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Ago 12

0341 – Carlo Mattogno replica ad un anonimo mentitore francese sulla lettera di Martin Broszat

UN ANONIMO MENTITORE FRANCESE

Di Carlo Mattogno (2004)

La lettera di Broszat

La lettera di Broszat, cliccare x ingrandire

Tra i siti anti-“negazionisti” che infestano il Web, uno dei più ottusi è indubbiamente “Pratique de l’histoire  et dévoiements négationnistes” (Pratica della storia e deviazioni negazioniste)[1]. Fra le amenità che contiene, spicca un articolo anonimo intitolato “La Lettre de Martin Broszat. Falsifiée depuis 40 ans!” (La lettera di Martin Broszat falsificata da 40 anni)[2]. Il riferimento è alla famosa lettera di Martin Broszat, allora direttore dell’ Istituto di storia contemporanea di Monaco pubblicata da “Die Zeit” il 19 agosto 1960 col titolo “Keine Vergasung in Dachau” (Nessuna gasazione a Dachau). L’ignoto polemista afferma che

«i negazionisti citano quest’articolo in modo deformato, parziale, o il più delle volte completamente falsificato: gli fanno dire ciò che non ha mai detto».

Il suo scopo è quello di

«mettere in evidenza la falsificazione grossolana e ripetuta di cui esso è oggetto da parte dei negazionisti da quarant’anni. […]. Fu il negazionista Rassinier a falsificare Broszat nel 1962, poi di nuovo nel 1964 […].Successivamente i negazionisti non hanno fatto altro che riprendere e riformulare la menzogna di Rassinier. Bisogna notare che una prima presentazione fraudolenta della lettera di Broszat precedette, nel 1960 su Rivarol, le falsificazioni di Rassinier, ma  non ebbe la “discendenza” delle menzogne di Rassinier».

L’ignoto articolista riassume così la presunta menzogna:

«Ripetiamolo ancora una volta: Martin Broszat in modo particolare non ha detto – e sarebbe totalmente menzognero pretendere il contrario – che non ci sarebbero state camere a gas nel Vecchio Reich, o che non vi sarebbe stata perpetrata alcuna gasazione».

Egli presenta poi “la (molto) lunga lista dei negazionisti che hanno mentito”, nella quale include anche me:

«Il fascista  e negazionista Carlo Mattogno “deduce” dalla lettera di Broszat che non ci fu alcuna camera a gas a Oranienburg-Sachenshausen in un testo del 1987  («Le mythe de l’extermination des juifs », AHR, n°1, 1987, p. 76)».

Sorvolo sul “fascista” (imbecilli di tal fatta riescono a (s)ragionare soltanto in termini di fascismo-antifascismo) e veniamo alla mia “deduzione”.

L’articolo citato dal nostro anonimo scribacchino è la traduzione francese del mio libro “Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista[3]. Qui, alle pp. 58-60, ho scritto quanto segue:

«Il 19 agosto 1960 il giornale tedesco “Die Zeit” pubblicò – sotto il titolo “Keine Vergasung in Dachau (Nessuna gasazione a Dachau) – una lettera del dott. Martin Broszat dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco nella quale dichiarava:

Né a Dachau né a Bergen-Belsen né a Buchenwald sono stati gasati ebrei o altri detenuti. La camera a gas di Dachau non fu mai ultimata del tutto e non entrò mai ‘in funzione’ “.

E ancora:

“Lo sterminio in massa degli ebrei mediante gasazione iniziò nel 1941-1942 ed ebbe luogo esclusivamente (ausschliesslich)in pochi luoghi appositamente scelti e forniti di adeguate installazioni tecniche, soprattutto (vor allem) nel territorio polacco occupato (ma in nessun luogo nel Vecchio Reich): ad Auschwitz-Birkenau, a Sobibor sul Bug, a Treblinka, a Chelmno e a Belzec”[4].

Le riserve espresse in questa lettera furono chiarite dal dott. Broszat nella “Nota preliminare” all’articolo di Ino Arndt e Wolfgang Scheffler Organisierter Massenmord an Juden in nationalsozialistischen Vernichtungslagern:

“Come abbiamo già rilevato, gli stermini di ebrei in senso istituzionale (esecuzione del programma della “soluzione finale”) mediante impianti di gasazione ebbero luogo esclusivamente nei campi summenzionati[5] dei territori polacchi occupati. Al contrario nei campi di concentramento generalmente c’erano sì crematori (per la cremazione dei detenuti morti in massa oppure uccisi durante la guerra), ma non impianti di gasazione. Dove però in particolare ciò accadde (Ravensbrück, Natzweiler, Mauthausen), essi non servivano allo sterminio ebraico nel senso del programma della “soluzione finale”. Essi dovevano piuttosto facilitare psichicamente ai Kommandos di esecuzione il loro “lavoro”, che fino ad allora veniva effettuato mediante fucilazioni, iniezioni di fenolo e altri sistemi”[6].

