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Ago 07

0332 – L’ebreo wellers georges, falsario di storia, ammette l’invenzione dei 4.000.000 di Auschwitz da parte dei “testimoni oculari sopravvissuti”!

… definire non hysto­rians ma hyste­rians non solo gli storici e i gazzettieri sterminazionisti, ma tutti gli olocreduloni… (GV)

George wellers, testimone al processo Eichnann,con kippa

George wellers, testimone al processo Eichnann, si sitema la kippa

Dopo che il Prof. Faurisson aveva trovato i piani costruttivi di Auschwitz nel 1976 e li aveva pubblicati nel 1979…

dopo le interviste aal Prof. Faurisson, pubblicate su Storia Illustrata, nell’Agosto 1979…

dopo la dichiarazione dei 34 storici francesi del 1979,il 21 Febbraio, nella quale si dichiarava:

NON bisogna chiedersi COME tecnicamente sia stata possibile una tale carneficina di massa. È stata tecnicamente possibile perché ha avuto luogo… Non si ha e non si può avere un dibattito sull’esistenza delle camere a gas”

– dopo il primo convegno mondiale di studi revisionisti del settembre 1979, organizzato a Los Angeles (Northrop University) dall’Institute for Historical Review
– Dopo tutto questo, e molto altro, 4 anni dopo…

…dal 1983 George Wellers (...”Ebreo non praticante, nato in Russia è un sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti… arrestato nel 1941 dalla Gestapo e internato a Compiègne. Trasferito nel giugno del 1942 nel campo di Drancy, vi rimane fino al giugno del 1944 per essere deportato prima ad Auschwitz e da qui a Buchenwald dove rimarrà fino all’arrivo degli americani”… .Fonte:http://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Wellers), direttore del parigino Centre juif d’histoire contemporaine – per quanto non storico professionale ma unicamente docente di fisiologia e biochimica al CNRS – aveva indicato, peraltro sempre in terza persona impersonale, quale autore della favola dei Four Million non la vergognosa propaganda polacca, sovietica o comunista, ma l’«innegabile» trauma psichico subito dai deportati:

 

La prima targa di Auschwitz:  la menzogna dei 4.000.000 di Norimberga è ufficiale! Targa "pensionata" nel 1990! Cliccare per ingrandire.

La prima targa di Auschwitz: la menzogna dei 4.000.000 di Norimberga è ufficiale! Targa “pensionata” nel 1990! Cliccare per ingrandire.

«Da qualche anno, avendo compreso le difficoltà di questa questa questione ed avendo ritrovato lucidità di giudizio [et ayant retrouvé la lucidité du jugement], si evita [on évite] di avanzare cifre, ma si sa che 4.000.000 di morti ad Auschwitz sono una cifra esagerata, dovuta al trauma, allo shock naturale, inevitabile che dominò lo psichismo dei sopravvissuti nei primi anni dopo la fine della guerra, dopo la fine del loro incubo»)…

 … “Depuis quelques années, ayant compris les difficultés de ce problème, et ayant retrouvé la lucidité du jugement, on évite d’avancer des chiffres, mais on sait que 4.000.000 de morts à Auschwitz est un chiffre exagéré, dû au traumatisme, au choc naturel, inévitable qui dominait le psychisme des survivants pendant les premières années après la fin de la guerre, après la fin de leur cauchemar”…

Fonte: G.Wellers, Essai de détermination du nombre des morts au camps d’Auschwitz. Le Monde juif, October-December 1983, p.138-139

Tale soggetto venne affondato, come storico credibile, anche da J.C. Pressac, storico sterminazionista ( protetto dell’ebreo Serge Klarsfeld e del rabbino americano Michael Berenbaum, direttore scientifico del Museo dell’Olocausto di Washington) che scrisse alle pag.643-4 del suo libro…Quanto ai conteggi di Wellers (sul numero dei morti ad Auschwitz), dopo l’apparizione del secondo Calendario, essi non valevano più niente…, nello studio Wellers e igasatidi Auschwitz  Carlo Mattogno aveva svelato le imposture del wellers, grazie alle quali quell’integerrimo fustigatore di presunti falsari (il Mattogno!) , manipolando le sue fonti, aveva inventato 594.191 “gasati” ebrei!

