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Nov 16

0473 – Piergiorgio Odifreddi: il capro espiatorio del porcaio mediatico…di Carlo Mattogno

 

Piergiorgio Odifreddi:

il capro espiatorio del porcaio mediatico

 di Carlo Mattogno

16 Novembre 2013

carlo,mattognoIl recente fallimento della proposta di legge contro il cosiddetto “negazionismo” ha scatenato il livore dei fondamentalisti della Holocaustica Superstitio in una ignobile caccia all’untore, la cui vittima più illustre è stato, notoriamente, Piergiorgio Odifreddi.

Tacciarlo di “negazionismo” per ciò che ha scritto è non solo ridicolo, ma palesemente disonesto, a meno che le capacità intellettive del porcaio mediatico siano davvero così tragicamente infime come appaiono. Dappertutto vengono riportate con orrore le sue frasi incriminate:

«non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune, ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato»1.

Ci vuole tutta la stupidità, l’ipocrisia e l’ignoranza del porcaio mediatico per scorgervi una sia pur velata allusione al “negazionsimo”, meno che mai una intenzione “negazionistica”.

Odifreddi ha semplicemente posto il problema delle fonti delle conoscenze storiche dell’uomo comune; il significato di queste frasi è palese per qualunque persona onesta di media intelligenza; quanto agli altri, che, sventuratamente, a quanto pare, sono i più, egli lo ha spiegato ancora più chiaramente, precisando che:

«la maggior parte di noi ha della maggior parte dei fatti storici una conoscenza non solo di seconda mano, com’è evidente, ma fantastica: cioè, basata principalmente su film, romanzi, serial televisivi e simili. Basta guardare le classifiche dei libri, ad esempio, per accorgersi che la maggior parte di quelli in classifica, e dunque venduti, sono opere di fantasia, mentre i saggi sono letti da pochissimi lettori e non bisogna dimenticare che i lettori sono una piccola percentuale della popolazione italiana: l’ultima rilevazione ocse ha stabilito che dei 24 paesi industrializzati, gli italiani sono ULTIMI nelle competenze alfabetiche, linguistiche e discorsive, e PENULTIMI nelle competenze matematiche e che due terzi di loro non raggiungono il livello considerato minimo per poter vivere in una società industrializzata.

Dunque, la stragrande maggioranza della popolazione ha della storia una conoscenza mediata dai racconti fantastici, che soprattutto nel caso dei film e dei romanzi sono fatti a fini commerciali da una parte, e apologetici dall’altra. In queste condizioni, come si può realisticamente pensare che si abbiano opinioni informate sulla storia?

Ma anche la maggior parte di noi, sulla maggior parte dei fatti storici, ha appunto una conoscenza di quel genere: cosa sappiamo della rivolta dei boxer, o del massacro degli armeni, o dell’apartheid, eccetera, oltre a ciò che abbiamo visto al cinema o letto in un romanzo?

Il mio famigerato commento intendeva solo dire che io, sulle camere a gas, così come su centinaia di altri eventi, ho esattamente quel genere di “conoscenza”. Considerarla “conoscenza”, in un senso dignitoso della parola, è nella migliore delle ipotesi illusione, e nella peggiore tracotanza»2.

La cosa tragicomica è che i più furiosi fustigatori di Odifreddi hanno dimostrato di possedere, sulla Shoah, un grado di conoscenza a dir poco infantile dandogli di fatto pienamente ragione –, perché la loro opinione è appunto «basata principalmente su film, romanzi, serial televisivi e simili», più (a onor del vero) qualche titolo di libro olocaustico e qualche testimonianza per sentito dire.

Per questo i richiami di questi fanatici guardiani dell’ortodossia olocaustica a libri e testimoni sono a dir poco patetici.

Per addurre qualche esempio, Valeria Gandus, il 19 ottobre, ha scritto su “Il Fatto Quotidiano”:

«Le memorie di Primo Levi o di Shlomo Venezia (un “sonderkommando”, cioè uno di coloro che avevano il terribile compito di raccogliere i cadaveri nelle camere a gas, spogliarli e prepararli per i forni), non hanno valore “scientifico”. E tantomeno l’hanno tutte le testimonianze raccolte dalla Shoah Foundation di Spielberg, che ha meritoriamente intervistato tutti i sopravvissuti ai campi di sterminio che è riuscita a trovare prima che morissero. Questo io non riesco a perdonare a Odifreddi»3.

