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Nov 14

0467 – Nota sulla prefazione di Yehuda Bauer al libro di Filip Müller “Three Years in the Gas Chambers”…Di Thomas Kues

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FeldmützeA cappello dell’articolo poniamo un breve estratto/sentenza sulla figura dell’ebreo müller filip. Sentenza emessa dal maggior conoscitore mondiale di “cose” dell'”eletta”  fabulazione olocau$tica, Carlo Mattogno.

…”La testimonianza di Filip Müller è piuttosto tardiva, risalendo al 1979. Egli descrive in questo modo i congegni di introduzione dello Zyklon B:
«Die Zyklon-B-Gas-Kristalle wurden nämlich durch Öffnungen in der Betondecke eingeworfen, die in der Gaskammer in hohle Blechsäulen einmündeten. Diese waren in gleichmässigen Abständen durchgelörcht und in ihrem Innern verlief von oben nach unten eine Spirale, um für eine möglichst gleichmässige Verteilung der gekörnten Kristalle zu sorgen.»
La descrizione è molto vaga: Müller non indica il numero la forma, le dimensioni, la posizione delle aperture e delle colonne. L’ultimo punto acquista maggior risalto per il fatto che Filip Müller pubblica un disegno del crematorio II completo di didascalie “criminali” : un’ottima occasione mancata per indicare la posizione delle aperture sul soffitto del Leichenkeller 1!
Da un testimone che pretende di aver trascorso “tre anni nei crematori e nelle camere a gas di Auschwitz“, come recita il sottotitolo del suo libro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di questa sbiadita descrizione.
Ma ciò non deve stupire: come ho dimostrato altrove, qui, come in molti altri punti importanti del suo libro, Filip Müller non ha fatto altro che plagiare il racconto di Miklos Nyiszli secondo la traduzione tedesca apparsa sulla rivista “Quick” di Monaco di Baviera nel 1961.
Nel caso specifico, di suo Müller ha aggiunto la sciocca idea della spirale, come se lo Zyklon B potesse evaporare nei pochi secondi che avrebbe impiegato ad arrivare fino al pavimento lungo questo scivolo a spirale!”…  (Fonte) Olodogma

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PARLARE DI SATANA

Una nota sulla prefazione di Yehuda Bauer al libro di Filip Müller,

 Three Years in the Gas Chambers [1]

Di Thomas Kues [1] (2008)
 

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Yehuda Bauer è nato a Praga nel 1926. Nel 1939, lui e la sua famiglia sono emigrati in Palestina. Dopo aver combattuto nella guerra arabo-israeliana del 1948, Bauer si è laureato in storia, e nel 1960 ha ricevuto il dottorato. Bauer è stato uno dei fondatori del Journal for Holocaust and Genocide Studies, e ha anche fatto parte del comitato editoriale dell’Encyclopedia of the Holocaust, pubblicata dallo Yad Vashem nel 1990. Nel 1998, ha ricevuto il Premio Israele e nel 2001 è stato eletto membro dell’Accademia Israeliana delle Scienze.

Bauer è considerato come uno dei più importanti storici viventi (sterminazionisti) dell’Olocausto. E’ autore di numerosi libri che trattano dell’Olocausto e dell’antisemitismo, inclusi Trends in Holocaust Research [Orientamenti nelle ricerche sull’Olocausto] (1977), Jewish Foreign Policy During the Holocaust [La politica estera ebraica durante l’Olocausto] (1984), Is the Holocaust Explicable?[L’Olocausto è spiegabile?] (1990), e Rethinking the Holocaust [Ripensare l’Olocausto] (2001). Si potrebbe perciò presumere (adottando la forma mentis del pubblico abituale) che Bauer sia capace di esprimere commenti qualificati, penetranti ed equilibrati sulle questioni relative all’Olocausto.

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Anno 2012

E allora cos’è che scrive Bauer sullo sbalorditivo libro di Müller?

Per cominciare, è del tutto evidente che Bauer lo considera come un contributo altamente significativo alla letteratura dell’Olocausto. Il libro è “un documento unico”, scrive Bauer; “è la testimonianza del solo uomo che ha visto il popolo ebreo morire e ha vissuto per dire quello che ha visto”. Müller, così, non è semplicemente un testimone oculare tra i molti, ma un tipo superiore di testimone, che ha prodotto una testimonianza unica sulle sue presunte esperienze; uno scriba segnato dal destino che testimonia la distruzione del suo popolo.

In realtà, il suo libro è “la testimonianza sconvolgente, fondamentale, del solo sopravvissuto a tutto il periodo delle operazioni omicide nel centro di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dell’anus mundi”. Riguardo allo stile della scrittura, Bauer afferma che Müller “racconta la storia in linguaggio semplice e piano”, come pure “senza abbellimenti, o divagazioni”. Secondo lo storico israeliano, Eyewitness Auschwitz non è “un’opera d’arte” ma “una testimonianza”. Così se bisogna credere a Bauer il libro non è in nessun modo una sorta di “fiction”, ma una trasmissione obbiettiva di avvenimenti realmente accaduti osservati dall’autore. Ma cosa dobbiamo pensare di passaggi come il seguente (pp. 46-47):

“Dopo la loro esecuzione i corpi prescelti giacevano su un tavolo. Il dottore procedette a tagliare pezzi di carne ancora calda dalle cosce e dai polpacci e li gettò nei contenitori previsti. I muscoli di quelli che erano stati fucilati si stavano ancora muovendo e contraendo, facendo saltare il secchio”.

