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Nov 17

0886 – “L’Olocausto negato: Il negazionismo e gli studi storici sulla Shoah”. Il suicidio lipstadt-vidal-pisant-rotondiano di Andrea Scotti

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“L’Olocausto negato: Il negazionismo e gli studi storici sulla Shoah”
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Il suicidio lipstadt-vidal-pisant-rotondiano di Andrea Scotti

 di Carlo Mattogno

17 Novembre 2014

Andrea ScottiA parziale riabilitazione di Loris Derni, annuncio che ho individuato uno “studioso” che, in fatto di ignoranza e di malafede, lo supera eccelsamente. Mi riferisco a tale Andrea Scotti e al suo pdf “Roma Tre Università degli Studi. Facoltà di Scienze Politiche. Corso di laurea triennale in pubblica amministrazione. L’olocausto negato: il negazionismo e gli studi storici sulla Shoah. Candidato: Andrea Scotti Relatore: Prof. Renato Moro”1.

L’intestazione lascia già interdetti: che c’entra l’anti-”negazionismo” con la pubblica amministrazione? Mah!

Si tratta di un altro dilettante allo sbaraglio che, avendo letto quattro libri, sente l’irrefrenabile impulso a scriverne un quinto che li riassume. La sua “critica” al revisionismo si basa infatti esclusivamente sui quattro infausti testi di D.Lipstadt, P. Vidal-Naquet, V. Pisanty e F. Rotondi. Quale originalità!

Possibile che non ci sia nessuno in grado di pensare con la propria testa e di elaborare un argomento appena decente senza scopiazzarlo a destra e a manca?

Per non perdere tempo, tralascio le balordaggini di carattere generale propinate dal nostro critico e mi concentro su quelle che scrive su di me.

Nel paragrafo “8. Negazionismo in Italia”, Scotti osserva:

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«Il negazionista di maggior rilievo del panorama italiano, anzi, secondo Saletta, “l’unico studioso che l’Italia abbia dato al revisionismo”, è Carlo Mattogno (1951), anche se non risulta essere laureato e uno dei pochi accenni ai suoi studi proviene da un sito negazionista, che si limita però a dire che «he has carried out advanced linguistic studies in Latin, Greek and Hebrew»; il libro che segna il suo esordio nel mondo negazionista, dopo un paio di pubblicazioni minori, è Il mito dello sterminio ebraico, apparso nel 1985 per le edizioni Sentinella d’Italia, una delle case editrici neonaziste italiane.

Autore molto prolifico, e particolarmente incline alla polemica contro gli antinegazionisti, Mattogno può senz’altro essere incluso nella schiera dei negazionisti tecnici, e proprio dal punto di vista tecnico affronterà la questione delle camere a gas in Auschwitz: fine di una leggenda, pubblicato nel 1994 (e più volte aggiornato in seguito).

Fine di una leggenda

Fine di una leggenda.Click…

Scritta in risposta a Jean Claude Pressac, l’opera si concentra principalmente sulle caratteristiche tecniche dei forni crematori, cercando di dimostrare l’impossibilità dell’eliminazione di un elevato numero di cadaveri ad Auschwitz, e di conseguenza della loro esistenza derivante dalle gassazioni di massa, addentrandosi in complessi calcoli ingegneristici sul funzionamento dei forni, sulla loro capacità e sul consumo di coke, necessario al loro funzionamento.

Per confutare l’esistenza delle camere a gas, invece, Mattogno affronta l’argomento dell’insufficienza degli impianti di ventilazione. Quando poi non riesce a negare che una camera a gas sia esistita, in presenza di una lettera scovata da Pressac nella quale la Ditta Topf parla espressamente di “Anzeigegeräte für Blausäure-Reste” (apparati di indicazione per residui di acido cianidrico), scrive che “questo documento può essere al più un indizio, non una prova definitiva, dell’esistenza di una camera a gas, ma che questa camera a gas sia omicida, è una semplice affermazione arbitraria di Pressac”». (pp. 19-20).

Ribadisco che la mia biografia riguarda solo me; il fatto che certe informazioni siano pubblicate su «un sito negazionista» non significa necessariamente che siano esatte.

Nella nota 53, in riferimento ai miei scritti polemici, Scotti ne cita solo tre:

«Ricordiamo tra gli altri, C. Mattogno, Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, Padova, Edizioni di AR, 1996, in risposta al libro di F. Rotondi, Luna di Miele ad Auschwitz, cit., e C. Mattogno, Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, Genova, Graphos, 1998, versione corretta nel 2007 disponibile on line su http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf, in riferimento a V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas: logica del negazionismo, cit.».

Sulla questione ritornerò sotto.

Scotti prende in considerazione un mio scritto di venti anni fa, ben sapendo che successivamente ho sviluppato i temi che avevo accennato in “Auschwitz: Fine di una leggenda”, ossia quello della cremazione e quello di una critica esaustiva e radicale delle argomentazioni di Jean-Claude Pressac (e di Robert-Jan van Pelt) in due studi ponderosi:

Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt, Effepi, Genova, aprile 2009, 715 pagine, 51 documenti;

I forni crematori di Auschwitz. Studio storico-tecnico con la collaborazione del dott. ing. Franco Deana, Effepi, Genova, 2012, 2 volumi, 1211 pagine, 300 documenti, 370 fotografie.

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click...

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click…

Mi dispiace di dover ripetere sempre le stesse cose, ma ciò sarà inevitabile fino a quando questi furbetti faranno finta che queste opere non esistono.

Avendo dunque sviluppato i temi in discussione in oltre 1.900 pagine, è penosamente ridicolo contestarmi (capziosamente) nel 2014 ciò che scrissi in 96 pagine nel 1994.

Ma perfino nel fuggevole esame di questo libro Scotti manifesta la sua inettitudine critica: i miei argomenti «sul funzionamento dei forni, sulla loro capacità e sul consumo di coke, necessario al loro funzionamento» sono fondati o infondati? Se sono fondati la storia delle gasazioni in massa non può essere vera, se sono infondati Scotti avrebbe dovuto dimostrarlo.

La stessa dilettantesca sciatteria egli mostra riguardo all’ «argomento dell’insufficienza degli impianti di ventilazione» (un riassunto piuttosto infantile della mia relativa discussione): l’argomento è valido o non è valido?

Egli prende timidamente posizione soltanto in relazione agli “Anzeigegeräte für Blausäure-Reste” , citando fuori contesto una singola frase di “Auschwitz: Fine di una leggenda”. In quest’opera, dopo aver premesso che «tutto porta a ritenere che, nel frattempo, alla fine del 1942, le SS decisero di installare delle camere a gas di disinfestazione provvisorie anzitutto nei crematori II e IV, quelli in fase di costruzione più avanzata»2, rilevai che Pressac riteneva che il documento relativo agli Anzeigegeräte” costituisse «la prova definitiva dell’esistenza di una camera a gas omicida nel crematorio II», e obiettai:

«Questo documento può essere al più un indizio, non una prova definitiva, dell’esistenza di una camera a gas, ma che questa camera a gas sia omicida, è una semplice affermazione arbitraria di Pressac»3.

Qui bisogna intendersi sul significato delle parole. La mia frase non significa affatto che io non riuscissi «a negare che una camera a gas sia esistita». A rigor di termini, all’epoca, il 2 marzo 1943, una “camera a gas” nel crematorio II (il telegramma della Zentralbauleitung del 26 febbraio 1943 contenente la richiesta di 10 “Gasprüfer” cui la Topf rispose il 2 marzo ha come riferimento il BW 30, cioè appunto il crematorio II) non esisteva neppure olocausticamente, cioè non esisteva come impianto operativo in cui venivano “gasate” delle persone, ma solo come progetto; l’ indispensabile impianto di ventilazione fu infatti installato nel Leichenkeller 1 di questo crematorio la settimana dopo e fu collaudato il 13 marzo. Ciò che ammettevo e ammetto è soltanto il progetto di una camera di disinfestazione di emergenza ad acido cianidrico, che però non fu mai usata, come spiego nell’Appendice 2.