Quindi: Paradigma, Immagi­na­rio, Mitopoiesi, Fanta­sma­ti­ca, Meta-mito, Meta­narrazione, Proiezio­ne, Pregiu­di­zio, Dog­ma, Sug­gestione, Frode, Menzogna organi­ca, Menzogna eco­nomica, Menzogna pedagogica, Allucinazione, Delirio, Ossessione, Paranoia , Psicosi, nel “racconto” standard sterminazionista, dei “4.000.000“, del “sapone fatto con gli ebrei“, delle “fosse di Katyn“, delle “camere a vapore“,  spacciato dai “miracolosamente” olosopravvissuti!

Passato il “trauma psichico”

( in verità, obtorto collo, la i$rael-lobby  azionista unica della Au$chwitz S.p.A , Industria dello sfruttamento del falso storico, aveva dovuto prendere atto della totale demolizione delle “verità” affermate fino ad allora come “vangeli” dalla sua filiale di olo “miracolosamente sopravvissuti“, da parte della ricerca storica revisionista, in modo particolare dopo la figura da cioccolataio (...”una concordante LETTURA NEI PENSIERI A L T R U I d’una burocrazia di ben grande portata…l’ebreo hilberg raul al processo Zundel di Toronto! ) rimediata dal suo maggior esponente, l’ebreo hilberg raul, durante il processo Zundel a Toronto e dal confratello che, sputtanato  a livello planetario in aula al processo Zundel, dovette ricorrere all’espediente della “”licentia poetarum” per giustificare le mostruose falsità scritte nel suo libro ! )

l’Industria dell’olocau$to SpA doveva cambiare registro.

Citazione:...”Dall’inizio del 1993 il negazionismo olocaustico è divenuto una delle maggiori preoccupazioni dell’ebraismo”…(l’ebreo grossman lawrence, in American Jewish Yearbook 1995)

$$$_ olocausto,suggeritoreDagli anni ’90, contemporaneamente, e quindi con sospetto di  azione orchestrata, sono spuntati come funghi “testimoni” silenti per 45 anni ed oltre! “Miracolosamente” recuperò la “memoria” anche chi, stanamente , MAI aveva testimoniato in processi contro i “perpetratori nazi” ! Al loro fianco sempre presenti, fissi ,  amanuensi/suggeritori, banali ventriloqui, più o meno olo-documentati che affiancavano i volontari nelle le loro “testimonianze” seriali nelle scuole o partecipazioni Schnellfeuer  (a raffica)  nei periodici “viaggi della memoria” a spese del debito pubblico!

[ “Incredibilmente” nessuno ha mai scritto delle ricompense economiche, benefit ( vantaggi, benefici) ottenuti da tali “olonarratori” per prestazione! Si afferma che l’ olo-santone ebreo, wiesel elie abbia  un …” normale onorario di venticinquemila dollari (più limousine con autista)…(L’informazione sul cachet per una conferenza di Wiesel è stata fornita da Ruth Wheat, del Bnai Brith Lecture Bureau. Fonte di ciò: Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, 2002, capitolo 2 “truffatori,venditori e storia”)…   Quanta “pruderie“! Chissà perchè!? ]

“Testimoni-oculati“, anche se muti da oltre 45-50 anni, pronti a firmare testi opportunamente orrorifici , senza riferimenti precisi,

( wiesel ha fatto scuola!…aveva insegnato che non bisogna dare riferimenti verificabili e non ne ha dato e quando li ha dati la verifica revisionista li ha, puntualmente, smentiti),

strappalacrime, ben propagandati dai media mondiali! Acquistati da ogni scuola (decine di migliaia di copie vendute!) ! Capito il giro?  Le nuove “special guests” del “circo dell’olocau$to”.

