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Mag 15

0681 – Patrick Desbois e le “fosse comuni” in Ucraina, più morti, più fondi!…di Carlo Mattogno


PATRICK DESBOIS E LE “FOSSE COMUNI” DI EBREI IN UCRAINA

 di Carlo Mattogno (2009)

  1) La querelle su Patrick Desbois

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 [Nella foto il prete cattolico francese Patrick Desbois mentre  riceve un dottorato onorario dalla bar-ilan University (israele) per il suo lavoro umanitario per il popolo ebraico” che “lotta contro la negazione dell’Olocausto“(!).
Fonte: Newsletter dell’Ambasciata di Israele in Francia – 12 Maggio 2009
http://www.terredisrael.com/infos/?p=7654]

Padre Patrick Desbois, fervente propugnatore dell’ “amicizia” giudaico-cristiana e presidente dell’associazione Yahad-In Unum, ha acquisito negli ultimi anni una certa notorietà grazie alle sue ricerche in Ucraina  di fosse comuni di ebrei uccisi da Einsaztgruppen e altre unità operative tedesche negli anni 1941-1942. Da buon giudaizzante, egli ha stretti legami con Israele, che lo ricambia con premi ed elogi[1].

 

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[nella foto, da sin.:levy bernard-henri , l’ex ministro canadese Irwin Cotler, Patrick Desbois, wiesel elie, Ginevra ]

 Nonostante l’appoggio incondizionato della grancassa mediata giudaica e filogiudaica, Desbois è stato criticato proprio nella sua patria, in Francia.

Il 19 giugno 2009 Le Monde des Livres, p. 2,  ha pubblicato un articolo di Thomas Wieder dal titolo

Querelle autour du Père Desbois(2) che comincia così:

 «È raro che Le Monde sia costretto a ritornare su un’opera il cui resoconto è già stato pubblicato nelle sue colonne. L’occasione si presenta oggi, in ragione della controversia che cresce, da qualche settimana, intorno a un libro, Porteur de mémoires (éd. Michel Lafon, 2007), e al suo autore, padre Patrick Desbois.

 Il 2 novembre 2007, col titolo “Un prete dà l’esempio agli storici”, Le Monde des Livres pubblica una critica elogiativa del libro di padre Desbois. Questo prete cattolico, direttore del Servizio nazionale per le relazioni col giudaismo presso la Conferenza dei vescovi di Francia, vi racconta la ricerca che conduce dal 2002 in Ucraina, “sulle tracce della Shoah mediante pallottole”, al fine di localizzare le fosse dove si trovano i corpi di più di un milione di ebrei assassinati durante la seconda guerra mondiale. L’autrice dell’articolo, Alexandra Laignel-Lavastine, evoca una “impresa straordinaria”, suscettibile di “sconvolgere le idee che abbiamo” su quest’aspetto del genocidio.

 Quasi due anni dopo e dopo due soggiorni in Ucraina con Patrick Desbois e il suo gruppo, in maggio, poi in agosto 2008, Alexandra Laignel-Lavastine dichiara che si è “sbagliata”. Lo fa sapere soprattutto in “La fabrique de l’histoire”, su France Culture, il 27 maggio. Una trasmissione a causa della quale ella apprenderà che “viene immediatamente interrotta” la sua “collaborazione” al seminario che anima alla Sorbona dall’autunno 2008 con lo storico Edouard Husson e padre Desbois. Quest’ultimo, che aveva rifiutato di partecipare alla trasmissione, deve oggi far fronte a varie critiche.

 Alcune riguardano la nozione di “Shoah mediante pallottole”, volgarizzata da Desbois e contestata dalla maggior parte degli specialisti, che denunciano una “expression marketing”. […]. Altri rimproveri sono di ordine metodologico e toccano la tendenza che avrebbe Desbois a presentarsi come un pioniere»,

ignorando gli storici che si sono occupati della questione prima di lui.

 «Di fronte a questo rimprovero, Patrick Desbois si mostra sereno. “Non sono uno storico”, dice, evocando un “malinteso”. Parola ripresa da Anne-Marie Revcolevschi, direttrice generale della Fondazione per la memoria della Shoah, una delle organizzazioni che sostengono finanziaramente l’associazione Yahad-In Unum, presieduta da Desbois dal 2004. Ella spiega: “Non bisogna chiedere a padre Desbois di essere ciò che non è. La sua impresa è quella di un uomo di fede ed egli ha il diritto di avere la sua propria metodologia, che non è quella degli universitari”. Proprio questa metodologia suscita oggi dei dubbi».

 Questi dubbi riguardano soprattutto la tendenza di Desbois a disertare i memoriali ucraini (per dare «l’impressione che la grande maggioranza delle fosse, in Ucraina, erano state fino ad allora ignorate», esagerando in tal modo «l’ampiezza delle sue scoperte» col ricorso a questi «piccoli accomodamenti con la verità») e a ignorare il problema della complicità della popolazione ucraina con i nazisti, per non «colpevolizzare i nostri bravi testimoni ucraini», secondo le parole di Desbois.

D’altra parte Alexandra Laignel-Lavastine

«si interroga sul “valore scientifico” di interviste che si svolgono talvolta in un “clima di intimidazione” per la presenza di una “guardia del corpo in tuta mimetica e armata»,

 accusa respinta da Desbois come una «calunnia».

 Ciò che importa rilevare, è che Desbois non è uno storico, ma un uomo di fede che nelle sue ricerche non adotta una metodologia scientifica, bensì fideistica.

 2)“Azione 1005” e “negazionismo”

 Nell’opuscolo Opération 1005[3] Desbois e Levana Frenk si occupano della cosiddetta “Aktion 1005, un presunto

 «criptonimo di un’operazione con la quale si dovevano cancellare le tracce dell’assassinio di milioni di persone nell’Europa occupata»[4],

 

SS-Standartenführer Paul Blobel

SS-Standartenführer Paul Blobel

 che sarebbe stata diretta dall’ SSStandartenführer Paul Blobel tramite unità operative che avevano la denominazione comune di  “Sonderkommando 1005[5].

Di fatto, essi non dicono nulla sull’ “Aktion 1005, ma si limitano a delineare una biografia di Blobel. Lo scopo del loro opuscolo sembra essere infatti quello di stabilire una correlazione tra la suddetta operazione e il “negazionismo”:

  «L’operazione di cancellazione delle tracce e di eliminazione dei corpi ebbe implicazioni dirette da una parte sull’elaborazione del negazionismo, dall’altra sui fenomeni della memoria. Eliminare le tracce significava negare alle vittime il diritto alla sepoltura e votarli all’oblio. Per contro, il negazionismo era già attuato nel processo di “Vernichtung”, di riduzione al nulla e di annientamento di tutte le tracce dei morti, senza precedenti nella storia dei genocidi»[6].

 Bisogna dunque considerare le tanto celebrate ricerche di Desbois in Ucraina in questa prospettiva, come una sorta di risposta al “negazionismo”, termine inventato dagli olo-cialtroni per screditare il revisionismo.

L’unico vero negazionismo è quello professato da costoro, che negano per intolleranza la libertà di espressione altrui, negano per ottusità fideistica qualunque senso critico, negano per ignoranza  e malafede i fondamenti stessi della metodologia storiografica scientifica.

Così il quadro si precisa: Desbois è un un uomo di fede che adotta una metodologia fideistica per contrastare il revisionismo.

3) Spropositi numerici

Il dépliant dell’ esposizione temporanea Les Fusillades Massives en Ukraine (1941-1944): La Shoah par Balles, che si è tenuta a Parigi dal 20 giugno al 30 novembre 2007, fornisce al riguardo queste informazioni:

 «Tra il 1941 e il 1944 circa un milione e mezzo di ebrei ucraini sono stati assassinati all’epoca dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania. L’immensa maggioranza è morta sotto le pallottole degli Einsatzgruppen (unità mobili di uccisione all’Est), di unità delle Waffen-SS, della polizia tedesca e di collaboratori locali. Solo una minoranza di essi è stata uccisa dopo deportazione nei campi di sterminio. […].

 Dal 2004 padre Patrick Desbois e il gruppo di ricerca di Yahad-In Unum ritrovano numerosi testimoni ucraini che avevano visto i massacri o erano stati precettati durante le esecuzioni di ebrei. Le testimonianze raccolte da Yahad, sistematicamente confrontate con le informazioni dei documenti scritti, hanno permesso la localizzazione di più di cinquecento fosse comuni fino ad allora dimenticate e la raccolta di elementi materiali del genocidio (armi, bossoli, pallottole). Diventa infine possibile preservare e rispettare la sepoltura delle vittime. […]»(corsivo mio)[7].

 Se le parole hanno ancora un significato, la presunta «localizzazione di più di cinquecento fosse comuni» è una spudorata menzogna. Come vedremo, tranne nel caso di 15 fosse, sulle quali comunque c’è molto da eccepire, Desbois non ha localizzato alcuna fossa, ma soltanto, aree di prati, boschi o terreni agricoli in cui egli afferma che vi sono fosse comuni, e ciò sulla base di mere testimonianze, la cui attendibilità esamineremo subito. Anche la cifra delle presunte vittime è spropositata. Nel suo bilancio numerico dell’olocausto, sotto la rubrica «esecuzioni all’aperto», Raul  Hilberg fornisce la cifra complessiva di «più di 1.300.000»,  che include:

 «Einsatzgruppen, alti capi delle SS e della Polizia, eserciti rumeno e tedesco nelle operazioni mobili; fucilazioni in Galizia durante le deportazioni; esecuzioni dei prigionieri di guerra e fucilazioni in Serbia e altrove»[8].

 Non si vede dunque come soltanto in Ucraina si possano contare 1.500.000 vittime.

