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Ago 01

0765 – Auschwitz: la falsa “convergenza di prove” di Robert Jan Van Pelt…di Carlo Mattogno

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Carlo MATTOGNO

AUSCHWITZ:

LA FALSA “CONVERGENZA DI PROVE” DI ROBERT JAN VAN PELT

Giugno 2007

Prima edizione

INTRODUZIONE

Jurgen Graf e Carlo Mattogno a Minsk, luglio 1997Tra l’11 gennaio e l’11 aprile del 2000, alla Royal Court of Justice di Londra, si svolse unprocesso per diffamazione intentato da David Irving a Deborah Lipstadt e alla casa editrice Penguin  Books Ltd, che si concluse con la sconfitta dello storico britannico. Robert Jan van Pelt fu assunto dal collegio difensivo della Lipstadt per redigere una “perizia” che egli terminò nel 1999. Si tratta del famoso The Pelt Report1. Successivamente van Pelt lo rielaborò e nel 2002 lo pubblicò in forma di libro, The Case for Auschwitz2, che divenne la nuova opera di riferimento della storiografia olocaustica su questo campo.

Van Pelt succedeva a Jean-Claude Pressac, diventato ormai un ribelle incontrollabile che, ad ogni nuovo scritto, infliggeva ulteriori colpi alla storiografia ufficiale. Pressac veniva così relegato in una sorta di purgatorio storiografico a metà strada tra l’inferno revisionistico e il paradiso olocaustico.

E questo anatema storiografico gravò su di lui fino alla morte, avvenuta il 23 luglio 2003 nel totale silenzio della stampa che prima lo aveva osannato. Per ironia della sorte, egli ricevette la commemorazione funebre dagli avversari3. Il posto di esperto mondiale di Auschwitz doveva dunque essere assegnato ad un uomo fidato che inglobasse le tesi epurate di Pressac, senza il suo fastidioso spirito critico, in una nuova visione metafisica – immutabile e definitiva – di Auschwitz. Van Pelt, appunto.

The Pelt Report, e il libro che ne deriva, costituisce essenzialmente un indecoroso saccheggio dell’opera di Pressac, che non viene mai citato come fonte degli argomenti di cui van Pelt si è appropriato. L’intera opera si basa su due pilastri fondamentali: il corpus degli “indizi criminali” (“criminal traces“) di Pressac e le testimonianze, le quali, a loro volta, sono incentrate su quella di Henryk Tauber, al quale van Pelt attribuisce «il più alto valore dimostrativo», facendo propria l’analisi di questa testimonianza effettuata da Pressac. Van Pelt però esaspera l’importanza di questa testimonianza, che diventa il pilastro essenziale della sua struttura argomentativa, la misura di tutte le fonti, sicché anche i documenti vengono da lui addotti per dimostrare la “plausibilità” delle affermazioni di Tauber. Ciò vale anche per le altre testimonianze, che ruotano attorno a quella di Tauber al solo scopo di fornirle una “conferma”.

Questo singolare metodo è facilmente comprensibile. Le affermazioni di Tauber, dal 1945 al 1993, da Jan Sehn a Pressac, costituiscono la base indiscutibile della storiografia olocaustica su gasazioni omicide e cremazioni ad Auschwitz. Gli stessi “indizi criminali” di Pressac  presuppongono tacitamente o esplicitamente le affermazioni di Tauber, e ne costituiscono per così dire una (fittizia) trasposizione documentaria.

La scelta operata da van Pelt ha un’altra motivazione ancora più importante: egli si doveva occupare di problematiche tecniche relative a cremazioni e forni crematori di cui non aveva alcuna cognizione, perciò al riguardo si è affidato ciecamente alla testimonianza di Tauber. Ma, accettando le assurdità tecniche asserite da questo testimone, e ponendole alla base delle sue argomentazioni, van Pelt ha innescato una reazione a catena che porta all’autodemolizione del suo libro.