Povero Primo Levi, citato a vanvera da una carterva di olocaudatari che non hanno mai sfogliato i suoi libri! A quanto pare, costoro sono realmente convinti che egli sia un “testimone oculare” delle “camere a gas” di Birkenau, il che è frutto di ottusa ignoranza, in quanto Levi fu internato al campo di Monowitz, dove raccolse semplici dicerie sulla «camera a gas di cui tutti parlano» (la “camera a gas”, al singolare!)4 di Birkenau.

Levi, che si era ammalato di scarlattina ed era stato ricoverato al reparto malattie infettive dell’ospedale del campo in data 11 gennaio 1945, fu lasciato dalle SS ai Sovietici5 insieme ad altri circa 8.000 “testimoni oculari”, che avrebbero potuto sterminare e cremare facilmente nei mesi precedenti, quando era cominciata l’evacuazione del campo.

Quanto a Shlomo Venezia, un «sonderkommando» [!], cioè un sedicente membro del “Sonderkommando” (Squadra speciale) dei crematori6 di Birkenau, la sua “testimonianza”, ad essere benevoli, è oltremodo fantasiosa; non soltanto non trova alcuna conferma nella abbondante documentazione esistente (documenti, piante, fotografie), ma è da essa radicalmente smentita7.

E che dire di «tutte le testimonianze raccolte dalla Shoah Foundation di Spielberg»? Questa fiducia superstiziosa, come se le testimonianze potessero realmente dimostrare storicamente qualcosa, fu distrutta già parecchi anni or sono dallo storico francese Jacques Baynac, che rilevò:

«Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato»8.

Ed è noto che, nonostante le chiacchiere della turba ignorante, di documenti sulle presunte camere a gas non v’è traccia, il che, appunto, indusse Baynac a concludere sconsolatamente:

«La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” – e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”»,

più esattamente, della Holocaustica Superstitio.

Non c’è bisogno di precisare che gli storici olocaustici si sono messi in trappola da soli, con la loro metodologia aberrante e truffaldina.

Mario Calabresi, su La Stampa, ricusando sdegnosamente (e ipocritamente) l’accusa di “macchina del fango” lanciata (giustamente) al giornale da Odifreddi, e farfugliando nel contempo di una «vera macchina di negazionismo e becero antisemitismo come quella scatenata da Odifreddi con un suo sciagurato post», lo ha rimbrottato esponendo le proprie mirabili fonti storiografiche:

«Il punto, caro Odifreddi, è che non si tratta di opinioni e che nessuno di noi ha avuto bisogno della macchina propagandistica americana per conoscere la verità sullo sterminio dei campi di concentramento e sulle camere a gas. Ci è bastato leggere i libri degli storici più seri (basti citare «La distruzione degli ebrei d’Europa» di Raul Hilberg) per sapere che in Germania vennero ritrovati (e anche esposti al pubblico) tutti i progetti delle camere a gas e ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti, a partire da quella tragica e definitiva di Shlomo Venezia, che fu tra coloro che dovevano tirare fuori i corpi degli uomini, delle donne e dei bambini gassati. Lo ha raccontato nel suo libro «Sonderkommando Auschwitz» pubblicato nel 2007 da Rizzoli e poi tradotto in 24 lingue e le sue parole non lasciano molto spazio ai giochetti retorici: …»9.

Ora, che nel libro La distruzione degli ebrei d’Europa o in altre opere di tal fatta si possa leggere «che in Germania vennero ritrovati (e anche esposti al pubblico) tutti10 i progetti delle camere a gas» è una balordaggine colossale. Il pover’uomo (Calabresi) si riferiva evidentemente alla bufala del quotidiano BildDe, che spacciò pateticamente le piante degli impianti di disinfestazione BW 5a e 5b di Birkenau, contenenti una “Gaskammer” (camera a gas) ad acido cianidrico la quale non aveva nulla a che vedere con le presunte camere a gas omicide dei crematori , appunto per una camera a gas omicida!11. Tale “nuova” pianta era già stata pubblicata da Jean-Claude Pressac quasi due decenni prima.

Per quanto riguarda Raul Hilberg, nella sua opera menzionata sopra egli ha dimostrato tutto tranne l’esistenza di campi di sterminio e di camere a gas, come ho documentato abbondantemente nel mio relativo saggio12.