 Il quadro si aggrava: Desbois si rivela uomo di fede che adotta una metodologia fideistica per contrastare il revisionismo ricorrendo, eufemisticamente, a grandi «accomodamenti con la verità». E ciò, come vedremo, avviene su vasta scala.

 La traduzione italiana del libro di Desbois Porteur de mémoires menzionato sopra si intitola “Fucilateli tutti”. La prima fase della Shoah raccontata dai testimoni[9]. L’autore vi narra la sua indefessa ricerca di testimoni oculari in Ucraina i quali, in interviste filmate, gli hanno indicato i luoghi di presunte  fosse comuni di ebrei fucilati dagli Einsatzgruppen.

 La motivazione che lo avrebbe spinto a tale impresa – il desiderio di sapere di più sulla permanenza di suo nonno, prigioniero di guerra, in un campo di concentramento a Rawa Ruska, in Ucraina –, è un pretesto piuttosto infantile. Desbois racconta infatti che, trovandosi a Częstochowa, nella Polonia centro-meridionale, durante una passeggiata nella notte chiese ai suoi accompagnatori dove si trovassero: «Qualcuno si gira e mi risponde: Non lontani dall’Ucraina”». Questa risposta lo avrebbe folgorato risvegliando improvvisamente in lui i vecchi ricordi (pp. 35-36). In realtà Częstochowa dista in linea d’aria circa 350 chilometri dal confine ucraino. Essa è più vicina alla Germania (circa 290 km) che all’Ucraina. Il racconto di Desbois è dunque una semplice finzione letteraria.

 4) Le testimonianze

 Desbois fornisce importanti ragguagli su questo tema:

 «I testimoni che intervistiamo sono di tre tipi. I testimoni indiretti: che non hanno assistito agli omicidi, ma ne hanno sentito parlare o hanno visto portare via gli ebrei. Sono coloro che ci raccontano, ad esempio, di come i poliziotti hanno prelevato da casa gli ebrei e di come li hanno visti portar via.  I testimoni diretti: sono quelli che hanno visto di persona le fucilazioni. […]. A questo gruppo appartiene la maggior parte dei nostri testimoni. Infine, ci sono gli altri: i civili precettati per un giorno o una settimana, per la maggioranza ragazzi» (p. 90).

 Tuttavia  i testimoni  diretti «all’epoca dei fatti non avevano che sei, sette, otto o nove anni»! (pp. 89-90). In un caso addirittura cinque anni, come Maria Kedrovska, nata nel 1937 (p. 259, 261). Questo dato ricorre spesso nel libro:

«…da bambini, hanno assistito all’assassinio dei loro vicini ebrei…»(p. 121);
«…dai suoi ricordi, visti dagli occhi del bambino di allora…»(p. 131);
«I tedeschi gridavano ai bambini di non guardare…»(p. 156);
«Bambina, ha visto condurre via gli ebrei sui carri…»(p. 166);
«Con altri bambini, siamo andati a vedere che cosa stava succedendo»(p. 170);
«All’epoca bambina, si ricorda di essere corsa dietro ai carretti pieni di corpi sino all’entrata del cimitero»(p. 220).
«Solo più tardi abbiamo saputo che cos’era successo»(p. 148);
«È stato mio padre, che è morto nel 1980, che mi ha detto…»(p. 203);
«Non le ho viste di persona, ma qualcuno me ne ha parlato…»(p. 216).
«Non l’ho vista direttamente, sono stati gli abitanti del villaggio a raccontarlo»(p. 245).
«Dalle voci che sono circolate…»(p. 186).

 Anche le loro presunte “testimonianze oculari” sono chiaramente inficiate dalle voci che circolarono nel dopoguerra. Desbois stesso rileva:

 «Dopo che i tedeschi avevano abbandonato una zona, i sovietici aprivano le fosse villaggio dopo villaggio e conducevano un’inchiesta, ascoltando i vicini, i curati, i sopravvissuti. Venivano stese delle relazioni nelle quali si stabilivano i fatti. Talvolta, si disegnavano delle piante del luogo, in cui venivano indicati tramite delle croci i siti delle fosse comuni. Ma questi documenti sovietici erano affidabili? La faccenda di Katyn ha contribuito non poco a screditare questo tipo di materiale, che fu utilizzato nel corso dei processi di Norimberga»(p. 134).

Il 13 aprile 1943, nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk, in Ucraina, i tedeschi, su indicazione della popolazione locale, scoprirono sette fosse comuni che contenevano complessivamente 4.143 cadaveri. L’inchiesta (i cadaveri furono esaminati da una commissione composta da medici di 12 paesi europei, da una commissione della Croce Rossa Polacca e da ufficiali americani, inglesi e canadesi prigionieri di guerra) dimostrò che gli autori del crimine erano i sovietici. Quando questi riconquistarono il territorio di Smolensk, esumarono di nuovo i cadaveri di Katyn e istituirono una commissione di indagine composta soltanto da cittadini sovietici (la commissione Burdenko), per scaricare la responsabilità del massacro sui tedeschi. Il 15 gennaio 1944 essa invitò anche un gruppo di giornalisti occidentali. Questo grande sforzo propagandistico di falsificazione storica è ancora testimoniato dai 38 fascicoli sul caso Katyn che si trovano tuttora all’Archivio di Stato della Federazione Russa. A Norimberga il massacro di Katyn, spudoratamente attribuito dai sovietici ai tedeschi, fu dibattuto a  più riprese in varie udienze[10].

 Si può facilmente immaginare quale fosse il valore delle inchieste sovietiche summenzionate. Non c’è dubbio, però, che questa propaganda influenzò i testimoni di Desbois, che all’epoca erano in massima parte appena adolescenti.

 Alcuni testimoni erano inoltre a loro modo dei ricercatori, come Polina Savchenko, «appassionata di storia della Shoah» (p. 165), o  Adolf Wislowski, che «raccoglie articoli che riguardano l’uccisione degli ebrei» (p. 139), e ciò non può non aver influenzato i loro ricordi.

 Nei loro racconti ricorre anche un’aneddotica  straziante o edificante chiaramente leggendaria. Come la storia dell’

 «uomo che aveva visto un Volksdeutsch del posto portare un suo amico d’infanzia nei campi e fucilarlo e poi aveva dovuto riempire un carretto di girasoli [!] per bruciare l’amico e tutti gli ebrei che erano stati uccisi la settimana precedente»(p. 152).

 O quella dell’ebrea che, incurante delle esecuzioni in massa, se ne andava tranquillamente a mendicare con i suoi tre figli vicino alla casa che ospitava i tedeschi. Il «capo della Gestapo» le gridò:

 «“Juden”? La donna, con la testa, ha fatto segno di sì. Allora, quello ha preso la sua pistola e li ha ammazzati, lì, davanti alla mia porta»(p. 125).

 Una vera aspirante suicida.

 O quella, lamentosa, del saluto del bambino ebreo prima della fucilazione, il quale, essendo «consapevole» che la sua amica «Anna stava assistendo all’esecuzione, assieme a degli amici, nascosta in un fienile lì vicino» –  non si sa come, dato che costei guardava «dalle fessure tra le assi» e non poteva essere scorta dall’esterno – «aveva fatto un rapido cenno al suo indirizzo, come per salutarla, poi aveva gridato:“Addio!”. In quel momento, gli assassini avevano sparato»(p. 213). Tutto sarebbe accaduto nell’imminenza della fucilazione, in cui doveva regnare un silenzio davvero di tomba per poter percepire a distanza, attraverso queste fessure, la parola di un bambino.

 Ovviamente questa storiella ha provocato a Desbois «una stretta al cuore»(p. 213), al pari, senza dubbio, di quest’altra:

 «Quando i vicini giunsero al “chilometro undici” i tedeschi avevano già sbarrato la strada. Era vietata la circolazione durante le esecuzioni. Erano autorizzati a passare solo i camion carichi di ebrei. Intravidero la piccola Dora dall’altra parte dello sbarramento. Era nuda. Nel freddo polare, supplicava i tedeschi di restituirle il cappotto: “Datemi il cappotto, vi do le mie scarpe in cambio!”. Ma i tedeschi non ascoltavano chi implorava. Dora fu fucilata»(p. 275).

 Ma se la strada era bloccata e la circolazione interdetta, come poterono «i vicini» vedere e udire una tale scena, per di più tra una folla di 1.500 persone?[11].

 Per non parlare della storiella dei cadaveri pigiati come uva in una botte:

 «Eravamo trenta giovani ucraine, con i piedi nudi dovevamo pigiare i corpi degli ebrei e spalarci sopra uno strato di terra, così gli altri ebrei si potevano stendere».

 Ed ecco il commento di Desbois:

 «Mai avrei potuto immaginare che i tedeschi avessero utilizzato delle ragazze ucraine per pigiare i corpi degli ebrei con i piedi, come si fa con i grappoli nel Beaujolais nei giorni della vendemmia» (p. 102).

 C’è bisogno di un commento? O i cadaveri venivano «buttati» nella fossa (p. 94), e allora era inutile «pigiarli», ma bisognava sistemarli ordinatamente; oppure vi  erano «sistemati» (p. 185), e allora era inutile «pigiarli».

 

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Qui apro una parentesi. Nel sito di olo-mentecatti Holocaust Controversies, il cui elemento di spicco per ottusità e malafede è un tale Roberto Muhelenkamp [12], un membro di questa olo-congrega adduce questa testimonianza come “prova concordante” del «metodo di uccisione» impiegato dai comandanti delle unità operative delle SS e della Polizia in Ucraina[13]. Il metodo della “pigiatrice” (p. 100) confermerebbe quello della «Sardinenpackung», ossia del pigiare i cadaveri come sardine che sarebbe stato attuato da Friedrich Jeckeln, Höherer SS- und Polizeiführer presso il Gruppo di Armate settentrionale in Russia, e viceversa. A dimostrazione di ciò vengono addotte due fonti che spiegano in che consisteva questa «Sardinenpackung». La prima dice che le vittime

 «erano costrette a spogliarsi e a mettersi a faccia in giù a strati nelle fosse, dopo di che ricevevano un colpo alla nuca. Poi si costringeva un altro strato di vittime [sic!] a distendersi sullo strato inferiore appena ucciso [sic!] e si sparava su di esso; la procedura continuava fino al riempimento della fossa»[14].