1 Il rapporto è disponibile in: http://fpp.co.uk/Legal/Penguin/experts/Pelt/Pelt_report

2 R.J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002.

3 J. Graf, In Memoriam Jean-Claude Pressac, in: “Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung”, 7. Jg., Heft 3 & 4, dicembre 2003, pp.406-411; C. Mattogno, Meine Erinnerungen an Jean-Claude Pressac, idem, pp. 412-415; R.H. Countess, Jean-Claude Pressac: In Memoriam, idem, p. 413.

La confutazione radicale delle argomentazioni addotte da van Pelt richiede dunque tre studi specifici: uno sugli “indizi criminali”, il secondo su cremazione e forni crematori, il terzo sulla testimonianza di Tauber. Questi studi costituiscono pertanto la Parte Prima, Seconda e Terza di quest’opera.

Rispetto a Pressac, van Pelt ha introdotto un metodo nuovo, o, per meglio dire, ha introdotto una nuova denominazione metodologica, la “convergenza di prove” (“convergence of evidence”), metodo che Pressac aveva già attuato senza dargli un nome specifico. Esso consiste in un raffronto tra documenti e testimonianze pretesamente indipendenti mirante a dimostrare che tutto “converge” nella tesi dello sterminio. La Parte Quarta analizza l’applicazione concreta di questo metodo da parte di van Pelt ed espone i gravi errori tecnici e storici che ne derivano.

La Parte Quinta, infine, esamina in modo approfondito l’origine della presunta convergenza di testimonianze. Nella “Preface and Acknowledgment” del suo libro, van Pelt ringrazia i suoi consulenti:

«Scrivendo la mia confutazione dell’affidavit di Rudolf, ebbi la fortuna di avere come collaboratori Green, Mazal, Keren, e McCarthy in conversazioni quotidiane che presto inclusero John Zimmerman, Kern Stern, Peter Maguire e Stephen Prothero»4.

In questo studio mostrerò vari esempi della competenza e dell’onestà di alcuni di questi personaggi.

Egli spiega inoltre con supponenza il suo compito al processo Irving-Lipstadt:

«Il mio compito dunque era di aiutare gli avvocati difensori Richard Rampton, Heather Rogers, e Anthony Julius a convincere il giudice che nessuno storico serio che abbia considerato le prove avrebbe serio motivo di dubitare che ad Auschwitz ci furono camere a gas»5.

Questa arrogante pretesa fu smentita proprio dal giudice Gray nella sua sentenza dell’11 aprile 2000. Al punto 13.71 egli scrisse:

«Devo confessare che, come – immagino – la maggior parte della gente, avevo supposto che le prove dello sterminio in massa di Ebrei nelle camere a gas di Auschwitz fossero convincenti. Tuttavia, quando ho valutato le prove addotte dalle parti in questa causa, ho messo da parte questo pregiudizio»6.

Al punto 13.73 il giudice aggiunse:

«Riconosco la forza di molte osservazioni di Irving su alcuni di questi temi. Egli fa notare a ragione che i documenti contemporanei, come disegni, piante, corrispondenza con fornitori e simili offrono poche prove dell’esistenza di camere a gas progettate per uccidere esseri umani. Tali documenti isolati sull’impiego di gas come si possono trovare tra questi documenti si possono spiegare con la necessità di disinfestare il vestiario in modo da ridurre l’incidenza di malattie come il tifo. I quantitativi di Zyklon B consegnati al campo si possono forse spiegare con la necessità di disinfestare vestiario e altri oggetti. È anche corretto che uno dei documenti più compromettenti, cioè la lettera di Müller [recte: di Bischoff] del 28 giugno 1943 che espone il numero dei cadaveri che potevano essere bruciati nei forni crematori presenta una quantità di caratteristiche curiose le quali ingenerano la possibilità che esso non sia autentico. Inoltre, le prove fotografiche dell’esistenza di camini sporgenti dal soffitto della camera mortuaria 1 del crematorio II – lo ammetto – sono difficili da interpretare»7.

