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Gen 06

0532 – Chiarimenti sulla questione delle camere a gas omicide…di Carlo Mattogno

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CHIARIMENTI SULLA QUESTIONE DELLE CAMERE A GAS OMICIDE

 

Di Carlo Mattogno (2009)

 

La foto NON è parte del testo originale.

                                   La foto NON è parte del testo originale

Essendomi giunte, tramite una lista di diffusione, al pari degli altri destinatari delle lettere, perplessità e obiezioni sulla questione delle camere a gas omicide, in particolare riguardo al campo di Belzec, ma anche su Auschwitz, e non avendo alcuna intenzione di impelagarmi in una sterile disputa privata, credo di fare cosa utile fornendo a tutti gli interessati i chiarimenti che seguono.

 

1) La dogmatica olocaustica sui campi di sterminio orientali

In un altro scritto ho presentato il seguente prospetto delle credenze olocaustiche sui campi di sterminio “puri”:

 

campo

camere a gas secondo

la storiografia olocaustica

numero delle vittime

secondo l’Enzyklopädie des Holocaust

prove documentarie e/o materiali

Chelmno 2 o 3 “Gaswagen” 152.000-320.000 nessuna
Belzec 3, poi 6 600.000 nessuna
Sobibor 3 250.000 nessuna
Treblinka 3, poi 6 o 10 738.000 nessuna
                totale 23 o 28 1.740.000-1.908.000 nessuna

 

Dunque, secondo la Holocaustica Religio, bisognerebbe credere che esistettero da 23 a 28 camere a gas (mobili e fisse), le quali sterminarono da 1.740.000 a 1.908.000 persone, senza la minima prova documentaria o materiale, soltanto sulla base di testimonianze! E quali testimonianze! A titolo di esempio, sotto riassumo quella che è stata per anni fondamentale (e per molti lo è ancora) sul campo di Belzec.

Se qualcuno ci vuole credere, faccia pure. Ma non si invochino “prove” o “argomenti”: questo è soltanto dogmatismo fideistico. Un dogmatismo totalitario e intollerante, come testimoniano la vicenda del vescovo Williamson e le galere austriache e tedesche che ospitano gli eretici revisionisti.

 

2) Il caso di Belzec

Su questo campo ho scritto tre saggi:

Belzec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi, Genova, 2006.

Un nuovo libro olocaustico su Belzec e la sua fonte. Considerazioni storico-critiche. Effepi, Genova, 2007.

Belzec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp, in:

http://ita.vho.org/BELZEC_RISPOSTA_A_MUEHLENKAMP.pdf

Sarebbe bene che chi li critica, prima li leggesse, dato che di solito si attingono da siti olo-americani obiezioni cui in questi scritti ho già ampiamente risposto.

L’obiezione classica è questa: se gli Ebrei deportati a Belzec, Sobibor e Treblinka non sono stati gasati in questi campi, dove sono finiti?

Sottolineo anzitutto che il problema essenziale è quello delle camere a gas omicide. Secondo una prospettiva minimalista, si potrebbe perfino concedere che questi deportati siano stati assassinati, ma risulterebbe comunque non dimostrato che ciò sarebbe avvenuto in camere a gas omicide come asserito dai testimoni, e tutti i dubbi sorgono appunto dall’inconsistenza delle testimonianze.

D’altra parte, finché ciò non sarà dimostrato, non risulterà dimostrato neppure  che questi deportati siano stati assassinati. E questa è la prospettiva massimalista. Il fulcro della questione resta pertanto incentrato sulle camere a gas e sulle relative testimonianze, talché una tale obiezione costituisce soltanto un problema secondario, come spiegherò meglio sotto.

Circa le deportazioni ebraiche all’Est, con certezza, si sa soltanto che oltre 70 trasporti, con almeno 71.000 ebrei furono inviati direttamente a ed altre località orientali tra il novembre 1941 e il novembre 1942. A partire dal marzo 1942, almeno 72 trasporti ebraici provenienti dal ghetto di  Theresienstadt, da Vienna, dalla Slovacchia, dal Vecchio Reich, con oltre 87.000 ebrei, furono deportati nel distretto di Lublino, per essere poi trasportati nei territori orientali occupati.

I documenti parlano genericamente di trasferimento o deportazione o evacuazione o emigrazione all’Est o nell’Est russo, senza specificare le località.

Due documenti, relativi ad Auschwitz, sono perlomeno eloquenti.

Il 15 settembre  il ministro degli armamenti Albert Speer e  il capo dell’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (WVHA) Oswald Pohl concordarono che, nel quadro della «migrazione [ebraica] all’Est» (Ostwanderung), gli ebrei abili al lavoro sarebbero stati trattenuti ad Auschwitz, gli inabili avrebbero continuato il loro viaggio all’Est[1]. E un rapporto dell’ SSUntersturmführer Ahnert su una riunione che si era tenuta il 28 agosto 1942, con riferimento ai trasporti ebraici che passavano per Auschwitz, si parla di acquisto di baracche per un campo che doveva essere costruito in Russia e si precisa: «Il trasporto delle baracche può essere attuato in modo che da ogni treno siano portate 3-5 baracche»[2].

Per maggiori ragguagli rimando al mio studio Raul Hilberg  e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia (2008)[3].

Secondo alcune fonti, le SS pensavano anche alla bonifica dei territori paludosi del Pripjet, che si estendevano tra Polonia orientale e la Rutenia Bianca, come è attestato, tra l’altro, da due studi che apparvero nel dicembre 1941 e nel giugno 1942 nella Zeitschrift für Geopolitik (Rivista di Geopolitica): Le paludi del Pripjet come problema di drenaggio, di Richard Bergius, e  Propjet-Polesia, territorio e abitanti, di Hansjulius Schepers[4]. Inoltre l’idea dell’impiego della manodopera ebraica per una rete di canali che collegassero il Mar Nero al Mar Baltico (Wasserstraßenverbindung) era già stata avanzata da Alfred Rosenberg l’8 maggio 1941 in una direttiva per un commissariato del Reich nei territori orientali[5]. Gli Ebrei dovevano comunque trovare una collocazione nel quadro del Generalplan Ost, che prevedeva una risistemazione dei territori orientali secondo criteri razziali.

 

3) L’importanza del Führerbefehl (ordine del Führer)

Le deportazioni vanno inquadrate nel contesto della politica nazionalsocialista di emigrazione- evacuazione ebraica, che era stata teorizzata da Hitler fin dal 1919 e fu ufficializzata e attuata dalla fine del 1936 con la creazione di un  “Servizio per le questioni ebraiche” presso il Servizio di Sicurezza delle SS preposto alla preparazione di un’emigrazione in massa degli Ebrei tedeschi. Il 24 giugno 1940 Heydrich, che era capo del RSHA (Reichssicherheitshauptamt: Ufficio centrale di Sicurezza del Reich) e incaricato della “soluzione finale” della questione ebraica in Europa, scrisse al ministro degli Esteri Joachim Ribbentrop che dal 1° gennaio 1939 era riuscito a far emigrare dal territorio del Reich oltre 200.000 Ebrei, ma il problema totale costituito dai circa circa 3.250.000 Ebrei nei territori all’epoca sotto sovranità tedesca non poteva più essere risolto mediante emigrazione (durch Auswanderung). Si rendeva perciò necessaria una soluzione finale territoriale (eine territoriale Endlösung)[6]. Ciò fu all’origine del ben noto «Progetto Madagascar» (Madagaskar-Projekt), che fu ufficialmente abbandonato, per il protrarsi della guerra, il 10 febbraio 1942.

Pochi giorni prima, il 20 gennaio, Heydrich, alla conferenza di Wannsee, aveva comunicato al suo uditorio che

«il Reichsführer-SS e capo della Polizia tedesca, in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est, ha proibito l’emigrazione degli Ebrei. All’emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione, previa autorizzazione del Führer, è ormai subentrata l’evacuazione degli Ebrei all’Est»[7].

L’emigrazione ebraica fu proibita da Himmler solo il 23 ottobre 1941, oltre due anni dopo lo scoppio della guerra[8]. (La conferenza di Wannsee era stata originariamente programmata per il 9 dicembre 1941[9]).

Il 21 luglio 1942 Martin Luther, un funzionario del Ministero degli Esteri, redasse un importante memorandum che conferma pienamente l’ordine di evacuazione:

«Alla conferenza [di Wannsee] il Gruppenführer Heydrich spiegò che l’incarico del Reichsmarschall Göring gli era stato affidato per ordine del Führer e che il Führer al posto dell’emigrazione aveva ormai autorizzato come soluzione l’evacuazione degli ebrei all’Est (und dass der Führer anstelle der Auswanderung nunmehr die Evakuierung der Juden nach dem Osten als Lösung genehmigt habe)».

