35 x 0,31/2 =) circa 5,42 metri cubi di biogas al giorno
con un potere calorifico totale di (5,42 x 5.392 =) circa 29.225 Kcal;
• questo calore equivale all’incirca a quello prodotto da (0,003 x 2.195 =) 6,58 kg di
legno di quercia, che ha un potere calorifico tra ([34.400.000 x 0,252] : 2195 =] 3.950
Kcal e (36.600.000 x 0,252] : 2195 =] 4.200 Kcal per kg, ossia (4200 x 6,58 =)
27.636 Kcal;
• nell’esperimento di combustione di carcasse animali furono impiegati (33 x 2195 =)
72.435 kg di legna, che avevano un potere calorifico massimo di (72.435 x 4200 =)
304.227.000 Kcal, pari a (304.227.000 : 41.300 =) 7.366 Kcal per kg di carcassa;
• il calore disponibile per 35 kg di carcassa è di (7.366 x 35 =) 257.810 Kcal, che è
(257.810 : 29.225 =) circa 8,7 volte il calore prodotto quotidianamente da un
cadavere di 35 kg;
• se invece per la combustione suina summenzionata si assume un consumo di legna di
40.000 metri cubi, o (11 x 2195 =) 24.145 kg, il potere calorifico massimo è di (4200
x 24.145 =) 101.409.000 Kcal, ossia (101.409.000 : 41.300 =) 2.455 Kcal per kg di
carcassa e (2.455 x 35 =) 85.925 per 35 kg;
• ciò corrisponde a (85.925 : 29.225 =) circa 2,9 volte il calore prodotto
quotidianamente da un cadavere di 35 kg;
• in conclusione, «il quantitativo di biogas prodotto dalla decomposizione di un corpo
del peso di 35 kg in circa 3 giorni sarebbe stato sufficiente per cremare quel corpo
senza ricorrere ad altre fonti di combustibile».
Rilevo anzitutto che assumere come termine di confronto il letame per cadaveri che
Muehlenkamp ritiene reali (e non fittizi, come me) non mi sembra il massimo del rispetto.
Dai maili al letame!

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Ciò premesso, il suo ragionamento contiene errori di calcolo e logici.
Egli suppone che 1 kg di letame produca 0,31 metri cubi di biogas = 1.672 Kcal al giorno e
un cadavere, per sua assunzione, la metà, perciò un cadavere di 35 kg produce circa 29.225
Kcal al giorno, in tre giorni (29.225 x 3 =) 87.775 Kcal. Indi aggiunge che la putrefazione
dura 4–10 giorni all’aperto e 4 volte di più sotto terra (in realtà 8 volte secondo la massima di
Casper), perciò la putrefazione dei cadaveri delle presunte vittime a Bełżec durò da 16 a 40
giorni, sicché
«all’incirca almeno alla metà di questa fase, secondo i miei calcoli precedenti, ogni
cadavere avrebbe accumulato tanto biogas da sostenere la propria combustione».
Ciò significa che un cadavere di 35 avrebbe prodotto come minimo (8 x 29.225 = 233.800
Kcal), come massimo (20 x 29.225 =) 584.500 Kcal.
In realtà, se, come ho esposto sopra, il cadavere è costituito del 64% di acqua (= 22,4 kg),
del 14% di grasso (= 4,9 kg) e del 15,3% di proteine (= 5,355 kg), il suo potere calorifico
inferiore è di ([4,9 x 9.500] + [5,355 x 5.400] – [22,4 x 539150] =) ~ 63.400 Kcal, o (63.400 :
35 =) ~ 1.800 Kcal/kg. Perciò il calore prodotto in un giorno dalla putrefazione di un
cadavere di 35 kg calcolato da Muehlenkamp equivale al ([29.225 : 63.400] x 100 =) 46% del
calore totale e il processo si esaurisce in (63.400 : 29.225 =) poco più di due giorni.
Ne consegue che questa sarebbe anche la durata dell’intero processo di putrefazione fino alle
ossa!
In termini chimici, si può ragionare più semplicemente così:
un cadavere di 35 kg produce (35 x 0,31/2 =) circa 5,42 metri cubi di biogas al giorno,
costituito dal 60% di metano e dal 40% di anidride carbonica. Questi 5,42 metri cubi
corrispondono a (5420 : 22,4 =) circa 242 grammi mole dei due gas, che contengono 242
grammi-atomo di carbonio, ossia (242 x 12 =) circa 2.900 grammi o 2,9 kg di carbonio.
Il carbonio costituisce circa il 52% della sostanza combustibile del corpo umano151,
equivalente a 35 – (35 x 0,64) = 12,6 kg, che contengono (12,6 x 0,52 =) 6,55 kg di carbonio.
Perciò la produzione di biogas dal corpo e dunque il processo di putrefazione si esaurirebbe
in (6,55 : 2,9 =) poco più di due giorni!
Da ciò risulta chiaro che il ragionamento e i calcoli di Muehlenkamp non hanno senso.
Il potere calorifico della legna da ardere, 4.200 Kcal/kg è teorico e irrealistico, perché
corrisponderebbe a legname completamente disidratato.
Il presupposto che 41.300 kg di carcasse siano stati incinerati con 72.435 kg di legna = 1,75
kg di legna per kg di carcassa è infondato.
Il presupposto che tale arsione sia stata effettuata con 24.145 kg di legna = 0,58 kg di legna
per kg di carcassa è ancora più infondato.
Come ho mostrato sopra, dai calcoli di Muehlenkamp risulta l’equivalente di 3,44 kg di legna
per kg di carcassa.
La conclusione di Muehlenkamp è inoltre logicamente insensata, in quanto significa che il
biogas prodotto dai cadaveri sepolti nelle fosse comuni di Bełżec sarebbe stato sufficiente a
cremare su roghi senza ulteriore combustibile gli stessi cadaveri esumati dalle fosse!
O pensava forse a un impianto di biogas da installare su una fossa comune per cremare i
cadaveri di un’altra fossa?
Tutto questo guazzabuglio di cifre e di calcoli senza capo né coda tradisce la totale ignoranza
di Muehlenkamp nel campo della cremazione. Non a caso egli, non avendo la minima idea di
quale sia il potere calorifico del corpo umano, ha paragonato la sua decomposizione alla
gasificazione del letame!
150 In questo caso si calcola solo il calore di evaporazione, senza il surriscaldo del vapore alla temperatura di combustione.
151 W. Heepke, «Die neuzeitlichen Leicheneinäscherungsöfen mit Koksfeuerung, deren Wärmebilanz und Brennstoffverbrauch», op. cit., p. 124.

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Finalmente Muehlenkamp trae le sue deduzioni:
«A conclusione di quanto detto sopra, sembra plausibile assumere che nel caso di
cadaveri in fase di putrefazione le sostanze infiammabili contenute nei cadaveri
fornissero un contributo essenziale all’cremazione; soprattutto in cadaveri femminili
che avevano ancora un contenuto di grasso più o meno elevato c’era anche il grasso
corporeo come combustibile supplementare. Nel caso di cadaveri più o meno
disidratati in stato di decomposizione più avanzato la loro parte secca, nel caso di
cadaveri in fermentazione butirrica con le proprietà combustibili dell’acido butirrico e
in cadaveri nei quali si era formata l’adipocera insieme con le proprietà combustibili
dell’adipocera, avrebbero favorito decisamente il processo di cremazione.
Si può perciò assumere che la legna richiesta per bruciare i cadaveri esumati dalle
fosse comuni di Bełżec fosse anche molto inferiore a quella risultante dai miei calcoli
esposti sopra. Per di più bisogna considerare che presumibilmente come combustibile
non fu usato soltanto legname, ma anche liquidi infiammabili come benzina, alcool o
olio diesel, se necessario in quantitativi più grandi di quelli richiesti per accendere il fuoco».
In termini di tecnica della cremazione, questa infantile argomentazione si riduce alla ovvia
constatazione che il potere calorifico delle sostanze combustibili del corpo umano è di gran
lunga superiore alla quantità di calore necessario per la vaporizzazione dell’acqua in esso
contenuto. In pratica però questo calore non solo non era sufficiente per eseguire una
cremazione, ma era necessario un surplus di calore enorme: secondo il bilancio termico
dell’ing. Heepke riassunto sommariamente sopra, il calore prodotto da 30 kg di coke
metallurgico (con potere calorifico inferiore di 6.470 Kcal/kg) e da una bara di 40 kg di legno
stagionato con potere calorifico inferiore di 3.000 Kcal/kg (di cui solo i 2/3 effettivamente
utilizzabile). Ciò a causa delle ingenti perdite di calore che si verificano nel corso di una
cremazione (aria di combustione, irraggiamento e conduzione, incombusti, ecc.).
Riprendendo l’esempio esposto sopra, nell’ipotesi più favorevole alla tesi di Muehlenkamp
che tutta l’acqua del cadavere fosse andata perduta durante la putrefazione ma la sua sostanza combustibile fosse rimasta intatta, il potere calorifico superiore di un cadavere di 35 kg disidratato sarebbe stato di circa 75.500 Kcal. Ma nel bilancio termico di un forno crematorio riscaldato con coke, nonostante le 105.000 Kcal prodotte dal cadavere, per la cremazione erano ancora necessarie ([6.470 x 30] + [0,66 x 40 x 3.000] =) 273.300 Kcal, 2,6 volte più del calore prodotto dal cadavere.
L’affermazione di Muehlenkamp che il consumo di legna necessario per bruciare i cadaveri
dei presunti gasati di Bełżec fosse «anche molto inferiore» a quello da lui calcolato, cioè 0,58
o 1,75 kg di legna per kg di carcassa, è decisamente assurda, perché la base dei suoi calcoli è
un’arsione di carcasse fresche di maiali che avevano un contenuto di sostanze combustibili in
proporzione necessariamente superiore a quello dei cadaveri putrefatti di Bełżec.
L’affermazione di Muehlenkamp citata sopra è per di più in contraddizione con il suo
insensato ragionamento, perché i cadaveri avrebbero perduto tutto o la maggior parte del loro potere calorifico durante la fase di putrefazione delle fosse comuni, perciò alla loro
esumazione di combustibile avrebbero avuto ancora poco o nulla.
La conclusione di Muehlenkamp non è dunque soltanto basata su un errore di calcolo, ma è
anche logicamente insensata e termotecnicamente assurda, ben degna della sostanza
organica cui si è riferito.
Alla fine Muehlenkamp si richiama al ben noto libro di Y. Arad onde mostrare che le sue
«assunzioni e conclusioni non hanno un carattere puramente teorico, ma corrispondono alle
esperienze di arsione di cadaveri fatte dal personale del campo e dai detenuti permanenti dei
campi dell’Azione Reinhard(t), sulle quali la descrizione di Arad è presumibilmente basata».