Al punto 13.74 Gray riconobbe inoltre il valore di alcuni argomenti di Irving:

«Allo stesso modo Irving ha fatto valide osservazioni su varie relazioni fornite da superstiti e funzionari del campo. Alcune di queste relazioni furono prodotte come prove ai processi del dopoguerra. C’è la possibilità che alcuni di questi testimoni abbiano inventato qualcosa o perfino tutto delle esperienze che descrivono. Irving sostenne la possibilità di impollinazione incrociata, espressione con la quale intendeva la possibilità che dei testimoni possano avere ripetuto e anche abbellito le relazioni (inventate) di altri testimoni, col risultato che si costruì un corpus di false testimonianze. Irving rilevò che parti di qualcuna delle relazioni di

4 Idem, pp. XIII-XIV.

5 Idem, p. IX.

6 http://www.nizkor.org/hweb/people/i/irving-david/judgment-13-01.html

7 Idem.

qualcuno dei testimoni sono evidentemente errate o (come alcuni disegni di Olère) chiaramente esagerate. Egli suggerì vari motivi per spiegare perché dei testimoni potessero aver fornito relazioni false, come avidità e rancore (nel caso di superstiti), paura e desiderio di ingraziarsi coloro che li avevano catturati (nel caso di funzionari del campo). Van Pelt ammise che queste possibilità esistono. Io sono d’accordo»8.

Il convincimento del giudice circa la realtà di camere a gas omicide ad Auschwitz derivava unicamente dalla presunta “convergenza di prove”, come egli dichiarò esplicitamente al punto 13.78:

«La mia conclusione è che varie categorie di prove “convergono” nel modo asserito dagli Imputati»9.

Lo scopo di questo libro è di confutare radicalmente l’impianto argomentativo intrinsecamente falso di van Pelt, dimostrando che non esiste alcuna “convergenza di prove” e fornendo a ogni storico serio che esaminerà il complesso delle prove che adduco, un fondato motivo per considerare quantomeno dubbia l’esistenza di camere a gas ad Auschwitz.

8 Idem.

9 Idem.

 

PARTE PRIMA

GLI “INDIZI CRIMINALI” SULLE CAMERE A GAS OMICIDE

Discussione storico-critica delle tesi di Jean-Claude Pressac e di Robert Jan van Pelt

Introduzione

Jean-Claude Pressac si può considerare a giusto titolo il fondatore della storiografia olocaustica su Auschwitz, in precedenza priva di documentazione e di metodo. Egli stesso definì la storiografia “tradizionale”

«una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l’umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparse di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca»10.

Egli inaugurò un nuovo metodo storiografico che, almeno nelle intenzioni, metteva da parte le testimonianze per concentrarsi sul materiale documentario. In realtà egli ricorse di nuovo alle testimonianze per delineare la storia delle presunte installazioni preliminari di gasazione omicida che anticiparono quelle dei crematori di Birkenau. I suoi capitoli sulle gasazioni nel crematorio I11 e nei cosiddetti Bunker di Birkenau12 si basano infatti esclusivamente su testimonianze.

Il nuovo metodo trovava infatti applicazione soltanto riguardo ai crematori di Birkenau. Nella relativa documentazione conservata al Museo di Auschwitz, Pressac avrebbe dovuto scoprire le prove della progettazione, della costruzione e dell’uso delle presunte camere a gas omicide in tali impianti, ma invece si trovò di fronte ad una totale assenza di prove. Egli non riuscì a reperire altro che “indizi

10 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 264.

11 Idem, «Krematorium I or the “old” Krematorium of the main camp (Stammlager)», pp. 123-159.

12 Idem, «Bunker 1 or “The Red House” and ist supposed mass graves», pp. 161-170; «Bunker 2 (Subsequently renamed Bunker V) or the “White House” and its undressing huts», pp. 171-182.

criminali”, che in qualche modo grazie al loro numero e alla loro presunta convergenza, dovrebbero sopperire a questa totale assenza di prove.