In base a quest’ordine, spiegava Luther, fu intrapresa l’evacuazione degli Ebrei dalla Germania. La destinazione era costituita dai territori orientali via Governatorato Generale:

«L’evacuazione nel Governatorato generale è un provvedimento provvisorio (eine vorläufige Massnahme). Gli Ebrei saranno trasferiti ulteriormente nei territori orientali occupati (die Juden werden nach den besetzten Ostgebieten weiterbefördert) appena ce ne saranno i presupposti tecnici»[10].

Ho riassunto molto sommariamente ciò che ho documentato nello studio citato sopra Raul Hilberg  e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, pp. 6-14.

Se si prescinde da questo contesto storico, il presunto ordine di sterminio ebraico di Hitler ne risulta sottovalutato e banalizzato.

Che importa che non sia stato trovato un ordine scritto? – si afferma. L’ordine fu impartito verbalmente.

Qualcuno ritiene anzi che l’argomento della mancanza di un ordine scritto sia un’arma a doppio taglio:

«I “negazionisti” fanno della mancanza di un ordine scritto di sterminio da parte di Hitler uno dei loro cavalli di battaglia. I loro detrattori rispondono che, in un regime come quello nazista, Hitler non poteva non sapere della messa in atto della “soluzione finale”. Ora si da il caso che gli stessi detrattori dei “negazionisti” utilizzano l’argomento della mancanza di un ordine scritto di Pio XII per aprire i conventi agli ebrei perseguitati nei paesi occupati per negare (sì, anche loro sono a modo loro “negazionisti”) il pronto aiuto che quel santo Papa e la Chiesa hanno effettivamente dato agli israeliti, riducendo ogni episodio alla buona volontà di singoli cristiani o di singoli gruppi di cristiani ma senza sollecitazione da parte della Gerarchia. È evidente la faziosità di questo modo di fare storia che pretende sempre e comunque una prova scritta: la mancanza dell’ordine scritto non può essere usata per “assolvere” Hitler ed al tempo stesso “condannare” Pio XII o, viceversa, “condannare” Hitler ed “assolvere” Pio XII. Se Hitler non poteva non sapere, è evidente che anche Pio XII non poteva non sapere quanto si stava facendo nell’intera Chiesa, in Europa, e persino nella sua diocesi di Roma, per salvare gli ebrei»[11].

Qui c’è un duplice equivoco. Sul primo, che  riguarda la questione della prevalenza del documento sulla testimonianza, ho già chiarito il mio punto di vista[12]. Aggiungo che questo principio metodologico non implica affatto che si debba pretendere  «sempre e comunque una prova scritta», perché esistono altre prove, oltre quelle documentali (considerando in senso stretto il documento come uno scritto), soprattutto quelle materiali. Ad esempio il DNA che inchioda un assassino, o fosse comuni a Belzec con almeno 434.000 cadaveri, che inchioderebbero i revisionisti, se fossero stati trovati nel corso delle locali indagini archeologiche.

Non si tratta dunque della «faziosa» richiesta di una prova scritta, ma della più che «legittima» richiesta di una qualunque prova, documentale o non documentale.

Il secondo equivoco riguarda il reale significato e la reale portata storiografica dell’ordine di sterminio.

Lasciando da parte il fatto che la storiografia olocaustica non è d’accordo neppure su un ordine verbale  – basti solo pensare alle teorie del «cenno della testa» di Martin Broszat e Christopher Browning o a quella parapsicologica della «lettura di pensieri concordanti» di Raul Hilberg -, la questione essenziale è questa: quando, come e perché la politica nazionalsociasta di emigrazione-evacuazione fu abbandonata e sostituita da una politica di sterminio? L’ “ordine del Führer”, infatti, dovrebbe coincidere con questa svolta epocale e determinarla.

La storiografia norimberghiana aveva supposto, secondo le dichiarazioni di Rudolf Höss, che il presunto ordine di sterminio ebraico fosse stato impartito nel giugno 1941. Le insuperabili contraddizioni storiche insite in tale congettura portarono la nuova storiografia ad una revisione radicale della datazione dell’ “ordine del Führer”. Nel 1999 Karin Orth, nell’articolo Rudolf Höss e la “soluzione finale della questione ebraica”. Tre argomenti contro la sua datazione all’estate del 1941[13], la posticipò al giugno 1942, ipotesi del resto già formulata da Pressac.

Ma allora come si spiega l’istituzione del “campo di sterminio” di Belzec nel marzo 1942, tre mesi prima dell’ “ordine del Führer”? Per ordine di chi e perché fu creato?

 

4) Globocnik e il Generalplan Ost

La faccenda è complicata ulteriormente dal fatto che il 17 luglio 1941 il capo dell’ “azione Reinhardt” (la pretesa operazione di sterminio ebraico nei campi di Belzec, Sobibor e Treblinka, ma anche di Lublino-Majdanek), l’SS- Brigadeführer Odilo Globocnik, che era SS-und Polizeiführer di Lublino, fu nominato da Himmler «Incaricato della costruzione di basi delle SS e della Polizia nel nuovo territorio orientale» (Beauftragte für die Errichtung der SS- und Polizeistützpunkte im neuen Ostraum). Questa nomina rientrava nel Generalplan Ost. In una nota redatta il 21 luglio 1941, punto 13, Himmler ordinò che l’incaricato del Reichsführer-SS doveva mettere in atto entro l’autunno la catena di comando «per la costruzione di basi delle SS e della Polizia nel nuovo spazio orientale»[14]. Come scrive lo storico olocaustico Jan Erik Schulte, «anche altri ordini impartiti da Himmler a Lublino rendono evidente che egli voleva impiegare i detenuti per provvedimenti legati alla colonizzazione dell’Est»[15].

In tale contesto fu istituito il campo di Lublino. Il 1° novembre 1941 l’SS-Oberführer Hans Kammler, capo dell’Amt II-Bauten (Ufficio II-Costruzioni) dell’ SS-Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio Centrale Bilancio e Costruzioni) inviò alla Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei di Lublino l’ordine postdatato di costruzione del campo, che doveva servire come centro di raccolta di manodopera (prigionieri sovietici) per il Generalplan Ost.

Il 26 novembre, Globocnik, nella sua qualità di «Incaricato della costruzione di basi delle SS e della Polizia nel nuovo territorio orientale», ordinò alla Zentralbauleitung di Lublino «la costruzione di un campo di transito per rifornimenti (Durchgangsnachschublager) per lo Höhere SS- und Polizeiführer di Russia Sud e Caucasia che comprendeva 13 baracche, di cui 11 erano magazzini[16]. Il campo fu completato e consegnato l’11 settembre 1942[17]. Esso era destinato a rifornire i vari uffici addetti alle costruzioni nei territori orientali.

Ma al novembre 1941 risale anche la costruzione del campo di Belzec. Allora:

– poiché nessun documento attesta un cambiamento della politica nazionalsocialista di emigrazione-evacuazione;

– poiché nessun documento attesta l’indispensabile punto di svolta di questa politica, l’“ordine del Führer”;

– poiché Himmler e Globocnik all’epoca erano impegnati in un enorme piano di colonizzazione e di spostamento di popolazioni;

– poiché, secondo questo piano, gli Ebrei dovevano trovare una loro sede all’Est;

– poiché il presunto ordine di sterminio di Hitler sarebbe stato impartito tre mesi dopo l’entrata in funzione del campo di Belzec,

come si può credere seriamente che questo campo fosse stato costruito come “campo di sterminio”?

Congettura, come mostrerò subito, messa in dubbio persino da Jean-Claude Pressac.

 

5) Una conferma insospettata (e insospettabile)

Ciò chiarito, ritorno alla domanda iniziale: che fine fecero gli Ebrei deportati a Belzec, Sobibor e Treblinka?

Ho già spiegato che al riguardo non esistono documenti specifici.

Sta di fatto, però, che la politica nazionalsocialista di deportazione ebraica all’Est trova un’importante conferma nello studio demografico del prof. Eugene M. Kulischer, membro dell’ International Labour Office di Montreal, Canada, intitolato The displacement of population in Europe[18], che fu  pubblicato nel 1943. Per la sua elaborazione, l’autore si avvalse dell’assistenza di una ventina di istituzioni, alcune delle quali ebraiche, come l’American Jewish Joint Distribution Committee, l’American Jewish Committee Research Institute on Peace and Post-War Problems e l’Institute of Jewish Affairs, tutte con sede a New York.

