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Ott 07

0839 – Voglia di ghetto per l’ebreo jabotinsky: “noi stessi ci siamo stabiliti nei ghetti di ciascuna città”

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Presentiamo un estratto, pagg.156 ÷ 162, dall’importante opera “L’ambigua evidenza. L’identità ebraica tra razza e nazione” del Dott. Gianantonio Valli . La pubblicazione del testo avviene col consenso dell’Autore che ringraziamo per la disponibilità al “saccheggio” della sua opera. QUI la recensione dell’Opera.

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(…) Se la precettistica biblico-talmudica, vero e proprio ghet­to intellettua­le e morale, è la giustifi­cazione cultura­le della­ sepa­ra­zio­ne tra il Popolo Eletto/Docente e il resto dell’uma­nità di­scente, il ghetto fisico e sociale è la più ovvia risultanza di vi­ta di tale separazio­ne. Se pure il primo ghetto «chiuso» è stato istituzionaliz­zato a Venezia con atto le­gi­slati­vo il 29 marzo 1516 – ma già Luigi IX e Filippo III l’Ardito avevano voluto per gli ebrei zone particolari dette juiveries, già il 18 giugno 1294 Filippo IV il Bello aveva ordinato agli ebrei di Parigi di raccogliersi in un quartiere separato, mentre quartieri separati avevano avuto gli ebrei nelle città tedesche mezzo secolo dopo, passata la Peste Nera, e un quartiere separato era stato loro imposto a Cracovia nel 1494 – fin dall’anti­chità gli e­brei si sono volonta­ria­mente rag­grup­pati in loro propri quartie­ri, onde non perdersi e preser­var­si dal contagio goyish (nell’uso dei ceti popolari ebraici veneziani, nota Simon Levis Sullam (Una comunità immaginata – Gli ebrei a Venezia 1900-1938, Unicopli, 2001), al posto dell’«inquietante» ter­mine «ghetto» è molto più frequente il semplice hasèr, dall’ebraico hatzer, «cortile»).

Ghetto di Lodz, Polonia, fabbrica di lavorazione del cuoio per l'esercito tedesco. Click...

Ghetto di Lodz, Polonia, fabbrica di lavorazione del cuoio per l’esercito tedesco. Click…

      Si pensi all’isolamento cercato dagli Arruolati nell’Alessan­dria elleni­sti­ca, o alla formazione del mellah, il quartiere ebraico delle città musulmane (il «mellah chiuso», in realtà, viene istituito a Fez nel 1438, raggrup­pando gli ebrei in una zona speciale dopo che erano stati accusati di avere messo vino nelle lampade della mo­sche­a): «Il est d’ail­leurs intéressant […] de souligner que le ghetto est historique­ment une invention juive, È invero interessante […] sottolinea­re che storicamente il ghetto è un’invenzio­ne ebraica», quasi vanta Nahum Goldmann in Le Paradoxe juif. Altro, quindi, che il pio liberale Leroy-Beaulieu, che capovolge la que­stione, incolpando ai goyim la causa dell’esclusi­vismo ebraico: «È perché nessu­na razza o religione è mai stata trattata come Israele, che nessuna ha mostrato un tale spirito di clan».

La polizia ebraica del ghetto di Lodz esegue la deportazione ebraica nei lager. Click...

La polizia ebraica del ghetto di Lodz esegue la deportazione ebraica nei lager. Click…

      A riconoscere senza infingimenti i meriti di tale pressione sociale, voluta prima che imposta, è, ci dice Edmond Fleg, il presidente dell’Alliance Israélite Universel­le Sylvain Levi, nell’Univers israélite: «Abbiamo ereditato dai nostri antenati certe attitudini, caratteristiche spirituali, per la cui conservazione dobbiamo esser grati alla nostra lunga esclusione dalla società cristiana» (certo maliziosa l’antica autoar­gu­zia folklorica: «Dalla descrizione di un viaggio: “… e poi giungemmo nelle luride viuzze del ghetto, dove più pura si è conservata l’ebraicità“»).

Ghetto di Lodz, Polonia, 1941, sartoria che lavora per l'esercito tedesco. Click...