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Seguono due citazioni del libro in questione di cui Muehlenkamp considera particolarmente
significative le seguenti frasi:
«All’inizio sui corpi fu versato un liquido infiammabile per favorirne la combustione,
ma poi ciò fu considerato superfluo; le SS incaricate della cremazione si convinsero
che i cadaveri bruciavano bene anche senza combustibile supplementare. […]
Questi corpi [cioè i cadaveri freschi] non bruciavano bene come quelli estratti dalle
fosse e dovevano essere innaffiati di combustibile prima di essere bruciati».
Ma se queste affermazioni sono basate su testimonianze, ciò non significa che esse
confermino i calcoli insensati di Muehlenkamp, ma soltanto che sono false testimonianze, in
quanto sia la cremazione di cadaveri senza combustibile supplementare, cioè
l’autocombustione, sia la maggiore combustibilità di cadaveri putrefatti rispetto a cadaveri
freschi sono delle semplici assurdità.
Oltre quanto ho esposto sopra, a conferma di ciò si possono addurre altre esperienze reali, ad
esempio il fatto che, negli anni Trenta del secolo scorso, una cremazione senza combustibile
supplementare non era possibile neppure nel forno a gas Volckmann–Ludwig, il miglior
sistema costruttivo dell’epoca, sebbene fosse pubblicizzato come un impianto che funzionava
senza calore supplementare, anzi addirittura col calore prodotto dai cadaveri cremati152; nel
1930 infatti, nel crematorio di Amburgo–Ohlsdorf, in sette mesi in un forno di questo tipo
furono cremati 2.500 cadaveri con 103 metri cubi di gas naturale (gas illuminante) più il
calore fornito da una bara di 35 o 40 kg.
Qui vale la pena di osservare che la storiografia olocaustica non si è mai preoccupata di
studiare seriamente il problema della cremazione dei cadaveri nei campi dell’“Aktion
Reinhard(t)”. Essa si è invece limitata a riferire acriticamente le insensate dichiarazioni di
sedicenti “testimoni oculari”, come ha fatto appunto Y. Arad. Sta di fatto, comunque, che,
persino ammettendo i dati di Muehlenkamp, l’amministrazione di Bełżec avrebbe dovuto
disporre di un enorme magazzino per depositarvi la legna. Persino il fabbisogno giornaliero
di 72.325 kg di legna fantasticato da Muehlenkamp corrisponde a circa 120 merti cubi: una
semplice scorta per tre giorni avrebbe occupato 360 metri cubi. Dove veniva sistemata questa
legna? E da dove veniva?
.
4.3. “La durata della cremazione
.
Nella trattazione di questa questione Muehlenkamp è stranamente laconico. Espongo
anzitutto gli argomenti del mio studio:
«Nessun testimone ha descritto la struttura dei roghi e la tecnica di cremazione.
Assumendo che fosse identica a quella presuntamente adottata a Treblinka, i cadaveri
sarebbero stati cremati su due o tre griglie fatte con traversine ferroviarie di 90 metri
quadrati ciascuna153. Assumiamo tre griglie. Il quantitativo di legna che può bruciare
su una griglia di tal fatta si aggira intorno agli 80 kg all’ora per metro quadrato,
dunque (90 x 80 =) 7.200 kg all’ora per una griglia e 21.600 per tre griglie. Pertanto
per bruciare le 1.064 tonnellate di legna giornaliere, sarebbero state necessarie
(1.064.000: 21.600 =) 49 ore di combustione continua. Se si aggiunge un giorno per il
raffreddamento del rogo, la rimozione delle ceneri e la costruzione di un nuovo rogo,
la cremazione di 6.650 cadaveri sarebbe durata non meno di tre giorni e tutta
l’impresa avrebbe richiesto almeno 9 mesi. La cremazione, dunque, non sarebbe
cessata nel marzo 1943, ma nel mese di settembre.
152 Un articolo del 1931 era appunto intitolato Il corpo umano come combustibile (Stort, «Der menschliche Körper als Heizstoff», in: Die Umschau im Wissenschaft und Technik, n. 26, 1931).
153 C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager?, op. cit., pp. 182-184.

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Se invece si considerano due griglie, secondo la dichiarazione di H. Gley, la
cremazione sarebbe durata più di 13 mesi.
Secondo due sedicenti superstiti di Treblinka addetti alla cremazione dei cadaveri,
Motle Zaidl e Itzhak Dugin, “il rogo bruciava per sette–otto giorni”154. Perciò due
roghi sui quali fosse stato collocato l’iperbolico quantitativo di 3.325 cadaveri
ciascuno avrebbero consumato i 600.000 cadaveri in ([600.000 : 6.650] x 6~7 =] 541
~ 631 giorni, cioè da 18 a 21 mesi».
Egli mi oppone soltanto i suoi dati fallaci che ho confutato sopra, ossia la cremazione totale
di 434.000 cadaveri (invece di 600.000) in cinque mesi (invece di tre mesi: gennaio–marzo
1943) e giornaliera di 2.893 cadaveri (invece di 6.650) con un consumo di 72.325 kg (invece
di 1.064.000), pari a 1 kg di legna per kg di cadavere (invece di 3,5 kg), da cui risulta la
fallace conclusione che la cremazione su una griglia sarebbe durata circa dieci ore e su due
griglie circa cinque ore, il doppio assumendo un rapporto legna/cadavere di 2:1.
En passant, Muehlenkamp che si appella a descrizioni basate anche solo «presumibilmente»
su testimonianze, omette quelle di Motle Zaidl e Itzhak Dugin, perché dicono che a
Treblinka «il rogo bruciava per sette–otto giorni», ossia 9 volte la durata più lunga da lui
concessa.
Se si considerano le circostanze effettive che ho descritto sopra, la pretesa che si siano potuti
cremare 2.893 cadaveri al giorno ininterrottamente per 150 giorni consecutivi, notte e dì,
nella neve, nel ghiaccio e sotto l’acqua, è francamente ridicola.
.
4.4 “Il terreno estratto dalle fosse
.
Anche questo paragrafo è insolitamente breve. Al riguardo ho scritto quanto segue:
«Nello scavo di una fossa la terra estratta, prima compressa, si dilata normalmente
fino ad aumentare il suo volume del 10–25%. Abbiamo visto sopra che l’inumazione
di 600.000 cadaveri avrebbe richiesto fosse comuni per un volume complessivo di
75.000 metri cubi e 20.800 metri quadrati. I 75.000 metri cubi di sabbia estratti dalle
fosse, con un aumento del 10%, sarebbero diventati circa 82.500. Dove sarebbe stato
messo questo enorme quantitativo di sabbia? Se esso fosse stato sparso all’interno del
campo in uno strato uniforme alto 2 metri, avrebbe occupato una superficie di (82.500
: 2 =) 41.250 metri quadrati, cioè l’intero campo meno le fosse comuni! La sabbia
asciutta ha un peso specifico di 1,4, perciò gli 82.500 metri cubi di sabbia
summenzionati corrisponderebbero a (82.500 x 1,4 =) 115.500 tonnellate,
l’equivalente di oltre 4.600 vagoni ferroviari pieni o oltre 24.000 autocarri pieni. Se le
fosse piene di cadaveri furono ricoperte con uno strato di sabbia di 30 centimetri, ne
furono impiegati (20.800 x 0,3 =) circa 6.200 metri cubi, ma allora dove furono messi
i restanti (82.500 – 6.200 =) 76.300 metri cubi?
Questo enorme quantitativo di sabbia non poté essere ammucchiato nel campo, né
trasportato fuori di esso, perciò non fu estratto affatto e le relative fosse non furono
mai scavate».
Egli obietta che qui non è questione di 75.000 metri cubi, ma dei 21.310 stimati da Kola, che
egli aumenta generosamente a 30.000, ma anche così le fosse comuni colme fino all’orlo
avrebbero accolto solo 240.000 dei 600.000 presunti cadaveri.
Per quanto riguarda la sabbia estratta dalle fosse, egli calcola 35.700 metri cubi, invece di
82.500 se al campo fossero stati realmente seppelliti 600.000 cadaveri, e afferma che essa
«avrebbe potuto essere ammucchiata in uno strato alto 4 metri su 8.925 metri quadrati
o meno di un sesto dell’area del campo (la maggior parte dei mucchi di terra che ho
visto ultimamente erano alti almeno 4 metri). Come? Con autocarri, naturalmente; se
154 C. Lanzmann, Shoah. Fayard, Parigi, 1985, p. 26.

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il suolo estratto dalle fosse comuni pesava 35.700 x 1,4 = 49.980 tonnellate,
bastavano all’incirca 10.000 carichi di autocarro da 5 tonnellate per questo».
“Carichi di autocarro”, sottolinea ingenuamente Muehlenkamp, non “autocarri”, come se io
parlando di «24.000 autocarri pieni» intendessi che erano necessari 24.000 autocarri per
portare via la sabbia!
Poi continua:
«Con 10 viaggi al giorno ad un deposito vicino, 1.000 autocarri avrebbero potuto
movimentare questo carico in un solo giorno, 100 autocarri in 10 giorni e 10 autocarri
in 100 giorni. Anche se la “enorme quantità di sabbia” di Mattogno fosse stata
rimossa in 100 giorni, il che sarebbe molto meno della durata delle operazioni di
gasazioni a Bełżec, [ciò sarebbe avvenuto] con non più di 24 autocarri!».
Muehlenkamp annaspa di nuovo in ipotesi puramente teoriche che riguardano mere
possibilità, non la realtà. Il dato di fatto reale e certo è che solo l’imputato Schluch accennò a
tale questione, dichiararando esplicitamente che «la terra estratta era stata accumulata sul
margine» delle fosse155, il che è evidentemente impossibile, perciò ho asserito che la sua
dichiarazione «non può essere vera in relazione ad una inumazione in massa di queste
proporzioni»156.
Muehlenkamp obietta che una parte della sabbia può essere rimasta sul bordo delle fosse e
un’altra parte può essere stata portata via, ma una tale eventualità non è corroborata da alcuna
testimonianza. Il suo errore costante è di ragionare in astratto, senza riferimento specifico al
dato concreto: i luoghi e le testimonianze. In astratto, ovviamente, tutto è possibile.
Ma né gli inquirenti sovietici, né quelli polacchi, né i testimoni oculari sapevano nulla di un
«deposito vicino» al campo, né di uno «strato alto 4 metri su 8.925 metri quadrati o meno di
un sesto dell’area del campo», né dei 10.000 “carichi di autocarro” di sabbia, né dei (10.850 :
5 =) 2.170 o (21.700 : 5 =) 4.340 “carichi di autocarro” di legna, secondo Muehlenkamp:
come poté sfuggire tutto ciò agli osservatori attenti del luogo che vedevano e sapevano tutto
ciò che accadeva al campo?
4.5. “Le ceneri
Su questo punto ho argomentato come segue:
«Dalla cremazione di un cadavere in un forno crematorio si produce circa il 5% di
ceneri con un peso specifico di circa 0,5. In una cremazione all’aperto il quantitativo
delle ceneri aumenta sensibilmente. Dalla combustione della legna risulta circa l’8%
di ceneri con peso specifico di circa 0,34. Pertanto le presunte 600.000 vittime
avrebbero lasciato (600.000 x 45 x 0,05 =) 1.350.000 kg o 1.350 tonnellate di ceneri,
con un volume di (1.350 : 0,5 =) 2.700 metri cubi. Le ceneri del legname sarebbero
invece ammontate a (96.000 x 0,08 =) 7.680 tonnellate, pari a (7.680 : 0, 34 =) circa
22.600 metri cubi. Complessivamente, dunque, dall’immane cremazione sarebbero
risultate (1.350 + 7.680 =) 9.030 tonnellate o (2.700 + 22.600 =) 25.300 metri cubi di
ceneri.
Tuttavia il volume totale delle fosse individuate da A. Kola è di 21.310 metri cubi.
Dunque, anche se tutte le fosse fossero piene fino all’orlo di ceneri non frammiste a
sabbia, resterebbero ancora (25.300 – 21.310 =) circa 4.000 metri cubi di ceneri pure,
sufficienti a riempire circa 290 autocarri o 60 vagoni ferroviari.
Ma i grafici delle analisi dei 137 campioni di trivellazioni pubblicati da A. Kola
dimostrano che le ceneri nelle fosse sono normalmente frammiste a sabbia e che in
più della metà dei campioni lo strato di ceneri e sabbia è estremamente sottile, e a
volte le ceneri sono addirittura assenti. Inoltre, dei 236 campioni, 99 sono irrilevanti
e, dei 137 rilevanti, più della metà attestano uno strato di sabbia e ceneri molto sottile,
155 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 92.
156 Idem, nota 2 a p. 117.