 La seconda fonte ribadisce questo metodo, ma aggiunge che «si usavano fucili mitragliatori russi perché il nastro aveva cinquanta proiettili [Le mitragliatrici tedesche MG34 ed MG42 usavano nastri liberi da 50 patronen o ,sempre in nastro,in trommelmagazine, da 50 patronen o a sella da 100 patronen. La diffusissima MG34 poteva sparare anche a colpo singolo, modalità quasi impossibile per la MG42. Nd olodogma ] e si poteva selezionare il tiro singolo» e anche ciò rientrava nel metodo della «Sardinenpackung»[15].

 In tal modo costui, come vedremo nel § 9, ha confutato involontariamente uno dei princìpi cardinali delle indagini di Desbois: il (preteso) valore probatorio dei bossoli tedeschi da lui trovati.

 È inoltre facile obiettare che il metodo in questione non prevedeva l’impiego di non ebrei e che neppure gli ebrei che si dovevano distendere sullo strato di cadaveri per essere a loro volta fucilati svolgevano un’attività di pigiatura dei corpi sottostanti.

 Si può aggiungere che, se la «Sardinenpackung» era davvero un «metodo»,  avrebbe dovuto trovare un’applicazione generale in Ucraina, ma nessuno dei testimoni addotti da Desbois lo menziona; al contrario, alcuni lo contraddicono apertamente. Ad esempio, Stanislav raccontò che le vittime venivano uccise «in ginocchio davanti alla fossa con il viso girato verso la fossa»(p. 224). Nikolaj Olkhuski dichiarò che i tedeschi  «sparavano tutti assieme»(p. 94) agli ebrei che si trovavano sul bordo della fossa e poi vi cadevano dentro, alcuni ancora vivi (pp. 94-95). Metodo confermato da Ivan Fedossievich Lichnitski, secondo il quale, all’interno della fossa, un gruppo di ebrei «dovevano distribuire i corpi per tutta la sua lunghezza»(p. 173), appunto perché venivano fucilati sul suo ciglio.

 Anzi, proprio e soltanto questo metodo giustifica la leggenda paesana, riferita da vari testimoni,  delle fosse comuni ricoperte di terra che si movevano per tre giorni, perché c’erano dei sepolti vivi (p. 81, 109, 175, 274), con le varianti di  due (p. 187) o quattro giorni (p. 267), o del pozzo invece della fossa comune (p. 263). Una vitalità a dir poco eccezionale: tre giorni sotto terra, senz’aria, dopo essere stati adeguatamente «pigiati»! Se a ciò si aggiunge anche il colpo alla nuca inflitto a ogni singola vittima, nelle fosse comuni, per tre giorni, si potevano muovere solo degli zombi.

 La testimone Maria asserì invece:

 «No, non li fucilavano uno per uno, ma con delle raffiche. Non usavano i fucili, ma le mitragliatrici»(p. 205).

 Una ulteriore smentita del «metodo» della «Sardinenpackung».

 Per concludere la rassegna degli aneddoti immaginari raccolti da Desbois, la testimone Evgenja Nazarenko, nel 1943, a 9 anni, sarebbe stata abbandonata da sola dalla madre in prossimità di un sito di esecuzione a Bus’k, nella provincia di Leopoli [16], affinché guardasse se veniva fucilato anche il marito e padre della bambina, mettendo così a rischio anche la vita della figlia! (p. 218, 241, 246).

 E che dire dei racconti relativi a ebrei murati vivi (pp. 266-267) o soffocati «con i piumini [sic!]»? Desbois intitola addirittura il relativo paragrafo “La Shoah per soffocamento”! (p. 267).

 Nessuna testimonianza è troppo insensata per essere respinta dal buon prete, non dico (per “carità cristiana” da parte sua) come falsa,  ma almeno come dubbia e sospetta.

 Tutto ciò che i suoi vecchi testimoni-bambini gli raccontano dopo oltre sessant’anni è per lui verità sacrosanta, anzi, Vangelo (o Talmud).

 5) I testimoni di Bus’k

 Rivendicando il merito di aver scovato nuovi testimoni, Desbois dichiara:

 «Questi testimoni diretti non sono mai stati ascoltati e non figurano in alcun documento d’archivio»è[17].

 Nel libro, come indicato sopra, egli menziona le indagini (propagandistiche) delle varie commissioni di inchiesta sovietiche. A p. 222 ritorna sulla questione scrivendo:

 «Sullo schermo sfilano i nomi di altri testimoni di Bus’k, quelli che avevano deposto nel 1944 davanti al procuratore della città. Il procuratore aveva ascoltato dei testimoni ucraini che abitavano in via Chevtchenko, la lunga strada che costeggiava il cimitero ebraico. Nel 2006, senza saperlo abbiamo bussato alle stesse porte, innanzi alle quali il procuratore si era presentato sessantadue anni prima. La concordanza delle testimonianze è stupefacente, tanto  nelle questioni di fondo quanto nella forma».

 Ma allora come può pretendere che i suoi testimoni non fossero stati «mai ascoltati»?

 Questo «accomodamento con la verità» ne implica un altro ancora più grave.

 Va rilevato che Bus’k ha un’importanza fondamentale nelle ricerche di Desbois, perché, come vedremo nel § 10, è l’unica località in cui siano state riaperte delle fosse comuni. Egli dichiara che «è in questa città che abbiamo condotto, per tre anni, le nostre ricerche» (p. 210) e ci informa poi che «nel corso dell’indagine a Bus’k incontriamo una moltitudine di testimoni» (p. 216). Dobbiamo presumere che, per il suo libro, Desbois, tra questa «moltitudine di testimoni», abbia scelto quelli più rappresentativi. Di fatto, nel capitolo 17, intitolato “Bus’k”, egli ne menziona sei:

 1) Anna (cognome non indicato), intervistata il 29 aprile 2004 (pp. 210-213): si tratta della stessa testimone che, da bambina, avrebbe assistito ad una fucilazione nascosta in un fienile di cui si è detto sopra.

 2) Anton Davidovich, intervistato il  5 maggio 2005 (pp. 214-215): un sedicente amichetto di Anna che avrebbe condiviso con  lei tale esperienza («eravamo cinque bambini nel fienile», p. 214).

 3) Polina (cognome non indicato), intervistata il 30 agosto 2006. Desbois riferisce la storia raccontatagli da Anton Davidovich di ebree che furono ridotte a forza dai tedeschi a loro «oggetti sessuali»:

 «“Queste donne non vennero ammazzate a Bus’k ma in un bosco a cinque chilometri di distanza. Quando i tedeschi hanno lasciato la città, erano tutte incinte. Poiché i tedeschi di Bus’k non se la sono sentita di fucilarle, hanno affidato l’incarico di assassinarle a un gruppo di Sokal”»(p. 215).

 Desbois commenta:

 «Questa informazione avrebbe trovato conferma un anno più tardi, il 30 agosto 2006, quando incontrammo Polina, che abitava a Tchuchmani, un piccolo borgo a sei chilometri da Bus’k, non distante dal bosco dove erano state assassinate le ragazze ebree».

 Poiché il testimone Davidovich non assistette alla presunta fucilazione, la “conferma” di Anna presuppone che almeno lei fosse stata testimone oculare dell’evento. Ecco invece ciò che dichiarò:

 «Ci sono state delle fucilazioni nel bosco. Non le ho viste di persona, ma qualcuno me ne ha parlato»(p. 216).

Per Desbois, dunque, una voce conferma un’altra voce, ed entrambe costituiscono la prova che dimostra  la realtà del presunto evento, sebbene entrambe siano state  rese dopo oltre sessant’anni!

 Un principio  metodologico fideistico scientificamente aberrante, ma certamente non per un «uomo di fede».

 4) Evgenja  (cognome non indicato) è la bambina abbandonata dalla madre in prossimità di un luogo di esecuzione di cui si è detto sopra (pp. 216-218).

 5) Stepan Davidovski (pp. 218-220) è un testimone indiretto.

 6) Lydia (cognome non indicato), intervistata il 16 aprile 2006 (pp. 221-222), all’epoca era bambina (p. 221), non vide le esecuzioni ma, a dire di Desbois, indicò il luogo delle fosse comuni.

 Di questi 6 testimoni, 4 all’epoca erano bambini, gli altri due non si sa che età avessero.

 La pretesa «concordanza delle testimonianze» precedenti e successive invocata da Desbois significa dunque che, «sessantadue anni prima», il procuratore sovietico aveva interrogato dei bambini!

 Sulla questione delle fosse comuni di Bus’k ritornerò nel § 10.

6) La fucilazione di soldati italiani

 A p. 133 Desbois scrive:

 «A una curva di una strada, a fianco di un garage, incontriamo un altro vecchio, Adolf. Magro, di bassa statura e dai capelli bruni, si professa “militante della memoria”. Ci invita da lui, dicendo che conserva degli articoli della stampa polacca che parlano della squadra incaricata di bruciare i corpi. Ce li mostra e dice: “Io ho assistito all’esecuzione degli italiani. Mi ero arrampicato su una quercia con degli amici e ho visto l’esecuzione dei soldati italiani”. Iniziamo a realizzare la portata di quel massacro. Le testimonianze concordano e, anche se nessuna è in grado di ricostruire ciò che è successo, ci mettono comunque a conoscenza dell’accaduto»(corsivo mio).

