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Nov 12

0881 – Una “confutazione scientifica” delle “teorie negazioniste di Carlo Mattogno” o Il suicidio wiki-vidal-pisantyano di Loris Derni

    Una “confutazione scientifica” delle
   “teorie negazioniste di Carlo Mattogno”
o
       Il suicidio wiki-vidal-pisantyano di Loris Derni

(di Carlo Mattogno,12 Novembre 2014)

(Qui il documento in Word)

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click...

Una parte degli studi di Carlo Mattogno. Click…

Apprendo con somma gioia che, finalmente, i miei sei studi pubblicati tra il 2012 e il 2014 «sono stati confutati scientificamente da decine di altri testi», come ci rivela l’onorevole Emanuele Fiano (vedi qui l’articolo 0875), al quale va la mia più profonda gratitudine, perché – lo confesso – non me ne ero proprio accorto.

Mi sono dunque dato ad una laboriosa ricerca di queste «decine di altri testi», ma, ahimè!, ne ho trovato uno solo. Se poi si tratta di un testo scientifico, lascio al lettore giudicare.

Mi riferisco allo scritto di “Loris Dott. Derni” intitolato “Shoah: un approccio critico alle teorie negazioniste di Carlo Mattogno. Esercitazione in Cultura Ebraica1.

Poiché, come si vedrà, mi viene mosso (per la verità molto indirettamente) l’appunto di essere offensivo (prassi notoriamente adottata dai critici olocaustici contro i “negazionisti”), argomenterò entro i limiti di una calma pacatezza (cosa che, considerata l’ignoranza, la sicumera e la malafede di certi figuri, richiede doti ascetiche). Spero comunque che non sia considerato offensivo rilevare che questo testo è frutto di un saccheggio sistematico soprattutto (ma non esclusivamente) del “classico” di Valentina Pisanty (plagio in parte dichiarato) e dell’articolo “Negazionismo dell’Olocausto” che appare in Wikipedia2 (plagio non dichiarato). Per quanto riguarda quest’ultimo, il plagio è alquanto grossolano, perché si tratta di un semplice copia-incolla.

Loris_Derni1) Comincio dall’esame dell’apparato critico del testo di Derni. Delle 39 note da lui addotte, ben 23 sono tratte dal sito summenzionato:

  1. ^ Lettera del 26 dicembre 2005 di Robert Faurisson a Jawad Sharbaf, direttore generale dell’Istituto di scienze politiche di Tehran, nella quale il massimo negazionista mondiale afferma:

L’impostura dell’Olocausto è la spada e lo scudo dello Stato ebraico; essa ne è l’arma numero uno. Essa permette agli ebrei e ai sionisti di mettere sotto accusa il mondo intero: in primo luogo la Germania del III Reich che avrebbe commesso un crimine abominevole e senza precedenti, poi il resto del mondo che l’avrebbe lasciata commettere questo stesso crimine.”. Cfr. l’ “Archivio Faurisson” presso la sezione italiana del sito della Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d’Holocaustes

  1. ^ A. Di Giovine, Il passato che non passa: ‘Eichmann di carta’ e repressione penale in Diritto pubblico comparato ed europeo, Giappichelli, Torino, 2006, fasc. 1, pp. XIV-XXVIII
  2. ^ (DE) Verbotsgesetz, legge austriaca che proibisce il nazionalsocialismo, promulgata nel 1947 con emendamenti del 1992
  3. ^ Corriere della Sera, 27-01-2007 – L’Onu contro il negazionismo 22 stati non votano, no dell’Iran
  4. ^ C. Mattogno, Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti
  5. ^ Bochaca, J., La finanza e il potere, Ar, pag. 73
  6. ^ C. Saletta, Per il revisionismo storico contro Vidal-Naquet, Graphos 1993, p. 30
  7. ^ Paul Rassiner, “Il dramma degli ebrei europei”, Ed. Europa, 1967
  8. ^ Richard E. Harwood, “Did Six Million Really Die?”, Samisdat Publishers, Ltd, 1974
  9. ^ L’ipotesi Madagascar

11.^ “Ogni cosa è illuminata”, minuto 33

  1. ^ “I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia”, Gross Jan T., Arnoldo Mondadori Editore, 2002
  2. ^ Leon Degrelle, “Lettera al Papa sulla truffa di Auschwitz”, Ed. Sentinella d’ Italia, 1979

14.ab ^ Dal dossier “66 domande e risposte sull’ olocausto” pubblicato da Institute for Historical Review

  1. ^ Roger Garaudy, “I miti fondatori della politica israeliana”, Ed. Graphos, 1996
  2. ^ Jurgen Graf: “L’olocausto allo scanner”, Ed. Gideon Burg, 1993
  3. ^ Wellers G: Les chambres a gaz ont existe: des documents, des temoignages, des chiffres, Gallimard, 1981 (ed. it.: Le camere a gas sono esistite: documenti testimonianze cifre . Torino, 1997
  4. ^ Wellers G: A propos du “rapport Leuchter” et les chambres a gaz d’Auschwitz . Le Monde Juif 134 (Apr-June 1989)
  5. ^ Pressac JC: Les carences et incohérences du Rapport Leuchter, Jour J., la lettre télégraphique juive, 12.12.1988 versione on line.
  6. ^ Pressac JC: Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989 versione on line.
  7. ^ Pressac JC: Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse, CNRS Éditions, 1993

33.^ Report Of Professor Robert Jan Van Pelt.

  1. ^ Rich Green’s Homepage.

Come ho accennato sopra, Derni ha fatto un semplice copia-incolla senza neppure curarsi di eliminare il segno ^ che precede i singoli titoli e riporta interattivamente al testo dell’articolo o le lettere “ ab” nella nota 14 (che duplica nella nota 16). Egli non si è preoccupato minimamente di completare questi riferimenti grezzi e acciarpati, né ha aggiunto il numero di pagina delle citazioni, sicché la verifica, per chi non padroneggi la materia, è alquanto ardua. Come si vede, la sua attitudine scientifica è veramente esemplare!

Informo l’autore dell’articolo di Wikipedia che il libro di Jürgen Graf da lui citato nella nota 22 (e ripreso da Derni nella nota 17) è in francese, non in italiano; il titolo è: l’Holocauste au scanner témoignages oculaires ou lois de la nature. Guiden Burg Verlag, Basilea, 1993. È chiaro che nessuno dei due l’ha neppure sfogliato.

Inoltre a entrambi è evidentemente sfuggito che il libro di Pressac della nota 31 (32 di Derni) è stato tradotto in italiano venti anni fa, col titolo Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994.

Nella nota 13 l’articolista menziona «Bochaca, J., La finanza e il potere, Ar, pag. 73», testo ripreso da Derni nella nota 6. Non conosco questo libretto, so però che conta 54 pagine, sicché una citazione di p. 73 mi pare piuttosto improbabile.

Il riferimento «Richard E. Harwood, “Did Six Million Really Die?”, Samisdat Publishers, Ltd, 1974» è errato; la prima edizione, del 1974, fu pubblicata da Historical Review Press, quella di Samisdat Publishers è del 1980.

Nella nota 27 Derni scrive: «Articoli vari di Carlo Mattogno (specificamente il saggio Olocausto: dilettanti allo sbaraglio) all’interno dei quali polemizza con Valentina Pisanty, John C. Zimmerman, Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard ed altri studiosi». È evidente che egli non ha mai visto questo libro, che non contiene alcun accenno né a V. Pisanty, né a J.C. Zimmerman.

Su altre note ritornerò successivamente.

2) Nella “Premessa: il Negazionismo dell’Olocausto” Derni scrive:

«Il negazionismo dell’Olocausto è l’opinione secondo la quale si nega la veridicità dell’Olocausto, ossia l’esistenza del genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista».

L’affermazione è plagiata dall’articolo di Wikipedia, che dice:

«Il negazionismo dell’Olocausto è una manipolazione degli eventi storici perpetrata per scopi politici, il cui principale assunto è la negazione della veridicità dell’Olocausto, ossia del genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista».

Quest’affermazione, oltre che maligna (“manipolazione”, “scopi politici”), è incompleta, perché manca la definizione di “Olocausto” e di “genocidio”, e dunque metodologicamente errata. È ormai un fatto noto che la critica revisionistica si rivolge a due questioni fondamentali: l’ordine o la decisione istituzionale di sterminio ebraico e l’impiego di “camere a gas” per la sua esecuzione. In questa prospettiva, la questione numerica diventa secondaria.

Da parte mia, non “nego” proprio nulla, ma affermo positivamente che le prove addotte a sostegno della realtà effettiva di tale ordine o decisione istituzionale e delle “camere a gas” nazionalsocialiste non reggono ad una critica storica seria.

3) «Secondo questa teoria questo non sarebbe altro che una gigantesca messinscena, funzionale alla demonizzazione della Germania, alle politiche sotterraneamente perseguite dai circoli ebraici mondiali ed alla creazione e difesa dello Stato d’Israele».

Un altro plagio del testo di Wikipedia:

«Secondo tale teoria, l’Olocausto sarebbe una gigantesca messinscena, funzionale alla demonizzazione della Germania, alle politiche sotterraneamente perseguite dai circoli ebraici mondiali e alla creazione e difesa dello Stato d’Israele».

Nella relativa nota, parimenti plagiata, Derni (si fa per dire) giustifica il suo assioma col riferimento che ho già riportato sopra: «Lettera del 26 dicembre 2005 di Robert Faurisson a Jawad Sharbaf,… ».

Qui Faurisson si riferisce chiaramente all’uso strumentale dell’Olocausto da parte di Israele, ma questo non ha alcuna relazione con una presunta «gigantesca messinscena», vale a dire con la teoria della cospirazione, che, da parte mia, respingo fermamente3.

4) Dopo aver plagiato dall’articolo di Wikipedia il riferimento alle leggi antirevisionistiche vigenti in vari paesi europei e relative note (che diventano le sue note 2 e 3) e l’accenno alla risoluzione dell’ONU del 2007, Derni plagia anche il successivo commento, dimenticando una parola che aggiungo tra parentesi quadra:

«I negazionisti considerano tali leggi come un mezzo di limitare la libertà di parola, e [propugnano] l’idea secondo la quale esista un enorme complotto allo scopo di rendere gli storici succubi del “credo olocaustico”, difeso in molti paesi con la forza della legge, eterodiretta dai poteri ebraici o comunque filosemiti».

La relativa nota rimanda a “C. Mattogno, Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti”, ma il commento presentato in Wikipedia e copiato da Derni ne travisa il significato. In quest’articolo, dopo aver descritto le persecuzioni giudiziarie di vari revisionisti, ho osservato banalmente:

«Ma se il revisionismo storico è aberrante, che bisogno c’è di ricorrere ai tribunali per sgominarlo? Perché vari paesi civili e democratici, come la Francia, la Germania, la Svizzera e l’Austria impongono per legge una interpretazione storica – la credenza olocaustica – e condannano chiunque
 storicamente la contesti? La risposta a questa domanda fu data in modo chiaro e inequivocabile dallo storico e romanziere francese Jacques Baynac, non certo sospetto di simpatie revisionistiche, in due articoli apparsi nel
 settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna, i cui titoli sono tanto eloquenti da costituire già essi stessi una risposta: “Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti” e “In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito”».