Sotto presentiamo un breve estratto da Gianantonio Valli, Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma, © 2009 effepi, Genova ( Il volume è ordinabile per e-mail : effepiedizioni@hotmail.com , oppure per telefono : 010-642 3334  –  338-9195220 ) che si lega alle affermazioni del wellers ed alla metamorfosi della narrazione olocau$tica omologata dopo le infinite devastazioni prodotte dalla ricerca revisionista. La pubblicazione del testo avviene col consenso dell’Autore, che ringraziamo.Olodogma

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PSICOSI E PARADIGMA

       Parenti di Paradigma, i termini Immagi­na­rio (il goethiano Mondo Chime­ri­co, il terzo dei

Copertina di Holocaustica religio

Copertina di Holocaustica religio

lacaniani domi­nii della mente dopo il Reale e il Simbolico), Mitopoiesi, Fanta­sma­ti­ca, Meta-mito (il meta-myth di Rabbi Jacob Agus, da leggere quale cornice a tutti gli altri miti parti-colari), Meta­nar­razione (il métarécit lyotardia­no, da legge­re quale «narrazione di legit­ti-mazione»: dottri­ne, storie, teorie e idee che fondano e legittimano le istituzioni e le pratiche), Proiezio­ne, Pregiu­di­zio e Dog­ma devono essere intesi – ognuno nel proprio ambito: psi­co­logico, antro­polo­gico, socio­lo­gico, letterario, storico, politi­co, religioso, ermeneuti­co, episte-mologi­co e quant’altri – in senso scienti­fi­co.

      Ed egualmen­te i più correnti ter­mini Sug­gestione, Frode (fraus certo, ma pia), Men­zo­gna (menzogna certo, ma organi­ca, eco­nomica e pedagogica, ba­sata sul disegno divino della Salvezza, origeniano «condi­mento e medica­mento» per l’uma­ni­tà), Alluci­nazio­ne («percezione dove il soggetto ha una co­scien­za totale e piena della sua realtà visua­le o uditiva senza che esista alcuno stimolo ester­no, tipica di diversi deliri tossici e di malattie psichiche quali la schizofre­nia»), Delirio, Ossessione, Paranoia e Psicosi.

      Laddove tale ultimo termine – che sempre comporta lo stravolgimento e la perdita, da un lato, del senso delle proporzioni e dei nessi tra i più vari fenomeni del mondo reale e, dall’altro, della capacità di ragionare autonoma­mente e, ancor prima o in parallelo, di acquisire nozioni, cioè di documentar­si – viene definito dal Dizio­nario delle idee edito dal Centro di Studi Filosofi­ci di Gallarate come: «Deviazioni qualitative e quantitative di condizioni psico­fi­siche normali […] Le ricerche più moderne tendono a interpretare la patoge­nesi delle psicosi endogene in base a comples­se perturbazioni di ordine bio­chi­mi­co, considera­bili come “errori” metabolici geneticamente condiziona­ti, ed accentuate da sfavo­re­voli condizioni ambienta­li ed emotive. Da un punto di vista psicopato­logico le psicosi presentano una alterazione dell’intima persona­lità del soggetto, mentre nelle psiconeurosi solo una parte della perso­nalità è pertur­ba­ta». Salendo dall’individuo al gruppo, la definizione viene poi integra­ta dal Dizionario del Devoto-Oli: «Fenomeno di apprensione col­lettiva, che assume aspetti quasi morbosi».

      Più analitica è l’Enciclopedia psichiatri­ca per la pratica medica di Denis Leigh, C.M.B. Pare e John Marks (corsivo nostro): «Parola ampiamente usata nella termino­lo­gia e nella noso­grafia psichiatrica ma per la quale una defini­zio­ne univoca ed un limite preciso di demarcazione da altre malattie della mente risultano talvolta difficili od artificiosi. Con queste premesse, si può, parlando di psicosi, definire tale qualsiasi malattia mentale che ponga l’indivi­duo in una situazione, acuta o cronica, temporanea o permanente, re­versibile o meno, di perdita più o meno totale della capacità di comprende­re il signifi­ca­to della realtà in cui vive e di mantenere tra sé e quella realtà un rapporto di sintonia sufficiente a salvaguar­dare un comportamento autonomo e respon­sa­bile nel­l’ambito delle norme del proprio mondo culturale. Esiste pertanto nel concet­to di psicosi una alterazione della capacità di critica e di giudizio, un affievoli­mento più o meno accentuato del senso della realtà, spes­so una in­ca­pacità di verificare intro-spettivamente le proprie anomalie psichi­che e com­por­tamentali ed una incomprensibilità dei pensieri e delle azioni del pa­zien­te da parte degli altri, poiché egli viene guidato da motiva­zio­ni e processi men­tali che ci appaiono incoerenti ed assurdi. Nel complesso si riconosce sempre nella psicosi l’aspetto di gravità della malattia. Da rilevare ancora che queste caratteristiche possono, tutte od alcune, essere più o meno accentuate e modi­fi­cabili sia nel senso del peggioramento che del recupero».

