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Ago 29

0362 – Risposta di Carlo Mattogno ad Adriana Chiaia sul “negazionismo” olocaustico

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RISPOSTA AD ADRIANA CHIAIA SUL “NEGAZIONISMO” OLOCAUSTICO

 Di Carlo Mattogno (2007)

 

L'imponente studio del Mattogno sulle "camere a gas di Auschwitz"

L’imponente studio del Mattogno sulle “camere a gas di Auschwitz”

In un articolo sul tristemente noto disegno di legge Mastella del gennaio 2007 contro il “negazionismo” olocaustico, circa le presunte olo-“confutazioni” dei miei argomenti storici, ho rilevato:

«Per quanto mi riguarda, all’inizio c’è stato qualche timido tentativo di critica da parte degli storici, presto accantonato. Ad essi sono subentrati nugoli di polemisti usa e getta che si sono accaniti contro aspetti marginali di qualcuno dei miei scritti, blaterando protervamente che le mie tesi erano “contestabilissime”, ma scomparendo regolarmente dalla scena dopo la mia replica. Nel libro “Olocausto: dilettanti nel web” (Effepi, Genova, 2005, pp. 118-126) ho stilato l’elenco dei miei libri e articoli più importanti che sono rimasti senza replica da parte di storici o polemisti  olocaustici – 23 titoli – e ho annotato i nomi di coloro che si sono ritirati nell’ombra dopo le mie risposte – 38 autori – e nel frattempo la lista si è allungata ulteriormente. Nessuno ha mai confutato nessuna di queste tesi “contestabilissime”.

Non solo, ma sono io che ho confutato ad abundantiam i sostenitori del nuovo dogma religioso olocaustico, dedicando loro sei libri:

– Olocausto: Dilettanti allo sbaraglio. Pierre Vidal-Naquet, Georges Wellers,  Deborah Lipstadt, Till Bastian, Florent Brayard et alii contro il  revisionismo storico. Edizioni di Ar, Padova, 1996, 322 pagine.

L’ “irritante questione” delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty. Graphos, Genova, 1998, 188 pagine.

Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, 182 pagine.

– Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, 131 pagine.

– Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”. Effepi, Genova, 2006, 80 pagine. [Riedizione ampliata: Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi,  2007, 103 pagine, in: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.]

Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, 2006, 179 pagine.

In totale: 1.082 pagine»[1].

Considerata la sfacciata malafede con cui l’articolo in questione è stato “letto” dagli olo-propagandisti, qui la ripetizione non solo iuvat, ma è addirittura necessaria.

Rammento dunque che in esso ho elencato i miei studi revisionistici, i quali, oltre ai libri  menzionati sopra, includono:

– su Auschwitz:

8 libri:  1.288 pagine,

25 articoli: 366 pagine,

complessivamente circa 1.650 pagine;

– su Belzec, Majdanek, Stutthof e Treblinka: quattro libri (tre in collaborazione con Jürgen Graf): complessivamente 1.033 pagine;

– primi scritti:

11 libri:  complessivamente 1.016 pagine.

Indi ho commentato:

«Da queste oltre 4.700 pagine i miei “critici” hanno estratto una frase qua, qualche parola là (per di più, soltanto nei miei primi scritti) e poi hanno preteso di confutarmi, di dimostrare mie presunte metodologie capziose, mie fantasiose intenzioni occulte. Ma neppure questo compito elementare è riuscito loro, donde l’inevitabile appello alla “giustizia”»[2].

A questi polemisti usa e getta si è aggiunta recentemente Adriana Chiaia, con uno scritto lungo e eterogeneo intitolato “Percorsi e ricorsi storici: il negazionismo[3]. Dei vari temi trattati dall’autrice mi limiterò ad esaminare quello propriamente storico, non senza aver prima rilevato una palese contraddizione di fondo nella sua impostazione ideologica. Ella pretende incredibilmente che le leggi antirevisioniste in virtù delle quali, ad esempio, in Germania Ernst Zündel è stato condannato a cinque anni di reclusione, Germar Rudolf a due anni e mezzo, e che imperversano non meno funestamente, oltre che in Francia, in Austria e in Polonia,

«sono, per dirla con Gramsci, “la piccola bandiera” che, in realtà, serve a colpire coloro che si oppongono alla lettura revisionista della storia del XX secolo, coloro che si
oppongono alla falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario e comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose ricerche e pochi mezzi – al contrario dei revisionisti, che godono dell’appoggio governativo e delle sovvenzioni dei padroni dei maggiori mezzi di comunicazione – lavorano per ristabilire la verità storica».

 

Studio sulla cremazione in due volumi

Studio sulla cremazione in due volumi

Adriana Chiaia illustra la sua singolare tesi con quest’esempio:

«Annie Lacroix-Riz, professoressa di storia contemporanea presso l’Università di Parigi VII e storica di rinomanza internazionale è, da anni, oggetto delle persecuzioni di un’organizzazione di nostalgici dell’Ucraina e della Russia “bianche”. Questa organizzazione, che è arrivata al punto di minacciarla fisicamente, ha esercitato pressioni politiche su deputati francesi, e si è rivolta perfino all’allora Presidente Chirac, affinché Annie Lacroix fosse sanzionata dall’amministrazione dell’Università. Ci sono voluti una vasta mobilitazione democratica di personalità della cultura a livello internazionale, di associazioni e di militanti antifascisti e l’intervento dei sindacati perché ciò non accadesse. Il ‘crimine’ di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie – il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato da Stalin durante la carestia che colpì l’URSS negli anni 1932-33. Gli attacchi contro la professoressa Lacroix non sono, tuttavia, terminati. Essi minacciano la sua sicurezza fisica e il suo posto di lavoro e minano la serenità necessaria per le sue ricerche storiche».

Se si sostituisse “Robert Faurisson” a “Annie Lacroix-Riz” si otterrebbe un quadro ancora educorato della realtà, sia perché le persecuzioni e le aggressioni fisiche subìte dallo storico francese sono di gran lunga più gravi, sia perché in veste di persecutore non ha agito una qualunque “organizzazione di nostalgici”, ma lo Stato francese.

Mutatis mutandis, le parole di Adriana Chiaia si attagliano perfettamente a Faurisson, il cui “crimine” «consiste nelle sue ricerche storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie – il luogo comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli Ebrei».

Per Adriana Chiaia il “negazionismo” è evidentemente a senso unico: giusto e sacrosanto se si tratta di negare i crimini di Stalin, ignobile e aberrante se entra in gioco il presunto olocausto.

Ciò premesso, vediamo quale sia il valore dei suoi argomenti.

Rilevo anzitutto che lo scritto di Adriana Chiaia è caratterizzato da una profonda ignoranza dei cardini della storiografia olocaustica (per non parlare di quella revisionistica); da una confusione tra la persecuzione nazionalsocialista degli Ebrei – che nessuno nega – e il preteso sterminio ebraico; dal conseguente ricorso a fonti non solo di seconda mano, ma oltremodo datate e infine da argomentazioni storiche insulse.

Nelle sue note campeggiano titoli come:

-William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962;

– Enzo Collotti, La Germania nazista, Giulio Einaudi editore, Torino, 1962;

– Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945, Feltrinelli editore, Milano,
1964.

Stranamente, ella non menziona le opere olocaustiche di L. Poliakov e di G. Reitlinger, parimenti datate e accessibili in italiano, ma almeno un po’ più serie.

Per la verità Adriana Chiaia si appella anche ad un’opera meno vetusta: il “Calendario” di Auschwitz di Danuta Czech, riguardo al quale scrive:

 

Sudio sull'assistenza sanitaria agli internati

Sudio sull’assistenza sanitaria agli internati, sul “sonderbehandlung” e “selezione”

«In un recente articolo apparso su il manifesto, Enzo Collotti, storico che dal dopoguerra si è dedicato allo studio del nazismo e autore di libri fondamentali sul tema, segnala quella che egli chiama “una pietra miliare della storiografia su Auschwitz”. Si tratta dell’opera della studiosa polacca, D. Czech, dal titolo Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, nella quale si ricostruisce con un paziente lavoro di archivio (proveniente in gran parte dai documenti originali tedeschi della gestione del lager, scampati alla distruzione precedente all’arrivo dell’Armata Rossa) il processo con cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager».

L’articolo in questione è datato 9 febbraio 2007, ma l’opera recensita, il “Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945”, nella sua versione tedesca riveduta e corretta risale al 1989[4], dunque Collotti ha impiegato diciotto anni per accorgersi dell’esistenza di questa “pietra miliare della storiografia su Auschwitz” – ha dovuto aspettare che l’opera fosse disponibile in italiano!

Il “Calendario” di D. Czech è una cronaca che riporta giorno per giorno gli avvenimenti principali della storia del campo di Auschwitz. Esso è uno strumento storico utile per quanto riguarda i fatti documentati, uno strumento puramente  propagandistico per quanto attiene alle asserzioni non documentate, che sono quelle più importanti, in quanto riguardano le presunte gasazioni omicide. A questo proposito, i riferimenti addotti da D. Czech possono forse impressionare studiosi come Collotti, non certo chi tali riferimenti conosce bene ed è in grado di verificarli. Mi spiego subito con qualche esempio.

Adriana Chiaia ritiene opportuno soffermarsi su qualche passo dell’articolo di Collotti:

«Riferendosi alla ricostruzione cronologica, che costituisce il criterio dell’opera, Collotti scrive: “Dalle esecuzioni più primitive [cioè le fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri polacchi e russi, il primo trasporto di ebrei di varie nazionalità essendo arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un crescendo alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha luogo il 4 maggio 1942».