Baynac rilevò sconsolatamente che « in mancanza di documenti» e ammise che, «o si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla
 immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [documentarie] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide».

Donde la mia osservazione:

«In altri termini, le due basi sulle quali la storiografia olocaustica dice di fondarsi – le testimonianze e i documenti – sono del tutto inconsistenti, perché le une, dal punto di vista scientifico, non valgono nulla, gli altri, i documenti probatori, non esistono. Allora che fare per mantenere in piedi in qualche modo la traballante credenza olocaustica? L’unica scappatoia era il ricorso ai tribunali».

Alla fine ho ribadito:

«Le leggi antirevisionistiche che hanno colpito David Irving, René-Louis Berclaz, Ernst Zündel, Siegfried Verbeke, Germar Rudolf e molti altri non ledono soltanto la libertà di pensiero e di espressione, non sono soltanto uno strumento di repressione di un pensiero eterodosso, ma sono soprattutto lo strumento con il quale gli storici, incapaci di confutare il revisionismo, delegano il loro compito ai tribunali»4.

Dunque la storia dell’ “enorme complotto” non ha nulla a che vedere con ciò che ho scritto.

5) Derni continua la sua faticosa opera plagiaria così:

«Secondo la tesi negazionista, l’antisemitismo è nato perché il sistema economico liberal-capitalista è visto come una derivazione diretta della cultura ebraica trasposta nell’economia. La contemporanea presenza nel mondo di sistemi economici completamente diversi – quale il marxismo – viene risolta da una parte dei negazionisti secondo un assioma per cui il marxismo diviene solo un diverso tipo di capitalismo (capitalismo di Stato)».

Qui egli non è stato neppure capace di riassumere decentemente il testo plagiato, che suona:

«Secondo la tesi negazionista invece, se il fascismo internazionale ha adottato l’antisemitismo come pilastro ideologico è perché il sistema economico liberal-capitalista vi è visto come una derivazione diretta della cultura ebraica trasposta nell’economia. E rifiutando il sistema economico liberal-capitalista di conseguenza non ci si poteva esimere dal rifiutarne anche le sue [sic] basi culturali, identificate con quelle ebraiche. La presenza nel mondo di sistemi economici completamente diversi – quale il marxismo – viene risolta da una parte dei negazionisti secondo un assioma per cui il marxismo diviene solo un diverso tipo di capitalismo (capitalismo di Stato)».

Il riferimento è ad un opuscolo di Joaquín Bochaca pubblicato in italiano nel 1982 (ma c’era già stata una versione precedente nel 1979): decisamente poco per poter parlare seriamente di “tesi negazionista”; questa, se fosse stata riportata correttamente, sarebbe solo la tesi di Bochaca5.

Parimenti plagiato è ciò che Derni afferma sulla «corrente del negazionismo marxista», cui si riferisce la nota 7.

6) Nel paragrafo seguente, Derni comincia col plagiare perfino il titolo dell’articolo di Wikipedia:Tesi negazioniste nella loro evoluzione storica” e ovviamente anche il testo è plagiato alla lettera:

«Nel dopoguerra, le prime contestazioni della responsabilità tedesca nella Seconda guerra mondiale furono formulate già negli anni cinquanta. Secondo tali tesi, sarebbe stato il cosiddetto Weltjudentum , o “ebraismo mondiale”, a dichiarare guerra alla Germania nel 1933, mentre i nazisti, come partito al governo, avrebbero semplicemente risposto».

È bene chiarire la vicenda. Il 24 marzo 1933 il quotidiano britannico “Daily Express”, diretto dal giornalista ebreo Ralph David Blumenfeld, pubblicò in prima pagina un articolo intitolato “La Giudea dichiara guerra alla Germania” (Judea declares war on Germany), col sottotitolo “Ebrei di tutto il mondo uniti. Boicottaggio di merci tedesche” (Jews of all the world unite. Boykott of German goods). Un fotomontaggio poneva Hitler di fronte ad anziani ebrei. I Tedeschi reagirono sullo stesso piano. Il 29 marzo fu costituito un “Comitato centrale per la difesa contro la campagna ebraica di atrocità e di boicottaggio” (Zentralkomitee zur Abwehr der jüdischen Greuel- und Boykotthetze) presieduta da Julius Streicher6, che indisse un controboicottaggio dei negozi ebraici per il 1° aprile7. Il 31 marzo 1933 Streicher pubblicò sul “Völchischer Beobachter” un articolo in cui fece esplicito riferimento al titolo del “Daily Express”:

«E così la Germania che si desta, la Germania di Adolf Hitler, già ai suoi inizi crolla in sé stessa, i correligionari all’estero degli Ebrei che vivono in Germania promuovono una vergognosa campagna di boicottaggio contro i prodotti tedeschi. “Non comprate merci tedesche!”, urla la combriccola della stampa ebraica tra i popoli, e “Giuda dichiara la guerra alla Germania!”»8.

Così i “nazisti” risposero ad un boicoittaggio con un controboicottaggio.

7) «Le tesi principali dei negazionisti odierni sono che:

non sia mai esistita la volontà da parte dei nazisti di sterminare gli ebrei, ma di rinchiuderli in campi di concentramento;».

La nota 8 rimanda a «Paul Rassiner, “Il dramma degli ebrei europei”, Ed. Europa, 1967». Sarebbe quantomeno buona creanza indicare il numero di pagina; qualcosa di simile si trova a p. 28, dove Rassinier spiega che l’aggettivo “judenfrei” indicava «“senza ebrei” , a motivo del trasferimento di questi nei campi», ma poco prima, citando Hilberg, riferisce che Hitler dal 1938 al 1940 aveva compiuto sforzi straordinari per attuare «un vasto piano di emigrazione [ebraica]». La reale politica nazionalsocialista nei confronti degli Ebrei viene esposta distesamente nello studio I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”.

Dato che fa riferimento a un testo apparso nel 1967, Derni ha una concezione assai singolare di che cosa sia “odierno”.

8) Sorvolo sulle successive due tesi, che sono condivisibili, e passo direttamente all’ultima:

«che la narrazione della Shoah sia un utile artificio pensato per giustificare la costituzione dello Stato di Israele nel dopoguerra, e giustificare i crimini commessi dagli eserciti e governi Alleati durante la seconda guerra mondiale».

Questa è appunto la teoria della cospirazione, uno sproposito storiografico che nessun revisionista serio sostiene.

9) L’esposizione che segue è parimenti frutto del faticoso sforzo di plagio di Derni:

«Oltre a queste tesi centrali, esiste tutta una serie ulteriore di affermazioni ricorrenti: la concentrazione degli ebrei nei campi sarebbe avvenuta per proteggerli dai pogrom in vista di un loro trasferimento in un luogo lontano dall’Europa».

Quale revisionista ha mai proferito una simile scempiaggine? La nota non ci aiuta a saperlo, perché recita laconicamente: «L’ipotesi Madagascar». Lasciando da parte il fatto che non si trattava di una “ipotesi” (dove mai l’articolista di Wikipedia avrà pescato questo termine?), ma di un progetto (Madagaskar-Projekt) redatto dal Minstero degli Esteri del Reich nel luglio-agosto 1940 (NG-2586-J), da dove viene la storiella della protezione degli Ebrei dai pogrom? In quale testo revisionistico è scritta?

10) «a riprova di questo ci sarebbe il fatto che inizialmente gli ebrei videro la conquista tedesca di Polonia e Ucraina come una liberazione dalle persecuzioni delle popolazioni autoctone».

Qui l’articolista di Wikipedia, e a passivo rimorchio Derni, ci onora di due note:

«“Ogni cosa è illuminata”, minuto 33.

I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia”, Gross Jan T., Arnoldo Mondadori Editore, 2002».

Quanto al primo riferimento, il nostro articolista fornisce acutamente un collegamento che rimanda ad un altro articolo di Wikipedia, “Ogni cosa è illuminata (film)9. L’autore ci informa che «si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonimo libro autobiografico di Jonathan Safran Foer, in cui racconta il suo viaggio (sia fisico che spirituale) sulle orme del nonno, costretto ad emigrare, dalla natia Ucraina, negli Stati Uniti». Un film tratto da una autobiografia di un ebreo! Una fonte davvero rigorosamente scientifica, direi assolutamente imprescindibile, per conoscere il pensiero dei revisionisti!

Il secondo riferimento riguarda un presunto massacro sul quale il prestigioso storico israeliano Yitzhak Arad si sofferma appena in una nota:

«Ci furono pogrom nell’area di Bialystok. Il più noto avvenne nella città di Jedwabne, istigato dalla popolazione polacca locale il 6-7 luglio 1941. Secondo Jan Gross, Neighbors, quasi tutti i 1.500 Ebrei di Jedwabne furono uccisi»10.

A quanto pare, l’unica fonte di questo presunto massacro è il libro di questo Gross; per quanto è a mia conoscenza, non esistono documenti dell’epoca al riguardo.

A parte tutte queste considerazioni, quale revisionista ha mai fatto l’affermazione in discussione?

11) «La “truffa di Auschwitz” sarebbe solo una voce ispirata al principio di Goebbels per il quale “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”».

La nota rinvia a «Leon Degrelle, “Lettera al Papa sulla truffa di Auschwitz”, Ed. Sentinella d’ Italia, 1979». Detto così, si lascia intendere che Degrelle abbia addotto la presunta citazione di Goebbels (la citazione appare in forme molteplici e diverse, ma la fonte non viene mai riportata), tuttavia nell’opuscolo in oggetto, che ho sotto gli occhi, Goebbels non è neppure nominato.

12) «Le testimonianze dei sopravvissuti e degli imputati al processo di Norimberga si sarebbero in più punti rivelate palesemente incongruenti sui modi dello sterminio».

la fonte sarebbe «Dal dossier “66 domande e risposte sull’ olocausto” pubblicato da Institute for Historical Review”». Ora qui l’unica domanda che menzioni il processo di Norimberga è la 20, che dice però tutt’altra cosa:

«Esistono prove che gli americani, gli inglesi e i russi ricorressero alla tortura per estorcere delle “confessioni” ad alcuni ufficiali tedeschi? Ci sono prove in abbondanza che la tortura è stata usata sia prima che durante il famoso “processo di Norimberga”- ma anche in seguito, durante i processi per “crimini di guerra”»11.

13) Derni salta la frase che segue immediatamente: «le immagini riprese dagli americani non vanno interpretate come prove della Shoah», che, rompendo arditamente le catene del supino plagio, colloca un po’ più giù.

14) «il “mito olocaustico” sarebbe stato avallato con lo scopo di giustificare la partecipazione degli Stati Uniti a una guerra impopolare».

Anche qui l’articolista travisa ciò che è scritto nella fonte citata, il libro di R. Garaudy:

«Il mito serviva al gioco di tutti: parlare del “più grande genocidio della storia” per i colonialisti occidentali voleva dire far dimenticare i propri crimini (la decimazione degli indiani d’America e la tratta degli schiavi africani), mentre per Stalin significava cancellare le sue selvagge repressioni.