 

Dr. Gianantonio Valli, 2010

                         Dott. Gianantonio Valli

      A tale complesso semantico-operativo – Paradigma, Immagi­nario, Mito­poie­si, Fanta-smatica, Metanarrazione, Proiezione, Pregiudizio, Dogma, Sug­gestione, Frode, Menzogna, Allucinazione, Delirio, Ossessione, Paranoia e Psicosi – inestricabile quanto olistica è la psiche umana, possiamo aggiun­ge­re il composi­to termi­ne Hystories, coniato dalla sociolo­ga (ebrea) Elaine Showal­ter nell’omoni­mo libro edito nel 1997 dalla Columbia UP, a designare le sto­rie, i racconti «isterici» che, dotati di propri stereotipi, convenzioni e strutture, vengono elaborati e compiuti sull’onda di un’emo­ti­vità grave­mente incon­scia, sciolta da ogni controllo razionale. E quindi, in ovvia con­seguenza, riteniamo altamente corretto definire non hysto­rians ma hyste­rians non solo gli storici e i gazzettieri sterminazionisti, ma tutti gli olocreduloni.

      In particolare quanto a Paradigma (in greco, «modello»), esso è, definisce la canadese Mauree­na Fritz nella raccolta curata dagli sterminazio­nisti Emilio Baccari­ni e Lucy Thorson, «una mappa mentale, un modo di vedere e di senti­re che organizza le componenti di un sistema o di una si­tuazione in un tutto intelligibile. Il cambia­mento che si realizza in una delle compo­nenti di questa mappa mentale sposta tutte le altre e crea una nuova mappa della real­tà», al punto che il nuovo paradigma, dotato di uno statuto di priorità rispetto a regole o assunti largamente condivisi, esercita sulla ricerca, come peraltro già il vecchio ma in modo meno convincente, una diretta attività modellatri­ce.

      La transizione da un paradigma ad un altro – ha scritto Thomas Kuhn, lo storico della scienza che ha introdotto il termine nel linguaggio scientifico – dal quale emerge una nuova visione delle cose basata su una diversa imposta­zione mentale, una diversa modalità del pensare, una diversa sen­sibilità e diverse percezioni, non è un processo cumulativo che si attua attraver­so una nuova articola­zione, un’e­stensione del vecchio paradig­ma. Determinatasi all’improv­viso, dopo lunga e «discreta» preparazio­ne, attraverso crisi di breve periodo (le «cata­strofi» di René Thom: natura facit saltus!), tale transizione è una mutazione dell’intera Gestalt, «una rico­struzio­ne del campo su nuove basi, una ricostru­zione che modifica alcune delle più elemen­ta­ri generalizza­zio­ni teoriche del campo, così come molti metodi ed applica­zio­ni del paradig­ma. Durante il periodo di transizione, vi sarà una sovrappo­si­zione abbastanza ampia, ma mai comple­ta, tra i problemi che possono veni­re risolti col vecchio para­digma e quelli che possono essere risolti col nuovo. Ma vi sarà anche una netta diffe­renza nei rispettivi modi di risol­verli. Quando la transizio­ne è compiuta, gli speciali­sti considereranno in modo diverso il loro campo, e avranno mutato i loro metodi ed i loro scopi». (Le nuove versioni della falsa narrazione hanno come scopo il vano contrasto delle ricerche revisioniste. Una reazionaria difesa dell’indifendbile truffa. Olo)

