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Lug 08

0310 – Da ” I Complici di Dio “…chi è ebreo? Analisi della questione del Dr. Gianantonio Valli

La presente pubblicazione avviene col consenso dell’Autore che ringraziamo per la disponibilità al nostro “saccheggio” dell’Opera”! Olodogma

 I Complici di Dio

 Genesi del Mondialismo

di Gianantonio Valli

Edizioni  EFFEPI, Genova. Prima edizione gennaio 2009. Pag. 3034 nell’edizione a stampa.(1)

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I quattro grandi tomi de i "Complici di dio"

I quattro grandi volumi de “I complici di dio”

Definizioni

… (Pagg. 90→98)  I tabù sono considerati solitamente un frutto dell’immagi­nazione, e così chi non li viola non ne percepisce forse nemmeno l’esisten­za. Chi pone domande soltanto entro i binari prescritti non si accorgerà mai che certe doman­de è vie­ta­to farle.

Rainer Zitelmann, Hitler, 1991

 The truth of the matter about it is, the entire cultural press, publishing, criticism, television, theatre, film industry, is almost ninety per cent Jewish oriented. I mean, I can’t count on one hand five people of importance – of real importance – in the media who aren’t Jewish, I can’t, La verità è che tutta la stampa culturale, la critica, la televisione, il teatro, il cinema sono diretti per il novanta per cento da ebrei. Credo di non arrivare a contare sulle dita di una mano cinque personaggi importanti – vera­mente importanti – nei media che non siano ebrei, non ci arrivo. (lo scrittore Truman Capote, in Chaim Bermant, The Jews, 1977)

 Quando mi chiedono che cosa sia un ebreo, la risposta più puntuale che mi riesce di trovare è: «Boh!» ( Moni Ovadia, Perché no? – L’ebreo corrosivo, 1996)

 Warum muß ich einem solchen Rätsel unbedingt auf den Grund kommen wollen? Perché dovrei arrivare assolutamente a risolvere un tale enigma? (il “tedesco”  Becker alla domanda “Chi è ebreo?”, in Der jüdische Kalender 2002-2003)

 We have not yet determined wheter we are to use the term race, religion, nation or culture to clarify the nature of our Jewish entity and identity, Non abbiamo ancora stabilito se dobbiamo usare il termine razza, religione, nazione o cultura per definire la natura della nostra identità ebraica. ( editoriale di The Reconstructionist, in Elmer Berger, The Jewish Dilemma, 1945)

 To be a Jew merely because I was born one is shameful, Essere ebreo solo perché sono nato ebreo è vergognoso. ( Waldo Frank, The Jew in Our Day, 1944 )

 Ebreo – Se cerca di abbindolar­vi: state in guardia.  41  80 . ( definizione in I sogni e il gioco del lotto, parte prima: Interpretazione dei sogni e relativo numero per il gioco del lotto, 1954)

 Ebreoesserlo: isolamento, estraneità, 2. fare affari con un: simbolo di tensioni e problemi, 90. (definizione in Anna Monteschi, Il grande libro dei sogni, 1994)

 È possibile, e non di raro avviene, che un ebreo dimentichi il suo ebraismo, lo rinne­ghi, che giunga fino al punto di aderire ufficial­mente ad idee e pratiche religiose inconciliabili con l’ebraismo; se ciò avviene, egli perde in tutto od in parte i suoi diritti di ebreo, può non essere più di altri considerato ebreo, o non considerarsi ebreo egli stesso, ma sarà sempre ebreo: ebreo degenere, ebreo as­similato, ebreo rinnegato, ma sempre ebreo, e sempre sottoposto a tutti i suoi doveri ebraici, e un suo semplice atto di volontà, accompagnato da quelle forme esterne che gli diano validità dinanzi agli altri, può in qualunque momento fargli riacquistare ciò che aveva perduto. ( Rabbi Elia Samuele Artom, La vita di Israele, 1937/1993 )