Esso si prestava al gioco dei dirigenti anglo-americani dopo il massacro di Dresda del 13 febbraio 1945, quando, in poche ore, perirono tra le fiamme delle bombe al fosforo 200.000 civili, senza un motivo militare, giacché l’esercito tedesco batteva in ritirata su tutto il fronte dell’Est davanti alla folgorante offensiva dei sovietici, che in gennaio si trovavano già sull’Oder.

Ancor più serviva agli Stati Uniti che avevano appena sganciato su Hiroshima e Nagasaki le bombe atomiche che fecero “più di 200.000 morti e quasi 150.000 feriti, destinati a morire a scadenza più o meno ravvicinata”»12.

Come sempre, l’articolista evita con cura di indicare il numero di pagina delle sue presunte citazioni, e il motivo si capisce benissimo.

15) Proseguendo la sua spietata Plagiat-Aktion, Derni ripete pedissequamente:

«Alcuni negazionisti hanno inoltre sostenuto che alcune delle prove e delle testimonianze presentate al processo di Norimberga si sarebbero in più punti rivelate incongruenti o false,…».

Derni non ha evidentemente la più pallida idea del fatto che, le affermazioni che elenca poi, non hanno alcuna relazione con le testimonianze del processo di Norimberga.

16) «…ad esempio nel sostenere che: i cieli fossero costantemente coperti di fumo nero, quando invece le foto aeree dei lager scattate dagli americani non ne darebbero conferma».

L’articolista non fornisce alcun riferimento, senza dubbio perché ha sentito da qualche parte una versione parodistica di ciò che sostenni a suo tempo in riferimento esclusivo alla testimonianza di Miklos Nyiszli (nota per l’articolista e per Derni: costui non fu un testimone di Norimberga), laddove affermava:

«Di giorno il fumo nascondeva il cielo di Birkenau come una fitta nuvola; di notte, accendeva i dintorni d’una luce sinistra e infernale»13.

Dunque si tratta di una questione molto specifica.

Dato che siamo in argomento, rilevo che l’articolista presenta una fotografia aerea di Birkenau con questa spiegazione:

«Auschwitz, 23 agosto 1944, foto aerea di ricognizione della Royal Air Force. E’ chiaramente visibile il fumo di una fossa d’incenerimento dei corpi, utilizzata per eliminare i cadaveri in aggiunta ai forni crematori, non sufficienti in quel periodo. La foto smentisce le affermazioni di certi negazionisti, per i quali i roghi nelle fosse comuni sarebbero tecnicamente impossibili».

Qui abbiamo una ulteriore conferma del fatto che lo sprovveduto articolista non ha alcuna cognizione di che cosa afferma il revisionismo.

Per quanto mi riguarda, nel mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations (Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005) ho dimostrato che, secondo la storiografia olocaustica, il 31 maggio 1944, nel pieno del presunto sterminio degli Ebrei ungheresi, in base alle testimonianze “oculari” di membri del “Sonderkommando”, a Birkenau dovevano esistere da 2 a 5 fosse di cremazione nell’area del crematorio V (superficie minima: 216 m2, massima: 1.800 m2) – per inciso, in virtù di uno dei tanti misteri olocaustici, i testimoni “oculari”, pur trovandosi nello stesso luogo nello stesso tempo, “videro” cose completamente diverse) e da 1 a 4 nell’area del “Bunker 2” (superficie minima: 360 m2, massima: 600 m2), complessivamente un minimo di 576 m2 e un massimo di 2.400 m2. Ho inoltre spiegato che, per cremare l’enorme quantità di presunti gasati non smaltiti dai crematori allora in funzione, sarebbe stati necessari 5.900 m2 di fosse di cremazione. Ora, le fotografie aeree americane del 31 maggio 1944 mostrano soltanto uno striminzito pennacchio di fumo nel cortile del crematorio V (nell’area del “Bunker 2” non appare mai fumo), che è appunto quello che si vede anche nella fotografia britannica del 23 agosto 1944. Grazie a ingrandimenti eseguiti su copie dei negativi, ho accertato che la superficie fumante rettangolare al suolo era di circa 50 m2 (all’incirca m 6 x 8): circa 50 metri quadrati contro un minimo di 576 testimoniali e 5.900 tecnici: in ciò sta l’impossibilità tecnica delle cremazioni, non già nello sproposito dichiarato dall’articolista.

17) «… gli operatori entrassero nelle camere a gas dei campi di sterminio, immediatamente dopo il decesso delle vittime (invece delle necessarie 24 ore di aerazione in una stanza contenente 1.500 corpi), comportamento che nella realtà – secondo i negazionisti – avrebbe provocato la morte degli stessi operatori anche se muniti della più moderna delle maschere antigas».

L’articolista “confuta” quest’argomento asserendo:

«In realtà, come testimoniato da sopravvissuti, venivano utilizzati dei potenti ventilatori che spazzavano via il gas, e raramente le SS comunque vi entravano subito, lasciando il compito ai prigionieri costretti a lavorare nel Sonderkommando». Derni, pago del plagio già effettuato, espunge questa pseudo-confutazione

Qui appare un altro riferimento a «Dal dossier “66 domande e risposte sull’ olocausto” pubblicato da Institute for Historical Review», di nuovo travisato. Le domande 30 e 31 recitano:

«Quanto tempo ci vuole per aerare completamente un locale che è stato disinfettato [recte: disinfestato] con Zyklon-B? Circa venti ore. Il procedimento è molto complesso e richiede personale specializzato; inoltre sono d’obbligo le maschere antigas.

Hoess, comandante del campo di Auschwitz, ha dichiarato che i suoi uomini entravano nelle camere a gas dieci minuti dopo che gli ebrei che le occupavano erano morti e ne estraevano i cadaveri. Come si può spiegare questo? E’ del tutto inspiegabile, per il fatto che se gli uomini di Hoess avessero veramente agito così, avrebbero subito lo stesso destino degli ebrei».

Dunque qui si tratta del caso specifico delle “confessioni” di Höss e a nulla vale obiettare che altri testimoni hanno fatto affermazioni diverse, appunto perché qui si parla del comandante del campo di Auschwitz.

L’articolista, a quanto pare, pensa che «gli operatori» fossero le SS, mentre è ovvio che si trattava dei detenuti del cosiddetto “Sonderkommando”, sicché è altrettanto ovvio che esse lasciavano il compito a questi detenuti. Ma se questi morivano avvelenati in massa, il compito non poteva essere svolto e il senso della risposta è proprio questo.

L’affermazione che gli operatori sarebbero morti «anche se muniti della più moderna delle maschere antigas» è frutto di ignoranza o di malafede. L’argomento in discussione fu esposto da Robert Faurisson fin dal 1979. Nella sua famosa intervista a Storia Illustrata egli dichiarò:

«R. Höss scrive: “Una mezz’ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta e si metteva in funzione l’apparecchio di ventilazione. Si cominciava immediatamente a estrarre i cadaveri”. Richiamo la vostra attenzione sulla parola “immediatamente”, in tedesco “sofort”. R. Höss aggiunge che la squadra incaricata di estrarre 2.000 cadaveri dalla “camera a gas” e di manipolarli fino ai forni faceva questo lavoro “mangiando e fumando”. Dunque, se ben comprendo, senza portare la maschera antigas»14.

Esttamente il contrario di ciò che sostiene l’articolista.

L’argomento in questione è valutato diversamente dai vari autori revisionisti; per quanto mi riguarda, nelle oltre 700 pagine del mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt non l’ho mai menzionato.

18) «… le immagini riprese dagli americani, che testimoniano le terrificanti condizioni dei prigionieri, sarebbero da contestualizzare in quanto si riferiscono a luoghi e persone abbandonati a se stessi nei campi di concentramento, senza rifornimenti da parecchi giorni in seguito allo sfaldamento dell’ organizzazione causata dal ritiro delle forze militari».

La fonte è «Jurgen Graf: “L’olocausto allo scanner”, Ed. Gideon Burg, 1993». Già questa citazione, come ho anticipato sopra, fa capire che né l’articolista, né Derni hanno mai sfogliato questo libro.

Graf scrive:

«La catastrofe assoluta giunse nei terribili ultimi mesi della guerra, quando i viveri, le medicine, l’acqua stessa, in certi casi, mancavano. Allorché i Britannici e gli Americani liberarono uno dopo l’altro i campi, [vi] trovarono migliaia di cadaveri insepolti e decine di migliaia di detenuti mezzo morti di fame. Le fotografie, prove di massacri senza precedenti, fecero il giro del mondo. In realtà, questi morti non avevano nulla a che fare con una politica di sterminio deliberata»15.

Nella pagina successiva, a titolo d’esempio, Graf riporta la statistica annuale della mortalità del campo di Dachau: dai 4.794 morti del 1944, la maggiore mortalità fino ad allora, si passò ai 15.384 dei primi mesi del 1945.

L’affermazione «le terrificanti condizioni dei prigionieri, sarebbero da contestualizzare» manifesta di fatto una totale ignoranza persino dei dati storico-olocaustici più elementari.

Vale la pena di riproporre ciò che scrissi al riguardo nel 2006:

«Come è noto, nei campi di concentramento occidentali gli apici della mortalità dei detenuti furono tragicamente raggiunti dopo la fine del presunto programma di sterminio in massa.

Ad esempio, a Buchenwald, dei 32.878 decessi di detenuti registrati nella statistica dell’ospedale, ben 12.595 si verificarono nel 1945, in tre mesi e mezzo, 20.283 nei sei anni precedenti; a Dachau vi furono 27.839 decessi, di cui 15.384 nei primi cinque mesi del 1945 e 12.455 nei quattro anni precedenti; a Mauthausen, degli 86.024 decessi registrati, 36.043 si verificarono dal gennaio al maggio 1945 e 49.981 nei sette anni precedenti; a Sachsenhausen, dei 19.900 decessi registrati, 4.821 si ebbero nei primi quattro mesi del 1945 e 15.079 nei cinque anni precedenti. Ora, secondo la storiografia ufficiale, il presunto ordine di Himmler che poneva fine al presunto programma di sterminio ebraico risalirebbe all’ottobre 1944, sicché, in pratica, i detenuti cominciarono a morire in massa dopo la fine dello sterminio in massa»16.

Al caos determinato dalla rapida avanzata sovietica, in conseguenza della quale enormi masse di detenuti furono trasferiti nei campi più ad ovest, portandovi il tifo petecchiale e altre malattie infettive, si aggiunse il caos provocato dai bombardamenti alleati, che bloccarono i rifornimenti ai campi, non soltanto viveri, ma anche mezzi di disinfestazione, e questa situazione causò un aumento enorme della mortalità tra i detenuti, i cui cadaveri in gran parte furono abbandonati a sé stessi o deposti frettolosamente in fosse comuni, perché non c’erano più possibilità di cremazione.

Britannici e Americani, entrati nei campi, realizzarono filmati e scattarono fotografie che ritraggono scene tragiche di cadaveri e che nella subcultura olocaustica vengono ancora presentate come “prove” delle “gasazioni” omicide.

Per restare in argomento, l’articolista di Wikipedia pubblica una di queste fotografie con la didascalia “Persone morte asfissiate in attesa di essere cremate”. Il poveretto non sa proprio che cosa dice. Nella sua tenebrosa ignoranza olocaustica, egli non è neppure al corrente del fatto che, secondo i canoni della sua storiografia, a Buchenwald, cui si riferisce la fotografia in questione, non esistettero mai camere a gas omicide!

