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Ago 15

0779 – Memoria corta sul boicottaggio ebraico delle merci tedesche del 25 Marzo 1933…ed oltre?

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Presentiamo la seconda parte (La prima parte è disponibile QUI) dello studio del Dott. Gianantonio Valli sul boicottaggio, del Marzo 1933 e successivi, delle merci tedesche da parte di gruppi ebraici, e non solo.

Ricordiamo che il testo è un estratto da:  Gianantonio Valli, I complici di dio, Genesi del Mondialismo, Effepi Editrice, Genova, 20 aprile 2009, pagg.704-723. La pubblicazione avviene col consenso dell’Autore che ringraziamo per la gentilezza e disponibilità. Olodogma

(…)

Il 2 aprile (1933) la calma regna in tutto il Reich; il 3 vengono tolti i cartelli e i tedeschi tornano a fare acquisti nei negozi e nei grandi magazzini ebraici. Come avrebbe rileva­to nel maggio Filippo Bojano, corrispondente a Berlino da quattr’anni, spirito ingenuo nel senso migliore del termi­ne, filo-ebraico e filo-tedesco al contem­po, «non v’è stato e non vi sarà nessuno di quei pogroms che sono il segno di una bru­talità vendicatrice la quale non è fatta per i popoli civili.

L'Autore, Dott.. Gianantonio Valli, 2013. Click...

L’Autore, dott.Gianantonio Valli, 2013. Click…

Né a Berlino, che pure ha ospitato tanti ebrei, né altrove in Germania è stato un qualsivo­glia figlio di Israele linciato. Le sinagoghe furono rispettate. Si è tentato di convince­re, con le arti della persuasione, i cittadini tedeschi, come fosse un delitto fare acquisti nei grandi magazzini di vendita a carattere di emporii o di bazars, che sono di proprietà di ebrei, unicamente perché si voleva richiamare l’at­ten­zione ed il favore del pubblico sui tanti altri piccoli negozi tenuti da puri tedeschi, che più risentono della crisi e furono in passato disertati. Si è esercitato un tale sabotaggio ma poi ci si è anche ravveduti, giacché quei grandi magazzini danno lavo­ro a migliaia di impie­gati. Nella lotta contro l’ebreo il nazionalsocialista imparerà, se non ha imparato già, che tutto quanto egli intraprende­rà con il carattere dell’intol­le­ranza può ridondare alla fine a suo danno e a danno del paese ch’egli vuole salvare. Le grandi imprese falli­ran­no, ma l’ebreo che è a capo di esse non avrà un’unghia scalfita né avrà rimesso un centesimo; per lui c’è sempre il rotto della cuffia…».

      In conseguenza dei primi segnali di un demordere della democanea internazionale, aizzata in particolare da Deuss, il corrispondente in Germania della catena Hearst, se Julius Streicher lancia da un lato parole distensive dicendo improbabile la ripeti­zio­ne del boicottaggio previsto per il 5 nel caso continuassero gli attacchi, lo stesso Strei­cher alza il tiro a considerazioni di ben più ampia portata:

«L’ebraismo internazionale sta cominciando a capire che la Germania non si lascerà insultare. La campagna degli ebrei, molto aggressiva, ci ha obbligato a richiamare l’attenzione non solamente del popolo tede­sco, ma di tutte le nazioni sul fatto che la questione ebraica non riguarda solo la Germania, ma l’umani­tà intera».

Confidando nel buonsenso, il 4 segue, altrettanto distensivo, un comunicato gover­nativo:

«Il buon esito dell’azione difensiva ha soddisfatto il governo. È cessata la propaganda delle false atrocità, tranne alcuni insignificanti episodi che non vale la pena di combattere col boicottag­gio, anche perché sono di origine comunista».

      Nei giorni seguenti gli attacchi tuttavia continuano: il 9, a Lodz, folle di ebrei devastano il consolato tedesco, il quotidiano Freie Presse, la scuola e la biblioteca tedesche; il 15 a Londra sir Austen Chamberlain definisce il nuovo spirito tedesco «peggiore dell’antico prussianesimo, un misto di selvaggia ferocia, orgo­glio nazionale ed esclusivismo»; il 17 a New York Untermyer indirizza agli ame­ri­cani «di tutte le fedi» un appello a persistere nel boicottag­gio; il 19 il presidente del Comitato Olimpico Statunitense Avery Brundage interviene pe­san­temente, mettendo in forse l’as­segnazione a Berlino dei Giochi Olimpici del 1936.

      Il tutto, malgrado la buona volontà dimostrata dai nazionalsocialisti e le vibrate proteste di numerose organizzazioni ebraiche tedesche che si sollevano fin dal 24 marzo con­tro gli «strali lanciati contro i tedeschi e gli ebrei» e la «propa­gan­da degli orrori» condotta contro il Reich dai confratelli. Tra tali organizzazioni sono il Reichs­bund jüdischer Frontsolda­ten, “Unione Statale dei Combat­tenti Ebrei”, fondata nel 1919, 10.000 iscritti, editrice di Der Schild; gli Jüdische Frontkämpf­er, “Combattenti Ebrei”; il Verband National-Deut­scher Juden, “Le­ga degli Ebrei Nazionaltede­schi”, fondata nel 1921, 10.000 membri, edi­tri­ce di Der nationaldeutsche Jude; il Deut­scher Vortrupp – Gefolgschaft Deutscher Juden o Verei­ni­gung junger Juden in Deutsch­land, “Avanguardia Tedesca – Raggruppamento degli Ebrei Tedeschi” o “U­nione dei Gio­vani Ebrei in Germania” (fondato a Kassel a fine febbraio dal giovane conservato­re-prussia­no-ebreo Hans-Joachim Schoeps); lo Isra­e­litisch-Sephardischer Verein, “Unione Israe­li­ta-Sefardita”; la Jüdische Gemeinde, “Comunità E­braica”, di Berlino; la Zionisti­sche Vereinigung für Deutsch­land, “Unione Sio­ni­sta per la Germania”, fondata nel 1897, 10.000 iscritti, editrice della Jüdische Rundschau (nel 1925 fuoriescono dalla ZVfD parecchi membri, formando la Neu-Zio­nistische Bewe­gung del banchiere Georg Kare­ski, rappre­sentante dei Revisionisti o «sionisti statali» di Jabotinsky, peraltro in dissidenza col ràbido capo supremo; Kareski, ideatore della stella di Davide gialla per evidenziare i confratelli, è anche co-fondatore dell’ebraico Volkspartei, Partito Popolare, coi confratelli egualmente est-europei Alfred Klee, Max Kollenscher e Aron Sandler); il Preußischer Landes­ver­band Gesetze­streuer Synago­gen­gemeinden, “Lega Prussiana delle Comunità Sinago­gali Fedeli alla Legge”; la Deutsch-Israelitische Gemeinde di Amburgo; la Israelitische Religions­gemeinde di Dresda; addirittura il Verein zur Abwehr des Antise­mitismus, “Unione per la Difesa Contro l’Antise­mi­tismo”; e il Centralverein deut­scher Staats­bürger jüdischen Glaubens, “Unione Centrale dei Citta­di­ni Tedeschi di Confes­sio­ne Ebraica”, fondato nel 1893 – Yehuda Bauer scrive «nel 1897» – con 70.000 iscrit­ti, editore della CV-Zeitung, nel 1935 ribattezzato Central Verein der Juden in Deutsch­land: «Sosteneva economi­camente e moralmente i politici e gli intellettuali tedeschi che si opponevano all’anti­se­mitismo, combatteva battaglie legali contro gli antisemiti, e giunse persino a organizzare un servizio informazioni clandestino e ad appoggiare i combattenti di strada ebrei, che facevano parte del Reichsbanner, la milizia social­de­mocratica», commenta Bauer (opposto, e altrettanto rivelatore, Albert Einstein sulla zurighese Jüdische Presse-Zentrale il 21 settembre 1920: «Quando mi capita di leggere che qualcuno è “un cittadino tedesco di religione ebraica” non posso trattene­re un doloroso sorriso […] Forse che, cambiando religione, un ebreo smette di essere tale? No! […] Io non sono un cittadino tedesco, io sono ebreo»).

      Tra gli infiniti documenti ancor oggi tenuti celati dal Sistema ai suoi sudditi eccone alcuni. Un folto gruppo di religiosi indirizza al vescovo newyorkese Manning la di­chia­razione: «I rabbini tedeschi eleva­no la più solenne pro­testa contro le favole orrorifiche a base di atrocità [Greuelmärchen] e le sproposi­tate vociferazioni di persecuzioni di ebrei tedeschi e riaffermano davanti al mondo intero la fiducia che nella nostra patria ognuno possiede, e conti­nuerà ad avere, la piena protezione delle leggi e della libertà personale. Le azioni di protesta americane ledono la considera­zione e la dignità della Germania e potrebbero solo condurre al­l’opposto degli effetti pensati». In Judentum und Umwelt, “L’ebraismo e il mondo circostante”, il rabbino Eli Munk di Ansbach arriva a scrivere: «Rigetto le dottrine marxiste dal punto di vista dell’e­brai­smo e mi riconosco nel nazionalsociali­smo [und be­ken­ne mich zum Na­tionalsoziali­smus], depurato delle sue componenti antisemite. Se ab­bandonasse l’an­tisemitismo, il nazionalso­cialismo troverebbe negli ebrei tradi­zio­na­li­sti gli adepti più fedeli [ohne den Antisemitismus würde der Nationalso­zialismus in den überliefe­rungstreuen Juden seine treuesten Anhänger finden]».

      Similari attestazioni eleva anche l’avvocato Max Naumann (1875-1939) che – sincero patriota, maggiore de­corato del­la Croce di Ferro di Prima Classe, amico di Göring, presidente del Verband National-Deutscher Ju­den ed autore nel 1920 di un’opera «sugli ebrei nazionaltedeschi» – già un decennio innanzi non si era fatto problema di separare i Deutschjuden dai Fremd­juden, rei­te­rando pubblica­mente che: «Gli ebrei tedeschi sono parte del popolo tede­sco, gli ebrei stranieri di un popolo senza terra disperso ai quattro venti, perché nep­pure la Palesti­na britannica è in alcun modo la loro terra, né mai lo sarà». I Fremd­juden sono inve­ce un gruppo che si distingue «per l’arretratezza spasmodica­mente e ri­gida­mente man­te­nuta [durch die kramphaft aufrecht erhaltene Rückständi­gkeit]» e «per il delirio di costituire una comunità di eletti ed essere per gli altri un “proble­ma”». Di tale gruppo fanno parte i sionisti, a loro volta divisi in due gruppi: coloro che «ragionano con onore e rettamente», che si riconoscono stranieri alla Germania e ac­cet­tano di viverci come stranieri; e coloro che non sono nè tedeschi-ebrei né sioni­sti coerenti, quel «resto che merita solo di andare in rovina. Perché è sempre ancor me­glio che vada in rovina un piccolo gruppo di sradicati, piuttosto che centi­naia di migliaia di persone che sanno di che cosa son parte. Il nostro popolo tedesco non può morire [nicht zugrundege­hen darf unser deutsches Volk]».

      E se questi giudizi potrebbero certo essere considerati espressioni perso­nali, non dobbiamo dimenticare che chi li ha espressi non è un quidam de populo, ma il capo degli ebrei nazional-tedeschi, il cui periodico scriverà a tutte lettere, nell’editoriale del numero speciale maggio 1933, che «la Germania del futuro sta davanti a impegni del tutto nuovi, e questi possono essere risolti solo attra­verso un popolo rinnovato da cima a fondo. Creare questo popolo, crearlo in forma di quella comunità nazionale che mai finora si è data nella storia tedesca, è il grande e, quando lo si intenda nel giusto senso, veramente liberatore [wahrhaft be­freiende] compito del Capo della Ri­vo­luzione Na­zio­nale» (un anno dopo Naumann ri­badisce: «Abbiamo sempre posto il bene del popolo e della patria tedesca, alla quale ci sentiamo indisso­lu­bil­men­te legati, al di sopra del nostro. Perciò abbiamo salutato con gioia la Rivoluzione Nazionale del gen­naio 1933, malgrado essa compor­tasse per noi una qualche asprez­za: in essa vedeva­mo l’unica possibilità per rimuove­re la vergogna e i danni provoca­ti da elementi non tedeschi in quattordici anni di sventura»).

      Nel marzo è quindi Naumann a scagliarsi contro la rinnova­ta Greuelpropa­ganda, “propaganda degli orrori”:

«Perfino i metodi e i dettagli sono gli stessi di un tempo, quando si parlava di mani tagliate ai bambini e di occhi strappati, e perfino del recupero dei cadaveri per rica­var­ne materia grassa. A quelle cose si apparenta­no le odierne asser­zioni, che vocife­ra­no di cadaveri mutilati di ebrei che giacciono a file davanti ai cimiteri, che nessun ebreo può farsi per così dire vedere per strada senza essere assalito… Ci sono certo stati degli eccessi, ma del tutto isolati. Con assoluta certezza sono state azioni di un qualche esaltato, come si trovano in ogni popolo e organizza­zione, che ha sfrut­ta­to l’opportunità di regolare a suo modo personali sensi di vendet­ta contro singoli ebrei, coi quali per un qualche motivo aveva controversie. I respon­sa­bili della NSDAP e l’in­tero governo del Reich mi hanno sempre dichiarato con gran­de energia che inter­verrebbero implacabili in ogni caso che giungesse loro a conoscenza. Mi risulta per­so­nalmente che in tali casi si sia già effettivamente interve­nuti con estrema decisione. In ogni caso noi ebrei tedeschi, e non diversamen­te dal particolare sentire comune, siamo convinti che da parte del governo e della direzione della NSDAP esi­sta la più ferma volontà di salvaguardare la pace e l’ordi­ne. Da tempo ci siamo per­ciò rivolti con protesta quanto più energica contro la propaganda degli orrori estera ed anzi vorrei formalmente rilevare, libero da ogni pressione e per mio proprio moto, che noi siamo convinti che questo odio danneggerà seriamente la nostra Germania. Ma più ancora, accanto a ciò – e affermo espressa­mente che tale questione è per noi secondaria – questo odio pre­te­samente esercitato nel nostro interesse renderà un pessimo servizio [ein ganz außeror­dentlich schlechter Dienst] anche a noi ebrei tede­schi. Noi ci volgiamo anche contro il tentativo di raffigurare questo odio straniero come una “montatura ebraica”. Non è una montatura ebraica, ma una montatura tipi­camente antitedesca, della quale sono purtroppo com­pli­ci anche singoli ebrei».

      E che, «falsi amici», «i circoli di sinistra [abbiano] in tutto il mondo messo avanti quale scudo per i loro attacchi l’ebraismo tedesco e tentato di danneggiare, propalan­do notizie irre­sponsabili e false, i loro nemici politici, i nazionalsocialisti al governo», lo conferma al francese Intransigeant Leo Baeck, capo del Deutscher Rabbiner-Verband (nato nel 1873 a Lissa/Posnania e internato nel 1943 a There­sienstadt, Baeck oloscampa e nel 1945 è a Londra, ove morrà nel 1956). Indi­rizzato al Gran Rabbino di Francia è poi, da Stoccarda, un telegramma de­gli av­vo­cati Walter Löwenstein e Al­bert Mainzer II, del consigliere di tribunale Richhei­mer, del signor Max Straus, del direttore di fabbrica Hermann Weil e dell’in­dustriale Alfred Wolf, che dichiarano che «in consonanza con tutti gli ebrei tede­schi [in Überein­stimmung mit allen deutschen Juden] ci opponiamo con forza a ogni odio con­tro la nostra pa­tria tedesca e ad ogni azione di boicottaggio. Qui regnano tranquil­lità e ordine. Vi preghiamo con urgenza [dringend] di diffondere questa dichiarazio­ne».

      Identiche assicurazioni rivolge il 27 marzo il banchiere Max Warburg all’Ameri­can Ship and Commerce Corporation, la società di navigazione americana partecipe degli interessi della Ham­burg-Amerika Linie controllata dalla Harriman Fifteen Corp. di Bert Wal­ker e Pre­ston Bush (padre del futuro presidente USA George, poi mana­ging partner della banca d’investimenti Brown Brothers & Harriman) a sua volta posseduta dalla banca W.A. Harriman & Co.: «Negli ultimi anni gli affari sono andati conside­re­vol­mente meglio di quanto vi avevo anticipato, ma un calo si è fatto sentire negli ultimi mesi. Stiamo davvero soffrendo sotto la frenetica propaganda condotta contro la Germania, causata da spiacevoli eventi. Questi furono la naturale con­se­guen­za dell’aspra campagna elet­torale, ma furono straordinaria­mente ampliati dalla stampa estera. Il governo è fermamente deciso a conservare la pace e mantenere l’or­dine pubblico in Germania, e al proposito resto assolutamente convinto che non ci sono ragioni per un qualsivo­glia allarme». Ancora, il 29, Erich War­burg, figlio di Max, in un telegramma al cugino Frederick M. Warburg, direttore delle attività degli Harri­man nel settore ferroviario (uno dei sei più forti gruppi fin dalla fine Ottocento), chiede di «usare tutta la tua influen­za» per bloccare in America ogni attivismo antina­zi, compresi le «atrocity news e la propaganda ostile sulla stampa estera, i raduni di massa, etc.»; Frederick rispon­de: «Nessun gruppo responsabile sta qui premendo per un boicottag­gio commerciale della Germania, boi­cottaggio che è opera soltanto di singoli indivi­dui». Il 31 marzo l’AJC, controllato dai Warburg, e il B’nai B’rith, influenzato dai Sulzberger del New York Times, consiglia ufficialmen­te di «non incoraggiare alcun boicottaggio contro la Germania», raccomandando di «non indire in futuro altri raduni di massa né usare similari forme di agitazione».