Nel paragrafo dedicato ai Territori di destinazione e metodi  di confino egli indicò chiaramente la direttiva principale della deportazione ebraica:

«Alcuni Ebrei dal Belgio furono inviati in una zona limitrofa dell’Europa occidentale per lavoro forzato, ma, generalmente parlando, la tendenza è stata di trasferire gli Ebrei all’Est. Molti Ebrei dell’Europa occidentale, a quanto  è stato riferito, furono deportati nelle miniere della Slesia. La grande maggioranza fu mandata nel Governatorato generale e, in numero sempre crescente, nell’area orientale, cioè nei territori che erano stati sotto il regime sovietico dal settembre 1939 e in altre aree occupate dell’Unione Sovietica».

Ho esposto un ampio riassunto di questo studio nell’opera Treblinka: Extermination Camp or Transit Camp?[19], che ho redatto in collaborazione con Jürgen Graf.

 

6) Il problema delle camere a gas

Gli studi Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia e Treblinka: Extermination Camp or Transit Camp? vertono essenzialmente sul problema delle camere a gas omicide in questi campi e, a mio avviso, confutano la loro esistenza.

Va ribadito che tale esistenza non è attestata  da alcuna prova documentaria o materiale; essa si basa esclusivamente su testimonianze oculari, dimostrabilmente assurde e contraddittorie e prive di qualunque riscontro materiale.

Nel caso specifico di Belzec, i due testimoni fondamentali, Kurt Gerstein e Rudolf Reder,  proferirono assurdità talmente grosse da indurre Michael Tregenza, uno dei massimi specialisti olocaustici di tale campo, a dichiararle «contraddittorie» e  «inattendibili»; in particolare, egli ha definito «il materiale–Gerstein» una «fonte dubbia», aggiungendo che «anzi, in alcuni punti, bisogna considerarlo fantasticheria»[20].

Bisogna aggiungere che le dichiarazioni di questi due testimoni presentano una contraddizione insuperabile: secondo Gerstein, l’uccisione delle vittime nelle “camere a gas” di Belzec avveniva con i gas di un motore Diesel convogliati all’interno dei locali; per Reder, invece, i gas, prodotti da un motore a benzina, «erano convogliati dal motore direttamente all’esterno e non nelle camere»[21], talché il poveretto non sapeva neppure come morissero le vittime!

Fino al 1950, quando si aggiunse il testimone Wilhlem Pfannenstiel, presunto accompagnatore di Gerstein nella visita a Belzec, questi furono gli unici  due garanti della realtà di camere a gas omicide in tale campo, e rimasero in tre fino al 1965, quando a Monaco fu celebrato il processo Belzec.

Questi tardivi testimoni, a cominciare da Pfannenstiel, sguazzarono letteralmente nel cosiddetto “rapporto Gerstein” come in uno stagno, si alimentarono di esso, ne presentarono uno scialbo riassunto, che costituì una mera verità processuale, che non ha nulla a che vedere con la verità storica.

Così la realtà delle “camere a gas” di Belzec si rivela inconsistente come le testimonianze che l’asseriscono, a cominciare da quella di Gerstein, fondamentale perché su di essa è stata originariamente costruita la storia del campo di sterminio di Belzec.

 

7) La “testimonianza oculare” di Kurt Gerstein

Riassumo il suo racconto come risulta dalle sue molteplici testimonianze. Per i riferimenti rimando alla mia replica a Valentina Pisanty.

Il 10 marzo 1941 Gerstein si arruola nelle SSe viene assegnato all’SS-Führungshauptamt, Amtsgruppe D, Sanitätswesen der Waffen-SS, Abteilung Hygiene. In virtù dei suoi successi nel campo della disinfestazione, egli viene presto promosso Leutnant e Oberleutnant, gradi inesistenti nelle Waffen-SS. Nel gennaio e nello stesso tempo nel febbraio 1942 egli viene nominato capo del servizio tecnico di disinfezione delle Waffen-SS. In tale qualità, l’8 giugno 1942, Gerstein riceve la visita dell’SS-Sturmbannführer Günther, delRSHA, il quale gli affida l’incarico di procurare immediatamente, per una missione del Reich segretissima, 100 kg e in pari tempo 260 kg di una sostanza che è sia acido cianidrico (Blausäure, acide prussique), HCN, sia cianuro di potassio (cyanure de potassium), KCN, e di portarla con un’automobile(«mit einem Auto») e nello stesso tempo con un autocarro («cammion») in un luogo sconosciuto, noto soltanto all’autista. L’incarico di Günther offre a Gerstein l’opportunità di visitare i campi di sterminio orientali. Tuttavia secondo il documento Tötungsanstalten in Polen Gerstein non viene prescelto inopinatamente dal RSHA per la sua missione segretissima, ma prende egli stesso l’iniziativa: cerca di mettersi in contatto con ufficiali SS in Polonia, guadagna la loro fiducia e riesce ad «ottenere il consenso» per visitare due «stabilimenti dell’uccisione».

L’8 giugno Gerstein riceve dunque da Günther un ordine di missione verbale confermato per iscritto 48 ore dopo, cioè il 10 giugno. Nove settimane dopo, Gerstein e l’autista partono alla volta di Kolin, presso Praga, per caricare la sostanza tossica. Gerstein porta con sé il prof. Pfannenstiel, che è in pari tempo SS-Sturmbannführer e Obersturmbannführer, «più casualmente» («mehr zufällig»), il che significa che Pfannenstiel non aveva nulla a che vedere con la missione di Gerstein.

A questo punto le cose si complicano. Gerstein deve infatti prelevare e in pari tempo trasportare a Kolin 100/260 kg di acido cianidrico/cianuro di potassio; la località del prelievo/trasporto è sia  imposta a Gerstein, sia scelta da Gerstein; il quantitativo di sostanza tossica viene ordinato a Gerstein  dal RSHA  e in pari tempo fissato da Gerstein.

Qui bisogna rilevare che i metodi di lavoro delRSHA, per quanto concerne  lo sterminio ebraico, erano a dir poco bizzarri: Günther affidò a Gerstein l’incarico di procurare «immediatamente» («sofort») la sostanza tossica «per una missione del Reich estremamente segreta» («für einen äusserst geheimen Reichsauftrag»), ma Gerstein partì tranquillamente dopo oltre due mesi senza che nessun  funzionario delRSHA avesse avuto nulla da eccepire; non solo, ma il RSHA aveva curiosamente rivelato il segreto della destinazione del viaggio di Gerstein ad un autista, ad un estraneo (Pfannenstiel), ma non al diretto interessato: Gerstein stesso!

Lo scopo della missione di Gerstein era di trasformare il sistema di funzionamento delle camere a gas omicide introducendo l’acido cianidrico al posto del gas di scappamento di motori Diesel; ma in contraddizione con ciò Gerstein dichiara:

«Io comprendevo la mia missione, aggiunge Gerstein. Mi si chiedeva di scoprire un mezzo di soppressione più rapido e più efficace di questo sterminio di genere primitivo. Proposi l’impiego di gas più tossici, e specialmente di quelli che sprigiona l’acido prussico».

Dunque egli doveva scoprire proprio quel mezzo di soppressione che gli era stato precedentemente indicato dal RSHA  e propose proprio quella sostanza che gli era stata precedentemente ordinata dal RSHA!

A Kolin, Gerstein non prelevò Zyklon B – che vi si produceva regolarmente – ma acido cianidrico liquido in 45 bottiglie, «dietro presentazione di un buono di requisizione del RSHA», dunque per ordine del RSHA, cosa alquanto singolare, dato che, per la sua pericolosità, in Germania, l’acido cianidrico liquido non era più usato nella disinfestazione dall’introduzione del Bottich-Verfahren e dello Zyklon B.

Qui sorge un altro problema: perché il RSHA ordinò a Gerstein di portare con sé un quantitativo così ingente di acido cianidrico? Considerato il volume effettivo delle 6 presunte camere a gas di Bełżec – circa 145 m3 tenuto conto del volume occupato dai corpi delle vittime –  500 grammi di acido cianidrico sarebbero stati sufficienti a produrre in ciascuna di esse una concentrazione teorica di gas 10 volte superiore a quella immediatamente mortale. I 100 kg di acido cianidrico presuntamente trasportati da Gerstein sarebbero dunque bastati a uccidere 300.000 persone in 200 gasazioni! Decisamente un po’ troppo per dei semplici esperimenti. Per questi sarebbero stati sufficienti una decina di barattoli di Zyklon B, che Gerstein, visto che si doveva recare a Lublino, avrebbe potuto comodamente prelevare al campo di Majdanek, al quale, appena due settimane prima, il 30 luglio 1942, la ditta Tesch und Stabenow aveva consegnato 360 barattoli di Zyklon B da 1,5 kg ciascuno, per complessivi 540 kg di acido cianidrico.

Invece il RSHA, incomprensibilmente, costrinse Gerstein a fare un viaggio di circa 700 km da Kolin a Lublino con un carico tanto pericoloso che, a norma di legge, poteva essere trasportato solo refrigerato (unter Kühlung), di notte e con un autocarro speciale (mit besonderem Furhwerk).