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mentre nei restanti la percentuale della sabbia non è inferiore al 50% e lo strato di
sabbia e cenere è di spessore molto vario. Infine – fatto taciuto da A. Kola – i resti
umani, oltre che a sabbia, sono frammisti anche a resti animali:
«Questi scavi portarono alla luce anche una grande quantità di ossa umane, che erano
in parte frammiste a resti animali».
Da tutto ciò risulta evidente che il quantitativo di ceneri effettivamente presente nelle
fosse è assolutamente incompatibile con la cremazione di 600.000 cadaveri».
Muehlenkamp concede che la percentuale di ceneri umane che ho addotto (il 5%, come
risulta nella letteratura sulla cremazione157) sia esatta e calcola che 434.000 corpi del peso
medio di 35 kg ciascuno avrebbero prodotto 759.500 kg di ceneri o 759,5 tonnellate, ma
osserva:
«Naturalmente non è corretto calcolare con la media del peso di 35 kg al momento
dell’uccisione invece che col peso del cadavere decomposto di 25 kg stabilito sopra»,
nondimeno mi fa il «favore» di assumere il 5%. Una tale osservazione dimostra tutta
l’inettitudine di Muehlenkamp: egli ignora persino che questo 5% si riferisce alle sostanze
incombustibili contenute nel corpo umano, cioè i sali anorganici (cloruro di potassio, solfato
di potassio, fosfato di potassio, cloruro di sodio, fosfato di sodio, fosfato di calcio, fosfato di
magnesio) che non diminuiscono affatto se un corpo di 35 kg perde 10 kg di acqua e/o di
sostanze combustibili!
Se un corpo normale di 35 kg ha il 5% di ceneri = 1,75 kg, lo stesso corpo che abbia perso 10
kg ha semplicemente il ([1,75 : 25] x 100 =) 7% di ceneri. Aggiungo che questo 5% di
ceneri è ottenibile concretamente soltanto in un forno crematorio; in una cremazione in
massa all’aperto gli incombusti del cadavere sarebbero maggiori.
Muehlenkamp calcola che le 759,5 tonnellate di ceneri summenzionate avrebbero occupato
un volume di 1.519 metri, 2.100 metri cubi se si considerano 600.000 cadaveri.
Per quanto riguarda la legna, assumendo i risultati dei suoi fallaci calcoli, egli afferma che i
(25 x 434.000 =) 15.190.000 kg di cadaveri decomposti avrebbero richiesto per la
cremazione 10.850 tonnellate di legna, in ragione di 1 kg di legna per kg di cadavere, o il
doppio assumendo il rapporto di 2:1. Tuttavia egli concede generosamente, per un altro
«favore», il peso di 35 kg, da cui risultano (35 x 434.000 =) 15.190.000 kg o 15.190
tonnellate, corrispondenti a 3.574 metri cubi, ossia meno del 17% dei 21.319 metri cubi delle
fosse comuni individuate da Kola. Con un rapporto di 2:1, il valore sarebbe di 7.148 metri
cubi, ossia il 34% del volume delle fosse. Perciò il volume totale massimo delle ceneri
sarebbe di (1.519 + 7.148 =) 8.667 metri cubi, meno del 41% del volume delle fosse.
Invece di concedere «favori» a me, Muehlenkamp avrebbe fatto meglio a rispettare i dettami
della sua storiografia, assumendo 600.000 cadaveri. In tal caso le ceneri della legna sarebbero
ammontate a (600.000 x 35 x 2 =) 42.000.000 di kg o 42.000 tonnellate di legna, pari a
(42.000 x 0,08 =) 3.360 tonnellate di ceneri e a (3.360 : 0,34 =) 9.882 metri cubi,
complessivamente (2.100 + 9.882 =) 11.082 metri cubi, o il 56% del volume delle fosse.
Con il rapporto legna/cadavere più realistico di 3,5 kg, risultano 5.880 kg di ceneri, con
volume di 17.294 metri cubi e volume totale di 19.394, vale a dire il 91% del volume delle
fosse!
Muehlenkamp adduce però un’altra descrizione di Y. Arad, presuntamente «basata su
testimonanianze oculari». Ne riporto la parte più importante:
«Alla fine si decise di versare di nuovo le ceneri e i residui ossei nelle fosse vuote e di
coprirle con uno spesso strato di sabbia e di rifiuti. Le ceneri furono versate nelle
fosse in vari strati, alternati con strati di sabbia. Lo strato superficiale constava di terra
di 2 metri di spessore».
157 Così anche nella già menzionata Encyclopedia of cremation, p. 134.

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Ciò significa che questa terra di copertura avrebbe occupato (5.490 x 2 =) 10.980 dei 21.310
metri cubi delle fosse, cioè il 51,5%. In questa prospettiva persino il risultato dei calcoli
infondati di Muehlenkamp rende assurda l’ipotesi dello sterminio in massa, perché
attualmente le ceneri occuperebbero (8.667 – [21.310 – 10.980] x 100 =) quasi l’84% della
parte bassa di tutte le fosse!
Ma egli neppure se ne rende conto, perché commenta che non ci si deve stupire se le ceneri
umane e della legna individuate da Kola occupano un volume così esiguo, dato che esso
risulta esiguo dai suoi calcoli strampalati. Ma il 51,5% del volume totale delle fosse e l’84%
della loro parte inferiore non è poi così esiguo.
Egli esamina inoltre come sono giunto alla conclusione che
«dei 236 campioni, 99 sono irrilevanti e, dei 137 rilevanti, più della metà attestano
uno strato di sabbia e ceneri molto sottile, mentre nei restanti la percentuale della
sabbia non è inferiore al 50% e lo strato di sabbia e cenere è di spessore molto vario.
Infine – fatto taciuto da A. Kola – i resti umani, oltre che a sabbia, sono frammisti
anche a resti animali».
Anzitutto egli mi accusa di aver abusivamente considerato «irrilevanti» i 99 campioni di cui
Kola non ha pubblicato i grafici. Ovviamente non ho omesso di esaminarli, ho solo preso atto
del fatto che Kola non li ha riportati. I 137 grafici da lui pubblicati occupano quattro pagine e
mezza di un libro di 84 (una pagina ne contiene 32), perciò tutti i 236 campioni avrebbero
richiesto sette pagine e mezza, tre in più: Kola voleva forse risparmiare sulla carta? Perché
non li ha pubblicati, se non perché erano, appunto, irrilevanti?
Indi Muehlenkamp riporta una citazione dal libro di Kola, che mostrerebbe un «fattore che
diminuisce considerevolmente il significato delle sue [di Mattogno] affermazioni circa il
quantitativo delle ceneri»:
«Gli scavi hanno dimostrato molti strati di ceneri frammiste alternativamente a
sabbia, il che indica che queste fosse furono usate in molte fasi, ogni volta ricoperte
con un nuovo strato di sabbia. Si può supporre che queste ceneri riempissero
completamente le fosse e che fossero ricoperte solo da un sottile strato di terreno.
Perciò durante la chiusura del campo nel 1943 e i lavori di livellamento effettuati
all’epoca, nonché durante gli scavi predatori nell’area del campo subito dopo la fine
della guerra, la maggior parte delle ceneri umane furono disperse sulla superficie e
tuttora è abbastanza chiara la presenza di tracce di corpi bruciati158 nelle strutture
superficiali, in particolare nella parte occidentale e settentrionale del campo. In queste
stesse parti era localizzata la zona delle fosse».
In realtà si tratta di semplici pretesti per “dimostrare” che il quantitativo delle ceneri
conferma la presunta gasazione–cremazione in massa, come egli dichiara esplicitamente:
«Il volume totale delle fosse è stimato a 21.000 metri cubi. Così una parte importante
del volume delle fosse è costituita prevalentemente da ceneri di corpi e ciò dimostra il
fatto che vi furono uccise e seppellite centinaia di migliaia di persone».
In tal modo Kola ha solo assolto uno dei suoi compiti.
La questione della presenza di ceneri sulla superficie del campo è chiaramente menzionata
nel paragrafo Gli accertamenti polacchi del 1945 del mio studio159, dove ho anche citato il
Protocollo degli scavi nel cimitero del campo di sterminio di Bełżec” redatto il 12 ottobre
1945 da Czesław Godziszewski, giudice istruttore distrettuale del tribunale provinciale di
Zamość. Dallo scavo (non trivellazione!) di 9 fosse da 2 a 8 metri di profondità risultarono:
158 Nel corso della mia visita a Bełżec in compagnia di Jürgen Graf, nel giugno 1997, nell’area del campo non c’era alcuna traccia di corpi bruciati.
159 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 105-108,