      Quindi, irrealistico è pretendere di conciliare due paradigmi (inconci­lia­bili già per definizione in quanto sistemi organici, in se stessi compiu­ti): «Abbia­mo già visto parec­chie ragioni per cui i sostenitori di paradigmi in contra­sto sono condannati a fallire nei loro tentativi di com­prendere fino in fondo il punto di vista dell’avversa­rio. Queste ragioni sono state global­mente de­scritte come incom­mensurabilità fra la tradizione prerivo­luzionaria e quella postri­vo­lu­zionaria della scienza normale […] In tutto ciò, tuttavia, c’è qualcosa di più dell’in­commensu­rabilità dei criteri. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabola­rio e dell’appa­rato, sia concettuale che operazio­na­le, che aveva appartenuto al paradigma tra­diziona­le. Ma raramente essi usano que­sti elementi ereditati dalla tradizio­ne in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termi­ni, concetti ed esperimenti entrano in nuove rela­zio­ni tra di loro. Ne conse­gue inevitabilmente quello che dobbiamo chia­mare, sebbe­ne il ter­mi­ne non sia del tutto esatto, un’incom­prensione fra le due scuole in competi­zio­ne».

 $$$_ avete-mentito     Se a queste considerazioni epistemologiche aggiungiamo che l’Affaire Olo­caustico è questione non solo di astratta analisi scientifica, ma investe psicolo­gie, odi, rancori e concreti interessi di dominio, ben possiamo allora capire gli stravolgi­menti essenzia­li, la «rivo­lu­zione coper­nicana» che compor­te­rà in ogni settore della vita, associata come perso­nale, in parti­co­lare nei rapporti psicolo­gici, nella rivalutazione filosofico-ideolo­gica, nell’inter­pre­ta­zione storica e nell’agire politico, la distruzione dell’Olo­causto, Para­dig­ma par excellence della Modernità. E possiamo ancor più capire la necessità asso­luta e spasmo­dica, da parte degli sterminazionisti, di una repressione sempre più feroce degli sforzi di verità compiuti dagli studiosi revisionisti.

      Repressione quindi assolutamente necessaria, fin dall’inizio iscritta nei geni dell’eterna ebraica Liturgia della Di­struzione o, per dirla con Neusner (II), del­l’«A­meri­can Judaic system of Ho­lo­caust and Redemption, sistema giu­daico americano del­l’Olo­cau­sto e Reden­zio­ne» o anche, coi tedeschi Johann Maier e Peter Schäfer, della Teologia della Soluzione Finale o del Sacrificio Tota­le: End­lösung-Theologie e Ganzo­pfer-Theolo­gie.

      Ideatori e promotori di tale Teologia dell’Olocausto, che piega ai propri scopi non solo la storia del Secondo Conflitto Mondiale ma l’intera Storia moderna ed anzi l’intera Storia tout court, è il trio (cui possiamo aggiungere l’ancora più radicale Rabbi Rubenstein) dei «teologi della protesta»:

1. il pluriscampato «romeno» Elie Wiesel, nato nel 1928 e inter­na­to ad Ausch­witz dall’aprile 1944 al gennaio 1945, indi giornalista irgunico in Francia e tuttora ubiquitario sioni­sta,  

2. il «tede­sco» Emil Ludwig Fac­ken­heim, nato nel 1916 e monoscampato sach­sen-hause­niano (in realtà, ri­lasciato l’8 febbraio 1939, sette mesi avanti lo scoppio del conflitto mondiale, viene invitato a lasciare il suolo tedesco entro sei settima­ne), docente di Filosofia a Toronto e membro dell’In­sti­tute of Con­tem­porary Jewry all’U­ni­versità Ebrai­ca di Geru­salem­me, e  

3. il rabbi­no orto­dos­so Irving Greenberg, nato a Bro­oklyn nel 1933 e docente di Storia alle università Brandeis e Yeshiva e fondatore del newyorke­se Zachor, il “Centro per lo Studio del­l’Olocau­sto”,

i quali ela­bo­ra­no un paradigma politi­co-religioso che tosto divie­ne, per dirla con Marc Ellis, una «nor­mativa nella conver­sa­zione e nell’agire quoti­dia­no».

      Il Paradig­ma si fa quindi Dogma.

 

Auschwitz 2011,i leader di tutte le religioni si sottomettono al DOGMA olocau$tico. Cliccare per ingrandire.

Auschwitz 2011,i leader di tutte le religioni si sottomettono al DOGMA olocau$tico. Cliccare per ingrandire.