Ghetto di Lodz, Polonia, 1941, sartoria che lavora per l’esercito tedesco. Click…

      Se Max Weber ha scritto che «gli ebrei si isolarono vo­lonta­riamente e non sotto la pressione del rifiuto», se Sombart ha vigorosamente affermato che «il ghetto con­tribuisce a sviluppare in modo più netto e unilaterale i concreti tratti fondamentali della natura ebraica […] rafforzando i due poteri su cui poggia in buona parte la co­stanza e tenacia della natura ebraica, consolidando e potenziando le due tendenziali­tà che la selezione già ha fatto affiorare: la religione e l’endogamia», e se Mac Donald  (The Culture of Critique – An Evolutionary Analysis of Jewish Involvement in Twentieth Century Intellectual and Political Movements, Praeger, 1998), poggiando sulle fonti ebraiche più obiettive, nota che «ci fu un’epoca in cui i cristiani alzarono mura di separatismo, prima erette solo dagli ebrei» e riconosce che all’e­po­ca della prima Crociata «talune comunità ebraiche furono chiuse tra mura per pro­teg­gerle dalla plebaglia urba­na», anche Ar­tu­ro Carlo Jemolo, lo storico italia­no legato attra­verso la madre ebrea al clan Momi­glia­no, riconosce che: «Il ghetto era la si­cu­rezza dell’isola­mento; non c’era bisogno di restrizio­ni, né di porto­ni, né di orari, né di divieti di andare in pub­bli­ci locali; l’isolamento veniva sponta­ne­o, era ricercato […] Dove c’erano tre o quattro famiglie, tra cui si intreccia­vano innume­revoli paren­te­le, esse vivevano tra loro sor­ve­glian­do­si reciproca­mente nell’a­dem­pi­mento dei dove­ri religiosi: non man­gia­re cibi sospetti di impuri­tà, non fare il minimo lavoro nei gior­ni festivi, dopo che era spun­tata la pri­ma stella del venerdì o prima che fosse spuntata quella del sabato. Quanto all’idea di qualche cambia­mento, l’ardire dei primi moderni­sti non andava oltre l’uso del rasoio, consi­de­rato vietato dai vecchi».

Didascalia yad vashem: Lodz-Poland-A-display-of-uniforms-that-were-sewn-in-the-ghetto-for-the-German-Army-14291867893927354057 . Click...

Ghetto di Lodz, Polonia, Manifattura di divise per l’esercito tedesco. Didascalia originale ebraica dello yad vashem: Lodz-Poland-A-display-of-uniforms-that-were-sewn-in-the-ghetto-for-the-German-Army-14291867893927354057. Click…

      Come ammette il sociologo Louis Wirth – pezzo grosso dell’ebraismo statuni­ten­se della prima metà del Novecento, membro del rooseveltiano National Resources Planning Board, fondatore dell’universitario Chicago Community Inventory, promotore e diret­to­re della Illinois Post-War Planning Commis­sion, fondatore e primo presidente del­l’Ameri­can Council of Race Relations, presidente dell’American Sociologi­cal Society e dell’In­ternational Sociological Association – la volontà di vivere con altri ebrei, di creare strutture associative che rendessero improbabili i matrimoni misti, di conserva­re il sentimento dell’identità del gruppo nell’am­bito della più vasta società goyish furono i fattori primari alla base dell’isolamen­to ebraico:

      «La segrega­zione degli ebrei in aree locali separate all’interno delle città medio­evali non iniziò con alcun editto formale della Chiesa o dello Stato. Il ghetto non fu, come talvolta erro­ne­amente si ritiene, la creazione arbitraria delle autorità, escogitata per trattare una popolazione straniera; il ghetto non fu il risultato di un progetto ma piuttosto l’invo­lontaria cristallizzazione dei bisogni e di pratiche radicate nei costumi e nell’eredità religiosa e temporale degli stessi ebrei. Molto prima che ciò fosse reso obbligatorio, gli ebrei vivevano, di loro iniziativa, in parti separate nelle città dei paesi occidentali […] Gli ebrei si spostarono in aree culturali separate non già a causa di pressioni esterne, ma per deliberato proposito. I fattori che favorivano la fondazione da parte degli ebrei di comunità localmente separate debbo­no essere cer­cati nel carattere delle tradizioni ebraiche, nelle abitudini e nei costumi non soltanto degli stessi ebrei ma anche degli abitanti delle città medioevali in generale. Agli ebrei la comunità geogra­fi­camente separata e socialmente isolata sem­brava offrire le condi­zioni migliori
per seguire i loro precetti religiosi,
per preparare i cibi in conformità al rituale religioso stabilito,
per seguire le loro leggi dietetiche,
per frequentare la sinagoga tre volte al giorno per le preghiere,
per partecipare alle numerose funzioni di vita comunita­ria che il dovere religioso imponeva a ogni mem­bro della comuni­tà.