Più volte ho spiegato che la tattica di questi olofurbetti è di appuntare i loro strali dialettici (si fa per dire) contro frammenti di miei studi degli anni Ottanta o Novanta, tacendo sistematicamente i più recenti e più importanti. Per evitare che altri personaggi mi oppongano critiche idiote come quelle di Scotti, riporto nell’ Appendice 1 l’indice della mia confutazione sistematica delle tesi di Pressac sulle “camere a gas” di Auschwitz. Se qualcuno vuole fare delle critiche, di grazia, prenda come punto di riferimento questo testo. Tra l’altro nel capitolo 2.6 vi troverà anche ciò che penso degli “Anzeigegeräte”.

Tornando a Scotti, egli non indica neppure correttamente il riferimento della citazione tratta da “Auschwitz: Fine di una leggenda”, perché invece di menzionare la relativa pagina di questo libro scrive sibillinamente:

«C. Mattogno, Auschwitz: fine di una leggenda (Padova, Edizioni di AR, 1993) citato dallo stesso autore (?) on line su http://www.codoh.com/inter/intausital.html».

Il link è nullo, perché il risultato della digitazione è “Questa pagina non esiste”.

Nel paragrafo 9 Scotti riporta pappagallescamente Gli otto “assiomi” di App (p. 21), tratti da un opuscolo del 1973 (41 anni fa!), che a quanto pare costituisce una vera e propria ossessione per tutti i minus habentes anti-”negazionisti”.

Egli afferma che «in realtà App parla di “assertions” [come avevo già osservato io], che, secondo Mattogno, “rispecchiano le conoscenze storiche di allora e vincolano solo il loro autore”» (p. 22).

Che cosa ne pensa il nostro critico? Nulla, chiaramente pago del suo psittacismo (la treccaniana «tendenza a imitare pappagallescamente ciò che fanno gli altri, o a ripetere passivamente, meccanicamente, parole e idee altrui»).

pisanty valentina.Click...

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Questa è la prima delle tre (!) citazioni di Scotti dal mio libro Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty.

Nel paragrafo “9.3 Argomentazioni scientifiche Scotti rileva:

«Il problema delle caratteristiche tecniche delle camere a gas è affrontato in maniera dettagliata da Carlo Mattogno nel suo Auschwitz: fine di una leggenda (77), nel quale contesta le affermazioni di Pressac. L’argomento è davvero troppo tecnico per poterlo affrontare in questa sede, e bisognerebbe addentrarsi in misurazioni (sic!) di coke necessario a cremare un corpo (con distinzione tra corpi di vario peso), temperature raggiunte dalla muratura refrattaria dei forni, tempi di utilizzo degli stessi e tempi necessari per la cremazione di un corpo, per non parlare della cremazione di corpi all’aperto, resasi necessaria proprio per l’elevato numero di cadaveri da occultare (sic!), che viene ritenuta impossibile, almeno in grandi quantità, dai negazionisti» (79).

Anche qui Scotti evita con cura di pronunciarsi sulle mie argomentazioni: sono fondate o infondate? La nota 77 rimanda alle pp. 19-20 di Auschwitz: fine di una leggenda. Di fatto il capitolo “I forni crematori di Auschwitz-Birkenau secondo J.-C. Pressac”, dove contesto le sue affermazioni, va da p. 13 a p. 24 e contiene molteplici argomenti.

Bisogna riconoscere che Scotti non è privo di senso dell’umorismo, giacché nella nota 79 scrive: «L’argomento è trattato con grande completezza in F. Rotondi, Luna di miele ad Auschwitz: riflessioni sul negazionismo della shoah, cit., pp. 105 – 120»!

Trattato «con grande completezza»: ma non ci faccia ridere!

Nel paragrafo “9.4.1 Il diario Kremer” Scotti afferma che

«Carlo Mattogno invece, si limita a negare che il termine Sonderaktionen fosse riferito alle camere a gas, senza tuttavia offrire una spiegazione alternativa (se non quella, un po’ vaga per la verità, che “il termine poteva avere vari significati, nessuno dei quali riconducibile allo sterminio”» (p. 27).

Qui riaffiora la malafede del nostro critico. La citazione, estrapolata dal contesto, è tratta dal libro Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Il contesto mostra però che la mia affermazione non è così insulsa come vuole far credere il nostro critico:

Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione”e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati

Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione”e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati

«I due presupposti dell’interpretazione olocaustica del diario del dott. Kremer, la presunta equivalenza tra Sonderaktion e gasazione omicida e l’esistenza dei Bunker di Birkenau come impianti di sterminio, sono storicamente infondati. A questi temi ho dedicato due studi specifici. Il primo,“Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, dimostra su base documentaria, tra l’altro, che il termine Sonderaktion aveva vari significati, nessuno dei quali riconducibile allo sterminio (aspetto igienico-sanitario, internamento dei trasporti ebraici, trasporto e immagazzinamento degli effetti ebraici). In tale contesto rientrano anche le Sonderaktionen menzionate dal dott. Kremer, che ho analizzato e spiegato in dettaglio.

Il secondo studio, The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History, fornisce la prova documentaria e fotografica che i cosiddetti Bunker di Birkenau non esistettero mai come impianti di sterminio»4.

Scotti tace dunque subdolamente che ho rimandato a due studi nei quali «ho analizzato e spiegato in dettaglio» la questione, vale a dire:

– “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, 2000, 188 pagine, 26 documenti;

The bunkers of Auschwitz. Black propaganda versus history. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, 264 pagine, 26 documenti, 18 fotografie.

Non c’è bisogno di dire che Scotti, nella sua disonestà intellettuale, non cita mai (neppure) questi due studi.

Per contrastare altre eventuali scempiaggini future sulla “vaghezza” delle mie spiegazioni, nell’Appendice 3 riporto l’indice del primo di questi due libri.

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Nel paragrafo “9.4.2 Il rapporto Gerstein” Scotti scrive:

«Non poteva mancare l’intervento di Carlo Mattogno, il quale non dubita che l’autore del rapporto sia Gerstein, semplicemente è convinto che nel momento in cui lo scrisse «non fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali». (p. 28)

Questa è la terza e ultima citazione di una frase tratta dal libro Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Di nuovo una estrapolazione intenzionale dal contesto allo scopo di creare e colpire un falso bersaglio.

Nella questione rientra anche ciò che Scotti riprende a pappagallo da V. Pisanty nel paragrafo “10.1 Strategie nei confronti delle testimonianze”:

«Quando poi le testimonianze non presentano discrepanze che possono essere utilizzate, i negazionisti si inventano delle anomalie che in realtà non esistono; così, per esempio, nella versione tedesca del Rapporto Gerstein, vengono descritti gli uomini delle squadre speciali che cercano brillanti tra i cadaveri delle vittime, ma ad un certo punto la parola brillanten diventa brillen (occhiali). Si tratta di un palese refuso (la parola brillanten viene correttamente scritta due righe dopo), ma invece di prenderne atto un negazionista come Mattogno ironizza: «Gli uomini dell’Arbeitskommando cercano occhiali nei genitali delle vittime!»

A questo riguardo ho replicato:

«La Pisanty passa poi ad esporre il mio secondo ed ultimo «errore interpretativo», su 103 obiezioni (vedi sotto) che oppongo al rapporto Gerstein:

«Un analogo errore interpretativo riguarda il passo in cui Gerstein racconta come, a gassazione terminata, i cadaveri venissero intimamente ispezionati alla ricerca di oro, brillanti e oggetti di valore. Nel brano in questione in T VI5 (p. 6), tuttavia, troviamo un errore di battitura: la parola “Brillanten” (brillanti), peraltro ripetuta correttamente meno di tre righe dopo, viene scritta “Brillen” (occhiali). Piuttosto che ammettere la possibilità di una svista tipografica, Mattogno scrive: “Gli uomini dell’ Arbeitskommando cercano ‘occhiali’ (Brillen) nei genitali delle vittime”.

Si tratta di uno degli «errori di battitura» di cui sono infarciti i testi del rapporto Gerstein e che fanno comprendere – come dicevo sopra – il clima mentale di Gerstein. È certo possibile e anche probabile che il termine «Brillen» sia una «svista tipografica [ma appare in un testo dattiloscritto]», però sta di fatto che il testo dice appunto «Brillen», e tra «Brillen» e «Brillanten» non c’è solo una differenza formale, ma, soprattutto, di significato. Il fatto che Gerstein non abbia corretto l’errore è ancora più grave dell’errore stesso»6.