 L’ebreo resta ebreo anche se cambia religione; un cristiano che si converte al giudai­smo non per questo diviene ebreo, perché il concetto di ebreo non discende dalla reli­gione, ma dalla razza, e un ebreo libero pensatore, e persino senza Dio, resta altret­tanto ebreo come un qualsiasi rabbino. ( The Jewish World, 14 dicembre 1922)

 Il mondo ha bisogno dell’ebreo, ma l’ebreo aspetta, e spera, che il mondo senta, ed esprima, tale bisogno […] L’ebreo è il barcaiolo che porta da una riva all’altra, e proprio perciò si sente, in quanto ebreo, in esilio, come lo era Abramo l’Ebreo; un costante e necessario esilio per potere adempiere il ruolo del missiona­rio, del trasmet­titore. L’esilio è una missione che porta l’ebreo ovunque si renda necessario traghet­ta­re, e così l’ebraicità lo impegna in una specie di vertigine planetaria, lo determina, nell’operare, fratello di tutti gli uomini. ( André Neher, Jüdische Identität, 1995)

Poiché, mi diceva Josseline, noi Israele, dovunque ci fermiamo, anche se per anni, anche se per secoli, anche se per millenni, restiamo, nel nostro spirito, nella nostra coscienza, come accampati, attendati in mezzo ai popoli che ci ospitano. Noi ben pos­siamo avvicinarci a loro, sentire all’unisono con loro, amarli, combattere per loro e insieme con loro; ciò non toglie che noi, nella nostra essenza, rimaniamo sempre e soltanto noi, inconfondibili, immarcescibili, immescolabili, per virtù di uno sforzo più che millenario, che va di generazione in generazione e ci fa restar noi, malgrado noi stessi […] Oh Israele, Israele, popolo mistero, dalle mille anime, eppure un’ani­ma sola, sempre diverso e sempre lo stesso, popolo mercante e popolo poeta, popolo antichissimo, eppur sempre fanciullo, tu sei il mio popolo! Sì, io lo scrivo, io segno sulla carta l’emozione indicibile di un attimo, mentre già la ragione vorrebbe ribellar­si. Ma tu sei il mio popolo, io ho pianto per te, di te. Io mi sono riconosciuta tua, stasera. ( Margareth,  Come ritrovai la mia anima di ebrea, 1925 )

 Noi sappiamo per esperienza che questi stranieri sono fatti in modo particolare: si appoggiano fra di loro molto volentieri, si rifiutano di staccarsi dall’unione del loro popolo e, mentre un francese sente di non avere nulla in comune con un Landru [cri­minale ghigliottinato nel 1922 per avere ucciso almeno dieci donne], l’ebre­o, anche il più intelligente e raffinato, si sente sempre infastidito se si parla male di Béla Kun [capo della repubblica comunista di Ungheria nel 1919, responsabi­le del massacro di decine di migliaia di «nemici del popolo»] davanti a lui. È pertanto necessaria una particolare diffidenza nei confronti di questo popolo preso nel suo insieme ed è per questo che la concessione della nazionalità non potrà che, ad esempio, essergli data altro che in casi rarissimi e sempre revocabili. Una volta di più questo non implica né persecuzione né odio verso gli individui, né disconosci­mento delle qualità ebraiche. Si tratta solo di una reazione difensiva. (Robert Brasillach, «I francesi e gli ebrei», in Je Suis Partout, 17 febbraio 1939)

 La mia concezione dell’idea e della visione messianica non è solo metafisica, ma socio-culturale-morale in uno stesso tempo […] Io credo nella nostra superiorità morale e intellettuale, nella nostra capacità di servire da modello per la redenzione della razza umana. Questo mio credo si fonda sulla conoscenza che ho del popolo ebraico, e non in una qualche fede mistica; la gloria della Divina Presenza è in noi, nei nostri cuori, non fuori di noi. (David Ben Gurion, in Max Dimont e in Hertzberg-HirtManheimer)