Ghetto di Lodz, Polonia, produzione di sovrascarpe invernali in paglia per l'esercito tedesco. Click...

Ghetto di Lodz, Polonia, produzione di sovrascarpe invernali in paglia per l’esercito tedesco. Click…

In qualche caso era forse il timore del resto della popolazione a indurli a cercare la compagnia reciproca a scopo di sicurezza. Talvolta il principe o il sovrano sotto la cui protezione essi stavano trovava desiderabile concedere loro a questo scopo un quar­tiere separato, a titolo di privilegio […] C’era sempre un certo movi­mento per sottrarsi al ghetto da parte di individui attratti dal vasto mondo che stava oltre l’orizzonte delle mura del ghetto. Talvolta accadeva che un ebreo lasciasse il ghetto e – attratto dalle possibilità che egli supponeva attenderlo fuori di esso – si convertis­se al cristianesimo; e talvolta accadeva che questi convertiti, abbattuti e umiliati, tornassero al ghetto, per assapora­re di nuovo la calda e intima vita tribale che non potevano trovare in nessun luogo se non tra la propria gente. In tali occasio­ni le peripezie del rinnegato venivano raccontate nelle strade del ghetto, e ciò rinsal­da­va l’intera comunità in una solida massa che si avvinghiava più tenacemente che mai alle sue antiche tradizioni. L’ab­bandono occasionale dei legami della famiglia e della comunità da parte di spiriti ribelli serviva soltanto a rafforzare i vincoli di solidarietà familiare e comunitaria quando i membri perduti ritornavano all’ovile e venivano rein­tegrati con solenni cerimonie nell’organizza­zione della comunità».

Due agenti della polizia ebraica del ghetto di Lodz, Polonia.Click...

Due agenti della polizia ebraica del ghetto di Lodz, Polonia.Click…

      «La segregazione, comunque, è solo la metà del quadro. Le mura del ghetto erano destinate non solo a tenere dentro gli ebrei, ma anche a tenere fuori i gentili. Il ghetto era una fortezza e un asilo in un mondo ostile. Dentro le sue mura l’ebreo era a casa», riconosce anche Eu­gene Kohn; «il cosiddetto ghetto ha la sua liber­tà», concorda Ignaz Maybaum; «molti rabbini avrebbero volute più alte le mura del ghet­to», continua Paul Johnson, mentre già Theodore Reinach aveva sottolineato che fin dall’antichità l’esclusivismo ebraico, pur non istituzionalizzato in specifici quartieri abitativi (ma ricordiamo i settori dell’Alessandria ellenistica!), «si traduce­va, nella vita quotidiana, in mille fatti sensibili, nel rifiuto di mangiare coi pagani, di prendere parte ai loro giochi, ai loro esercizi ginnici, come anche di servire sotto i loro sten­dardi, nell’autono­mia giuridi­ca, nei matrimoni separati»; anche Rabbi Joachim Prinz sottoli­nea la fun­zione protettiva dell’esclusivismo abitativo: nel primo Medioevo i con­fra­telli «erano raccolti in deter­mi­nati quartieri della città, circondati da mura per proteggere gli ebrei dalla pleba­glia» (ad esempio, per favorire l’insediamento degli ebrei a Spira, ritenuto necessario per lo sviluppo commerciale, il vescovo Rüdiger crea in loro favore un quartiere intracittadino protetto da mura), e questi, che «non erano sempre quei luoghi squallidi e sozzi che divennero poi», «erano spesso situati nei centro-città, nei pressi del municipio, del castello o delle antiche strade romane».

 

Ghetto di Lodz resoconto delle unità d'articoli fabbricati per la Wehrmacht (con indicazione, sotto, del numero di articoli prodotti per il mercato civile). Click...