A Lublino, Globocnik anzitutto chiese a Gerstein  di effettuare la disinfestazione della raccolta di tessuti (stracci e vestiario), che ammontavano a «circa 40 milioni di kg = 60 treni merci completamente pieni»! Dal documento NO-1257 risulta che 2.700 tonnellate di stracci occupavano 400 vagoni. Ne consegue che 40.000 tonnellate richiedevano circa 5.925 vagoni (sicché ciascuno dei 60 treni di Gerstein aveva la bellezza di 98 vagoni!). Curiosamente però, alla conclusione dell’ “azione Reinhardt”, il 15 dicembre 1943, Globocnik era riuscito a  mettere insieme soltanto 3.400 vagoni di  tessuti (per la precisione:«vestiario, biancheria, piume da letto e stracci»), cioè 2.525 vagoni meno di quanto avesse fatto fino al 17 agosto 1942! Non è poi molto chiaro per quale ragione Globocnik avesse affidato proprio a Gerstein questo compito, dato che a Lublino esistevano «lavanderie e impianti di disinfestazione», oltre a ditte specializzate nella disinfestazione, né come questo compito si conciliasse con la missione segretissima di trasformare le camere a gas funzionanti con i gas di scappamento di un motore Diesel in camere a gas ad acido cianidrico. Gerstein, come è noto, si recò con il suo carico letale a Belzec, ma non adempì la sua missione, e poi se ne tornò tranquillamente a Berlino, senza che nessuno gli chiedesse conto di questa missione, che, ricordo, era un segreto di Stato.  A questo riguardo il giudice istruttore francese Mattei gli chiese:

«A chi avete reso conto dell’esecuzione della vostra missione?

[Gerstein] –  Al mio ritorno a Berlino da un viaggio che è durato circa due settimane, non ho reso conto a nessuno dell’esecuzione della mia missione. Nessuno mi ha chiesto nulla».

Un’altra bizzarria dei metodi di lavoro delRSHA!

Circa la sorte dell’acido cianidrico prelevato a Kolin, Gerstein racconta di aver portato al campo di Belzec 44 delle 45 bottiglie  e in pari tempo di averle nascoste a 1.200 metri dal campo.

Giunto in Polonia, Gerstein visita i campi di Belzec, Treblinka e Majdanek, e in pari tempo di Belzec, Sobibór e Treblinka e nello stesso tempo soltanto di Belzec e Treblinka. La cronologia di questi viaggi è a dir poco sorprendente. Egli menziona due date  precise,  il 17 agosto 1942, giorno del suo arrivo a Lublino, e il 19 agosto 1942, giorno del suo arrivo a Treblinka: tra queste due date Gerstein fornisce due cronologie diverse ed entrambe contraddittorie.

Il 17 agosto è a Lublino, il giorno dopo va a Belzec: 18 agosto; il mattino seguente egli assiste alla famosa gasazione omicida: 19 agosto; «il giorno dopo, il 19 agosto» («am nächsten Tage, den 19.August») va a Treblinka: in realtà si tratta del 20 agosto. Seconda cronologia: il 17 agosto a Lublino, un altro giorno  va a Belzec: 18 agosto; un’altra mattina  assiste alla gasazione: 19 agosto; un altro giorno le fosse comuni vengono riempite di sabbia: 20 agosto; un altro giorno Gerstein va a Treblinka: 21 agosto. Inoltre Gerstein ha trascorso nei campi di Globocnik  «soltanto tre giorni» e in pari tempo due giorni, cioè  «il 17 e 18 agosto» 1942, il che è in ulteriore contraddizione con la cronologia esposta sopra.

A Belzec, Gerstein vede entrare nel campo un treno merci di 45 vagoni, cosa  alquanto improbabile,  dato che  il binario di raccordo all’interno del campo di Belzec era lungo 260 metri  mentre 45 carri bestiame sono lunghi  circa 498 metri.

Egli vede anche una montagna di scarpe alta 35-40 metri e un bambino ebreo di tre anni (sic) che distribuisce a oltre 5000 deportati delle cordicelle per legare insieme le loro scarpe.

La gasazione omicida alla quale Gerstein pretende di avere assistito avviene nello stesso tempo a Belzec e a Majdanek.

Essa si svolge in una installazione che conteneva 5  camere a gas  e nello stesso tempo 6, le quali misuravano in pari tempo m 4 x 5 e m 5 x 5, m 1,90 di altezza. Sorprendentemente, però, esse avevano comunque una superficie di 25 m2 e un volume di 45 m3!

Le camere a gas si riempiono. «Gli uomini stanno gli uni sui piedi degli altri, 700-800 in 25 metri quadrati, in 45 metri cubi!», ossia 28-32 persone per metro quadrato!  Ma queste 700-800 persone si trovavano nello stesso tempo sia in una camera a gas, sia nell’intero edificio. L’uccisione degli Ebrei avviene il giorno stesso dell’arrivo del treno e in pari tempo «il giorno seguente o alcuni giorni dopo». Il gas tossico viene prodotto da un vecchio motore Diesel smontato dal veicolo e nello stesso tempo da «un grosso trattore». Dopo la gasazione i cadaveri vengono portati via su «carri di legno» («auf Holzwagen») e nello stesso tempo su «barelle di legno» («auf Holztragen») alle fosse comuni, dove Gerstein vede dei lavoratori ebrei impegnati a spogliare dei cadaveri che vi erano stati gettati vestiti: ciò avviene a Belzec  e in pari tempo a Treblinka. Il numero totale dei gasati dei due soli campi di Belzec e di Treblinka è di 25 milioni di persone!

È importante  sottolineare che tutte le affermazioni di Gerstein devono essere prese alla lettera, come egli dichiara sotto giuramento:

«Tutte (alle) le mie affermazioni sono vere alla lettera (wörtlich wahr) Sono pienamente consapevole davanti a Dio e all’umanità della straordinaria portata di queste mie annotazioni e giuro che nulla di tutto ciò che ho registrato è immaginario o inventato (erdichtet oder erfunden), ma che tutto è esattamente così (genau so)».

 

8) Il problema delle testimonianze scomode

Ma c’è anche il problema delle testimonianze scomode.

Nel mio studio ho riportato le “testimonianze oculari” sull’impianto di folgorazione di Belzec, costituito da «una baracca dove c’è una lastra elettrificata in cui vengono effettuate le esecuzioni»; oppure da «una piattaforma metallica che funzionava come un elevatore idraulico che li calava in una enorme vasca piena d’acqua fino al collo delle vittime. […]. Essi venivano folgorati con la corrente elettrica attraverso l’acqua. L’elevatore poi sollevava i corpi fino a un  crematorio che si trovava sopra»; oppure da «una baracca, che contiene una stufa (o un forno: Ofen) elettrica. In questa baracca si svolgono le esecuzioni». Ho inoltre riportato le testimonianze sui treni della morte, che, attraverso un “tunnel”, scendevano nei locali di sterminio  “sotterranei”: «Questi locali non avevano finestre, erano tutti di metallo e avevano un pavimento che poteva essere calato giù. Per mezzo di un meccanismo ingegnoso il pavimento, con tutte le migliaia di Ebrei, veniva calato in una cisterna che si trovava al di sotto del pavimento – ma solo finché l’acqua non arrivava ai loro fianchi. Allora attraverso l’acqua veniva fatta passare la corrente ad alta tensione e in pochi istanti tutte le migliaia di Ebrei erano stati uccisi. Poi il pavimento, con tutti i cadaveri, veniva tirato fuori dall’acqua. Si inseriva un’altra linea elettrica e queste grandi sale diventavano ora roventi come un forno crematorio fino a quando tutti i cadaveri non erano inceneriti. Potenti gru ribaltavano il pavimento ed evacuavano le ceneri. Il fumo veniva espulso attraverso grandi camini da fabbrica».

Oppure gli Ebrei venivano asfissiati in «un baraccamento sotterraneo»; oppure in una baracca mediante «gas e corrente elettrica ad alta tensione»; oppure «il pavimento della camera a gas,  dopo l’uccisione degli Ebrei si apriva facendo cadere i cadaveri giù, da dove venivano portati ad una fossa
comune con vagoncini»; oppure «i Tedeschi facevano passare nei muri dei fili elettrici che non erano isolati. Gli stessi fili passavano a terra. Quando la sala era piena di persone nude, i Tedeschi attaccavano la corrente. Era una gigantesca sedia elettrica»; oppure «il pavimento del “bagno” era metallico e al soffitto erano appesi dei pomi di doccia. Quando il locale era pieno, le SS inserivano la corrente ad alta tensione a 5000 volt nella piastra metallica. Nello stesso tempo i pomi delle docce sputavano acqua. Un breve grido e l’esecuzione era terminata»;  oppure a Belzec non c’era alcun impianto di sterminio, ma, secondo la “testimonianza oculare” di Jan Karski, gli Ebrei  venivano ammassati su un treno cosparso di calce viva, portati a circa 80 miglia di Belzec e lasciati morire nel treno immobile. Per non parlare della immancabile «fabbrica di sapone umano», che ovviamente utilizzava «le persone più grassottelle».