 La credenza ebraica nell’elezione, anche la più moderata, ha sempre suggerito che gli ebrei, almeno idealmente, vivono su un piano morale più elevato dei loro vicini. Solitamente gli intellettuali ebrei hanno affermato che tale differenza non è nata come sfida. Ma storicamente le masse ebraiche non hanno fatto simili distinzioni. ( Arthur Hertzberg, Aron Hirt-Manheimer, Jews – The essence and character of a people, 1998 )

 Se l’idea che [gli ebrei] hanno di sé, di essere la «Luce delle Nazio­ni», il «Popolo di Dio» o anche solo una «razza miglio­re», è fondata o anche solo sincera, inevitabile conseguenza è allora la dif­fu­sa ostili­tà nei loro confronti, in partico­la­re l’ostilità dei sempliciotti, dell’uomo della strada, dei non-intellet­tuali. Se però questa idea di sé non è solo sincera, ma anche intrecciata nella pratica con aspetti triviali quali l‘egoi­smo e la volontà di potere, allora l’ostilità nei loro confronti diviene legittima e il fatto di stigmatizzare indiscriminatamente ­l’«antisemitismo» un marchio d’in­famia va con­si­derato un vol­gare strumento di lotta, per quanto di sorprenden­te effica­cia.( Ernst Nolte, Streitpunkte («Controversie»), 1993 )

 Sui difetti dei tedeschi [o] dei francesi ognuno può dire liberamente le cose peggiori; ma se qualcuno tenta di parlare in termini equilibrati di talune innegabili mancanze del carattere ebraico, viene immediatamente tacciato di essere un barbaro persecutore religio­so da pressoché tutte le gazzette […] Ciò che i giornalisti ebrei scrivono della cristianità con motti derisori e sarcastici è assolutamente rivoltante, e tali bestemmie vengono offerte al nostro popolo come fossero le più moderne acquisizio­ni dell’illu­mi­ni­smo «tedesco»! ( Heinrich von Treitschke, in Albert Lindemann, Esau’s Tears, 1997 )

 Noi siamo gli oppressi, non loro. Loro distruggono sistematicamente le basi ideali della nostra vita, e noi dovremmo non solo non brontolare, ma neppure lamen­tarci sottovoce […] La vita spirituale dei popoli tra i quali vive resterà sempre incompren­sibile all’ebreo. Perché non v’è sentimento di affinità. Perciò all’ebreo nulla importa la decadenza delle vecchie civiltà, faticosamente formate dai secoli; per quanto gli riesca, è anzi contento di sotterrarle. ( il tedesco Victor Hehn (1813-1890), De moribus judaeorum )

 Yehuda Bauer, importante studioso dell’Olocausto e testimone del tutto insospettabi­le, dà ragione ai nazionalsocialisti quando dice: «Il nazionalsocialismo vide giusto pre­sen­tando gli ebrei come un elemento estraneo nella società europea, perché caratteriz­zati da un’altra religione e da una diversa etnia». (Ernst Nolte, Controversie, 1999 )

Dallo scoppio della Rivoluzione Francese il mondo è spinto sempre più verso un nuovo conflitto, la cui soluzione estrema si chiama bolscevismo e il cui contenuto e obiettivo sono però l’eliminazione e la sostituzione dei ceti sociali che hanno finora diretto l’umanità con l’ebraismo internazionale. ( Adolf Hitler, opuscolo sul Piano Quadriennale, agosto 1936 )

La rivoluzione francese è stata una rivoluzione religiosa. De Tocqueville è troppo timido quando dice: «La rivoluzione francese è dunque una rivoluzione politica che ha operato alla maniera, e preso in qualche modo l’aspetto, d’una rivoluzione religio­sa». Non si tratta solo di un’analogia, ma di una identità . ( Vilfredo Pareto, I sistemi socialisti ) 