      Anche il Berliner Tageblatt del 28 marzo e del 1° aprile, la Vossische Zeitung del 30 marzo, il Berliner Morgenpost del 28 e del 30 marzo, la Frankfurter Zeitung del 28 marzo, l’Israeliti­sches Familienblatt (che il 9 febbraio aveva peraltro profetizzato al nuovo governo il destino di morte già caduto su Haman) del 30 marzo e 6 apri­le, la Jüdische Rundschau del 24 e del 31 marzo e la CV-Zeitung, si scagliano, come fa quest’ultimo il 30 marzo, contro «eine verlo­gene Greuel­pro­paganda, una bugiar­da propaganda orrorifica», e la campagna d’odio, ammonendo a non diffondere an­nunci diffamatori, che non fanno che sobillare i popoli contro la nuova Germania.

      Tra i più decisi è il monito rivolto agli ex combattenti di Cardiff dal dottor Fritz Löwenstein, capitano della Riserva e presidente del Reichsbund: «Noi, Com­battenti del Fronte ebrei di Ger­ma­nia, vi salutiamo cameratescamente. Vi pre­ghia­mo però con sollecitudine di tra­lasciare di immischiarvi nelle nostre faccende tedesche [jede Einmischung in unsere deutschen Angelegen­heiten zu unterlassen]. Il governo tedesco si adopera per un corso ordinato della Rivoluzione Nazionale. Isolate azioni dirette anche contro gli ebrei furono punite dal governo. La propaganda degli orrori mente. Gli istigatori sono individui interessati per ragioni politiche ed economiche. Gli intellettuali ebrei, che si lasciano strumentalizzare a far ciò, ci hanno già un tempo dileggiato e scherni­to, noi Combattenti del Fronte. Voi camerati contribuirete al meglio alla pace in Ger­mania se alzerete la vostra voce di onorati soldati contro il trattamento che della Germania si opera da quattordici anni in modo poco cavallere­sco e oltraggioso [gegen die unritterliche und ehrenkränkende Behan­dlung]». Dopo avere rammentato il tributo degli ebrei nella guerra, il 4 aprile Löwen­stein assicu­ra Hitler della loro fe­del­tà: «Con tutta la nostra forza, la nostra vita e la nostra azione noi vogliamo adoperarci per la costru­zio­ne na­zionale della Germania, sia per la costru­zio­ne pacifica del Reich, sia per la sua difesa nei confronti del mondo ester­no».

Germania: 96.000 ebrei mobili­tati (sui 550.000 «tedeschi»), di cui 10.000 volontari, con 12.000 cadu­ti (1.880.000 sono i caduti del Reich) e 900 Croci di Ferro di I e 17.000 di II classe; al 1° novembre 1916 il mini­stero della Guerra segnala 27.515 ebrei al fronte, 4782 nelle retrovie, 30.005 nelle truppe di occupazio­ne, 19.116 inabi­li per varie ragioni, 6600 volontari e 3411 caduti. Austria-Ungheria: sono ebrei 3000 ufficiali sui 27.000 nei ranghi; su nove milioni di cittadini austro-ungarici mobilitati, 300.000 sono gli ebrei, dei quali ne muoiono 25.000; Istvan Deak (II) nota: «la rappresentanza proporzionale di ebrei nelle forze armate – specie al fronte – rimase inferiore a quella della proporzione di ebrei nella popolazione generale. Lo storico militare filoebraico Ernst R. v. Rutkowki ammette che “la percentuale degli ebrei che richiesero l’esenzione temporanea o definitiva dal servizio militare – in particolare durante la prima guerra mondiale tra il 1914 e il 1918 – fu molto più alta rispetto a quella dei membri di altri gruppi confessionali”. Lo statistico antisemita ungherese Alajos Kovács dopo la guerra calcolò che gli ebrei ungheresi morti al fronte furono appena la metà di quanto sarebbe stato “normale” data la loro rappresentanza percentuale tra la popolazione del paese (gli ebrei costituivano il 2,57% dei caduti, mentre la loro proporzione tra la popolazione maschile ungherese tra i venti e i cinquant’anni era del 5,25%). Proseguendo, Kovács calcola che, mentre il 2,8% della popolazione cristiana dell’Ungheria rimase uccisa durante la guerra, solo l’1,1% degli ebrei ungheresi subì una simile sorte […] Inoltre, una grossa parte della popolazione ebrea – specie quella della Galizia e dell’Ungheria nord-orientale – durante la guerra fuggì, cosicché potè sottrarsi alla chiamata alle armi». Francia: tra i 45.000 mobilitati (sui 190.000 «fran­cesi»), nota Robert Bra­sillach, «secondo i dati ufficiali forniti dalla sinagoga» i caduti sono 1700, per lo più ebrei d’Alge­ria; Céline I ne dà 1350 su 1.750.000 caduti globali; su 40.000 mobilitati Riccardo Calima­ni IX innalza i caduti a 7500, aggiungendo poi 13.000 mobilitati sui 65.000 «algerini» e 6000 volontari tra i 30.000 ebrei «stranieri» presenti nell’Esago­no. Italia: 600.000 sono i caduti sui cinque milioni di mobilitati (uno su otto), Renzo De Felice III riporta 261 caduti sui 5500 ebrei mobilitati (uno su ventuno degli ebrei mobilitati); al dicias­set­tenne Roberto Sarfatti, caduto il 28 gennaio 1918, figlio di Cesare Sarfatti e di Margherita Grassini, busto posto a Roma nel sacrario del Vittoriano, viene concessa nell’aprile 1925 la Medaglia d’Oro; gli altri ebrei decorati comprendono quattro Medaglie d’Oro, 207 d’argento, 238 di bronzo e 28 encomi solenni.

      Il 27 ottobre Der Schild, organo del RJF, riporta un appello in prima pagi­na, avver­ten­do che la presa di posizione è stata già comunicata al governo del Reich: «Kamera­den! Es geht um Deutschlands Ehre und Lebensraum. Da übertönt in uns ein Gefuhl alles andere. In altsoldati­scher Disziplin stehen wir mit unserem deutschen Vaterlande bis zum Letz­ten!, Camerati! Ne va dell’onore e dello spazio vitale della Germania. Perciò, un solo sentimento soverchia ogni altra cosa. Disciplinati come vecchi soldati siamo parte della nostra patria tedesca fino alla morte!».

      Addirittura, l’anno seguente il rabbino sionista Joachim Prinz (nel 1937 migrato negli USA, divenuto vicepresidente WJC, dirigente World Zionist Organization, presi­den­te AJC 1958-66 e grande amico di Golda Meir) si esprime in maniera ancora più chiara in Wir Juden (Noi ebrei):

«Il significato della Rivoluzione Tedesca per la nazione germanica si rivelerà in tutta la sua chiarezza a coloro che l’hanno creata e le hanno dato l’imma­gi­ne. Per noi, il suo significato è che il liberalismo è morto. Sono finite le fortune dell’unica forma politica che ha contribuito all’assimila­zione degli ebrei»;

le leggi introdotte dal Reich a difesa del sangue tedesco impongo­no agli ebrei di defi­nirsi come tali, e perciò

«vogliamo che l’assimilazione sia sostituita dalla dichiara­zio­ne di appartenenza alla nazione ebraica e alla razza ebraica. Uno Stato che si fonda sul principio della purezza della nazione e della razza non può che essere ono­ra­to e rispettato da tutti quegli ebrei che dichiarano di appartenere alla loro nazione e alla loro razza. Una volta che si saranno così definiti, non potranno più tradire la loro fedeltà allo Stato e questo non accoglierà nessun ebreo che non dichiari di appartene­re alla razza ebraica. Lo Stato non tollererà ebrei adulatori e servili, ma esigerà da noi fede e lealtà nel nostro stesso interesse. Infatti solo chi onora la sua razza e il suo sangue può onorare la volontà nazionale delle altre nazioni».

      E tuttavia tali profferte, per quanto formulate anche in buona fede dagli ebrei na­zio­nali e financo sionisti del Reich, non bastano a rassicurare sull’affidabilità dei loro confra­telli mondiali; ancora ben vivi nella coscienza popolare restano anche i baldan­zo­si con­cetti espressi da Klatzkin, nel 1921, in Krisis und Entschei­dung im Judentum, “Crisi e deci­sio­ne nell’ebraismo”:

«Noi non siamo ebrei-col-trattino [cioè ebrei-nazionali, ebrei-tedeschi, ebrei-francesi, etc.]; siamo ebrei senza condizioni, qualifi­che o riserve. Siamo semplice­mente estranei, un popolo straniero in mezzo a voi […] Il vostro spirito ci è estra­neo; i vostri miti, le vostre leggende, i vostri usi e costumi, le vostre tradizioni e il vostro retaggio nazionale… tutti ci sono estranei».

Inoltre, il 3 aprile 1933 la «co­scienza universale» incarnata nel Seme Santo si è manifestata con l’invio di un arrogante telegramma a firma Ligue Interna­tio­nale Contre l’Anti­sé­mitisme, Co­mité de Défen­se des Juifs Persécu­tés en Allemagne, Comité Fran­çais pour le Con­grès Mondial Juif e Association des Anciens Combattants Volon­taires Juifs:

«I qualifi­cati rappresentanti delle sottoscritte organizzazioni dichiarano al Governo del Reich che sono pronti a porre in opera ogni possibile mi­su­ra di rap­pre­saglia economi­ca e finan­ziaria, parti­co­larmente a continuare e genera­liz­zare il boicottaggio sistemati­co dei prodotti tede­schi, non soltanto finché non avrà reso agli ebrei di Germania ogni age­vo­lazione di esisten­za morale [toutes facilités d’existence morale], ma anche finché non avrà integralmente ri­pri­stinato i diritti degli altri cittadini tedeschi».

      Tra gli iniziatori del boicottaggio, oltre alle Grandi Democrazie, è in prima fila l’ebraismo polacco. «Industriosi e pieni di risorse, gli ebrei polacchi avevano giocato diversi ruoli essenziali» – scrive Harry M. Rabinowicz –

«Negli affari e nell’industria erano tre volte più numerosi dei non-ebrei, e otto volte più numerosi nel commercio. Nel 1931, su cento ebrei, 42 erano operai e artigiani, 37 uomini d’affari e impiegati, 4 contadini e 4 attivi nei trasporti e in campo assicurativo […] La quota di ebrei attivi nel commercio cadde dal 62,2% del 1921 al 42,3 del 1931. La quota di ebrei attivi nella produzione salì dal 38,9 al 45,4, mentre tra i non-ebrei crebbe dal 46,4 al 49,1%. Quelli attivi nel commercio scesero dal 39 al 38,2%. La Polonia era l’uni­co paese in cui era salita la quota degli ebrei attivi nell’industria e nell’artigiana­to […] C’erano 74.000 negozi gestiti da ebrei contro 123.000 gestiti da non-ebrei, e 20 mercanti ebrei per ogni mercante non-ebreo [si tenga presente che la quota degli ebrei sulla popolazione totale si aggirava sul 10%!]. Taluni settori, come il commer­cio dei cereali e del legname, erano condotti quasi esclusivamente da ebrei. Gli ebrei fornivano il 40% dei calzolai, il 35 dei panettieri, oltre il 33 dei vetrai e il 75% dei parrucchieri. Controlla­vano il 95,6% dell’industria del cuoio e delle pellicce, il 25 dell’industria metallurgica e chimica e il 40 di quella tipografica. Quasi un ebreo su due (il 46,7%) lavorava nell’industria dell’abbi­glia­mento e uno su tre in quella ali­men­tare […] L’industria tessile di Lodz era stata creata in massima parte da ebrei. Dei 40.035 ebrei attivi nelle fabbri­che di Lodz, il 4% erano occupati in grandi com­plessi, il 77% in piccole imprese. L’industria dello zinco di Bedzin era diretta da Szymon Furstenberg e gli opifici di Leopoli da D. Axelbrad. La presenza in questi settori-chiave permise agli ebrei di frapporre imbarazzanti ostacoli [to place awkward obstacles] ai tentativi congiunti dei governi polacco e tedesco per incrementare il reciproco commer­cio. Gli ebrei esercitarono un efficace boicottaggio delle merci tedesche, mentre l’industria tessile di Lodz bloccava i crediti alle ditte di Danzica in segno di protesta per le agitazioni antisemite naziste».

Tra i massimi boicottatori si distingue il banchiere Raphael Szereszewski, «one of the richest men in Poland», membro di spicco della Jewish Agency e del WJC, presidente dell’Asso­cia­zione Com­merciale Ebraica e pure del Comita­to di Boicottaggio Antinazista («un pugno di ebrei occupava alti posti in campo finanziario», conclude Rabinowicz).

      Quasi incredibili per l’arroganza sono le espressioni, riportateci da Schwartz-Bostunitsch, contenute in una delle centinaia di lettere infuocate giunte all’ex ministro austriaco dell’Istruzio­ne dottor Czermak, autore nel 1933 di “Ordine nella Questione Ebrai­ca”, analisi spassionata e obiet­ti­va, scientificamente fondata, dell’eterno proble­ma:

«Egregio signore! Quale delegato della sezione francese dell’Alliance Israélite ho letto il Suo libro Ordnung in der Judenfrage. Le formulo brevemente qualche os­servazione: la pazienza dell’e­braismo mondiale sta finendo. Al mondo della cultura occidentale, come a quelli dell’A­sia e dell’America, manca la piena consa­pe­volezza di quella pestilenza che è l’antisemiti­smo, che altro non è se non una protervia ario-tedesca e una ripetizione degli infiniti errori millenari che l’intero popolo ario ha compiuto a causa della sua inferiorità spirituale. Non si inganni! con la Ger­ma­nia, con questo popolo infame, idiota e bestiale faremo presto i conti. Questo popo­lo ario-tedesco deve sparire dalla scena della storia. Contro l’antisemitismo costituiremo un Tribunale Mondiale, davanti al quale verranno trascinati tutti i nemici degli ebrei, fossero anche milioni. Non vedo perché Israele debba cedere e venire soffocato da una politica perfida. Meglio sareb­be se scomparisse tutto ciò che è ario. Scriva il libro Ordnung in der Arierfrage. È certo più necessario. Guardatevi le spalle, voi anti­semi­ti, ve ne accorgerete presto! firmato: Loubet».

      Il non demordere, ed anzi il montare più infido dell’aggressività ebraica interna­zionale, unita alla coscienza di quanto ra­pi­damente un «tedesco» possa riscoprire le proprie radici giudaiche a scapito di quelle vantate germa­nichecostituendo una rete di mormoratori, diffamatori, disfattisti, spie, informatori, oppositori e sabotatori a tutti i livelli e in ogni settore sociale – spingono il governo del Reich ad accelerare il varo, il 7 aprile, dei provve­di­menti di esclusione degli ebrei dagli impie­ghi statali o d’interesse pubblico, messi a riposo con piena pensione (Gesetz zur Wiederherstel­lung des Berufsbeamtentums, Legge sulla Riorganizzazione della Buro­cra­zia: in Prus­sia vengono pensionati, in quanto «di non ariana ascendenza» il 28% degli impie­gati pubblici, nel resto del Reich il 9,5%, per un totale di 12-13.000 persone; ben diverso era stato, negli anni 1928-31, dopo il plateale fallimento della NEP, il destino dei 138.000 funzionari licenziati in URSS quali «sabotatori», 23.000 dei quali privati dei diritti civili in quanto «nemici del potere sovietico», internati o «giustiziati»); nel settembre gli ebrei ver­ran­no allontanati da stampa, radio e cinema.

      A titolo di esempio, pri­ma della rego­la­men­tazione sono pre­senti nell’intera Germa­nia 3515 avvocati ebrei su un totale di 11.814 (il 30%), con punte del 51 a Berlino (la cui Camera Professio­nale ne vede 22 su 33 membri, mentre ebrei sono tutti i 4 membri del comi­ta­to diret­ti­vo e i 3 di quello della Camera Professionale del Reich – tenga il lettore presente che la quota degli eletti è nella capitale del 3,8%!), del 45 a Franco­forte sul Meno (quota degli eletti cittadini: 4,7) e del 35 a Bresla­via (quota cittadina: 3,2). Dopo i provvedi­menti legislativi la quota globale tedesca scende ad un «misero» 21% (cioè 2158 avvocati ebrei su un totale di 10.457), con punte del 39 a Berlino, del 33 a Francoforte e del 26 a Breslavia.