Tuttavia Tregenza ha appurato quanto segue: «Fin dall’inizio nel villaggio [di Belzec] ognuno sapeva che cosa accadeva al campo. Ciò risultava dall’amicizia stretta tra il personale del campo e gli abitanti ucraini del villaggio, che ospitarono nelle loro case molti membri della guarnigione SS e “uomini di Trawniki” e furono a loro volta ben ricompensati per la loro “ospitalità”. Ciò includeva anche la prostituzione. Alcune ragazze – stando alle dichiarazioni di abitanti del villaggio – si sarebbero prostituite agli uomini di Trawniki in cambio di gioielli e altri oggetti di valore. Inoltre delle prostitute andarono a Belzec anche da altre cittadine. Negli atti delle indagini della polizia popolare polacca ci sono riferimenti ad abitanti del villaggio che erano impiegati nelle più svariate
installazioni del campo delle SS. In particolare, le tre sorelle della famiglia J. lavoravano nella cucina del comando SS e nella lavanderia SS, che apparteneva alla famiglia B. Il panificio del villaggio, che era di proprietà della famiglia ucraina N., era incaricata della cottura di alcune centinaia di pagnotte per la guarnigione SS, per gli “uomini di Trawniki” e per il migliaio di Ebrei che erano impiegati al campo. Il pane veniva consegnato con un carretto contadino da vari abitanti del villaggio al cancello del campo. Uno di essi era il già menzionato ebreo Mojzesz Hellman, che viveva in incognito a Belzec col nome di Ligowski. Veniva pagato con oggetti preziosi o cognac. Quattro uomini operarono all’interno dell’area del campo, tra cui Dmitri N., che controllava o riparava docce e bagni degli “uomini di Trawniki”. Mieczyslaw K. e Waclaw O. lavoravano come meccanici nel garage o come elettricisti del campo. L’elettricista Michal K. Installò cavi e luce nel secondo edificio di sterminio, la cosiddetta “Fondazione Hackenholt” e avrebbe assistito occasionalmente a gasazioni. A conoscenza dell’autore, questo è l’unico caso conosciuto in Polonia di un Polacco che abbia partecipato direttamente – volontariamente e dietro compenso – allo sterminio ebraico in un campo di sterminio. Non meno sorprendente è il fatto che gli abitanti del villaggio Eustachy U. e Wojciech I. non solo furono autorizzati a tenere una macchina fotografica, ma fu persino permesso loro di fotografare il personale del campo di sterminio, anzi, furono addirittura esortati a farlo. Alcune fotografie furono da loro scattate addirittura all’interno del campo. I soldati SS e gli “uomini di Trawniki” si fotografarono anch’essi reciprocamente e inviarono i rullini a sviluppare e a fare copie da Wojciech I.».

Ma se «ognuno sapeva che cosa accadeva al campo» come si spiega la nascita di quelle macabre fantasie? Perché non fu divulgata subito la “verità”?  Perché il rapporto ufficiale del Governo polacco presentato a Norimberga dai Sovietici,  ammesso come documento  URSS-93 e letto all’ udienza del 19 febbraio 1946 dall’accusatore sovietico  L.N. Smirnow,  riguardo a Belzec conosceva soltanto «impianti elettrici speciali per lo sterminio in massa di uomini»? Perché “verità” delle camere a gas si impose faticosamente soltanto nel 1947?  Fatto a dir poco strano, con tutti questi “testimoni oculari” che circolavano liberamente per il “campo di sterminio” come se stessero a casa propria e si potevano permettere persino di scattare fotografie! L’unica conclusione che si può trarre da ciò è che nel 1942 non c’era alcuna “verità” da rivelare.

Inversamente, tornando all’obiezione iniziale(se gli Ebrei deportati a Belzec, Sobibor e Treblinka non sono stati gasati in questi campi, dove sono finiti?), anche se, secondo la prospettiva minimalista che ho esposto sopra, si accetta l’ipotesi dell’assassinio in massa che essa sottintende,  perché i deportati non sarebbero stati assassinati in impianti di folgorazione o in camere a vapore piuttosto che in a camere a gas?

Ammesso che i deportati siano stati uccisi, che prove ci sono che furono uccisi in camere a gas?

E non si  può obiettare che, comunque, sarebbero stati uccisi, perché qui si tratta di un problema epistemologico, che riguarda la questione della conoscibilità e della dimostrabilità dell’ assunto delle camere a gas (o dell’impianto di folgorazione, o delle camere a vapore) e solo grazie all’acquisizione di una tale conoscenza e dimostrazione si potrebbe ritenere reale l’assunto dell’uccisione.

 

9) Gli argomenti contrari

Di più, contro l’esistenza delle “camere a gas” e del conseguente presunto sterminio in massa ci sono anche solidi argomenti.

Il primo è  il fatto che le indagini archeologiche polacche eseguite nell’area del campo di Belzec tra il 1997 e il 1999 da un gruppo di archeologi dell’università Nicola Copernico di Toruń, diretto dal prof. Andrzej Kola, fecero risultare una totale assenza di tracce materiali  delle presunte installazioni di sterminio, la quale smentisce clamorosamente le relative dichiarazioni dei testimoni,  che risultano dunque doppiamente inaffidabili.

Il secondo è il fatto che queste stesse indagini smentiscono categoricamente la possibilità materiale del seppellimento nell’area del campo di 600.000  o di 434.000 cadaveri e i reperti (cadaveri, ossa, ceneri) sono assolutamente inconciliabili con un tale immane massacro.

Un tale Roberto Muehlenkamp ha messo in dubbio la fondatezza di questa conclusione. Da parte mia, ho dimostrato l’infondatezza dei suoi procedimenti argomentativi e delle sue conclusioni nello scritto menzionato sopra “Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp.

Il terzo è l’inconsistenza dell’intera storia dei campi di sterminio orientali e delle gasazioni con gas di scappamento di un motore Diesel, come ho dimostrato nello studio su Treblinka summenzionato, vale a dire, riassumendo:

1) Progettazione e costruzione dei “campi di sterminio” orientali: “campi di sterminio” costruiti senza una precisa progettazione e uno specifico bilancio;

3) Motore Diesel o motore a benzina?: inadeguatezza di un motore Diesel rispetto a uno a benzina per lo sterminio con i gas di scarico;

4) La “lotta” tra il gas di combustione e l’acido cianidrico: scelta del gas di scarico di un motore Diesel nonostante la consapevolezza che fosse inadeguato rispetto allo Zyklon B;

5) La “missione” di Kurt Gerstein: l’assurda vicenda di un ufficiale SS inviato a sostituire il sistema di sterminio dei campi orientali mediante gas di scarico di un motore Diesel, perché considerato inadeguato, con il sistema dell’acido cianidrico, e ritornato senza aver fatto nulla e senza render conto a nessuno del suo operato;

6) Motori russi o motori tedeschi?: l’insensato impiego di vecchi motori Diesel russi per attuare il presunto sterminio, che tra l’altro, avrebbe costretto i gasatori a catturare carri armati russi intatti o a chiedere i pezzi di ricambio a Stalin;

7) Camere a gas o camere di asfissia?: l’assurda costruzione di camere a gas dove le vittime sarebbero morte per gasazione in circa 30-40 minuti, per asfissia in circa 20-30 minuti;

8) Il problema della pressione nelle camere a gas: la sovrappressione generata dal motore Diesel (funzionante come un compressore) avrebbe fatto esplodere la camera a gas o equilibrato quella del motore, spegnendolo in pochi minuti.

 

10) Un problema secondario

In questa prospettiva di indagine, che verte in modo specifico sulle camere a gas, la destinazione dei deportati diventa un problema secondario.

Faccio un esempio. Se Rossi invita a cena la famiglia Bianchi, che poi sparisce, sicché, essendo stata vista per l’ultima volta a  casa sua, Rossi viene accusato di pluriomicidio; se  poi un testimone giura che Rossi ha fatto a pezzi i Bianchi con la sua ascia nel giardino di casa, poi li  ha bruciati nella sua stufa; se infine il difensore, premesso che a casa di Rossi non sono stati trovati né i cadaveri, né tracce del delitto, né l’arma del delitto, dimostra che l’imputato non ha mai posseduto un’ascia, non ha un giardino e neppure una stufa, per discolparlo dall’accusa di omicidio è assolutamente necessario che si sappia dove sono finiti i Bianchi?