Esiste un’altra contestualizzazione olocaustica? Esiste una documentazione che dimostri che queste morti furono il risultato di una politica deliberata di sterminio? Sarei molto grato a chi volesse comunicarmela. A scanso di inutili perdite di tempo, prego vivamente di non riesumare la storiella del presunto ordine di sterminio dei detenuti inabili al lavoro pretesamente impartito da Richard Glücks, l’ispettore dei campi di concentramento, all’inizio (quando di preciso? non si sa) del 1945, che ho liquidato nel libro “Nuovi studi” contro il revisionismo: La storiografia olocaustica alla deriva (Effepi, Genova, 2014).

19) «Essi sostengono inoltre che originariamente sarebbero stati ritenuti veritieri alcuni elementi che oggi non vengono più considerati da nessuno storico come plausibili (ad esempio l’utilizzo di parti umane per creare suppellettili o sapone), e che venne attribuita la qualifica di “campo di sterminio” a campi che in seguito sarebbe stato dimostrato non essere atti a tale scopo (come per esempio Dachau)».

Il riferimento è di nuovo al libro di J. Graf. In questo contesto, egli richiama le “camere a vapore” di Treblinka, le fosse incandescenti di E. Wiesel, l’impianto di folgorazione di Belzec con tutte le sue innumerevoli varianti, inclusa una fabbrica di sapone prodotto con grasso umano17, ma perché l’articolista usa il condizionale? Ha forse dei dubbi sul fatto che la storiografia olocaustica abbia abbandonato da tempo queste favole?

20) Nel paragrafo successivo, Derni depreda alla lettera il relativo paragrafo dell’articolista di Wikipedia, ma anche qui facendo valere audacemente il suo raffinato senso critico: cambia infatti il titolo da “Autori e testate che sostengono il negazionismo” in “Il Negazionismo”. Un contributo storiografico decisamente impressionante.

Le notiziole che vi sono riportate non hanno alcun interesse, al pari di quelle su David Irving e Robert Faurisson.

21) Nella trattazione che mi riguarda, Derni saccheggia la relativa voce di Wikipedia18. Nelle due righe della mia “biografia”, egli aggiunge di sua iniziativa una informazione inesatta, mentre il resto, perzialmente esatto, riguarda solo un aspetto specifico della mia attività di allora. Trattandosi di cose personali, la mia “biografia” me la tengo per me.

Le informazioni che seguono dimostrano che l’articolista (e Derni ancor più di lui) non seguono e non conoscono gli sviluppi del revisionismo internazionale:

«Mattogno è membro dal 1988 dell’ “Editorial Advisory Committee” dell’Institute for Historical Review, un’associazione negazionista, contribuisce alla rivista trimestrale dei Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, sempre di contenuto apertamente negazionista, e a partire dal 1989 ha partecipato come relatore a diverse conferenze internazionali negazioniste».

Per loro sarà una sorpresa apprendere che facevo parte dell’ Editorial Advisory Committee della rivista The Journal of Historical Review, che ha chiuso i battenti nel 2002, perciò attualmente non sono membro di nessun comitato. Quanto ai Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, l’ultimo numero è uscito nel 2006.

Segue un riassunto delle mie tesi scialbo e in parte inesatto. Tralascio anche lo slavato paragrafo “Critiche al Negazionismo scientifico dell’Olocausto” e passo alla tanto attesa “Critica ai metodi del Negazionismo dell’Olocausto in Carlo Mattogno”.

22) Derni la spara grossa fin dall’inizio:

«Nella sua critica ai metodi dei negazionisti, ed in particolare di Carlo Mattogno, Pierre Vidal-Naquet (nota 1) distingue anzitutto tra principi e metodi di lavoro dei negazionisti».

Prima di stabilire la veridicità dell’assunto, bisogna risolvere un piccolo enigma. Derni rimanda ad una «(nota 1)» che però non trova riscontro nelle note. Per l’esattezza, il libro di Pierre Vidal-Naquet dal quale Derni trae le citazioni di questo paragrafo, Gli assassini della memoria (Editori Riuniti, Roma, 1993), sorprendentemente non è mai menzionato nel suo scritto. Si potrebbe credere che egli le abbia tratte dal testo di Valentina Pisanty, alla quale si richiama nel paragrafo seguente. È ben vero che costei, da parte sua, ha a sua volta plagiato spudoratamente le tesi di Vidal-Naquet, ma almeno ha usato l’accortezza di cambiare qua e là il testo dell’anti-”negazionista” ante litteram francese19. Le citazioni di Derni non provengono neppure dalla mia risposta alla Pisanty, perché nelle mie citazioni di Vidal-Naquet ho omesso i riferimenti interni (ad es. «Verité, p. 39» et similia») riportati invece da Derni, perciò si deve presumere che egli abbia tratto le citazioni direttamente dal libro di Vidal-Naquet, di cui del resto indica correttamente le pagine.

Derni ha dunque esaminato il libro in questione e ciò è da tenere presente per ciò che dirò sotto.

Più avanti egli ripete:

«Sui metodi di lavoro dei negazionisti, ed in particolare di Carlo Mattogno, Pierre Vidal-Naquet ribadisce».

Dunque nel suo libro Vidal-Naquet avrebbe criticato «in particolare» Carlo Mattogno. Orbene, in tutta l’opera, appare un solo riferimento a Carlo Mattogno, per di più in nota:

«Il revisionismo italiano si è sviluppato in seguito intorno a due personaggi: un discepolo di Rassinier, Cesare Saletta,… e un fascita dichiarato, Carlo Mattogno, le cui opere principali sono state pubblicate da La Sentinella d’Italia. I due autori sviluppano gli stessi temi; ed è un testo dello scrittore fascista che La Vielle Taupe ha deciso di pubblicare nel n.1 delle Annales d’histoire révisionniste (primavera 1987): Le mythe de l’extermination des Juifs. Introduction historico-bibliographique à l’histogiographie révisionniste, pp. 15-107» (nota 64 a p. 158).

La storia del «fascista dichiarato» non è una innocua balla (ripresa di sana pianta senza scrupoli da gente come Francesco Germinario e sodali), ma ha una funzione ben precisa che esporrò subito. Le mythe de l’extermination des Juifs è la traduzione francese de Il mito dello sterminio ebraico e Vidal-Naquet lo conosceva bene. Ora, questo solerte fustigatore di presunte metodologie fallaci revisionistiche, nelle circa 90 pagine di questo scritto non trovò il minimo appiglio confutatorio, altrimenti lo avrebbe messo in risalto con la sua notoria prosopopea. Poiché in Francia il primo numero delle Annales aveva fatto molto scalpore, egli, che scriveva appena due anni dopo, non poteva esimersi quantomeno dal menzionarlo. Non sapendo dunque a che santo (del paradiso ebraico) votarsi, in un lampo di genio inventò la favola del “fascista dichiarato”, che lo dispensava dall’occuparsi in dettaglio del mio scritto, perché questa qualifica, nei suoi intenti, lo squalificava rendendolo falso e inconsistente a priori.

Asserendo dunque che Vidal-Naquet si sia occupato «in particolare di Carlo Mattogno», Derni mente sapendo di mentire, e anche ciò non è propriamente “scientifico”.

Di Vidal-Naquet, questo povero golem di Georges Wellers, mi sono occupato in uno scritto specifico apparso nel 1995 in cui ho dimostrato che tutte le metodologie fallaci che attribuiva ai revisionisti era lui stesso ad adottarle contro di loro20. Naturalmente il nostro prode confutatore di revisionisti rimase in costernato silenzio: il poveruomo non sapeva dove sbattere la testa, dato che il suo io-criticante, Georges Wellers, era deceduto nel 1991, sicché, nel 1995, il golem poteva tentare di interpellarlo soltanto in una seduta spiritica.

23) Nel paragrafo “Critica alla metodologia stilistico-logica del Negazionismo in Carlo Mattogno” Derni non fa altro che presentare le trite tesi di Valentina Pisanty. Dato che le ho arciconfutate senza che la signorina si sia mai degnata di replicare, è del tutto inutile infierire ulteriormente sulla povera semiologa.

Però posso aggiungere qualche ulteriore risposta.

«1. In primo luogo essi operano una drastica selezione sul materiale documentario di partenza. Essi procedono con un metodo “negativo”, tentano cioè di smontare le testimonianze e i documentari che attestano l’esistenza dello sterminio, ma non portano una testimonianza o documentazione a garanzia della loro tesi. Come dire che non possono dimostrare in modo “positivo” e quindi costruttivo, la loro teoria, dunque cercano di avvalorarla mettendo in crisi la teoria opposta».

Chi semplicemente scorra, in particolare, lo studio I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”, si renderà conto che riporta e discute tutti i documenti noti alla storiografia olocaustica (e anche alcuni ignoti) e non potrà che farsi una bella risata sulla favola della «drastica selezione sul materiale documentario di partenza». In molti altri studi ho addotto una mole cospicua di documenti, molti dei quali scoperti da J. Graf e da me negli archivi e prima ignoti alla storiografia olocaustica. Alla fine di quest’articolo ne fornisco un esempio significativo.

La pretesa che si dimostri in modo “positivo” che un fatto non è avvenuto mi sembra un tantino assurda; forse è più logico che la dimostrazione positiva l’apporti chi sostiene che il fatto è avvenuto e, se questa dimostrazione è inconsistente, non sarà certo difficile metterla “in crisi”.

24) «2. Procedono poi con una ulteriore selezione, eliminando tutto quel materiale che non torna utile alla loro teoria. Essi, in pratica, si rendono ciechi e sordi davanti alle testimonianza dei Sonderkommandos o dei Sanitäter, fanno finta di ignorare le dichiarazioni trascritte dei discorsi in cui Hitler e gli altri grandi capi della gerarchia nazista dichiaravano a chiare lettere, senza possibilità di incomprensioni, il programma di genocidio in corso, come la conferenza di Posen dell’ottobre 1943, tenuta da Heinrich Himmler con alti ufficiali SS e con i Gauleiter, o la Conferenza di Wannsee del gennaio 1942, diretta da Reinhard Heydrich con la partecipazione di alti funzionari delle amministrazioni tedesche coinvolte nello sterminio, di cui negano l’autenticità».

Affermazioni di tal fatta denotano soltanto una ignoranza totale dei mei studi, nei quali ho trattato a profusione questi temi. Per fare solo qualche esempio, dei «Sonderkommandos o dei Sanitäter»21 mi sono occupato molto distesamente nel mio studio sui “Bunker22 e in quello sulle “camere a gas” di Auschwitz-Birkenau23, dove ho riportato anche testimonianze praticamente ignote alla storiografia olocaustica. Per quanto riguarda i documenti che avrei fatto finta di ignorare, nello studio sui campi Reinhardt non solo li ho citati e analizzati, ma ne ho sempre riportato il testo tedesco, insieme a oltre 240 altri documenti processuali e a una vasta mole di documenti d’archivio (vedi l’appendice alla fine dell’articolo).

25) «Quello che i negazionisti propongono sarebbe dunque una decostruzione, una dissezione degli studi storiografici, quali il Poliakov, l’Hilberg ecc., e delle testimonianze dirette, per trovarvi, talvolta in modo veramente forzato, delle contraddizioni e per porre l’accento su eventuali errori o imprecisioni (reali o inesistenti)».