Per Valentina Pisanty, che non aveva alcuna cognizione della lingua tedesca, la questione era puramente formale, di semplice somiglianza di lettere; ma per chi conosce tale lingua il problema è essenzialmente semantico. Per fare un esempio, se si vuole scrivere “brillanti”, per errori vari di battitura può venire fuori “brallanti”, “brilanti” ecc. ecc., ma certamente non “birilli”; e, quand’anche fosse, ad una rilettura, in un contesto in cui i birilli non c’entrano nulla, una persona mentalmente equilibrata non potrebbe non accorgersi dell’errore. Ciò introduce alla questione delle facoltà mentali di Gerstein quando scrisse le molteplici versioni del suo rapporto.

Al riguardo ho rilevato quanto segue:

«Sebbene l’intento di Gerstein sia quello di descrivere un evento tragico, il suo racconto abbonda di elementi comici, che ho spesso sottolineato con una sottile ironia. La Pisanty finge di non capire il tono ironico di certe obiezioni e mi attribuisce ferree deduzioni logiche che sono ancora più comiche. Se ironizzo su certi «errori di battitura», come li chiama l’Autrice, è perché, se un indiziato redige un memorandum a propria discolpa per il giudice istruttore, mi attendo che mediti bene il testo, soppesi ogni parola, legga e rilegga accuratamente il documento valutando l’effetto di ogni elemento; da Gerstein mi sarei atteso una attenzione ancora maggiore – dato che era consapevole che poteva rischiare la condanna a morte come criminale di guerra -, sicché la presenza non solo di questi “errori di battitura”, ma soprattutto delle assurdità e delle contraddizioni pullulanti nel suo rapporto appare inspiegabile, a meno che non si faccia l’ipotesi – che per me è certezza – che Gerstein, nella redazione dei vari testi, non fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Per questa ragione, riallacciandomi ad una osservazione di Saul Friedländer, ho scritto che, se Gerstein è davvero l’autore di questi testi – cosa di cui non dubito – “non si può non ricercarne l’origine nell’ aspetto schizoide della personalità di Gerstein ”.

Per questa ragione, nella trama strutturalmente insensata del rapporto Gerstein, ho esposto anche delle minuzie – che la Pisanty liquida sbrigativamente come “cavilli irrilevanti” (e tali ella stessa li fa diventare estrapolandoli dal contesto) – per mostrare, per così dire, l’atmosfera mentale del rapporto»7.

Per restare in tema, non sarà inutile riportare ciò che scrisse Saul Friedländer:

«Ad ogni modo, già al tempo del suo primo addestramento militare, nel 1941, [Gerstein] è obbligato a interrompere frequentemente il corso, a causa di una malattia che provoca in lui, da un momento all’altro, “degli stati precomatosi che spiegherebbero i suoi mancamenti psichici e alcune delle sue strane reazioni. In una lettera di quel periodo alla moglie, lo stesso Gerstein descrive il suo stato e parla appunto di questi mancamenti (Ausfallerscheinungen). […]. La parte che la malattia psichica può aver avuto nello stato generale di Gerstein risulta chiara dalle più diverse testimonianze: dopo il 1942 il suo sistema nervoso era sempre più scosso, tanto che egli dava l’impressione di soffrire di un gravissimo esaurimento e di una intensa depressione»8.

Come si vede, non mi sono inventato nulla.

Questo metodo di “confutare” i miei scritti è a dir poco pagliaccesco. Nel libro ridicolmente “criticato” da Valentina Pisanty ho esposto una serie di argomenti che poi ho riassunto sinteticamente (Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, pp. 80-85). Ripropongo l’elenco:

I) Assurdità

1) 700-800 persone in “camere a gas” di 25 m2 di superficie

2) 700-800 persone in “camere a gas” di 25 m2 di superficie ermeticamente chiuse restano in vita per 2 ore e 49 minuti

3) Dalla “piccola finestrella” in una porta si vede l’interno di una “camera a gas” con dentro 700-800 persone

4) Gli uomini dell’Arbeitskommando cercano “occhiali” (Brillen) nei genitali delle vittime

5) Nell’agosto 1942 le installazioni di sterminio rendono 10-20 volte più della Spinnstoffsammlung (raccolta di tessuti), cioè 400-800 milioni di kg di indumenti.

II) Contraddizioni interne ed esterne

6) Data del matrimonio di Gerstein: 31 agosto/ 2 maggio 1937

7) Data dell’esame di Bergassessor (assessore minerario): 27 ottobre/ 27 novembre 1935

8) Domicilio di Gerstein: nella Bülowstrasse/ Lützowstrasse

9) Gerstein è nominato capo del servizio tecnico di disinfestazione: nel gennaio/febbraio 1942

10) Günther ordina a Gerstein di procurare: acido cianidrico/ cianuro di potassio

11) La quantità di tale sostanza è di kg: 100/260.

12) Günther ordina a Gerstein di portare tale sostanza in un luogo sconosciuto con: un’automobile/ un autocarro

13) Il prof. Pfannestiel è: SS-Sturmbannführer/ SS-Obersturmbannführer

14) Gerstein deve: prelevare da/ trasportare a Kolin la sostanza tossica

15) Il luogo del prelievo (la Kaliwerke AG a Kolin) viene ordinato a Gerstein/ scelto da Gerstein

16) Il quantitativo di sostanza tossica è: ordinato a Gerstein/ fissato da Gerstein

17) Gerstein deve scoprire e propone il il veleno ordinatogli dal RSHA tramite Günther

18) Gerstein nasconde il veleno prima di arrivare a Belzec/ porta il veleno a Belzec

19) Gerstein nasconde il veleno prima di arrivare a Belzec/ va a Belzec coll’automobile di Wirth e accompagnato da Globocnik

20) Belzec, media giornaliera delle uccisioni: 11.000/ 1.000

21) La “gasazione” di Ebrei descritta da Gerstein avviene: a Belzec/ a Lublino

22) Le vittime muoiono dopo: 32/ 70 minuti di “gasazione”

23) 35.000 morti al giorno nei tre campi di Belzec, Treblinka e Majdanek / Majdanek non è ancora in funzione

24) Gerstein ha visitato/ non ha visitato Majdanek

25) Gerstein ha visitato/ non ha visitato Sobibor

26) Il discorso delle tavole di bronzo da seppellire insieme ai cadaveri dei “gasati” è tenuto: da Globocnik/ da Gerstein / da Hitler

27) La Badehaus ha: 5 stanze/ 6 stanze

28) Le “camere a gas” misurano m: 5 x 4/ 5 x 5

29) Le “camere a gas” sono 3/ sono almeno 4

30) Gerstein va a Treblinka il 19/ il 20/ il 21 agosto 1942

31) Gerstein è a Belzec il 18 agosto; il giorno dopo non vede morti, ma il 19 agosto va a Treblinka/ il giorno della “gasazione” a Belzec non esiste

32) Gerstein è stato nei “campi di sterminio” solo 2 giorni: il 17 e il 18 agosto/ il 19 o il 20 o il 21 agosto è andato a Treblinka

33) Il mucchio di scarpe di Belzec è alto: 35-40 metri/ 25 metri

34) Il peso medio delle vittime è: 30 kg/ 35 kg/ 65 kg

35) Nelle “camere a gas” le vittime dopo la lunga attesa sono vive/ morte

36) Nelle “camere a gas” i primi morti: cadono/ restano in piedi come colonne di basalto, perché non hanno neppure lo spazio per piegarsi

37) Gli Ebrei dell’Arbeitskommando spogliano i cadaveri in una fossa comune: a Belzec/ a Treblinka

38) Il numero totale dei “gasati” è di: 20 milioni/ 25 milioni

39) Wirth è influentissimo a Berlino/ Wirth ha paura di Gerstein e lo prega di non proporre a Berlino cambiamenti

40) 20 milioni di “gasati” secondo i “documenti sicuri” di Gerstein/ a Belzec e a Treblinka i “gasati” non sono stati contati esattamente

41) I cadaveri delle vittime vengono trasportati alle fosse con: barelle/ carri

42) A Belzec il bambino ebreo che distribuisce pezzi di spago ha: 3 anni/ 4 anni

43) A Mauthausen un Ebreo viene gettato giù dalla cava e cade ai piedi di Gerstein/ Gerstein non è mai stato a Mauthausen