Lo spirito «ebraico» contro cui si rivolge il movimento anti­semi­ta non è altro che lo spirito della Rivoluzio­ne Francese che ha conseguito nella guerra mondiale una nuova e, a quanto pare, decisiva vittoria […] Ed è perfettamente coerente Coudenho­ve-Kalergi quando propone l’e­breo come nuovo ceto nobiliare per la moderna società ato­mica. Il ruolo degli ebrei sarà quindi assolto solo quando i popoli mire­ran­no a compiti più alti e non si lasce­ran­no più compera­re, per­ché nella potenza del denaro sta, ma anche rovina, la poten­za de­gli ebrei […] Gli spiriti più profondi tra gli ebrei, ad esempio Otto Wei­ninger, hanno sempre afferrato questo senso tragico del loro popolo e ne hanno dato commo­vente testimo­nianza. Moral­mente sarebbe auto­rizzato solo un antisemi­tismo che combattesse lo spirito «ebraico» nel significa­to che ab­biamo sopra espo­sto e che sapes­se redimere non sol­tanto il mon­do, ma gli stessi ebrei. ( Joseph Leo Seifert, Le sette idee slave, 1930 )

 Nella mia anima la scintilla [dell’ebraismo] era quasi spenta. Ma il freddo vento dell’odio contro noi ebrei ha soffiato, e ha ravvivato la scintilla, e l’ha fatta diventare un fuoco che continuerà ad ardere finché vivo. ( lo scrittore «tedesco» Schalom Ben-Chorin, in Rudolf Rahlves, Jüdisch – was ist das?, 2008)

 Benedetto sii Tu, Signore nostro Dio, Re dell’Universo, che separi il sacro dal profano, la luce dalla tenebra, Israele dalle nazioni, il settimo giorno dagli altri. (saggezza yiddish, in Leo Rosten, Oy oy oy!, 1999)

 Le stesse statistiche del governo israeliano mostrano che [solo] il 15% degli israe­liani sono religiosi. Questo non impedisce al 90% di affermare che questa terra è sta­ta data loro da Dio… al quale non credono. ( Nathan Weinstock, Le sionisme contre Israel, 1969)

 West End Avenue. Una coppia della buona borghesia ebraica. Il padre, liberale e iper­sensibile, è un ateo chiassoso e militante. Desiderando dare un’istruzione superio­re al figlio, i genitori lo iscrivono alla Trinity School, la quale, anche se di origine confessionale, è ora laica e aperta a tutti. Un giorno, dopo circa un mese, il ragazzo torna a casa e casualmente dice: «Ehi, papà, sai cosa significa “Trinità”? Vuol dire Padre, Figlio e Spirito Santo». A queste parole, controllandosi a stento, il padre afferra il ragazzo per le spalle e gli urla: «Danny, adesso ti dico una cosa e voglio che tu non la dimentichi mai più. Esiste un unico Dio, e noi non crediamo in lui!» (witz in Yosef Haim Yerushalmi, Il Mosè di Freud, 1996)

 Schau ich mir die Juden an, / hab’ ich wenig Freude dran. / Fallen mir die anderen ein, / bin ich froh, ein Jud’ zu sein.   Se considero gli ebrei / non ne provo un gran piacere. / Se mi vengono in mente gli altri [popoli] / sono contento di essere ebreo. ( lo scrittore «austriaco» Friedrich Torberg (1908-79), in Rudolf Rahlves)

 Dio non esiste, comunque noi siamo il suo popolo eletto. ( Woody Allen, in Elena Loewenthal, 1997)

 Credo che la causa essenziale dell’antisemitismo consista nel fatto che ci sono gli ebrei. Noi sembriamo portare l’antisemitismo con noi, dovunque ci spostiamo. (Chaim Weizmann, poi primo Presidente di Israele, in Rudolf Rahlves)

 J’en étais donc venu à penser que l’antisémitisme n’a qu’une cause véritable: la pré­ten­tion des Juifs à être juifs, Sono dunque arrivato a pensare che l’antisemitismo non ha che una causa effettiva: la pretesa degli ebrei ad essere ebrei.(Edmond Fleg Flegenheimer, Israël et moi, 1936)