Chi fa tali affermazioni evidentemente non ha mai letto una mia critica a testimoni o a storici olocaustici. Consiglio a costoro di dare un’occhiata soltanto a due testi facilmente reperibili in rete:

– «La verità sulle camere a gas» ? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia, disponibile in questo blog24, e

Raul Hilberg e i centri di sterminio nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. Internet AAARGH 200825,

e li prego vivamente di segnalare pubblicamente dove vi ho trovato contraddizioni «talvolta in modo veramente forzato» e dove ho posto «l’accento su eventuali errori o imprecisioni (reali o inesistenti)» trascurando i punti essenziali.

26) «La Pisanty cita, a tale proposito, l’argumentum ad personam descritto da Arthur Schopenhauer nel suo saggio Sull’arte di ottenere ragione: “Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che in quella sede si ha partita persa) al contendere e si attacchi in qualche modo la sua persona”».

Questa è veramente spassosa! È notorio che se c’è uno che ha usato attacchi personali «offensivi, oltraggiosi, grossolani», è proprio Vidal-Naquet. Sopra ho già ricordato la favola demonizzante del “fascista dichiarato”; altrove egli ha scritto che Mattogno «rappresenta l’Italia in questa piccola, spregevole banda» revisionsitica26. Nella sua risposta a Vidal-Naquet, Robert Faurisson ha elencato due pagine di insulti del nostro integerrimo censore27.

È altrettanto notorio che l’insulto (mentitore, falsario, impostore ecc.) e la demonizzazione (nazista, razzista, antisemita, ecc.) sono il pane quotidiano degli anti-«negazionisti». Sono loro che non affrontano gli argomenti (come conferma questo “studio” di Derni) e lasciano cadere «l’oggetto della contesa», e quando «ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto», si fa finta di niente e si continuano tranquillamente a sbandierare argomenti arciconfutati (come Valentina Pisanty), oppure si fugge (come Anna Foa).

Il trattato di Schopenhauer contiene una ulteriore osservazione che ben si adatta alla situazione presente dell’anti-”negazionismo”. Il filosofo afferma che

«mostrando a uno, in tutta pacatezza, che ha torto e che dunque giudica e pensa in maniera sbagliata, come accade in ogni vittoria dialettica, lo si amareggia più che con qualsiasi espressione grossolana e oltraggiosa. Perché? Perché, come dice Hobbes nel De cive, capitolo I [par. 5]: Omnis animi voluptas, omnisque alacritas in eo sita est, quod quis habeat, quibuscum conferens se, possit magnifice sentire de seipso [Ogni piacere dell’animo e ogni ardore risiedono nell’avere qualcuno, dal confronto con il quale si possa trarre un alto sentimento di sé]. Nulla supera per l’uomo la soddisfazione della sua vanità, e nessuna ferita duole più di quella in cui viene colpita la vanità»28.

Senza dubbio, nella virtuosa indignazione di questi critici la vanità ferita ha un ruolo non irrilevante. D’altra parte, critici come Valentina Pisanty questo libretto l’hanno studiato molto attentamente, a giudicare dagli stratagemmi che hanno adottato nei loro scritti.

27) Tralascio le altre facezie e passo ad un altro assioma fantasioso:

«Appigliandosi ai minimi errori commessi dai testimoni (sia da parte dei superstiti, sia da quella delle SS), i negazionisti saltano precipitosamente alla conclusione che, se il testimone si è sbagliato su un dettaglio, nulla garantisce che egli non [si] sia sbagliato anche sul resto (è la logica del “Falsus in uno, falsus in omnibus”)».

Rispondo con un esempio. Nel libro “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso (Edizioni La Sfinge, Parma, 1988) ho elencato 296 obiezioni: contraddizioni rispetto alla sua dichiarazione giurata dell’8 ottobre 1947, errori geografici, errori topografici relativi al campo di Birkenau, errori e falsificazioni relativi ai crematori, assurdità, falsificazioni e errori sulle “camere a gas”, contraddizioni cronologiche, contraddizioni interne, assurdità tecniche, contraddizioni rispetto alla storiografia olocaustica. Qualche rapido esempio:

– il campo di Birkenau si trovava a 2 km dai crematori (recte: questi erano all’interno del campo)

– il “Canada” era una collinetta di rifiuti che bruciavano (recte: era l’Effektenlager)

– la sala di cremazione dei crematori II e III era lunga 150 metri (recte: 30 metri)

– essa conteneva 15 forni singoli (recte: vi erano 5 forni a 3 muffole)

– la cremazione di 3 cadaveri in una muffola durava 20 minuti (tecnicamente impossibile)

– dai camini uscivano regolarmente fiamme (tecnicamente impossibile)

– il Leichenkeller 2 (presunto spogliatoio) dei crematori II e III era lungo 200 metri (recte: 50 m)

– il Leichenkeller1 (presunta camera a gas) era lungo anch’esso 200 m (recte: 30 m)

– lo Zyklon B era a base di cloro (recte: acido cianidrico)

– poiché il cloro è più pesante dell’aria, esso si diffondeva nella “camera a gas” dal basso verso l’alto, perciò le vittime cercavano aria sotto il soffitto arrampicandosi le une sulle altre (recte: i vapori di acido cianidrico sono più leggeri dell’aria)

– nei crematori II e III c’erano 4 ascensori (recte: uno solo)

– non esisteva alcun “Bunker 2” di gasazione (contrariamente alla tesi olocaustica) e le vittime venivano fucilate davanti a fosse di cremazione

– nel cortile del crematorio V non esisteva alcuna fossa di cremazione (contrariamente alla tesi olocaustica)

– Nyiszli afferma di aver visto con i suoi stessi occhi «due milioni di innocenti fino alle camere a gas», ma sommando tutte le “gasazioni” da lui descritte non si arriva neppure a 605.000 “vittime”

– Nyiszli afferma di aver visto con i suoi stessi occhi cremazioni tecnicamente impossibili, in base al presupposto fantastico che i crematori di Birkenau avessero avuto una capacità di 20.000 cadaveri al giorno; così, ad esempio, oltre 1.400 “gasati” di un trasporto da Corfù furono cremati nel crematorio III «durante la notte e la mattina dopo»; 4.500 zingari furono cremati nei crematori II e III in una notte; 10.000 Ebrei del “quartiere ceco” furono inceneriti in un giorno nei crematori II e III. Tutte queste sono pretese “testimonianze oculari”.

Come si vede, si tratta proprio di «minimi errori»!

28) Derni conclude la sua grande fatica così:

«All’occorrenza, tali autori non esiterebbero a fabbricare fonti inesistenti, come il presunto computo della Croce Rossa Internazionale, per cui le vittime della ferocia nazista non sarebbero state più di trentamila».

Si tratta dell’ennesimo plagio, questa volta di un altro testo redatto da V. Pisanty:

«Tanto più che, all’occorrenza, i negazionisti non esistano a fabbricare fonti inesistenti, come il presunto computo della Croce rossa secondo cui le vittime della persecuzione nazista non sarebbero state più di 30000»29.

Chiedo cortesemente a Valentina Pisanty di indicare dove ha trovato questa solenne scemenza e chi sono «i negazionisti» (nomi e cognomi, prego) che l’avrebbero proferita.

Non avendo mai letto nulla di simile, devo pensare che ella, che si affida notoriamente a fonti di terza o di quarta mano, abbia frainteso ciò che Richard Harwood scrisse nel 1974:

«Nel 1955, un’altra fonte neutrale svizzera, Die Tat di Zurigo (19 gennaio 1955), in una indagine su tutti i decessi nella seconda guerra mondiale basata su cifre della Croce Rossa Internazionale, fece ammontare le “Perdite di vittime di persecuzione politica, razziale o religiosa che perirono in prigioni e campi di concentramento tra il 1939 e il 1945” a 300.000, ma non tutti erano Ebrei, e questa cifra sembra la stima più accurata»30.

Il Comitato della Croce Rossa negò di essere la fonte di questa cifra e specificò che essa si riferiva soltanto alle vittime tedesche, Ebrei e non Ebrei.

Nel 1980 R. Faurisson commentò:

«Va notato, en passant, che R.E.H[arwood] attribuisce questa statistica alla Croce Rossa internazionale e rimanda il suo lettore a Die Tat, numero del 19 gennaio 1955 (Zurigo). Ora, fatta la verifica, sembra verosimile che questa statistica provenga effettivamente dalla C.R.I., [ma] bisogna dire che Die Tat non lo precisa e soprattutto che la cifra di 300.000 è quella delle vittime tedesche, compresi gli Ebrei tedeschi»31.

Ovviamente dopo il 1980 nessun revisionista serio ha ripetuto questa storia delle 300.000 vittime, sicché la pretesa di V. Pisanty non è vera neppure a questo riguardo.

Comunque bisogna comprenderla: era troppo impegnativo per lei eseguire da sola una piccola ricerca e accertare che la balla delle 30.000 vittime era appunto…una balla.

29) Tornando a Derni, ovviamente anche la sua bibliografia è ampiamente plagiata. Nella sezione “Scritti Negazionisti” egli elenca ben due titoli:

«Christophen T., La fandonia di Auschwitz, Parma, La Sfinge, 1984

Cole D., Six important Unanswered Questions Regarding The Nazi Gas Chambres, manoscritto inserito in www.codoh.com».

Quale portentoso sforzo di ricerca! C’è da restare allibiti di fronte alla straordinaria erudizione di questo studioso!

La sua fonte, l’articolista di Wikipedia, è ancora più eccelso, giacché cita (incredibile dictu!) addirittura tre titoli. Ai due plagiati da Derni, aggiunge infatti:

«AA.VV. in The Journal of Historical Review (rivista trimestrale), Torrance US-CA, Institute for Historical Review, ISSN 0195-6752. Ad esempio: William B. Lindsey, Zyklon B, Auschwitz, and the Trial of Dr. Bruno Tesch, vol. 4, n. 3 – Autunno 1983».

Tanto per la precisione, il “manoscritto” (?) di D. Cole si intitola “FortySix Important Unanswered Questions Regarding the Nazi Gas Chambers” e, se è comprensibile che l’articolista, per qualche svista, si sia perso per la strada il “Forty”, è certo che Derni non si è curato neppure di dare una rapidissima occhiata a quest’articolo.

30) Per quanto riguarda la “Bibliografia di Carlo Mattogno”, Derni, nel testo, dopo aver menzionato due miei libri del 1985, Il mito dello sterminio ebraico e Il rapporto Gerstein: anatomia di un falso, chiosa incredibilmente: «Altre opere di Mattogno sono state invece pubblicate unicamente in internet». Indi si smetisce da solo riportando nella relativa sezione i miei primi 11 studi pubblicati dal 1995 al 1992; l’ultimo da lui elencato è «Auschwitz: la prima gasazione . Edizioni di Ar, Padova, 1992».