44) Lo “sterminio” dei bambini mediante tampone imbevuto di acido cianidrico avviene: ad Auschwitz/ a Ravensbrück

45) Haller è: SS-Sturmbannführer/ SS-Obersturmbannführer

46) Le bambine ebree del racconto di Haller hanno: 3-5 anni/ 5-8 anni

III) Falsificazioni storiche

47) Hitler a Lublino il 15 agosto 1942

48) Hitler ha visitato i tre “campi di sterminio” il 16 agosto 1942

49) A Tharesienstadt nel 1944 gli Ebrei ivi deportati sono stati “gasati”

50) Nei campi di concentramento e in particolare a Mauthausen era consuetudine impiccare dei detenuti in onore dei visitatori

IV) Contraddizioni rispetto alla storiografia olocaustica

51) Il “campo di sterminio” di Belzec in funzione dall’aprile 1942

52) Il “campo di sterminio” di Treblinka in funzione dal giugno 1942

53) A Treblinka il 19 agosto 1942 esistevano 8 “camere a gas”

54) I “Gasautos” impiegati ad Auschwitz e a Mauthausen9

55) Milioni di bambini uccisi ad Auschwitz/Ravensbrück con un tampone imbevuto di acido cianidrico

56) A Belzec 11.000 uccisioni al giorno dall’aprile 1942

57) Sobibor: capacità massima di sterminio 20.000 persone al giorno

58) Treblinka: capacità massima di sterminio: 25.000 persona al giorno

59) Sobibor, agosto 1942: 3 “camere a gas” di m 4 x 4 (= 48 m2) più efficiente di Belzec, 6 “camere a gas” di m 4 x 5 (= 120 m2)

60) Treblinka, agosto 1942: 3 “camere a gas” di m 4 x 4 come Sobibor ma 5.000 uccisioni in più al giorno di rendimento

61) Sobibor in funzione nell’agosto 1942

62) Numero totale dei “gasati”: 20/25 milioni

V) Errori

63) Data del secondo arresto di Gerstein: 14 luglio 1938/ 23 luglio

64) Belcek, Belcek /Belzec, con i segni diacritici Bełżec)

65) Collin, Kollin, Kellin/ Kolin

66) Globocnec, Globocnek/ Globocnik

67) Lindner/ Linden

68) Obermeyer/ Oberhauser

69) Heckenholt/ Hackenholt

70) Oswice/ Oswiecim (con i segni diacritici: Oświęcim)

71) Warsawa/ Warszawa

72) Gerstein promosso Leutnant o Oberleutnant/ SS-Untersturmführer e SS-Obersturmführer

73) Günther SS-Sturmführer/ SS-Sturmbannführer

74) Globocnik: il 17 agosto 1942 SS-Gruppenführer e General/ SS-Brigadeführer und Generalmajor der Polizei

75) Agosto 1942: Oberhauser SS-Hauptsturmführer /SS- Hauptscharführer

76) Agosto 1942: Hackenholt SS-Unterscharführer/ SS- Hauptscharführer

77) 4 x 5 = 25 m2

78) 4 x 5 x 1,90 = 45 m3 /38 m3

79) 5 x 5 x 1,90 = 45 m3 /47,5 m3

80) 750 x 30 = 25.250 / 22.500

81) 750 x 35 = 25.250 / 26.250

82) 750 x 60 = 25.250 /45.000

83) Il campo di Belzec a sud della strada Lublino-Lemberg/ a est

84) Nel campo gruppi di betulle/ pini

85) Lo SS-Sturmbannführer Günther figlio di H.F.K. Günther

86) Il rito ebraico dell’acqua della morte non esiste

87) Wirth vero comandante del campo di Belzec il 18 agosto 1942/ Hering

VI) Esagerazioni

88) Il 17 agosto 1942 a Lublino 40 milioni di kg di vestiario

89) 6.700 persone in 45 vagoni merci10

90) A Belzec un mucchio di scarpe alto 35-40 metri

91) A Treblinka montagne di vestiario alte 35-40 metri

VII) Inverosimiglianze

92) Gerstein, notorio antinazista, imprigionato due volte dalla Gestapo, designato per una missione che costituiva un segreto di Stato

93) La missione inizia due mesi dopo l’emanazione dell’ordine scritto

94) La destinazione del viaggio di Gerstein è nota solo all’autista

95) Pfannenstiel, che non ha nulla a che vedere con la missione segretissima di Gerstein, sa di essa e conosce la destinazione di Gerstein

96) Gerstein, che ignora la destinazione del suo viaggio, porta con sé Pfannenstiel

97) Globocnik ignora la posizione di Sobibor

98) Il RSHA ordina a Gerstein di prelevare acido cianidrico liquido invece di Zyklon B

99) A Belzec un bambino di 3/4 anni distribuisce pezzetti di spago per legare le scarpe a 5.000 persone

100) A Belzec alcuni Ebrei implorano aiuto a Gerstein in divisa da ufficiale SS

101) Tornato a Berlino, Gerstein non rende conto a nessuno della sua missione segretissima e nessuno gli chiede nulla

102) Un treno di 45 o 50 vagoni entra interamente nel campo di Belzec

103) Le “gasazioni” effettuate con un motore Diesel, notoriamente inefficiente e incongruo per un tale fine

Contraddizioni tra il rapporto “Tötungsanstalten in Polen” del 25 marzo 1943 e gli altri rapporti (da I “campi di sterminio” dell’”Azione Reinhardt”, vol. I, pp. 69-70):

104) Le circostanze della visita di Gerstein ai “Tötungsanstalten” di Bełżec e Treblinka sono in totale contrasto con quelle descritte nel 1945. Gerstein non viene prescelto inopinatamente dal RSHA per la nota missione segretissima, ma prende egli stesso l’iniziativa: cerca di mettersi in contatto con ufficiali SS in Polonia, si guadagna la loro fiducia e riesce ad «ottenere il consenso» (toestemming te krijgen) a visitare due dei quattro “Tötungsanstalten”.

105) Il nome del campo viene deformato in “Belsjek”.

106) Treblinka viene situato «circa a 80 km a nord di Varsavia». Nelle versioni del 1945 esso è posto a 120 km a NNE di Varsavia.

107) Gerstein non riuscì ad entrare negli altri due “Tötungsanstalten”, cioè a Majdanek e a Sobibór. Però nel 1945 Gerstein dichiarò contraddittoriamente di aver visitato Bełżec, Sobibór e Treblinka, ma non Majdanek e Bełżec, Treblinka e Majdanek, ma non Sobibór.

108) I trasporti erano formati da carri bestiame con 120 persone in ognuno. Nelle versioni del 1945 si parla di un treno di 45 vagoni con 6700 persone, in media 148 persone per vagone.

109) Appena arrivate, le vittime furono rinchiuse in apposite baracche. Nelle versioni del 1945 esse vengono lasciate all’aperto.

110) La “gasazione” avvenne «il giorno dopo o alcuni giorni dopo» (de andere dag of enkele dagen later); nelle versioni del 1945 essa ha luogo il giorno stesso dell’arrivo del trasporto.

111) 700-800 persone vengono ammassate nell’edificio (gebouw) dell’uccisione. Nelle versioni del 1945 700-800 persone vengono stipate in una sola “camera a gas” (riempiendone 4 di 6).

112) «Criminali ucraini» e non Ebrei dell’Arbeitskommando, come si dice nelle versioni del 1945, tagliano i capelli alle vittime, non solo alle donne, ma anche agli uomini, il che costituisce una ulteriore contraddizione.

113) La “gasazione” avviene mediante «un grosso trattore» (een groote tractor). Nelle versioni del 1945 si parla soltanto di un vecchio motore Diesel.

114) Le vittime muoiono tutte «nel giro di un’ora» (binnen het uur). Nelle versioni del 1945 sono sufficienti 32 minuti.

115) I cadaveri vengono gettati in «fosse di calce» (kalkputten). Nelle versioni del 1945 si parla soltanto di uno strato di sabbia gettato sui cadaveri nelle fosse.

116) «In ogni stabilimento il numero delle uccisioni viene tenuto statisticamente». Ciò è in contraddizione col rapporto in francese del 26 aprile 1945: «A Belzec e a Treblinka non ci si è curati di contare in un modo come che sia esatto il numero degli uomini uccisi».