Collotti non ha neppure colto la sequenza fondamentale dei presunti eventi che avrebbero condotto allo sterminio sistematico in “camere a gas” omicide installate nei crematori di Birkenau. A tale epilogo le SS – secondo il “Calendario” – sarebbero giunte attraverso tre fasi intermedie:

– la prima gasazione omicida, presuntamente avvenuta nello scantinato del Block 13 di Auschwitz (divenuto poi il Block 11 per un cambiamento della numerazione) il 3-5 settembre 1941;

– l’utilizzazione della camera mortuaria (Leichenhalle) del crematorio I di Auschwitz come camera a gas omicida (a partire dal 16 settembre 1941);

– la trasformazione di due case coloniche preesistenti nell’area di Birkenau in camere a gas omicide (20 marzo e 30 giugno 1942)(i cosiddetti “Bunker” 1 e 2[5]).

A ciascuna di queste fasi ho dedicato uno studio specifico basato su una ricca documentazione di prima mano:

1) Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992, 190 pp.

Traduzione americana: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Testo accresciuto, riveduto e corretto.  159 pp.

2) Auschwitz: Crematorium I  and the Alleged Homicidal Gassing. Theses &    Dissertations Press, Chicago, 2005. 138 pp.

3) The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 264 pp.

Come ho già rilevato altrove[6], lo studio olocaustico più approfondito – o meno superficiale – su questi tre aspetti essenziali della presunta politica di sterminio ebraico ad Auschwitz è costituito dalle 33 pagine che vi ha dedicato Franciszek Piper – direttore della sezione storica del Museo di Auschwitz[7]; i miei tre studi summenzionati coprono circa 600 pagine e già questo semplice confronto dimostra l’inconsistenza e l’inettitudine della storiografia olocaustica sulla genesi e gli sviluppi del presunto sterminio ebraico ad Auschwitz.

Sto ancora aspettando che qualche olo-storico o olo-propagandista si pronunci su questi studi. Forse Collotti?

Quanto alla «prima selezione con gas» che ebbe presuntamente  luogo il 4 maggio 1942, D. Czech non sa fare di meglio che appellarsi a due testimonianze, una del 1947 (processo Höss), l’altra del 1978! (Czesław Ostańkowicz).

I documenti infatti non confermano affatto questa presunta “selezione”, anzi, se mai, la sfatano clamorosamente.

D. Czech non indica il numero dei “selezionati” e si limita a riferire che, dopo la presunta gasazione, «la forza di questa baracca ammonta a 1.200 detenuti»[8].

Una delle sue fonti, Czesław Ostańkowicz, afferma invece che dalla baracca furono selezionati 20 polacchi, alcuni francesi e 180 Russi abili al lavoro, poco più di 200 persone, mentre «il resto dei 1.200 detenuti politici», dunque poco meno di 1.000 persone, furono gasati il 4 e 5 maggio 1942[9].

Esiste un importante documento che smentisce questo presunto evento. Si tratta dello Stärkebuch, il registro della forza del campo maschile di Auschwitz che va dal 19 gennaio al 19 agosto 1942. Esso registra la forza numerica all’appello del mattino e della sera, i nomi dei detenuti nuovi arrivati e di quelli morti (oltre che di quelli trasferiti e rilasciati). La presunta “selezione” avrebbe riguardato detenuti immatricolati, perciò le presunte vittime devono figurare in questo registro tra i “Verstorbene Häftlinge” (detenuti morti). Dal 1° al 10 maggio 1942 la mortalità giornaliera nel campo maschile fu la seguente[10]:

data detenuti prigionieri di guerra sovietici
1 maggio 134 185
2 53 185
3 64 183
4 89 182
5 87 182
6 144 182
7 89 179
8 135 176
9 61 174
10 49 172

 Il tasso di mortalità prima del 4-5 maggio 1942 e dopo non subì variazioni di rilievo, dunque  nello Stärkebuch non c’è traccia dei  quasi 1.000 presunti gasati.. Le presunte vittime facevano parte della forza del campo dello Stammlager Auschwitz, perciò, oltre che in questo registro, dovrebbero apparire anche nel Leichenhallenbuch, il registro della camera mortuaria del Block 28, che va dal 7 ottobre 1941al 31 agosto 1943. Per il periodo summenzionato essa riporta infatti i seguenti decessi[11]:

data detenuti
1 maggio 24
2 15
3 9
4 31
5 45
6 28
7 23
8 25
9 14
10 12

 Anche questo documento smentisce la presunta uccisione di poco meno di 1.000 detenuti il 4 o 5 maggio 1942.

E – per favore – non mi si venga a parlare di una fantomatica “doppia contabilità” delle SS, tesi insensata che dimostra soltanto una spaventosa ignoranza della burocrazia di Auschwitz.

 

Studio a più mani sul lager di Sobibor

Studio a più mani sul lager di Sobibor

Nella stessa pagina in cui menziona la prima “selezione”, D. Czech dà un altro saggio della sua professionalità. Ella ci informa che un medico SS ordina nella farmacia del campo 3 kg di fenolo «che viene usato all’ospedale dei detenuti per uccidere detenuti mediante iniezioni di fenolo al cuore»[12]. Ma il riferimento riguarda solo l’ordinazione: da che allora cosa D. Czech desume che questo fenolo serviva a scopo omicida? Dal suo silenzio. Ella tace infatti che ad Auschwitz furono effettuate migliaia di operazioni chirurgiche[13] e, come è noto, il fenolo è un disinfettante energico che era stato introdotto nelle operazioni chirurgiche fin dal 1867[14].

E che dire del fatto che ella ha occultato almeno 97.000 detenuti trasferiti in altri campi nel 1944, creando così altrettanti finti gasati?[15].

In uno dei miei libri citati sopra – Auschwitz: la prima gasazione – ho esposto in uno speciale paragrafo “La metodologia storiografica di Danuta Czech”, dimostrando come ella abbia inventato un racconto fittizio e storiograficamente inconsistente sulla base di un mosaico di dichiarazioni contraddittorie su tutti i punti essenziali: quelle dei testimoni Kula, Krokowski, Koczorowski, Taul, Myłyk, Gliński, Smużewski, Banach e Kielar.

Riporto i punti salienti di quest’analisi:

«- Danuta Czech trae il numero dei detenuti malati selezionati (250) dalla testimonianza di Kula, quello dei prigionieri russi (600) dalle testimonianze di Krokowski, Koczorowski, Myłyk e Gliński; tuttavia il testimone Krokowski afferma che i detenuti malati selezionati furono 400, il testimone Smużewski fornisce un totale di 980 vittime e il testimone Banach parla di 800 Russi, tra cui 120 detenuti politici.

– Danuta Czech scrive che la mattina del giorno dopo quello della gasazione (4 settembre), Palitzsch aprì la porta «delle celle»  e constatò che «alcuni» prigionieri di guerra russi erano ancora vivi. La fonte è la testimonianza di Kula, il quale però afferma che ciò accadde il pomeriggio del giorno dopo (“Il 15 agosto[16], verso le 4 di pomeriggio, Palitzsch, con una maschera antigas…”); egli precisa inoltre che Palitzsch aprì la porta “dei Bunker”, ossia dello scantinato, non delle celle, e constatò che “le persone” – evidentemente tutte, non alcune – che vi si trovavano erano ancora vive.

– Danuta Czech asserisce inoltre che la notte del 4 settembre, cioè ancora il giorno dopo quello della gasazione, Palitzsch adunò «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a e tutti gli infermieri dell’ospedale”, più altri due detenuti, i quali cominciarono subito ad evacuare i cadaveri. Ma secondo il testimone Kula, lo scantinato del Block 11 fu riaperto la sera del 16 agosto, cioè due giorni dopo quello della gasazione [rispetto alla data riferita da questo testimone]; anche il testimone Kielar afferma che l’evacuazione dei cadaveri iniziò due giorni dopo, per l’esattezza la sera del secondo giorno, mentre il testimone Gliński dichiara che essa cominciò tre giorni dopo. Questo stesso testimone afferma inoltre che tale operazione fu eseguita da circa 20 medici e infermieri, che Danuta Czech trasforma in «20 detenuti della compagnia di punizione del Block 5a”, mentre il testimone Banach dichiara che essa fu eseguita da «alcune decine» di detenuti della compagnia di punizione. Il testimone Gliński, che era infermiere, asserisce che l’operazione fu compiuta soltanto da infermieri e medici, mentre il testimone Banach, che era membro della compagnia di punizione, dichiara che l’operazione fu eseguita soltanto dai detenuti della compagnia di punizione. Dunque: infermieri o detenuti della compagnia di punizione. Danuta Czech risolve elegantemente il dilemma: infermieri e detenuti della compagnia di punizione!

– Danuta Czech scrive che i cadaveri dei gasati furono portati al crematorio e cremati, ma il testimone Kula afferma che essi “non furono cremati nel crematorio, ma furono portati in direzione di Brzezinka [Birkenau], dove furono inumati”.

– Danuta Czech asserisce poi che il trasporto dei cadaveri al crematorio durò due notti e si concluse la notte del 5 settembre. Ma i testimoni Myłyk  e Smużewski affermano che questo lavoro fu eseguito in una sola notte.