Dato che l’autore dell’articolo di Wikipedia che mi riguarda, ampiamente plagiato da Derni, cita correttamente la mia bibliografia, che comprende 50 testi tra il 1985 e il 2014, di cui solo 2 non stampati, l’affermazione di Derni si può qualificare unicamente come menzogna deliberata, mentre la sua eliminazione dei restanti 39 testi dal 1992 al 2014 è solo l’indice della disperazione di coloro che, accorgendosi «che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto», ricorrono a questi trucchi puerili; non sapendo opporre uno straccio di obiezione appena decente alla profusione di argomenti, di documenti e di prove che ho addotto a partire dal 1995, costoro fingono di credere e inducono i loro lettori a credere che il vituperato “negazionista” da combattere abbia scritto soltanto qualche banale libretto negli anni Ottanta e Novanta e magari successivamente abbia pubblicato qualche articoletto in rete.

Ricordo che questa tattica è stata ampiamente utilizzata anche da Valentina Pisanty, la quale, nel 1998, ha fatto ancora peggio di Derni, menzionando soltanto tre miei scritti degli anni Ottanta:

«s.d. [1987] Auschwitz: le “confessioni” di Höss, Parma, Edizioni La Sfinge,

1985 Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, Monfalcone, Sentinella D’Italia

1986 Auschwitz: un caso di plagio, Parma, Edizioni La Sfinge»32.

En passant, sono ancora in attesa, dal 1998, che la nostra valente semiologa risponda alle numerose e specifiche contestazioni che ho opposto alle sue tesi, ma ella preferisce far finta di niente e continua a propalare a destra e a manca le sue patetiche corbellerie. Che un personaggio come questo sia diventato la punta di diamante dell’anti-“negazionismo” italiano è solo la riprova della tragica ignoranza olocaustica e revisionistica che imperversa in Italia.

Con ciò riprendo e concludo il discorso della deliberata omissione dei miei scritti da parte di questi critici improvvisati.

Il motivo per il quale costoro non sono in grado di opporre uno straccio di obiezione appena decente agli argomenti da me addotti è il fatto che, in questo campo, essi non sono esseri pensanti, ma dei semplici terminali di chi ha già pensato per loro, ossia, nello specifico, Pierre Vidal-Naquet; ma poiché, per loro somma sventura, questo genio dell’anti-“negazionismo” ha scritto il suo “classico” nel 1987, riguardo ai testi revisionistici redatti successivamente essi, non potendo ripetere il verbo del Maestro, non sanno più che cosa dire. La loro situazione è resa ancora più tragica dal fatto che il nostro genio, su Carlo Mattogno (a parte la storiella del “fascista dichiarato”), non ha detto assolutamente nulla, sicché essi hanno dovuto arrabbattarsi frettolosamente alla meno peggio, brandendo le corbellerie di Vidal-Naquet come princìpi universali del revisionismo, vale a dire, autoilludendosi e illudendo gli altri che in ogni luogo e in ogni tempo qualunque studioso revisionista applichi, per un irrefrenabile impulso antisemitico, le metodologie fallaci inventate dal sommo Maestro. Appunto per questo Valentina Pisanty non ha potuto esporre che un’accozzaglia di scempiaggini ancora più grandi.

Per non parlare del suo degno seguace, questo “Loris Dott. Derni”.

L’unico merito dell’articolista di Wikipedia che ha redatto la voce che mi riguarda è quello di aver presentato la mia bibliografia completa in relazione ai libri (senza gli articoli):

Primo periodo (1985-1995)

[1] Il rapporto Gerstein: Anatomia di un falso, Sentinella D’Italia, Monfalcone, 1985.

[2] La Risiera di San Sabba: Un falso grossolano, Sentinella D’Italia, Monfalcone, 1985.

[3] Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista, Sentinella D’Italia, Monfalcone, 1985.

[4] Auschwitz: un caso di plagio, Edizioni La Sfinge, Parma, 1986.

[5] Auschwitz: due false testimonianze, Edizioni La Sfinge, Parma, gennaio 1986.

[6] Wellers e i “gasati” di Auschwitz, Edizioni La Sfinge, Parma, marzo 1987.

[7] Auschwitz: le “confessioni” di Höss, Edizioni La Sfinge, Parma, settembre 1987.

[8] “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso, Edizioni La Sfinge, Parma, agosto 1988.

[9] Come si falsifica la storia: Saul Friedländer e il “rapporto” Gerstein, Edizioni La Sfinge, Parma, agosto 1988.

[10] La Soluzione finale. Problemi e polemiche, Edizioni di Ar, Padova, dicembre 1991.

[11] Auschwitz: la prima gasazione, Edizioni di Ar, Padova, 1992.

Edizione francese: Auschwitz: le premier gasage, Stiftung Vrij Historisch Onderzoek v.z.w., Berchem, 1999. Edizione inglese riveduta: Auschwitz: the first gassing. Rumor and reality, Theses & Dissertations Press, Chicago, settembre 2005, ISBN 1591480256. Edizione tedesca: Auschwitz: die erste Vergasung. Gerüchte und Wirklichkeit, Castle Hill Publishers, Hastings, giugno 2007, ISBN 9781591481027. Seconda edizione inglese riveduta: Auschwitz: the first gassing. Rumor and reality, The Barnes Review, Washington, D. C., dicembre 2011, ISBN 9781591481027.

[12] Auschwitz: Fine di una leggenda, Edizioni di Ar, Padova, settembre 1994. Edizione inglese: Auschwitz: The End of a Legend. A critique of J. C. Pressac, Institute for Historical Review, Newport Beach, 1994, ISBN 0964071606. Edizione tedesca: Auschwitz: Das Ende einer Legende in AA. VV., Auschwitz: nackte Fakten. Eine Erwiderung an Jean-Claude Pressac, Stiftung Vrij Historisch Onderzoek v.z.w., Berchem, novembre 1995, ISBN 9073111161, pagg. 101-162. Edizione inglese: Auschwitz: the end of a legend in AA. VV., Auschwitz: plain facts. A response to Jean-Claude Pressac, Theses & Dissertations Press, Chicago, settembre 2005, ISBN 1591480205, pagg. 117-190. Edizione inglese (ristampa): Auschwitz: the end of a legend in AA. VV., Auschwitz: plain facts. A response to Jean-Claude Pressac, The Barnes Review, Washington, D. C., novembre 2010, ISBN 9780974230375, pagg. 117-190. Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch über strittige Fragen des 20. Jahrhunderts, a cura di Ernst Gauss [Germar Rudolf], Grabert-Verlag, Tubinga, 1994, ISBN 3878471416. Edizione inglese: Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”, a cura di Ernst Gauss [Germar Rudolf], Theses & Dissertations Press, Capshaw, Alabama, 2000, ISBN 0967985609. Seconda edizione inglese: Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”, a cura di Ernst Gauss [Germar Rudolf], Theses & Dissertations Press, Chicago, agosto 2003, ISBN 9780967985626.

[13] Intervista sull’Olocausto, Edizioni di Ar, Padova, 1995.

Edizione inglese: My banned holocaust interview. Debate, italian style?, Russ Granata, Palos Verdes, 1996.

Secondo periodo (dal 1995)

[14] Rassinier, il revisionismo olocaustico et il loro critico Florent Brayard, Graphos, dicembre 1996, con una premessa di Cesare Saletta.

[15] La “Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”, Edizioni di Ar, Padova, aprile 1998. Edizione inglese: The Central Construction Office of the Waffen-SS and Police Auschwitz, Theses & Dissertations Press, Chicago, giugno 2005, ISBN 9781591480136.

[16]“Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, Edizioni di Ar, Padova, giugno 2001.

Edizione tedesca: Sonderbehandlung in Auschwitz. Entstehung und Bedeutung eines Begriffes, Castle Hill Publishers, Hastings, ottobre 2003, ISBN 9781902619040. Edizione inglese: Special treatment in Auschwitz. Origin and meaning of a term, Theses & Dissertations Press, Chicago, ottobre 2004, ISBN 9781591480020.

[17] I quaderni di Auschwitz, 1. Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture, Effepi, Genova, marzo 2004.

[18] I quaderni di Auschwitz, 2. Gasprüfer di Auschwitz. Analisi storico-tecnica di una “prova definitiva”, Effepi, Genova, marzo 2004.

[19] I quaderni di Auschwitz, 3. Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni, Effepi, Genova, settembre 2004.

[20] I quaderni di Auschwitz, 4. Auschwitz: nuove controversie e nuove fantasie storiche, Effepi, Genova, settembre 2004.

[21] The bunkers of Auschwitz. Black propaganda versus history, Theses & Dissertations Press, Chicago, dicembre 2004, ISBN 9781591480099.

[22] I quaderni di Auschwitz, 5. Auschwitz: 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2005: sessant’anni di propaganda, Effepi, Genova, 2005.

[23] Auschwitz-Lügen. Legenden, Lügen, Vorurteile von Medien, Politikern und Wissenschaftlern über den Holocaust, Germar Rudolf (ed.), Castle Hill Publishers, Hastings, maggio 2005, ISBN 9781591480140. Edizione inglese: Auschwitz Lies—Legends, Lies, and Prejudices on the Holocaust, Germar Rudolf (ed.), Theses & Dissertation Press, Chicago, settembre 2005, ISBN 9781591480213. Seconda edizione inglese: Auschwitz Lies—Legends, Lies, and Prejudices on the Holocaust, Germar Rudolf (ed.), The Barnes Review, Washington, D. C., luglio 2011, ISBN 9780984631261.Seconda edizione tedesca: Auschwitz-Lügen—Legenden, Lügen, Vorurteile von Medien, Politikern und Wissenschaftlern über den Holocaust, Germar Rudolf (ed.), Castle Hill Publishers, Uckfield, giugno 2012, ISBN 9781591480327.

[24] Auschwitz: open air incinerations, Theses & Dissertations Press, Chicago, agosto 2005, ISBN 9781591480235. Ristampa: Auschwitz: open air incinerations, The Barnes Review, Washington, D. C., novembre 2010, ISBN 9780981808536.

[25] Auschwitz: crematorium I and the alleged homicidal gassings, Theses & Dissertations Press, Chicago, settembre 2005, ISBN 9781591480242. Ristampa: Auschwitz: crematorium I and the alleged homicidal gassing, The Barnes Review, Washington, D. C., dicembre 2010, ISBN 9780974230368.

[26] Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, Effepi, Genova, novembre 2006. Edizione inglese: Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History, Theses & Dissertations Press, Chicago, giugno 2004, ISBN 9781591480082. Edizione tedesca: Bełżec. Propaganda, Zeugenaussagen, archäologische Untersuchungen, historische Fakten, Castle Hill Publishers, Hastings, dicembre 2004, ISBN 1591480086. Edizione francese: Bełżec à travers la propagande, les témoignages, les enquêtes archéologiques et les documents historiques, La Sfinge, Roma, 2005. Edizione inglese (ristampa): Bełżec in Propaganda, Testimonies, Archeological Research, and History, The Barnes Review, Washington, D. C., febbraio 2011, ISBN 9780984631223.

[27] Un nuovo libro olocaustico su Bełżec e la sua fonte: considerazioni storico-critiche, Effepi, Genova, febbraio 2007.

[28] La deportazione degli Ebrei ungheresi nel maggio-luglio 1944. Un bilancio provvisorio, Effepi, Genova, 2007.

[29] Il dottor Mengele e i gemelli di Auschwitz, Effepi, Genova, gennaio 2008.

[30] “Azione Reinhard” e “Azione 1005”, Effepi, Genova, gennaio 2008.