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• fossa n. 1 (profondità: 8 m): un primo strato di ceneri frammiste a sabbia alla profondità di 2 metri dello spessore di 1 metro; un secondo strato alla profondità di 4–6 metri;
• fossa n. 2 (6 m): uno strato di ceneri umane dalla profondità di 1,5 a 5 metri;
• fosse n. 3 e 4 (3 m): da 1 a 3 metri ceneri frammiste a sabbia e resti di ossa umane non bruciate
• fosse n. 5, 6, 7, 8 e 9 (2 m): sabbia frammista a ceneri umane e ossa umane, come
mascelle e tibie.
Questi risultati smentiscono la supposizione di Kola che le «ceneri riempissero
completamente le fosse».
Sulla questione delle ceneri sulla superficie del campo ho rilevato ancora:
«Inoltre, come risulta dalla dichiarazione di S. Kozak, la sabbia rimossa dalle fosse fu
sparpagliata alla rinfusa in una vasta area del campo, portando alla luce ceneri e resti
umani. Quando le fosse furono riempite, questo miscuglio di sabbia, ceneri e resti
umani finì sia nell’area dove c’erano originariamente le pareti di separazione delle
fosse, sia in fosse in cui originariamente non c’erano né ceneri né resti, confermando
così l’illusione dell’esistenza di fosse comuni più numerose ed enormi. Anche la
presenza di cadaveri saponificati in aree limitate di tre grandi fosse (vedi § 2a) si
spiega in questo modo, ossia coll’ampliamento di fosse originariamente più
piccole»160.
Quando Kola vi andò per eseguire le sue trivellazioni, il campo era stato spianato e le ceneri
che si trovavano in superficie finirono dappertutto ed egli le trovò appunto dappertutto.
Muehlenkamp cita poi le descrizioni delle fosse di Kola e conclude:
«Come si può vedere, le descrizioni delle fosse comuni non forniscono maggiori
indicazioni per stabilire il quantitativo di ceneri trovate e lo spessore dello strato di
ceneri delle rappresentazioni schematiche esemplificative di una parte dei campioni.
Ciò significa che gli accertamenti di Mattogno al riguardo sono basati su nient’altro
che una congettura che si autoreferenzia».
Proprio perché le descrizioni di Kola non forniscono dati numerici mi sono basato sui grafici
delle trivellazioni, che non sono semplici «rappresentazioni schematiche esemplificative»,
ma diagrammi in scala in cui è raffigurato il contenuto delle fosse e il suo spessore. D’altra
parte non ho affermato che i campioni da me considerati irrilevanti non contenessero ceneri,
ma ho soltanto constato che
«i grafici delle analisi dei 137 campioni di trivellazioni pubblicati da A. Kola
dimostrano che le ceneri nelle fosse sono normalmente frammiste a sabbia e che in
più della metà dei campioni lo strato di ceneri e sabbia è estremamente sottile, e a
volte le ceneri sono addirittura assenti. Inoltre, dei 236 campioni, 99 sono irrilevanti
e, dei 137 rilevanti, più della metà attestano uno strato di sabbia e ceneri molto sottile,
mentre nei restanti la percentuale della sabbia non è inferiore al 50% e lo strato di
sabbia e cenere è di spessore molto vario».
Anche se i restanti 99 campioni mostrassero lo stesso quadro, l’ordine di grandezza non
cambierebbe affatto, perché le percentuali resterebbero invariate.
Al mio rimprovero a Kola di aver taciuto che «i resti umani, oltre che a sabbia, sono
frammisti anche a resti animali», Muehlenkamp oppone due obiezioni. La prima è veramente
gustosa:
«In primo luogo, se Mattogno avesse realmente esaminato attentamente come
pretende i campioni che rappresentano schematicamente il suolo, difficilmente gli
160 Idem, p. 119.

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sarebbe sfuggito il campione 484/XV–30–55 della fossa n. 10 nella figura 13 a p. 15
del libro di Kola, in cui poco più su del bloccaggio (ovviamente da parte di uno strato
di corpi umani)161 è espressamente menzionato il ritrovamento di un canine tooth. Ciò
significa che Kola non aveva difficoltà a menzionare resti animali (animal remains)
nelle fosse comuni».
Così per Muehlenkamp un canine tooth non è un dente canino umano, ma un dente di cane!
Il termine usato da Kola nel testo polacco è “kieł”, che significa appunto dente (umano)
canino. In polacco “cane” si dice “pies” e l’aggettivo “canino” si rende col genitivo del
sostantivo; “dente di cane” è dunque “ząb psa”.
Dopo essersi coperto di ridicolo in questo modo, Muehlenkamp espone la seconda obiezione:
«In secondo luogo, e ciò è più importante, Mattogno, che ha tratto dall’articolo
summenzionato di Tregenza (vedi nota 270 a p. 87) l’informazione sui resti animali
presuntamente omessi da Kola, o non ha letto quest’articolo molto attentamente o
cerca di fuorviare i suoi lettori. Perché i resti animali che Tregenza menziona nel
Postscriptum del suo articolo furono trovati (insieme con un grande quantitativo di
ossa umane, secondo Tregenza) non nelle fosse comuni, ma negli scavi interni ai resti
degli edifici del campo».
Ciò che dice Muehlenkamp è vero, ma che cosa ci facevano ossa animali «insieme con un
grande quantitativo di ossa umane» nell’area degli «scavi interni ai resti degli edifici del
campo»?
4.6. “La superficie reale delle fosse comuni
In questo paragrafo ho rilevato quanto segue:
«Gli accertamenti di A. Kola riguardo alla superficie e al volume delle fosse comuni
sono in realtà piuttosto aleatori. Egli stesso, come abbiamo visto nel § 5, ha rilevato:
“Nella prima zona fu rilevata l’unione di fosse vicine più piccole in fosse più grandi –
possiamo supporre – a causa della distruzione delle pareti di terra che le separavano”.
E alcune pagine dopo ha aggiunto:
“Confusioni supplementari nelle strutture archeologiche furono prodotte dagli scavi
intensivi subito dopo la guerra, quando la popolazione locale cercava gioielli. Questi
fatti rendono difficoltoso per gli archeologi definire esattamente i contorni delle fosse
comuni”.
I Tedeschi lasciarono Bełżec nel settembre del 1943. I Sovietici vi arrivarono nell’ottobre 1944. Nell’ottobre 1945 il tribunale provinciale di Zamość aprì un’inchiesta sul presunto campo di sterminio. Il 14 ottobre il testimone Stanisław Kozak dichiarò:
“Dopo la rimozione della recinzione la popolazione dei dintorni cominciò a scavare il
terreno del campo alla ricerca di oro, brillanti e altri oggetti preziosi lasciati dagli
Ebrei. Ciò dura ancora oggi. Si spiega così la grande quantità di ossa umane che sono
sparpagliate nell’area dell’ex campo e la grande quantità di buche scavate”.
Altri testimoni, come Eustachy Ukraińsky162 e Eugeniusz Goch163 confermarono
questa dichiarazione. Nel suo rapporto dell’11 aprile 1946 il pubblico ministero di
Zamość scrisse:
“Attualmente l’area del campo è completamente scavata dalla popolazione dei
dintorni alla ricerca di oggetti preziosi. In conseguenza di ciò sono venute alla luce le
ceneri di cadaveri umani e di legna, ossa carbonizzate e ossa solo parzialmente
carbonizzate”.
161 Ciò non è per niente ovvio, perché quando questo avviene, nei grafici è specificato “blockade (human corpses)”, ma qui appare la semplice indicazione “blockade”.
162 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 1119.
163 Idem, p. 1135.

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Per di più, come abbiamo visto sopra, 9 fosse erano state scavate per disposizione del
giudice istruttore distrettuale Cz. Godziszewski il 12 ottobre 1945. L’area del campo
rimase esposta agli scavi della popolazione locale fino alla fine del 1963, quando esso
fu trasformato in monumento con la costruzione dell’attuale recinzione164. Quante
fosse vi furono scavate in un paio di decenni?»165.
Muehlenkamp replica così:
«Come risulta evidente dalla citazione da parte di Mattogno dell’affermazione di Kola
all’inizio di questo paragrafo, il gruppo di lavoro di Kola era ben consapevole delle
difficoltà create dalle predazioni del dopoguerra nella localizzazione delle fosse
comuni. Si può così presumere che, contrariamente alle accuse di Mattogno alla fine
di questo paragrafo, Kola e il suo gruppo di lavoro considerò la possibilità di una
modificazione originale della forma o della superficie delle fosse dovute agli scavi
predatori».
Ma la mia “accusa” è questa:
«A. Kola, che doveva fornire la “prova materiale” del presunto sterminio in massa a
Bełżec, non ha tenuto conto di questi fatti, perciò la planimetria delle fosse da lui
indicata è del tutto aleatoria, al pari della loro superficie, del loro volume e del loro
stesso numero».
In altri termini, io affermo che le 33 fosse con superficie di 5.490 metri quadrati e 21.310
metri cubi identificate da Kola comprendono anche tutte le fosse e gli scavi precedenti
menzionati sopra, mentre Muehlenkamp sostiene che egli «considerò la possibilità» di ciò,
cosa che ho scritto pure io. Ma il problema è che per lui si trattava di una possibilità
puramente teorica che non ha tradotto in pratica neppure in forma dubitativa, asserendo ad
esempio che numero, superficie e volume delle fosse comuni originarie erano almeno
probabilmente minori di quanto da lui accertato.
Muehlenkamp afferma inoltre che
«le modificazioni della struttura delle fosse dovute agli scavi predatori non cambia il
fatto che l’area della maggior parte delle fosse identificate da Kola»,
26 su 33, secondo il suo conteggio, come dimostrerebbero le figure delle fosse pubblicate da
Kola,
«ha una forma geometrica regolare (quadrato, rettangolo, trapezoide)»,
perciò, conclude Muehlenkamp,
«è evidente che queste forme regolari difficilmente possono essere state il prodotto di
scavatori di fosse».
Egli mi dà qui l’opportunità di un ulteriore approfondimento di questa importante questione.
In realtà le forme geometriche delle fosse comuni delineate da Kola non costituiscono un
fatto, ma una sua arbitraria congettura. A p. 70 del suo libro Kola pubblica la mappatura
delle trivellazioni eseguite nell’area del campo a 5 metri di distanza l’una dall’altra166 I
cerchietti rappresentano le 2.227 trivellazioni eseguite da Kola, quelli colorati in rosso le
trivellazioni che hanno rilevato la presenza di fosse comuni, che dovrebbero essere 236 ma in
questa mappatura sono 229. Unendo questi cerchietti si ottengono 21 aree da cui Kola ha
desunto il numero e la forma delle fosse. Tuttavia queste aree non hanno nulla a che vedere
né con il numero, né con la forma di queste fosse, come risulta evidente dal confronto tra
queste aree e i relativi disegni di O’Neil167:
• le aere n. 1 e 2 dovrebbero corrispondere alle fosse n. 13, 33, 32 e 9,
• l’area n. 3 alla fossa n. 29,
Documento 7.Click...

Documento 7.Click…

Documento 8.Click...

Documento 8.Click…

164 Ciò avvenne il 1° dicembre 1963. R. Sforni, Il sabba di Bełżec, op. cit., p. 98.

165 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 118-119.
166 Vedi documento 7.
167 Vedi documento 8.