Infine riappare l’immancabile riferimento al libro di “memorie” di Shlomo Venezia, che è essenzialmente una pessima sceneggiatura dei fantasiosi quadri auschwitziani di David Olère, con abbondanti scopiazzamenti dalla letteratura precedente, in particolare dalle “memorie” di Filip Müller, che aveva a sua volta ignobilmente plagiato le “memorie” del notorio impostore Miklos Nyiszli13. La citazione riportata da Calabresi è appunto un aneddoto assurdo inventato da Nyiszli (1946) e poi travasato, con gli opportuni ricami, nella memorialistica successiva. Che egli ritenga questo mediocre romanzo storico una testimonianza addirittura «definitiva», è una riprova del carattere superficiale e fantastico delle sue “conoscenze” olocaustiche.

Qui vale la pena di riportare la conclusione del mio studio su questa “testimonianza oculare”:

«Nel 1998, Valentina Pisanty, in un’opera sul cosiddetto “negazionismo”, si lasciò sfuggire questa magistrale analisi delle testimonianze olocaustiche:

“Spesso gli scrittori intrecciano le proprie osservazioni dirette con frammenti di “sentito dire” la cui diffusione nel lager era capillare. La maggior parte delle inesattezze riscontrabili in questi testi è attribuibile alla confusione che i testimoni fanno tra ciò che hanno visto con i propri occhi e ciò di cui hanno sentito parlare durante il periodo dell’internamento. Con il passare degli anni, poi, alla memoria degli eventi vissuti si aggiunge la lettura di altre opere sull’argomento, con il risultato che le autobiografie stese in tempi più recenti perdono l’immediatezza del ricordo in favore di una visione più coerente e completa del processo di sterminio”.

Ciò si addice perfettamente al testimone Venezia [le cui “memorie”, è bene ricordarlo, sono apparse nel 2007, 63 anni dopo i presunti eventi!]. Nel suo libro appare evidentissima l’impronta della «lettura di altre opere sull’argomento», soprattutto quella, fondamentale, dell’album di David Olère, ma anche delle testimonianze di Miklos Nyiszli e di Filip Müller, cui bisogna aggiungere gli incontri con altri sedicenti ex membri del “Sonderkommando” e storici. […].

La narrazione di Venezia relativa al presunto processo di sterminio è in effetti essenzialmente un commento dei disegni di D. Olère, spesso male interpretati. La scelta di pubblicare molti di questi disegni nel volume, indubbiamente suggerita dai suoi curatori, è solo apparentemente oculata, in quanto vorrebbe fornire una conferma della veridicità della narrazione di Venezia; in realtà si rivela malaccorta, perché è fin troppo evidente che è tale narrazione ad essere basata sui disegni. Ne è la riprova il fatto che essi mostrano scenari grossolanamente falsi che Venezia non è in grado di correggere. […].

Venezia rivendica apertamente la sua qualità di testimone “oculare”:

“Birkenau era un vero inferno, nessuno può capire o entrare nella logica del campo. Per questo voglio raccontare tutto quello che posso, fidandomi solamente dei miei ricordi, di quello che sono certo di avere visto e niente di più”.

Ma egli non può aver visto scenari irreali, come palizzate fittizie, trasporti ebraici illusori, camini fiammeggianti, recupero di grasso umano immaginario, locali inesistenti, gasazioni fantastiche, cremazioni impossibili, ecc., né vissuto storie improponibili come quella della “salvezza”.

In conclusione, riprendendo l’analisi di V. Pisanty, si può dire che la testimonianza di Venezia è il frutto della confusione tra ciò che il testimone ha visto con i propri occhi, ciò di cui ha sentito parlare durante l’internamento e ciò che alla sua memoria degli eventi vissuti si è aggiunto successivamente dalla lettura di altre opere sull’argomento, col risultato che l’immediatezza del ricordo è scomparsa di fronte ad una una visione più coerente e completa del presunto processo di sterminio, cioè si è trasformata in un romanzo storico».

Il fatto che i guardiani olocaustici si impuntino su fonti così insulse (evidentemente le uniche che conoscono) è una ulteriore conferma della loro ignoranza caprina sulla questione della Shoah e al tempo stesso la dimostrazione che l’analisi delle relative fonti conoscitive olocaustiche della gente comune e del porcaio mediatico delineata da Odifreddi è ineccepibile; per la verità, è una banale constatazione.