[31] Genesi e funzioni del campo di Birkenau, maggio 2008 (solo in rete)

[32] Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti, 2008 (solo in rete)

[33] Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica, Edizioni di Ar, Padova, 2009, ISBN 9788889515396.

[34] Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt, Effepi, Genova, aprile 2009. Edizione inglese: Auschwitz: The Case for Sanity. A Historical and Technical Study of Jean-Claude Pressac’s “Criminal Traces” and Robert Jan van Pelt’s “Convergence of Evidence”, The Barnes Review, Washington, D. C., settembre 2010, ISBN 9780981808567.

[35] Il campo di Chełmno tra storia e propaganda, Effepi, Genova, settembre 2009.

Edizione inglese: Chełmno. A German Camp in History and Propaganda, The Barnes Review, Washington, D. C., dicembre 2011, ISBN 9781591481010.

[36] Auschwitz: assistenza sanitaria, “selezione” e “Sonderbehandlung” dei detenuti immatricolati, Effepi, Genova, maggio 2010.

[37] Schiffbruch. Vom Untergang der Holocaust-Orthodoxie, Castle Hill Publishers, Uckfield, novembre 2011, ISBN 9781591480273. Edizione inglese: Inside the Gas Chambers. The Extermination of Mainstream Holocaust Historiography, The Barnes Review, Washington, D. C., giugno 2014, ISBN 9781937787196. Edizione italiana: “Nuovi studi” contro il revisionismo: la storiografia olocaustica alla deriva, Effepi, Genova, luglio 2014.

[38] I forni crematori di Auschwitz. Studio storico-tecnico con la collaborazione del dott. ing. Franco Deana, Effepi, Genova, febbraio 2012. Edizione inglese: The Crematory Ovens of Auschwitz. In preparazione.

[39] I verbali degli interrogatori sovietici degli ingegneri della Topf, Effepi, Genova, febbraio 2014.

Il mistero dei Protocolli di Sion, scopo e significato dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, Edizioni della Lanterna, maggio 2014, ISBN 9781291884906.

In collaborazione con Jürgen Graf:

[40] KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, Castle Hill Publishers, Hastings, luglio 1998, ISBN 1902619005. Edizione inglese: Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study, Theses & Dissertations Press, Chicago, giugno 2003, ISBN 9780967985633.

Seconda edizione tedesca: KL Majdanek. Eine historische und technische Studie, Castle Hill Publishers, Hastings, febbraio 2004, ISBN 9781902619064. Seconda edizione inglese: Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study, Theses & Dissertations Press, Chicago, novembre 2004. Terza edizione inglese: Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study, The Barnes Review, Washington, D. C., gennaio 2012, ISBN 9781591481034.

[41] Das Konzentrationslager Stutthof und seine Funktion in der nationalsozialistischen Judenpolitik, Castle Hill Publishers, Hastings, agosto 1999, ISBN 9781902619019. Edizione italiana: KL Stutthof. Il campo di concentramento di Stutthof e la sua funzione nella politica ebraica nazionalsocialista, Effepi, Genova, 2003. Edizione inglese: Concentration Camp Stutthof and its Function in National Socialist Jewish Policy, Theses & Dissertations Press, Chicago, maggio 2003, ISBN 9780967985619. Seconda edizione inglese: Concentration Camp Stutthof and its Function in National Socialist Jewish Policy, The Barnes Review, Washington, D. C., ottobre 2004, ISBN 9780967985619.

[42] Treblinka. Vernichtungslager oder Durchgangslager?, Castle Hill Publishers, Hastings, ottobre 2002, ISBN 9781902619057. Edizione inglese: Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?, Theses & Dissertations Press, Chicago, gennaio 2004, ISBN 9781591480006. Seconda edizione inglese: Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp?, The Barnes Review, Washington, D. C., dicembre 2010, ISBN 9780984631216.

[43] Sobibór. Holocaust Propaganda and Reality, The Barnes Review, Washington D. C., maggio 2010, ISBN 9780981808543. Edizione tedesca: Sobibór. Holocaust Propaganda und Wirklichkeit, Castle Hill Publishers, Uckfield, dicembre 2010, ISBN 9780955716287.

[44] The “Extermination Camps” of “Aktion Reinhardt”. An Analysis and Refutation of Factitious “Evidence”, Deceptions and Flawed Argumentation of the “Holocaust Controversies” Bloggers, Castle Hill Publishers, Uckfield, ottobre 2013, ISBN 9781591480358. Edizione italiana: I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”. Analisi e confutazione delle “prove” fittizie, delle imposture e degli errori argomentativi dei bloggers di “Holocaust Controversies” e critica storica, tecninca ed archeologica della storiografia olocaustica sui campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka e Chełmno. GP., Carrara, 2014, in collaborazione con Jürgen Graf e Thomas Kues.

Scritti polemici

[45] Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico, Edizioni di Ar, Padova, 1996.

[46] L’ “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, Graphos, Genova, 1998.

[47] Olocausto: dilettanti a convegno, Effepi, Genova, settembre 2002.

[48] Olocausto: dilettanti nel web, Effepi, Genova, 2005.

[49] Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”, Effepi, Genova, 2006.

[50] Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”, Effedieffe, Milano, aprile 2006, ISBN 9788885223486.

Per concludere, vorrei rivolgere un ulteriore appello ai miei critici:

Ma credete davvero di aver a che fare con un povero allocco, un libellista da quattro soldi che possa essere liquidato da una qualunque Valentina Pisanty? La bibliografia riportata sopra non vi fa sorgere qualche dubbio sulla competenza e sulle conoscenze di chi ha redatto tali testi?

Come è possibile che, dopo le solenni batoste che ho inflitto a terminali eterodiretti come Valentina Pisanty, Francesco Rotondi e tanti altri, che non sanno neppure come è fatto un documento originale33 e si basano esclusivamente su altrui chiacchiere, ci siano ancora subvidalpisantyani così ansiosi di essere svergognati pubblicamente? Non è meglio tacere, di fronte alla certezza di fare la figura del piccolo, stupido impostore?

Dove non è riuscita Anna Foa, «docente di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma», che alla prima scaramuccia, avendo a sua volta subìto una disfatta totale, si è data ad una fuga rapida ed ignominiosa, come sperano di riuscire a cavare un ragnetto dal buco questi poveri mentecatti?

Considerato che i cinque libri menzionati all’inizio contano da soli oltre 3.500 pagine e contengono oltre 950 documenti e fotografie (e meno male che ho operato «una drastica selezione sul materiale documentario»!), di grazia, qualche valente critico vuole avere la compiacenza di prenderli sul serio?

Mi rendo conto che la domanda è puramente retorica, perché questi critici si sono creati una indistruttibile immagine del revisionismo, per loro certo rassicurante, ma fallace e farsesca quanto all’ oggetto della contesa, sulla quale esercitare le loro insulse virtù dialettiche confutando il nulla. La loro autoillusione, nella prospettiva di una critica storica seria, è estremamente pericolosa, perché costituisce una sorta di autoallucinazione che li separa dalla realtà e li porta a credere di aver a che fare con tesi inconsistenti e grottesche che si possano liquidare con qualche insulsa pisantyata senza il minimo sforzo di comprensione e soprattutto senza alcun approfondimento storiografico. Costoro assomigliano a dei bambini che si divertono felici e ignari con una bomba, convinti di avere tra le mani un innocuo giocattolo.

Poiché mi sono francamente stufato di sentirmi opporre immancabilmente le solite idiozie vidal-naquetiane e pisantyane, a beneficio dei lettori onesti che non conoscono direttamente l’oggetto della discussione, ma si sono fidati improvvidamente di questi pessimi maestri, riporto a titolo di esempio le fonti del nostro studio sui campi dell’ “Azione Reinhardt”, affinché si rendano conto che tali accuse, a cominciare da questa, «In primo luogo essi operano una drastica selezione sul materiale documentario di partenza», sono non soltanto false, ma pateticamente ridicole.

APPENDICE

Carlo Mattogno, Jürgen Graf e Thomas Kues,

I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhardt”. Analisi e confutazione delle “prove” fittizie, delle imposture e degli errori argomentativi dei bloggers di “Holocaust Controversies” e critica storica, tecninca ed archeologica della storiografia olocaustica sui campi di Bełżec, Sobibór, Treblinka e Chełmno. GP., Carrara, 2014, 2 volumi, 1098 pagine, 3842 note, 154 documenti.

FONTI:

Archivi

Archivio Federale di Berna

Archiwum Państwowego w Katowicach, Archivio di Stato di Katowice

Archiwum Państwowe w Lublinie, Archivio di Stato di Lublino

– GARF: Gosudarstvenny Arkhiv Rossiskoy Federatsii, Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca

– AGK: Archiwum Głównej Komisji Badania Zbrodni w Polsce, Archivio della Commissione Centrale di Inchiesta sui crimini in Polonia, ora Instytut Pamięci Narodowej (Istituto della Memoria Nazionale – Commissione per il perseguimento di crimini contro la nazione polacca), Varsavia

– AMS : Archiwum Muzeum Stutthof, Archivio del Museo di Stutthof

– APL: Archiwum Państwowe w Łódzi, Archivio di Stato di Łódź

– APMO: Archiwum Państwowego Muzeum w Oświęcimiu, Archivio del Museo di Stato di Auschwitz

Arkhiv Federalnoy Sluzhby Bezopasnosti Rossiskoy Federatsii, Archivio dell’Ufficio Federale della Sicurezza della Federazione Russa, Mosca

– BAK: Bundesarchiv Koblenz, Archivio federale di Coblenza

Bundesarchiv Berlin, Archivio Federale di Berlino

– CDJC: Centre de documentation juive contemporain, Parigi

– DALO: Deržavnyj Archiv L’vivs’koi Oblasti, Archivio di Stato del distretto di Lviv

– LCVA: Lietuvos centrinis valstybės archyvas, Archivio Centrale dello Stato della Lituania, Vilnius.

– LST: Slovenský Narodný Archív, Archivio di Stato della Repubblica Slovacca, Bratislava

– NARA: National Archives and Records Administration, Washington

– NARB: Natsionalni Archiv Republiki Belarus, Archivio Nazionale della Repubblica Bielorussa, Minsk

Politisches Archiv des Auswärtiges Amt, Archivio Politico del Ministero degli Esteri, Berlino

– RGVA: Rossiiskoi Gosudarstvennoi Voennyi Arkhiv, Archivio di Stato Militare Russo, Mosca

– ROD: Rijksinstituut voor Oorlogsdocumentatie,Istituto statale di documentazione sulla guerra, Amsterdam.

Staatsanwaltschatf Dortmund, Procura di Stato di Dortmund

Staatsarchiv Nürnberg, Archivio di Stato di Norimberga

The Wiener Library, Londra

– TNA: The National Archives, Kew Richmond, Gran Bretagna, prima Public Record Office

– VHA: Vojenský Historický Archiwum, Archivio Storico Militare, Praga

Wojewódzkie Archiwum Państwowe w Lublinie, Archivio di Stato provinciale di Lublino

– ZStL: Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen, Ludwigsburg

Żydowsky Instytut Historyczny, Istituto Storico Ebraico, Varsavia

Documenti processuali (processi di Norimberga e processo Eichmann)

Blome 1

C-148,

CDJC XXVI-59, CDJC, VI-194,

D-411, D-736,

EC-003, EC-126, EC-194, EC-305, EC-347,

F-967

L-018, L-18, L-221,

NG-183, NG-1800, NG-2184, NG-2325, NG-2586-A, NG-2586-B, NG-2586-D, NG-2586-F, NG- 2586-G, NG-2586-H = T/100, NG-2586-J, NG-3354, NG-3559, NG-4894, NG-5086, NG-5565, NG-5770,

NI-9098, NI-14512, NI-15256, NI-15392.