 Ecco di nuovo in azione la metodologia fideistica di Desbois.

 Il suo testo continua così:

 «A questo punto, recupero lo scritto di un sopravvissuto, Wells. Quest’ebreo lavorò nel campo di Janowska, un campo di sterminio a Leopoli. Libro alla mano, seguo l’itinerario che descrive, finché arriviamo nello stesso bosco. Un’altra conferma»(corsivo mio).

 Prima di commentare quest’ultimo paragrafo, è importante riportare la testimonianza “oculare” di “Adolf”:

 «“E le esecuzioni degli italiani ?”.

 “Erano in uniforme con i loro cappelli con la penna; i poveretti non sapevano che stavano per ucciderli e si sono spogliati tranquillamente. I vestiti sono stati buttati nelle casse. Dato che avevano paura che potessero scappare, c’erano più tedeschi del solito. Comunque, sono stati condotti davanti alle fosse come al solito. Ci siamo stupiti di come fossero rassegnati» (p. 135).

 Il traduttore dell’edizione italiana del libro di Desbois, Carlo Saletti, informa in nota:

 «Secondo i riscontri emersi nel corso delle ricerche delle commissioni d’ inchiesta sovietiche, i tedeschi avrebbero assassinato nelle settimane successive all’8 settembre nei siti utilizzati a Leopoli per le esecuzioni di massa qualche migliaio di militari italiani. La notizia fu rilanciata da fonti sovietiche nel 1986-87, provocando scalpore nel nostro paese. L’allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini istituì una commissione d’inchiesta volta a far luce sull’attendibilità di queste informazioni. […]. I risultati della commissione d’inchiesta misero in dubbio i presunti eccidi» (nota 47 a p. 133).

 Su questo tema Erika Lorenzon ha scritto:

 «Il dibattito che lo accompagnò contribuì a far guadagnare all’internamento nel Reich un nuovo interesse pubblico, con numerosi interventi sui principali quotidiani italiani. “Mentre le precedenti denunce avevano avuto un’eco limitata, i comunicati del gennaio 1987 venivano ampiamente ripresi e dibattuti dai mass media italiani, suscitando insieme un’ondata di emozioni e di interrogazioni: le rivelazioni sovietiche, opportunamente verificate, potevano gettare luce sul destino di migliaia di militari dati per dispersi sul fronte orientale. Il ministero della Difesa, allora retto da Giovanni Spadolini, costituiva, così, una commissione di indagine, presieduta prima dal sottosegretario Tommaso Bisaglio, poi dal senatore Angelo Pavan” insieme ad autorità militari ed intellettuali che la guerra l’avevano fatta, quali Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli. Nel giugno dell’anno successivo, essa pubblicò i suoi risultati in una relazione in cui si dichiarava che “l’eccidio di Leopoli perpetrato contro militari italiani è da ritenersi classificabile fra gli eventi asseriti ma che a tutt’oggi non risultano fondamentalmente provati”; ad essa però si contrappose la relazione di minoranza sottoscritta da Lucio Ceva, Rigoni Stern e Revelli, la quale riteneva che l’eccidio non potesse essere escluso “pur sussistendo ancora ragionevoli dubbi che impediscono di affermarlo senz’altro provato[18].

 Ma un evento asserito e non provato è solo una diceria, perciò sia le testimonianze addotte dai sovietici, sia quelle “concordanti” evocate da Desbois non hanno alcun valore di prova. In pratica, il buon prete ha raccolto soltanto delle dicerie concordanti.

 Sulla presunta «conferma» di Wells ritornerò sotto.

7) Segreto di Stato e segreto di Pulcinella

 Desbois rivendica anche questa “scoperta”:

 «Altro elemento capitale: abbiamo demolito il mito di una Shoah segreta all’est. In effetti, le esecuzioni avvengono alla luce del giorno, nel villaggio o appena fuori»[19].

 Ciò sarebbe dimostrato dagli ucraini precettati dai tedeschi come aiutanti nelle esecuzioni.  Desbois afferma esplicitamente che

 «i tedeschi non eliminavano i precettati dopo il loro lavoro, non temendo evidentemente che il segreto delle uccisioni potesse essere svelato. Questi precettati non erano poliziotti ucraini, né collaboratori, né ausiliari; per la maggior parte erano ragazzi, tanto maschi quanto femmine, o ragazzini, che venivano utilizzati per uno o due giorni dopo essere stati prelevati da casa, di buon mattino, da un uomo armato. Non erano tra coloro che osservavano dalla finestra le colonne di ebrei in marcia verso le fosse o che si erano arrampicati su un albero o nascosti dietro un cespuglio. Spesso erano già sul sito, ben prima delle fucilazioni, restando a fianco degli ebrei e dei loro assassini, alcune volte a pochi metri da loro, seduti sull’erba»(pp. 99-100).

 Egli precisa inoltre che «in alcuni casi, si giunse a impiegare più di centocinquanta giovani come manodopera»(p. 100) e ribadisce che i precettati non venivano uccisi (p. 136, 178). Dunque non c’era alcun segreto da custodire.

 Tuttavia i precettati, secondo Ivan Lichnitski, per ordine dei tedeschi,

  «prendevano dei secchi vuoti e ci battevano sopra per fare rumore, perché non si sentissero i colpi e le grida»(p. 183).

 Questo testimone dichiara inoltre di essersi nascosto nel solito granaio prospiciente al luogo dell’esecuzione, sicché vide ciò che accadde. All’osservazione «è un miracolo che non siate stati ammazzati», rispose:

 «Eccome. Ci hanno anche visti, e ci hanno sparato contro, ma grazie a Dio non ci hanno presi» (p. 176).

 Dal che si deduce che i tedeschi lasciavano liberi i testimoni oculari diretti, che osservavano l’intero corso delle esecuzioni «restando a fianco degli ebrei e dei loro assassini, alcune volte a pochi metri da loro, seduti sull’erba» e venivano riprecettati all’esecuzione successiva (pp. 177-178), ma sparavano contro chi le osservava occasionalmente, parzialmente  e da lontano!

8) Desbois e il testimone Wells-Weliczker

 Desbois racconta il suo incontro a New York con Leon Wells, alias Weliczker, autore di un libretto intitolato Brigada Śmierci. Pamiętnik (La brigata della morte. Diario), Łódź, 1946, pubblicato in italiano nel 1960 col titolo Comando speciale 1005, Editori Riuniti, Roma.

 Egli scrive al riguardo:

 «Considero la sua opera, che ci serve ormai da anni come guida, oltre che una delle prime testimonianze, un libro di storia, e non credevo che il suo autore fosse ancora in vita» (p. 137, corsivo mio).

 In un altro articolo analizzerò questo presunto libro di storia.

 Qui mi limito ad esaminare le risposte di Weliczker a Desbois, che enumero per comodità di discussione.

 «Racconta del commando ebraico che ha bruciato altri ebrei. Mi dice che i tedeschi lo avevano soprannominato Baby [20]. All’epoca era poco più che adolescente [21].

 Gli chiedo: “Lei cosa faceva, Baby?”.

 [1] “Io mi occupavo dei denti d’oro degli ebrei che avevamo dissotterrato, li raccoglievo in un sacchetto che consegnavo ai tedeschi, la sera.

 [2] È andata avanti per un bel po’, perché c’erano novantamila corpi.

 [3] C’era anche un mio amico, più giovane, che chiamavano Tzaler[22], “contabile”. Era incaricato di contare i corpi, alla fine della giornata, e di annotarne il numero su un piccolo quaderno”.

 “Contava i corpi? E cosa gli è successo?”.

 Appare turbato. “Naturalmente l’hanno ucciso”. Gli dico che mi era noto che i contabili venivano eliminati.

 “Sì”, riprende, “proprio perché non restasse traccia dei numeri”.

 [4] “Vi facevano dormire sotto dei teli da tenda, per evitare che vedeste che quelli che ammazzavano erano ebrei?”.

 [5] “Sì, ma io, che ero il più piccolo, riuscivo a vedere qualcosa tra i teloni. Vedevo le esecuzioni e, dopo, si doveva uscire, spogliarli e bruciarli. È durata sei [23] mesi”».

 Punto [1]. Nel suo libro Weliczker non parla in modo specifico di «denti d’oro», ma di  «metalli preziosi, come oro e platino», che non venivano «dissotterrati», ma trovati tra le ceneri della cremazione e messi non in un  in «sacchetto», ma in un «setaccio speciale»; in tutto ciò Weliczker non svolgeva alcuna mansione, perché «a sera il brigadiere [24] lo portava su [il setaccio pieno di metalli preziosi], consegnandolo al caposquadra» [25]. Il recupero dei metalli prezioni veniva eseguito dalla «colonna della cenere», di cui Weliczker non faceva parte.

 Punto [2]. La cifra di 90.000 cadaveri non è menzionata nel libro, risulta dalla somma delle cifre menzionate, complessivamente circa 5.100 [26], più «migliaia»[27], un ordine di grandezza ben lontano da 90.000. Questa cifra è per di più in contrasto con le procedure descritte da Weliczker. Egli afferma infatti che nel giugno 1943 ci vollero tre giorni per eliminare 700 cadaveri (esumazione, cremazione, setacciamento delle ceneri, riempimento e livellamento delle fosse comuni)[28] e altri tre giorni per eliminare 750 cadaveri in agosto[29], sicché la media era di 250 cadaveri al giorno, esclusa la domenica, che era giorno festivo![30]. Ne consegue che l’eliminazione di 90.000 cadaveri avrebbe richiesto 360 giornate lavorative, 420 giorni incluse le domeniche, cioè 14 mesi. Ma Weliczker rimase nella “brigata della morte” solo per 5 mesi.