Si sarà notato che Höss non rientra nel novero dei testimoni citati da Danuta Czech. La ragione è semplice: la sua testimonianza, alla portata di tutti e controllabile da chiunque, è in contraddizione troppo flagrante con il resoconto di Danuta Czech, perché egli riferisce che lo Zyklon B provocò la morte immediata delle vittime”»[17], mentre la redattrice del “Calendario”, come ho accennato sopra, pretende che la mattinadel giorno dopo quello della gasazione alcuni prigionieri di guerra russi erano ancora vivi.

D. Czech menziona la gasazione di centinaia di trasporti ebraici, a partire da quella di un trasporto di Ebrei slovacchi in data 4 luglio 1942, ma senza mai fornire non dico la minima prova, ma neppure  il minimo indizio documentario a sostegno della sua pretesa. Ella, come tutti gli storici olocaustici, presuppone aprioristicamente che tutti i detenuti non immatricolati fossero stati gasati.

Nella prima edizione tedesca del suo “Calendario”[18] figurano 91 trasporti di Ebrei provenienti dall’Ungheria tra il 2 maggio e il 18 ottobre 1944, da cui risultano immatricolate complessivamente 29.159 persone. Quanto al destino delle persone non immatricolate, D. Czech  sentenziava invariabilmente: «Die Übrigen wurden vergast» (i restanti furono gasati)[19].

Basandosi su questi dati, in un articolo apparso nel 1983, Georges Wellers concluse che nel 1944 erano stati deportati ad Auschwitz 437.402 Ebrei ungheresi in 87 treni, di cui, secondo i suoi calcoli, 27.758 erano stati immatricolati e i restanti 409.644 erano stati gasati immediatamente all’arrivo[20].

Treblinka_Mattogno1In realtà le deportazioni degli Ebrei ungheresi erano cessate l’8 luglio 1944. D. Czech fu successivamente costretta a riconoscere questo fatto e anche ad ammettere che decine di migliaia di Ebrei ungheresi furono accolti senza immatricolazione nei settori BIIe, BIIc, BIIb e BIII di Birkenau, che nei documenti vengono designati «Durchgangslager (campo di transito) KL Auschwitz II». Fatto notorio, perché già al processo Höss un testimone tenuto in grande considerazione da D. Czech, Otto Wolken, aveva dichiarato che nel 1944 le donne ungheresi erano state accolte inizialmente nel campo BIIc, dove dovevano dormire in due turni, poi nel Bauabschnitt (settore di costruzioni) III, dove furono alloggiate in 50.000[21].

Nella seconda edizione tedesca del “Calendario” sono registrati circa 25.000 detenuti non immatricolati che passarono per il “Durchgangslager”, ma il numero effettivo è di  almeno 98.600[22].

E che dire dei trasporti ebraici registrati da D. Czech tra il 5 maggio e il 18 agosto 1942 che sarebbero stati gasati interamente? Del loro arrivo ad Auschwitz non esiste neppure il più vago indizio documentario. Con questi finti trasporti la redattrice del “Calendario” lucra oltre 22.200 finti gasati. In tale contesto, ecco un altro esempio della sua serietà.

In data 8 novembre 1942 ella registra l’arrivo di due trasporti ebraici (uno dal distretto di Zichenau, l’altro da quello di Białystok) con 1.000 Ebrei ciascuno, che sarebbero stati tutti gasati all’arrivo[23].  Per entrambi i trasporti D. Czech indica come fonte il diario del dott. Kremer (sul quale ritornerò sotto):

«Questa è la dodicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS,op. cit., Diario di  Kremer, p. 232)».

«Questa è la tredicesima azione speciale (Sonderaktion) alla quale il dott. Kremer partecipa. (KL Auschwitz in den Augen der SS, op. cit., ., Diario di  Kremer, p. 232)»[24].

Questa fonte è smentita dall’opera stessa invocata da D. Czech. Nel libro “Auschwitz in den Augen der SS” (edizione del 1997) si legge infatti il seguente testo del diario del dott. Kremer:

«8 novembre 1942. Stanotte [ho] partecipato a due azioni speciali (Sonderaktionen) con fosco tempo autunnale piovoso (dodicesima e tredicesima)».

Dunque il dott. Kremer non menziona né l’arrivo dei due trasporti, né il numero dei deportati, che sono pertanto semplici invenzioni di D. Czech.

In nota Jadwiga Bezwińska e D. Czech  stessa (!) spiegano:

«Quel giorno furono internati Ebrei dal campo di concentramento di Lublino (Majdanek); 25 uomini furono ammessi al campo come detenuti, gli altri (non si sa quanti) furono gasati»[25].

Perciò D. Czech non ha mai avuto la minima prova dell’arrivo ad Auschwitz dei due trasporti summenzionati, che devono dunque essere considerati fittizi.

Spero che queste osservazioni siano sufficienti a dare un’idea di che cosa sia in realtà questa presunta “pietra miliare della storiografia su Auschwitz”.

Torniamo ad Adriana Chiaia, che continua così:

«Collotti riporta poi una citazione dal lavoro della Czech, che annota per la data del 2 settembre 1942: “il medico del campo SS Kremer scrive nel suo diario: ‘Presente per la prima volta ad un’azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto qui l’Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non per niente Auschwitz è definito campo di sterminio!’”. E Collotti commenta:“potrebbe essere l’epigrafe dell’intero Kalendarium”».

Faurisson si era occupato in modo approfondito del diario del dottor Johann Paul Kremer già nel 1980[26], ma Adriana Chiaia, che pretende di confutarlo sul piano storico, non cita neppure di sfuggita le sue osservazioni al riguardo.

L’interpretazione olocaustica di questo documento presuppone – anche qui aprioristicamente e senza uno straccio di prova – che il termine “Sonderaktion” (azione speciale) che vi appare varie volte sia un “criptonimo” che designava le gasazioni omicide, al pari di altri termini come “Sonderbehandlung” (trattamento speciale), “Sonderbaumassnahme” (misura speciale), “Sondertransporte” (trasporti speciali), “Sonderkeller” (scantinato speciale), “Spezialeinrichtung” (installazione speciale).

In riferimento ad Auschwitz – come ho ricordato (invano) più volte -, a questa presunta decifrazione gli olo-storici più preparati hanno dedicato al massimo qualche riga. La spiegazione del nuovo esperto mondiale di Auschwitz (dopo la morte di Jean-Claude Pressac), Robert Jan van Pelt, è veramente prodigiosa, un vero capolavoro di storiografia scientifica:

«Ogni volta che erano designati come installazioni di sterminio, i crematori venivano denominati Spezialeinrichtungen (installationi speciali) per la Sonderbehandlung (trattamento speciale) di detenuti. L’ultimo termine si riferiva all’uccisione»[27].

E questo è tutto in un libro su Auschwitz di oltre 500 pagine!

 

Auschwitz - Die erste Vergasung - Gerüchte und Wirklichkeit ,la traduzione "corpo del reato" di "Auschwitz : la prima gasazione"

Auschwitz – Die erste Vergasung – Gerüchte und Wirklichkeit ,la traduzione “corpo del reato” di “Auschwitz : la prima gasazione”

I numerosi documenti che ho trovato a Mosca mostrano invece che questi termini si riferivano a molti aspetti “normali” della vita del campo di Auschwitz – dalla disinfestazione e immagazzinamento degli effetti personali dei detenuti all’impianto di disinfestazione di Birkenau (Zentralsauna), alle forniture di Zyklon B per la disinfestazione, all’ospedale dei detenuti  (Häftlingslazarett) progettato nel settore BIII del campo di Birkenau, alla ricezione dei deportati e alla selezione degli abili al lavoro, ma non avevano in alcun caso una connotazione criminale, e la presunta “decifrazione”  proposta dalla storiografia olocaustica è storicamente e documentariamente infondata. Ho presentato la relativa dimostrazione, accompagnata da una selezione di 26 documenti, molti dei quali prima ignoti persino agli specialisti, nel libro “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato[28]. Per fare un solo esempio, un documento del 18 dicembre 1942 menziona una “Sonderaktion” (azione speciale)  che consistette nell’interrogatorio di tutti gli operai civili da parte della Gestapo dopo uno sciopero(!) per le ferie natalizie[29]. All’epoca infatti nel “campo di sterminio” lavoravano 950 operai civili[30].

Perfino il termine “Sonderkommando”, comunemente riferito ai detenuti pretesamente addetti alle gasazioni nei crematori, è fasullo, in quanto da un lato ad Auschwitz esistettero documentariamente almeno undici “Sonderkommandos”, dall’altro nessuno di questi si riferì mai al personale in questione, che invece veniva chiamato “Krematoriumspersonal” (personale del crematorio) oppure con il relativo  numero di “Kommando”: ad esempio,  “206-B Heizer Krematorium I. u.II. 207-B Heizer Krematorium III. U. IV.”[31].

È ben vero che l’annotazione del dott. Kremer summenzionata dice che «in confronto a ciò l’inferno di Dante mi sembra una commedia», tuttavia Faurisson in questo contesto menziona una lettera di Kremer datata 21 ottobre 1942 nella quale egli scrive tra l’altro:

«A dire il vero non ho ancora una risposta definitiva, ma mi aspetto di poter essere di nuovo a Münster prima del 1° dicembre e di volgere così le spalle definitivamente a questo inferno di Auschwitz, dove oltre al tifo petecchiale ecc. ora appare anche il tifo»[32].