Dopo che, agli inizi degli anni Novanta, poté visionare l’enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz e conservati a Mosca, Pressac redasse un nuovo libro13 in cui riuscì ad aggiungere soltanto qualche altro indizio alla sua precedente raccolta. Ma proprio allora le fortune storiografiche di Pressac cominciarono a declinare.

L’assalto di van Pelt cominciò già l’anno dopo, quando il suo nome fu aggiunto, inesplicabilmente, a quello di Pressac nella traduzione inglese del libro summenzionato14; proseguì nel 1996, allorché, in un libro scritto con Debórah Dwork, van Pelt si appropriò dei principali “indizi criminali” di Pressac brandendoli come se fossero suoi15 e culminò nel 2000 al processo Irving-Lipstadt. Nel 2002 l’espropriazione era completa. “The Case for Auschwitz” presenta un riciclaggio sistematico degli “indizi criminali” di Pressac, che costituiscono ormai l’ossatura documentaria della storiografia olocaustica su Auschwitz.

A differenza di Pressac, che era un ricercatore, van Pelt è anzitutto un compendiatore, molto meno dotato di lui di capacità di analisi storico-documentaria e di spirito critico. La sua riproposizione degli “indizi criminali” rappresenta una specie di semplificazione divulgativa delle tesi di Pressac che non tiene conto della loro complessità e varietà.

Per questa ragione non ha senso replicare direttamente agli argomenti riciclati da van Pelt. Vari studiosi revisionisti si sono già occupati più volte delle tesi di Pressac16, ma finora mancava uno studio specifico ed esaustivo sul valore e sul significato degli “indizi criminali”, nel cui ambito anche le risposte ai commenti di van Pelt acquisterranno un significato più completo.

13 Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse. CNRS Editions, Parigi, 1993. Trad. it.: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Felrtinelli, Milano, 1994.

14 Jean-Claude Pressac with Robert-Jan van Pelt, «The Machinery of Mass Murder at Auschwitz», in: Y. Gutman and M. Berenbaum Editors, Anatomy of the Auschwitz Death Camp. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 1994, pp. 183-245. Non si tratta di una traduzione integrale, ma di un ampio riassunto del libro di Pressac.

15 D. Dwork, R. J. van Pelt, Auschwitz 1270 to the present. W.W. Norton & Company. New York- London, 1996.

16 L’opera migliore è: Germar Rudolf (a cura di), Auschwitz: Plain Facts. A Response to Jean-Claude Pressac, With Contributions by Robert Faurisson, Carlo Mattogno, Germar Rudolf, and Serge Thion. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.

CAPITOLO 1

GLI “INDIZI CRIMINALI”

1.1. Gli antecedenti storici

Durante le sue frequenti visite all’archivio del Museo di Auschwitz nel corso degli anni Ottanta, Pressac, sotto la guida del capo archivista Tadeusz Iwaszko, tragicamente perito il 2 dicembre 1988, si imbatté nel volume 11 degli atti del processo Höss in cui è riportata una relazione redatta dal perito ing. Roman Dawidowski che aveva collaborato alle indagini svolte dal giudice Jan Sehn tra il 10 maggio 1945 e il 26 settembre 194617. Questa relazione contiene già quasi tutti gli “indizi criminali” di Pressac, in particolare nel secondo paragrafo, di cui riporto la traduzione:

«Tutte queste installazioni costituivano le cosiddette “Spezialeinrichtungen”18 (lettera del 16.12.1942), “Durchführung der Sonderbehandlung”19 (atti VIII Upa 2, che costituiscono l’allegato n. 2), nello svolgimento dell’azione speciale/“Sonderaktion”20 (ordine della guarnigione21 n. 31/43), relativamente a “Sondermassnahme”22 (lettera del 13.1.1943 n. 21242/43) contro i detenuti portati al campo di Auschwitz con trasporti speciali “Sondertransporte” (lettera del 10.4.1943 n. 26823/43 e del 12.7.43 n. 32269/43), azioni nelle quali era impiegata una squadra di detenuti chiamata “Sonderkommando” (lettera del 4.2.1944 n. Bi-Sch./alg/66 b/8/1994/44 Bia/Ha). Nelle lettere che costituiscono gli allegati 3 e 4 i crematori e i locali equipaggiati con porte a tenuta di gas con una spia con doppio vetro e guarnizioni a tenuta di gas assolutamente necessarie per effettuare l’azione speciale sono detti “zur Durchführung der Sondermassnahme”. Secondo l’ordine di impiego23 del 3.8.1944, questo giorno nel Sonderkommando lavoravano 900 detenuti addetti ai quattro crematori di Birkenau.