 Punto [3]. Al riguardo nel libro di Weliczker si legge quanto segue:

 «Dall’altra parte il Contabile, con in mano carta e matita. Aveva l’incarico di annotare il numero dei cadaveri che venivano cremati. Ai poliziotti non poteva dire quanti ne erano stati bruciati nel corso della giornata. La sera doveva presentare all’untersturmfuehrer un rapporto dettagliato. Non doveva però ricordare quanti cadaveri erano stati bruciati nei giorni precedenti. Se il giorno successivo lo untersturmfuehrer glielo chiedeva doveva dire di esserselo dimenticato»[31].

 Nessun accenno alla fucilazione del «contabile». D’altra parte, l’eventuale fucilazione dei «contabili» non sarebbe stata affatto sufficiente affinché «non restasse traccia dei numeri». Questa storia è infatti alquanto ingenua: il «contabile» avrebbe potuto facilmente comunicare ogni sera il numero dei cadaveri cremati a Weliczker stesso, che, a suo dire, teneva regolarmente un diario:

 «Qualche giorno dopo tirai fuori e riordinai gli appunti che avevo steso durante la mia permanenza nella “brigata della morte”. Debbo questo diario alla mia mansione di guardiano della baracca: avevo in consegna la carta e le matite che servivano ai “contabili” per annotare ogni giorno il numero dei cadaveri gettati nel fuoco»[32].

 Dunque egli aveva contatti diretti con i “contabili” proprio in virtù della sua mansione; poiché la stesura di un diario da parte sua aveva la palese finalità di raccogliere materiale di prova contro i tedeschi, egli avrebbe potuto trascrivere con tutto comodo il numero giornaliero dei cremati e presentare nel suo diario una statistica completa delle cremazioni.

 Punto [4]. La motivazione suggerita da Desbois e dichiarata vera da Weliczker del fatto che la “brigata della morte” dormiva sotto tende (cioè per evitare che vedessero le uccisioni di ebrei) è smentita dal libro stesso, che dice:

 «Descriverò l’aspetto e l’organizzazione del nuovo lager. Ogni tenda era lunga nove metri e larga sei. In una tenda abitavano ottanta uomini; il resto era stato sistemato nell’altra, che era destinata al “seguito”, specialisti, uomini del servizio e alcuni operai che, nella grande maggioranza, non aveva a che fare con i cadaveri, almeno direttamente. Un terzo della seconda tenda venne occupato da una piccola officina, che era divisa dal  resto della tenda da una parete. Avevamo anche la luce elettrica»[33].

 Le tende avevano dunque semplicemente una funzione logistica, poiché servivano per alloggiare uomini e materiali.

 Punto [5]. Nel libro la scena si svolge nelle baracche, le cui porte erano state coperte «con delle mantelline»:

 «Alcuni di noi guardarono attraverso le fessure del tetto, e riferirono agli altri»[34].

 Successivamente Weliczker dice che, dopo la costruzione delle tende, durante le esecuzioni, gli uomini della “brigata” venivano costretti ad entrarvi per non assistervi, ma in questa occasione non dichiara che qualcuno spiava dalle fessure, riferisce invece ciò che «si udiva»[35].

 Le contraddizioni sono molte e palesi, ma, nonostante ciò, Desbois non ha avuto nulla da eccepire.

 Eppure, a suo dire, il libretto di Weliczker gli serviva «ormai da anni come guida», sicché, c’è da presumere, lo conosceva quasi a memoria.

 Torniamo ora alla presunta «conferma» da parte di Weliczker della fucilazione di soldati italiani. Seguendo l’itinerario da lui descritto, Desbois sarebbe giunto «nello stesso bosco», cioè nel bosco di Lysynytchi, alle porte di L’viv. In realtà il libro di Weliczker non menziona né il bosco di Lysynytchi, né cadaveri di soldati italiani. A suo dire, le esumazioni-cremazioni sarebbero avvenute in una «grande e profonda gola» fino al 18 agosto 1943 [36], nella foresta di Krzywicki [37], a Wólka [38], Jaryczow [39], Piaski [40] e Szczerce [41]. Perciò esso non «conferma» proprio nulla.

 Il colmo è che Desbois, scrivendo a p. 134 che

 «il bosco di Lysynytchi è stato il teatro di un eccidio che è costato la vita a più di 90.000 persone»,

 riprende una testimonianza orale di Weliczker che è assolutamente contraddetta dalla sua testimonianza scritta!

 Omissioni e menzogne: un altro «accomodamento con la verità»!

 

Il "tesoro" del prete! Click...

Il “tesoro” del prete! Click…

9 ) Le “prove del genocidio”: i bossoli!

 Desbois descrive così la sua geniale intuizione:

 «Non chiudo occhio per tutta la notte. Anche i tedeschi avranno abbandonato i bossoli? Devo controllare gli archivi. Mi metto a cercare sui documenti tedeschi e sovietici. Chiedo ad alcuni specialisti, studio le registrazioni delle testimonianze esistenti. Nessuna traccia del fatto che i tedeschi raccogliessero i loro bossoli. Un barlume di speranza! Mi convinco che devono esserci i bossoli, che sono ancora nascosti nel suolo ucraino e che là dove c’è un bossolo, c’è un crimine» (pp. 69-70, corsivo mio).

 Un altro principio metodologico aberrante, l’applicazione del quale da parte del buon prete sfocia nel ridicolo:

«I tedeschi non utilizzavano più di un colpo per ammazzare un ebreo. Trecento bossoli, trecento proiettili: qui sono state fucilate trecento persone. Lo sconcerto non mi abbandona. Non c’è un solo bossolo russo. Sono così flagranti, così tangibili le prove del genocidio!»(pp. 70-71, corsivo mio).

 Ma se bisogna prendere sul serio la storia della «Sardinenpackung» col corollario dell’uccisione con colpo alla nuca mediante fucili mitragliatori russi, l’assenza di bossoli russi sarebbe una prova contro il genocidio!

 A p. 72 Desbois asserisce :

 «Quel giorno, al ristorante contiamo seicento bossoli. Guillaume sale sul tavolo per fotografarli dall’alto. Mi rendo conto che abbiamo il dovere di raccogliere tutte queste tracce, le tracce dei crimini, tutti questi bossoli, che sono altrettante prove della Shoah per fucilazione»(corsivo mio).

 Ecco dunque che delle semplici “tracce”, meno che indizi, si trasformano fideisticamente in “prove”!

 D’altra parte, il principio “un bossolo-un morto” è smentito sia da Desbois stesso, sia da alcuni suoi testimoni. Egli ha infatti scritto:

 «I metodi utilizzati da queste unità mobili di uccisione variavano. In generale, le vittime una volta radunate, venivano allineate sul bordo di una fossa comune e uccise con un colpo alla nuca o con un mitra. Mortalmente ferite, cadevano nella tomba. Ma Blobel non amava questa procedura. Dopo la guerra dichiarò che aveva personalmente rifiutato di utilizzare “degli specialisti del colpo alla nuca” per non imporre ai suoi uomini “responsabilità personali”. Ohlendorf, Blobel e Haensch avevano dichiarato di aver preferito fucilazioni in massa a distanza» [42].

 Per Desbois, dunque, le dicerie raccontate dai testimoni e i bossoli sono «prove convergenti del genocidio», i bossoli «prova tangibile del massacro avvenuto»(p. 75).

 Egli però si rende ben conto della futile inconsistenza di queste “prove”, ma – e questo è il problema fondamentale delle sue ricerche – «non potendo aprire le fosse» (p. 76), deve accontentarsi di mere tracce superficiali, siano bossoli o indicazioni di testimoni.  Ma perché non si possono aprire le fosse?

 

10) Le fosse comuni

 Desbois racconta che il 5 ottobre 2006 si recò a Londra per incontrare il rabbino Schlesinger:

 «Il rabbino si siede lentamente, serio e silenzioso, e prende a esaminare diversi scritti, redatti a mano e in yiddish su dei fogli gialli e bianchi, che sono stati disposti per tempo sul tavolo. Si tratta di pareri della giurisprudenza rabbinica ortodossa internazionale riguardanti le disposizioni relative ai corpi degli ebrei uccisi durante la Shoah. Tenendo in mano un foglio giallo, solleva gli occhi e mi spiega in inglese che è stato stabilito che gli ebrei assassinati dal III Reich siano considerati tsadiqim, dei “santi”, e che è accordata loro la pienezza della vita eterna. Per questo, la loro tomba, sia dove sia, se sotto un’autostrada o sotto un giardino, deve essere lasciata intatta, affinché la loro pace non sia disturbata»(pp. 161-162).