L’ “Inferno” di Auschwitz aveva dunque una inequivocabile relazione con il tifo e le altre malattie che  imperversavano al campo.

Veniamo infine al “campo di sterminio”. Rilevo subito che questa traduzione è inesatta. Il testo tedesco è  “das Lager der Vernichtung”, “il campo dello sterminio”[33]. Il significato reale di questa espressione si desume dal contesto storico.

Kremer  ricevette l’ordine di trasferimento ad Auschwitz il 28 agosto 1942 e giunse al campo il giorno 30. La sua prima annotazione dopo l’arrivo riguarda le malattie infettive che vi infuriavano:

«Al campo a causa di numerose malattie infettive (febbre petecchiale, malaria, diarrea)[vige la] quarantena».(Im Lager wegen zahlreicher Infektionskrankenheiten (Fleckfieber, Malaria, Durchfälle) Quarantäne)».

La quarantena era stata ordinata dal comandante Höss il 23 luglio come “chiusura totale del campo” (vollständige Lagersperre). Kremer arrivava nel momento in cui l’epidemia aveva raggiunto la massima intensità.

Nel mese di agosto erano morti 8.600 detenuti. Per due volte, il 19 e il 20, la mortalità aveva superato la soglia dei 500 decessi al giorno. Nella seconda metà del mese, dal 15 al 31, vi furono quasi 5.700 decessi, con una media giornaliera di oltre 330 decessi. All’inizio di settembre la mortalità media aumentò ulteriormente. Il 1° settembre morirono 367 detenuti, il 2 settembre 431.

Il confronto con gli altri campi di concentramento mostra che Auschwitz aveva un tasso di mortalità immensamente superiore. Nel complesso Mauthausen-Gusen nell’agosto 1942 morirono 832 detenuti, a Dachau 454 detenuti, a Buchenwald 335 detenuti, a Stutthof circa 300. Perfino il campo di Lublino-Majdanek, nonostante la sua altissima mortalità  di 2.012 detenuti, ebbe appena il 23% dei decessi che vi furono ad Auschwitz. Il 2 settembre 1942, dunque, per la sua altissima mortalità “naturale” (che non include le presunte gasazioni omicide) rispetto agli altri campi, Auschwitz era davvero “das Lager der Vernichtung[34].

Quanto al significato delle “Sonderaktionen” cui partecipò il dott. Kremer, qui posso soltanto accennare allo scenario generale in cui si collocavano.

Gli Ebrei che venivano deportati ad Auschwitz nel quadro dell’evacuazione nei territori orientali occupati (cioè i cosiddetti trasporti RSHA), arrivati al campo, subivano una selezione: gli abili al lavoro venivano immatricolati, gli inabili proseguivano il loro viaggio verso l’Est. Ciò è detto esplicitamente nel rapporto di Oswald Pohl, capo dell’Ufficio centrale economico e amministrativo delle SS (SS-WVHA), a Himmler del 16 settembre 1942:

«Gli Ebrei abili al lavoro destinati alla migrazione verso l’Est interromperanno dunque il loro viaggio e dovranno eseguire lavori nell’ambito degli armamenti».

(Die für die Ostwanderung bestimmten arbeitsfähigen Juden werden also ihre Reise unterbrechen und Rüstungsarbeiten leisten müssen”)[35].

La “ Ostwanderung” era appunto la deportazione ebraica all’Est.

Ad Auschwitz avvenivano selezioni anche tra i detenuti immatricolati, ma non certo per le “camere a gas”. Ad esempio, il 27 maggio 1943 l’SS-WVHA ordinò al comandante del campo di Auschwitz di trasferire al KL Lublino (Majdanek) «800 detenuti malati di malaria» (800 Malariakranke Häfltinge)[36]. Un documento successivo, il rapporto trimestrale del medico del campo di Auschwitz datato 16 dicembre 1943, spiega che  tutti i malati di malaria nel 1943 furono trasferiti al campo di  Lublino  perché esso si trovava in una zona priva di zanzara anofele[37]. Tra il gennaio e il marzo 1944 al campo di Lublino furono trasferiti circa 20.800 detenuti malati provenienti dai campi di Buchenwald, Flossenbürg, Neuengamme, Ravensbrück e Sachsenhausen, tra i quali circa 2.700 invalidi da Sachsenhausen e 300 ciechi da Flossenbürg[38].

Uno dei significati del termine “Sonderaktion” era l’internamento di un trasporto ebraico e  tutte le operazioni di ricezione e di smistamento  connesse. In questo contesto generale il dott. Kremer partecipò a varie “azioni speciali”, inclusi i due tipi di selezione esposte sopra.

Lublino si trova circa  280 km circa a nord-est di Auschwitz: se le “Sonderaktionen” che vi venivano attuate miravano alla “gasazione” di detenuti malati, perché i malati di malaria del campo furono inviati a Lublino? E perché 20.800 detenuti malati provenienti dai campi del Reich andarono a est di Auschwitz senza subire alcuna “gasazione”?

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi dell’intervista concessa da Faurisson nel 1979 a Storia Illustrata, che ella trae dal sito aaargh[39].

Non c’è proprio dubbio: costei, nel campo storiografico, è rimasta indietro di qualche decennio.

Indi ella espone i suoi nobili intenti:

«Nell’ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte di Faurisson al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche d’indiscutibile valore scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei compagni e dei lettori (e sono la maggioranza) che, assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente».

Indi cita vari brani dell’intervista in questione – tra i quali questo: «I forni crematori costituivano un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie» – e osserva:

«Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a tale inquietudine, i nazisti provvidero alla ‘inumazione’ di migliaia di cadaveri, gettati nelle fosse, in determinate circostanze (quando: “Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa…”) e nelle zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze di Kiev, dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici, mentre venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei e di persone di altre nazionalità».

Qui, a quanto pare, Adriana Chiaia vuole opporre la pratica ad Auschwitz (anche) dell’inumazione a quella (soltanto) della cremazione (ma a che scopo?). Come fonte (nota 10) ella cita “William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-1049”. Qui ella  menziona evidentemente di seconda mano, perché prende un grossolano abbaglio. Il testo da lei citato non avvalora affatto la sua tesi:

«Perfino le camere a gas risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa secondo la tecnica degli Einsatzkommando. I corpi venivano semplicemente buttati in fosse e bruciati, alcuni solo parzialmente, e una livellatrice vi gettava sopra della terra»[40].

Dunque qui non si tratta di inumazione, ma delle fantomatiche “fosse di cremazione”[41].

Per quanto riguarda la storiella delle “fucilazioni in massa” quando le presunte camere a gas di Auschwitz “risultarono insufficienti”, essa (tra i testimoni fondamentali, quelli che asserivano di aver fatto parte del cosiddetto “Sonderkommando”)  fu sostenuta soltanto da Miklos Nyiszli. Secondo la storiografia olocaustica attuale (non quella di quarant’anni fa), l’eccedente delle presunte vittime che, nell’estate del 1944, non trovava posto nei crematori di Birkenau, fu gasata nel cosiddetto “Bunker 2” e cremata in “fosse di cremazione” vicine, che in realtà non sono mai esistite. Secondo Nyiszli, invece, in riferimento agli stessi luoghi e allo stesso periodo, il “Bunker 2” non era affatto una struttura di gasazione, ma un semplice spogliatoio per le vittime,  che venivano uccise ad una ad una con un colpo alla nuca sul ciglio di due inesistenti “fosse di cremazione”.

Infine, l’unica prova materiale della fucilazione di “almeno ventimila” vittime a Babi Jar è una fotografia sovietica che mostra “Resti di scarpe e di vestiti di cittadini sovietici fucilati dai Tedeschi”![42].

Adriana Chiaia continua poi  la sua “confutazione”:

«Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon [quando mai! C.M.][43]) B (in quantità industriale) e sulle ditte specializzate nella costruzione di forni crematori e delle relative attrezzature (ascensori, carrelli trasportatori di cadaveri) esiste la documentazione incontrovertibile degli originali delle relative offerte, ordinazioni e fatture.

Per non parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza dell’origine degli oggetti di valore sottratti ai deportati (persino le protesi dentarie d’oro strappate ai cadaveri!), vero e proprio bottino di guerra che veniva depositato nelle banche, come risultò nel processo di Norimberga».

Sul primo punto ripeto ciò che ho già rilevato altrove[44]. Poiché lo Zyklon B fu usato notoriamente in tutti i campi di concentramento tedeschi a scopo di disinfestazione, come si potrebbe dedurre dalle ordinazioni di questo insetticida che esso fu usato a scopo omicida? Ad esempio, Kurt Gerstein esibì dodici fatture della Degesch a suo nome relative alla fornitura di 2.370 kg di Zyklon B dal 16 febbraio al 31 maggio 1944, 1.185 kg per Auschwitz e 1.185 kg per Oranienburg. Da che cosa si può desumere che la fornitura di Zyklon B ad Auschwitz sia la “prova” di uno sterminio in massa, dato che a Oranienburg (Sachsenhausen) non fu attuato alcuno sterminio in massa in camere a gas omicide a Zyklon B? Anche i forni crematori furono installati e usati in tutti i campi di concentramento, sicché la relativa “documentazione incontrovertibile” non dimostra nulla circa il presunto sterminio in massa.