I crematori nelle piante e nella corrispondenza ufficiale si chiamavano, nella terminologia tedesca, conformemente alla loro struttura e destinazione: Krematorium24 (anche abbreviato in “Krema”), Einäscherungsanlage25 o Einäscherungsofen26, invece le camere a gas erano occultate sotto le denominazioni Leichenhalle27 (pianta del 25.9.1941 n. D. 59042 – fotografia n. 18 e ordinazione n. 243 del 27.3.194328), anche Halle (ordinazione n. 323 del 16.4.1943), Leichenkeller 129 (pianta 932 del 27.1.1942 – fotografia n. 23 – e corrispondenza sulla costruzione dei BW 30, 30a-c), anche abbreviato in L-Keller 1 (lettera dell’11-2-1943 n. 22957/43), Keller 130 (ordinazione n. 192 del 13.3.1943) e infine

17 Processo Höss, tomo 11, pp. 1-57.

18 Installazioni speciali.

19 Attuazione del trattamento speciale.

20 Azione speciale.

21 Standortbefehl Nr. 31/43 del 6 agosto 1943.

22 Misura speciale.

23 Riferimento alla serie di rapporti Arbeitseinsatz.

24 Crematorio.

25 Impianto di cremazione.

26 Forno crematorio.

27 Camera mortuaria.

28 Riferimento all’ ordinazione della Zentralbauleitung alla Schlosserei W.L. n. 243 del 27 marzo 1943.

29 Camera mortuaria seminterrata 1.

30 Seminterrato 1.

Badeanstalt für Sonderaktion (nota per gli atti del 21.8.1942 n. 12115)31. Le strutture con le camere [a gas] erano denominate bagno (Bade) o disinfezione (Desinfektionsraum) e queste denominazioni erano scritte in tutte le lingue su grosse tabelle piazzate sulla porta di entrata della camera a gas. I crematori II e III avevano due seminterrati chiamati nei progetti e nella corrispondenza ufficiale Leichenkeller 1 e Leichenkeller 2. Nella lettera del 29.1.1943 n. 22250 uno di questi seminterrati è chiamato “Vergasungskeller”32 (allegato 5) e l’altro nella lettera del 6.3.1943 è definito “Auskleideraum”33. Dal confronto di queste lettere con le piante della fotografia n. 23 e con i disegni delle fotografie n. 24, 25 e 26 risulta che la denominazione “Vergasungskeller” si riferisce al “Leichenkeller 1”. Questo seminterrato a differenza del “Leichenkeller 2” aveva un sistema a doppio senso di canali di ventilazione, chiamati quello superiore “Belüftung”34, quello inferiore “Entlüftungskanal”35 (pianta della fotografia n. 23), servito da un ventilatore premente (Gebläse)36, azionato da un motore elettrico con potenza di 3,5 CV (lettera dell’11.2.1943 n. 22957) e doveva essere riscaldato col calore proveniente da un tratto del camino (Warmluftzuführungsanlage37 – lettera del 25.3.1943 n. 25629/43). Nelle lettere38 n. 103 e 192 le aperture dei canali inferiori, chiamate “Abluftlöcher”39, erano protette con reti (Schutzgitter40) di fil di ferro con sezione di 10 mm. Gli sbocchi dei canali superiori erano chiusi con reti di lamiera di zinco (Zinkblechsiebe). Il Leichenkeller 1 era dotato – come tutte le altre camere a gas – di porta a tenuta di gas (allegato 15). Secondo le deposizioni dei testimoni, questa camera aveva dispositivi per gettare lo Zyklon a forma di colonne di rete. Il testimone Kula ha descritto la struttura di questo dispositivo (allegato 16). Secondo la lettera citata dell’11.2.1943 il “Leichenkeller 2” aveva soltanto una ventilazione aspirante azionata da un ventilatore con potenza di 7,5 CV (Abluftgebläse41). Il termine “Gaskammer” appare soltanto nell’ordinazione n. 459 del 28.5.1943 (“1 Tür mit Rahmen, luftdicht mit Spion für Gaskammer”) e nella pianta del campo di concentramento di Gross-Rosen. In quest’ultimo caso nella denominazione della costruzione situata nelle immediate vicinanze dell’edificio chiamato “Krema” (pianta n. 4067 del 5.7.1944 firmata da Bischoff)»42.