117) «Vengono effettuate da 3 a 4 uccisioni al giorno, cioè in 24 ore. Ciò fa dunque per i 4 stabilimenti complessivamente 8-9000 morti al giorno». Nelle versioni del 1945 i tre campi di Bełżec, Treblinka e Sobibór hanno una capacità di sterminio complessiva di 60.000 persone al giorno.

118) «In totale in questo modo sono già periti 6 milioni e mezzo di uomini, di cui 4 milioni di Ebrei e 2 milioni e mezzo di pazzi e di cosiddetti nemici dei Tedeschi». La cifra, evidentemente falsa, è in contraddizione con quelle, a loro volta reciprocamente contraddittorie e assurde, dei rapporti del 1945: 25 milioni, 20 milioni.

Questi poveri cerebro-pisanto-lesi ignorano perfino che uno dei più prestigiosi studiosi olocaustici del campo di Belzec, Michael Tregenza, liquidò i testimoni Gerstein, Reder e Hirszmann dichiarando alla fine di una critica articolata:

«Come risultò da successive indagini e dichiarazioni, questi rapporti fatti da testimoni oculari sul campo di Bełżec devono essere considerati tutti e tre inattendibili»11.

Tornando a Scotti, egli, con la sua consueta malafede, travisa perfino le patetiche obiezioni di Valentina Pisanty al mio scritto Auschwitz: un caso di plagio (Edizioni La Sfinge, 1986), riassumendole così:

«Addirittura la corrispondenza tra due testimonianze diverse (come nel caso delle autobiografie di Filip Müller e Miklos Nyiszli), che dovrebbe far pensare che sono entrambe vere, per i negazionisti è invece indice di contraffazione». (p. 33).

Egli tace infatti truffaldinamente che questa presunta “corrispondenza” è in realtà un volgare plagio.

Il riferimento è alle pp. 184-186 del libro pisantyano. Riassumo da parte mia, senza le note, ciò che ho obiettato al riguardo nella mia replica (pp. 100 -104):

Nello studio Auschwitz: un caso di plagio ho dimostrato che Filip Müller, nella descrizione degli aspetti essenziali del presunto procedimento di sterminio del suo libro già citato – la gasazione delle vittime e la cremazione dei loro cadaveri – ha plagiato sfrontatamente, tramite una traduzione tedesca, un’ opera redatta nel 1946 da Miklos Nyszli, egli stesso un volgare impostore, come ho dimostrato nel libro “Medico ad Auschwitz”: anatomia di un falso, sul quale la Pisanty, non sapendo a che cosa appigliarsi, tace pudicamente. Ella tenta dunque di confutare le mie critiche in questo modo:

«Gli elementi testuali che inducono il principale negazionista italiano ad avanzare l’ipotesi del plagio sono i seguenti:

il discorso del “dajan” (che secondo Nyiszli fu tenuto nel crematorio III di fronte a 460 uomini del Sonderkommando mentre per Müller avvenne nel Crematorio I) è molto simile nei due testi;

Müller e Nyiszli forniscono cifre analoghe (circa 3000 cadaveri al giorno) a proposito della capacità di incinerazione dei forni di Birkenau, sebbene tali cifre non corrispondano alle statistiche ufficiali e siano probabilmente eccessive.

Non è da escludere che Müller si sia appoggiato ad altri testi, tra cui quello di Nyiszli, per rinfrescarsi la memoria circa i dettagli che il tempo ha reso imprecisi nel suo ricordo. Ciò non significa che egli abbia mentito ma solo che, presa da sola, la sua testimonianza non basta per giungere a certezze su tali dettagli» (pp. 184-185, corsivo mio).

Tanto per puntualizzare, il testo dei due discorsi non è «molto simile» ma praticamente identico, come risulta dal confronto tra i due testi che ho presentato nello studio summenzionato. […].

Aggiungo poi che la durata di una cremazione (20 minuti) e il carico di una muffola (3 cadaveri insieme) dei 5 forni a 3 muffole dei crematori II e III non sono «probabilmente eccessivi», ma tecnicamente impossibili. […].

Müller ha tratto da Nyiszli anche la capacità totale dei crematori di Birkenau – 10.000 cadaveri al giorno; il povero sprovveduto ignorava infatti che la cifra che appare nella traduzione tedesca [del testo di Nyiszli da lui plagiato] (10.000) è un “errore” di traduzione: il testo ungherese menziona infatti due volte 20.000, la prima volta in cifra araba, la seconda in lettere (húszezer).

La Pisanty prosegue così la sua analisi critica:

«Mattogno inoltre osserva che

la descrizione delle procedure di gassazione mostra molti punti consonanti, in particolare per quanto riguarda la descrizione dei cadaveri ammucchiati verso l’alto. Müller scrive che, “quando i cristalli di Zyklon B entravano in contatto con l’aria, si sviluppava il gas letale e poi saliva sempre più in alto. Perciò i più grossi e i più forti stavano in cima al mucchio di cadaveri, mentre sotto c’erano soprattutto bambini, vecchi e deboli” mentre nel testo di Nyiszli la descrizione è la seguente:

“Si presenta uno spettacolo orrendo: i cadaveri non sono sparpagliati nel locale, ma sono ammucchiati gli uni sugli altri. Ciò è facilmente spiegabile: il Cyklon gettato dall’esterno sviluppa i suoi gas letali inizialmente all’altezza del pavimento. Solo a poco a poco raggiunge gli strati d’aria più alti. Perciò gli sventurati si calpestano reciprocamente, gli uni si arrampicano sugli altri”.

Secondo Mattogno, tale analogia non è spiegabile con il fatto che lo spettacolo al quale i due testimoni assistettero era lo stesso, perché a suo parere vi è una impossibilità fisica nel fatto che le vittime tendessero ad ammonticchiarsi durante la gasazione: dato che il peso specifico dello Zyklon B [sic!] è leggermente inferiore a quello dell’aria, esso doveva diffondersi verso l’alto. Dunque, per cercare una via di salvezza, sarebbe stato più logico che le vittime si appiattissero verso il basso.

Tuttavia occorre ricordare che il veleno veniva gettato nelle camere a gas in forma solida e che si volatilizzava solo dopo aver toccato il pavimento. Di conseguenza, era naturale che gli strati inferiori del locale si impregnassero [sic!] di gas prima di quelli superiori» (pp. 185).

Questa argomentazione è un altro brillante saggio di ignoranza testuale e tecnica. Come ho spiegato in uno dei libri sui quali la Pisanty ha deciso saggiamente di tacere, «il dottor Nyiszli ha inventato questa scena sul presupposto, errato, che lo Zyklon B fosse “cloro in forma granulosa” e il cloro gasoso ha una densità di 2,44 rispetto all’aria, perciò, in una eventuale camera a gas, esso salirebbe appunto dal basso verso l’alto; ma l’acido cianidrico gassoso ha una densità di 0,94, dunque è più leggero dell’aria, perciò ha una grande capacità di diffusione e tende a salire rapidamente verso l’alto, proprio dove, secondo Nyiszli, le vittime, con lotta affannosa, cercavano di ritardare la morte, ma sarebbero invece morte prima delle altre».

Ora, Müller, oltre a plagiare la scena inventata da Nyiszli, plagia anche l’insensata spiegazione fornita da questi, asserendo che forse i più forti che stavano in alto «si erano anche accorti che il gas letale si diffondeva dal basso verso l’alto» – riferimento che la Pisanty si guarda bene dal citare per evitare che il lettore intelligente si accorga che i «molti punti consonanti» non sono altro che un volgare plagio.

Per quanto riguarda il congegno di introduzione dello Zyklon B e di diffusione del gas, Nyiszli parla di tubi di lamiera perforata con sezione quadrata che attraversando il soffitto della “camera a gas” sbucavano all’esterno in appositi camini (il locale misurava 150 metri invece di 30, ma non stiamo a sottilizzare su questa «piccola incongruenza», come la definirebbe la Pisanty: Nyiszli non aveva mica «il compasso negli occhi»!). Dato l’ammassamento estremo delle vittime nella “camera a gas” – 3.000 persone su una superficie teorica di 210 metri quadrati – i fori bassi del congegno sarebbero stati in massima parte ostruiti dai corpi delle vittime schiacciate contro i congegni, perciò il gas si sarebbe comunque diffuso dall’alto del locale.