Per il secondo punto Adriana Chiaia (nota 11)  rimanda di nuovo al libro di Shirer menzionato sopra. Qui si tratta di una rapina sistematica e su vasta scala effettuata su persone vive (all’arrivo di un convoglio ebraico a Birkenau, i deportati dovevano abbandonare i loro averi sulla cosiddetta rampa, che essi venissero immatricolati o inviati senza immatricolazione nel “campo di transito” o gasati. Ciò non prova affatto uno sterminio effettuato in camere a gas.

Veniamo alla questione delle “protesi dentarie d’oro strappate ai cadaveri”.

Nei crematori di Birkenau esisteva una “Häftlingszahnstation des K.L. Auschwitz” (laboratorio dentistico dei detenuti) la quale provvedeva alla rimozione dei denti d’oro dalla bocca dei cadaveri prima della cremazione. Per ogni cadavere veniva redatto un rapporto alla Sezione Politica del campo nel quale veniva indicato il numero di matricola del detenuto, il numero e il tipo di metallo dei denti estratti[45]. Negli archivi del Museo di Auschwitz sono conservati numerosi rapporti dai quali risulta che, dal 16 maggio al 10 dicembre 1942, a 2.904 cadaveri di detenuti immatricolati furono estratti 16.325 denti d’oro[46], ma non esiste un solo rapporto che si riferisca all’estrazione di denti d’oro ad un detenuto non immatricolato, cioè a un presunto gasato.

Dunque neppure l’oro dentario dei cadaveri dimostra uno sterminio in camere a gas.

Ed ecco l’incredibile commento di Adriana Chiaia:

«Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine e pagine per dimostrare l’impossibilità ‘tecnica’ dell’uso delle camere a gas».

Le “prove ineccepibili” sarebbero gli argomenti insulsi che ho discusso sopra!

Ella continua:

«Uno dei suoi argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i guardiani dei campi nell’estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi della sostanza velenosa. E qui arriva a falsificare la testimonianza di Höss, uno dei comandanti del campo di Auschwitz, quando sostiene, nella suddetta intervista, che, secondo le testimonianze dei nazisti, “la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalle ‘camere a gas’ penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. “Io dico – sentenzia Faurisson – che questo punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità fisica”. Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l’abituale cinismo e con teutonica precisione, che “dopo venti o trenta minuti quando il grande ammasso di carne nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe aspiravano l’aria avvelenata, la grossa porta veniva aperta e gli uomini del Sonderkommando intervenivano (si trattava di ebrei ai quali era stata promessa salva la vita e un vitto adeguato in cambio dei più macabri tra tutti i lavori. Immancabilmente e regolarmente costoro venivano poi eliminati e sostituiti da nuove squadre cui era riservato lo stesso destino. Le SS non volevano che sopravvivessero persone che potessero parlare). Protetti da maschere antigas e da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma iniziavano la loro opera. Reitlinger l’ha così descritta: ‘Il loro primo compito era togliere il sangue e gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i morti aggrappati gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell’oro, all’estrazione dei denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in ascensore o in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in cenere fine, l’autocarro che portava queste ceneri nelle acque del fiume Sola’”».(12)

Qui emerge tutto il dilettantismo di Adriana Chiaia. Procediamo con ordine.

Il testo di Faurisson si riferisce alle testimonianze in generale, non specificamente alle “testimonianze dei nazisti”:

«Terminerò con quello che chiamerei il criterio della falsa testimonianza per ciò che concerne le “camere a gas”. Ho rilevato che tutte queste testimonianze per vaghe o discordi che siano sul resto, s’accordano almeno su un punto: la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalla “camera a gas” penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle vittime. Io dico che questo punto da solo costituisce la pietra di paragone delle false testimonianze, perchè vi è qui un’impossibilità fisica totale. Se incontrate qualcuno che crede alla realtà delle “camere a gas” domandategli come, secondo lui, vi si potevano estrarre i cadaveri per far posto all’infornata successiva»[47].

Adriana Chiaia finge invece che Faurisson si riferisca in generale  alle “testimonianze dei nazisti” e in particolare alle dichiarazioni di Höss, sulle quali invece Faurisson ha rilevato quanto segue:

«R. Höss scrive: “Una mezz’ora dopo aver lanciato il gas si apriva la porta e si metteva in funzione l’apparecchio di ventilazione. Si cominciava immediatamente a estrarre i cadaveri”. Richiamo la vostra attenzione sulla parola “immediatamente”; in tedesco “sofort”. R. Höss aggiunge che la squadra incaricata di estrarre 2000 cadaveri dalla “camera a gas” e di manipolarli fino ai forni crematori faceva questo lavoro “mangiando e fumando”. Dunque, se ben comprendo, senza portare maschera antigas. Questa descrizione è un’offesa al buon senso perchè implica la possibilità di entrare senza precauzione alcuna in un locale saturo di acido cianidrico per manipolarvi (a mani nude?) 2000 cadaveri cianidrizzati sui quali è probabile vi siano resti del gas letale. Del gas deve indubbiamente restare sui capelli (che pare venissero rasati dopo l’operazione), nelle mucose e anche tra i cadaveri ammucchiati. Qual è quel ventilatore superpotente capace di far sparire istantaneamente una tale quantità di gas fluttuante nell’aria o sedimentato un po’ ovunque? Anche se un tale ventilatore esistesse, sarebbe comunque necessario un test che, segnalando alla squadra la sparizione dell’acido cianidrico, la avverta che il ventilatore ha effettivamente compiuto il suo lavoro e che conseguentemente la via è libera. Ora, è evidente che nella descrizione di Höss abbiamo a che fare con un ventilatore magico che agisce istantaneamente e con una tale perfezione da non lasciare adito né a timori né a verifiche. Ciò che il semplice buon senso ci suggerisce è pienamente confermato dai documenti tecnici afferenti allo Zyklon B e al suo impiego»[48].

L’argomento di Faurisson in relazione a Höss è questo, ma Adriana Chiaia non l’ha neppure sfiorato.

L’accusa che qui Faurisson “arriva a falsificare la testimonianza di Höss” è ridicola non solo nel contenuto, ma anche nella forma. In effetti Adriana Chiaia non conosce affatto “la testimonianza di Höss”: ciò che riporta come tale, non è altro che una parafrasi di Shirer[49] di un riassunto di Reitlinger delle dichiarazioni di Nyiszli e di Höss![50]  Höss infatti ha scritto:

«Dopo una mezz’ora dal momento dell’immissione del gas, si aprivano le porte e si azionavano gli apparecchi per la ventilazione. Quindi si cominciava subito (sofort) a portare fuori i cadaveri»[51].

I detenuti addetti alle presunte camere a gas «mentre trascinavano i cadaveri, mangiavano o fumavano»[52], esattamente ciò che ha scritto Faurisson.

Dunque chi “arriva a falsificare” non è Faurisson, ma Adriana Chiaia.

Aggiungo che le parole di Höss summenzionate non furono pronunciate dall’ex comandante di Auschwitz “davanti ai giudici”, ma nel carcere di Cracovia, nel novembre 1946, vari mesi prima della celebrazione del processo (11-29 marzo 1947).

Adriana Chiaia passa poi ad occuparsi di un «tema più generale su cui si basa la concezione ‘teorica’ di Faurisson riguardo al ‘problema’ ebraico»,  che, appunto per questo, ha ben poco a che vedere con la questione concreta del presunto sterminio ebraico. Mi limiterò a segnalare solo qualche punto degno di nota.

La minaccia dello “sterminio (Vernichtung) della razza ebraica in Europa” da parte di Hitler nel discorso al Reichstag del 30 gennaio 1939, come scrisse trent’anni fa lo storico ebreo Joseph Billig,  non implicava neppure l’intenzione deliberata di un atto reale:

«Il termine “Vernichtung» (annientamento, distruzione) indicava la volontà assolutamente negativa riguardo alla presenza ebraica nel Reich. In quanto assoluta, questa volontà si annunciava come pronta, se fosse stato necessario, a tutti gli estremi. Il termine in questione non significava che si era già arrivati allo sterminio e neppure l’intenzione deliberata di arrivarvi. Alcuni giorni prima del discorso citato [il discorso del 30 gennaio 1939], Hitler riceveva il ministro degli Esteri della Cecoslovacchia. Egli rimproverava al suo ospite la mancanza di energia del governo di Praga nei suoi sforzi di intesa con il Reich e gli raccomandava, in particolare, un’azione energica contro gli Ebrei. A questo proposito, egli dichiarò a titolo di esempio: “Presso di noi, vengono sterminati» (bei uns werden vernichtet). Bisogna credere che Hitler, nel corso di una conversazione diplomatica messa per iscritto negli archivi del Ministero degli affari esteri abbia fatto la confidenza di un massacro nel III Reich, il che, per di più, non era esatto a quell’epoca? Due anni dopo, il 30 gennaio 1941, Hitler rievocò la sua “profezia” del 1939. Ma, questa volta, ne precisò il senso come segue: “… e non voglio dimenticare l’indicazione che ho già data una volta davanti al Reichstag, cioè che se il resto del mondo (andere Welt) sarà precipitato in una guerra, il Giudaismo avrà terminato completamente il suo ruolo in Europa…”. Nella sua conversazione con il Ministro cecoslovacco, Hitler evocò l’Inghilterra e gli Stati Uniti, che, secondo lui, potevano offrire delle regioni di insediamento agli Ebrei. Nel gennaio 1941 egli indica che il ruolo degli Ebrei in Europa sarà liquidato e aggiunge che questa prospettiva si realizzerà, perché gli altri popoli ne comprenderanno la necessità presso di loro. In quest’epoca si credeva alla creazione di una riserva ebraica. Ma essa per Hitler era ammissibile soltanto fuori d’Europa. Abbiamo appena rilevato che il 30 gennaio 1941 Hitler annunciò semplicemente la liquidazione del ruolo degli Ebrei in Europa»[53]

e questo è anche il significato del termine “Vernichtung” nel discorso del 30 gennaio 1939.