Come ho rilevato in uno studio specifico, tutti i termini che contengono il prefisso “Sonder-” (“speciale”) furono considerati dagli inquirenti polacchi dei “criptonimi” che designavano le presunte gasazioni omicide. In questa pretesa “decifrazione” essi partivano dal presupposto dell’esistenza di camere a gas omicide nei crematori di Birkenau per dedurre da esso il significato criminale dei termini “Sonder-” summenzionati. Successivamente la storiografia ufficiale elaborò il procedimento inverso: partendo dal presupposto che i termini in questione avessero un significato criminale, dedusse da essi l’esistenza ad Auschwitz di camere a gas omicide43. E a questo sterile circolo vizioso non è sfuggito neppure Pressac, raccogliendo gli “indizi criminali” elencati da Dawidowski. In realtà i termini “Sonderbehandlung” (trattamento speciale), “Sondermassnahmen” (misure speciali), “Sondertransporte” (trasporti speciali), “Sonderkommando” (squadra speciale), “Sonderaktion” (azione speciale), “Sonderkeller” (scantinato speciale), “Spezialeinrichtungen” (installazioni speciali)”, “Badeanstalten für Sonderaktionen” (bagni per azioni speciali), non hanno nulla a che vedere con le presunte gasazioni omicide44. Quanto al termine “Gaskammer” (camera a gas), l’ordinazione n. 459 del 29 maggio 1943 si riferisce ad una camera di disinfestazione ad acido cianidrico45 e nella pianta n. 4067 del 5 luglio 1944 esso designa parimenti una camera di 31 In questo documento entrambi i termini di tale designazione sono al plurale: Badeanstalten für Sonderaktionen, stabilimenti di bagni per azioni spaciali. Vedi capitolo 7.3.

32 Seminterrato di gasazione.

33 Spogliatoio.

34 Aerazione.

35 Canale di disaerazione.

36 Soffiante. L’impianto di ventilazione del Leichenkeller 2 aveva due soffianti, uno premente e l’altro aspirante. Vedi § 1.8.

37 Impianto di apporto di aria calda.

38 Si tratta di ordinazioni della Zentralbauleitung alla Schlosserei W.L.

39 Aperture di uscita dell’aria viziata.

40 Grate di protezione.

41 Soffiante di aspirazione dell’aria viziata.

42 Processo Höss, tomo 11, pp. 7-9.

43 C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, Padova, 2000, pp. 9-10.

44 Idem, Parte Seconda.

45 Vedi capitolo 1.5.

disinfestazione46, esattamente come la “Gaskammer” che appare nei piani dell’impianto di disinfestazione (Entlausungsanlage) di Birkenau, i futuri Bauwerke47 5a e 5b48.