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I quattro volumi dell'opera "Complici di dio"

                                                        I quattro volumi dell’opera “I Complici di dio”

«Scrivere sul denaro non è mai facile, e scrivere sugli ebrei comporta qualche peri­colo [is fraught with dangers]. Scrivere al contempo su denaro ed ebrei è cosa incendiaria, per quanta cautela si usi nel trattare la materia. Mentre ho cercato di essere quanto più scrupoloso nella scelta delle fonti, non sono sicuro che qualche lettore non venga turbato, irritato o sorpreso. Quest’opera può confermare i pregiudi­zi di taluni, come può urtare i sen­ti­menti di altri. L’autore non chiede scusa se irrite­rà qualcuno. Tra le loro virtù, i libri hanno quella di chiarire e forse spiegare la condizione umana. Spero che il lettore accolga quest’opera in tale spirito».

      Tali considerazioni, che aprono la prefazione al volume dell’ebreo Gerald Krefetz Jews and Money – The Myths and the Reality, si attagliano a meraviglia alla nostra ricerca, indagine indubbiamente più incendiaria di quella krefetziana quando si pensi che, come detto in Richiamo e in Premessa, la Judenfrage vi viene trattata in­trecciata non solo al problema «denaro» – e già Philip Weiss e MacDonald II ci hanno avverti­to che «when Jewish money plays a part, discus­sing it is anti-Semitic, quando il denaro ebraico gioca un ruolo, discuterne è antisemita»! quanto e soprattutto alle ancor più scottanti questioni «mondiali­smo» e «Olocausto». Pilastro irrinun­cia­bile, quest’ultimo, sia del mondiali­smo che dell’odier­no ebraismo.

      Considerati i temi e l’ottica «globale» della nostra indagine – la prima, a quanto ci consta, tentata sull’argomento – è perciò doveroso spendere qual­che pa­rola per illu­strare al lettore un’intrinse­ca diffi­coltà della ricerca. Vogliamo riferirci ai criteri di definizione dell’e­braicità­ di questo o quel personag­gio, come anche ai cri­te­ri di identificazione dei fondamenti biologici della mil­le­naria «questione ebraica».

      Articolato è il demografo Sergio Della Pergola: «Un metodo è quello di utilizzare una lista esistente di persone che si suppone includa la totalità della popolazione da indagare, selezionan­do all’interno di essa, mediante criteri onomastici, gli individui che appaiono possedere la più alta pro­babilità di essere ebrei. Tale classificazione onomastica può includere diverse ca­te­gorie di nomi “tipicamente ebraici”, “probabil­mente ebraici”, “probabilmente non ebraici”, “tipica­mente non ebraici” all’interno dei quali si possono stabilire frazioni di campionamen­to diverse anche per massimiz­zare l’efficienza dell’indagine e ridurre i costi. In realtà il criterio suddetto presta il fianco a critiche, specialmente a causa della costante trasformazione onomastica della popolazione ebraica che è conseguenza sia di matri­mo­ni fra ebrei e non ebrei, sia di cambiamenti di cognome volti a rendere nomi dal­l’e­vidente origine straniera più conformi all’assonanza prevalente in una cer­ta area linguistica» (postilla Bruno Maida: «Credo, comunque, che i rischi esplicitati siano inferiori ai possibili benefici, soprattutto per la funzione di indirizzo per le ricerche future. Ha ragione infatti Germano Maifreda quando sottolinea l’importanza dei cogno­mi a fronte della scarsità di documentazione anche se, operando con questo crite­rio, “si deve inevitabilmente rinunciare a qualsiasi pretesa di sistematicità, a vantaggio tuttavia dell’acquisizione di un quadro storico incomparabil­mente più ricco di sfumature”. Naturalmente, il criterio onomastico non risolve tutti i problemi, per­ché bisogna comprendere cosa intendiamo con la definizione di “ebreo”: “Il pomodo­ro è un frutto o una verdura? Per un botanico è senza dubbio un frutto, per un cuoco è una verdura, ma cosa ne direbbe un pomodoro? Se mai gli accadesse di pen­sarci, soffrirebbe probabilmente della stessa crisi di identità che tormenta gli ebrei non appena qualcuno tenta di inquadrarli come razza, gruppo etnico o religione“. Il diver­tente esempio di [Norman] Solomon pone in luce quanto sia difficile definire la com­plessi­tà dell’identità ebraica, e necessario non rinchiuderla – via via, soprattutto, che ci avviciniamo all’età contemporanea – entro confini troppo rigidi»).