Sulla conferenza di Wannsee Adriana Chiaia scrive:

«“Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti funzionari delle SS gli obiettivi della Endlösung nei confronti di 11 milioni di ebrei d’Europa (…):
ossia il loro trasferimento in massa verso l’oriente russo e il loro impiego come manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che erano state finalmente scelte le modalità pratiche per l’eliminazione degli ebrei, ossia l’annientamento mediante il lavoro”».

Qui Adriana Chiaia cita nientemeno che Enzo Collotti, il quale presentava il “protocollo di Wannsee” come  «un altro documento esibito al processo di Norimberga»[54], mentre esso fu prodotto al processo della Wilhelmstrasse (6 gennaio 1948-11 aprile 1949) come documento NG-2586. Purtroppo la sua fonte, il libro di Léon Poliakov e Josef Wulf  “Das Dritte Reich und die Juden[55], non lo aveva specificato e il nostro specialista del nazionalsocialismo tirò a indovinare.

Chiudo questo argomento con una nota comica. Adriana Chiaia scrive:

«Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l’elenco dettagliato dei partecipanti alla seduta (resoconto indicato con timbro: ‘Affare segreto’ del Reich) rimando alla nota 17».

La nota 17 si riferisce alle pp. 257-258 del libro di Walther Hofer citato sopra. Ma qui c’è soltanto un breve estratto del protocollo in questione, non già il suo testo “integrale”, che Adriana Chiaia non ha mai visto, né in originale né in traduzione. Per sua informazione, il testo integrale e originale del documento in questione si trova nel libro du Robert M.W. Kempner “Eichmann und Komplizen[56].

Ancora un esempio della crassa ignoranza storica di Adriana Chiaia. In riferimento alla famosa fotografia del bambino con le braccia alzate nel ghetto di Varsavia, ella scrive:

«Secondo Faurisson, non si trattava di deportazione, ma di una semplice misura di sicurezza “in occasione dell’arrivo a Varsavia di una importantissima personalità tedesca”. E non basta, secondo le assai discutibili fonti del ‘professore dell’Università di Lione’ – come indica rispettosamente la nota redazionale – il ragazzo della foto, portato in un posto di polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un ricchissimo banchiere londinese [!]».

Nel 1978 un “London business man” si mise in contatto con la rivista The Jewish Chronicle asserendo che il bambino in questione era lui e che la fotografia era stata scattata nel 1941[57].

Faurisson si limitò a riferire questa notizia.

Poi Adriana Chiaia ritorna molto maldestramente su Höss, scrivendo:

«Bisogna aggiungere che le ‘teorie’ di Faurisson, di cui abbiamo dato solo alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da un lato e all’omissione dall’altro.
Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l’inesistenza delle camere a gas, ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione: quelle con l’impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica, dove venivano ammassate le vittime. Il sadico comandante del campo di Auschwitz, Höss, ne parlò diffusamente nel corso del processo di Norimberga. Con cinico orgoglio professionale disse: “La ‘soluzione finale’ del problema ebraico significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Mi fu dato l’ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel
Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek (…). Feci una visita a quello di Treblinka per vedere come si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo di Treblinka mi disse di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. (…) Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio usai il ciclon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nelle camere della morte da una piccola apertura…”».

La fonte  (nota 18) è il solito Shirer. Adriana Chiaia non è riuscita a capire neppure il riferimento da lui addotto[58]. Si tratta infatti della dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile 1946 (documento PS-3868), che non ha nulla a che fare con le sue succesive dichiarazioni «nel corso del processo di Norimberga», cioè all’udienza del 15 aprile 1946.

La citazione di questo documento da parte di olo-storici e di olo-propagandisti è un monumento alla malafede e all’ignoranza. Come è noto, nel giugno 1941 nel Governatorato generale non esisteva nessun presunto campo di sterminio: Belzec fu aperto nel marzo 1942, Treblinka in luglio e Wolzek non è mai esistito. E poiché la pretesa attività omicida con Zyklon B introdotta da Höss nel crematorio I di Auschwitz dopo la sua presunta visita a Treblinka sarebbe iniziata, secondo D. Czech, il 16 settembre 1941[59], la visita di Höss a Treblinka si collocherebbe in un periodo anteriore a questa data. Dunque Höss avrebbe avuto il miracoloso privilegio di visitare Treblinka tredici mesi prima che fosse aperto! Non solo, ma nei sei mesi precedenti, vi sarebbero state gasate 80.000 persone!

Come si vede, l’attendibilità di questa testimonianza è assoluta![60]

Lascio per ultimo il testo che Adriana Chiaia dedica a me personalemnte (quale onore!):

«Per fare un esempio, restando nell’ambito del nostro argomento, ‘navigando’ in quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un certo Carlo Mattogno, che si autodefinisce ‘l’unico negazionista italiano’ e, pertanto, senz’ombra di modestia, sostiene che il disegno di legge Mastella sia stato fatto appositamente contro di lui. Questo signore, per non essere da meno dei suoi colleghi stranieri, dei quali peraltro ripete ossessivamente le note tesi, mette in discussione le finalità e l’esistenza di un forno crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo, furono concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare nei lager nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico triestino, Elio Apih, “un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione e di sterminio…”, furono trucidati migliaia di antifascisti italiani, sloveni, croati e jugoslavi e di ebrei deportati per motivi razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’. C’è da sottolineare che la maggior parte dei suoi studi è pubblicata da case editrici e da riviste d’ispirazione fascista e nazista, come: Sentinella d’Italia, Avanguardia, L’uomo libero e Orion, a riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo».

Rilevo anzitutto che è piuttosto improbabile imbattersi in un mio sito, dato che non ho alcun sito; Adriana Chiaia voleva dire che i miei scritti sono ospitati in vari siti revisionistici.

L’affermazione secondo la quale mi autodefinirei “l’unico negazionista italiano” – si noti, tra virgolette – è assurda già per il fatto che rifiuto la sciocca etichetta di “negazionista”.

All’inizio ho stigmatizzato la  lettura ipocrita – da parte degli olo-propagandisti – del mio articolo sul disegno di legge Mastella. Qui è il caso di approfondire un po’ la questione. In questo scritto ho affermato:

«Senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia sono io, Carlo Mattogno, perciò questo disegno di legge è diretto contro di me»[61].

Come ho ricordato sopra, in quest’articolo ho elencato tutti i miei scritti pubblicati fino ad ora, che abbracciano più di 4.700 pagine. Nessuno storico revisionista, né in Italia, né nel mondo, ha al suo attivo una produzione letteraria simile: è dunque “immodestia” da parte mia pensare che il disegno di legge Mastella fosse diretto contro di me? E se è così, allora, di grazia, contro chi era diretto?

La trita accusa di Adriana  Chiaia secondo la quale ripeterei «ossessivamente le note tesi» è fin troppo palesemente falsa. Nell’articolo in questione ho anche elencato gli archivi tedeschi, polacchi, cechi, slovacchi, olandesi, bielorussi, russi, lituani, ungheresi, ucraini, inglesi, francesi, svizzeri, statunitensi, israeliani, svedesi dai quali proviene la mia documentezione: che senso avrebbe per me ripetere più o meno “ossessivamente” tesi altrui? Eventualemente sono gli altri che ripetono le mie tesi.

Invece la scelta dell’oggetto della sua “confutazione” è frutto di deliberata malafede: 4 pagine di un mio opuscolo del 1985(!) sulle oltre 4.700 pagine dei miei scritti: una “critica” davvero demolitrice!

E questa è la gente che va blaterando che sostenere le tesi revisionistiche è come sostenere il sistema tolemaico o la piattezza della terra!

Nel caso specifico, sottoscrivo tutto ciò che ho scritto riguardo al presunto “forno crematorio” della Risiera, e potrei anche approfondire ulteriormente, se ne valesse la pena. Mi limito invece a riportare il testo del 1985 e ad aggiungere qualche considerazione supplementare. Rilevo che Adriana Chiaia non cita né il titolo dell’opuscolo, né il sito in cui esso appare, sebbene sia lo stesso in cui ha trovato l’intervista a Storia Illustrata di Faurisson[62].

Il motivo del suo silenzio è facilmente comprensibile: voleva evitare che qualche lettore curioso andasse a ficcare il naso in questo scritto e scoprisse che i miei argomenti non sono propriamente «stravaganti illazioni e ridicole motivazioni “tecniche”».

Premetto che l’opuscolo in questione è una sorta di recensione del libro di Ferruccio Fölkel “La Risiera di San Sabba[63].

Prima di riportare il paragrafo relativo al “forno crematorio”, rilevo ancora che la logica olocaustica di Adriana Chiaia è veramente insondabile: il paragrafo precedente del mio opuscolo si occupa infatti della presunta “camera a gas” della Risiera, che contesto in modo radicale. Ma Adriana Chiaia si indigna per la mia “negazione” del “forno crematorio”: devo desumere che anche lei “nega” la “camera a gas”?

Ecco dunque ciò che ho scritto nel 1985:

«Forno crematorio

Anche riguardo al “forno crematorio” il Fölkel fornisce informazioni esigue e contraddittorie.