Dalla relazione summenzionata Pressac trasse non soltanto gran parte dei suoi “indizi criminali”, ma anche altri spunti importanti, come il riferimento alla descrizione di Micha_ Kula dei dispositivi di introduzione per lo Zyklon B e le informazioni basilari sugli impianti di ventilazione; da essa riprese inoltre quasi tutto il materiale documentario che vi è allegato:

– la fotografia 3 (rovine del crematorio II nel 1945): foto 93 a p. 261 di Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers;

– la fotografia 7 (rovine del crematorio II nel 1945): foto 96 a p. 261;

– la fotografia 10 (cortile del crematorio III con una catasta di legna in primo piano): foto 72 a p. 251:

– la fotografia 11 (siepe presuntamente utilizzata per “mascherare” i crematori): foto 46 a p. 501;

– la fotografia 18 (pianta D 59042 del crematorio I): p. 152;

– la fotografia 19 (pianta 4287 del crematorio I): p. 156 e 157;

– la fotografia 20 (etichetta di un barattolo di Zyklon B): foto 13 a p. 17;

– la fotografia 21 (etichetta relativa allo Zyklon B): foto 12 a p. 18;

– la fotografia 23 (pianta 933 del futuro crematorio II): p. 282;

– la fotografia 24 (pianta 109/16A del crematorio III): p. 329;

– la fotografia 25 (idem): p. 323;

– la fotografia 26 (idem): p. 327;

– la fotografia 27 (montacarichi provvisorio per il crematorio II): foto 20 a p. 488;

– la fotografia 28 (pianta 1678 dei crematori IV-V): p. 393;

– la fotografia 30 (panche presuntamente collocate nello “spogliatoio” dei crematori): foto 10 a p. 486;

– le fotografie 31 e 32 (porta a tenuta di gas): foto 29 e 30 a p. 50;

– la fotografia 33 (cremazione all’aperto): foto 16 a p. 422;

– la fotografia 34 (donne presuntamente avviate alle camere a gas): foto 17 a p. 423.

Sulla scia delle indagini polacche, Pressac studiò in modo approfondito la parte dell’archivio della Zentralbauleitung di Auschwitz che i Sovietici avevano lasciato al campo, ma riuscì ad aggiungere solo altri quattro indizi all’elenco stilato dal perito Dawidowski. Successivamente, dopo il 1989, egli visionò anche la parte dell’archivio, più consistente, che i Sovietici avevano portato a Mosca.

In questa documentazione, che conta oltre 88.000 pagine, egli non trovò nessuna prova dell’esistenza di camere a gas omicide ad Auschwitz-Birkenau e riuscì soltanto a spigolare altri quattro “indizi criminali”. Prima di esaminare tali indizi, bisogna chiarire due questioni essenziali.

 

1.2. L’archivio della Zentralbauleitung di Auschwitz

Anzitutto, se tale documentazione contiene effettivamente un quadro indiziario tale da dimostrare indirettamente la realtà delle camere a gas omicide, perché essa non fu distrutta dalle SS?

In secondo luogo, se questa documentazione è completa, come si spiega che essa non presenti delle prove dirette?

Nell’Introduzione del suo secondo libro su Auschwitz, Pressac risponde così alla prima questione:

«All’opposto di un altro servizio del campo, la Sezione politica, che bruciò nella quasi totalità i suoi archivi prima dell’evacuazione del complesso concentrazionario nel gennaio 1945, la Bauleitung49 lasciò i propri intatti. La ragione di questo abbandono in stato di integrità potrebbe essere fatta risalire alla personalità del secondo e ultimo direttore della Bauleitung di Auschwitz, il tenente SS Werner Jothann. Ingegnere in sovrastrutture (“Hochbau”), questo professionista non si era occupato personalmente dell’allestimento omicida dei crematori, che era stato opera, dalla fine del 1942 all’inizio del 1943, del primo direttore, il capitano SS Karl Bischoff. Ignorando il contenuto “esplosivo” dei dossier di costruzione relativi a quell’allestimento, Jothann se ne andò senza preoccuparsene e senza prendere nessuna misura per distruggerli»50.

46 Secondo la storiografia olocaustica, nel campo di Gross-Rosen una camera a gas omicida «non è mai esistita» (Eine solche Anlage hat es in Gross-Rosen nicht gegeben). Isabell Sprenger, Groß-Rosen. Ein Konzentrationslager in Schlesien. Böhlau Verlag, Colonia, Weimar, Vienna, 1996, p. 205.