Questo può certo essere auspicabile, ma non è  indispensabile.

Se inoltre il testimone dichiara di aver visto Rossi mentre massacrava i Bianchi da un’astronave aliena, è Rossi che  deve dimostrare che Bianchi mente o è Bianchi che deve dimostrare di essersi effettivamente trovato sull’astronave aliena?

 

11) Treblinka: “camere a vapore“ o “camere a gas”?

L’ultima ipotesi si attaglia bene a ciò che scrissi nel 1985 sulla testimonianza di Yankel Wiernik. Dopo aver citato un rapporto polacco del 15 novembre 1942, che descriveva con dovizia di particolari le famose “camere a vapore” di Treblinka, rilevai:

«Successivamente si è imposto il mito delle “camere a gas” a monossido di carbonio, che vale tuttora come verità ufficiale sui “campi di sterminio” orientali. La cosa è stata semplice: è bastato trasformare in “camere a gas” le “camere a vapore” del rapporto del 15 novembre 1942!

Così il “testimone oculare” Yankel Wiernik scrisse già nel 1944 che a Treblinka gli Ebrei venivano uccisi in due costruzioni, una grande, con dieci “camere a gas”, l’altra piccola, con tre “camere a gas”, esattamente come le due “case della morte” del rapporto summenzionato avevano dieci e tre “camere a vapore”. Anche la disposizione dei locali della nuova costruzione è tratta di sana pianta dal rapporto del 15 novembre 1942: dieci camere disposte ai due lati di un corridoio che attraversava tutta la costruzione.

Quanto sia attendibile questo “testimone oculare”, si può arguire già da questa sua affermazione: in ogni “camera a gas”, che misurava “circa 150 piedi quadrati” (about 150 square feet), cioè meno di 14 metri quadrati, potevano essere stipate 1.000-1.200 persone, con una densità di 71-85 persone per metro quadrato!»[22].

Roba da far rabbrividire persino Gerstein, con le  sue misere 32 persone per metro quadrato!

Premesso, appunto, che non esiste alcuna prova che Wiernik sia stato deportato a Treblinka, tranne le sue dichiarazioni, che cosa dimostrano queste descrizioni concordanti?

O che Wiernik ha inventato la storia delle “camere a gas” ispirandosi al racconto del rapporto sulle “camere a vapore”.

O che Wiernik ha visto realmente delle “camere a vapore”, ma ha riferito, mentendo, di “camere a gas”.

O che l’autore del rapporto sulle “camere a vapore” ha visto delle vere “camere a vapore”.

O che l’autore del rapporto sulle “camere a vapore” ha visto delle “camere a gas”, ma ha riferito, mentendo, di “camere a vapore”.

O che l’autore del rapporto sulle “camere a vapore” ha visto impianti diversi, che ha descritto come “camere a vapore”.

Ognuno scelga l’opzione che preferisce.

L’ultima possibilità, che fu proposta da Jean-Claude Pressac, è quella che quadra meglio col contesto storico-documentario. Riflettendo sull’impianto per la produzione di vapore acqueo di Treblinka e sulle stufe di 250 kg, con rivestimento refrattario ma senza griglia, e sui «tubi per l’acqua» che nel novembre 1941 furono installati, a detta del testimone Stanisław Kozak[23], nelle tre “camere a gas” del primo impianto di gasazione di Belzec, egli suggerì:

«Al posto di una installazione omicida, bisognerebbe accettare l’ipotesi di tre stazioni di disinfestazione installate a Belzec, Sobibor et Treblinka»

il cui scopo era l’igiene profilattica e la lotta contro il tifo[24], che avrebbero avuto molto senso per campi di transito nel quadro del Generalplan Ost.

Del resto, la lettera di Himmler a Pohl del 5 luglio 1943 e la risposta di Pohl del 15 luglio attribuiscono esplicitamente a Sobibor la qualifica di campo di transito (Durchgangslager)[25].

 

12) Il personale dell’eutanasia

Il personale dell’Aktion Reinhardt proveniva in gran parte dall’operazione “T4”, il programma di eutanasia. Ciò non dimostra che i relativi campi furono campi di sterminio? – si eccepisce.

Di questa obiezione mi sono occupato nell’Introduzione del mio libro su Belzec. In breve:

Quand’anche il programma eutanasia fosse stato eseguito nell’estensione e nelle modalità addotte dalla storiografia olocaustica, ciò non dimostrerebbe necessariamente l’attuazione di uno sterminio in massa a Belzec, Sobibor e a Treblinka, come la presenza di un pregiudicato sulla scena di un crimine non dimostra necessariamente che sia il colpevole del crimine.

In realtà, il collegamento tra l’eutanasia  e i presunti campi di sterminio suddetti – l’uccisione in camere a gas -, è insussistente, perché non esiste alcuna prova documentale o materiale sulla gasazione dei malati di mente, esattamente come avviene per i campi summenzionati[26].

Inoltre, dopo la fine del programma di eutanasia, questo personale fu inviato in gran parte sul fronte orientale a prendersi cura dei soldati tedeschi feriti, compito che  non si addice troppo a una banda di assassini.

 

13) Chi fu seppelito a Belzec?

Le indagini archeologiche polacche accertarono, mediante sondaggi nel terreno, la presenza nell’area del campo di fosse comuni, di numero, superficie e volume oltremodo contestabili, come ho spiegato dettagliatamente nell’articolo “Bełżec e le Controversie olocaustiche di Roberto Muehlenkamp”, che comunque hanno un ordine di grandezza enormemente inferiore a quello richiesto dall’immane sterminio in massa che viene attribuito al campo. Sta di fatto, però, che un numero indeterminabile di cadaveri vi furono seppelliti e/o bruciati. A chi appartenevano?

Nel mio studio ho chiarito che:

– Nel 1940 Belzec fu usato come campo zingari e vi si diffusero varie malattie, tra cui  il tifo petecchiale, sul quale, se si vuole, si può anche ironizzare, ma la fonte è polacca:  E. Dziadosz, J. Marszałek, Więzienia i obozy w dystrykcie lunelskim w latach 1939-1944 (Prigioni e campi nel distretto di Lublino negli anni 1939-1944),  in: “Zeszyty Majdanka”, 3, 1969, p. 61.

– Poi  Belzec divenne il campo principale  (Hauptlager) cui facevano  capo  una rete di dieci campi di lavoro forzato  in cui erano detenuti circa 15.000 Ebrei, di cui, inizialmente, circa 2.500 in tale campo, che lavoravano in un “Kommando SS di costruzione per la protezione dei confini” (“SS-Grenzsicherungs-Baukommando”). Si sa che le condizioni di vita dei detenuti di questi  campi erano molto dure. Si deve presumere che ci fu un certo tasso di mortalità, anche se al riguardo non ci sono dati.

– Nel 1942 a volte giunsero a Belzec trasporti catastrofici in cui molti detenuti arrivarono morti.

Perciò un certo numero di  vittime reali non mancò mai.

 

14) Irving e i campi dell’ “azione Reinhardt”

Francesca Paci riferisce che Irving, nel corso di un recente colloquio col vescovo Williamson nella sua villa nella campagna del Bershire, ha dichiarato:

«“Gli ho spiegato che la cosa migliore è ammettere che ci sono stati omicidi di massa organizzati dal 1942 al 1943 nei tre campi controllati da Himmler, Treblinka, Sobibor e Belzec. La cifra è da verificare ma sua Eccellenza non può discutere che sia accaduto”.
Non lo mette in dubbio neppure lui che è stato a Treblinka un anno fa[27]: «Mi sono convinto che lì potrebbero essere stati uccisi due o tre milioni di persone. C’è un documento tedesco del 1943 desecretato dagli inglesi che, sebbene con qualche discrepanza, parla di un milione e duecentomila morti nel 1942. Ma poiché i campi funzionarono fino all’ottobre del 1943 il numero potrebbe essere il doppio». Su Auschwitz invece, il vescovo lefevriano può star tranquillo, i suoi dati coincidono con quelli di Irving: “Ad Auschwitz sono morte circa 300 mila[28] persone di paesi diversi. Il resto è leggenda costruita per i turisti che vanno lì come a Disneyland”»[29](corsivo mio).