O dell’assurda capacità attribuita ai forni crematori alimentati a coke (p. 16):

“Le autorità preposte avevano assegnato 20 minuti per la cremazione di tre cadaveri [in una singola muffola]. Era compito di Stark controllare che il tempo previsto fosse strettamente rispettato”.

O della seguente descrizione del fallito tentativo di Müller di suicidarsi nella camera a gas (pp. 113-114):

“Improvvisamente alcune ragazze, nude e nel pieno rigoglio della gioventù, mi si avvicinarono. Mi stavano di fronte senza parlare, fissandomi profondamente assorte e stringendosi le mani disorientate. Alla fine una di loro prese coraggio e mi rivolse la parola: “Abbiamo capito che hai scelto di morire insieme a noi di tua spontanea volontà, e ti vogliamo dire che la tua decisione è inutile: perché non aiuta nessuno”. Ella proseguì: “Noi dobbiamo morire, ma tu hai ancora una possibilità di salvarti la vita. Devi tornare al campo e raccontare a tutti delle nostre ultime ore”. (…). Fui sorpreso e stranamente commosso dal loro distacco freddo e calmo di fronte alla morte, e anche dalla loro dolcezza. Prima che potessi rispondere al suo energico discorso, le ragazze mi presero e mi condussero protestando alla porta della camera a gas. Lì mi diedero un’ultima spinta che mi fece finire proprio in mezzo al gruppo delle SS”.

Tutto ciò sarebbe accaduto in una camera a gas presuntamente superaffollata, con guardie armate che stavano attorno! Tuttavia, nonostante le numerose affermazioni analoghe, parimenti insensate, assurde, e spudoratamente propagandistiche riscontrabili in tutto il libro, Bauer sostiene che Müller è un testimone capitale:

“Müller non è né uno storico né uno psicologo; non analizza e non esamina. Ma quello che dice è di enorme importanza per entrambi”.

Il libro a quanto pare trascende il livello della testimonianza ordinaria, diventando qualcosa di simile a una rivelazione religiosa o metafisica:

“Questa è una testimonianza cruciale, e costituisce indubbiamente un elemento per comprendere l’orrore di Auschwitz, sebbene nessuno di noi – che non eravamo lì – possa varcare la soglia della conoscenza”.

Quest’affermazione chiaramente echeggia la proclamazione papale di Elie Wiesel  secondo cui

L’Olocausto è un sacro mistero, il cui segreto è limitato alla cerchia del sacerdozio dei sopravvissuti” (Novick, The Holocaust in American Life, p. 211).

Bauer, da parte sua, non esita a identificare la Germania di Hitler con le tenebre incarnate e, implicitamente, la seconda guerra mondiale come una lotta contro il Male Assoluto, incarnato dalla fattezze ingannevolmente umane dei Satanazi:

“Egli vide una civiltà distrutta da diavoli con fattezze umane, ordinarie. Non solo vide i martiri, lui parlò a Satana. (…) Questo racconto disadorno è un’accusa terribile contro Dio e contro l’umanità”.

L’eroe implicito e il simbolo del Bene Assoluto di questa grande storia è naturalmente “il popolo eletto da D-o”, i Sei Milioni di Martiri della Shoah. E’ questo il retro “pensiero” dello storico dell’Olocausto di rinomanza mondiale Yehuda Bauer. Tale atteggiamento acritico è particolarmente evidente nell’osservazione di Bauer sul numero delle vittime di Auschwitz:

“Non si sa esattamente quante persone vennero assassinate nelle camere a gas di Auschwitz, ma le stime oscillano intorno ai tre milioni e mezzo”.

– Raul Hilberg dichiarò nella sua Distruzione degli ebrei d’Europa (originariamente pubblicata  nel 1961) che morirono ad Auschwitz 1.250.000   persone, di cui 1 milione di ebrei.
– Nel 1953, Gerald Reitlinger fissò la cifra tra le 800.000 e le 900.000 (The Final Solution, p. 500).
– Nel 1951 lo storico ebreo-francese Léon Poliakov valutò il numero delle vittime di Auschwitz in 2 milioni, una cifra utilizzata in seguito – anche dai suoi colleghi George Wellers (1973) e Lucy Davidowicz (The War Against the Jews,   1975).
– Nel 1983, Wellers aveva ridotto la sua cifra a 1.471.595.
– Lo stesso Yehuda Bauer aveva vagamente fissato la cifra tra i 2 e i 4 milioni (A History of the Holocaust, p. 215),
per poi ridurla a 1.600.000 nel 1989 (The Jerusalem Post, 22 Settembre 1989, p. 6).
– Il fatto che nel 1979 un’eminente autorità senza legami apparenti con l’Unione Sovietica parlasse di una cifra tra i 3 e i 4 milioni di   vittime ad Auschwitz dovrebbe dirci qualcosa sull’integrità intellettuale e sulla mentalità degli   storici dell’Olocausto.

 Ma Bauer non è uno storico comune, è anche una sorta di filosofo, che critica la nostra civiltà occidentale mentre fornisce una soluzione affidabile dei nostri problemi:

Dobbiamo sostenere la testimonianza di Filip Müller, se vogliamo che la nostra civiltà sopravviva”.

Che genere di civiltà, ci potremmo domandare, è quella che si basa su fondamenta come quelle di Three Years in the Gas Chambers? E’ la civiltà di Aristotele, di Voltaire e di Nietzsche, o quella di Freud, di Marcuse e di Elie Wiesel?

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newsite/sr/online/sr_153.pdf

Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com/2008/10/una-nota-su-yehuda-bauer.html

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