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• l’area n. 4 e 5 alla fossa n. 26,
• l’area n. 5 alla fossa n. 25,
• l’area n. 6 alle fosse 27, 28, 30 e 31,
• l’area n. 7 alle fosse 12 e 24,
• l’area n. 8 alla fossa n. 10,
• l’area n. 9 e 11 alla fossa n. 14,
• l’area n. 10 alle fosse 16 e 17,
• l’area n. 12 alle fosse 15, 18 e 19,
• l’area n. 13 alla fossa n. 20,
• l’area n. 14 alla fossa n. 8,
• l’area n. 15 alla fossa n. 7,
• l’area n. 16 alla fossa n. 22,
• l’area n. 17 alle fosse n. 6 e 23,
• le aree n. 18 e 20 alla fossa n. 5,
• l’area n. 19 alla fossa n. 3,
• l’area n. 21 alle fosse n. 1 e 4,
• le 3 trivellazioni a destra dell’area 19 alla fossa n. 2,
• la (una sola!) trivellazione sotto l’area 14 alla fossa n. 11,
• la (una sola!) trivellazione sotto l’area 15 alla fossa n. 21.
Come si vede, «definire esattamente i contorni delle fosse comuni» era tanto «difficoltoso»
che Kola li ha definiti in modo del tutto fantasioso e arbitrario. I suoi disegni delle fosse
comuni, con le 26 forme geometriche su 33 che Muehlenkamp afferma di aver individuato,
sono dunque puramente fittizi e non corrispondono affatto ai risultati delle trivellazioni.
D’altra parte, poiché le trivellazioni sono orientate secondo linee ortogonali nord–sud ed
ovest–est, è facile trovare nelle aeree summenzionate linee rette ed angoli retti, che però non
seguono l’andamento dei contorni delle fosse, bensì, appunto, quello delle trivellazioni.
Come ho rilevato sopra, sia la posizione sia la forma delle fosse presuntamente identificate
da Kola sono chiaramente incompatibili con la presunta razionalizzazione scientifica dello
sterminio che viene attribuita ai Tedeschi, concetto che ho espresso paradossalmente
scrivendo che «se il comandante di Bełżec avesse fatto scavare le fosse comuni in questa
disposizione, sarebbe stato fucilato per sabotaggio». Ciò risulta particolarmente evidente dal
confronto della pianta di O’Neil con quella di Arad168, che ho orientato allo stesso modo. In
tale pianta, le fosse comuni sono indicate dai rettangoli contrassegnati dai n. 18 e 19;
quest’ultimo rappresenta un fossato anticarro usato come fossa comune169. Come ho
osservato nel mio studio,
«se si prende in esame la pianta di Bełżec pubblicata da Yitzhak Arad, si deve
concludere che gli alloggi delle guardie ucraine, gli impianti sanitari (barbieri,
infermeria, dentisti per SS e Ucraini), la cucina per le guardie ucraine, il garage e i
laboratori di calzoleria e sartoria (indicati nella pianta con i numeri 3,4,5, 7 e 8) si
trovavano a ridosso di fosse comuni o addirittura sopra di esse!».
Documento 9. Click...

Documento 9. Click…

Documento 10.Click...

Documento 10.Click…

La pianta di Arad è perlomeno razionale e bisogna ritenere, con Muehlenkamp, che essa sia

«presumibilmente basata» sulle osservazioni fatte «dal personale del campo e dai detenuti
permanenti» del campo di Bełżec, come le altre affermazioni di Arad da lui addotte.
Se si confronta la pianta di O’Neil anche con quella disegnata dall’ex SS-Unterscharführer
Robert Jührs170, bisogna inoltre concludere che l’area delle fosse comuni era limitata
esclusivamente al quadrante nord-ovest del campo, che copriva meno di un quarto della sua
superficie, sicché le fosse di Kola n. 1, 2, 3, 4, 5, 15, 18, 19, 20 ne restavano al di fuori
completamente, la fossa n. 14 per metà. Poiché queste fosse hanno un volume complessivo
168 Vedi documento 9.
169 Y. Arad, Bełżec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard death camps, op. cit., pp. 436-437.
170 Vedi documento 10.

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di 7.775 metri cubi, ne consegue che le fosse originarie non occupavano più di (21.310 –
7.775 =) 13.535 metri cubi, con una superficie di circa 3.500 metri quadrati.
In conclusione, il numero, la forma e le dimensioni delle fosse comuni presuntamente
individuate da Kola sono del tutto arbitrari, la loro posizione è irrazionale e in contrasto con
le testimonianze di ex detenuti (Reder) e di imputati (Jührs), con le indagini polacche
(Commissione di inchiesta sui crimini tedeschi in Polonia) e con la storiografia (Arad).
4.7. “La capienza delle fosse comuni
In questo paragrafo ho addotto a titolo di confronto una reale esumazione di cadaveri
eseguita in fosse comuni presso il campo di Treblinka I:
«Nell’agosto 1944 i Sovietici trovarono 3 fosse comuni con superficie totale di circa
150 metri quadrati e volume di circa 325 metri cubi, di cui 250 effettivamente
utilizzati (i cadaveri erano coperti da uno strato di sabbia di circa 50 centimetri) che
contenevano in tutto 305 cadaveri, dunque 1,2 cadaveri per metro cubo171. Un anno
dopo i Polacchi, nel bosco di Maliszewa, circa 500 metri a sud del campo di
Treblinka I, scoprirono 41 fosse comuni con una superficie complessiva di 1.607
metri quadrati le quali, secondo la stima del giudice Łukaszkiewicz, contenevano
6.500 cadaveri. Secondo il medico legale, infatti, una fossa di metri 2 x 1 x 1
conteneva 6 cadaveri, ossia 3 cadaveri per metro cubo172.
Dunque anche l’ipotesi puramente teorica che le fosse comuni originarie potessero
contenere 170.500 cadaveri resta priva di basi materiali e la cifra effettiva dev’essere
notevolmente ridimensionata».
Muehlenkamp afferma che questo confronto è «semplicemente ridicolo». Ed eccone il
motivo:
«Dovrebbe essere facilmente comprensibile che il numero dei corpi seppelliti per
metro cubo in altre fosse comuni in altri luoghi, usando altri metodi e con in mente
altri scopi non è di alcuna importanza per sapere quanto volume disponibile delle
fosse fu usato a Bełżec o in altri campi dell’ Aktion Reinhard(t). Le fosse del campo
di lavoro del campo di Treblinka I presso il campo di sterminio di Treblinka II
menzionate da Mattogno, contenevano ovviamente i cadaveri di lavoratori morti o
uccisi, tutti o in maggioranza adulti, che furono semplicemente gettati nelle fosse
senza riguardo al maggiore sfruttamento possibile del volume della fossa. D’altra
parte a Bełżec le vittime erano per lo più donne e bambini e come in altri campi dell’
Aktion Reinhard(t) i corpi vi erano accuratamente disposti nelle fosse in modo tale da
sfruttare il più possibile il volume disponibile delle fosse, come già mostrato nel
paragrafo 4.1.».
Muehlenkamp è tanto immerso nelle sue inconsistenti congetture che il confronto con la
realtà gli appare «ridicolo». La sua spiegazione si basa appunto su una semplice congettura,
che cioè a Bełżec i presunti cadaveri fossero stati «accuratamente disposti nelle fosse in
modo tale da sfruttare il più possibile il volume disponibile delle fosse». Come ho dimostrato
sopra, questa congettura non solo non è suffragata da alcuna prova, ma è categoricamente
smentita dalle testimonianze di Reder e di Gerstein.
Dal confronto con le fosse comuni di Treblinka I non ho tratto la conclusione che anche le
fosse comuni di Bełżec potessero contenere solo 3 cadaveri per metro cubo, ma che la cifra
puramente teorica di circa 170.500, basata sulla presenza di 8 cadaveri per metro cubo
(21.310 x 8) era sicuramente eccessiva.
Sopra ho rilevato che 6 cadaveri di adulti equivalgono a 7,20 cadaveri di adulti e bambini–
ragazzi nel rapporto di 2:1. I 3 cadaveri di adulti delle fosse comuni di Treblinka
corrispondono pertanto a 3,6 cadaveri di adulti e bambini–ragazzi delle ipotetiche fosse
171 C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager?, op. cit., pp. 97-98.
172 Idem, pp. 110-111.

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comuni di Bełżec. Perciò, volendo quantificare, le fosse comuni di Kola avrebbero potuto
contenere (21.310 x 3,6 =) 76.716 dei circa 434.000 o 600.000 cadaveri dei presunti gasati.
Indi Muehlenkamp tenta un’incursione nella realtà con un paragone, quello sì,
«semplicemente ridicolo»:
«Per illustrare ulteriormente fino a che punto le fosse erano piene in questi campi c’è
la lamentela fatta nell’ottobre del 1942 dal comandante locale di Ostrow circa l’odore
insopportabile dei corpi degli Ebrei seppelliti “non adeguatamente” a Treblinka, che a
quanto pare aveva raggiunto questi signori del posto di comando, a 20 km di distanza
da campo».
Il testo originale del documento dice «nicht ausreichend beerdigt»173, ossia «seppelliti
insufficientemente», il che può significare soltanto che erano stati ricoperti di uno strato
insufficiente di terra, perciò si diffondeva la puzza.
Ma che cosa c’entra questo col presunto «maggiore sfruttamento possibile del volume della
fossa» o con la presunta disposizione accurata dei cadaveri nelle fosse?
Per di più, nulla esclude che il documento in questione si riferisse ai circa 6.800 cadaveri
summenzionati di Treblinka I, eventualità che rende ancora più ridicolo il paragone di
Muehlenkamp.
Egli conclude asserendo che Mattogno «paragona mele con arance, una nota tattica delle
menzogne “revisionistiche”».
Come ho dimostrato sopra, è lui che paragona letame con corpi umani, una nota tattica delle
menzogne “olocaustiche”.
5. “Spiegazioni alternative
Muehlenkamp dichiara che
«le conclusioni della storiografia (cui credo che Mattogno non appartenga) circa
l’assassinio di almeno 434.000 persone nel campo di sterminio di Bełżec sono
compatibili non solo con le fosse comuni localizzate e descritte da Kola, ma anche
con le altre prove, costituite da testimonianze oculari di testimoni, deposizioni di
imputati, documenti e dati demografici».
Sopra ho dimostrato la totale inconsistenza delle sue obiezioni e conseguentemente di queste
conclusioni. Ciò che invece qui è importante sottolineare, è il fatto che Muehlenkamp omette
tutta la mia discussione sui ritrovamenti archeologici (strutture edilizie) di Kola, ossia
l’intero paragrafo 5, Le indagini archeologiche polacche: gli edifici174, del capitolo che egli
ha preteso di confutare. L’omissione è grave, perché Kola non ha trovato la minima traccia
dei due presunti edifici di gasazione, come ha ammesso R. O’Neil dichiarando:
«Non abbiamo trovato alcuna traccia delle baracche di gasazione risalenti alla prima o
alla seconda fase della costruzione del campo»175.
Riassumo le conclusioni della mia analisi dei ritrovamenti di Kola.
Riguardo al presunto primo edificio di gasazione:
«Ricapitolando, la baracca di S. Kozak [le presunte camere a gas] si trovava in un
luogo diverso dai resti della “costruzione D”176; fu costruita espressamente come
struttura di gasazione, mentre la “costruzione D” fu eretta con diversa funzione;
misurava m 12 x 8 contro i m 26 x 12 di quest’ ultima; era suddivisa in tre locali
contro i sei della “costruzione D”, e infine nelle vicinanze di quest’ultima non c’è
alcuna traccia della ferrovia campale: dunque la descrizione di S. Kozak è in totale
disaccordo con i ritrovamenti archeologici».
173 Archivio Nazionale di Washington, T 501, Roll 219, fotogramma 461.
174 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 123-129.
175 Idem, p. 129.
176 I resti di una costruzione che Kola voleva spacciare per primo edificio della gasazione.