      Anche Martin H. Greenberg, anch’egli ebreo ed autore di una delle più dettagliate opere-elen­co di personalità elette, non si nasconde tale difficoltà: «Il mio compito è stato impegnativo per diverse ragioni. Primo, per la que­stione di chi sia ebreo. Tale argo­mento ha sempre comportato molto fervore, poca chia­rez­za e nessuna intesa. Il pro­ble­ma possiede con tutta evidenza di­mensioni cul­turali, genetiche e religiose e non sarò certo io a discuterlo qui. [Nel mio libro] ho elencato molte persone di ascenden­za ebraica che si sono uffi­cialmente convertite al cristianesimo, anche gente che non si consi­dera affat­to ebrea, e persone i cui antenati erano ebrei, soprattut­to se di­scendenti da famiglie notoria­mente ebree, cercando di segnalare questo fatto nelle brevi note che accompa­gnano gli elenchi. Ho anche incluso indivi­dui che si sono con­vertiti al giudai­smo […] Stabilire l’ebrai­cità di una persona non è sempre facile ed io ho cercato di non basarmi sui cognomi – che sono spesso inuti­liz­zabili per definire l’eredità religio­sa o culturale – tranne che per quei casi in cui ho potuto collegare i cognomi con l’o­ri­gine delle persone elencate o in presenza di altre conferme. Anche così, posso solo sperare che l’identifi­ca­zione dell’ebraici­tà degli elencati sia corretta e che ogni errore non sia, ovviamente, intenziona­le» (tra gli errori se­gnaliamo il «famous French actor» Yves Montand, nato nella toscana Mon­sum­mano Terme ma da­to da Green­berg «born Ivo Levi»; della «­perse­cu­zione fascista» che avrebbe costret­to il futuro Montand all’esi­lio col padre antifascista, favoleggiata dallo stesso Livi-non-Levi, fa giustizia la sorella, rivelando che la fuga a Parigi avvenne per sottrar­si ai creditori dopo il fallimento dell’azienda agricola paterna).

      E sulla stessa linea è Jacob Rader Marcus, che illustra i criteri di inclusione nel suo dizionario: «Sono state considerate ebree anche persone con un solo genitore ebreo, ed egualmente i convertiti ad altra fede. È stato quindi incluso anche il dottor Karl Landsteiner, premio Nobel in fisiologia e medicina, fattosi cri­stia­no ma nato ebreo. Non avendo, evidente­mente, apprezzato l’inclusione in una pre­ce­dente o­pera sull’e­braismo, egli citò in giudizio l’editore [he sued the publi­sher], ma senza successo. Abbiamo incluso tra gli ebrei anche diverse persone sulla sola base dei loro cognomi “ebraici”; errori ne abbiamo certo compiuti […] Abbiamo sem­pre conside­rato ebrei anche gli ebrei che si sono affiliati a vari culti religiosi. Anche criminali di spicco hanno trovato un porto in questo dizionario. Se il Dictio­nary of American Biography ha potuto offrire rifugio a Jesse James, gli ebrei non possono non acco­glie­re [can do no less than provide an asylum] Arnold Rothstein­, giocatore d’azzardo e bookmaker, colpito a morte mentre giocava a poker nel 1928 [riduttivo: il Nostro non fu solo un simpatico giocatore, ma un super-capo­banda assas­sino, pisto­lettato dai rivali!]. I criteri di inclusione in questo dizionario sono l’origine etnica, la buona e la cattiva fama [notability, notoriety] e l’essere stato incluso in una delle nostre fonti ebraiche […] Possiamo certo, involon­ta­riamente, ave­re incluso dei non-ebrei. È nostra speranza che i loro discendenti gentili, cristiani, non si offendano [will not be indignant] se i loro avi sono stati contati tra i membri di un popolo che comprende Mosè, il re Davide [in realtà, assevera Baruch Halpern, docente di Storia Antica e Studi Religiosi alla Pennsylvania State University, di origine gabaonita o, addirittura, filistea!], Isaia, Geremia, i Maccabei, Gesù, Karl Marx, Sig­mund Freud e Albert Einstein. È invece degno di nota che molti, se non la massima parte, degli ebrei elencati nel Who Was Who in America non escano allo scoperto per definirsi mem­bri del Popolo Eletto».