      Per niente «scandaloso», quindi, Rudolf Czernin:

«Benché fino al 1933 l’antisemi­ti­smo in Germania fosse incomparabilmente più debole che nella maggior parte degli altri paesi europei, in particolare dell’Europa orientale, il primo e provvisorio obiettivo della politica nazionalsociali­sta verso gli ebrei – ricacciare l’influenza ebraica giudicata “straniera e snaturante” – fu approvato dalla generalità della gente. Che questa influenza fosse enorme in quasi tutti i settori della vita pubblica, economi­ca e culturale non può essere negato. In particolare a Berlino, dove gli ebrei erano il 34% dei docenti universitari, il 42% dei medici [il 92% all’istituto per la ricerca sul cancro dell’ospedale Charité: 12 su 13, la «mosca bian­ca» essen­do il tedesco Hans Auler!], il 48% degli avvocati, il 56% dei notai, il 48% del capitale delle banche pri­vate e oltre il 70% dei grandi magazzini. Al riguardo, testi­mone di vaglia, Na­hum Goldmann scrive in Mein Leben als deutscher Jude, “La mia vita da ebreo tede­sco”: “Quanto alle posizio­ni economiche occupate, nessun’altra mino­ran­za ebraica di altri paesi, neppure quella americana, si poteva confrontare con gli ebrei tedeschi. Essi occupavano le massime cariche nelle grandi banche, dove non ci fu mai un pa­ral­lelo, e attraverso la Grande Finanza si erano insinuati anche nell’in­du­stria. Una quota rilevante del commercio al­l’ingrosso era nelle loro mani, ed erano alla testa anche in settori economici nei quali erano appena entrati, come la naviga­zio­ne e l’industria elettrica […] Anche la posizione nella vita culturale era pressoché unica. In campo letterario erano rappresen­ta­ti da nomi illustri. Il teatro era nelle loro mani per una quota notevole. La stampa quotidiana, in particolare il suo influente settore interna­zio­nale, era via via diventata di proprietà ebraica o era diretta da giornalisti ebrei”».

      Similare nel 1939, sul «nocciolo della questione», l’inglese Douglas Reed:

«Non fu l’antise­mi­tismo il primo a sorgere, bensì l’antigentile­simo. Voi avete tanto sentito parlare, recentemente, delle leggi antigiudaiche hitleriane di Norimber­ga, vietanti i matrimoni misti, che i tedeschi chiamano “contaminazione della razza”. A Budapest, un ebreo, assai intelligente, colto e di larghe vedute, mi disse:

“Infine, le leggi di Norimberga non sono che la traduzione in tedesco delle nostre leggi mosai­che, con la interdizione del matrimonio con i gentili“.

L’antagoni­smo di razza cominciò non con i gentili ma con gli ebrei: la loro religione è basata su di esso. La mania razziale, che voi tanto detestate nei tedeschi, ha posseduto gli ebrei per mi­gliaia di anni. Quando questi divengono potenti, subito la praticano; quando essi con­so­lidano la loro posizione in questo o in quel commercio, in questa od in quella pro­fessione, subito s’inizia l’allontanamento dei gentili. È per questo che voi trovavate, a Berlino, a Vienna, a Budapest, a Praga giornali con forse appena un gentile nel corpo editoriale, teatri posseduti e diretti da ebrei che presentavano attori ed attrici ebree in produzioni ebraiche, lodate da critici ebraici, in giornali ebraici, intere strade con sì e no un negozio non ebraico, rami completi di commercio al dettaglio monopolizza­ti da ebrei. Gli ebrei, se li conoscete abbastanza e se vi intendete di queste cose a sufficienza perché essi ne parlino apertamente con voi, lo ammetteran­no: non potranno negarlo. L’antigenti­le­simo fu l’inizio. Fu questo, e non la perfidia dei gentili ad impedire l’assimilazione degli ebrei. È questo che impedisce loro di diventare mai tedeschi, polacchi, italiani. È questo che li tiene uniti insieme come salde comunità nei paesi stranieri, comunità estremamente ostili ai gentili».

      Ed ancora:

«Nei paesi sconfitti gli ebrei non usarono della grande loro potenza raggiunta per promuo­vere ed accelerare la assimilazione: ne usarono per accrescere il potere loro e la loro ricchezza e la loro intensa mutua collaborazione, per espellere (in quell’epoca) i non ebrei dalle professioni, commerci e mestieri […] Il sistema è questo. Voi siete ebreo; incontrate un altro ebreo. Questi vi rende un piccolo servigio oppure voi ne rendete uno a lui (per solito si tratta di qualche cosa di non perfetta­mente regolare, a guarda­re per il sottile). Su tale base si costruisce un’enorme super­struttura di “Protektion”, un ramificante intreccio di relazioni e di raccomanda­zioni che varca ogni frontiera ed unisce l’intero mondo giudaico […] A Berlino, a Vienna, come io le conobbi, questo lavorìo di esclusione [dei non-ebrei] era sempre in opera, implacabile. Fra i negozi delle maggiori arterie, un negozio non ebreo era una rarità. Sapete che nella Regent Street di Berlino, la Kurfürstendamm, i negozi ebrei erano, al tempo dei tumulti del 1938, in così stragrande maggioranza, che in quei giorni si potevano contare i non devastati (cioè i non ebrei) sulle dita di una sola mano? In alcuni rami del commercio (degli abiti, dei cuoi, delle pellicce, dell’oro e dei gioielli, del carbone) prevaleva a Vienna il monopolio ebreo, ed un cristiano che avesse volu­to avviarsi a tali commerci aveva pressapoco tante probabilità di riuscita quanto il generale Ludendorff ad una riunione di framassoni! Quando il tempo si fa minaccio­so, questo straordinario sistema di inter-raccomandazioni si estende. Non è ristretto a favori richiesti ai soli ebrei. La macchina dell’intelligenza ebraica si pone al lavoro per attirarsi le simpatie, per assicurarsi l’aiuto dei cristiani».

      Egualmente, dieci anni dopo, Ciro Poggiali in una valutazione incredibil­mente equilibrata per l’epoca, vale a dire i primi anni del dopoguerra:

«”Qui gli ebrei – fu detto autorevolmente – si sono sempre trovati benissimo e, qualunque cosa accada, non dimetteranno mai il proposito di riconquistare le posizioni perdute, dispostissimi, com’è del resto nella loro natura, a dimenticare, almeno apparentemen­te, l’orrenda tenebra dell’eclisse pur­ché il sole torni a plendere anche per loro”. Tra le molte spiegazioni di questa singo­larità, la più interessante mi fu fornita da un nazista obiettivo: date le caratteristiche intellettuali delle moltitudini germaniche, gli ebrei, provvisti di agilità mentale gene­ralmente notevole e di astuzia anche più note­vo­le, si sentivano in Germania in posi­zio­ne naturalmente predominante; e, fra tutte le genti non germani­che che la Germa­nia ospitava nel suo ambito, quelle più atte a mitigare le durezze disciplinari del germanesimo puro. Si sentivano, insomma, armati una agilità e di una versatilità mol­to profittevoli in un paese in cui tutto era così rigorosamemnte quadrato, costretto in dogmi ed in regole e, per dirla in una parola, casermistico. Gli ebrei, effettiva­mente, dal principio del secolo avevano accentrato nelle proprie mani le leve di coman­do dell’economia, dell’industria, della finanza, della speculazione scientifica, del teatro, del libro, di tutto ciò che non fosse strettamente militare­sco, lasciato volentieri alle cure dei germanici».

      Come partecipa l’Associated Press, il 6 aprile lo stesso Hi­tler dichia­ra alla Fede­ra­zione tedesca dei Medici:

«Il popolo america­no fu il primo a trarre le pratiche conseguenze dalla diseguaglian­za tra le razze. Con le leggi sull’im­migrazione chiuse l’in­gresso nel paese agli indesiderabili di altre razze [ad esempio col Chinese Ex­clu­sion Act del 1882]. E neanche ora gli Stati Uniti sono disposti ad aprire le porte agli ebrei che “fuggono” dalla Germania. Se purifi­chia­mo la vita culturale e intellet­tua­le dal predominio degli intellettuali ebrei non facciamo altro che rendere giustizia al diritto naturale che ha la Germania di avere un pro­prio orienta­mento spirituale».

Già il 6 marzo 1895, nel discorso “La razza semita contro quella teutoni­ca”, pronunciato al Reichstag in favore del progetto di legge di chiudere le frontiere agli «ebrei che non sono cittadini del Reich», il deputato Herman­n Ahlwardt concludeva: «È certo vero che nel nostro paese ci sono ebrei dei quali nulla si può dire di male. Cionondimeno gli ebrei presi nella loro totalità vanno considerati nocivi, perché le caratteristi­che razziali di questo popolo sono di un tipo che alla lunga non si armonizzano con quelle dei teutoni. Ogni ebreo che a tutt’oggi non si ancora comportato ostilmente è pronto a farlo in futuro in mutate circostan­ze, poiché i suoi tratti razziali lo sospingono in tale direzione. Noi sosteniamo che gli ebrei sono una razza diversa, un popolo diverso con tratti caratteriali assolutamente diversi».

      Il 1° dicembre 1941 sarebbe stato ancora Hitler ad esplicitare la sua profon­da, equili­brata diffiden­za verso il patriotti­smo tedesco dei figli di Giacobbe:

«Sono persuaso che da noi ci sono stati degli ebrei corretti – nel senso che si sono sempre astenuti dal recar danno all’i­dea tedesca [si rilevi che ancora il 1° gennaio e il 1° agosto 1935, «in nome del Führer e Reichskanzler» erano stati decorati per avere militato nella Grande Guerra, rispettivamente, Hugo Loewenstein, mercante ebreo di Tübingen, e Ludwig Tannhäuser, uo­mo d’affari ebreo di Stoccarda!]. È diffici­le valutar­ne il numero, ma d’altra parte so anche che nessuno di loro ha combattuto contro i suoi congeneri in difesa dell’idea tedesca. Mi ricordo di un’ebrea che scrisse contro Eis­ner nel Bayerischer Kurier. Ma non già nel­l’interes­se della Germania ella avver­sa­va Eisner, bensì per motivi di opportunità. Atti­rava l’at­ten­zione sul fatto che, se avesse­ro perseverato nella via tracciata da Eisner, gli ebrei sarebbe­ro potuti diventare ogget­to di rappresaglie. È la stessa musica del Quarto Co­mandamen­to. Se l’ebreo pone un principio di eti­ca, lo fa in vista di un pro­fit­to. È probabile che molti ebrei non siano coscienti del potere distrutti­vo che essi rappresentano. Ora, chi distrugge la vita si espone alla morte. Ecco il segreto di ciò che capita agli ebrei. Di chi è la colpa quando il gatto divora il topo? Forse del topo che non ha mai fatto male a un gatto? Questa funzione distruttrice dell’ebreo ha una ragione in un certo modo provviden­ziale? Se la natura ha voluto che l’ebreo sia il fermento che provoca la decomposizio­ne dei popoli, fornendo così ai popoli stessi l’occasione di una reazione salutare, allora Paolo e Trockij sono, dal nostro punto di vista, i più apprezzabili degli ebrei. Con la loro presenza provocano la reazione di difesa dell’organismo attaccato».

Nulla di diverso esprime Douglas Reed:

«Se vi fosse una nazione [rectius: uno Stato] ebraica, ne farei un’alleata dell’In­ghilterra, perché credo che, per la loro propria causa, gli ebrei combatte­rebbero come leoni. So che molti di essi combatterono negli eserci­ti della Germania, della Francia, dell’Inghilterra. So che ognuno di questi ebrei desiderava la vittoria della propria nazione. Ma so anche che essi avevano meno da temere degli altri, se la loro nazione fosse rimasta sconfit­ta, giacché è proprio nella sconfitta e nel caos che essi prosperano: ho nota­to questo in Germania, in Austria, in Ungheria. Io diffido di questi ebrei tedeschi, o francesi o inglesi soltanto in apparenza, mentre so che essi for­ma­no, in tutti i paesi, delle comunità saldamente unite ed operanti, prima e innanzi tutto, per la causa ebraica».

Nulla di diverso aveva espresso Oswald Spen­gler ne «Il tramon­to del­l’Oc­cidente»:

«Anche quando [l’e­bre­o] si consi­de­ra membro della popolazio­ne che lo ospita e partecipa al suo destino come nel­la maggior parte dei paesi avvenne nel 1914, in realtà non vive gli avveni­men­ti come se fossero il suo vero destino, ma solamente par­teggia e giudica come un osservatore interessato, e così pro­prio per questa ragione il signifi­cato supremo per cui si combatte gli resta estraneo».

Al contempo, nel 1921, Max Naumann ammette la tri­sta realtà della doppia/tri­pla lealtà del­la mag­gior parte dei con­fratelli, vale a dire l’inaffida­bi­lità di tanta parte dell’ebrai­smo tedesco nei confronti del Reich. Scriveva infatti Naumann – che nel 1932 avrebbe invano chiesto di aderire alla NSDAP – che il contra­sto tra i nazio­na­li­sti ebrei e la nazione ospitante sarebbe continuato finché non fosse fondato uno stato nazionale ebrai­co in Pale­sti­na:

«Questo signi­fica, per il popolo tede­sco, che nel suo seno vivono uo­mini che certo sono citta­di­ni tede­schi e che in gran parte vogliono rima­ner­lo, ma che si sentono membri non della na­zione tede­sca, ma di un’al­tra, straniera, i cui altri mem­bri vivo­no fuori dei confini tede­schi, nel grembo di popoli stranie­ri, anzi nemici ai tedeschi [im Schoße deut­schfremder, ja deutschfein­dlicher Völ­ker], e che sono per par­te loro cit­ta­di­ni di quegli stati, con tutti i doveri dei cittadini, anche il dovere dell’o­sti­lità nei confronti dei tedeschi».

Cinque anni dopo, sul n.1-2/1926 del bol­lettino del VNDJ, Nau­mann ribatte altret­tanto chiara­mente agli inci­ta­menti lanciati da Rabbi Fischl sul n.3 dell’Israe­liti­sches Familien­blatt («Stiamo lottando per riguadagna­re la nostra onnipo­tenza che ci è stata strap­pata duemila anni fa»):

«Chi è con­dannato a leggere quo­ti­dia­na­mente una serie di riviste e giornali ebraici, scritti da ebrei per ebrei, prova talora un disgusto quasi fisico di fronte a tale boria, a tali farnetica­zioni sulla di­gni­tà ebraica, a tale caricatura del dovere di combatte­re l’anti­se­miti­smo. Ba­sta la minima allu­sio­ne a un qua­lun­que ebreo perché questi si­gnori entrino in agi­ta­zione».

«Disgrazia­ta­men­te» – commen­ta nel 1933 il tedesco Otto Jam­row­ski – «questa Lega degli Ebrei Nazio­nalte­deschi non ha mai avuto alcun peso [all’interno dell’ebrai­smo]». Similari le conclu­sioni dell’«antisemita» Douglas Reed:

«Non credo alla raffigurazione di questi ebrei come tedeschi, o francesi, od inglesi, quan­do so che in tutti i paesi ci sono comunità interconnesse che si danno da fare anzitutto per la causa ebraica […] L’antagonismo razziale non è cominciato coi gentili, ma con gli ebrei. La loro religione si basa su di esso. Questa insania razziale [This racial lunacy] che voi detestate nei tedeschi ha informato gli ebrei per millenni. La praticano quando diventano potenti: quando consolidano le loro posi­zioni in un campo o nell’altro, comincia l’espulsione dei gentili. Questo è il motivo per cui trovate, a Berlino, Vienna, Budapest, Praga e Bucarest, giornali con appena un gentile nello staff editoriale, teatri posseduti e condotti da ebrei che presentano attrici ed attori ebrei in spettacoli ebraici lodati da critici ebrei di giornali ebrei, intere strade con appena un negozio non-ebraico, interi rami di commercio al dettaglio monopolizzati da ebrei […] Non è vero che gli ebrei sono gior­nalisti migliori dei gentili. Occupano tutti i posti di questi giornali berlinesi perché i proprietari e i direttori sono ebrei. L’opinione di tali giornali viene presa all’estero come se fosse l’opi­nione tedesca. Nella loro atteggiamento verso ogni questione, internazionale come in­terne, rappresen­tano solo l’inte­resse ebraico. Se un paese è propizio agli ebrei, sono propizi a tale paese; se è ostile nei confronti degli ebrei, lo attaccano».