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Riguardo al presunto secondo edificio di gasazione:
«Ricapitolando, da un lato i reperti archeologici contraddicono le testimonianze e gli
accertamenti giudiziari rendendoli inattendibili; dall’altro l’ipotesi di A. Kola circa la
funzione della “costruzione G”177 è contraddetta dalle testimonianze e dagli
accertamenti giudiziari. Ma, se si accetta la tesi ufficiale, non è possibile svincolarsi
da queste fonti: o le camere a gas sono esistite come le descrivono i testimoni, o non
sono esistite affatto. E poiché i reperti archeologici contraddicono i testimoni, le
camere a gas della seconda fase del campo non sono mai esistite».
I penosi e inani sforzi di Kola per individuare le presunte camere a gas confermano
pienamente che questo, insieme all’individuazione delle fosse comuni, era lo scopo
prioritario delle sue ricerche.
Muehlenkamp, che si è accanito su ogni particolare dei miei argomenti, qui ha taciuto,
evidentemente perché non sapeva che cosa controbattere. Egli ha taciuto la verità per lui
troppo imbarazzante che le dichiarazioni dei “testimoni oculari” sulle camere a gas sono state
nettamente smentite dalle indagini archeologiche di Kola, sicché nessuno può dire, se non per
un atto fideistico, che siano realmente esistite. E non ci si venga a dire che, di tutte le
strutture edilizie che si trovavano al campo, le SS avrebbero distrutto fin dalle fondamenta
soltanto le presunte camere a gas, lasciando intatte le fondamenta delle altre: forse perché
sapevano già che una cinquantina di anni dopo Kola sarebbe andato a cercarle con la sua
trivella a mano?
Ma ormai nessuno potrà più cercare nulla. Come risulta dalle fotografie pubblicate in rete178,
i lavori per la costruzione del memoriale hanno sconvolto il terreno dell’ex campo di Bełżec.
Una camminamento a mo’ di trincea di cemento armato attraversa il campo nella sua
lunghezza e la superficie del campo è stata ricoperta di grosse pietre179, sicché ormai
qualunque verifica dei dati addotti da Kola è diventata impossibile.
Muehlenkamp ha taciuto inoltre tutti gli argomenti che dimostrano quanto sia insensata la
storia delle camere a gas di scappamento di un motore Diesel da me addotti nel libro
Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp, pp. 139-170, ai quali avevo esplicitamente
rimandato:
« Non ho invece ritenuto opportuno riproporre le obiezioni tecniche relative alla
gasazione con i gas di scarico di un motore Diesel che valgono per le presunte camere
a gas di Treblinka quanto per quelle di Bełżec»180.
Riporto i titoli dei relativi paragrafi e un brevissimo accenno al contenuto per darne solo
un’idea, premettendo che il tutto rientrava in un preteso segreto di Stato ordinato dalle
massime autorità nazionalsocialiste:
1) Progettazione e costruzione dei “campi di sterminio” orientali: “campi di sterminio”
costruiti senza una precisa progettazione e uno specifico bilancio;
3) Motore Diesel o motore a benzina?: inadeguatezza di un motore Diesel rispetto a uno a
benzina per lo sterminio con i gas di scarico;
4) La “lotta” tra il gas di combustione e l’acido cianidrico: scelta del gas di scarico di un
motore Diesel nonostante la consapevolezza che fosse inadeguato rispetto allo Zyklon B;
5) La “missione” di Kurt Gerstein: l’assurda vicenda di un ufficiale SS inviato a sostituire il
sistema di sterminio dei campi orientali mediante gas di scarico di un motore Diesel, perché
considerato inadeguato, con il sistema dell’acido cianidrico, e ritornato senza aver fatto nulla
e senza render conto a nessuno del suo operato;
177 I resti di un’altra costruzione che Kola voleva spacciare per secondo edificio della gasazione
178 Nel sito http://www.deathcamps.org/Bełżec/buildingsite.html.
179 Nel sito http://www.scrapbookpages.com/Poland/Belzec/Belzec02.html
180 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 8.

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6) Motori russi o motori tedeschi?: l’assurdo impiego di vecchi motori Diesel russi per
attuare il presunto sterminio, che tra l’altro, avrebbe costretto i gasatori a catturare carri
armati russi intatti o a chiedere i pezzi di ricambio a Stalin;
7) Camere a gas o camere di asfissia?: l’assurda costruzione di camere a gas dove le vittime
sarebbero morte per gasazione in circa 30-40 minuti, per asfissia in circa 20-30 minuti;
8) Il problema della pressione nelle camere a gas: la sovrappressione generata dal motore
Diesel (funzionante come un compressore) avrebbe fatto esplodere la camera a gas o
equilibrato quella del motore, spegnendolo in pochi minuti.
Si aggiungano le contraddizioni inesplicabili dei due “testimoni oculari” fondamentali:
Gerstein parla inequivocabilmente di un «motore Diesel» (Dieselmotor), Reder, altrettanto
inequivocabilmente, di un «motore con propulsione a benzina», di un «motore azionato a
benzina» (motor pędzony benzyną) che consumava «4 bidoni di benzina al giorno» o «circa
80-100 litri di benzina al giorno». Gerstein attribuisce inoltre ai gas di scarico del suo motore
Diesel la morte delle vittime delle presunte camere a gas, Reder afferma invece che i gas di
scarico del suo motore a benzina erano convogliati all’esterno delle camere a gas!181.
Ciò che ho prospettato nel capitolo V del mio studio, e le critiche di Muehlenkamp che
espongo sotto, devono essere considerate alla luce di tutto ciò.
Sulla mortalità effettiva di Bełżec, ho ipotizzato che
«sebbene sia impossibile stabilire il numero di questi morti, dalle considerazioni
esposte sopra si può ipotizzare comunque un ordine di grandezza di qualche decina di
migliaia».
Muehlenkamp si chiede perché le SS avrebbero avuto bisogno di 33 fosse con superficie di
5.919 metri quadrati e 21.310 metri cubi per seppellire «qualche decina di migliaia» quando
«già secondo i calcoli di Mattogno avrebbero potuto contenere circa 170.000 cadaveri?».
L’obiezione è chiaramente pretestuosa, perché i 170.000 cadaveri sono soltanto una
concessione polemica che non accetto come reale in quanto basata su una densità di cadaveri, sempre polemicamente, spropositata e un numero, una superficie e un volume delle fosse comuni del tutto arbitrari, come ho dimostrato sopra.
Qui è importante rilevare che, mentre la discussione della tesi olocaustica esige l’assunzione
del limite massimo teorico di volume di seppellimento (per cui, se esso poteva accogliere
solo una parte dei corpi dei presunti gasati, la tesi della gasazione in massa cade e tutte le
relative le testimonianze oculari risultano conseguentemente false e storicamente
inutilizzabili), la discussione della tesi revisionistica non richiede nulla e resta aperta ogni
possibilità. Persino la stima che ho esposto sopra di «qualche decina di migliaia» di vittime è
una concessione eccessiva alla tesi olocaustica.
In questo caso il ragionamento di Muehlenkamp vale esattamente al contrario: perché le SS
di Bełżec, dovendo seppellire un numero molto limitato di cadaveri, avrebbero dovuto attuare
un risparmio di spazio? Che cosa avrebbe impedito loro di seppellire 3 o addirittura 2
cadaveri per metro cubo? E di coprire le fosse comuni con uno strato di sabbia più spesso?
Per questo motivo il calcolo del numero delle vittime in base al limite massimo teorico di
volume di seppellimento non ha senso, perché non escluderebbe che il numero reale sia
molto più basso. E la mia stima costituisce appunto il limite massimo teorico del numero
delle vittime.
Muehlenkamp gioca poi sulle parole per irridere ai termini da me usati. Nel mio studio ho
parlato di «un atteggiamento molto duro dei Tedeschi verso gli Ebrei»182 che nella traduzione
americana è stato reso con «very severe» e che egli declassa a «severe», aggettivo che
considera eufemistico riguardo al trasporto da Kolomea a Bełżec del 10 settembre 1942, in
181 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 54.
182 Per un errore questo passo non appare nella versione italiana.

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cui furono ammassati 8.200 Ebrei in 51 vagoni; ma io l’ho descritto come «trasporto
catastrofico»183: un altro “eufemismo”?
Egli afferma che «non c’è nulla di “umano” nel trasportare 100 persone in un vagone
ferroviario nel trasporto del 7 settembre 1942», mentre io ho scritto che «quando era
possibile, i trasporti venivano effettuati in condizioni meno inumane»184, che non è certo la
stessa cosa.
Egli si sofferma minuziosamente su semplici ipotesi che avevo formulato per la mancanza di
qualunque prova documentaria opponendomi ipotesi contrarie che valgono quanto le mie.
Ma l’obiezione che egli ritiene essenziale è questa:
«Infine, perché 434.000 Ebrei avrebbero dovuto essere trasferiti a Bełżec, un campo
con una superficie di non più di 6 ettari? E dove si suppone che fossero stati portati da lì?
Questa è una questione essenziale e ci si aspetterebbe che Mattogno avesse dedicato
la maggior parte del suo libro a rispondervi, perché a meno che egli sia in grado di
spiegare in modo plausibile la sorte di circa 434.000 Ebrei che a suo avviso non
furono uccisi a Bełżec, tutta la sua cavillosità contro la sua selezione di prove sul
campo di sterminio di Bełżec è piuttosto inutile. Tuttavia Mattogno dedica sei pagine
(da 103 a 108) a Il campo di Bełżec nella politica tedesca di deportazione ebraica
all’Est e da nessuna parte in questo capitolo cerca mai di delineare la traiettoria di una
parte di questi 434.000 “all’est” dove afferma che andarono, cioè nei territori occupati
dell’Unione Sovietica».
Una tale obiezione, per riprendere l’espressione di Muehlenkamp, è «semplicemente
ridicola». Com’egli sa bene, sul campo di Bełżec esistono pochissimi documenti, in massima
parte risalenti al marzo 1942, dai quali si possono trarre solo ipotesi.
Se esistessero documenti sul trasferimento di «almeno 434.000 Ebrei» da Bełżec «all’est»,
non esisterebbe la controversia a causa della quale ho redatto il mio studio: Bełżec sarebbe
soltanto e indiscutibilmente un campo di transito. Ma dato che i documenti non esistono, è
già molto se ho dedicato alla questione sei pagine.
Muehlenkamp afferma inoltre che
«a quanto pare Mattogno non si è reso conto che Kolomea è situata in Galizia, ad est
di Bełżec [in realtà a sud–est], e che i rapporti su questo trasporto sono perciò
documenti che mostrano che la pretesa che Bełżec fosse un luogo da dove Ebrei
inabili “andranno oltre il confine e non ritorneranno più nel Governatorato generale”
[come dice il rapporto di Fritz Reuters del 17 marzo 1942 e come io interpreto alla
lettera] era soltanto una cinica menzogna».
In realtà, proprio nella frase da cui Muehlenkamp ha isolato l’aggettivo “severe”, all’inizio
del paragrafo Il campo di Bełżec alla luce dei documenti, ho scritto:
«I pochi documenti originali sulle deportazioni a Bełżec (dalla Galizia) che si sono
conservati, pur mostrando un atteggiamento molto duro dei Tedeschi verso gli Ebrei,
non confermano la loro presunta politica di sterminio ebraico totale».
E qualche pagina dopo ho scritto:
«Nella seconda metà di ottobre dalla Galizia occidentale partirono – verosimilmente
alla volta di Bełżec – trasporti con un numero di deportati enormemente più basso di
quello del 10 settembre da Kolomea»185.
183 Prima avevo parlato dell’ «arrivo di trasporti effettuati in condizioni disastrose – come quello che partì da Kolomea il 10 settembre 1942». Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 121.
184 Idem, p. 138.
185 Idem, p. 139.