Come poi i «forti» si potessero districare in un ammasso umano di 14 persone per metro quadrato per salire sulle teste dei loro compagni di sventura, la Pisanty ce lo spiegherà – senza dubbio semioticamente – alla prossima occasione.

[Aggiungo che, secondo il sedicente costruttore dei dispositivi per l’introduzione dello Zyklon B nelle presunte camere a gas dei crematori II e III, Michał Kula, lo Zyklon B veniva versato all’interno della piccola colonna di rete metallica estraibile che scorreva nella colonna più grande e restava sotto il soffitto dei locali e da lì si diffondevano i vapori di acido cianidrico, come è stato ben evidenziato da Pressac nel suo relativo disegno12, perciò, in ogni caso, la risposta di V. Pisanty è priva di qualunque fondamento.

Come le colonne di lamiera perforata di Nyiszli si concilino con le colonne di rete metallica di Kula, lo sa solo V. Pisanty e speriamo che lo riveli anche a noi].

Müller non si è limitato a plagiare le invenzioni termotecnicamente e fisicamente impossibili di Nyiszli. Ecco ad esempio come, da una informazione errata di quest’ultimo, egli fabbrichi una storiella edificante ed “eroica”. Nyiszli, con una terminologia piuttosto approssimativa, parla dei «giganteschi ventilatori (óriási ventillátorokat) i quali attizzano il fuoco alla giusta temperatura nelle caldaie (kazánokban)», cioè nei gasogeni. Sebbene Nyiszli pretenda di aver trascorso quattro mesi nei crematori di Birkenau, egli era pur sempre un medico, dunque, applicando quel principio di «carità interpretativa» che la Pisanty mi accusa di non avere – egli non poteva sapere che ciascuno dei 5 forni a tre muffole dei crematori II e III era dotato di un soffiante (Druckluftgebläse) collegato al rispettivo forno mediante apposita tubatura (Druckluftleitung) che sbucava sulla volta di ogni muffola in 4 aperture rettangolari (di cm 10 x 8). Questi soffianti servivano ad apportare aria (fredda) di combustione alle muffole per la cremazione dei cadaveri, non ad attizzare il fuoco nei gasogeni. Anche i forni a 2 muffole del crematorio I erano dotati dello stesso dispositivo.

Su questo errore di Nyiszli, Müller ricama questa storiella: una volta, nel crematorio I, egli e i suoi compagni del Sonderkommando dimenticarono di spegnere «i ventilatori» di un forno, perciò il calore raggiunse una intensità tale che il forno bruciò (durchbrannte), il camino si danneggiò e crollò anche il condotto del fumo.

In realtà, se il soffiante fosse rimasto acceso in continuazione, la muffola si sarebbe raffreddata a tal punto che il coke del gasogeno si sarebbe spento per mancanza di tiraggio.

Un tale sproposito, proferito da un presunto fochista (Heizer) dei forni crematori, è decisamente troppo.

Bisogna tuttavia dare atto a Müller che egli non è un mero plagiario: egli inventa anche in proprio. Egli racconta, tra le altre, questa gustosa storiella: durante l’incendio del crematorio IV, egli si calò nel condotto del fumo dei forni dopo aver aperto «uno dei coperchi di ferro battuto» (einen der gusseisernen Deckel). Sfortunatamente questi «coperchi» non sono mai esistiti!

Sorvolo sulla critica della Pisanty relativa ai plagi minori (dove però ella si guarda bene dal dire che Müller – per rinfrescarsi la memoria, s’intende! – ha plagiato anche il rapporto Gerstein) e vengo alla sua conclusione generale:

«La spiegazione più semplice per giustificare le corrispondenze tra le due testimonianze è che gli episodi riportati da entrambe sono veri. Secondo Mattogno, invece, la convergenza è indice di contraffazione, mentre il fatto che nel suo libro Müller tralasci di dire che conosceva Nyiszli è segno inequivocabile di cattiva coscienza» (p. 186).

La strategia argomentativa adottata dalla Pisanty è semplice: sulla base della sua «premessa indiscussa» che ho illustrato nel cap. III, ella, con un cieco atto di fede (o di malafede?) assume aprioristicamente che una testimonianza che non conosce neppure (iste maledictus ha scritto in tedesco!) sia assolutamente attendibile e veridica, dunque le «corrispondenze» tra le due testimonianze dipendono soltanto dal fatto che i due testimoni hanno visto gli stessi episodi. Peccato che queste «corrispondenze», relative all’aspetto essenziale della testimonianza di Müller, riguardino impossibilità termotecniche e fisiche, il che significa che nessuno dei due testimoni può aver visto gli episodi che narra, dunque il plagio di Müller (che è molto più articolato di quanto possa apparire da queste brevi note) è pienamente dimostrato.

Quanto al fatto che Müller non menzioni Nyiszli – sebbene questi fosse anche medico personale dei membri del Sonderkommando e sebbene Müller fosse amico di Fischer, uno dei tre assistenti del medico ungherese e sebbene, infine, egli nomini il predecessore di Nyiszli – esso è esattamente «un segno inequivocabile di cattiva coscienza».

Quanto la coscienza di Müller fosse cattiva risulta dal fatto che, nella sua deposizione al processo della guarnigione del campo di Auschwitz (1947) egli non menzionò affatto la sua attività come membro del cosiddetto Sonderkommando nei crematori di Birkenau. Nella dichiarazione pubblicata da Kraus e Kulka (1958), Müller la menzionò, ma vi dedicò appena il 45% della sua narrazione, che contiene soltanto una serie di aneddoti fantasiosi, come ad esempio quello del prelievo di carne umana ai detenuti fucilati per la coltura dei batteri. Nel suo libro di memorie (1979), infine, Müller ha dedicato il 25% della narrazione ai fatti relativi al crematorio I e il restante 75% a quelli riguardanti i crematori di Birkenau: dallo 0% al 75%: uno sviluppo letterario sbalorditivo!

Qui ho fornito soltanto qualche piccolissimo esempio delle mie risposte alla nostra olosemiologa, ma ciò è già più che sufficiente per mostrare da un lato la penosa insulsaggine delle sue obiezioni, dall’altro l’attitudine acritica, antiscientifica e pappagallesca di Scotti: invece di discutere le mie obiezioni alle affermazioni di V. Pisanty, egli si limita a ribadirle, come se non le avessi rintuzzate tutte, ad una ad una, e la cosa grave è che egli lo sa benissimo, sicché anche qui non si tratta di un errore metodologico, ma della sciocca malafede di chi, non sapendo come rispondere alle critiche mosse alla sua maestrina, non sa fare altro che riaffermare vigorosamente le corbellerie da lei generosamente propalate.

Questa malafede traspare in modo ancora più eclatante nella “Bibliografia” di Scotti, dove, della mia bibliografia di 50 titoli,  cita (ho mostrato in che modo) soltanto questi tre libri:
« Mattogno C., Auschwitz: fine di una leggenda (Padova, Edizioni di AR,  1993) citato dallo
stesso autore on line su http://www.codoh.com/inter/intausital.html
Mattogno C., Olocausto: dilettanti allo sbaraglio, Padova, Edizioni di  AR, 1996 Mattogno C., Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. Risposta a  Valentina Pisanty, Genova, Graphos, 1998, versione corretta nel 2007  disponibile on line su http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf  » (p. 61).

A quando l’avvento di un critico, non dico serio, ma appena decente?

Appendice 1

Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt, Effepi, Genova, aprile 2009. Parte prima, Gli “indizi criminali” sulle camere a gas omicide discussione storico-critica delle tesi di Jean-Claude Pressac e di Robert Jan van Pelt, pp. 17-209.