Ed ancora:

«Bisognereb­be finirla con l’ebreo che traversa in continuazione le frontiere e ripetuta­mente cambia lingua, nazionalità e la sua professata fedeltà, che oggi è tedesco, domani austriaco, posdomani un­gherese e la settimana se­guente inglese, che pretende un posto privilegia­to in un mondo chiuso ad ogni altra razza o fede, che, nel nome dell’amore per quel particolare paese in cui gli è capitato al momento di essere, si dà da fare per indurre alla guerra contro lo Stato antisemita che ha abbandona­to. Ritorna qui il solito concetto del dummer Christ, dello stupido gentile che può essere istigato alla guerra contro gli altri gentili al fine di farla finita con l’antisemiti­smo. L’ebraismo internazionale organizzato dovrebbe, in nome anche solo della [propria] dignità, mettere fine a tutto ciò».

E l’inconciliabilità delle opposte posizioni storico-politiche e visio­ni del mondo, stritola tragica­mente, come ci testimonia Gedalja Ben Elieser rammentando un mo­mento della Grande Guerra, gli esseri più indifesi:

«Sul muro del muni­ci­pio della mia città c’era una tavola nera sulla quale veniva­no affissi gli annunci della morte dei soldati. Per caso mi ci trovavo una volta dinnanzi, fissando con occhi umidi il nome del mio po­vero fratello. Sopra il nome c’era una croce di guerra, sotto era riportata la sua giovane età, sotto ancora, tra quello dei familiari, c’era anche il mio nome, estremo saluto. Vedevo tutto sfuocato, tra le lacrime. Im­provvisa­mente – nel dolore l’intor­no mi sembrava svanito – sentii vicino una voce ma­schile che borbottava, irridente: “Grazie al cielo, un ebreo in meno!”. Sì! Lo sentii! Lo giuro davanti a Dio e al mondo!!! […] Guerra, patriotti­smo, entusiasmo morirono in me quel giorno fatale, dopo che uno sciacallo aveva trascinato nel fango la memoria di mio fratello caduto».

      Il 28 aprile si scaglia contro la Germania, con una filippica da Radio Varsavia, an­che il «fascista» Vladimir Jabotinsky (come detto, massone del Grande Oriente di Francia); all’appello seguono riunioni di massa e cortei in tutte le principali città dell’Est europeo; a riprova del concertamento internazionale antitedesco ricor­dia­mo poi non solo che il 25 agosto il capo dei Revisioni­sti si vanterà, davanti a un centinaio di corrispondenti, di costituire la centrale del boicottaggio anti-«nazista», ma che proprio lui guiderà, installandola a Parigi, la sezione europea della Non-Sec­ta­rian Anti-Nazi League to Champion Human Rights “Lega Antinazista Non-confes­sio­nale In Difesa dei Dirit­ti Umani”, di Untermyer e confratelli.

      Mentre i massimi capi del massonismo mondiale s’in­con­trano discreti a Pari­gi (dagli atti, poi resi noti: «In Germania si sono destati gli antichi spiriti malvagi del buio germanesimo, il grido di Brunilde e l’ombra di Wotan minacciano i nostri lumi­nosi princìpi della Grande Rivoluzione […] Il germanesimo dev’essere stroncato per sempre, il Reich distrutto, frantumato in cento staterelli, poiché solo nella frammen­ta­zione della Germania sta la salvezza della Massoneria»), il 17 maggio il Comité des Délégations Juives, rappre­sentante ufficiale del­l’e­braismo planetario, presenta a Ginevra due petizioni di tale Franz Bernheim, vissuto tra il 1931 e il 1933 in Alta Slesia, licenziato nell’aprile dalla ditta come tutti gli impiegati ebrei, contro i primi atti legislativi del Reich. Malgrado manchi la base legale per i reclami (in quanto la Germa­nia non è tra i paesi cui la Conferenza di Pace abbia imposto il sistema inter­na­zionale di protezione delle mino­ran­ze), la Socie­tà delle Nazioni, abilmente sfruttan­do la convenzione tedesco-polacca del 1922 che lega per un quindicennio i due paesi al rispet­to delle minoranze in Alta Slesia, nel settembre condanna Berlino per avere esteso la legi­sla­zione anti-ebraica in quella regione.

      Sempre nel maggio il massone demi-juif Fiorello «Little Flower» La Guardia, già viceprocu­ra­tore dello stato di New York nel 1915 e deputa­to repub­bli­cano-progressi­sta dal 1916 (rieletto nel 1920 contro il democratico avvocato ebreo Henry Frank) e Gran Maestro dei Figli d’Italia, defini­sce Hitler «perverted maniac». Mentre La Guardia si guadagna i plau­si della stam­pa, che lo difende dalle proteste dell’amba­sciatore tedesco (identici insulti li reitererà da sindaco il 7 marzo 1934 davanti a ventimila persone al Madison Square Garden in un “Processo della Civiltà con­tro Adolf Hitler” con annes­sa condanna per «crimini contro la civiltà»), la cricca di Roosevelt provoca il fallimento della missione di Hjalmar Horace Greely Schacht, presidente della Reichs­bank dal 1923 e mai iscritto alla NSDAP, inviato a Washing­ton per tentare un riavvicinamento.

La salvezza a Norimberga di Schacht  (una cugina del quale, per inciso, la contessa Ilse von Finkenstein, sposerà nel dopoguerra Otto Skorzeny, l’SS capo dei gruppi speciali a Budapest, sul Gran Sasso e nelle Ardenne) sarebbe dipesa non solo dal fatto di essere 1. un Fratello Massone (per di più di madre americana: il secondo e terzo nome essendo il nome e cognome del socialista fourieri­sta caporedat­tore della New York Herald Tribune, massone e veterano nordista della Guerra Civile, promotore della Statua della Libertà prodotta dal massone Frédéric-Auguste Bartholdi), 2. quando pure non anche ebreo come soste­nu­to da Maurizio Blondet (XXII), fatto «ariano d’onore» da Hitler, 3. ma anche perché, come il 27 febbraio 1939 avrebbe confidato a Joseph Ken­nedy, amba­sciatore a Londra, Mon­ta­gu Norman, pre­sidente della Banca d’Inghilter­ra 1920-44 e, per dirla con Carroll Quigley, «commander in chief of the world system of banking control, comandante supremo del sistema mondiale di controllo sulle banche» (ed ebreo, secondo Roth­kranz V), per sedici anni Schacht lo aveva informato sulla precaria situa­zione finanziaria del Reich, 4. tradendo infine nel 1940-41 a Donald Heath, primo segretario d’amba­sciata USA col quale si era mensil­mente in­trattenuto a Berlino, segreti strategici (entrata in guerra dell’Italia, marcia della Wehrmacht in Olanda, inizio dell’Operazione Barbarossa, etc.).

      L’11 giugno il Comitato Centrale del Partito Socialista e un gruppo ebraico litua­no tappezza­no le strade di Kaunas con un manifesto che invita al boicottaggio delle merci tedesche (il 15 agosto il governo metterà al bando il movi­men­to fascista nazionale e i socialisti proporranno l’adozione di misure straordinarie, quali la destituzione degli avversari da ogni carica pubblica; nel dicembre verranno licenziati dal governatore di Memel, città strappata al Reich manu militari  il 10 gennaio 1923, 101 tede­schi, in maggioranza impiegati pubblici, maestri e giudici).

      Oltre che a misure econo­miche di ritorsio­ne, la risposta all’aggressione viene data il 28 giugno da Alfred Rosenberg in un discorso nell’an­ni­versario del­la firma dell’u­miliazione versagliese:

«In realtà Hitler non è solo un Cancellie­re, ma anche l’incar­na­zione di una missione superiore. La rivo­lu­zione tede­sca è una rivolu­zione di pace sociale e riconciliazione tra i popoli. Il boicottaggio antitedesco cui insidiosamente si dedica il mondo dopo mesi di vio­len­ta sobillazione dell’opinione pubblica, peraltro ora un po’ attenuata, è un tentativo di danneggia­re i diritti di sovranità di tutti gli Stati a profitto di una minoranza capitali­sta. Alla caduta di Hitler seguirebbe un terri­bi­le caos in tutta l’Europa centra­le, che aggrave­rebbe pesantemente la crisi economica e il corso della politi­ca mondiale. La rivolu­zio­ne te­desca non è la conseguenza del­l’ap­plicazione di una teoria a­stratta, ma una rivolu­zione dell’istinto e del carattere».

      Il 21 luglio il World Jewish Congress riunito ad Amsterdam e il 6-7 agosto in un appello radio e sul New York Times l’Unter­myer (1858-1940, talora indicato come Un­ter­meyer, vice­presi­dente dell’­American Jewish Con­gress, presiden­te del Pale­stine Foun­da­tion Fund e della Non-Sectarian Anti-Nazi League To Champion Hu­man Rights), incitano i po­poli a boicot­ta­re sia i prodotti che le navi commerciali e passegge­ri tedesche e – per la seconda volta dopo l’appello del Daily Express – ad «unirsi in una guerra santa contro la Germania, to join in a holy war against Germany, nell’in­te­res­se del­l’u­manità» (nell’a­prile 1939 la NSANL a­vrebbe poi af­fis­so migliaia di ma­ni­festi tito­lati Wan­ted contro Hitler, «alias der Führer, alias Adolf Schickl­gru­ber», «responsabile di 50.000 morti e di oltre 200.000 incarce­ra­ti, compre­si scienziati ed educatori di tutte le religioni e le dottrine politiche liberali», incitando alla lotta: «Non dategli denaro! Non intrattenete commerci con lui. Se­gna­la­te ogni suo agente che cerchi di vendervi beni o idee made in Nazi Ger­many»).

      Nulla invero di che stupirsi, considerando che la «non-confessionalità» della Lega vede nei primi undici posti, oltre a Untermyer, almeno sette Arruolati: i tre vicepre­si­denti Abba Hillel Silver, colonnello Theodore Roosevelt e A. Coralnik, la presiden­te ammi­nistra­tiva signora Harris, il tesoriere J. David Stern, il tesoriere amministrati­vo Louis Myers e il segretario Ezekiel Rabinowitz (goyim sono gli altri tre vicepresi­den­ti James W. Gerard, Victor J. Dowling, Arthur S. Tompkins; dopo qualche setti­mana si aggiunge il demi-juif Fiorello La Guardia).

      Immediata, ed equilibrata, la risposta, già il giorno seguente 22 luglio, con un’ordinanza di Rudolf Hess, Stellvertre­ter di Hitler:

«La rivoluzione francese-ebrai­co-liberale si bagnò del sangue della ghi­gliottina. La rivoluzione russo-ebraico-bolscevica la segue facendo risonare l’eco di milioni di grida che escono dai sotterra­nei insanguinati della CEKA. Nessuna rivo­luzione al mondo fu tanto discipli­nata e versò meno sangue della rivolu­zione nazio­nal­socialista. Niente irrita di più i nemici della nuova Germania come tale fatto, ed è per questo che essi si affannano a inven­ta­re atrocità: perché esse non esistono, nella realtà. Su queste atrocità, già smaschera­te come le menzogne che sono e che non pro­ducono ormai effetto alcuno, gli stranie­ri imparziali che viaggiano in Germania disse­ro, senza costrizione, tutta la verità. Ma i nostri nemici non demor­dono. La direzione del partito ritiene che essi abbiano infil­trato agenti provocatori nelle fila nazionalso­cialiste, agenti il cui compito è indurre gli uomini delle nostre sezioni a infierire sugli avversari affinché vengano ad esserci prove fabbricate dopo le menzogne. Militi na­zionalsocia­listi: abbiate sempre presenti le intenzioni dei vostri nemici. Consegnate alle autorità chiunque voglia maltrattare i detenuti. Ogni nazio­nal­socialista che si lascerà trascinare dai provocatori verrà espulso dal partito. Ognuno deve sapere che siamo lontani dal trattare i nostri nemici con dolcezza ed è necessario si sappia che l’assassinio di un nazionalsociali­sta per mano comunista sarà vendicato dieci volte contro i capi comunisti. Ogni nazionalso­cialista deve però sapere che l’infierire sul nemico discen­de dalla mentalità ebraico-bolscevica ed è cosa indegna di un razzista».

      Al proposito commenta Poggiali:

«La propaganda germanica (un ministero, un eser­cito di funzionari, una dovizia smisurata di mezzi) non ebbe, d’altronde, difficol­tà a trovare appoggi all’antisemitismo. Così, si andò proprio a pescare presso scrittori francesi – i fratelli Jean e Jérome Tharaud – queste affermazioni contenute in un libro dal titolo “Quando Israele non è più re”, comparso nel 1933: “A Praga, parlan­domi pieno di odio per quella che era stata, sino ad allora, la sua patria, uno dei giovani intellettuali ebrei che tra i primi, quando le cose avevano incominciato ad andar male, era fuggito dalla Germania, ove dirigeva un’importante rivista pacifista a Berlino, mi disse: ‘Che cosa aspettate? La Francia dovrebbe far immediatamente la guerra alla Germania. Fra tre anni sarà troppo tardi: la Germania sarà allora armata sino ai denti. Allora essa vi attaccherà e voi sarete perduti'”. Cinque anni dopo, una rivista, Weltbühne, che un ebreo pubblicava a Parigi, concluse con queste parole un suo commento alla politica antise­mitica tedesca: ‘Così non si va avanti. Se non scoppia presto un’altra guerra mondiale, tra non molto da 150 a 200.000 ebrei saranno costretti ad emigrare dalla Germania […] Il dottor Ley, che nel 1946 si im­pic­cò durante il processo di Norimberga, uno dei più dinamici esponenti del nazismo intransigente e realizzatore del Fronte del Lavoro, scriveva in piena guerra: “Ogni nazione che osa svegliarsi e chiamarsi popolo provocherà senz’altro l’inimicizia del­l’e­breo. E se questa nazione dichiara addirittura di potersi conquistare la sua libertà nazionale soltanto annientando l’ebreo, essa sarà subito attaccata con tutti i mezzi dall’ebraismo internazionale, il quale senza pietà la costringerà alla guerra. È quella sfrontata alterigia da Vecchio Testamento che vieta agli uomini ed ai popoli di dubita­re anche un solo istante della potenza dell’ebreo. Tutta la propaganda anglo-bolscevi­ca-nordamericana si sfiata continuamente per enumerare alla Germania e a tutto il mondo gli incalcolabili mezzi degli ebrei e dei loro assoldati, e dichiara che è inutile voler lottare contro di essi. Paura, terrore, senso di inferiorità, discordia ed un orizzonte ristretto: questi sono i mezzi che dovrebbero costringere i popoli a ricono­sce­re senza riserve una volta per sempre l’ebreo come “popolo errante” eletto dal “Dio della vendetta Jeova” a punire gli altri popoli e “se necessario” a distruggerli».

      Il 20 agosto torna alla carica l’American Jewish Congress, indirizzando a Roose­velt una petizione affinché al boicottaggio commerciale si accompa­gni la rottura delle relazioni diplomatiche con Berlino. Dopo un tambu­reggiare di minacce e di appelli an­titedeschi per tutto l’agosto, il 5 settembre si apre a Ginevra il secondo mee­ting del WJC. È Nahum Goldmann, ancora sotto lo shock del successo ­del 5° Reichspar­teitag (1°-3 settembre 1933: Reichsparteitag des Sieges, Congresso della Vitto­ria) a incita­re:

«…è quindi primo compito di questa conferenza costituire quell’indispensa­bile organizza­zione che possa condurre contro la Germania una guer­ra aspra e ben pianifi­cata».

Il giorno dopo gli risponde d’oltreoceano Unter­myer il quale, nel corso dell’as­sem­blea dei rabbini ortodossi d’Ameri­ca, scaglia per la terza volta l’he­rem – l’anate­ma in cui trecento anni prima era in­corso Spino­za – contro la Germania e contro tutti coloro che, ebrei, conti­nuano a intratte­ne­re con essa rap­porti commercia­li.

      L’an­nuncio viene dato dal Gran Rabbino del New Jer­sey B.A. Men­delson, mentre vengono accese due candele nere e lanciati i ri­tua­li tre suoni col shofar, il mosaico corno d’ariete, lo strumento di Rosh ha-Shanah e dei riti esorcisti, la tromba della Guerra Santa che chiama alla lotta il popolo e intimidisce il nemico, il richiamo dello Yom YHWH, lo strumento che Elia suonerà nel Giorno del Giudizio Yom ha-Din per resu­sci­tare i morti: «Que­sta deci­sio­ne troverà il compimento solo con la caduta del regime hitle­riano, solo allora l’anate­ma avrà la nostra benedi­zio­ne» (per finire, il suono stridulo dello shofar si alzerà nell’aria nel maggio 1948 per salutare la nomina di Chaim Weizmann a primo presidente di Israele). E mentre l’Untermyer con­clude, fidente:

«Se il boi­cot­taggio sarà con­dot­to a buon fine, la Ger­ma­nia do­vrà cedere prima che giunga l’in­verno, poi­ché essa vive di esporta­zio­ne»,

Bernard S. Deutsch, presi­den­te del­l’AJC, dichiara che l’herem

«costituirà un grande aiuto spiri­tuale per la campagna di boicottaggio anti­tede­sco decisa dal Comitato».