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Ma non è questo che bisogna rimproverare a Muehlenkamp, bensì una grave omissione
correlata.
In tale contesto ho infatti rilevato che il 28 ottobre 1942 l’SSObergruppenführer Friedrich
Wilhelm Krüger, lo Höherer SS– und Polizeiführer nel Governatorato generale, promulgò
una “Ordinanza di polizia relativa all’istituzione di zone di residenza ebraica nei distretti di
Varsavia e Lublino” (Polizeiverordnung über die Bildung von Judenwohnbezirken in den
Distrikten Warschau und Lublin) che istituiva 12 zone di residenza ebraica; il 10 novembre
1942 egli designò altre 4 zone di residenza ebraica nel distretto di Radom, 5 nel distretto di
Cracovia e ben 32 nel distretto di Galizia, due delle quali nella circoscrizione di Rawa Ruska
(Rawa Ruska ghetto e Lubaczów), ed ho elencato tutte queste zone di residenza186. Ciò
significa che il 10 novembre 1942 a Rawa Ruska, località situata a circa 20 km dal “campo di
sterminio” di Bełżec, esisteva ancora un ghetto!
Secondo Hilberg, il campo di Bełżec era destinato allo sterminio degli Ebrei del distretto di
Cracovia e della Galizia187, e questi ultimi erano di gran lunga più numerosi. Il rapporto
dell’SSGruppenführer Fritz Katzmann del 30 giugno 1943 dice che, fino al 10 novembre
1942, erano stati «evacuati o trasferiti» dalla Galizia 254.989 Ebrei, il 27 giugno 1943
434.329188. Il rapporto Höfle, come si è visto sopra, menziona 434.508 deportati a Bełżec
fino al 31 dicembre 1942. In tale data in Galizia (distretto di Lemberg) c’erano ancora
161.514 Ebrei189, il 37% del totale, che dunque non furono inviati al “campo di sterminio”
che era stato creato per loro!
Perché il 10 novembre 1942 furono create zone di residenza ebraica in Galizia?
Perché Bełżec cessò la sua presunta attività di sterminio un mese dopo?
Dove furono sterminati i restanti 161.514 Ebrei «evacuati o trasferiti» dalla Galizia ma non
inviati a Bełżec?
Come si è visto sopra, Muehlenkamp aggrava queste contraddizioni pretendendo che
l’esumazione e l’arsione dei cadaveri a Bełżec fosse iniziata nel novembre 1942.
Prima di chiarire la questione realmente essenziale, è bene soffermarsi sull’insinuazione di
Muehlenkamp relativa alla mia presunta «selezione di prove sul campo di sterminio di
Bełżec», vale a dire, omissione di «prove», che egli espone così:
«Mattogno non ha menzionato né l’annotazione del diario di Goebbels del 27 marzo
1942 (per ragioni che dovrebbero essere facilmente comprensibili per chi legge la
traduzione di Browning del suo primo paragrafo) né gli altri documenti citati da
Browning, ad eccezione del rapporto del tenente della riserva Westermann, che
sembra essere la stessa persona del “Leutnant der Schutzpolizei der Reserve (tenente
della riserva della polizia di sicurezza) Wassermann” citato a p. 101 del libro di
Mattogno».
L’annotazione di Goebbels non menziona Bełżec e qui si parla di documenti su questo
campo. Browning, nella discussione citata da Muehlenkamp190, semplicemente suppone che
essa parli degli Ebrei «inviati a Bełżec». Non si tratta dunque di un documento su Bełżec.
Di quest’annotazione, che ha un significato ben diverso da quello supposto da Browning, mi
sono occupato dettagliatamente nella mia critica all’opera di Hilberg191.
186 Idem, pp. 139-141.
187 La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore.Torino,1995, p. 502.
188 Rapporto di Katzmann a Krüger. L-18.
189 Rapporto Korherr, NO–5194, p. 11.
190 Evidence for the Implementation of the Final Solution: Electronic Edition, by Browning, Christopher R..V.C, Documentary Evidence concerning the Camps of Bełżec, Sobibor, and Treblinka.
In: http://www.holocaustdenialontrial.com/trial/defense/browning/530
191 Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. 2008. 9. Goebbels e il presunto sterminio ebraico, pp. 38-39, in:
http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf

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Gli altri cinque documenti citati da Browning e non da me non apportano granché alla
conoscenza della questione.
Un rapporto settimanale della Sezione Propaganda del 20 marzo 1942 menziona
l’evacuazione di 35.000–38.000 Ebrei del ghetto di Lublino dal 16 marzo 1942 che dovevano
essere «portati in direzione est» (nach Richtung Osten geschafft).
Una nota di Türk del 20 marzo 1942 parla dell’ «esistenza di un campo di raccolta
(Sammellager) ad una certa distanza dalla stazione di Bełżec sul confine del distretto che
però è completamente chiuso» e dell’arrivo di un Kommando di 60 persone.
Un altro rapporto, del 19 marzo 1942, menziona l’evacuazione di 30.000 Ebrei anziani e
altri non inseriti nel processo produttivo «nella regione di Lublino» e precisa che «è da
vedere fino a che punto questa evacuazione equivarrà ad una decimazione (Dezimierung)», il
si riferisce più alla eventuale mortalità parziale degli Ebrei da deportare dovuta
all’evacuazione stessa che non ad uno sterminio totale a Bełżec.
Il protocollo di una conferenza sull’evacuazione ebraica che si tenne il 26 e 28 settembre
1942 annuncia che probabilmente dal 1° novembre 1942 sarebbe circolato «1 treno al giorno
dal distretto di Lublino nord a Bełżec» e infine un rapporto del 17 ottobre 1942 riferisce, nel
quadro delle azioni di evacuazione, che l’ebraismo era informato del suo destino e che un
membro del consiglio ebraico di Lemberg aveva dichiarato che gli Ebrei portavano tutti un
certificato di morte in tasca con in bianco solo il giorno della morte, un’iperbole in relazione
con i timori o le aspettative di “decimazione” di cui sopra.
E veniamo alla questione realmente essenziale, che è la risposta alla seguente domanda: in
quale contesto vanno interpretate le deportazioni a Bełżec, inclusi i trasporti catastrofici
come quello da Kolomea?
Nel mio studio ho analizzato anzitutto «come e perché si formò l’attuale versione “accertata”
della storiografia ufficiale su Bełżec», delineando la storia della propaganda nera sul campo
che nacque già nei primi mesi del 1942. Ho riportato le “testimonianze oculari” sull’impianto
di folgorazione di Bełżec, costituito da «una baracca dove c’è una lastra elettrificata in cui
vengono effettuate le esecuzioni»; oppure da «una piattaforma metallica che funzionava
come un elevatore idraulico che li calava in una enorme vasca piena d’acqua fino al collo
delle vittime. […]. Essi venivano folgorati con la corrente elettrica attraverso l’acqua.
L’elevatore poi sollevava i corpi fino a un crematorio che si trovava sopra»; oppure da «una
baracca, che contiene una stufa (o un forno: Ofen) elettrica. In questa baracca si svolgono le
esecuzioni». Ho inoltre riportato le testimonianze sui treni della morte, che, attraverso un
“tunnel”, scendevano nei locali di sterminio “sotterranei”:
«Questi locali non avevano finestre, erano tutti di metallo e avevano un pavimento che
poteva essere calato giù. Per mezzo di un meccanismo ingegnoso il pavimento, con tutte
le migliaia di Ebrei, veniva calato in una cisterna che si trovava al di sotto del pavimento
– ma solo finché l’acqua non arrivava ai loro fianchi. Allora attraverso l’acqua veniva
fatta passare la corrente ad alta tensione e in pochi istanti tutte le migliaia di Ebrei erano
stati uccisi.
Poi il pavimento, con tutti i cadaveri, veniva tirato fuori dall’acqua. Si inseriva un’altra
linea elettrica e queste grandi sale diventavano ora roventi come un forno crematorio fino
a quando tutti i cadaveri non erano inceneriti. Potenti gru ribaltavano il pavimento ed
evacuavano le ceneri. Il fumo veniva espulso attraverso grandi camini da fabbrica».
Oppure gli Ebrei venivano asfissiati in «un baraccamento sotterraneo»; oppure in una baracca
mediante «gas e corrente elettrica ad alta tensione»; oppure «il pavimento della camera a gas,
dopo l’uccisione degli Ebrei si apriva facendo cadere i cadaveri giù, da dove venivano portati
 

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ad una fossa comune con vagoncini»; oppure «i Tedeschi facevano passare nei muri dei fili
elettrici che non erano isolati. Gli stessi fili passavano a terra. Quando la sala era piena di
persone nude, i Tedeschi attaccavano la corrente. Era una gigantesca sedia elettrica»; oppure
«il pavimento del “bagno” era metallico e al soffitto erano appesi dei pomi di doccia. Quando
il locale era pieno, le SS inserivano la corrente ad alta tensione a 5000 volt nella piastra
metallica. Nello stesso tempo i pomi delle docce sputavano acqua. Un breve grido e
l’esecuzione era terminata»; oppure a Bełżec non c’era alcun impianto di sterminio, ma,
secondo la “testimonianza oculare” di Jan Karski, gli Ebrei venivano ammassati su un treno,
cosparsi di calce viva, portati a circa 80 miglia di Bełżec e lasciati morire nel treno immobile.
Per non parlare della immancabile «fabbrica di sapone umano», che ovviamente utilizzava
«le persone più grassottelle»192.
Su queste macabre fantasie Muehlenkamp non dice nulla, e a ragion veduta, perché ne risulta
una conseguenza devastante per la tesi ufficiale. Tregenza ha infatti appurato quanto segue:
«Fin dall’inizio nel villaggio [di Bełżec] ognuno sapeva che cosa accadeva al campo.
Ciò risultava dall’amicizia stretta tra il personale del campo e gli abitanti ucraini del
villaggio, che ospitarono nelle loro case molti membri della guarnigione SS e “uomini
di Trawniki” e furono a loro volta ben ricompensati per la loro “ospitalità”. Ciò
includeva anche la prostituzione. Alcune ragazze – stando alle dichiarazioni di
abitanti del villaggio – si sarebbero prostituite agli uomini di Trawniki in cambio di
gioielli e altri oggetti di valore. Inoltre delle prostitute andarono a Bełżec anche da
altre cittadine. Negli atti delle indagini della polizia popolare polacca ci sono
riferimenti ad abitanti del villaggio che erano impiegati nelle più svariate installazioni
del campo delle SS. In particolare, le tre sorelle della famiglia J. lavoravano nella
cucina del comando SS e nella lavanderia SS, che apparteneva alla famiglia B. Il
panificio del villaggio, che era di proprietà della famiglia ucraina N., era incaricata
della cottura di alcune centinaia di pagnotte per la guarnigione SS, per gli “uomini di
Trawniki” e per il migliaio di Ebrei che erano impiegati al campo. Il pane veniva
consegnato con un carretto contadino da vari abitanti del villaggio al cancello del
campo. Uno di essi era il già menzionato ebreo Mojzesz Hellman, che viveva
clandestinamente a Bełżec col nome di Ligowski. Veniva pagato con oggetti preziosi
o cognac. Quattro uomini operarono all’interno dell’area del campo, tra cui Dmitri N.,
che controllava o riparava docce e bagni degli “uomini di Trawniki”. Mieczysław K.
e Wacław O. lavoravano come meccanici nel garage o come elettricisti del campo.
L’elettricista Michał K. installò cavi e luce nel secondo edificio di sterminio, la
cosiddetta “Fondazione Hackenholt” e avrebbe assistito occasionalmente a gasazioni.
A conoscenza dell’autore, questo è l’unico caso conosciuto in Polonia di un Polacco
che abbia partecipato direttamente – volontariamente e dietro compenso – allo
sterminio ebraico in un campo di sterminio. Non meno sorprendente è il fatto che gli
abitanti del villaggio Eustachy U. e Wojciech I. non solo furono autorizzati a tenere
una macchina fotografica, ma fu addirittura permesso loro di fotografare il personale
del campo di sterminio, anzi, furono addirittura esortati a farlo. Alcune fotografie
furono da loro scattate addirittura all’interno del campo. I soldati SS e gli “uomini di
Trawniki” si fotografarono anch’essi reciprocamente e inviarono i rullini a sviluppare
e a fare copie da Wojciech I.»193.
Ma se «ognuno sapeva che cosa accadeva al campo» come si spiega la nascita di quelle
macabre fantasie? Perché non fu divulgata subito la “verità”? Perché, come ho anticipato
sopra, questa “verità” si impose faticosamente soltanto nel 1947? Fatto a dir poco strano,
con tutti questi “testimoni oculari” che circolavano liberamente per il “campo di sterminio”
come se stessero a casa propria e si potevano permettere persino di scattare fotografie!
192 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., pp. 13-46.
193 Idem, pp. 57-58.