47 Bauwerk, BW: costruzione o gruppo di costruzioni dello stesso tipo.

48 J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., pp. 55-57.

49 Recte: Zentralbauleitung.

50 J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio, op. cit., p. 11.

Questa spiegazione non spiega nulla.

Il 1° ottobre 1943, in coincidenza coll’inizio del quinto anno finanziario di guerra, l’SSSturmbannführer Karl Bischoff fu sostituito dall’SS-Obersturmführer Werner Jothann a capo della Zentralbauleitung. Ma Bischoff fu promosso Capo dell’ispettorato delle costruzioni delle Waffen-SS e Polizia “Slesia” (Leiter der Bauinspektion der Waffen-SS und Polizei “Schlesien”), che dipendeva dall’Amt V dell’Amtsgruppe C dell’SSWirtschafts-Verwaltungshauptamt (SS-WVHA) ed era l’organo ispettivo che controllava direttamente la Zentralbauleitung di Auschwitz. In pratica Bischoff, nella gerarchia dell’ SS-WVHA, restò il superiore diretto di Jothann e rimase costantemente in contatto con lui. Tutti i nuovi Bauwerke dovevano infatti essere approvati dalla Bauinspektion “Schlesien”51. Inoltre il 5 gennaio 1944 tra Bischoff e Jothann ci fu il passaggio ufficiale delle consegne coll’elenco della documentazione, tra cui il raccoglitore n. 15 relativo ai crematori II e III con 7 disegni, corrispondenza e pagamenti dei lavori52. Se questa documentazione avesse avuto realmente «un contenuto “esplosivo”» Bischoff non ne avrebbe informato Jothann? E Bischoff stesso, come suo diretto superiore, non gli avrebbe ordinato di distruggerla?

Passiamo alla seconda questione.

L’organizzazione della Zentralbauleitung di Auschwitz era molto complessa e decentrata. Già all’inizio del 1943 quest’ufficio era suddiviso in 5 Bauleitungen53, e la Zentralbauleitung stessa comprendeva 14 Sachgebiete (settori). Ciascuna Bauleitung e ciascun Sachgebiet aveva il proprio archivio, sicché ciò che noi oggi chiamiamo “archivio della Zentralbauleitung”, originariamente costituiva alcune decine di archivi. I documenti sui crematori, come tutti gli altri documenti, venivano redatti in più copie (i destinatari erano elencati sotto la voce “Verteiler” (distribuzione) e ciascuna copia veniva smistata all’ufficio competente, dove veniva archiviata. L’archivio originario comprendeva molti raccoglitori (“Ordner”), ciascuno dei quali accoglieva i documenti relativi ad uno o più Bauwerke. Perciò ad un semplice ordine di Bischoff tramite Jothann, ogni Bauleiter avrebbe potuto distruggere facilmente il proprio archivio, ancora più facilmente i raccoglitori che contenevano la documentazione relativa ai crematori. Questa invece non fu distrutta: essa esiste e include i disegni dei crematori e una corrispondenza molto ricca, ma presenta anche lacune evidenti, ad esempio tutti i disegni tecnici dei forni, i rapporti sulle cremazioni di prova, i rapporti sul consumo di coke per il 1944. Questa documentazione è stata chiaramente filtrata da coloro che per primi la utilizzarono a scopi propagandistico-giudiziari, cioè i Sovietici e il giudice Jan Sehn. Non si può infatti pensare che le SS, invece di distruggere in blocco tutta questa documentazione presuntamente “esplosiva”, avessero perso tempo a sfogliare con pazienza certosina tutti i raccoglitori relativi ai crematori e a sfilare via e distruggere singoli documenti da esse ritenuti compromettenti lasciando intatto il resto, a cominciare dalle piante dei crematori stessi! Poi, avrebbero fatto saltare i crematori per occultare le tracce dei loro “crimini”, ma nel contempo avrebbero lasciato vivi ai Sovietici migliaia di testimoni oculari di questi “crimini”!

La spiegazione di van Pelt è invece di una insulsaggine sconcertante:

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