      Nel frattempo oltreoceano, nel medesimo agosto, sir (poi Lord all’inizio del 1942) Robert Gil­bert Van­sit­tart – omosessuale, Permanent Undersecretary of State al ministero degli Esteri dal 1930 al 1938 quale successore dell’acerrimo anti-tedesco sir Eyre Crowe e in seguito primo consigliere diplomatico al Foreign Office, capo del Military Intel­ligence Service e primo consigliere del capo del SOE Special Operations Executive Hugh Dalton, per due interi decenni garante della più radica­le politica anti-tedesca al punto da generare il termine «vansittartismo» – predispone, dopo ripetute sedute fin dal febbraio 1934 al Defence Require­ment Sub-Com­mittee, il memoran­dum On the Pre­sent and Future Position in Europe, ove il tema principale è l’Austria, la cui annessione al Reich comporterebbe tutta una serie di calamità che nell’arco di un decennio porte­rebbero ad un attacco a Francia e Inghilterra.

      A tale chiaro monito anti-tedesco seguirà il 7 aprile – sempre 1934 ! – il memo­ran­dum On the Future of Ger­many, nel quale viene indi­cato a tutte lettere il Reich quale prossimo nemico, richieden­do perciò al Defence Require­ment Sub-Committee di av­via­re un adeguato riarmo, dato che i tre quarti dei tede­schi sono malvagi per natura, pronti a intraprendere cose aggressive e malvage (nel 1943 il volume Les­sons of my life verrà presentato dall’editore col cappello: «L’autore ritiene un’illusione fare differen­ze tra la destra, il centro o la sinistra tedeschi, o tra cattolici e protestanti tedeschi, o tra operai e capitalisti tedeschi. Sono tutti uguali, e l’unica speranza di avere un’Europa pacifica è una schiacciante, violenta sconfitta militare della Germa­nia, seguita da una rieducazione condotta per un paio di generazioni sotto il controllo delle Nazioni Unite»); nella primavera 1940, avuta ormai la sua guerra («Se Hitler fal­lisce, il suo suc­ces­sore sarà il bolscevismo; se avrà successo, precipiterà in una guerra europea entro cinque anni», aveva preventivato nel 1933 in Even now), firme­rà The Nature of the Beast, “La natura della Bestia”, ove asse­ve­ra che i tedeschi hanno un’aggressi­va natura da lupi, e che come i lupi non posso­no cambiare.

      Già nell’estate 1935, del resto, Lord Ismay, segretario del Committee of Imperial Defence, aveva avvertito i ministeri responsabili per la guerra di raggiungere per il 1939 «a reasonable state of  preparedness, un ragionevole stato di efficienza»; nel 1936 aveva poi pre­visto, quan­do pur non addirittura fissato, nell’au­tunno 1939 l’ini­zio del conflitto anti-tedesco. Al proposito il sottosegre­tario polacco agli Esteri conte Jan Szembek annoterà nel proprio diario, il 7 luglio 1938: «Vansittart è il principale istigatore della politica di accerchiamento contro la Germania, diretta e incoraggiata da taluni elementi del governo britannico».

      E che gli aizzamenti di Vansittart non restino mere parole lo provano le conse­guenze sugli eventi storici. Anche dopo sessant’anni procura un qualche disagio al lettore la lettera da lui inviata il 6 settembre 1940 al Foreign Office non appena saputo del telegramma inviato a Lord Halifax dall’am­ba­sciatore in Svezia Victor Mal­let:

«Urgente! Ministro, spero che darete disposizione al signor Mallet che in nessuna circo­stanza dovrà incontrare il dottor [Ludwig] Weißauer [consigliere giuridico di Hitler, in missione segreta a Stoccolma presso il presidente del Tribunale Supremo svedese dottor Ekkeberg, pregato di essere tramite con Mallet per un accordo di pa­ce]. È in gioco il futuro della civiltà. Oggi ne va della nostra o della loro sopravvi­venza, e dovrà tramontare o la nostra Patria o il Reich tedesco, e non solo tramonta­re, ma l’una o l’altro venire totalmente distrutto. Sono convinto che ad essere distrut­to sarà il Reich tedesco. Ciò è ben diverso dal dire che la Germania dovrà essere distrutta. Ma il Reich tedesco e l’idea del Reich da settantacin­que anni sono la maledizione del mon­do, e se questa volta non la facciamo finita, non lo faremo mai, e allora ci rovi­ne­ranno loro. Il nemico è il Reich tedesco, e non solo il nazismo. Chi non l’ha ancora capito non ha capito niente e ci farà scivolare in una sesta guerra, anche se riuscire­mo a sopravvivere alla quinta [riferimento alla sequenza: guerra contro la Danimarca 1864, contro l’Austria-Ungheria 1866, contro la Francia 1870, Grande Guerra 1914, conflitto in corso 1939]. Preferirei cogliere l’opportuni­tà di sopravvive­re alla quinta. Oggi non esistono possibilità per un compromesso, la lotta dovrà essere com­bat­tuta fino alla fine, e precisamente fino alla fine definitiva. Confido che il signor Mallet riceverà le più energiche disposizioni. Ne abbiamo più che abbastan­za di Dahlerus [l’industria­le svedese, inviato da Göring a Londra nell’a­gosto-settem­bre 1939 per un accordo di pace], Weißauer e consorti».

      Del tutto ovvio, di fronte a tale montante marea di odio, il rigetto da parte delle  Grandi Potenze, e l’indifferenza della Società delle Nazioni, delle profferte cinque volte avanzate da Hitler onde trovare un accomodamento al problema armamenti: «Og­gi la Germania è pronta a rinunciare in ogni momento ad armi aggressive, quan­do ven­gano bandite anche dal resto del mondo. La Germania è pronta a sottoscrivere solen­ni patti di non aggressione con chiunque; perché la Germania non pensa ad un’ag­gressione, ma alla propria sicurezza» (17 maggio) e «Il governo del Reich e il popolo tedesco rinnovano la dichiarazione che sottoscriveranno di buon grado ogni effettivo disarmo generale, assicurando la propria disponibilità a distruggere anche l’ultima mitragliatrice tedesca e a smobilitare l’ultimo soldato, quando facciano lo stesso anche gli altri popoli» (14 ottobre; nel biennio 1933-35, prima dell’avvio del riarmo, nello spirito dell’art. 8 del Diktat Berlino avanza in tutto cinque proposte di disarmo generale, tutte rigettate da Londra e Parigi senza aprire il mini­mo colloquio preli­mi­nare: d’altra parte, era stato proprio l’ex primo ministro e confrère Edouard Herriot, nume titolare del radicalismo francese, a sogghignare che «il verbo disarma­re è irregolare in tutte le lingue. Non ha né prima persona, né presente, né passato. Si coniuga soprattutto al futuro e alla seconda persona»).

      Buona volontà, questa tedesca, allora nota agli spiriti più equanimi come, riporta l’influente giornalista ebreo-americano Hubert Renfro «H.R.» Knic­kerbocker, il primo ministro bulga­ro Ni­co­la Mushanoff: «C’è un solo modo per sventa­re la guerra, e consiste nel ri­muo­vere le ingiustizie che suscitano il desiderio di ricorrere alla violenza, e poi nel disarmare. Se la Germania riesce a indurre le altre potenze a mantenere le loro promesse circa il disarmo, allora non vi saranno guerre. Ma se non si disarma, mi sem­bra che la guerra sia inevitabile. Ma nessuna guerra ha mai risolto problemi. Una nuova guerra non farebbe che creare nuovi problemi. Mi pare eviden­te che dopo una altra guerra tutta l’Europa diventerebbe comunista, e ritengo che i cosiddetti vincitori sarebbero proprio quelli che finirebbero per perdere di più».

      Ma, scatenata l’aggressione in tutto il mondo, il 3 novem­bre la sede del quotidia­no Deutsche Afrika Post viene devastata a Johannes­burg da impuniti gruppi ebraici. Lo stesso giorno il Segretario di Stato Cordell Hull porge le scuse all’ambasciatore Lu­ther per gli attac­chi sferratigli a Cleveland in un raduno ADL da Untermyer, che lo accusa di essere il munifico finanziatore di orga­nizzazio­ni americane filo-tedesche. Due giorni dopo è a Londra che l’ebraismo rinnova gli incitamenti ad aggravare il boi­cottaggio dei prodotti tede­schi in ogni parte del­l’Im­pero, poiché, tuona P. Horo­witz, «il regime del cancelliere Hitler è una sfida all’intero mondo ebraico».

      Intanto, malgrado i massacri dell’industrializzazione e della collettivizza­zione forzata delle terre, la liquidazio­ne di milioni di contadini, il terrorismo di Stato esercitato su oppositori, dissenzienti e tiepidi, la di­stru­zione di ogni istituzione religiosa, la formulazione di piani per la sovversione e il dominio mondiali – cose all’epoca tutte ben note agli Occiden­tali e perfino vantate dai comunisti – il 16 novembre 1933 gli USA ristabili­sco­no le più piene relazioni diplomatiche con l’URSS, per le quali Roosevelt si è attivato già nell’a­gosto indiriz­zando una lettera al presidente del Comitato Centrale Mikhail Kalinin (cinque anni dopo Presi­den­te del Presidium, cioè Capo dello Stato). Nulla che si possa, del resto, considerare rottura col passato: come detto, fin dal putsch bolsce­vico gli USA, da sempre avversari del pur blando interventismo pro-Bianchi anglo-francese, si sono distinti per gli interventi economico-finanziari a sostegno del nuovo regime.

      Anche escludendo gli aiuti umanitari e il collaterale intervento del capitalismo in­ter­na­zio­nale, lo sforzo del Paese di Dio in aiuto al Radioso Avvenire è semplicemen­te colossa­le, organizzato, a tutto il 1933, da duecento gruppi ban­cari (nel quar­to di secolo 1920-45 opereranno in URSS oltre mille imprese USA). Nessuna remora, da ambo le parti, a collaborare con l’«odiato ne­mico»; nessuna remora, nella primavera 1922, per la compagnia mineraria De Beers, ad acquista­re dai senza-Dio diamanti e altri oggetti preziosi confiscati al clero, e questo mentre i primi processi inviano alla forca o nel Gulag migliaia di religiosi e più in genere di «controrivo­lu­zionari» che si sono opposti al saccheggio e allo spoglio dei luoghi di culto. Ben scrive Richard Pipes: «I capitalisti occidentali non persero il sonno per il destino dei loro confratelli russi; erano dispostissimi a concludere affari con il regime sovietico, affittando o acquistan­do a prezzi stracciati le proprietà sequestrate ai possidenti russi. Nessun gruppo pro­muoveva la collabora­zione con la Russia sovietica in modo più assiduo ed efficace delle comunità impren­di­toriali europee e americane. I bolscevichi sfruttavano la loro ansia di concludere affari inducendoli a esercitare pressioni sui governi occi­dentali perché concedessero alla Russia il riconoscimento diplomatico e aiuti econo­mi­ci. Nell’estate del 1920, quando le prime missioni com­merciali sovie­tiche arrivaro­no in Europa in cerca di credito e tecnologia, furono evitate dai sindacati, ma accolte a braccia aperte dagli imprenditori della grande industria […] Gli imprendito­ri, impazienti di sfruttare le risorse naturali della Russia e di venderle manufatti, adduce­vano una serie di motiva­zioni per giustificare i rapporti commerciali con un regime che aveva violato, in patria e all’estero, tutte le norme acquisite di comportamento civile: innanzitutto, qualsiasi paese aveva diritto a scegliersi il proprio tipo di governo. Di conseguen­za, oltre che poco realistico, sarebbe stato antidemocratico ostracizzare la Russia sovieti­ca [!]. Come disse Bernard Baruch nel 1920, “Il popolo russo ha diritto, mi pare, di istituire qualsiasi forma di governo desideri”. Questa ar­gomentazione ammetteva implicitamente che i russi ave­va­no scelto il governo comu­nista. In secondo luogo il commercio incivilisce, perché insegna a usare il buon senso e scredita le dottrine astratte […] Tali spiegazioni, ripetute spesso e talvolta con convinzione, erano ancora più efficaci perché gli imprenditori tendevano a non pren­de­re in seria considera­zione gli slogan comunisti sull’imminente rivoluzione mondia­le. Gli imprenditori sono incli­ni a considerare aspirazioni comuni a tutta l’umanità le proprie motivazioni, alimenta­te dall’interesse personale. Dal loro punto di vista le idee e le ideologie che non si fondano sull’inte­resse sono sintomo d’immaturità, oppu­re frutto di simulazio­ne; nel primo caso il tempo riesce a guarirle, nel secondo possono essere neutraliz­zate da proposte com­mer­ciali allettanti […] I bolscevichi sfruttarono abilmente questo ragio­na­mento sbagliato: già nel 1918 Ioffe e Krasin avevano consigliato con un certo suc­cesso agli imprenditori tedeschi di non tener conto del “massimalismo” di Mosca […] Un’im­por­tante ragione per cui gli imprendi­tori occidentali erano così inclini a non prendere in considerazione gli elementi contrari a quanto volevano credere era la convinzione diffusa che la Russia offrisse possibilità illimitate per lo sfruttamen­to di risorse naturali e lo smercio di manufatti; negli Stati Uniti era considerata il più vasto mercato “vuoto” del mondo, e in Inghilterra una “miniera d’oro”. Data l’immensa e­spansione della capacità produttiva durante la prima guerra mondiale, specialmente negli Stati Uniti, la comunità degli imprenditori occidentali era estremamente interes­sata al mercato russo».

      Nessuna democratica ritrosia verso i violatori dei più elementari diritti umani, nessuna ripugnanza per un regime ultra-assassino inedito nella storia (e sono gli anni della collettivizza­zione delle terre, dello sterminio dei contadini e dell’indu­strializza­zione forzata!), impedisce agli Occidentali una ultra-fattiva collabo­ra­zione col bolsce­vismo. E invero, perché avrebbe dovuto impedirlo?, sottolinea nel 1928, in Genève ou Moscou, il futuro intellet­tuale fascista Pierre Drieu La Rochelle: «Capitali­smo e comunismo sono nati insieme da uno stesso sviluppo economico; la necessità del loro gemellaggio avviene sotto lo stesso segno, la Macchina. L’uno e l’altro sono i figli ardenti e foschi dell’industria». «Furono soprattutto gli Stati Uniti» – aggiunge Marcello Flores – «ad avvantag­giarsi dei nuovi rapporti commerciali di cui il Piano sovietico aveva bisogno, eroden­do pian piano spazio alla Francia e soprattutto alla Germania, pur se nel com­plesso fu l’insieme del commercio occidentale a trarne beneficio. Nei primi mesi del 1930, grazie soprattutto alla vendita di trattori e macchinari agricoli e industriali, gli USA risultarono il primo partner commerciale dell’URSS, con le esportazioni che rag­giunsero il tetto di oltre 114 milioni di dollari contro i 24 d’importazione di metalli preziosi, pellicce, legname. Nell’estate del 1931 la Camera di commercio russo-ame­ri­cana e l’American Express organizzarono il viag­gio in URSS di una cin­quantina di rappresentanti di trentadue industrie, mentre spari­vano del tutto i timori sulla insol­ven­za dello Stato russo che riusciva così ad ottenere crediti crescenti dalle banche occidentali […] Durante il primo Piano quinquennale l’Unione Sovietica importò dall’Occidente non solo tecnici e merci, ma tecnologia. Anche in questo caso gli Stati Uniti subentrarono massicciamente all’In­ghilterra e alla Germania, che fino al 1927 erano stati i partner privilegiati. L’entu­sia­smo sovietico per le tecniche della produ­zio­ne in serie e per la standardizza­zione del lavoro datava dai tempi della rivo­lu­zione, ma solo ora riusciva a trovare il modo di estrinsecarsi, parallelamente alla diffusione dei metodi di Ford e di Taylor anche nell’industria tedesca. La fortuna “teorica” di cui godevano in URSS Ford e Taylor si affiancava alla presenza concreta del primo sul suolo sovietico. Il 31 maggio 1929 Ford, che negli anni precedenti aveva venduto ai russi migliaia di trattori, si era impegnato a fornire il progetto per una fabbrica capace di produrre 100.000 unità all’anno. In cambio dell’acquisto sovie­tico di 72.000 unità in quattro anni e dell’im­pe­gno di usare solamente i propri ricambi, Ford offriva macchinari, tecnologia, bre­vetti, corsi di formazione per inge­gneri russi negli Stati Uniti».