Dogma di una feroce, antica religione riattua­lizzata, dotata di luoghi sacri, santuari, memoriali, reliquie (sapone, dentiere, capelli, calzature, paralumi, barattoli di Zyklon B, etc.), libri sacri, parabole, processio­ni, pelle­gri­naggi, riti (Liturgies on the Holocaust – An Interfaith Anthology “Liturgie dell’Olocausto – Antologia inter­confes­sio­nale” suona l’opera della consorella Macia Lit­tell), officianti delle più diverse dignità, profeti, missionari (in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado), scissioni settarie, teologi, scuole «filosofiche/ antro­pologiche/sociologiche», inquisi­tori grandi e piccoli (dal sublime Szymon Wizenthal agli Staatsanwälte goyish), eretici, apostati, pentiti, santi (tra i tanti: sant’Anna dell’Achterhuis, ancora san Szymonino di Buczacz, sant’Elia della Donnola, etc.), mira­colati, risorti, «illumina­ti» e «convertiti» (i Giusti di Israele), semi-atei (i «riduzionisti»), atei (i «negazio­nisti»), diavoli di rango più o meno elevato (da Hitler e Mengele ad Eichmann e Demjanjuk), vittime (tutti i revisionisti e gli olodubitanti in genere, dannati a penitenze o cattiveri più o meno impegnativi) e boia (sia maestri ebrei che allievi goyish).

      Dogma centrale, irrinun­cia­bile, al punto che sia gli eletti che i shab­bos goyim di ogni estra­zione non si péri­ta­no di proclamare che nessun dibatti­to sullo «stermi­nio» può avveni­re se non si sia ammessa a prio­ri l’«og­get­tività» indi­scutibile dello Sterminio stesso. Ben scrivono quindi Maier-Schäfer: «Il con­cetto di olocausto ac­quisì una for­za emoziona­le di efficacia inconsue­ta, divenendo quasi uno slogan vinco­lante per tutto il giu­dai­smo (sia per la diaspora che per lo Stato d’Israe­le)» (corsivo nostro; «un paradigme quasi-religieux non négociable», aggiunge Guil­laume Faye ; «un evento dotato di una identità performativa storica, militare, politi­ca, teologica», conclude Alberto Melloni, docente di Storia del cristiane­simo a Modena, presentando le fantasticherie della «Cassandra scomoda» Rudolf Vrba, quell’oloscampato, cioè, cui nessuno volle credere).

[Su tale soggetto ebreo, vrba rudolf, e la sua credibilità  è illuminante  leggere il capitolo 16  LA GENESI DELLA “CONOSCENZA” DELLE CAMERE A GAS DI AUSCHWITZ, dello studio di Carlo Mattogno “AUSCHWITZ: LA FALSA “CONVERGENZA DI PROVE” DI ROBERT JAN VAN PELT”, consultabile al link: http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/03/28/auschwitz-la-falsa-convergenza-di-prove-di-robert-jan-van-pe5fe1b717057b1c7cf02482b476d58f93.html  ]

Ben com­menta lo storico tedesco Rudolf Czernin, citando il «com­patriota» Mi­chael Wolff­sohn, autore di un articolo sulla Frankfurter All­ge­meine Zei­tung 15 aprile 1993, che per tutti gli ebrei, in partico­lare per i sionisti, religiosi o laico-politici, i Sei Milioni, e cioè «l’eterna memoria, l’incessante ricordo dell’Olo­causto che rappresenta per essi l’e­ven­to centrale della loro storia, [sono], accanto alla religione giudaica e al naziona­li­smo ebraico, la terza colonna o l’asse portante dell’i­dentità ebraica».

      Perno dell’afflato storico e psico-religioso, la Nota Vicenda lo è ovviamen­te anche di sproloqui filosofici, come quello del Piz­zuti, per il quale

«l’ere­di­tà teologica del pensiero occiden­tale, cioè l’esito risolutore e rivelatore della verità essenziale della sua parabola plurimillenaria, è dato dall’even­to-Auschwitz»,

vero e proprio «spartiacque della storia e della cultura dell’uomo occi­denta­le» (concetto copiato da Yehuda Bauer, per il quale «l’Olocausto è stato uno spartiac­que nella sto­ria umana»)?