Ghetto di Lodz resoconto delle unità di articoli fabbricati per la Wehrmacht (con indicazione, sotto, del numero di articoli prodotti per il mercato civile). Click…

      Ancora più potenti, su Haynet il 13 maggio 1932, le analisi del capo dei sionisti-revisionisti Vladimir Zeev Jabotinsky (1880-1940; l’Unione Mondiale dei Sionisti-Revisionisti, il cui statuto pretende la revisione del sionismo dei laburisti Ben Gurion e Weizmann per un ritorno alla «vera» matrice herzliana, viene fondata a Parigi nel 1925). Dopo avere rilevato che la religione giudaica «è rimasta il mezzo migliore per “isolare” se stessa da un contatto troppo stretto con le nazioni circostanti» e che le pratiche alimentari sono un secondo mezzo per preservare l’ebreo dalla contaminazione coi non-ebrei, Jabotinsky rivendica al ghetto, sostituto dello Stato perduto, una funzione positiva:

«Anche qui non è vero che all’inizio noi fossimo “scacciati” nel ghetto. All’inizio noi stessi ci siamo stabiliti nei ghetti di ciascuna città. Solo dopo molte centinaia di anni, e per motivi del tutto differenti, i governi gentili hanno chiuso le porte del ghetto [il primo della storia in tal senso viene istituito a Venezia, successivamente ratificato nel 1555 da papa Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum]. Anche ai nostri giorni ciascun gruppo minoritario crea un proprio ghetto quando, in modo illusorio, vuole anche essere una “nazione”, vivere nel suo paese, e non confrontarsi con gli stranieri a ogni piè sospinto. Questo non si applica solo agli ebrei di New York, ma anche agli inglesi di Shanghai. Così gli ebrei sopravvivono nella diaspora, trasformando ogni momento della vita in mezzi di isolamento; un isolamento dal punto di vista economico, scegliendo sempre una sfera economica in cui molti gentili non sono ancora attivi; un doppio isolamento, rinunciando all’idea di revisionismo della tradizione, e sottolineando, in particolare, i fattori di isolamento della tradizione. Esso costa agli ebrei il prezzo intero della vita individuale e sociale, ma essi pagano il prezzo volontariamente e con contentezza, affinché la razza possa vivere nel suo proprio ambiente, anche una vita molto scarsa, respirare un po’ d’aria propria, anche con un polmone».

Ghetto di Varsavia, sede della polizia ebraica

Ghetto di Varsavia, sede della polizia ebraica

      Pur «ingenuo» nell’avanzare le motivazioni primarie, concor­da Maurice Fishberg: «Invero, l’origine del ghetto fu ebraica. Ancor prima che la cri­stia­nità lo rendesse obbligatorio, gli stessi ebrei preferiro­no vivere in quartieri cittadini separati. Ciò non era dovuto alle presunte ten­denze particolaristi­che [clan­nish] degli ebrei, ma era il modo migliore per seguire i precetti religio­si, preparare gli alimenti, in particolare la carne, in accordo con le norme ali­men­tari, essere vicini alla sinagoga dove poteva­no pregare tre volte al gior­no, etc. Effettiva­mente, ben scrive Abrahams [in Jewish Life in the Middle Ages, 1896] che “il ghetto fu piuttosto un privilegio che un impedi­mento, e talora fu invo­ca­to dagli ebrei come un diritto, quando ne veniva minacciata la demolizione“. Più tardi però gli Stati cristiani cominciarono a obbligare giuridica­men­te gli ebrei a quell’isola­mento [began to enforce that isolation by various legal decrees]».

      Stessa tesi, lasciando tuttavia trasparire all’attento lettore un distiguo tra motiva­zio­ni/re­sponsabilità secondarie e primarie quanto all’esperienza del ghetto, «anello ricorsivo che mantie­ne l’autoisolamento con l’isolamento e l’isolamento con l’autoisolamento», riafferma Edgar Morin: «Durante il Medioevo, una doppia logica crea e rinforza recipro­ca­mente l’isolamen­to da parte dei cristiani e l’autoisola­mento da parte degli ebrei. L’isolamen­to da parte dei cristiani, che impedisce ogni comunica­zione su un piano di uguaglianza, ogni matrimonio misto e, salvo eccezioni, ogni scambio intellet­tuale, rinforza la chiusura propria della reli­gione di Mosè, che conferisce agli ebrei il privilegio dell’elezione divina, conside­ra come impuri i gentili e proibisce i matrimoni misti». «Muro di separazione creato dagli ebrei stessi per pro­teggere la propria identità elitaria sacra», dice il ghetto Vittorio Dan Segre.

1944, ghetto di Lodz, Polonia, la polizia ebraica del ghetto esegue la deportazione ebraica dal ghetto nei lager. Click...