In seguito ad una singolare conversione, maturata, a quanto pare, nel carcere austriaco, Irving ora crede alle “camere a gas” di Belzec, Sobibor e Treblinka, riguardo alle quali non esistono né documenti, né reperti materiali, ma non crede a quelle di Auschwitz, che invece sarebbero attestate da documenti (gli “indizi criminali” di Pressac) e da reperti materiali (la “camera a gas” del crematorio I e le rovine dei crematori di Birkenau). E questa credenza non si basa neppure su un documento tedesco, ma su una decodificazione britannica di un messaggio radio tedesco affiorata solo nel 2001. Il messaggio originale, datato 11 gennaio 1943, proveniva dall’SSHauptsturmführer Hans Höfle ed era diretto all’ SS-Obersturmbannführer Heim, plenipotenziario della Polizia di Sicurezza a Cracovia, e all’SS-Oberstumbannführer Eichmann, dell’Ufficio centrale di Sicurezza del Reich. Si tratta di una comunicazione che indica la “Zugang” (“ingresso”), cioè i nuovi arrivati fino al 31 dicembre 1941 nei campi dell’azione Reinhardt come segue:

Lublino: 24.733

Belzec: 434.508

Sobibor: 101.370

Treblinka: 713.555 (per errore è indicata la cifra  71355)

Totale: 1.274.166[30].

Questo totale è identico alla cifra che appare nel rapporto Korherr del 28 aprile 1943, in cui si dice:

«Transportierung von Juden aus den Ostprovinzen nach dem russischen Osten:

Es wurden durchgeschleust durch die Lager im Generalgouvernement: 1.274.166 Juden »,

«Trasporto di Ebrei dalle province orientali all’Est russo:

furono convogliati attraverso i campi del Governatorato generale: 1.274.166 Ebrei»[31].

C’è allora da chiedersi perché Irving sia rimasto indifferente al documento tedesco, noto da decenni, e si sia invece convertito di fronte ad una decodificazione britannica. Ma questo è affar suo.

Ciò che importa rilevare, fermo restando che nessuno dei due documenti menzionati parla di “morti”, è il fatto che il rapporto Korherr smentisce quantomeno che questi deportati siano stati tutti assassinati nelle “camere a gas” dei campi suddetti.

Nel paragrafo VII, Gli Ebrei nei campi di concentramento, Korherr precisa infatti:

«Nicht enthalten sind die im Zuge der Evakuierungsaktion in den Konzentrationslagern Auschwitz und Lublin untergebrachten Juden»,

«Non sono inclusi gli ebrei alloggiati nei campi di concentramento di Auschwitz e Lublino nel quadro dell’azione di evacuazione»[32].

Questa espressione rimanda ad Ebrei deportati in questi due campi, non conteggiati, ma che erano vivi. L’analisi dei dati forniti dallo statistico delle SS conferma questo fatto. Per il campo di Auschwitz egli registra, complessivamente, 5.849 ebrei ed ebree internati, 1 rilasciato e 4.436 deceduti[33]. Tuttavia soltanto nel 1942, «nel quadro dell’azione di evacuazione» ad Auschwitz (identica alla «migrazione all’Est» – Ostwanderung menzionata sopra) furono immatricolati circa 58.300 ebrei ed ebree[34], il che significa che da questi trasporti (oltre 140) furono regolarmente immatricolati dei detenuti. Analogamente, una parte dei 24.733 Ebrei menzionati nella comunicazione di Höfle erano vivi pur non essendo menzionati nel rapporto Korherr.

 

15) L’opinione di Friedrich Paul Berg su Padre Patrick Desbois[35]

Ho conosciuto di persona Friedrich Berg e posso dare ampie rassicurazioni a chi dubita della sua intelligenza e della sua buona fede.

Nel caso specifico, Berg non sostiene che non ci sia la “prova” che neanche una persona sia stata uccisa dai nazisti nel corso delle rappresaglie antipartigiane sul fronte dell’Est, come è stato detto, bensì che il libro di Padre Desbois non fornisce nessuna “prova forense” in tal senso:

«Ho il libro The Holocaust by Bullets [L’Olocausto mediante pallottole] di Padre Patrick Desbois. È sbalorditivo per la sua totale mancanza di qualsiasi prova forense che anche una sola persona sia stata uccisa dai nazisti [nel corso delle rappresaglie antipartigiane sul fronte dell’Est]».

Per quanto riguarda i “campi di sterminio” orientali, le SS non potevano trarre alcuna lezione dalle fosse comuni staliniane, perché, quando le scoprirono, nell’aprile 1943 (Katyn), la presunta cremazione delle presunte vittime di Belzec era già conclusa.

Ciò comunque non ha nulla a che vedere con il tema della recensione di Berg, che riguarda invece le vittime degli Einsatzgruppen. Si tratterebbe dunque dell’ “Azione 1005”, un preteso «criptonimo di un’operazione con la quale si dovevano cancellare le tracce dell’assassinio di milioni di persone nell’Europa occupata», come recita l’Enciclopedia dell’Olocausto (edizione tedesca).

In realtà, come ho documentato nel mio studio “Azione Reinhard” e “Azione 1005”[36], su questa immane esumazione-arsione di milioni di cadaveri non esiste alcuna prova, né documentaria né materiale.

 

16) Auschwitz: gli “indizi criminali” di Pressac

Faurisson aveva chiesto «una prova…una sola prova», Pressac rispose con 39 “indizi criminali”, escludendo esplicitamente l’esistenza «di qualunque prova“diretta”, cioè palpabile, indiscutibile ed evidente», perciò non ha senso rispondere alla richiesta di una “prova” adducendo semplici “indizi”.

Pressac li aveva tratti in massima parte dalla relazione redatta dal perito ing. Roman Dawidowski, che aveva collaborato alle indagini svolte dal giudice Jan Sehn tra il 10 maggio 1945 e il 26 settembre 1946, e pubblicati nel libro Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers[37], opera di recente riesumata e opposta alla richiesta di Faurisson: «Ecco le prove!», si afferma.

Ma gli “indizi” restano sempre tali e 39 “indizi” non costituiscono una “prova”.

Per quanto riguarda il loro numero, eliminando quelli falsi (ad es. il n. 33 e 34) e raggruppando nelle singole voci le numerose ripetizioni, le parti del medesimo congegno e i medesimi indizi citati da fonti diverse, gli “indizi criminali” si riducono a 9.

Dopo la sua visita agli archivi di Mosca, Pressac aggiunse a questo quadro altri  6 indizi (“bavures”). Il contributo di van Pelt a questo quadro indiziario è stato estremamente esiguo: egli vi ha apportato un solo nuovo “indizio criminale”.

La determinazione cronologica degli “indizi” è particolarmente istruttiva:

nessun indizio relativo al crematorio II è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell’impianto da parte della Zentralbauleitung all’amministrazione del campo (31 marzo 1943). Secondo Pressac, questo crematorio avrebbe funzionato

«come camera a gas omicida e impianto di cremazione dal 15 marzo 1943, prima della sua entrata in servizio ufficiale il 31 marzo, al 27 novembre 1944, annientando un totale di circa 400.000 persone, in massima parte donne, vecchi e bambini ebrei».

È vero che egli in seguito ha drasticamente ridimensionato questa cifra, ma è anche vero che van Pelt attribuisce a questo impianto ben 500.000 vittime.

La presunta camera a gas omicida del crematorio II avrebbe dunque funzionato per oltre 20 mesi, sterminando 500.000 persone, senza lasciare neppure un misero «indizio criminale»!

Per il crematorio III, nessun indizio è posteriore alla data della deliberazione di consegna dell’impianto (24 giugno 1943). In questo crematorio, a detta di Pressac, furono gasate e cremate 350.000 persone. Per i crematori IV e V l’indizio più tardo risale ad appena un paio di settimane dopo la deliberazione di consegna dell’impianto (4 aprile 1943). In questi due crematori, per Pressac furono gasate e cremate 21.000 persone.

Dunque nei quattro crematori sarebbero state gasate 771.000 persone  in oltre 20 mesi senza che al riguardo nell’archivio della Zentralbauleitung sia rimasto un solo “indizio criminale”, mentre invece numerosi documenti attestano i guasti frequenti che si verificarono agli impianti di cremazione.

A ciò si aggiunge anche il fatto che per le presunte gasazioni omicide preliminari – non solo per la prima gasazione nello scantinato del Block 11 e per quelle sperimentali nel crematorio I – ma anche per le gasazioni in massa presuntamente effettuate per circa quindici mesi nei cosiddetti Bunker di Birkenau, che, secondo van Pelt, costarono la vita a  «più di 200.000 Ebrei», non esiste assolutamente il minimo “indizio criminale”.

Gli “indizi criminali” sono dunque completamente inesistenti per tutte le fasi preliminari e principali della presunta attività di gasazione in massa, essendo limitati esclusivamente ai crematori di Birkenau ed esclusivamente al periodo di costruzione degli impianti: essi potrebbero eventualmente riguardare la progettazione e la costruzione di camere a gas omicide, ma non certo il loro uso effettivo per gasazioni omicide  Su ciò non esiste alcun “indizio criminale”. E non esiste alcun indizio neppure sul fatto che tali camere a gas dovessero per forza essere omicide. Anzi, il contesto storico-documentario in cui si trovano gli “indizi criminali” lo esclude apertamente.