      Secondo il docente di Estetica all’Università della Basili­ca­ta – al quale si può accordare quel tanto di attenzione che si presta ai personaggi accademici (anche a quelli di terzo rango, come nel caso) quando li si vede intenti a pratiche manuali ammissibili, e in definitiva normali, nell’età puberale, ma per loro natura impervie ad ogni tentativo di conferire loro la dignità che si vorrebbe intrinseca alla riflessione filosofica – «abbia­mo cominciato a dividere quella storia tra prima e dopo Auschwitz; in quell’angolo di terra polacca, divenuta terribilmente celebre, si è verificata una rive­la­zione decisi­va: l’uomo moder­no, occidentale, ha conosciuto, ha veduto in faccia l’in­sondabi­le abisso del demonia­co di cui egli si è scoperto portatore; e ha dovuto prendere atto che tutti i pensieri sull’uomo e su Dio elaborati nei due millenni di Cristianesimo erano stati irrimedia­bilmente bruciati insieme con gli ebrei nei forni crematori di quel campo di morte […] Nell’estrema degenerazione estetizzante della dialettica dello spirito registrata nel secolo ventesimo con i campi di sterminio nazisti, ad essere chiamata in giudizio non è l’assenza della ragione bensì la sua estrema asso­lutizzazio­ne, della ratio decli­na­ta quale Vernunft che ha definito lo svolgersi della parabola del pensiero occidenta­le, e che si rivela responsabile del suo esito e del suo destino».

      «Se noi giungiamo a considerare Auschwitz un punto di cesura e di discri­mi­nazione della storia del pensiero occidentale, e perciò stesso della storia dell’uomo moderno» – continua il «filosofo», intriso di fiction wieseliana, socio­lo­gi­smo sofskya­no e delirio fackenheimiano – «ne facciamo un uni­cum, un even­to epo­cale in senso stretto; non possiamo pertanto sot­trarci al preciso dovere di giustificare e di legittimare tale instaurazio­ne di unicità, tanto più che non risulta condivisa dall’una­ni­mità degli studiosi. Essa non può certo risiedere nella quantità, per così dire, di male compiuta nel campo di stermi­nio di Ausch­witz: certo, in quel luogo che resta uno dei marchi più infa­man­ti della storia dell’uma­nità, furono com­messi delitti e atrocità tali da superare ogni immaginazione e da eccedere ogni para­go­ne, ma pur­troppo la storia del­l’uomo ha registrato e certa­mente registrerà situazioni di pari, se non di mag­giore, dolore e sofferenza, anche di vittime innocenti […] Il tratto che fa di Auschwitz un punto di non ritorno nella storia dell’uomo moderno è il salto di qua­li­tà registrato nella determina­zione del rapporto oppressivo e distruttivo dell’uomo contro l’uomo […] alla vittima si tentò di negare persi­no il privile­gio – per così dire – di essere vittima, la dignità dell’estre­mo sacrificio, perché si tentò di ridurla pre­ven­tiva­mente al rango di oggetto, di numero, di totale spersonalizzazione; di annul­lar­la e di cosalizzarla ai suoi stessi occhi, di farla apparire totalmente banale e inutile già a se stessa, al punto da negare che la sua soppressione fosse un omici­dio, fosse la distruzio­ne di una persona umana: la distruzione di milioni di uomini di­venne in quei campi di stermi­nio, in prospettiva quantitativa e tecnologi­ca, una ca­te­na indu­striale non di produzione ma di annientamen­to fisico, il cui oggetto di lavoro (passi l’e­spres­sione che ci fa inorridire) non era più un essere umano ma un numero».