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L’unica conclusione che si può trarre da ciò è che nel 1942 non c’era alcuna “verità” da
rivelare.
E questo è il primo punto.
Il secondo è che i risultati delle indagini archeologiche di Kola dimostrano che a Bełżec non
poterono essere seppelliti 600.000 cadaveri e neppure 434.508. E questo fatto non è
minimamente scalfito dalle obiezioni inconsistenti di Muehlenkamp.
Il terzo punto è che queste stesse indagini hanno dimostrato che a Bełżec non esistettero
affatto i presunti edifici di gasazione asseriti dai testimoni.
Il quarto punto è l’inconsistenza dell’intera storia dei campi di sterminio orientali e delle
gasazioni con gas di scappamento di un motore Diesel che ho dimostrato nello studio su
Treblinka da me scritto in collaborazione con J. Graf e ho riassunto lapidariamente sopra.
Il quinto punto, che ho sviluppato in un altro studio194, riguarda la genesi stessa del campo di
Bełżec nel quadro del “Generalplan Ost”. L’SS- Brigadeführer Odilo Globocnik, che
rivestiva la carica di SS-und Polizeiführer di Lublino, era stato infatti nominato da Himmler,
prima ancora che capo dell’Aktion Reinhardt, «Incaricato della costruzione di basi delle SS e
della Polizia nel nuovo territorio orientale» (Beauftragte für die Errichtung der SS- und
Polizeistützpunkte im neuen Ostraum), col compito di creare la catena di comando «per la
costruzione di basi delle SS e della Polizia nel nuovo spazio orientale». Il 26 novembre,
Globocnik, in virtù dell’incarico conferitogli da Himmler, ordinò alla Zentralbauleitung di
Lublino «la costruzione di un campo di transito per rifornimenti
[Durchgangsnachschublager] per lo Höhere SS- und Polizeiführer di Russia Sud e Caucasia
che comprendeva 13 baracche, di cui 11 erano magazzini. Il campo fu completato e
consegnato l’11 settembre 1942. Esso era destinato a rifornire i vari uffici addetti alle
costruzioni nei territori orientali. Nello stesso periodo cominciò la costruzione del campo di
Bełżec. Höfle, come sostituto di Globocnik, operava anch’egli nel quadro del “Generalplan
Ost”, che prevedeva grandi spostamenti di popolazioni all’Est.
Questo è il contesto reale in cui dev’ essere considerata nel suo complesso la questione di
Bełżec, inclusa la sorte di coloro che vi furono deportati.
Ciò che più conta, è che questi Ebrei non furono uccisi a Bełżec.
Sulla loro destinazione precisa, come ho rilevato sopra, non esistono documenti, ma ci sono
vari indizi, che ho esposto nel libro su Treblinka ben noto a Muehlenkamp, in particolare nel
§ 6 del capitolo VIII195.
Ecco qualche accenno.
Nel 1943 il prof. Eugene M. Kulischer, membro dell’ International Labour Office di
Montreal, Canada, pubblicò un documentato studio demografico intitolato “The displacement
of population in Europe”196 in cui diede conto degli spostamenti della popolazione ebraica
europea ad opera del regime nazionalsocialista. Ad esempio, nel paragrafo sui “Territori di
destinazione e metodi di confino” egli sottolineò così la direttiva principale della
deportazione ebraica:
«Alcuni Ebrei dal Belgio furono inviati in una zona limitrofa dell’Europa occidentale
per lavoro forzato, ma, generalmente parlando, la tendenza è stata di trasferire gli
Ebrei all’Est.
Molti Ebrei dell’Europa occidentale, a quanto è stato riferito, furono deportati nelle
miniere della Slesia. La grande maggioranza fu mandata nel Governatorato generale
194 Genesi e funzioni del campo di Birkenau. 2008.
http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMGeneralplanOst.pdf
195 Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?, op. cit., “La meta finale degli Ebrei deportati all’Est” , pp. 316-325.
196 E. M. Kulischer, The Displacement of Population in Europe. Published by the International Labour Office, Montreal 1943.

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e, in numero sempre crescente, nell’area orientale, cioè nei territori che erano stati
sotto il regime sovietico dal settembre 1939 e in altre aree occupate dell’Unione Sovietica»197 (corsivo mio).
Secondo Radio Mosca, alcune migliaia di Ebrei francesi erano stati trasferiti in Ucraina. Nel
numero 71 dell’aprile 1944 il foglio ebraico clandestino “Notre Voix” pubblicò la seguente
notizia:
«Grazie! Una notizia che rallegrerà tutti gli Ebrei di Francia giunge dalle onde di
Radio Mosca. Chi di noi non ha un fratello, una sorella, una moglie, un parente tra i
deportati di Parigi? E chi non proverà una gioia intensa al pensiero che ottomila Ebrei
di Parigi sono appena stati salvati dalla morte dalla gloriosa Armata Rossa? È stato
uno di essi a raccontare a Radio Mosca come era stato salvato dalla morte, insieme ad
altri ottomila Ebrei parigini. Essi si trovavano tutti in Ucraina al momento dell’ultima
offensiva sovietica e i banditi SS li dovevano fucilare prima di lasciare il paese.
Conoscendo la sorte che era loro riservata e avendo appreso che le truppe sovietiche
non erano lontane, gli Ebrei deportati decisero di fuggire. Essi sono stati subito accolti
dall’Armata Rossa e si trovano attualmente tutti in Unione Sovietica. L’eroica Armata
Rossa avrà così meritato, una volta di più, la riconoscenza della comunità ebraica di
Francia»198.
A quanto pare, Muehlenkamp non si è reso conto che il distretto di Galizia faceva parte del
Governatorato generale, il quale confinava a est col Reichskommissariat Ukraina. Perciò se
Höfle, secondo il rapporto di Fritz Reuters del 17 marzo 1942, aveva dichiarato che poteva
«accogliere 4-5 trasporti al giorno di 1.000 Ebrei con stazione finale Bełzec. Questi Ebrei
andranno oltre il confine e non ritorneranno più nel Governatorato generale», ciò non era
necessariamente «soltanto una cinica menzogna», perché sia i trasporti ebraici provenienti da
ovest (distretti di Cracovia e Lublino), sia quelli provenienti da sud-est (distretto di Galizia)
potevano oltrepassare il confine a est e non ritornare più nel Governatorato generale.
.
Ringraziamenti.
.
Ringrazio Roberto Muehlenkamp per avermi dato l’occasione di riconfermare e di
approfondire i risultati del mio studio su Bełżec e per averne dimostrato ex contrario, grazie
alle sue insulse critiche, il valore e la fondatezza.
197 Idem, p. 107.
198 Riprodotto in: La presse antiraciste sous l’occupation hitlérienne. Préface de A. Raisky, Parigi, 1950, p.179.

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D o c u m e n t i
Documento 1
Pianta del campo di Bełżec disegnata da Józef Bau in base alla descrizione del testimone
oculare Rudolf Reder.
Da: R. Reder, Bełżec. Centralna Żydowska Komisja Historiczna przy C.K. Żydów Polskich –
Oddział w Krakowie. Cracovia, 1946, p. 43.
Documento 2
Pianta ufficiale del campo di Bełżec della Commissione centrale di inchiesta sui crimini
tedeschi in Polonia.
Da: E. Szrojt, Obóz zagłady w Bełżcu, in: Biuletyn Głównej Komisji Badania Zbrodni Niemieckich
w Polsce, III, Poznań 1947, inserto senza numero di pagina.
Documento 3
Pianta del campo di Bełżec che indica le aree con fosse comuni (tratteggiate) e la posizione
delle strutture murarie (in nero).
Da: Hitlerowski obóz zagłady Żydów w Bełżcu w świetle źródeł archeologicznych. Badania 1997–
1999. Rada Ochrony Pamięci Walk i Męczeństwa, United States Holocaust Memorial Museum,
Warszawa.Waszyngton, 2000, p. 19.
Documento 4
Mappa della posizione e dell’orientamento delle fosse comuni.
Da: R. O’Neil, Bełżec – the “Forgotten” Death Camp, in: “East European Jewish Affairs”, vol. 28,
n. 2, 1998-9, p. 59.
Documento 5
Planimetria e sezione della fossa n. 10.
Fonte: vedi documento 3, p. 27.
Documento 6
Air Curtain Destructor.
Da: R.D. Lund, I. Kruger and P. Weldon, Options for the mechanised slaughter and disposal ofcontagious
diseased animals – a discussion paper. Paper Presented at Conference on Agricultural Engineering, Adelaide, 2-
5 April, 2000,
in: http://www.rodoh.us/arts/arts1/carcass/disposal–paper.pdf.
Documento 7
Mappatura delle trivellazioni eseguite nell’area del campo di Bełżec da A. Kola.
Fonte: vedi documento 3, p. 70.
Documento 8
Mappatura delle trivellazioni eseguite nell’area del campo di Bełżec da A. Kola (documento
7) e mappa della posizione e dell’orientamento delle fosse comuni di O’Neil (documento 4) a
confronto.

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Documento 9
Mappa della posizione e dell’orientamento delle fosse comuni di O’Neil (documento 4) e
pianta del campo di Bełżec di Y. Arad* a confronto.
* Da: Y. Arad, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps. Indiana University
Press, Bloomimgton and Indianapolis 1987, p. 437.
Documento 10
Mappa della posizione e dell’orientamento delle fosse comuni di O’Neil (documento 4) e
pianta disegnata dall’imputato Robert Jührs l’11 ottobre 1961* a confronto.
* Da: http://www.deathcamps.org/belzec/pic/bmap05.jpg.
Copia del 18.11.2014 da http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:EnZZwwySkykJ:www.vho.org/aaargh/fran/livres9/CMMuehlen.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=firefox-a

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