Introduzione

Capitolo 1 – Gli «indizi criminali»

1.1. Gli antecedenti storici

1.2. L’archivio della Zentralbauleitung di Auschwitz

1.3. Premessa metodologica

1.4. I 39 «indizi criminali»

1.4.1. Indizi per il crematorio II

1.4.2. Indizi per il crematorio III

1.4.3. Indizi per i crematori IV e V

1.4.4. Indizi supplementari (crematori II e III)

1.4.5. Altri indizi

1.5. Considerazioni preliminari

1.6. Determinazione cronologica degli indizi e suo significato

1.6.1. Indizi relativi al crematorio II

1.6.2. Indizi relativi al crematorio III

1.6.3. Indizi relativi ai crematori IV e V

1.7. Contraddizioni di fondo

1.8. Il sistema di ventilazione dei Leichenkeller 1 e 2 dei crematori II e III

1.9. I montacarichi dei crematori II e III

1.9.1. Storia dei montacarichi dei crematori II e III

1.9.2. I montacarichi al processo Irving-Lipstadt

Capitolo 2 – Gli «indizi criminali» per il crematorio II

2.1. – «Vergasungskeller»

2.1.1. Il valore dell’indizio

2.1.2. Il contesto storico

2.1.3. Il significato del documento

2.1.4. La funzione del «Vergasungskeller»

2.1.5. Obiezioni e risposte

2.1.6. I commenti e le obiezioni di van Pelt

2.1.7. «Gaskeller»

2.2. – «Gasdichtetür», «Gastür»

2.3. – «Auskleideraum», «Auskleidekeller» e baracca davanti al crematorio II

2.3.1. «Auskleideraum» e «Auskleidekeller»

2.3.2. Origine e funzione dell’ «Auskleideraum» del crematorio II di Birkenau

2.3.3. La baracca davanti al crematorio II

2.3.4. Van Pelt e l’ «Auskleidekeller»

2.4. «Sonderkeller»

2.5. «Drahtnetzeinschiebevorrichtung» e «Holzblenden»

2.5.1. La scoperta degli indizi

2.5.2. Significato dei termini e localizzazione dei congegni

2.5.3. La testimonianza di Michał Kula

2.5.4. Che cosa non erano i «Drahtnetzeinschiebevorrichtungen»

2.5.5. I commenti di van Pelt

2.6. «Gasprüfer» e «Anzeigegeräte für Blausäure-Reste»

2.6.1. L’interpretazione di Pressac

2.6.2. La destinazione d’uso dei «Gasprüfer»

2.6.3. Il contesto storico

2.6.4. Il contesto burocratico

2.6.5. I problemi lasciati insoluti da Pressac

2.6.6. Che cos’erano i «Gasprüfer»?

2.6.7. Prüfer e i «Gasprüfer»

2.7. «Warmluftzuführungsanlage»

2.7.1. Posizione del problema

2.7.2. La spiegazione di Pressac

2.7.3. La spiegazione di van Pelt

2.8. «Holzgebläse»

2.9. Eliminazione dello scivolo per i cadaveri

2.9.1. La pianta 2003 del 19 dicembre 1942 e il suo significato

2.9.2. Il mascheramento dello scivolo

Capitolo 3 – Gli «indizi criminali» secondari relativi al crematorio II

3.1. Origine e definizione degli «indizi criminali» secondari

3.2. Considerazioni generali

3.3. Il sistema di drenaggio del crematorio II

3.4. L’apertura di un ingresso nel Leichenkeller 2

3.5. La direzione di apertura della porta del Leichenkeller 1

3.6. Sostituzione di una porta a due ante con una ad una sola anta (a tenuta di gas) nel Leichenkeller 1

3.7. Eliminazione dei rubinetti nel Leichenkeller 1

3.8. Eliminazione del Leichenkeller 3

Capitolo 4 – Gli «indizi criminali» per il crematorio III: «Gasdichtetür» e «Brausen»

4.1. L’interpretazione di Pressac

4.2. Il contesto storico

4.3. Le basi di legno delle presunte «docce finte»

4.4. La «Gasdichtetür»

Capitolo 5 – Gli «indizi criminali» per i crematori IV e V

5.1. Esposizione degli indizi

5.2. Progettazione dei crematori IV e V: il progetto iniziale

5.3. Progettazione dei crematori IV e V: il primo progetto operativo

5.4. Progettazione dei crematori IV e V: il secondo progetto operativo

5.5. Progettazione dei crematori IV e V: il terzo progetto operativo

5.6. Tecnica di gasazione

5.7. Sistema di introduzione dello Zyklon B

5.8. Van Pelt e le «12 St. gasdichten Türen»

5.9. La ventilazione naturale

5.10. La ventilazione meccanica

5.11. Analisi della pianta 2006 dell’11 gennaio 1943

Capitolo 6 – gli «indizi criminali» di carattere generale

6.1. «Normalgaskammer»

6.2. Perché le SS non usarono a scopo omicida camere a gas con sistema Degesch-Kreislauf?

6.3. «Verbrennung» e «Sonderbehandlung»

6.3.1. Il documento

6.3.2. Il «contesto storico» secondo van Pelt

6.3.3. Gli errori di van Pelt

6.3.4. Il vero contesto storico

6.3.5. Il significato del documento

Capitolo 7 – I presunti «indizi criminali» per i bunker di Birkenau

7.1. Precisazione sul titolo

7.2. – «Sonderbehandlung»

7.2.1. La tesi di Pressac

7.2.2. I rapporti esplicativi di Bischoff

7.2.3. Le quattro baracche «für Sonderbehandlung» e i Bunker di Birkenau

7.2.4. «Sonderbehandlung» e «Entwesungsanlage»

7.3. Le «Badeanstalten für Sonderaktionen»

7.3.1. Le spiegazioni di Pressac

7.3.2. Un progetto non realizzato

7.3.3. «Badeanstalten» e forni crematori

7.3.4. La spiegazione di van Pelt

7.4. «Sperrgebiet»

7.5. «Material für Sonderbehandlung»

7.6. I «Materialien für Judenumsiedlung» e il «rapporto» Franke-Griksch

7.6.1. I «Materialien für Judenumsiedlung»

7.6.2. Il «rapporto» Franke-Griksch e i commenti di Pressac

7.6.3. Analisi critica dei commenti di Pressac

Appendice 2

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Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt, pp. 48-54 (sintesi)

Il 9 gennaio 1943 Bischoff scrisse a Kammler una lettera con oggetto «Installazioni igieniche nel campo di concentramento e nel campo per prigionieri di guerra di Auschwitz» (Hygienische Einrichtungen im K.L. und K.G.L. Auschwitz) nella quale elencò tutti gli impianti di disinfestazione e disinfezione che esistevano allora: cinque impianti nel KL Auschwitz e quattro nel KGL Birkenau. […]. Tuttavia nei giorni successivi, a causa di incendi, andarono fuori uso l’apparato di disifestazione ad aria calda (Heißluftapparat) costruito dalla ditta Topf und Söhne del Block 1 del campo principale, l’Heißluftapparat fabbricato dalla ditta Hochheim «nelle baracche di disinfestazione maschile e femminile del KGL», cioè nelle Entlausungsbaracken BW 5a e 5b, e infine «negli impianti di disinfestazione per la truppa»13. Questi guasti si verificarono in un periodo in cui l’epidemia di tifo petecchiale non era ancora stata debellata. […].

Nel corso di gennaio del 1943 si verificò una recrudescenza dell’epidemia di tifo petecchiale che culminò nella prima decade di febbraio e costrinse l’SSBrigadeführer Glücks a ordinare misure drastiche14.

Torniamo al “Vergasungskeller”. Nel contesto delineato sopra, la cosa più ragionevole è che alla fine di gennaio del 1943, per sopperire agli impianti di disinfestazione che erano bruciati, le autorità SS progettarono di adibire a camera a gas ad acido cianidrico provvisoria il Leichenkeller 1 del crematorio II. Il nome del progetto – “Vergasungskeller” – era evidentemente tratto da quello della camera a gas ad acido cianidrico dei BW 5a e 5b, che era denominata anche “Vergasungsraum” (locale di gasazione)15.

L’iniziativa partì probabilmente dall’Amtsgruppe C dell’SS-WVHA. A conferma di ciò c’è il fatto che alla fine di gennaio l’Amt C/III (Technische Fachgebiete: settori tecnico-specilistici) dell’ SS-WVHA aveva chiesto alla ditta Hans Kori di Berlino un preventivo per un «Impianto di disinfestazione ad aria calda» (Heißluft-Entwesungsanlage) per il campo di Auschwitz. La ditta Kori rispose il 2 febbraio, inviando all’ufficio suddetto una lettera con oggetto «Impianto di disinfestazione per il KL Auschwitz» (Entlausungsanlage für Konz.-Lager Auschwitz)16, una «Lista dei quantitativi di ferro necessari per un impianto di disinfestazione ad aria calda, campo di concentramento di Auschwitz» (Aufstellung über die erforderlichen Eisenmengen für eine Heißluft-Entlausungsanlage, Konzentrationslager Auschwitz) per complessivi 4.152 kg di metallo17 e un «Preventivo di costo di un impianto di disinfestazione ad aria calda per il campo di concentramento di Auschwitz» (Kosten-Anschlag über eine Heißluft-Entlausungsanlage für das Konzentrationslager Auschwitz) per complessivi 4.960,40 RM18.