 

rabbini inglesi e americani scavano una fossa per seppellire i resti RIESUMATI e TRASPORTATI.Popricani,Romania Aprile 2011

rabbini inglesi e americani scavano una fossa per seppellire i resti RIESUMATI e TRASPORTATI. Popricani, Romania Aprile 2011

rabbini inglesi e americani mentre inventariano i resti dei cadaveri contenuti in buste e scatole di carta.Popricani Romania Aprile 2011

rabbini inglesi e americani  inventariano i resti dei cadaveri contenuti in buste e scatole di carta. Popricani Romania Aprile 2011

[Le interpretazioni rabbiniche, evidentemente, valgono fino a mezzogiorno, infatti all’una si fa l’esatto contrario di quanto prescritto nei “pareri della giurisprudenza rabbinica ortodossa internazionale“! Le foto allegate lo provano senza dubbio alcuno. Evidentemente le disposizioni si “interpretano” e si ammettono deroghe funzionali alla “lotta al negazionismo” o al sempre presente e “crescente antisemitismo”! La verità è ben altra ! … semplicemente in questo caso, una quindicina di cadaveri, non si rischiava di patentare come falso storico alcunchè e falsari di Storia alcunchì, mentre nel caso del Desbois si rischiava  e rischia di NON trovare le decine di migliaia, centinaia di migliaia, “milioni” di ebrei pretesamente spallottolati dagli stakanovisti degli Einsatzgruppen… quindi di conseguenza niente  SOLDI dei finanziamenti!!! Mica scemi! Olo]

 

I soliti rabbini sistemano i resti nella nuova fossa. PopricaniRomania-Aprile-2011

I soliti rabbini sistemano i resti nella nuova fossa. PopricaniRomania-Aprile-2011

Romania rabbini a fine del lavoro di cambio di luogo di sepoltura si provvede a coprire i resti. Popricani Romania Aprile-2011

Romania rabbini a fine del lavoro di cambio di luogo di sepoltura si provvede a coprire i resti. Popricani Romania Aprile-2011

Ma questi «pareri» erano già stati trasgrediti da Desbois qualche mese prima. Nel paragrafo “Agosto 2006. Indagine archeologica e riapertura delle fosse” (pp. 224-228) egli descrive infatti la riapertura delle fosse comuni di Bus’k, effettuata sotto la sorveglianza del figlio del rabbino Meshi Zahav, fondatore dell’organizzazione israeliana Zaka, che «assicura che le sepolture delle vittime degli attentati siano condotte conformemente alla legge ebraica»(nota 77 a p. 225).

 Desbois spiega che

 «la legge ebraica, la halakhah, precisa che in nessun caso i corpi devono essere spostati, trattandosi in particolare di vittime della Shoah. La tradizione ebraica ortodossa stabilisce che le vittime della Shoah riposano nella pienezza di Dio e che ogni spostamento dei loro residui turba il loro riposo. Così, l’archeologo potrà lavorare solo sullo strato superficiale dei corpi, avendo cura di non provocare spostamenti delle ossa»(p. 225).

 Non mi soffermo su questa singolare credenza, a metà strada tra la superstizione e la magia cerimoniale (da un lato i rabbini hanno il potere di far godere le vittime della Shoah della “pienezza di Dio”, dall’altro lo spostamento delle loro ossa “turba” questa pienezza, come se le ossa potessero influire sulle loro anime!) e passo subito alla motivazione della riapertura delle fosse: «affinché nessuno potesse più dubitare per la mancanza di riscontri materiali»(p. 224).

 Finalmente, dopo le chiacchiere dei testimoni e i bossoli, Desbois presenta veri e propri «riscontri materiali». Vediamo di che cosa si tratta. Dopo aver dichiarato che l’archeologo «stima»[sic] il numero delle fosse in 17 (che erano invece 15), Desbois dice che contenevano circa 1.750 persone, in maggior parte donne e bambini (pp. 225-226).

 Egli descrive poi le scoperte:

 «I corpi cominciano a tornare alla luce: uno, poi un altro, poi un altro ancora… Si riesce a stabilire se si tratta di un uomo, di una donna o di un bambino, e soprattutto la causa del decesso. I segni dell’impatto dei proiettili e la posizione dei corpi dimostrano che sono morti in seguito alla fucilazione o, in alcuni casi, perché finiti vivi nella fossa. Diversi gruppi femminili sono stati ritrovati nell’atto di proteggere i loro neonati dalle palate di sabbia. Sono tre settimane di macabre scoperte»(p. 226, corsivo mio).

 Tuttavia è egli stesso ad ammettere che «non è possibile condurre l’indagine come andrebbe fatta, dal momento che dobbiamo osservare la legge ebraica che ci vieta di spostare le ossa»(p. 227), il che significa che questa indagine, dal punto di vista medico-legale, non ha alcun valore.

 Si aggiunga che le affermazioni di Desbois sono in contrasto con quelle del testimone di Stanislav, il quale gli raccontò che gli ebrei

 «dovevano raccogliere le loro cose in un mucchio e, raggruppati in dieci o più, mettersi in ginocchio davanti alla fossa con il viso girato verso la fossa. Poi, li uccidevano con le mitragliette»(pp. 223-224).

 Questo metodo di esecuzione è incompatibile con i ritrovamenti menzionati da Desbois, in quanto presuppone lo spostamento dei cadaveri e la loro sistemazione lungo tutta la superficie della fossa comune; perciò la «posizione dei corpi» nella fossa non poteva dimostrare nulla, né scheletri di donne potevano essere ritrovati «nell’atto di proteggere i loro neonati dalle palate di sabbia».

 A p. 188 un testimone riferisce che «la Rada [il Parlamento ucraino] ha riconosciuto il genocidio del popolo ucraino durante la fame del 1932 e 1933»,  il cosidetto Holodomor,

 «la terribile carestia che colpì l’Ucraina sovietica tra il 1932 e il 1933. Si tratta della più grave catastrofe che si sia mai abbattuta sulla nazione ucraina durante la storia moderna, visto che essa significò la morte di diversi milioni di persone (le stime sono molto discordanti tra loro). Secondo diversi storici e lo stesso governo ucraino, la carestia è stata causata intenzionalmente dalla politica del dittatore sovietico Stalin, tanto da poter essere considerata un vero e proprio genocidio» [43].

 Ciò che è certo, è che i morti di questo genocidio furono enormemente di più di quelli della “Shoah mediante pallottole” e che morirono anche donne e bambini, ucraini ed ebrei. D’altra parte le fosse di Bus’k furono scoperte «in un vecchio cimitero ebraico».

Ma allora, senza un’indagine medico-legale, come si può affermare che le ossa in questione appartenevano ad ebrei fucilati dai tedeschi?

 

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 Stranamente, nell’appendice fotografica del suo libro, Desbois non pubblica alcuna fotografia né delle fosse riaperte, né delle ossa, ma solo 4 fotografie di bossoli (di cui 3 si riferiscono a Khvativ e una sola, che mostra meno di 30 bossoli, a Bus’k). Nella rete, però, qualche fotografia interessante si trova. Anzitutto una aerea, che mostra le 15 fosse (fotografia 1) [44].

  Fotografia 1

 Ecco il relativo commento:

 «Vista aerea del sito di Busk, nella regione di Lvov, dove furono localizzate 15 fosse comuni in un vecchio cimitero ebraico. Una perizia ordinata dal Memoriale della  Shoah nel 2006 ha dimostrato la presenza di vittime ebree uccise da pallottole tedesche tra il 1942 e il 1943. Su richiesta del memoriale della Shoah nell’agosto 2006 è stata effettuata una perizia sotto la responsabilità di Yahad-in Unum, dagli archeologi ucraini dell’Organizzazione civile Società di ricerca delle vittime della guerra [denominata] “Memoria” sotto la sorveglianza dell’organizzazione Zaka, garante del rispetto dei corpi delle vittime secondo la legge ebraica».

 

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In realtà, come ho spiegato sopra, non fu eseguita  alcuna «perizia». A titolo di confronto, si può assumere la vera perizia che i tedeschi fecero a Winniza, dove, nel giugno 1943, in tre diversi luoghi, scoprirono 97 fosse comuni con i cadaveri di 9.432 Ucraini assassinati dai Sovietici. Come nel caso di Katyn, i tedeschi raccolsero le risultanze delle indagini in una pubblicazione documentatissima di 282 pagine, articolata in tre parti:

 I. Parte medico-legale, che contiene

 a)  il “Rapporto del presidente della Società tedesca di medicina medico-legale e di criminalistica prof. Dott. Gerhard Schrader (direttore dell’Istituto di medicina legale e criminalistica dell’università di Halle-Wittenberg), che tratta, fra l’altro, di localizzazione delle fosse, recupero dei cadaveri, identificazione e determinazione dell’età dei cadaveri, ferite di arma da fuoco e causa della morte, proiettili e segni di spari ravvicinati, tipo e modalità delle esecuzioni, aspetto dei cadaveri e riscontri autoptici, determinazione del periodo della morte;

 

Originale-del-rapporto-tedesco-sulleccidio-di-Winniza. Click...

Originale del rapporto tedesco sulleccidio di Winniza. Click…

b)  due protocolli di dissezione di un cadavere e di un cranio;

 c)  il “Protocollo della Commissione medico-legale internazionale straniera del 15 luglio 1943” costuituita da 11 specialisti provenienti da Belgio, Bulgaria, Finlandia, Francia, Italia, Croazia, Olanda, Romania, Svezia, Slovacchia e Ungheria;

 d)  il “Protocollo di professori tedeschi di medicina legale di università tedesche del 29 luglio 1943”;

 II. Parte riguardante l’aspetto di polizia giudiziaria, che include tra l’altro la lista di 679 vittime identificate e una perizia dell’Istituto tecnico-criminale di Berlino sui proiettili trovati;

 III. Parte giuridica. L’ichiesta è corredata di 151 fotografie [45].

 L’inchiesta su Katyn [46], disponibile anche in rete[47], è una perizia altrettanto accurata.

[Ulteriori notizie cliccando QUI]

 Torniamo a Desbois.

 Dalla fotografia aerea del sito di Bus’k si può stimare che le 15 fosse (rapportando le loro dimensioni a quelle delle persone) erano piuttosto piccole e avevano una superficie complessiva di circa 300 metri quadrati.

 

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Un’altra immagine (fotografia 2), presa da terra, mostra le ossa in una fossa [48]. Si tratta della fossa più grande, con una superficie stimata di circa 40 metri quadrati. Un’altra fotografia ritrae Desbois sul bordo destro di questa fossa [49].