      Egualmente Ron Landau, rilevato come l’idea di un libro fatto di elenchi sia «a Jewish inven­tion», rintracciabile nella Bibbia e nel Talmud, dichiara che «in tutti i casi in cui l’infor­ma­zio­ne è stata attendibi­le, ho seguito la tradi­zionale formula­zione che con­si­de­ra ebreo il nato da madre ebrea. Inoltre ho incluso i conver­titi al giudai­smo anche quan­do le conversioni non sono avvenute secondo la normativa pre­vista dai rabbini or­to­dos­si. L’identi­fica­zione da me compiuta degli individui elen­ca­ti come ebrei è co­mun­que tanto accurata quanto so­no accu­rate le mie fonti. In qualche caso mi sono ba­sato su cognomi dall’e­vi­dente suono ebraico [upon obviously Jewish-soun­ding names]. Poi­ché ho cono­sciuto personalmente pochissime delle persone elen­cate in questo li­bro, è certo pos­sibile che vi si sia intrufo­la­to qualche errore. E tuttavia io spero che tali non-ebrei erronea­men­te inclusi si vogliano considerare ono­rati di essere stati elencati con gli Eletti [will feel honored to be chosen with the Chosen]».

      Meno pacifica è però la reazione dell’attrice Debra Winger all’intervistatrice che le rammenta l’origine ebraica e il periodo trascorso in kibbutz: «Non amo affatto que­sto genere di domande. La prima volta che ho visto scritto, in una didascalia, “Debra Winger, ebrea”, mi sono chiesta perché nessuno scrivesse mai “Meryl Streep, cristia­na”. Attenzione, c’è un confine molto sottile fra questo e l’anti­se­mitismo. La prima volta che ho avvertito fastidio è stato a scuola: studiavamo i differenti popoli e il professore aveva citato i francesi, gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli ebrei. “Un momento”, mi sono detta, “qui c’è qualcosa che non va: ebreo non indica una nazio­nalità, ma una religione”. Da allora vedo con sospetto le domande tipo la sua. Ma si tranquillizzi, le sopporto da anni e da tutti». Ora, a prescindere sia da un’eventuale furbesca volontà di «gioco al ribasso», sia da un’eventuale ingenua ignoranza della Winger, siamo comunque lieti che ella abbia tenuto per sé il suo sospetto, senza espli­citarlo al docente. Cosa avrebbe potuto infatti risponderle, il pover’uomo, alzan­do desolato le braccia, se non di studiare con maggio­re atten­zione e applicarsi con più duttile pensiero allo studio della Legge/Istru­zione, dell’infinito bisbiglio talmudico e delle innumeri opere stese proprio dagli elet­ti sulla religione, la civiltà, il popolo, la nazione e la razza ebraica? Per inciso, dica pure, la Winger, cristiana la Streep: Lan­dau ce la dà, pari pari, «of Jewish ancestry», mentre per Donata Righetti nasce il 22 giugno del 1949 a Summit, «nell’america­nis­simo paesaggio del New Jer­sey, in una famiglia ricca di origine ebraico-svizzera» (Andrea Ferrari, al contrario, ce la fa supporre shiksa, nata «in una solida famiglia borghese d’origini olandesi»).