“Il crematorio era stato predisposto sotto il livello del terreno e, a detta dell’architetto Boico, era lungo 20 metri per 15; lo stesso architetto è convinto che ci fosse il modo di bruciare almeno cinquanta corpi alla volta” (pp. 26-27).

Esso era attiguo alla “camera a gas”:

“Da questo garage si passava nel crematorio attraverso una porta mascherata da un vecchio mobile” (p. 26).

Il testimone Gley fornisce la seguente descrizione:

“Sapevo che nella Risiera di Trieste esisteva un impianto di cremazione. Questo impianto è stato costruito da Lambert, come la maggior parte degli altri dello stesso genere nei campi di sterminio e negli istituti per l’eutanasia. Quale camino era stata adoperata una ciminiera già esistente nella Risiera. Degli altri particolari tecnici dell’impianto ho solo una vaga idea. Ai piedi del camino c’era un forno aperto di mattoni, della grandezza di circa m. 2 x 2, che aveva una grande graticola di acciaio. Secondo una mia valutazione, di volta in volta potevano essere messe nel forno 8-12 salme. Il forno e il camino erano aperti. Non c’era una porta di ferro. Era un impianto molto primitivo, che adempiva al suo scopo grazie all’alto camino. C’era un  forte risucchio. Questa ciminiera si trovava in un capannone nella parete di fronte” (p. 29).

Riguardo al crematorio, questo è tutto.

Osservazioni

Anzitutto una precisazione. L’espressione “forno crematorio” non deve trarre in inganno: l’istallazione descritta non era un forno crematorio vero e proprio, come quelli che si trovavano nei campi di concentramento tedeschi, ma un semplice rogo.

Le dichiarazioni dell’architetto Boico e del testimone Gley sono chiaramente contraddittorie. L’uno parla di un forno di metri 20 x 15 (= 300 metri quadrati), l’altro di un forno di metri 2 x 2 (= 4 metri quadrati)!

Il Fölkel fa risaltare ancora di più la contraddizione commentando così la dichiarazione del testimone Gley:

“In realtà il forno era posto sotto il livello del terreno, era cioè interrato ed era lungo, come ha riferito anche l’architetto Boico, circa 20 metri per 15. Forse l’apertura sotterranea era grande circa m. 2 x 2” (p. 29, nota 1).

Tale commento è alquanto oscuro. Il Fölkel intende dire che il forno si trovava in un locale sotterraneo? Oppure che era costituito da una semplice fossa? Ritorneremo tra breve sulla questione.

Le testimonianze citate del Fölkel ingarbugliano ulteriormente la cosa. Come si è visto, il testimone Paolo Sereni dichiara che “il forno era istallato nel luogo adibito a garage” (p. 168), il quale, secondo il Fölkel, era invece la “camera a gas”!

Francesco Sircelj asserisce che il forno era situato in una  baracca:

“All’interno infatti la baracca era divisa in due parti. Nell’ambiente più grande c’era una specie di magazzino, nell’altro, al lato, dove all’esterno si ergeva l’alto camino della fabbrica, si trovava invece il forno del crematorio” (p. 177).

Gottardo Milani fornisce una descrizione più o meno simile:

“Poi ho visto una SS – dicevano che fosse un ucraino – che nel reparto più piccolo del capannone, dove c’era il forno crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri” (p. 177).

C’era dunque un locale, in una “baracca” o in un “capannone”, diviso in due parti: in quella più grande era sistemato un magazzino, in quella più piccola si trovava il forno.

La piantina della Risiera durante l’occupazione nazista presentata fuori testo dal Fölkel genera una confusione ancora maggiore. Dalla scala risulta che il “forno crematorio” (locale E) misurava all’incirca metri 10,5 x 9,5 ed aveva perciò una superficie di circa 99,75 metri quadrati. Siccome il locale era diviso in due parti, nella più piccola delle quali era istallato il forno, il locale di incinerazione aveva una superficie necessariamente inferiore a 50 metri quadrati. Come è possibile allora che il “forno crematorio” avesse una superficie di 300 metri quadrati?

Per quanto concerne la collocazione del forno, cioè del rogo, è assolutamente ridicolo che esso fosse stato costruito in un locale sotterraneo, senza contare che, in tale assurda eventualità, quand’anche fosse stato distrutto coll’esplosivo, sarebbero rimasti dei resti ben visibili: un locale sotterraneo di 300 metri quadrati non può sparire nel nulla. Eppure lo stato architettonico della Risiera è tale che si ignora persino dove fosse la ciminiera:

“Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino – mi ha spiegato l’architetto Boico” (p. 143).

Anche una fossa di cremazione di 300 metri quadrati avrebbe lasciato nel secondo cortile della Risiera tracce evidenti, che i Tedeschi non avrebbero potuto cancellare, perchè fuggirono subito dopo aver fatto saltare forno, garage e ciminiera (p. 31).

Dunque il forno non era situato né in un locale sotterraneo né in una fossa. Dov’era allora? Evidentemente in superficie. Ma collocare un forno di tal fatta, cioè un rogo, in una baracca o in un capannone accanto a un magazzino era certamente il modo migliore per far incendiare tutta la Risiera. Infatti la cremazione di un cadavere in un forno crematorio a combustione diretta richiede 100-150 kg di fascine. Ciò significa che per cremare cinquanta cadaveri in un forno aperto non tenendo conto della maggiore dispersione del calore sono necessari 50-75 quintali di fascine. È evidente che l’arsione di tale enorme quantità di legna in un locale così piccolo (meno di 50 metri quadrati) sarebbe stato un vero suicidio.

Bisogna inoltre notare la singolarità di questo forno, che, pur avendo una superficie di incinerazione di 300 metri quadrati, poteva cremare solo cinquanta cadaveri alla volta. Ciò significa che vi veniva collocato un cadavere ogni 6 metri quadrati! La capacità di cremazione indicata dal Boico dunque doppiamente ridicola.

Un altro problema è quello relativo alla evacuazione del furno. Dalla piantina precedentemente menzionata risulta che il “forno crematorio” era collegato al “camino” (la ciminiera della fabbrica) da un condotto lungo circa nove metri e mezzo. Come poteva essere evacuato il furno senza un potente impianto di tiraggio?

Conclusione

Del crematorio non si sa con certezza neppure dove fosse istallato. Una cosa sola è certa: esso non poteva avere, se mai è esistito, le dimensioni, la capacità di cremazione e la collocazione indicate dall’architetto Boico»[64].

Ed ecco la “confutazione” di Adriana Chiaia:

«… I  loro cadaveri furono bruciati nel forno crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni ‘tecniche’».

Se qui c’è una “verità incontrovertibile”, è proprio  l’assoluta impossibilità di verificare l’ubicazione o la struttura del presunto forno, perché, come dice Ferruccio Fölkel,

«il forno crematorio, il famoso garage e la ciminiera, sono stati fatti saltare in aria dai tedeschi la notte fra il 29 e il 30 aprile 1945, poco prima di lasciare il campo di San Sabba»[65],

e ancora:

«Oberhauser ha fatto saltare in aria il camino, il garage, il crematorio la notte fra il 29 e il 30 di aprile. Verso le due, le tre del mattino. Oggi non sappiamo nemmeno dove esattamente sorgeva il camino – mi ha spiegato l’architetto Boico»[66].

Dunque le affermazioni di Adriana Chiaia, le sue “mille prove”, sono semplici frottole.

La sentenza del processo per la Risiera (29 aprile 1976) recita al riguardo:

«Un dato processualmente certo è l’esistenza del forno crematorio nel lager di San Sabba».

Questa “certezza” si basa però esclusivamente su testimonianze (cinque), la più importante delle quali è quella del Gley citata sopra[67]: nessun documento, nessun riscontro materiale. Questo sarà pure un dato certo processualmente, ma storicamente non vale nulla.

Nella citazione riportata sopra ho parlato di “rogo”, ma anche questo termine è improprio. L’impianto descritto dal Gley è infatti una specie di barbecue gigante:  per trovare un impianto simile nella storia della cremazione, bisogna risalire al 1873, quando Lodovico Brunetti sperimentò un apparato di cremazione basato sullo stesso principio (unica differenza: una lamina di ferro al posto della griglia). La cremazione di un cadavere richiedeva circa 6 ore[68]. Ma da allora, soprattutto in Germania, la tecnologia della cremazione qualche passo avanti l’aveva fatto.

Se alla Risiera c’era proprio bisogno di un vero forno crematorio, bastava inviarvi per ferrovia un forno crematorio mobile riscaldato con nafta, come quello che appare nell’illustrazione. Impianti simili si trovavano infatti in vari campi di concentramento.

Alla presunta «riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo» non vale neppure la pena di rispondere.

Chiudo con una risposta a Francesco Rotondi che vale per tutti gli altri olo-dilettanti. Egli si chiede:

«Mi stupisce invece che colui che si autoproclama  “senza falsa modestia e senza presunzione, il revisionismo storico in Italia” si prenda la briga di pubblicare prima un libro di 80 pagine quindi un altro scritto di 103 pagine corredato da ben 89 note al solo scopo di rispondere al phamphlet di un oscuro dilettante»[69], come si autoproclama giustamente Rotondi, che ho messo a tacere definitivamente con lo scritto Ritorno dalla luna di miele ad Auschwitz. Risposte ai veri dilettanti e ai finti specialisti dell’anti-“negazionismo”. Con la replica alla “Risposta a Carlo Mattogno” di Francesco Rotondi,  2007[70].