  Fotografia 2

 Gli scheletri non sono ammucchiati, ma relativamente diradati; anche a voler assumere una densità 4 scheletri ogni 3 metri quadrati, nelle 15 fosse comuni avrebbero trovato posto 400 cadaveri. Se esse ne contenevano 1.750, come pretende Desbois, significa che in ogni fossa c’erano (1.750 : 400 =) oltre 4 strati di cadaveri. Ma, non potendo spostare le ossa, Desbois e i suoi archeologi non potevano neppure sapere che cosa c’era sotto lo strato di scheletri riportato alla luce. Ma allora come hanno potuto stabilire la cifra di 1.750 scheletri?

 La risposta sta probabilmente nel fatto che, come ha sottolineato il prof. Edouard Husson, la summenzionata indagine

 «è giunta a confermare i racconti dei testimoni e l’inchiesta delle commissioni sovietiche del 1944-1945 riguardanti il massacro degli ultimi 1.700 ebrei» [50].

 Una “conferma” scontata.

 Egli ha aggiunto che i risultati dell’indagine

 «il 3 ottobre 2007 sono stati esaminati alla Sorbona da storici, specialisti delle armi della seconda guerra mondiale, esperti in balistica, specialisti di medicina legale, archeologi».

 Il risultato di quest’esame non dev’essere stato entusiasmante, se a due anni di distanza non se ne sa ancora nulla.

 Sta comunque di fatto che il buon prete, nella sua “indagine archeologica”, non si è curato neppure di indicare le dimensioni delle fosse comuni e, terminato lo studio, ha «dovuto» purtroppo

 «ricoprire le fosse con un bitume particolare, utilizzato per l’asfaltatura delle piste degli aeroporti, in modo da garantire che nessuno di quelli che vanno alla ricerca dell’oro possa più disturbare i morti nel loro riposo»(p. 227).

 Ma ciò «garantisce» anche che le fosse non verranno un giorno riaperte per effettuare una vera perizia medico-legale che permetta di accertare a chi appartenevano gli scheletri, quante persone erano, quando morirono, quale fu la causa della morte.

 Quanto ai testimoni di Desbois, bisogna chiedersi fino a che punto siano ricorsi anch’essi a piccoli «accomodamenti con la verità»: egli cercava fosse comuni ed essi gli hanno indicato fosse comuni.

 Di ebrei? Ciò l’«indagine archeologica» di Desbois esposta nel suo libro non lo ha dimostrato.  Il testimone Stanislav ha dichiarato inoltre che l’esecuzione di «più di mille» ebrei a Bus’k avvenne «per più di una settimana» nel maggio 1943 e che nel cimitero ebraico c’erano «circa dieci fosse» (pp. 223-224). Passi il numero delle presunte vittime e delle fosse, ma la sua affermazione che «l’esecuzione è durata più di una settimana» è in contrasto troppo stridente con quella olocaustica secondo la quale essa  avvenne il 21 maggio 1943[51], e con ciò poco si conciliano anche numero e dimensioni delle fosse, 8 delle quali avevano una superficie totale stimata di circa 100 metri quadrati, in media poco più di 12 metri quadrati. Perché i tedeschi avrebbero fatto scavare fosse così piccole se dovevano fucilare più di 1.700 persone tutte insieme?

 La fotografia 1 mostra che la maggior parte delle fosse erano contigue, separate l’una dall’altra da sottili pareti di terra: ciò fa pensare a scavi successivi piuttosto che simultanei; in questo caso le pareti divisorie sarebbero state abbattute per creare fosse più ampie.

Con ciò non affermo che le fosse in questione non possano contenere resti di ebrei fucilati dai tedeschi: dico semplicemente che Desbois non ha addotto alcuna prova al riguardo.

 11) Le cremazioni

 Nel capitolo 16 Desbois si occupa della presunta “azione 1005” cui ho già accennato sopra. Vi apprendiamo che

 «il III Reich decise di affidare a del personale tecnicamente molto preparato la distruzione delle tracce delle sue vittime»(p. 201, corsivo mio).

 Singolare giudizio su Blobel, che non aveva alcuna competenza nel campo della cremazione. Come ho rilevato altrove, all’epoca, secondo la storiografia olocaustica, la ditta Topf & Söhne, all’epoca la ditta tedesca più importante nella costruzione dei forni crematori, e il suo ingegnere capo Kurt Prüfer, un grande specialista della cremazione, prestavano ad Auschwitz la loro opera fiancheggiatrice dello sterminio ebraico. Nonostante ciò, le SS, per questa opera immane di cremazione di centinaia di migliaia di cadaveri, invece di consultare i veri tecnici della cremazione, anzitutto Prüfer stesso, o il suo collega ing. Fritz Sander, ideatore, nell’ottobre 1942, di un «Forno crematorio per cadaveri con funzionamento continuo per uso di massa» (Kontinuierlich arbeitender Leichen-Verbrennungsofen für Massenbetreib)[52], si sarebbero rivolte a un povero derelitto semialcolizzato che, rileva Desbois stesso, non aveva neppure fatto «studi di “architettura”», come invece dichiarò a Norimberga nel corso del processo degli Einsatzgruppen, ma aveva solo frequentato «una scuola statale d’insegnamento tecnico situata a Barmen-Eberfeld, dove aveva cominciato un semestre nel corso dell’inverno 1913-1914 prima di arruolarsi nell’esercito»[53].

 Desbois, incredibilmente, aggiunge:

 

Fonte http://www.collive.com/show_news.rtx?id=16697

Fonte http://www.collive.com/show_news.rtx?id=16697

 «L’operazione “1005” fu tenuta segreta, le SS comunicavano in codice con Berlino: il numero delle nuvole indicava quello delle fosse riaperte e la quantità di pioggia quella dei corpi che erano stati bruciati»(p. 201).

 Chi gli avrà mai raccontato questa panzana? Forse qualche vecchio testimone completamente rimbecillito? Mah!

 E se le fucilazioni erano state effettuate «alla luce del giorno», se la loro segretezza era un «mito», perché le cremazioni furono tenute segrete?

 Le unità operative dell’ “azione 1005”, a dire di Desbois, percorsero «approssimativamente gli itinerari seguiti dagli Einsaztgruppen» alla ricerca delle fosse comuni: ma di quante eliminarono le tracce? Su questo problema fondamentale, Desbois non si pronuncia, neppure “approssimativamente”. L’unica “prova”  che egli adduce è una fotografia che lo ritrae sulle rovine di un muretto in aperta campagna. Ecco la didascalia:

 «14 luglio 2006. Troviamo le tracce del pollaio nel quale sono stati bruciati i prigionieri sovietici impiegati nell’operazione “1005” »![54]

 Una prova veramente schiacciante! Così anche l’“azione 1005” è (fideisticamente) dimostrata.

12) Le trebbiatrici di Belzec

 Questa sì che è una “scoperta” sconvolgente. A Belzec un testimone anonimo («il figlio di uno di questi contadini» cui erano stati requisiti i cavalli dal comando del campo) raccontò a Desbois

 «di avere visto in funzione all’interno [del campo] delle trebbiatrici. I nazisti le utilizzavano per setacciare le ceneri e trovare l’oro dei denti»(p. 46).

 Storia rigorosamente veridica, perché fu “confermata” al buon prete nientemeno che da «un contadino» (non da suo figlio!), a Tomaszów, vicino a Belzec:

 «Il comandante del campo di Belzec aveva fatto requisire la mia trebbiatrice. Mi aveva dato una ricevuta dicendomi che avrei potuto riaverla più tardi. Passato qualche mese, visto che non arrivavano più treni di ebrei nel campo, sono andato all’entrata del campo con la ricevuta per avere indietro la macchina. I tedeschi mi hanno fatto entrare in un magazzino dove c’erano circa una decina di macchine come la mia. C’erano dei poveri ebrei che giravano le manovelle. Ma al posto del grano c’erano le ceneri degli ebrei».

 Di fronte a questa importantissime “prove materiali” attestate da ben due dicerie concordanti, Desbois ha fatto di tutto per accaparrarsele:

«Quel giorno, ho deciso di caricare su un furgone bianco tre di quelle macchine, una delle quali è ora esposta al Mémorial de la Shoah di Parigi»(p. 200).

 Al buon prete deve essere però sfuggito un dettaglio non propriamente irrilevante: secondo la storiografia ufficiale, a Belzec i denti d’oro venivano estratti alle vittime prima di essere inumate (e successivamente cremate). Al riguardo il testimone Rudolf Reder, in un libretto di “memorie” apparso nel 1946, dichiarò:

 «Lungo il percorso dalle camere a gas alle fosse, per alcune centinaia di metri, c’erano dentisti muniti di pinze. Fermavano i lavoratori che trascinavano i corpi, aprivano le bocche dei cadaveri, guardavano dentro ed estraevano l’oro, poi lo gettavano in un cestino»[55].

In compenso il contadino ha trovato qualcuno cui rifilare, senza dubbio dietro adeguato compenso, i suoi ferri vecchi.

 

13) Più morti, più fondi

 Desbois ha parlato così dei suoi finanziatori:

 «Siamo sostenuti enormemente da varie organizzazioni, la Fondazione per la memoria della Shoah soprattutto, e da Madame Veil che ci ha fatto conoscere nei media, nonché da altre fondazioni e personalità, anche del mondo cristiano. Tuttavia ci dobbiamo attivare per poter far quadrare il nostro bilancio, perché questo bilancio dipenderà dal fatto che si trovino o no i morti. Si è dunque costretti a dispiegare tutta una ricerca di fondi per giungervi, sapendo che tutta l’organizzazione è completamente trasparente»[56] (corsivo mio).

 

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[Nella foto Desbois e l’ebreo  klarsfeld serge, 2010… ]

In altre parole: più morti, più fondi. E più morti, più notorietà.