      Ben aveva anticipato nel 1933, di ritorno da un viaggio nel Paese del Futuro, il fascista Mirko Ardemagni: «I russi, isolati dal mondo, incapaci di dipanare la matassa della vita nazionale per trovare il bandolo della ripresa economica, digiuni di alta industria almeno quanto lo erano di pane, confinati nel campo della teoria, impossibilitati a scendere sul terreno della pratica, strinsero la mano ai supercapitali­sti, buttarono le braccia al collo a tutti i re senza corona: al re dell’automobile e al re dell’acciaio, al re dell’alta banca e al re della forza motrice. Allora gli americani, spregiudicati, tempisti, intelligenti, presero la palla al balzo e fecero il loro gioco. Entrarono come consiglieri di straforo nello studio del piano quinquennale. “La industrializzazio­ne in un paese come il vostro non basta. Vi occorre la superindustria­lizzazione. Ingrandite le vostre idee, moltiplicate i vostri impianti, affrettate la attrezzatura industriale dell’Unione. Questa è la condizione per risollevare il vostro prestigio nel mondo e per generalizzare il consenso nel paese”. I russi divennero americanofili a un punto tale che si dimenticarono quasi che la loro parola d’ordine era “lo stato di guerra contro il mondo capitalista”. Gli americani, senza parola d’ordine, stavano invece infliggendo una dura lezione ai bolscevichi. Iniziatasi l’esecuzione del piano quin­quen­nale, quasi tutti i lavori di una certa importanza furono affidati a ingegneri e tecnici americani. Il colonnello Cooper assume la consulenza per lo sbarramento del Dnepr, diventa l’unico straniero che possa essere ammesso liberamente al cospetto di Stalin e si fa sborsare ogni anno una cifra che non avrebbe saputo spendere neppu­re lo Zar. Enrico Ford lancia l’idea e fornisce i progetti per una colossale fabbrica di piccole automobili che quando inizierà la produzione fra un anno si dimostrerà praticamente inutile perché in Russia occorrono soltanto gli autocarri pesanti e perché la rete stradale è ancora di là da venire.

      «Qua e là, vicino ai centri di sfruttamento industriale, ondeggia al vento la ban­die­ra stellata, gli accampamenti prendono il nome fatidico di Amerikanskij Gorod e le maestranze russe filano, obbedienti e taciturne, sotto il comando dei capitalisti dell’altro mondo. Intanto la funzione più importante e meno appariscente di questi tecnici è di dimostrare in ogni occasione la necessità improrogabile della tal macchina americana, del tale impianto, del tale strumento. Tutto a poco a poco è congegnato in modo che senza gli articoli made in USA non si può più andare avanti. E il piano dei Cinque Anni è come un cordone ombelicale che riceve gli alimenti da Pittsburgh e da Chicago, da Cleveland e da Detroit. La quantità di macchinario importato dagli Stati Uniti in questi ultimi anni è tale che potrebbe formare la dotazione del paese europeo industrialmente più attrezzato. Nel 1930 le importazioni americane in Russia segnano un aumento del 148% sulle cifre del 1929. Messe in confronto al totale del commercio estero dell’Unione, queste im­portazioni assumono un valore ancor più si­gnificativo. Gli Stati Uniti occupano il primo posto e consegnano da soli quasi la metà delle forniture di tutti gli altri paesi messi insieme» (per inciso, uno dei più ascoltati consulenti dal 1929 al 1931 è l’ingegnere Walter Pola­kov, un «russo» fuggito negli USA dopo i moti del 1905 e divenuto uno dei più autorevoli rappresentanti della Taylor Society).

      In tal modo l’e­let­trificazio­ne del Mondo Nuovo Orientale e la diffusione delle radiocomu­nicazioni, van­to del Sociali­smo-In-Un-Solo-Paese, vengono realizzate dalla General Electric e dalla RCA per il 90%, mentre, come già detto, la motorizzazione di agricol­tura e trasporti è opera della Ford e della Caterpillar. «Ricevendo nel 1933 il ministro degli Esteri di Stalin» – scrive Sandro Petrucci nel volume collettaneo Novecento – «il direttore della IBM disse che avrebbe domandato “a ogni americano, nell’interesse delle relazioni recipro­che, di impedire ogni critica della forma di governo che la Russia si è scelta”».

      Anche perché, osserva Viktor Suvorov, l’aiuto americano non fu certo prestato disinteressata­mente né gratuitamente, e si può anzi porre tra le concause degli immani sconvolgimenti sociali sovietici dei primi anni Trenta: «L’industrializzazione fu pagata da Stalin col livello di vita del popolo, che egli fece sprofondare a valori infimi. Sui mercati esteri lanciò enormi quantità di oro, di platino e di diamanti. Alienò in pochi anni quanto la nazione aveva accumulato nell’arco di secoli. Saccheg­giò le chiese e i monasteri, i depositi e le tesorerie imperiali. Preziosissime icone e volumi lasciarono il paese. Dipinti dei grandi maestri del Rinascimento furono espor­tati. Collezioni di gioielli e tesori vennero asportati da musei e biblioteche. Stalin forzò l’esportazione di legno e carbone, di nickel e manganese, di petrolio e cotone, di caviale, pellicce, cereali e di molto altro ancora. Ma anche questo non bastò. E perciò diede inizio nel 1930 alla sanguinosa collettivizza­zione delle terre».

*   *   *

      Fallito nel 1933, il boicottaggio antitedesco viene rei­terato nel 1934 ed ancora l’anno se­guente (ripetiamo: il del tutto pacifico boicottag­gio nazionalso­cialista dei nego­zi ebraici era stato proclamato quale ri­spo­sta al boicottag­gio ebraico della Ger­ma­nia solo il 28 marzo e per la sola mezza gior­nata del 1° aprile, giorno peraltro di riposo per gli ebrei). Per quanto sensibile, il calo delle esporta­zioni tedesche negli USA non assume tuttavia valori catastrofici come quelli concernenti le esportazioni in Unione Sovietica, ove dal 1932 al 1934 crollano dal 10,9 all’1,5%: dal 1932 al 1935 esse calano dal 5,8 al 3,8% (i dati di Paul Maquenne riportano dal 4,9 del 1932 al 3,8% del 1934, e cioè da 281,2 a 157,8 milioni di Reichsmark), anda­mento simile a quello tra il 1929 e il 1932, prima dell’inizio del boicottag­gio.

      Anche l’imposizione da parte di Wall Street, il 31 gennaio 1934, di un nuovo cambio tra dollaro e Reichsmark del valore del 59,6% della precedente, lungi dall’in­fliggere un colpo mortale all’eco­nomia tedesca renden­dole pratica­mente impossibili sia l’esporta­zio­ne di prodotti finiti che l’acquisto di materie prime sui mercati mondiali basati sul dollaro e l’oro (si tenga presente, rilevano Ferenc Vajda e Peter Dancey, che ancora nel marzo 1938 le riserve auree del Reich ammontavano a 2,4 misere tonnellate, mentre la piccola Austria, in procinto di rientrare in seno alla madrepatria, ne contava 41; vedi anche altri dati sulle riserve auree al cap.XXVIII), si traduce in uno sbalorditivo successo in virtù delle contromi­sure adottate dal Reich: al tentativo anglo-americano di soffocamento finan­ziario Berlino reagisce proponendo un’econo­mia di baratto e compensazione (Ver­rechnung o, all’inglese, clearing), oltre­modo gradita ai paesi poveri di divise pregiate (in particolare, non solo gli Stati balcanici e scandinavi, ma anche quelli sudamerica­ni, considerati dagli USA l’indi­scus­so «cortile di casa»), offrendo cioè i propri prodotti in cambio di quelli da importare, sia merci finite di quei paesi, sia materie prime: ad esempio, biciclette, apparecchia­ture e macchine utensili contro prodotti alimentari, rame, piom­bo, cromo, man­ga­nese, ferro, bauxite, gomma e legname. Nel 1938 sono ben venticinque paesi che hanno stretto tali accordi col Reich.

      Situazione, peraltro, non solo pericolosa, ma inaccettabile per i beati possidentes, riconosciuta fin dal 1936 da Francis Sayer, sottosegretario di Stato del Paese di Dio: «Ogni colpo diretto contro il nostro commercio estero è una minaccia diretta alla nostra vita economica e sociale». Del tutto inutile, quindi, nota Max Klüver in Den Sieg verspielt, “Perdere la guerra”, il fatto che «Hitler voleva che l’Inghilterra non considerasse più il Reich un concorrente commer­ciale molesto e pericoloso. Ma i metodi di accordo bilaterale im­postati dalla Germa­nia per carenza valutaria minaccia­vano il predominio inglese. La ricchez­za dell’In­ghil­ter­ra riposava sul libero commercio multilaterale, con la sterlina quale valuta di pagamento interna­zionale. Ora, la Germania cominciava a dividere il mondo (o, per il momento, l’Eu­ro­pa e il Sudameri­ca) in spazi economici a sé stanti, e a costruire un commercio bila­terale con scambi di compensazio­ne che rendevano superflua una valuta di pagamento interna­zionale […] Inoltre, non si trattava più di pure questioni commerciali, dato che la quota dell’Europa sudorien­ta­le comportava, quanto al com­mercio estero britannico, solo il 2% degli scambi. Più importante era il sud-est europeo per gli interessi finanziari britannici. Ma ancora più significativi erano gli interessi strategici. Gli inglesi più lungimiranti riconoscevano che questo spazio eco­nomico centro-sud-est-europeo in via di formazione avrebbe, in caso di guerra, ridot­to la dipendenza tede­sca dalle materie prime di oltreoceano, e quindi ridotta l’effica­cia del blocco condotto dalla flotta di Sua Maestà. Gli inglesi temevano che all’in­fluenza economica della Germania nello spazio sud-est-europeo ne conseguisse uno politico [ancor più dall’a­prile 1938, con l’an­nes­sione dell’Austria, che direttamente apriva al Reich lo spazio danubia­no, n.d.A.]. Una tal cosa la considerarono una mina­ccia alle loro posizioni nel Mediter­raneo orientale. Infine, rinacque il fantasma antebellico della ferrovia per Bagdad. L’egemonia tedesca nei Balcani avrebbe, attra­verso la Turchia, minacciato le posizio­ni inglesi nel Vicino Oriente. Esisteva dunque tutta una serie di preoccupa­zio­ni, da parte dell’In­ghil­terra. Tutto ciò non lo vedeva Hitler, quando pensava che un’egemo­nia tedesca ristretta al continente non avrebbe ferito gli interessi inglesi».

      Chiarissime, invero, le conclusioni di Robert Machray nel 1938, in The Struggle for the Danube and the Little Entente 1929-1938, epigrafato dal massone Edvard Benes, mini­stro degli Esteri 1918-35 indi capo di Stato ceco (il cognome viene attestato ebraico dai Guggenheimer): «La Piccola Intesa [l’alleanza politico-militare tra Cecoslovac­chia, Jugoslavia e Romania, informalmente fiancheggiate da Polonia e Grecia, voluta in senso anti-tedesco dalla Francia, la quale con missioni militari permanenti mira ad unificare le regolamentazioni tattiche e gli armamenti delle loro forze armate onde impiegarle come di parti di uno stesso eser­ci­to] è la chiave di volta dell’arco dell’Europa Centrale, senza la quale l’ordine europeo collasserebbe in conflitti le cui conseguenze non sono immaginabi­li».

      Hitler, aggiunge Mansur Khan, «era fermamente convinto che finché il sistema mone­ta­rio internazionale si fondava sull’oro la nazione che ne possedeva la maggior parte poteva sottomettere al proprio volere ogni nazione cui l’oro mancasse. Cosa facilmente attuabile chiudendo le fonti di divise pregiate e costringen­do le nazioni ad accettare prestiti a interessi esorbitanti, per accaparrarne le ricchezze. A ragione Hitler argomentava contro un tale sistema economico di predomi­nio, soste­nen­do che una nazione [Volksgemeinschaft: letteralmente «comunità di popo­lo»] non viveva del fit­ti­zio valore dell’oro, ma della propria reale forza produttiva, la quale conferiva alla moneta l’effettiva copertura e il reale valore. Per questo Hitler proibì di contrarre prestiti all’estero, per quanto basso fosse l’interesse. E tuttavia, per ottenere le vitali materie prime, stipulò trattati commerciali bilaterali. Per limitare effettiva­mente la “libertà di scambio monetario” e così porre fine al gioco degli speculatori e degli intermediari borsistici, come anche per disporre la fine della dislocazione all’estero della ricchezza privata secondo dei venti della situazione internaziona­le, usò elementi della politica finanziaria di Brüning. La qual cosa significava che nuovo denaro veni­va creato sol­tanto quando erano disponi­bili le forze lavorative e le materie prime, e quando inoltre non c’erano più debiti. Tale politica si poneva in totale contrasto con la politica finanziaria portata avanti dagli USA. Perché la vita finanziaria interna­zio­nale si basava sui prestiti alle nazioni in difficoltà economiche. La politica economica di Hitler avrebbe quindi comportato, sul lungo periodo, la rovina dello status quo di un sistema economico dominato dagli USA. Se l’economia tedesca avesse fatto un nuo­vo balzo in avanti e fosse sopravvissuta alla congiuntura, le altre nazioni ne avreb­be­ro seguito l’esempio? Che ciò non fosse una vuota minaccia, lo dimostrano tra l’altro le nazioni dell’Europa sud-orientale e dei Balcani, dato che a discapito degli USA utilizzavano lo stesso sistema economico della Germania».

      A identiche conclusioni giunge, quasi sorpreso ed anzi ammirato, Blondet XXII: «Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca disoccupazione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s’è prosciugato totalmente il flusso dei capitali esteri, che si presumevano necessari alla sua rinascita economica. La Germa­nia insomma non ha denaro, ha perso i suoi mercati d’espor­ta­zione, è for­zata­mente isolata – dalla recessione mondiale – dal mercato globale. Costretta a un’e­co­no­mia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini […] A causa del suo grande inde­bi­ta­mento estero, la Germania non può svalutare la moneta: questa misura renderebbe più com­pe­titive le sue esportazioni, ma accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commer­cia­le non può più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germa­nia vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Ben pre­sto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamen­te, accordi internazionali di scambio per barat­to: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per com­pra­re le materie prime di cui necessitava, perché non vendevacomprava più. Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù. Prendere o lasciare, e le condi­zioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili. Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importa­to­ri tedeschi un’autorizzazione della Banca Centrale all’acqui­sto di divise estere; il tutto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazio­ne degli speculatori e degli ebrei”, senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internazionali».

      «Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati mondiali dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della sua moneta nazionale. Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità. Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa [un terzo della forza produt­ti­va, mentre in settori specifici il quadro è ancora peggiore: il 41,9% nella siderurgia, il 48,9 nella metalmeccanica, il 63,5 nella cantieristica navale, con un PIL che dagli 88.846.000 Reichsmark del 1928 precipita a 55.544.000 nel 1932]. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400.000. E non sono le industrie d’armamento ad assorbi­re la manodopera. Fra il 1933 e il 1936, è l’edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall’industria dell’automo­bile (più 117%); la metallurgia ne occupa relativa­mente meno (più 83%). Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata – o piuttosto dissimulata – con geniali tecnicismi. Di nor­ma, nel sistema bancario speculativo, le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro, successiva­mente servendo il loro debito (e anzitutto pa­gando gli interessi alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta – di cui la banca si trattiene il suo profitto, estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano».

      Al contrario che nel Sistema Usurario,

«nel sistema hitleriano è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprendito­ri ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. È con queste promesse di pagamento (dette “effetti MEFO [o Mefo-Wechsel, da Metallurgische For­schungsGmbH “Società a responsabi­lità limitata per la ricerca metallurgica”]”) che gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all’incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione. Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all’incasso; risparmian­do così fra l’altro (non piccolo vantaggio) l’aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusi­vamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria. Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed hanno sospet­tato pressioni dello Stato [nazionalsociali­sta], magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione fu in realtà esercitata. Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazire alla fiducia. L’immensa fiducia che il regime riscuoteva presso i suoi cittadini e le sue classi dirigenti […] I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturale frugalità germanica, la sua innata discipli­na. Per evitare un altro termine, che spiegherebbe di più: l’entusiasmo di un popolo spontaneamente mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia e creatività».

      Quanto a Schacht, massone filo-anglosassone che «non credeva nel sistema che aveva messo in moto col suo trucco contabile», viene dimissionato da ministro dell’Economia nel novembre 1937, in un momento in cui le materie prime sui mercati mondiali cominciano a rincarare – rendendo più difficile la strategia economica di Hitler – e in cui egli stesso, devoto allievo della dottrina economica classica (nonché agente dell’Alta Finanza che lo salverà a Norimber­ga), «propone di dedicare somme maggiori alle importazio­ni: e ciò non tanto per migliora­re il tenore di vita dei tedeschi ma – incredibilmente – per “migliorare i nostri rapporti con l’estero”. Insomma: indebitiamoci un po’ per far contenti gli usurai. Il quel momento invece Hitler incarica Göring, un Göring ancora giovane e attivo, di lanciare il grande piano di sostituzione delle materie prime: ciò che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (Ersatze). Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendo dal carbone, brevetti che l’America, dopo la vittoria sul Reich, si affretterà a sequestrare e distruggere».