NO-057, NO-203, NO-205, NO-206, NO-207, NO-208, NO-212, NO-213, NO-216, NO-247, NO-249, NO-250, NO-251, NO-252, NO-365, NO-482, NO-500, NO-511, NO-626, NO-719, NO-724,

NO-996 = T/39(188), NO-997, NO-1073, NO-1210, NO-1257, NO-1290, NO-1411, NO-1523, NO-1611, NO-1831, NO-1880, NO-2207, NO-2262, NO-2403, NO-2710, NO-2908, NO-2909, NO-2911, NO-3197, NO-3279, NO-3304, NO-3370, NO-3414, NO-3824, NO-3947, NO-4317, NO-4344, NO-4345, NO-4465, NO-4467, NO-4473, NO-5193, NO-5194, NO-5196, NO-5574, NO-5810, NO-5875.

NOKW-134, NOKW-1535, NOKW-2824, NOKW-3411,

PS-001, PS-001(a), PS-025, PS-078, PS-081, PS-197, PS-212, PS-264, PS-501, PS-502, PS-660, PS-686, PS-709, PS-710, PS-1030, PS-1056, PS-1061, PS-1063 = T/730, PS-1138, PS-1193, PS-1201, PS-1384, PS-1472, PS-1517, PS-1519, PS-1526, PS-1553, PS-1786, PS-1919, PS-1950, PS-2170, PS-2232, PS-2233, PS-2273, PS-2278, PS-2665, PS-2718, PS-2889, PS-3005, PS-3244, PS-3257, PS-3311, PS-3319, PS-3358, PS-3358, PS-3363, PS-3428, PS-3661, PS-3663, PS-3666, PS-3841, PS-3868, PS-3921, PS-4024, PS-4025, PS-4064

R-129, R-135,

RF-1216, RF-1217, RF-1220, RF-1221, RF-1223, RF-1224, RF-1233, RF-1234, RF-1235,

Rosenberg-35,

UK-81,

URSS-054, URSS-1A, URSS-61, URSS-93, USSR-170, URSS-177, URSS-337, URSS-340, URSS-344, URSS-377, URSS-511.

Processo Eichmann

T/36(26)/RF-1223/T-429, T/37 (65), T/37(29) = T/1420, T/37(30) ), T/1421, T/37(39) = T/734, T/37(70), T/37(193), T/37(197), T/37/(299), T/100, T/173, T/192, T/219, T/221, T/303, T/311, T/341, T/382, T/394, T/431, T/439, T/443, T/444, T/447, T/448, T/449, T/452, T/455, T/457, T/461, T/488, T/505, T/537, T/544, T/601, T/602, T/730, T/734 =T/37(39), T/821, T/949 = NG-2184, T/950, T/951, T/952, T/1023, T/1039, T/1049, T/1050, T/1051, T/1055, T/1056. T/1075. T/1078, T/1284, T/1300, T/1310, T/1313-a, T/1395, T/1396, T/1397, T/1413, T/1420, T/1421.

Documenti d’archivio (elenco non completo in ordine di citazione)

– Archiwum Muzeum Stutthof, I-IB 8, p. 53.

– Archiwum Państwowego Muzeum w Oświęcimiu, BW 30/34, p. 100.

– Archiwum Państwowego Muzeum w Oścwięcimiu, D-AUI-4, Segregator 22, 22a.

– GARF, Gosudarstvenny Arkhiv Rossiskoy Federatsii [Государственный архив Российской Федерации], Mosca, 7021-115-9, p. 108.

– TNA (The National Archives, Kew Richmond, Gran Bretagna, prima Public Record Office) Foreign Office papers, Fo371/30923 XP004257, p. 62.

– TNA, Foreign Office papers, Fo371/30923 XP004257, pp. 64-65.

– TNA, Foreign Office papers, Fo371/30923 XP004257, pp. 66-67.

– VHA, Fond OT, 25/7, pp. 299-303.

Tatsachenbericht eines aus der Slovakei [sic] deportierten und zurueckgekehrten Juden, datato “Slovakei, 17. August 1943”. Moreshet Archives, Givat Haviva, Israele.

– Żydowsky Instytut Historyczny, 381. RingII/298 Mf. ŻIH-800.

Arkhiv Federalnoy Sluzhby Bezopasnosti Rossiskoy Federatsii [Aрхив федеральной службы безопасности рос-сийской федерации], Mosca, N-19262.

– NARA (National Archives and Records Administration), T 175/[Roll ]225/ [frame] 2764247-2764248.

Deržavnyj Archiv L’vivs’koi Oblasti [DALO], Archivio di Stato del distretto di Lviv, 378-1-245, p. 1, 4, 6. – GARF, 7445-2-145, p. 54.

– GARF, 7021-107-11, p. 30.

– Politisches Archiv des Auswärtiges Amt, Pol. Abt. XIII, V.A.A. bei OKW, Band 25.

– Politisches Archiv des Auswärtigen Amtes. Inland II A/B. Aktz. 83-25 Sdh. IV, Band 59/3.

– TNA, HW 16/32, German Police Decodes, No. 1 Traffic: 13.11.41, n. 10.

– AGK, NTN, 105, p. 108.

– Bundesarchiv Koblenz, NS 19/2655, p. 39.

– Bundesarchiv Koblenz, NS 19/2655, p. 38.

– Archiwum Państwowe w Łódzi [APL], PSZ, 863, p. 51.

– APL, PSZ, 109, p. 1.

– APL, PSZ, 109, pp. 2-16.

– TNA, HW 16/32. German Police Decodes: 4.10.41.

– Bundesarchiv Koblenz, NS 19/2655, p. 49.

– RGVA, 504-2-8, p. 148 e 150.

– NARA, T 175/234/ 2723503.

– GARF, 500-1-775, p. 233.

– TNA, HW 16/32, German Police Decodes, No. 2 Traffic 1.12.41, p. 3, n. 24.

– TNA, HW 16/32, German Police Decodes, No. 2 Traffic 1.12.41, p. 3, n. 25.

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Domanda finale: È ragionevole che a studi di tal fatta i critici dell’anti-“negazionismo” continuino ad opporre le trite idiozie vidal-pisantyane?

Carlo Mattogno

NOTE

1 In rete all’indirizzo http://www.academia.edu/7845162/Shoah_un_approccio_critico_alle_teorie_negazioniste_di_carlo_Mattogno.

2 http://it.wikipedia.org/wiki/Negazionismo_dell’Olocausto.

3 Vedi I “campi di sterminio” dell’ “Azione Reinhadrt”, I, 3, pp. 55-107.

4“Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti”, in:

http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/articoli/storici.html

5 Il testo spagnolo in rete, “La finanza y el poder” (http://www.nacionalsocialismo.org/LA%20FINANZA%20Y%20EL%20PODER.pdf), che ha parimenti 54 pagine, non contiene le tesi che gli attribuisce l’articolista, come si evince dalla ricerca dei termini chiave: capitalismo (menzionato solo due volte in un contesto diverso), marxismo (menzionato una sola volta in un contesto diverso), antisemitìsmo, judío, judaísmo (mai menzionati).

6 PS-2156. IMG (Atti del processo di Norimberga, ed. ted.), vol. XXIX, pp. 268-269.

7 PS-2154. IMG, vol. XXIX, pp. 266-268.

8 PS-2410. IMG, vol. XXX, p. 344.

9 http://it.wikipedia.org/wiki/Ogni_cosa_è_illuminata_(film).

10 Y. Arad, The Holocaust in the Soviet Union. Lincoln-Gerusalemme, 2009, nota 1 del cap. 8 a p. 555.

11 http://ricordare.wordpress.com/perche-ricordare/189-66-domande-e-risposte-sullolocausto/

12 R. Garaudy, I miti fondatori dell a politica israeliana, Graphos, 1996, p. 82. Edizione in rete in pdf: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres/RGmiti.pdf.

13M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, Longanesi, Milano, 1977, p. 71

14R. Faurisson, «Le camere a gas non sono mai esistite», in: Storia Illustrata, n. 261, agosto 1979, p. 18.

15J. Graf, L’Holocauste au scanner témoignages ou lois de la nature. Guiden Burg Verlag, Basilea, 1993, p. 17.

16Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, pp. 74-75.

17J. Graf, L’Holocauste au scanner témoignages ou lois de la nature, pp. 53-59.

18http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Mattogno.

19 L’«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad…Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, pp. 29-31, in: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.

20 Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers, Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996.

21 Questa specie di sineddoche molto diffusa tra gli ignoranti è piuttosto sciocca, in quanto i membri di un Sonderkommando diventano il Sonderkommando! Chi erano i “ Sanitäter”? In tedesco il termine significa semplicemente soldati della sanità e non ha alcuna relazione con la terminologia olocaustica, che conosce invece il termine “Desinfektoren”, i presunti gasatori, i quali facevano parte degli SS-Sanitätsdienstgrade (personale sanitario SS), ma erano in realtà addetti alle normali disinfestazioni con lo Zyklon B.Vedi qui l’articolo 586.

22The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004.

23 Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli “indizi criminali” di Jean-Claude Pressac e sulla “convergenza di prove” di Robert Jan van Pelt.

24 http://olodogma.com/wordpress/2013/12/19/0513-la-verita-sulle-camere-a-gas-considerazioni-storiche-sulla-testimonianza-unica-di-shlomo-venezia/

25http://www.vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf.

26 Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah. Viella libreria editrice, Roma, 2008, p. 232.

27R. Faurisson, Réponse à Pierre Vidal-Naquet. La Vieille Taupe, Parigi, 1982, pp. 15-16.

28 A. Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi. Adelphi Edizioni, Milano, 1991, p. 19, in: http://www.hardwaregame.it/images/guide/batik/Shopenhauer%20Arthur%20-%20L’Arte%20di%20Ottenere%20Ragione.pdf.

29 V. Pisanty, «Come si nega un fatto: le strategie interpretative dei negazionisti», in: Autori Vari, Storia, verità, giustizia. I criminin del XX secolo. Bruno Mondadori, Milano, 2001, p. 373.

30 R.E. Harwood, Did Six Million Really Die? Truth at Last Exposed. AAARGH Editions on internet 2005, p. 41, in: https://ia600307.us.archive.org/2/items/DidSixMillionReallyDie/harwoodeng.pdf. Nella traduzione italiana questo passo curiosamente manca.

31p. 69.

32V. Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo. Bompiani, Milano, 1998, p. 286.

33 Secondo Derni – colmo del ridicolo –, V. Pisanty «accusava Mattogno di metodi capziosi e scorretti e di falsificazione dei documenti»: come potrebbe muovere una simile accusa chi non ha mai visto un documento originale?

Carlo Mattogno

(12 Novembre 2014)

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