Ciò in base alla finzione secondo cui l’indicazione di un sito in superficie di presunte fosse comuni equivale alla scoperta di fosse comuni e dunque di morti. Desbois descrive con ostentazione le sue apparizioni pubbliche per esporre le sue “scoperte”. Egli si è presentato «ai rappresentanti della Claims Conference» a  New York (p. 122) e all’Holocaust Museum di Washington (p. 123). Al riguardo, molto modestamente, commenta:

 «In quest’incontro, davanti a tutti questi ricercatori, realizzo la portata delle mie scoperte sulla storia della Shoah. Uno dopo l’altro elencano con il loro linguaggio universitario ciò che io ho scoperto sul campo. Incontri come questo mi aiutano a prendere coscienza dell’importanza dei miei lavori. Mi è chiaro che le mie ricerche non possono più procedere in modo empirico, per quanto proficuo. Devo renderle più “professionali”»(p. 125).

 

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[ Eric de Rothschild , Memoriale della $hoah di Parigi,alla presentazione di  Shoah By Bullets del Desbois.]

Desbois descrive poi come raccolse gli elogi dei ricercatori tedeschi a Monaco (p. 126), di quelli israeliani allo Yad Vashem (p. 126) e di quelli francesi al Memoriale della Shoah di Parigi (pp. 126-127).  Non è dato sapere se ai procacciatori ucraini di siti di (presunte) fosse comuni vada soltanto la notorietà. E che dire della sua relazione al Museo dell’Olocausto di Washington, che, nel suo rapporto annuale 2007, riferisce che Desbois ha «identificato 700 fosse e luoghi di esecuzione» e che «stima che esistano più di 2.000 siti mai riconosciuti prima»?[57].

Forse a pensare male si fa peccato, ma non c’è dubbio che i presunti 1.300 siti ancora da scoprire rappresentano per lui fondi sicuri e rinnovata notorietà[58].

Per cancellare queste ombre che offuscano la sua alta figura morale gli basterà recarsi a Gaza con la sua carovana alla ricerca di bossoli israeliani: “un bossolo-un palestinese morto”.

 Allora, perlomeno, si potrà credere alla sua buona fede.

 

                                                                                                                   Carlo Mattogno

 Novembre 2009.

 
 Note:

 [1] Si veda il sito http://www.yahadinunum.org/

 [2] Consultabile in: http://www.docstoc.com/docs/7496059/Le-Monde–Des-Libres-19-06-2009.

 [3] Patrick Desbois, Levana Frenk, Opération 1005. Des techniques et des hommes au service de l’effacement des traces de la Shoah. Les études du Crif, 2005. Testo disponibile in : http://www.crif.org/pdf/etude_3_1ere.pdf.

 [4] Enziklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. A cura di Eberhard Jäckel, Peter Longerich, Julius H. Schoeps. Curatore principale: Israel Gutman. Argon Verlag, Berlino, 1993, vol. I, p. 10.

 [5] Una tale pretesa viene confutata nello studio che ho dedicato a questo tema: “Azione Reinhard” e “Azione 1005”. Effepi, Genova, 2008.

 [6] P. Desbois, L. Frenk, Opération 1005. Des techniques et des hommes au service de l’effacement des traces de la Shoah, op. cit., p. 5.

 [7] Exposition temporaire. Du 20 juin au 30 novembre 2007. Les fusillades massives en ukraine (1941-1944) :la Shoah par balles, http://www.memorialdelashoah.org/upload/medias/fr/CP_Ukraine.pdf.

 [8] R. Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Giulio Einaudi editore.Torino,1995, p. 1318.

 [9] Marsilio, Venezia, 2009.

 [10]  Vedi ad es. il vol. VII, p. 470 (conclusioni della commissione di inchiesta sovietica, e documento URSS-54) degli atti del processo di Norimberga, ed. tedesca.  Vedi anche: Robert Faurisson, “Katyn à Nuremberg”,  in :  Revue d’Histoire Révisionniste, n.2, agosto-settembre-ottobre 1990, pp. 138-144.

[11] Secondo l’Enzyklopädie des Holocaust, op. cit., vol. II, p. 823, a Simpefopol furono fucilati 1.500 krimchaki in data 9 dicembre 1941.

 [12] Vedi al riguardo il mio articolo Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp, in: http://ita.vho.org/BELZEC_RISPOSTA_A_MUEHLENKAMP.pdf

 [13] Father Patrick Desbois – Part 2: The Requisitioned , in:

 http://holocaustcontroversies.blogspot.com/2008/10/father-patrick-desbois-part-2.html

 [14] http://www.nizkor.org/ftp.cgi/places/ftp.py?places//latvia/rumbula/massacre.411130 e

 [15] http://www.rumbula.org/Chapter_8_Rumbula.doc

 [16] Nome italiano di L’viv;  Lwów  per i polacchi, L’vov (o Lvov) per i russi, Lemberg  per i tedeschi.

 [17] Une interview de Patrick Desbois, a cura di François Delpla, 4 giugno 2009, in:

 http://www.delpla.org/article.php3?id_article=415.

 [18] E. Lorenzon, Gli Internati Militari Italiani e la memoria di una “storia producente”, in: http://www.centrostudiluccini.it/pubblicazioni/memoriamemorie/1/internati.pdf.

 [19] Une interview de Patrick Desbois, a cura di François Delpla, 4 giugno 2009, in:

 http://www.delpla.org/article.php3?id_article=415.

 [20] Nel libro non c’è traccia di questo soprannome.

 [21] All’epoca della sua entrata nella “brigata della morte”, il 15 giugno 1943, Weliczker aveva 18 anni e 3 mesi, essendo nato il 10 marzo 1925.

 [22] Zahler significa “pagatore”; l’appellativo doveva essere Zähler, “contatore”.

 [23] Nel libro cinque mesi, dal 15 giugno al 20 novembre 1943. L. Weliczker, Comando speciale 1005, op. cit., p. 15.

 [24] Cioè il capo del Kommando.

 [25] L. Weliczker, Comando speciale 1005, op. cit., p. 35.

 [26] Idem, pp. 39, 47, 55, 59, 69, 77.

 [27] Idem, p. 23: «Era una fossa comune, con migliaia di cadaveri».

 [28] Idem, pp. 39-45.

 [29] Idem, p. 59.

 [30] Idem, p. 53, 57, 64.

 [31] Idem, p. 28.

 [32] Idem, p. 105.

 [33] Idem, p. 73.

 [34] Idem, p. 46.

 [35] Idem, p. 87.

 [36] L. Weliczker, Comando speciale 1005, op. cit., p. 23 e 59.

 [37] Idem, p. 67 e 72.

 [38] Idem, p. 75 e 77.

 [39] Idem, p. 77.

 [40] Idem, p. 88.

 [41] Idem, p. 90.

 [42] Patrick Desbois, Levana Frenk, Opération 1005. Des techniques et des hommes au service de l’effacement des traces de la Shoah. Les études du Crif, 2005, op. cit., p. 18.

 [43] Ambasciata dell’Ucraina nella Repubblica Italiana, Holodomor 1932-33 – Genocidio contro popolo, in: http://www.mfa.gov.ua/italy/itl/17215.htm.

 [44] Les fusillades massives des juifs en Ucraine  1941-1944. La Shoah par balles, in :

 http://www.memorialdelashoah.org/upload/minisites/ukraine/documents.htm

 [45]  Amtliches Material zum Massenmord von Winniza. Berlino, 1944.

 [46] Amtliches Material zum Massenmord von Katyn, Berlino 1943.

 [47] Amtliches Material zum Massenmord von Katyn, in: http://www.katyn.ru/index.php?go=Pages&in=view&id=831&page=0

 [48] Les fusillades massives des juifs en Ucraine  1941-1944. La Shoah par balles, in :   http://www.memorialdelashoah.org/upload/minisites/ukraine/exposition5-desbois.htm

 [49] Rapporto annuale 2007 del Museo dell’Olocausto di Washington, in:  http://www.ushmm.org/museum/press/annualreport/2007/report.pdf,

 [50] Rapport sur la création et le développement du Centre de ressources pour la recherche et l’enseignement sur la Shoah à l’Est (Paris-Sorbonne/Yahad-In Unum). Remis par le Professeur Edouard Husson au Professeur Georges Molinié, Président de l’Université Paris-Sorbonne. Settembre 2009,   in: http://www.shoahparballes.com/dl/2009/09/rapport-crers1.doc.

 [51] Querelle autour du Père Desbois, articolo citato.

 [52] Vedi al riguardo il mio studio Le camere a gas di Auschwitz. Edizioni Effepi, Genova, 2009, pp. 403-407.

 [53] Patrick Desbois, Levana Frenk, Opération 1005. Des techniques et des hommes au service de l’effacement des traces de la Shoah , op. cit., p. 9. Blobel soffriva di «una cirrosi al fegato causata senza dubbio dai suoi eccessi di alcol», p. 17.

 [54] Inserto fotografico fuori testo. La storiella è narrata alle pp. 205-206.

 [55] Roberto Sforni, Il sabba di Belzec. Edizioni Shtetl, Milano, 2004, p. 123

 [56] Père P. Desbois: « Nous avons aussi nos ennemis». Par Caroll Azoulay pour Guysen International News. 1° giugno 2009, in: http://www.guysen.com/articles.php?sid=10016.

 [57] In: http://www.ushmm.org/museum/press/annualreport/2007/report.pdf.

 [58] In una intervista fattaglia da  Caroll Azoulay  per Guysen International News il 1° giugno 2009, Desbois ha affermato che «per una esecuzione ufficiale ci furono talvolta 10 esecuzioni non dichiarate». Père P. Desbois: « Nous avons aussi nos ennemis», in : : http://www.guysen.com/articles.php?sid=10016.

 ( Fonte: www.studirevisionisti.myblog.it , le foto 1 e 2 sono parte del testo originale)

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