      Aggiunge Horst Mahler:

«Non il cosiddetto Miracolo Economico degli anni 1955-73 fu un miracolo. Esso fu solo la svendita della Germania agli USA. Il Miracolo Tedesco si compì dal 1933 al 1941, quando il popolo tedesco, precipitato in un abisso di disperazione dall’infau­sta conclusione della Grande Guerra, si risollevò e in soli quattro anni vinse non solo le conseguenze della crisi economica mondiale, ridando lavoro e pane a sei milioni di disoccupati, ma al contempo raccolse le proprie forze per una prova senza prece­denti che gli permise di cancellare militarmente l’onta del Diktat, dopo che erano falliti tutti i tentativi per trovare un accordo pacifico coi paesi vicini a causa dei callidi intrighi di Franklin Delano Roosevelt, che voleva una seconda guerra contro la Germania per distruggere, questa volta, il Reich dalle fondamenta e per sempre, assoggettando con ciò agli USA l’intera Europa. Il Reich tedesco aveva provato che una moderna nazione indu­striale può fiorire se confida sulle proprie forze e pone dei limiti al libero scambio. Non il progetto leniniano, il comunismo sovietico, era un vero pericolo per il capita­li­smo liberista della East Coast, ma il modello tedesco. Perciò è stata distrutta la Germania, non l’Unione Sovietica […]

Con la subordina­zione del Mercato al Bene Comune [della Nazione] crolla il Potere Finanziario dell’e­braismo».

  E a simili conclusioni era arrivato nel 1941, trattando dell’Italia, il fascista Luigi Villari:

«I finanzieri [interni e internazionali] capivano che se il sistema [fascista] non fosse [stato] definitiva­mente schiacciato il loro metodo di dominare la vita economica del mondo sarebbe [stato] seriamente minacciato. Comin­ciarono quindi col diffondere innumere­voli voci intese a screditarlo, descrivendo la situazione economica e finan­zia­ria dell’I­ta­lia come estremamente precaria appunto perché vi funzionava il sistema fascista invece di quelli tradizionali. Uno di questi signori, la cui cittadinanza britannica datava almeno da cinque anni, affermò in un momento di espansione, con buon accen­to medioeuropeo: “Ci abbiamo messo venti anni per abbattere Napoleone; ci basterà meno di metà di quel tempo per abbattere questo Mussolini. Lo faremo demo­lendo le sue finanze“. Molti altri la pensavano allo stesso modo, ma erano meno sinceri, e cercavano di coprire i loro intrighi sotto le mentite spoglie di motivi altamente morali – la democrazia, la libertà, la Società delle Nazioni, la pace perpetua. Ma l’idea fondamentale era sempre la stessa: “Non ci si deve impedire di arricchirci molto rapidamente”».

      Egualmente Ezra Pound nell’articolo L’ebreo, patologia incarnata, scritto l’anno dopo per il Giornale di Genova e ripubblicato nel 1944 a Venezia dalla Casa Editrice delle Edizioni Popolari sotto il titolo collettivo di Orientamenti:

«[L’ebreo] non è solamente patologico, è la patologia stessa, costituisce la patologia delle razze fra cui abita. Eleva la patologia a sistema. La mania diviene contagiosa ed incosciente. Barney Baruch, reputato l’ebreo più potente nelle botteghe oscure della tirannide rooseveltiana, si dimostra pazzo fradicio nel proclamare: “L’Europa sarà fritta dopo questa guerra, perché mancherà di mercati”. Frase semplice, ma indica un’assoluta incomprensione del fatto che il grano si coltiva, perché il grano può divenire cibo. Per un usuraio il grano è esclusivamente cagione di lucro. Serve quando può farne un monopolio per affamare gli altri salzando il prezzo».

      «Ciò che [i nostri nemici] odiano è la Germania che offre un cattivo esempio» – aveva riassunto Hitler l’8 novembre 1939 – «è in primo luogo la Germania sociale, la Ger­ma­nia delle leggi sociali del lavoro, quella che odiavano già da prima della Grande Guerra e quella che odiano anche oggi. La Germania della previdenza e del­l’assisten­za sociale, questa odiano, la Germania dell’armonia sociale, la Germa­nia che ha eliminato le differenze di classe, questa odiano! La Germania che in sette anni ha operato per rendere possibile ai connazionali una vita decorosa, questa odiano! La Germania che ha vinto la disoccupazione, quella disoccupazione che con tutta la loro ricchezza essi non riescono a vincere, questa odiano! La Germania che dà decoroso riposo sulle sue navi ai lavoratori, ai marinai, questa odiano, perché sento­no che da potrebbe esserne “contagiato” il loro stesso popolo! E odiano perciò la Germania delle leggi sociali, la Germania che festeggia il 1° maggio quale Giorno del Lavoro Nazionale, questa odiano! Odiano la Germania che ha vinto la lotta contro le classi. Questa Germania, odiano, in verità! Odiano quindi in primo luogo la Germania sana, la Germania del popolo sano, la Germania che si occupa dei conna­zionali, che tiene puliti i bambini, dove non sono bambini infestati dai pidocchi, che non vede casi come quelli descritti dalla loro stessa stampa, questa Germania odia­no! Sono i loro magnati del denaro, i loro baroni internazio­nali ebrei e non ebrei, i baroni della finanza, e tanti altri, costoro ci odiano, perché vedono in questa Germa­nia un cattivo esempio, un esempio che forse potrebbe scuotere altri popoli, il loro stesso popolo».

«Il denaro è nulla. La produzione è tutto» –

già aveva incitato il Capo del nazio­nal­so­cialismo, nell’ottobre 1937 sul Bückeberg, a un milione di contadini raccolti nel Reichserntedan­kfest, la Fe­sta Nazionale di Ringrazia­mento per il Raccolto –

«Invero possiamo vedere il pro­di­gio che in altri paesi, straboccanti di oro e divise pregiate, la moneta va a fondo, mentre in Germania, dove dietro la moneta non vi sono oro e divise, il marco resta stabile! Dietro il marco tedesco sta il lavoro tede­sco! […] Credetemi: fronteg­gia­mo compiti più duri di quanto facciano altri Stati e altre terre: troppi uomini in uno spazio vitale troppo piccolo, mancanza di materie prime, man­canza di superfici coltivabili, e tutta­via: Non è bella la Germania? Non è meraviglio­sa la Germania? Non vive con decoro il nostro popolo? Vorreste, voi tutti, cambiare questo con qual­co­s’altro? […] Non vogliamo commerciare con chic­chessia. Ma tutti devono sape­re anche questo: la terra che abbiamo coltiva­to per noi, la mietiamo da soli, e nessuno deve pensare di potere mai irrompere su questa terra! Questo devono sentirsi dire i criminali internazio­nali giudeo-bolscevichi: dovunque possano spinger­si, ver­ran­no ferreamente fermati al con­fi­ne tedesco! […] Non per niente potete assistere qui, in ogni Erntedankfest, alle manovre della Wehrmacht. Tutti dovete ricordare che non saremmo qui se sopra noi non vegliassero lo scudo e la spada».

La guerra dell’oro contro il sangue, voluta cioè dalle demoplutocrazie atlan­tiche – e avallata, per i propri scopi, dal bolscevismo staliniano – contro l’Europa di Mezzo ed ogni altra «nazione proletaria», acquista pro­spet­tiva non solo dal fatto che le Grandi Democrazie sono le detentrici della quasi totalità dell’oro esistente, ma anche dal fatto che sono loro a fissarne il prezzo. Dal 12 settembre 1919, infatti, a Londra, tutti i giorni feriali, due volte al giorno, alle 10.30 e alle 15, al terzo piano degli uffici Rothschild in Saint Swithin’s Lane, nella City, si incontrano a porte blindate cinque uomini che hanno il compito di stabilire la quotazione ufficiale dell’oro (fixing, fino al 1968 in sterline, poi in dollari), valida per tutti gli operatori del mondo. Istruttiva la giornalista Giuliana Ferraino (ma vedi anche Francesco Cianciarelli, docente di Storia della Moneta a Teramo):

«Siedono dietro una scrivania, ognuno ha a disposi­zione un telefono e una piccola Union Jack, la bandiera britannica. Sono i rappre­sentanti delle banche che operano nel business dell’oro [nel 2004: il gruppo riunificato franco-inglese dei Rothschild, Bank of Nova Scotia, Deutsche Bank, HSBC e Société Généra­le; per Cianciarelli i cinque Bullion Brokers sono le case N.M. Rothschild, Samuel Montagu, Mocatta & Goldsmid, Sharps Pixley e Johnson Matthey, decisamente ebraiche le prime tre, ben più che sospette le ultime due], incaricati di concordare un prezzo, dopo aver contatta­to le rispettive dealing rooms, le stanze operative, e i propri clienti. Ogni volta che c’è un cambiamento sulla quotazione, viene sventola­ta la bandiera. Finché c’è una bandiera che sventola, il prezzo dell’oro non può essere “fis­sato”. Questo singolare meccanismo fu voluto alla fine della Prima Guerra Mondiale dai governi vittoriosi, che desiderava­no stabilizza­re il prezzo del­l’oro dopo il collasso del Gold Standard, il sistema che ancora­va le valute al metallo giallo. La banca Rothschild ne ebbe la presidenza, che da allora ha sempre conservato. Una scelta non casuale. Nathan Roth­schild, caposti­pi­te del ramo inglese, contrabbandò l’oro attraverso il Canale della Manica e la Francia per finanziare il Duca di Wellington. Con profit­to: fu il primo a sapere della sconfitta di Napoleone a Waterloo e, speculan­do nella City, divenne uno dei banchieri più ricchi del mondo. Nel 1825 Rothschild salvò la Banca d’Inghilterra: dopo una grave crisi economica con il collasso di 145 istituti, il banchiere consegnò alla banca centrale 10 milioni di sterline in oro e ne divenne il broker ufficiale. Rothschild posse­de­va e operava la Royal Mint, la zecca reale, e fino al 1967 ha prodotto lingotti d’oro. Il nome della famiglia era “blasona­to” anche in America, dove per due volte, verso la fine dell’Ottocento, i banchieri andarono in soccorso del governo USA, le cui riserve erano scese a livelli pericolosi».

      Che la nuova imposta­zio­ne degli scambi internazionali in grado di portare non solo al benessere la propria nazione, ma alla formazione di spazi economici autarchici e integrati continentali/subconti­nentali a spese di un’econo­mia mondialisti­ca, in grado di far nascere un’econo­mia svincolata dall’Alta Finanza e dalle divise imposte dal più forte, un’economia fondata sul concreto lavoro delle singole nazioni, sul pat­teg­gia­men­to e sulla fiducia fosse non solo qualcosa di rivolu­zio­nario capace di sov­ver­tire i rapporti di forza libero­scambisti, ma giungesse anche vantaggiosa per le limitate economie bal­caniche, scandi­nave e sudamerica­ne, lo rico­no­sce lo storico inglese del­l’econo­mia Alan Mil­ward, sostenendo che «negli anni Trenta i paesi del­l’Europa sud-o­rienta­le non furono in alcun modo sfruttati dalla Germania, ma pro­fit­tarono anzi totalmente delle sempre più intense relazioni econo­mi­che col Reich».

      Data significativa, immediatamente successiva all’assassinio di vom Rath da parte dell’ebreo Grynszpan e ai disordini della Notte dei Cristalli (vedi infra), il 15 novembre 1938 vede l’arrivo a Londra di re Carol II di Romania, il «monarca più cinico, corrotto e assetato di potere» di tutto il Novecento (Stanley Paine), entusiasticamente accla­mato da ebrei e «antinazi­sti» a Hyde Park. Il suo «merito» principale non è però l’essersi preso ad amante l’ebrea Magda Lupescu, ma l’avere contrastato con estrema durezza i gruppi fasci­sti e «antisemiti» interni, in particolare la “Guardia di Ferro” di Corneliu Zelea Codreanu (il cui partito Totul pentru Tzara “Tutto per la Patria”, terzo alle elezioni parlamentari del 1937 col 16% dei voti e 66 deputati era stato sciol­to dalla dittatura regia), nonché, aspetto ancora più importan­te, l’essersi opposto sul piano internaziona­le alla progres­siva espansione economica del Reich nell’Europa sud-orientale (nell’ottobre il ministro tedesco dell’Economia Walter Funk in missione nei Balcani aveva concluso importanti trattati commerciali con Jugoslavia, Turchia e Bulgaria), giungendo a Londra per incontra­re sia i banchieri anglo-ebraici della City sia i politici oppositori all’appease­ment di Chamber­lain. Lo scopo del viaggio viene indirettamente rivelato da Robert S. Hudson, membro del Consiglio della Coro­na e segretario del dipartimento del com­mercio estero, in un discorso pro­nunciato alla Camera dei Comuni due settimane più tardi, il giorno 30.

      Singolarmente, all’alba dello stesso 30 vengono strangolati dalla Siguranta, la brutale regia polizia, durante un trasferimento di carcere da Jilava a Valmiselu, Codreanu e 13 suoi camerati, pri­gionieri dal 17 aprile; il 21-22 settembre 1939, a seguito dell’uccisione del primo mini­stro massone Armand Calinescu, diretto mandante della strage dei quattordici, segui­ranno altri massacri: dodici legionari fucilati nel carcere di Ramnicul-Sarat; una decina, provenienti da Ramni­cul-Sarat e dai campi di concentramento di Vaslui e Miercurea-Ciucului, ricoverati all’o­spedale di Brasov, strappati ai letti; trentadue a Vaslui; quarantaquattro a Ciucului; dai tre ai cinque per ognuno dei settantadue distretti della Romania, prelevati dalle abitazioni e trucidati da polizia ed esercito senza sorta di processo; Stanley Payne, docente di Storia all’università di Wisconsin-Madison, indica, sui novantatré legionari da lui riportati come «giustiziati» nel 1939, trentatré studenti e quattordici avvocati, con quasi tutti gli altri provenienti dal ceto medio (per inciso, a testimoniare della «scomodità» dei movimenti fascisti per l’establishment destrorso di ogni paese, nel settembre 1938, cioè due mesi prima dell’assassinio di Codreanu e dei suoi 13 camerati, all’altro capo del mondo, in Cile, un tentativo di colpo di Stato contro il governo di Jorge Alessandri operato dal Movimiento Nacionalsocialista, non solo era stato brutalmente represso, ma cinquantaquattro Nacis, catturati, erano stati massacrati dalla polizia a sangue freddo).

      Ma tornando a Londra, il brutalmente franco, quando non arrogante, discorso di Hudson si palesa fin da subito un evento di importanza capitale, una virtuale dichiara­zione di guerra economica al popolo tedesco:

«La Germania non agisce in senso sfa­vore­vole ai mercati britannici in Germania, questo dobbiamo riconoscerlo. Ma ciò di cui ci lamentiamo è che con i suoi metodi essa rovinerà il commercio in tutto il mondo. Siamo in grado di afferma­re che la ragione dell’influen­za economica della Germania sta nel fatto che essa paga agli Stati produttori dell’Europa centrale e del sud-est prezzi molto più alti di quelli corrisposti sul mercato mondiale […] Abbiamo esami­na­to tutte le procedure che ci sarebbe possibile applicare. L’unico mezzo sta nell’orga­nizzare le nostre indu­strie in modo tale che esse possano opporsi all’industria tedesca e dire a Hitler e al suo popolo: “Se non metterete fine al vostro attuale modo di procedere e non rag­giun­ge­rete un accordo con noi, secondo il quale prometterete di vendere le vostre merci ad un prezzo che vi assicurerà un guadagno ragionevole, vi combatteremo e sconfiggere­mo con i vostri stessi metodi”. Da un punto di vista finanziario la nostra nazione è infinitamente più forte di qualsiasi altro Stato al mondo, in ogni caso più forte della Germania. E per questa ragione godiamo di grandi vantaggi, che ci porte­ranno a vincere questa battaglia».

      Rapidi sono i provvedimenti pratici che seguono al discorso: l’Inghilterra, seguita a ruota dagli Stati Uniti, ritira alla Germania lo status di «nazione più favorita», che i trattati commerciali hanno mantenuto dal 1927. «Hudson parlò di competizione com­mer­ciale scor­retta» – commenta Joaquin Bochaca (III) –

«Perché scorretta? La Germa­nia era in grado di vendere i suoi prodotti più a buon mercato per una ragione, ed una soltanto: perché non dipendeva dal gold standard come base per la sua valuta, e i suoi prodotti non erano gravati ad ogni stadio della produzione dai pesanti interes­si praticati dagli anglo-americani e dai loro banchieri e finanzieri. Questo è il vero motivo per quella svolta a 180° che stava materializzandosi nel tardo 1938 tra gli influenti banchieri della City londinese. Una vera economia organica, naturale, messa in pratica dalla Germania nazionalsocialista aveva messo in crisi, per ragioni pura­men­te aritmetiche, la classica economia liberale che regnava in Inghilterra e che aveva schiavizzato le nazioni più deboli».