      Terminale coerente del razionalismo occidentale e della «costi­tutiva dia­lettica della quantità che lo innerva», Auschwitz coinvol­ge nei suoi orrori l’intera cultura euro­pea, «riverberando le fiamme dei forni crematori sul volto di tanti studiosi, pen­sa­tori, statisti, autorità religiose che mai avrebbero immaginato di poter essere coin­volti in quella terribile responsabilità». Ciò, poiché «il totalitarismo moderno è essenzial­mente un fatto cultu­rale, formato­si negli sviluppi soprattutto ottocenteschi del razio­nalismo, e le cui radici, alme­no in nuce, possono essere ravvi­sa­te già nell’a­na­lisi di struttura del cogito. In una prospetti­va filosofica, che è quella sua propria, almeno nell’acce­zione origi­naria, il totalitarismo rinvia direttamente alla dinamica sogget­tivi­stica del pensiero moderno, in quanto afferma­zione dell’io alla precisa con­di­zione della perdita dell’altro; il soggetto o l’io cartesiano, e in senso progressi­vo l’io del razionalismo moder­no, vive nella misura in cui erode l’ogget­to-altro risolven­dolo nella essenzializ­zazione trascendenta­le, e a questa operazione è spinto dalla sua stessa intenzionalità originaria che lega l’auto-afferma­zione dell’io in quanto libertà alla soppres­sione di ogni verità oggettiva data dall’alterità dell’altro, in quanto appun­to oggettività limitan­te» (l’ideologia del «nazismo», lo sappiamo tutti, e come no!, anche prima di tanto sproloquio, è tipicamen­te ed «essenzial­mente» razionalista, soggettivi­sta e cartesiana!).

      Ma se si appurasse davvero l’inconsistenza storica del Para­dig­ma, che fine farebbe l’estrusione interpretativa di Gillian Rose, docente di Social and Political Thought a Warwick?: «”Ausch­witz” e “l’Olo­cau­sto” sono divenuti emblemi che in sé portano un mondo filoso­fi­co e teologico. Sineddochi, essi unifica­no e rendono compat­ta una complessa serie di eventi in modo tale da rimuovere questi eventi persino oltre il significato mitico e da lasciare solo muta testimo­nianza»? O la pedissequa costruzio­ne teologica di Mas­simo Giu­liani: «Qua­le male si è “incar­na­to” ad Auschwitz: il male metafisico, “radica­le”, delle tradizioni religiose (più o meno gnostiche)? Oppure il male sociale dei sistemi econo­mici (e politi­ci) fondati sull’alienazio­ne? Oppure quel male “banale” di cui parlava Hannah Arendt nel suo bilancio sul processo Eich­mann: si vorrebbe cercare il male in qual­che profondità, in qualche radice – magari demo­niaca – e invece esso è tutto “appa­ren­za”, è in super­ficie, senza causa né radice: è, frustrante scoperta, privo di spessore, e come tale senza pensiero, o almeno senza possibilità di essere-pensato […] Poiché Ausch­witz fu la più grande “festa della morte” che l’uomo abbia allestito per l’uomo nel corso della storia (in così pochi anni!), questo luogo assurge – oltre ogni orizzon­te storico – a cifra del silenzio perpetuo. Nessun simbolo ha diritto a rappresentarlo – cioè, nessun simbolo del senso […] Ora, i nazisti ad Ausch­witz hanno messo in piedi un’opera della fine, un’anti-creazione, un non-ordine, un’anti-armonia – una “nega­zio­ne” che può essere espressa appunto con la parola tohu e con le altre parole etimologicamente legate ad essa: shoah cioè desolazio­ne, mancanza di sole, buio, morte… (nelle antiche lingue semitiche la lettera tau e la lettera shin erano equivalen­ti); sheol cioè il regno delle tenebre, dei morti, di coloro che non parleran­no mai più; shaww, cioè evanescenza, vacuità, va­ni­tà, inafferrabilità del nulla […] Di più, per chi ha orecchi e vuole intendere, come dice l’anti­co proverbio semi­ti­co, Ausch­witz diventa il problema teologico del nostro tempo».

      E costernato resterebbe certo, o magari forsanche, l’«i­conoclasta» laico-umanista Rabbi Sherwin Wine, dopo avere asserito che «nella storia ebraica l’Olocau­sto resta la suprema ma­ni­festazione dell’assenza di Dio […] Nessuna inter­pre­tazione della storia ebraica e dell’identità ebraica può sfuggire all’Olo­cau­sto […] L’Olocausto è la drammati­ca testimonian­za della sublime indiffe­renza dell’universo all’imme­ritata sofferenza uma­na […] Nessuna dram­matiz­zazione della storia ebraica può sfuggire all’Olocau­sto. Nessuna tragedia della storia ebraica lo supera in orrore. La novità dell’evento non ne diminui­sce l’importanza. Fra mille anni, man­ter­rà tutto il suo significa­to».

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