Simon Wiesenthal conferma che “non ci furono campi di sterminio in terra tedesca”[7].

 

Cartello presente nella "camera a gas" di Dachau: MAI messa in funzione

Cartello presente nella “camera a gas” di Dachau: MAI messa in funzione.Cliccare x ingrandire

In conclusione, né a Buchenwald, né a Oranienburg-Sachsenhausen sono mai esistite “camere a gas”, mentre la pretesa “camere a gas” di Dachau non è mai stata utilizzata, come si può leggere anche nella pubblicazione ufficiale su tale campo:

“La ‘camera a gas’ di Dachau non fu mai messa in funzione. Nel crematorio entrarono solo morti per la ‘cremazione’, nessun vivente per la ‘gasazione’ “».

In questo passo non ho scritto affatto che, secondo Broszat, nel Vecchio Reich non c’era stata alcuna gasazione. Al contrario, proprio per evitare eventuali fraintendimenti di questo genere, ho citato un passo parallelo di Broszat tratto da un suo  scritto praticamente ignorato dagli studiosi.

Quanto all’accusa del nostro anonimo mentitore – la mia presunta deduzione “dalla lettera di Broszat” che non ci fu alcuna camera a gas a Oranienburg-Sachsenhausen – essa si rivela una sciocca menzogna: nel secondo testo da me citato Broszat dice chiaramente che i campi del Vecchio Reich in cui esistettero “impianti di gasazione” furono “Ravensbrück, Natzweiler, Mauthausen”, ma non Oranienburg-Sachsenhausen, che dunque non fu dotato di tali impianti. Per quanto riguarda la “camera a gas” omicida a “Zyklon A” in bottiglie di vetro (!) del campo di Sachsenhausen, rimando al mio articolo “KL Sachsenhausen. Stärkemeldungen und “Vernichtungsaktionen” 1940 bis 1945[8].

Il nostro ignoto scribacchino ci offre poi un gustoso saggio delle sue capacità intellettuali esponendo la balordaggine che segue:

«Broszat utilizza il termine “Vergasung” per designare le gasazioni come tecnica di assassinio di esseri umani. I negazionisti sono pronti a deformare l’articolo di Broszat allo scopo di fargli dire ciò che giustamente l’articolo di Broszat non dice. In particolare, essi accettano completamente il fatto che “Vergasung” significa “gasazione” di esseri umani. Tuttavia quando gli stessi negazionisti si trovano di fronte a documenti architettonici del 1942 che designano una camera a gas sotterranea “Vergasungskeller”, letteralmente “scantinatodi gasazione”, i negazionisti negano il senso di “gasazione” di “Vergasung” e cercano di attribuirgli altri significati, gli uni più grotteschi degli altri…essi sostengono caparbiamente che “Vergasung” non significa “gasazione”. Evidentemente quando “Vergasung” è utilizzato in un contesto che significa “nessuna gasazione” i negazionisti non protestano per nulla affatto. Sono degli imbroglioni ipocriti».

  La sua invece senza dubbio non è ipocrisia, ma semplice stupidità. Il fatto che Broszat abbia usato nel 1960 il termine “Vergasung” nel senso di “gasazione” che cosa c’entra coll’interpretazione del documento tedesco del 29 gennaio 1943  in cui appare il termine “Vergasungskeller”?

Forse che, se Broszat avesse usato “Vergasung” nel senso di “gasificazione” o di “carburazione“, questo sarebbe stato inevitabilmente anche il significato della “Vergasungskeller” del documento summenzionato?

Anche in questo caso, per quanto mi riguarda, le affermazioni dell’anonimo mentitore sono del resto assolutamente vane: nell’articolo Die Leichenkeller der Krematorien von Birkenau im Lichte der Dokumente[9] ho spiegato dettagliatamente il documento in questione proprio sul presupposto che “Vergasung” significhi “gasazione”! (Fonte)

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[1] http://www.phdn.org/
[2] http://www.phdn.org/negation/broszat.html
[3] Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985.
[4] “Die Zeit”, Nr. 34, Freitag, den 19. August 1960, p. 16.
[5] Si tratta dei  campi di Chelmno, Belzec, Treblinka, Majdanek, Sobibor e Auschwitz-Birkenau menzionati a p. 105 (vedi nota seguente).
[6] Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, 24. Jahrgang, 1976, Heft 2, p. 109.
[7] London Books and Bookmen, April 1975, p. 5.
[8] Vierteljahreshefte für frei Geschichtsforschung, 7. Jg., Heft 2, Juli 2003, pp. 173-185.
[9] Vierteljahreshefte für frei Geschichtsforschung,7. Jg.,Heft 3 & 4,Dezember 2003, pp. 357-379.

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