Lo stesso giorno, il 2 febbraio 1943, l’SS-Hauptsturmführer Kother, capo della Hauptabteilung C/VI/2 (Betriebswirtschaft: economia aziendale) effettuò una «Ispezione degli impianti di disinfestazione e sauna nel KL Auschwitz» (Besichtigung der Entwesungs- und Sauna-Anlagen im KL Auschwiz). Nel relativo rapporto dell’SS-Standartenführer Eirenschmalz, capo dell’Amt C/VI dell’SS-WVHA, riguardo agli «Impianti di disinfestazione» (Entwesungsanlagen) si dice che gli apparati per l’aria calda (Heißluftapparate) erano originariamente previsti per la disinfestazione con acido cianidrico (Blausäure-Entwesung), che richiedeva una temperatura di 30°C, ma erano stati usati per la disinfestazione con aria calda (Heißluftentwesung), che richiedeva una temperatura di 95°C, perciò venivano sollecitati eccessivamente. […].

L’idea di utilizzare provvisoriamente il Leichenkeller 1 del crematorio II come camera di disinfestazione di emergenza ad acido cianidrico fu poi estesa anche agli altri crematori e le relative tracce documentarie furono successivamente interpretate da Pressac come «indizi» o «bavures» relativi a camere a gas omicide.

A conferma di ciò esistono ameno due indicazioni. La prima è contenuta in una lista (Aufstellung) della Topf del 13 aprile 1943 in cui sono elencati i quantitativi di metalli necessari per varie installazioni, tra le quali c’è questa:

«2 stufe di disinfestazione per il crematorio II nel campo per prigionieri di guerra, Auschwitz»[«2 Topf Entwesungsöfen für das Krema II im Kriegsgefangenenlager, Auschwitz»]19.

La seconda si trova in un documento redatto dalla ditta VEDAG (Vereinigte Dachpappen-Fabriken Aktiengesellschaft), che eseguì, tra gli altri, i lavori di isolamento dei crematori. Si tratta di una fattura datata 28 luglio 1943 che ha per oggetto «Auschwitz-Crematorio» (Auschwitz-Krematorium) e riguarda «lavori di impermeabilizzazione eseguiti per l’impianto di disinfestazione» (ausgeführte Abdichtungsarbeiten für die Entwesungsanlage)20.

Si sa con certezza che i due Entwesungsöfen della Topf furono poi installati nella Zentralsauna, ma ciò non toglie che nel documento citato sopra siano riferiti al crematorio II. Anche la fattura della VEDAG riguarda le camere di disinfestazione ad aria calda (Heißluft-Entwesungskammern) installate nella Zentralsauna. Ciò risulta indubitabilmente da una elaborazione tecnica della fattura ad opera del competente ufficio della Zentralbauleitung in cui essa viene giustamente riferita al “BW 32 = Entwesungsanlage” cioè, appunto, alla Zentralsauna. Ma per quale ragione la fattura della ditta VEDAG ha come oggetto «Auschwitz-Crematorio»? Questa intestazione ha una evidente relazione con la summenzionata lista della Topf del 13 aprile 1943 relativa alle «2 stufe di disinfestazione per il crematorio II» che furono poi installate nella Zentralsauna. I due documenti stabiliscono dunque la correlazione crematorio-disinfestazione e rappresentano l’espressione di un progetto o quantomeno di una intenzione della Zentralbauleitung di unire nello stesso edificio cremazione e disinfestazione. A questo riguardo è significativo il fatto che dei due impianti di disinfestazione ad aria calda della Topf si cominciò a discutere proprio il 29 gennaio 1943. Il 5 febbraio, infatti, con riferimento a un precedente colloquio tra Bischoff e l’SS-Unterschaführer Josef Janisch, da una parte, il capoingegnere della Topf Kurt Prüfer dall’altra, la Topf inviò alla Zentralbauleitung il preventivo di costo dell’impianto di disinfestazione21, ma la costruzione dell’edificio della Zentralsauna cominciò soltanto il 30 aprile 194322.

Appendice 3

Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, 2000, Parte seconda.

  1. L’inizio delle deportazioni ebraiche ad Auschwitz

  2. Genesi della “Sonderbehandlung” ad Auschwitz

  3. Sonderbehandlung e Entwesungsanlage

  4. Sonderbehandlung” e Zyklon B: l’epidemia di tifo petecchiale dell’estate 1942

  5. Sonderbehandlung” e disinfestazione degli effetti ebraici

  6. Sonderbehandlung e la nuova funzione del K.G.L.

  7. La “Sonderbehandlung” dei deportati inabili al lavoro

  8. Le “Sonderbaumassnahmen

  9. Le “Baracken für Sondermassnahmen

  10. La “Sonderaktion” e la costruzione di impianti sanitari

  11. Le “Sonderaktionen” e la costruzione del crematorio II

  12. Le “Badenanstalten für Sonderaktionen

  13. Le “Sonderaktionen” e l’internamento dei trasporti ebraici

  14. Le “Sonderaktionen” e il trasporto e l’immagazzinamento degli effetti ebraici

  15. Le “Sonderaktionen” e il dottor Kremer

  16. La “Verbrennung mit gleichzeitiger Sonderbehandlung

  17. I crematori di Birkenau: “Spezialeinrichtungen” e “Sonderkeller

  18. La “Sonderaktion Ungarn

  19. Sonderaktion”: interrogatorio da parte della Gestapo

  20. La “Sonderbaracke B” di Auschwitz

  21. Il “Sonderkommando” dei crematori

Carlo Mattogno

1 http://www.consiglio.regione.campania.it/cms/CM_PORTALE_CRC/servlet/Docs?dir=docs_biblio&file=BiblioContenuto_442.pdf

2 Auschwitz: Fine di una leggenda. Edizioni di Ar, 1994, p. 58.

3 Idem, p. 59.

4 L’«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad…Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Edizione riveduta, corretta e aggiornata. http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf, p. 38.

5 In realtà si tratta del PS-2170.

6 Idem, pp. 52-53.

7 Idem, pp. 48-49.

8 S. Friedländer, Kurt Gerstein o l’ambiguità del bene. Fentrinelli Editore, Milano, 1967, p.123.

9 Secondo la storiografia olocaustica attuale, dei “Gaswagen” furono impiegati sia ad Auschwitz sia a Mauthausen. Della faccenda mi sono occupato in “Nuovi studi” contro il revisionismo.

10 Alla luce di un documento che ho pubblicato nel mio studio sul campo di Belzec nel 2006, 6.700 persone in 45 vagoni merci non può essere considerato una esagerazione.

11 Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006, pp. 69-70.

12 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 487, documento 14.

13 Lettera di Bischoff «an den Kommandanten des KL Auschwitz – SS-Obersturmbannführer Höss» del 18 gennaio 1943. RGVA, 502-1-28, pp. 256-258.

14 Vedi capitolo 2.6.3.

15 Erläuterungsbericht zum Vorentwurf für den Neubau des Kriegsgefangenenlagers der Waffen-SS, Auschwitz O/S. RGVA, 502-1-233, p. 16.

16 RGVA, 502-1-332, pp. 15-15a.

17 RGVA, 502-1-332, p. 18

18 RGVA, 502-1-332, pp. 20-21.

19 APMO, BW 30/34, p. 47. Vedi documento 4 (del testo citato).

20 RGVA, 502-1-313, p. 137. Vedi documento 5 (del testo citato).

21 Lettera della Topf alla Zentralbauleitung del 5 febbraio 1943, RGVA, 502-1-336, pp. 89-90, e Kostenanschlag über eine Entwesungs-Anlage bestehend aus 2 Öfen mit 4 Kammern del 5 febbraio 1943. RGVA, 502-2-27, pp. 27-30.

22 Baubericht del campo di Birkenau del 2 ottobre 1943. RGVA, 502-1-320, p. 7.

Qui la versione in Word Mattogno- Andrea Scotti

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