1944, ghetto di Lodz, Polonia, la polizia ebraica del ghetto esegue la deportazione ebraica dal ghetto nei lager. Click…

      Identiche le conclusioni, in Psycha­nalyse de l’antisémi­tisme, di Rudolph Loewenstein: «Certo, l’istituzione del ghetto non fu solo una prigione im­posta agli ebrei, fu al contempo una garan­zia richiesta [demandée] dalle stesse comu­nità ebrai­che a sovrani benevoli, un mezzo di protezione, una salvaguar­dia contro la possibile violenza della plebe. Dietro le mura protettrici del ghetto, in questo isola­mento da un ostile mondo esterno, le comunità ebraiche potevano vivere e dedicarsi sia ai loro affari che all’osservanza stretta della loro religione. Il doppio significato delle mura di questo ghetto possiede, lo possiamo ben dire, un valore simbolico del­l’intera situa­zione psicologica degli ebrei di fronte ai popoli tra i quali vivevano: il loro isolamen­to era, al contempo, un segno di rifiuto ed un marchio di protezione».

Ghetto di Mädchen, produzione ebraica di distintivi militari per l'esercito tedesco. Click....

Ghetto di Mädchen, produzione ebraica di distintivi militari per l’esercito tedesco. Click….

      Ed un grande ghetto, critica l’israeliano antisionista Michel Warshawski, è oggi l’Entità Ebraica: «Poiché il mondo è una giungla ostile e pericolosa, in Israele scatta di nuovo il riflesso del ghetto: non quello imposto agli ebrei nel Medioevo, e neppure quello imposto molto più tardi dai nazisti, ma il ghetto volontario, quello che i rabbini volevano mantenere a ogni costo per impedire le influenze esterne».

      Decisamente corretti, quindi, i fratelli Tharaud  ( The Chosen People – A Short History of the Jews in Europe, Longmans, Green & Co., 1929 ):

«E accadde che l’ebreo, che per libera scelta viveva in queste particolari condizioni, che si era autoescluso nei suoi quartieri privati per preservare l’integrità della fede e della razza, vi si trovò confinato per forza. Ciò che all’inizio era una mera usanza o abitudine ebraica, una legge che Israele si era assegnato, fu alla fine imposta dall’e­sterno. Un giorno gli fu detto: “Vuoi vivere nei tuoi quartieri speciali con la tua Leg­ge, le tue idee e i tuoi costumi? Bene, allora stacci per sempre. Tutte le altre parti della città ti saranno vietate. Ecco le catene, ecco un portone che d’ora innanzi limi­te­rà lo spazio dove puoi respirare. Il tuo ghetto non sarà più un rifugio volonta­rio; diverrà una prigione obbligatoria!”».

      Preziosi  appunti  possiamo  ancora  trarre  da Malynski:  

«I pareri sono discordi a proposito della que­stione se siano sta­ti i giudei stessi a cercare di porre delle bar­riere tra loro ed il resto degli uomini per mezzo di una sorta di comparti­menti stagni, an­dando ad abi­tare in quartieri spe­cia­li; op­pure se furono le leggi a volerli tutti assieme riuniti co­me dei lebbrosi spirituali – quali essi erano, rispetto alla men­talità e ai parametri di affinità medieva­li. Se da un lato, in­fat­ti, vigeva un esclusivi­smo nei confronti dei giudei, interve­niva d’altro lato un esclusivi­smo ancor più violento da parte dei giudei: preesi­sten­te all’era cri­stiana ed ai suoi pre­giudizi, que­st’ultimo si era già manifesta­to nelle cit­tà elleniche e roma­ne, col regime dei quartie­ri separati entro i quali viveva la razza santa».

 

Ghetto di Varsavia, spedizione vestiario militare per l'esercito tedesco.1941. Click...

Ghetto di Varsavia, spedizione vestiario militare per l’esercito tedesco.1941. Click…