La domanda è pertinente: perché perdo tempo (molto meno di quanto si possa credere, per la verità) con questa gente?

Per il piacere di  smascherare le loro imposture. E anche perché non mi piace essere denigrato da questi critici improvvisati. Infine perché, dopo il defilamento degli storici, sono questi olo-dilettanti  – i Germinario, le Pisanty, i Vianelli, i Rotondi, le Chiaie ecc. ecc. – che alimentano l’immagine parodistica del “negazionismo”, e questo è un motivo più che sufficiente per occuparsi dei loro olo-spropositi.

Carlo Mattogno.

Agosto 2007.

Forno crematorio mobile Hans Kori riscaldato con nafta da me fotografato nel 1997.

©  Carlo Mattogno. 

Note:[1]  Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[2]  Idem.
[3] In: http://www.politicaonline.net/percorsi/negazionismo.htm.
[4] Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989.
[5] Questo termine, insieme alle denominazioni di “casetta bianca” e “casetta rossa”, furono creati durante le indagini del giudice istruttore Jan Sehn ad Auschwitz.
[6] Auschwitz. 27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2005: sessant’anni di propaganda. Genesi, sviluppo e declino della menzogna propagandistica delle camere a gas [Testo del 2005 riveduto, corretto e aggiornato], p. 28.
In:  http://www.aaargh.com.mx/ital/archimatto/CMausch45.pdf. Gennaio 2007.
[7] F. Piper, Die Vernichtungsmethoden, in: W. Długoborski, F. Piper (a cura di), Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau, Oświęcim, 1999, vol. III, pp. 137-169.
[8]  D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit.,  p. 206.
[9] Cz. Ostańkowicz, Isolierstation – “Letzter” Block, in: Hefte von Auschwitz. Verlag des Staatliches Auschwitz-Museums,  n. 16, 1978, pp. 175-176.
[10] Stärkebuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK (Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco – memoriale nazionale, Varsavia), NTN, 92, p. 94.
[11] Leichenhallenbuch. Elaborazione statistica di Jan Sehn. AGK, NTN, 92, p. 140.
[12] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945,  op. cit., p. 206.
[13] In due soli registri appositi che si sono conservati e che coprono il periodo dal 10 settembre 1942 al 23 febbraio 1944 sono riportate 11.246 operazioni chirurgiche. Henryk Świebocki, Widerstand, in: Auschwitz 1940-1945.  Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz,  op. cit., vol. IV, p. 330.
[14] Dott. Prof. Michele Giua e dott. Clara Giua-Lollini, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1949, vol. II, p. 238.
[15] C. Mattogno, Auschwitz: trasferimenti e finte gasazioni. I Quaderni di Auschwitz, 3. Effepi, Genova, 2004, pp. 5-16.
[16] M. Kula, il testimone fondamentale di D. Czech, l’11 giugno 1945 dichiarò al giudice istruttore Jan Sehn: «Secondo le mie informazioni, la prima gasazione ebbe luogo la notte del 14-15 e il giorno del 15 agosto 1941 nei Bunker del Block 11. Ricordo con esattezza questa data, perché essa coincise col primo anniversario del mio arrivo al campo, e perché allora furono gasati i primi prigionieri di guerra russi». (C. Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., p. 84). Incurante di ciò, D. Czech invece fece risalire il presunto evento al 3 settembre 1941!
[17] Auschwitz: la prima gasazione, op. cit., pp. 143-144.
[18] D. Czech,  Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau, pubblicato in: Hefte von Auschwitz, Wydawnictwo Państwowego Muzeum w  Oświęcimiu, n. 2, 1959;  3, 1960; 4, 1961; 6,1962; 7 e 8, 1964.
[19]  Hefte von Auschwitz, 7, 1964, p. 91 e seguenti.
[20]  G. Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au camp d’Auschwitz, in:Le Monde Juif, ottobre-dicembre 1983, n.112, p. 147 e 153.
[21]  AGK, NTN, 88, p. 46.
[22] C. Mattogno, Il numero dei morti ad Auschwitz. Vecchie e nuove imposture. I quaderni di Auschwitz, n. 1. Effepi, Genova, 2004, p. 34.
[23]  D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit.,  p. 335.
[24]  Idem,  pp. 335-336.
[25]  Auschwitz in den Augen  der SS. Staatliches Museum Auschwitz-Birkenau, 1997, p. 164.
[26] Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire. La question des chambres à gaz. La Vieille Taupe, Parigi, 1980, pp. 13-64 e 103-148.
[27] R. J. van Pelt, The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial. Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002, p. 209.
[28] Edizioni di Ar, Padova, 2001.
[29]  C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., p. 135.
[30]  Idem, p. 136.
[31]  Idem, pp. 138-141.
[32]  Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire, op. cit., pp. 55-56.
[33]  “Campo di sterminio” traduce il termine “Vernichtungslager”, che non appare in nessun documento tedesco, essendo una creazione della letteratura antifascista tedesca.
[34] C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., pp. 106-107.
[35] Rapporto di Pohl a Himmler del 16 settembre 1942 con oggetto:“a) Rüstungsarbeiten. b) Bombenschäden”. Archivio Federale di Coblenza,  NS 19/14, pp. 131-133.
[36]  APMO (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau), D-AuI-3a/283.
[37]  GARF (Archivio di Stato della Federazione Russa, Mosca), 7121-108-32, p. 97.
[38] Zofia Leszczyńska, Transporty więźniów do obozu na Majdanku (Trasporti di detenuti al campo di Majdanek), in: Zeszyty Majdanka,  IV,1969, pp. 206-207. Idem, Transporty i stany liczbowe obozu (Trasporti e forza numerica), in: Tadeusz  Mencel Ed., Majdanek 1941-1944. Wydawnictwo Lubelskie, Lublin 1991, p. 117.
[39] http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[40] W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1969, p. 1475.
[41] Vedi al riguardo il mio studio Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005.
[42] Vedi il mio studio Olocausto: dilettanti nel web. Effepi, Genova, 2005, p. 31 e documento 3 a p. 131.
[43] Adriana Chiaia trae questo termine da Shirer, che, secondo il  ben noto sproposito in auge nel dopoguerra, parla di «cristalli [!] di ciclon B». W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1475.
[44] Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”. Effedieffe Edizioni, Milano, 2006, p. 28.
[45]  APMO, D-AuI-5/1-1801.
[46]  Protocollo di Jan Sehn del 14 agosto 1945. Processo Höss, tomo 3, pp. 84-86.
[47] Camere a gas Verità o Menzogna? Intervista al Prof Faurisson. Storia Illustrata, Agosto 1979, in:
http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.
[48]  Idem.
[49] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1473.
[50] G. Reitlinger, La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli Ebrei d’Europa. Casa Editrice Il Saggiatore, Milano, 1965, p. 183.
[51] Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf Höss. Einaudi, Torino, 1985, p. 188. Testo tedesco: Kommandant in Auschwitz. Autobiographische Aufzeichnungen des Rudolf Höss. A cura di Martin Broszat. Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 1981, p. 171.
[52]  Idem, p. 134. Testo tedesco, p. 130.
[53]Joseph Billig, La solution finale de la question juive. Edité par Serge et Beate Klarsfeld, Parigi, 1977, p. 51.
Sul reale significato dei termini “Ausrottung” e “Vernichtung” nei discorsi di Hitler vedi il mio studio già citato Negare la storia? Olocausto: la falsa “convergenza delle prove”, pp. 88-93.
[54] Enzo Collotti, La Germania nazista. Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1969, p. 169.
[55] Verlag-GMBH, Berlin-Grunewald, 1955.
[56] Europa-Verlag, Zürich-Stuttgart-Wien, 1961, fuori testo tra le pp. 132 e 148.
[57] A famous Holocaust Photo, in: http://www.deathcamps.org/occupation/gunpoint.html.
[58] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, op. cit., p. 1507, nota 58.
[59] D. Czech, Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945,  op. cit., p. 122.
[60] Sui presunti stermini con “esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico dei motori dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica” rimando ai seguenti studi:
– C. Mattogno, Bełżec nella propaganda, nelle testimonianze, nelle indagini archeologiche e nella storia. Effepi Edizioni, Genova, 2006. 191 pp., 18 documenti.
-C. Mattogno, J. Graf, Treblinka. Extermination Camp or Transit Camp? Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. 365 pp., 24 documenti, 11 fotografie.
– Pierre Marais, Les camions à gaz en question. Polémiques, Parigi, 1994.
[61] Una legge contro il revisionismo storico italiano? In: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMLeggeMastella.pdf.
[62] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.
[63] Mondadori, Milano, 1979.
[64] La Risiera di San Sabba. Un falso grossolano, in: http://vho.org/aaargh/ital/archimatto/sabba.html.
[65] F. Fölkel, La Risiera di San Sabba, op. cit., p. 31.
[66]  Idem, p. 143.
[67] San Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera. ANED-Ricerche. Mondadori, Milano, 1988, vol. II, pp. 307-308.
[68] G.Pini, La crémation en Italie et à l’étranger de 1774 jusqu’à nos jours. Ulrich Hoepli Editeur Libraire, Milano, 1885, p. 132.
[69] http://www.francorotondi.blogspot.com/
[70] http://www.aaargh.com.mx/fran/livres7/CMluna.pdf.
Fonte: http://ita.vho.org/013Chiaia.htm
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