      Ma un altro evento porta al parossismo l’irritazione dei banchieri, dei finanzieri, dei commercianti, degli armatori, degli assicuratori e dei capitani d’industria che animano la City e Wall Street. Il 10 dicembre il governo messicano firma infatti un accordo in virtù del quale avrebbe consegnato a Berlino, nel 1939, petrolio per un valore di diciassette milioni di dollari, proveniente da trivellazioni espropria­te agli americani della prima «sorella», la Standard Oil of New York. Goccia che fa trabocca­re il vaso, l’accordo prevede che il Reich pagherebbe il petrolio non con dollari od oro, ma con le esportazioni del proprio apparato produttivo: strumenti per l’irriga­zio­ne, macchine agricole, materiali per ufficio, macchine per scrivere, equipaggia­menti fotografici, etc. Per giunta, l’accordo viene concluso sulla base di un prezzo molto inferiore di quello mondiale corrente. La Germania avrebbe quindi ottenuto petrolio senza dovere sborsare alcunché alla Royal Dutch – Shell, controllata dal­l’«inglese» Henry Samuel Deterding, né alla Standard Oil, gestita dai Rockefeller.

      L’affare, nota Bochaca, si sarebbe concretizzato senza che alla City toc­cas­se neppure uno scellino per operazioni di credito, finanziamento, garanzie, opzio­ni, noli marittimi e premi di assicurazione:

«Sarebbe stato un semplice baratto, garan­tito dallo stesso governo tedesco, e il trasporto sarebbe stato effettuato su navi tedesche. Per i pezzi grossi della City, gli intermediari del mondo, questo era un vero sgomento. Pazienza che Hitler usasse simili procedure nei Balcani e con la Tur­chia. Andasse come andasse che i vicini della Germania nell’Europa centrale frater­niz­zas­sero con essa, ma estendere il baratto diretto all’America Latina avrebbe con­dannato la City ad un sicuro, inevitabile declino. Più ancora, sembrò imminente che il ministro del Reich Walter Funk si preparasse per un viaggio importante a Buenos Aires, Montevideo e Santiago del Cile. Per la City sarebbe stato l’inizio della fine. Come conseguen­za, nuovi e importanti segmenti della plutocrazia britannica anglo­sassone trasmigra­rono nel campo d[el “partito della guerra” di] Churchill […] In verità, all’inizio di dicembre 1938 restavano ancora uomini d’affari britannici che facevao da baluardo all’interno della City contro le montanti forze guerrafondaie. Ma la loro resistenza sarebbe stata presto spazzata via dall’offensiva sionista partita da New York, rappresentata dal Brain Trust del presidente Franklin Delano Roosevelt».

      «A questo pun­to» – si chiede Maurizio Blondet – «è inevitabile porsi la domanda: è possi­bi­le che non solo la guerra annichilatrice scatenata dalle potenze anglo-americane con­tro la Germania, ma la storica satanizzzazione del Reich, la sua perma­nente dam­natio me­moriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta proprio i successi economici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazionale? È la domanda più censurata della storia. È la domanda tabù. Non oseremmo porla qui, se non l’avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich».

      E, in effetti, la risposta l’aveva già data, lapidaria ed articolata, fin dal 1956 in A Military History of the We­stern World “Storia militare del mondo occiden­ta­le”, il generale ingle­se e stratega John Frederick Charles «J.F.C.» Fuller:

«Non la dottrina politi­ca di Hitler ci spinse in guerra, la causa fu il successo del suo tentativo di costrui­re una nuova economia. I motivi furo­no invidia, avidità e paura».

Quello stesso Fuller, rileva Blondet, che attribuisce ad Hitler il seguente pensiero:

«”La comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma di produzio­ne di merci reali, la quale conferisce valore alla moneta. È questa produzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca o una cassaforte piena d’oro“. Egli decise dunque

1. di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi e di basare la moneta tedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree,

2. di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni – baratto – e di sostenere le esportazioni quando necessario,

3. di porre termine a quella che era chiamata “libertà dei cambi”, ossia la licenza di speculare sulle [fluttuazioni delle] monete e di trasferire i capitali privati da un paese all’altro secondo la situazione politica,

4. di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito».

E, se possibile, ancora più chiaramente:

«Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetario internazionale […] una nazione, accaparrando l’oro, poteva imporre la propria volontà alle nazioni cui l’oro mancava. Bastava prosciugare le loro riserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì da distribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori […] La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare, degli Stati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d’oro mondiali».

      Del tutto opposta, incompatibile con tale impostazione, l’ideologia liberoscambi­sta basata sulla finanziarizzazione delle economie e l’arbitrio dei beati possiden­tes, ideologia ben espressa nel 1928 dall’ebreo Hans Kelsen in Das Problem der Souveranität und die Theorie der Völkerrecht, “Il problema della sovranità e la teoria del diritto internazionale”:

«L’idea di sovranità deve essere radicalmente eliminata […] la concezione stessa della sovranità dello Stato è oggi di ostacolo a tutti coloro che prevedono l’elaborazione di un’ordine giuridico internazionale, inserito in un’or­ganizzazione che preveda la divisione planetaria del lavoro; questa idea di sovranità impedisce agli organismi speciali di funzionare affinché si sfoci nel perfezionamento, nell’applicazione e nell’attualizzazione del diritto internazionale, blocca l’evoluzione della comunità internazionale in direzione di una civitas maxima, anche nel senso poli­tico e materiale della parola. La costituzione di questo Stato mondiale è per noi un compito infinito al quale dobbiamo far tendere l’organizzazio­ne mondiale».

      Ben commenta il politologo tedesco  Günter Maschke:

«In pratica, nell’ottica universalista e kelseniana la guerra non esisterebbe più, sostituita dal commercio libero e pacifico, il quale sarebbe tutt’uno con l’ideologia illuminista, il mito dell’umanità, il culto del progresso, etc. Coloro i quali cercassero di formare delle zone autarchiche, di costi­tui­re dei blocchi protetti, minaccerebbero direttamente questo commercio “libero e pacifico”, dominato una volta dalla Gran Bretagna e oggi dagli Stati Uniti. Costoro sarebbero dunque di per sé dei “nemici”. Nel 1937, la Germania e l’Italia sono diven­tate dei nemici per Washington, dopo esssere state precedute di qualche anno dal Giappone.

Le potenze dell’Asse, attraverso la loro politica economica, minaccia­va­no la divisione del mercato mondiale, imposto dagli Stati Uniti. Roosevelt, per i bisogni della sua propaganda, aveva immaginato, nella sua isteria, dei nemici terrifi­canti e aveva preparato dal 1937 il suo paese alla guerra, mentre Hitler credeva anco­ra nel 1939 di poter limitare la sua guerra a una guerra lampo, togliendo agli Stati Uniti il tempo di intervenire. Quando un “nemico” di questa opzione universalista, “commerciale, libera e pacifica” spunta all’orizzonte, lo si sottopone in seguito a degli embargo o a dei blocchi e, finalmente, lo si decreta “nemico dell’umanità” per potergli lanciare contro una guerra totale, vista come una “sanzione”. Bisogna, con questa strategia, forzare il “nemico” a recitare un ruolo di “aggressore”, poiché, secondo il diritto internazionale contemporaneo, ogni forma di aggressione è vietata, così come il libero diritto di condurre una guerra».

      Ed ancora:

«In questo contesto costruire e provocare l’aggressione diventa così l’arte decisiva dell’uomo di Stato; bisogna dunque evitare di dichiarare espressamente la guerra, poiché una dichiarazione di guerra equivale a un’aggressione. Di fronte a un “aggressore”, tutti i colpi sono permessi: può anche essere punito per un tempo indefinito, secondo la volontà del suo vincitore. Questo fu il caso della Germania nel 1918-19, che per un anno dopo la fine dei combattimenti venne sottoposta a un bloc­co delle derrate alimentari che portò a morte un milione di lattanti e bambini.

Questa pratica della punizione permette allo stesso tempo di “legittimare”

i carpet bombing [bombardamenti a tappeto],

le espulsioni di massa delle popolazioni civili,

il processo di Norimberga o

il bombardamento atomico di città senza difesa come Hiroshima e Nagasaki

[Non si dimentichi, inoltre, oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!, l’implicita proibizione delle atomiche contenuta nella Dichiarazione di San Pietroburgo del più che remoto 1868, riguardante le armi «che aggravano inutilmente le sofferenze delle persone colpite o rendono la loro morte inevitabile»!]. La “sanzione” non è una guerra nel senso esatto del termine, poiché essa colpisce un “criminale” che, nemmeno lui, fa la guerra ma commette un “crimine“. Questo tipo di diritto internazionale, voluto essenzialmente dagli Stati Uniti, non prende assolutamente in considerazione regole e limiti che la civiltà ha imposto alla guerra in Europa. Basandosi sull’utopia di voler abolire definitivamente la guerra, questo diritto internazionale “sanzionatorio”, questa ideologia della punizione, si è imposto lentamente a partire dal 1918 e oggi tende a diventare assolutamente domi­nante, ad accentuarsi nei discorsi e nella pratica».

      «La [prima] guerra [mondiale] annientò le posizioni dell’industria tedesca» – nota Poggiali – «e l’annientamento fu considerato, soprattutto dall’Inghilter­ra, come uno dei risulta­ti più importanti del conflitto che aveva insangui­nato l’Europa; il trattato di Versaglia toglieva alla Germania le colonie e una gran parte delle sue sorgenti di materie prime. Il popolo tedesco non poteva ormai più provvedere diretta­mente al sod­disfaci­mento dei propri bisogni essenziali che in misu­ra del 40%; tra il 1928 e il 1930 la Germania dovè effettivamente importare più del 30% delle mercan­zie traffi­ca­te entro il suo territorio; talune industrie dipendevano totalmente dall’este­ro. Questa situazione peggiorò nel 1931 e nel 1932 e diede origine all’autarchia. A partire dal 1933 ogni sforzo fu diretto a favorire il mercato interno e la produzione nazionale, e questo atteggiamento fu denunziato dall’Inghilter­ra come un malizioso attentato all’equilibrio dell’economia mondiale. La stabilità imposta per legge ai prez­zi agricoli e la “batta­glia della produzione” risuscitarono moltitudini di acquirenti di prodotti industriali, la disoccupazione accennò a diminuire progressiva­mente, il getti­to delle imposte migliorò, lo Stato potè passare all’industria importanti ordinazio­ni per poten­ziare i mezzi di trasporto e l’assetto dell’esercito. Si intensificò lo sfrutta­mento terriero, si arrivò nella produzione delle patate e dei cereali da panifi­ca­zione quasi a raggiungere il fabbisogno nazionale, le importazioni di generi alimentari furono ri­dotte dal 25% al 17%. Tuttavia all’estero si continuava a mormorare che la Germa­nia arrivava a provvedere a se stessa solo a costo di privazioni durissime im­poste al po­po­lo e se ne trasse la conclusione che la Germania non avrebbe mai potuto affron­ta­re una nuova guerra, tanto meno una guerra lunga. A questo errato con­cetto si inspirò evidente­mente ogni atteggiamento antigermanico. Nel campo dell’in­dustria, contro la situazio­ne esistente nel 1933 (la Germania costretta ad importare dall’estero il 77% di materiali tessili, l’85% di materie metalliche, il 57% di cuoiami e il 50% di cellu­lo­sa da carta) intervenne il cosiddetto “Piano Quadrienna­le”. Il qua­le, in poche paro­le, consisteva nel mutare profondamen­te quella situazione in quattro anni, frugando in ogni angolo del territorio nazionale per captarvi fino all’ultimo milli­gram­mo di utilità, esasperan­do gli artifici della chimica surrogatrice, recuperan­do tutti i residuati. La buna (gomma artificiale), i carburanti sintetici, la lana di cellulosa, i metalli leggeri, la resina artificiale, furono le conquiste più clamorose di quel piano».

      Ed ancora, quanto al commercio internazionale:

«La Germania, dopo la tragica espe­rienza fatta nella [prima] guerra mondiale, aveva ripudiato irriducibilmente la legge liberistica dei cosiddetti prezzi comparati, da cui l’Inghilterra aveva sempre derivato tanto beneficio. La Germania non credeva più che fosse suprema scaltrezza dei popoli dominanti importare ai prezzi più modici ed esportare ai prezzi più alti possibili. Credeva, invece, che la saggezza durevole stesse nel regolare gli scambi sulla base di prezzi che assicurassero ad entrambi i contraenti la possibilità di progredire economicamente. “Perché il Paese – diceva – che abbonda di prodotti agri­coli e di materie prime si prodiga nella produzione e nella cessione soltanto se ha la garanzia di poterli cedere senza essere sfruttato“. E la Germania, dal canto suo, si poteva assicurare largamente e durevolmente le fonti dell’approvvigionamento in quanto la sua moderazione di esportatrice di manufatti togliesse al Paese importato­re l’interesse di industrializzarsi, cioè di dissipare energie nel vano tentativo di indossare una veste che non gli si confaceva. Era, insomma, il sistema dei reciproci impegni, che la Germania aveva adottato da un pezzo e che si confidava dovesse avere, a guer­ra finita, i più ampi sviluppi. Il Reich aveva rigorosamente commisurato gli impegni a comprare oltre confine alle sue capacità produttive e poiché era previsto che dopo la pace questa capacità si sarebbe smisuratamente dilatata, così sarebbero stati propor­zionalmente dilatati anche i suoi acquisti. Legandosi con reciproci impegni di rifornimenti a giusto prezzo, la Germania riteneva di offrire ai Paesi che alimentava­no il suo com­mercio estero: un sicuro collocamento dei loro prodotti, una adeguata remunera­zione del loro lavoro e la possibilità di sviluppare la loro economia produtti­va. Si congettu­rava così una comunità economica internazionale basata su solide inter­dipendenze per cui ciascuno potesse lavorare tranquillamente, il contadino sui campi, il minatore in miniera, l’operaio nell’officina, senza temere di perdere il frutto del proprio lavoro, perché lo smercio vantaggioso di quanto esso produceva era anticipatamente e dure­vol­mente assicurato. Esaltare fattivamente la potenza del lavoro era un chiodo su cui la Germania andava battendo vigorosamente da quando stava insegnando al suo popo­lo che per aver diritto di consumare bisognava lavorare e produrre, e che ove si attinga a questo principio anche la nazione più dissestata aggiusta immancabil­mente ogni suo problema finanziario. Era la teoria, insomma, che il lavoro è il più vero e il più autentico oro, suffragata da fatti autentici».

      «Nessuno potrà contestare» – aveva notato tre anni prima di Poggiali Alfred Ro­senberg nelle carceri di Norimberga, ripensando l’incredibile epos nazionalsociali­sta – «che Hitler trovò una situazione generale talmente grave che i fuorusciti, pienamen­te fiduciosi di tale eredità, assicurarono, aizzando gli animi per ogni dove, che sarebbe presto “anda­to in rovina”. Sette milioni di disoccupati, l’ostilità internaziona­le, l’avvio di una campagna di boicottaggio per distruggere il commercio estero, tutto ciò davvero esi­ge­va gli sforzi più straordina­ri».

      Inoltre, a prescindere dallo scatenamento della guerra economica, nel 1934, men­tre Henry Morgenthau jr dichiara a tutte lettere alla stampa di Hearst che la guerra vera e propria scoppierà in Europa già nel corso del­l’anno – «We are going to bring a war on Germany, Stiamo per scatenare una guer­ra contro la Germania», si vanta al contempo David A. Brown, af­fiancato dal direttore amministrati­vo di The Ameri­can Hebrew, in un dibattito con l’«antisemita» Robert Edward Edmond­son il 24 maggio a New York all’Hotel Horn – numerose petizioni per una più vigorosa azione contro il Reich prima che avvii il prevedibile program­ma di riarmo vengo­no rivolte a Roosevelt dal B’nai B’rith. La principale viene recata alla Casa Bianca dal settanta­quat­trenne presidente Alfred M. Cohen (imparentato e re-imparentato coi Rothschild per il matrimonio della fi­glia Hannah con Sylvan Roth­schild) e dal segretario I.M. Rubi­now. Nel frattempo, anche il rabbino S.H. Goldenson, il 12 marzo, alza il ves­sil­lo della guerra sul Jewish Daily Bulletin: «Gli ebrei devono sostenere il presidente Roosevelt, perché i suoi ideali sono gli stessi degli antichi profeti ebrei» (cinque anni dopo, il 6 marzo 1939, il Gran Criminale verrà insignito di medaglia d’oro dal WJC «per gli eccezionali servigi resi alla causa degli ebrei degli Stati Uniti»). (…) (1)

Nota

1) L’opera del Dott. Gianantonio Valli I Complici di dio, genesi del mondialismo, nell’edizione cartacea integrale, dovrebbe essere esaurita, maggiori e più certe informazioni si possono ottenere

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