   Probabilmente, continua con equilibrio Malynski, sono va­li­de ambe­due le tesi – cioè, i ghetti da un lato voluti dall’esclusivismo giudaico e dall’altro imposti dalla maggioran­za goyish, talché, come sottolinea (in Batault) l’ebreo Maurice Bern­feld, essi «furono piut­tosto simultanei che consecutivi» – ma resta il fatto che i ghetti si presen­ta­vano come una città nella città e godevano di partico­lari fran­chi­gie non posse­du­te da nes­sun’altra classe e gruppo umano nel Me­dioevo: «A parte le rela­zioni spes­so difficili con il pote­re costi­tuito, il ghetto godeva all’e­sterno di una vera e propria au­to­no­mia – tra­ducentesi in una effetti­va antino­mia – e di una spe­cie di au­togoverno, secondo un regime teo­cra­tico in cui tutto era sotto­messo alla tradizione immutabi­le, alla Torah, al Tal­mud ed ai rab­bi­ni. Era un tipo di “quaran­tena” perpe­tua e recipro­ca­mente accet­ta­ta, che non si limi­tava soltanto alla devota  conser­vazione dei co­stu­mi aviti, ma formava in pratica altret­tanti si­stemi economici e sociali tra loro uniti da fili invisi­bili, ai margini e perfino in contrad­dizio­ne – discreta anche se flagran­te – con gli ideali del cristiane­si­mo, basi della struttu­ra e delle affini­tà medio­eva­li. Benché disprez­zato sempre, sog­getto sovente a esazioni e talvolta a persecuzio­ni, il ghetto rappresen­tava tuttavia la città del pri­vi­le­gio, poiché esso solo, a quell’epo­ca, aveva la tacita autoriz­za­zione a vivere una vita propria e in un certo senso al di fuori delle leggi comuni». E tale vivere fuori delle leggi comuni trova ancora la sua ra­gione nel sentimento di «elezione divina»: altro che la proverbiale iscrizione «Gott mit uns» sui cinturoni tedeschi, o l’altrettanto prover­biale «Am deut­schen Wesen wird [o: mag] die Welt genesen, Il carattere tedesco gua­rirà [o: potrà guarire] il mondo»!

 

Ghetto di Lodz, Polonia, vetrina dei lavorati prodotti per l'esercito tedesco, fonte yad vashem, Gerusalemme. Click...

Ghetto di Lodz, Polonia, vetrina dei lavorati prodotti per l’esercito tedesco, fonte yad vashem, Gerusalemme. Click…

     Da una parte Clemens Thoma, ordinario di Scienze Bibliche e Giu­dai­stica alla facoltà teologica di Lucerna, sfuma la portata del concetto, ac­cen­tuando l’elezione culturale di Israe­le: «Il non con­formi­smo giudai­co – e l’ostinazione giudai­ca – pog­giano essen­zialmente sull’esclu­sività, singo­la­rità e santità gelosa di Jahweh [ l’antico dio enoteista! Yah, Yaw, Yahveh il paredro di Ashera, quello identificato con El, il dio supremo del pantheon cananaico, il Sabaoth delle bande assassine e guerriere! ], nonché sulla richiesta da lui avan­za­ta di un culto speciale ed e­sclusivo (monola­tria). In tal modo il giudai­smo è un segno elevato contro ogni ecumenismo religioso a buon mer­ca­to e preci­pi­toso. L’u­nità religiosa non va scambiata col livella­men­to, la rinun­cia a ve­rità decisive di fede e l’uniformi­tà».

      Ma dall’altra, a ricordare che prima di tutto è la concreta «carne» ebrai­ca che va salvata, è Elia (Elijah ben Abraham) Bena­mo­zegh, nato nel 1822 a Livor­no da ricca famiglia di mercanti e rabbini di Fez, biblista, talmudista, cabbalista e rabbino tra i maggiori:

«Le leggi molto sagge di Mosè sui proseliti e sui matri­mo­ni hanno tuttavia preserva­to l’inte­grità della religione israe­li­tica ed hanno anche salvato, come vedre­mo, quella dell’uma­nità. Gra­zie ad esse, gli ebrei hanno potuto mantenere la loro duplice na­tura che ne ha fatto una nazione veramen­te a parte; sono rima­sti un popolo di tempra no­te­vole e persino molto esclusivo, pieno di a­mor proprio e di passione, ma allo stesso tempo il popolo ec­cezio­nale la cui straordinaria vitalità trova la sua ragion d’es­sere nel­l’eminente ser­vi­zio che è chiamato a dare al mon­do e che, senza mai perdere di vista ciò che doveva a se stesso, ha preso nondi­meno sempre più coscienza della sua missione universa­le».  (Benamozegh E. Israele e l’umanità – Studio sul problema della religione universale, Marietti, 1990) (1)

(…)

Note

1) Il brano è tratto dalle pagine 156-162  del volume del dott. Gianantonio Valli“L’ambigua evidenza. L’identità ebraica tra razza e nazione”, Ed. EFFEPI, via Balbi Piovera n.7, 16149 Genova – Prima edizione ottobre 2010 – pag.736 – Euro 50,00.  QUI la recensione dell’Opera. Per ordinarlo chiamare il 338-9195220, o scrivere a  effepiedizioni@hotmail.com.

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