Ma ciò non ha nulla a che vedere col “negazionismo”, il quale, del resto, è una ridicola caricatura del revisionismo; ridurlo a mera “negazione” di un fantomatico dato di fatto pretesamente positivo, documentariamente dimostrato, è doppiamente falso: sia perché il revisionismo ha versato nel dibattito storiografico una massa cospicua di documenti, informazioni e interpretazioni prima ignoti e anche per il fatto che alcuni suoi studi sono di carattere eminentemente “positivo”14, sia perché, come ho precisato altrove, il compito e la funzione essenziale del revisionismo non è di “negare” presunte installazioni o eventi, ma di vagliare e verificare la storiografia olocaustica. Da un punto di vista strettamente metodologico, il problema fondamentale non è se le “camere a gas” sono esistite o non sono esistite, ma se le relative prove addotte dalla storiografia olocaustica sono fondate o infondate.

Su questo terreno, che cosa possono obiettare questi poveri sventurati con le loro misere opinioni illusorie raccattate qua e là?

La cosa veramente sconcertante è che, per costoro, perfino la consapevolezza dei propri limiti in campo storiografico, perfino il socratico Hoc unum scio, me nihil scire, è una «vera macchina di negazionismo e becero antisemitismo». La “conoscenza” olocaustica dev’essere universale, indubitabile e obbligatoria, un dogma indiscutibile della Holocaustica Superstitio. Altrimenti si viene esposti al pubblico ludibrio nel porcaio mediatico, come Piergiorgio Odifreddi.

 

Carlo Mattogno, esperto in “negazionismo”.


(Didascalia delle immagini)

 La mia è l’unica opera storiografica di un italiano che appaia nella bibliografia (nella sezione “Fonti stampate” sono riportate due opere di Primo Levi in traduzione tedesca, ma si tratta di memorialistica): dove sono gli “specialisti” olocaustici nostrani?

S 1

 S 2


1 http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2013/10/12/priebke-come-welby/comment-page-8/

2 http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2013/10/16/stabilire-la-verita-storica-per-legge/comment-page-4/#comment-122334.

3 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/19/shoah-caro-odifreddi-le-tue-parole-pesano-come-macigni/749109/

4 P. Levi, Se questo è un uomo. Einaudi, 1984, p. 58. Si veda sotto, nota 10.

5 Idem, p. 190 e 218.

6 La precisazione è necessaria, perché a Birkenau esistettero molteplici “Sonderkommandos”, uno solo dei quali era appunto addetto ai crematori.

7 Si veda al riguardo il mio articolo «La verità sulle camere a gas» ? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia, in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMVENEZIA.pdf

8 Ho riportato ampi stralci delle dichiarazioni di Baynac nello studio L’«irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad…Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty, in: http://www.vho.org/aaargh/fran/livres7/CMCappuccetto.pdf.

9 http://www.lastampa.it/2013/10/20/cultura/opinioni/editoriali/ma-lolocausto-non-unopinione-ZYKcjaxY7CNq6t5Ff8UQuI/pagina.html.

10 Il pover’uomo non sa evidentemente ciò che dice: le presunte “camere a gas” omicide di Birkenau si trovavano nei quattro crematori di Birkenau, in numero di almeno otto (lasciando da parte le presunte suddivisioni successive): egli invece fa riferimento indiretto ad una sola pianta di un impianto di disinfestazione (che era valida per due impianti speculari).

11 Si veda il mio articolo I volenterosi scopiazzatori di Valentina Pisanty. 1) bild.de: bufala e controbufala, in: http://olodogma.com/wordpress/2013/10/31/0454-i-volenterosi-scopiazzatori-di-valentina-carlo-mattogno-su-alcuni-olo-gazzettieri/

12 Raul Hilberg e i “centri di sterminio” nazionalsocialisti. Fonti e metodologia, in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMhilberg.pdf,

13 Si veda al riguardo il mio studio “Medico ad Auschwitz”: Anatomia di un falso. La falsa testimonianza di Miklós Nyiszli. Edizioni La Sfinge, Parma, 1988.

14 Tra gli altri, i miei studiLa “Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”, Edizioni di Ar, Padova, 1998 e I forni crematori di Auschwitz. Studio storico-tecnico con la collaborazione del dott. ing. Franco Deana. 2 vol. Effepi, Genova, 2012. Circa la prima, a suo tempo avevo già rilevato che «se il prestigioso Istituto di storia contemporanea di Monaco (Institut für Zeitgeschichte) ha ritenuto di dover inserire nella bibliografia scientifica di uno dei suoi libri su Auschwitz il mio studio “affermativistico” sulla Zentralbauleitung di Auschwitz, che resta ancora unico, evidentemente, in fin dei conti, non è così “negativo”». Vedi la relativa immagine.