Per quanto riguarda il significato e il valore di tutti gli “indizi criminali” su Auschwitz rimando al mio studio di prossima pubblicazione Le camere a gas di Auschwitz. Studio storico-tecnico sugli «indizi criminali» di Jean-Claude Pressac e sulla «convergenza di prove» di Robert Jan van Pelt, in cui espongo una confutazione totale e radicale delle tesi di questi due autori.

Qui anticipo soltanto che gli “indizi criminali” si riferivano a normali progetti senza nulla di sospetto, spesso non realizzati, legati alle esigenze contingenti del momento.  Proprio per questo essi scompaiono completamente dalla documentazione dall’inizio di maggio del 1943, quando fu varato il nuovo progetto delle «Misure speciali per il miglioramento delle installazioni igieniche» (Sondermassnahmen für die Verbesserung der hygienischen Einrichtungen) a Birkenau, che riguardarono anche i crematori. Il principale  “indizio criminale” per il crematorio III,  difatti, non solo non ha un significato criminale, ma rientra proprio in queste misure ed assume un significato esattamente contrario, di salvaguardia della salute dei detenuti: l’installazione di «docce nello spogliatoio del crematorio 3»(Brausen im Auskleideraum des Krematoriums III), per la precisione, di 100 docce, funzionanti con acqua riscaldata in serpenti o boiler da montare nel forno per la combustione dei rifiuti, progetto esteso poi anche al crematorio II.

Le misure summenzionate includevano inoltre un enorme ospedale dei detenuti (Häftlingslazarett), progettato e in parte realizzato nel settore BIII di Birkenau, che prevedeva tra l’altro la costruzione di «114 baracche per malati»(114 Krankenbaracken)  e «12 baracche per malati gravi» (12 Baracken für Schwerkranke).

Come affermò Pressac stesso (che sull’ Häftlingslazarett prese un grosso abbaglio) discutendo la prospettiva revisionistica,

«c’è incompatibilità nella la creazione di un campo sanitario a qualche centinaio di metri dai crematori dove, secondo la storia ufficiale, delle persone venivano sterminate su vasta scala…

Il progetto di costruzione di un ampio ospedale nel settore BIII mostra così che i crematori furono costruiti semplicemente per la cremazione, senza camere a gas omicide, perché le SS volevano “mantenere” la loro forza lavoro nel campo di concentramento».

 

17) L’ing. Deana e la possibilità delle gasazioni omicide

Su Auschwitz c’è da chiarire un altro punto. Nel suo saggio Studi revisionistici[38] l’ing. Franco Deana scrisse:

«Riteniamo anche possibile, ma non probabile, che dei condannati a morte siano stati gasati nelle autoclavi o nei locali destinati alla disinfestazione degli abiti, che qualche malato sia stato introdotto nei forni ancora vivo, magari per opera della direzione clandestina dei campi o dei prominenti che, come ha detto Levi, e come Rassinier conferma, mandavano a morte chi volevano»(corsivo nell’originale).

Si afferma che la semplice accettazione di questa possibilità equivale a demolire la struttura argomentativa revisionistica, che si baserebbe sulla impossibilità, per ragioni chimico-fisiche, delle gasazioni omicide.

Ciò denota a dir poco una visione limitata del revisionismo, che viene fatto coincidere con le vedute di Faurisson. Proprio perché il revisionismo non è una dogmatica, ognuno può esprimere liberamente il proprio punto di vista, che ovviamente impegna soltanto lui.

L’annosa diatriba tra  Berg e Faurisson su questo punto specifico è già una smentita di tale assunto, perché Berg non solo riteneva possibile la gasazione in massa di persone negli impianti di disinfestazione a Zyklon B con sistema DEGESCH a ricircolazione d’aria (Kreislauf) per i treni  (come quello di Budapest), ma la considerava la soluzione ottimale, per le SS, nel caso che avessero realmente voluto gasare gli Ebrei con Zyklon B[39].

Concordo pienamente. Aggiungo anzi che ad Auschwitz le gasazioni omicide avrebbero potuto essere effettuate nelle due vere camere a gas di disinfestazione a Zyklon B (quelle dei BW 5a e 5b) progettate e costruite come tali,  piuttosto che nelle presunte camere a gas omicide dei crematori, progettate e costruite come camere mortuarie e poi pretesamente adattate a camere a gas omicide.

 Carlo Mattogno

 10 marzo 2009

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[1] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942. Archivio Federale di Coblenza, NS 19/14, pp. 131-133.
[2] Rapporto dell’ SS-Untersturmführer Ahnert del 1° settembre 1942. Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Parigi, XXVI-59.
[3] In: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf, pp. 73-74 e 140-141.
[4]  G. Aly, “Endlösung”. Völkerverschiebung und der Mord an den europäischen Juden. S. Fischer Verlag, Francoforte sul Meno, 1995, pp. 275-276.
[5] PS-1029.
[6] T-173.
[7] NG-2586-G
[8] T-394.
[9] PS-709; NG-2586-F.
[10]  NG-2586-J.
[11] In: http://andreacarancini.blogspot.com/ Intervento di Luigi Coprtino.
[12] Idem. Mio intervento.
[13] K. Orth, «Rudolf Höss und die “Endlösung der Judenfrage”. Drei Argumente gegen deren Datierung auf den Sommer 1941», in: Werkstattgeschichte, 18, novembre 1999, pp. 45–57.
[14] NO-3031.
[15] J.E. Schulte, «Vom Arbeits- zum Vernichtungslager. Die Entstehungsgeschichte von Auschwitz-Birkenau 1941/42», in: Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, 1, 2002, p. 44.
[16] Lettera del capo della Zentralbauleitung di Lublino a Globocnik del 27 gennaio 1942. Archivio di Stato provinciale di Lublino, 168, p. 3. Erläuterungsbericht mit Kostenaufstellung über den Bau eines Durchgangsnachschublagers für den Höheren SS- und Polizeiführer Rußland Süd in Lublin. Archivio di Stato provinciale di Lublino, 168, pp. 10-11.
[17] Übergabe-Verhandlung (deliberazione di consegna)dello Hauptnachschublager (campo principale per rifornimenti). Archivio di Stato provinciale di Lublino L, 168, p. 23.
[18]  E. M. Kulischer, The Displacement of Population in Europe. Published by the International Labour Office, Montreal, 1943.
[19] Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004, pp. 268-273.
[20] Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, op. cit., p. 70.
[21] Idem, p. 51.
[22] Il mito dello sterminio ebraico. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1985, pp. 63-64. In rete: http://vho.org/aaargh/fran/livres4/ilmito.pdf
[23] Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia, pp. 60-61.
[24]  J.-C. Pressac,  «Enquête sur les camps de la mort», in: Historama-Histoire, numero speciale 34, 1995,  pp. 121.
[25] NO-482. Vedi al riguardo il mio studio Raul Hilberg  e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, pp. 144-145.
[26] Hi sviluppato questo punto nel libro di prossima pubblicazione Il campo di Chelmno tra storia e propaganda.
[27] A Treblinka ci sono stato anch’io (nel libro Treblinka: Extermination Camp or Transit Camp? ho pubblicato alcune delle fotografie che ho scattato in quell’occasione) e posso assicurare che non vi si può trovare il minimo indizio che vi sia stato un campo di sterminio.
[28] Questa cifra è più del doppio di quella reale, come ho documentato nello scritto «Il numero dei morti di Auschwitz. Vecchie e nuove imposture». I Quaderni di Auschwitz,1.  Effepi Editore, Genova, 2004.
[29] F. Paci, “Caro vescovo, attento, non è finita”, in:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200902articoli/41443girata.asp.
[30] P. Witte  e  S. Tyas, «A New Document on the Deportation and Murder of the Jews during “Einsatz Reinhardt” 1942», in:  Holocaust and Genocide Studies, n. 3, inverno 2001, pp. 469-470.
[31] NO-5197, p. 9.
[32] NO-5194, p. 11.
[33] Idem, p. 12.
[34] Dati secondo il Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, curato da Danuta Czech.
[35] In: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/03/lopinione-di-friedrich-paul-berg-su.html.
[36] Effepi, Genova, 2008.
[37] The Beate Klarsfeld, New York, 1989.
[38] Graphos, Genova, 2002, p. 149.
[39] F. Berg, NAZI Railroad Delousing Tunnels for Public Health, or Mass Murder! In:
http://www.nazigassings.com/Railroad.html
Fonte: http://ita.vho.org/044_Chiarimenti.htm

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