      Dopo che già negli anni Venti Emil Cohn aveva definito l’ebreo un «Rätsel, enigma» e «ein wandelndes Geheimnis, un mistero in persona», la difficoltà di definire l’essere ebreo la espone anche il «tedesco» Arno Lustiger, cugino dell’arcivescovo di Parigi: «Gli ebrei sono un gruppo nazionale, et­ni­co o solo religioso e per il resto cittadini dei loro diversi paesi natali? La questione “chi è ebreo?” occupa da secoli la specula­zione del mondo ebraico e dello Stato di Israele, senza che si sia mai raggiunto un consenso, anche approssima­tivo, al problema».

      E similmente, in accordo con Asher Maoz, docente in Legge dell’Universi­tà di Tel Aviv, il confratello oltre-oceanico Bryan Mark Rigg sottolinea che il problema «Who is a Jew?», presente in ogni epoca in ogni dibatti­to intraebrai­co, è oggi «secondo solo alla preoccupazio­ne di Israele quanto ai problemi della sicurezza e della pace».

      Senza concordare per nulla con la furbesca affermazione di Annette Wieviorka – quella di «Auschwitz spiegato a mia figlia» – che «è impossibile sapere se uno è ebreo», l’attribuzione dello status di ebreo è infatti ancor oggi complessa e varia da caso a caso, anche secondo la qualifica di chi deve esprimere il giudizio. La defini­zio­ne di «ebreo» ha poi peso statisti­co e rilevanza politi­co-sociale diffe­ren­te a seconda che tale qualifi­ca venga ammessa da fonti religiose ebrai­che piut­tosto che da fonti civi­li, ad esempio statuni­ten­si o israeliane (ma in Israele chi è ebreo lo stabiliscono i tribu­na­li rabbinici orto­dossi) e che essa sia applica­bi­le anche a coloro che la legge halachi­ca considera non-ebrei – cioè agli ebrei per parte di padre – agli ebrei non osservanti, agli ebrei sé-dicenti atei o agli apostati di sangue ebrai­co (di fronte ai 15.950.000 individui che a metà degli anni Trenta si auto-riconoscono ebrei per reli­gione o per razza, Friedrich Zander rileva che il numero degli ebrei che possono cor­retta­mente essere rico­nosciuti tali per sangue può giungere a 37 milioni!; quale nota di colo­re, segnalia­mo poi che nel 1995 Laura Mincer in Quercioli riporta la «provoca­to­ria» tesi di tale «o­landese Ra­chel» che, nel seminario mosco­vita della nahumgold­manniana Me­morial Foun­dation, propone in tutta serietà di distinguere gli ebrei in veri «ebrei» e in «ebreizzan­ti/ebreifor­mi» secondo l’adesio­ne o meno al giudai­smo!).

      Quanto alla legislazione americana essa non classi­fica gli ebrei in base all’etnia o alla religione, ma in base o ad un improprio concetto di «razza»: bianca o caucasi­ca, nella quale ovviamente rientrano, o alla naziona­lità di provenien­za: «russi», «tede­schi», «austro-ungarici», «polac­chi», e così via: «Non ci sono dati ufficiali sugli ebrei pre­sen­ti negli Stati Uniti, poiché gli ebrei stessi si sono strenuamente, e con successo, opposti ad ogni tentativo di censirli [for the Jews themselves have strenuously, and successfully, opposed any attempt to enumerate them]; questo è il motivo per cui l’Anagra­fe degli Stati Uniti non censisce il nostro popolo secondo la religio­ne, ma secondo la nazionalità», rileva nel 1923 anche il «filosemita» Burton J. Hendrick.

      A finto stupore per tale situazione, Boris Smolar scrive, in “Perché non ci sono ebrei nel censimento del 1980”: «Il cen­simento del 1980, apertosi il 1° aprile, regi­strerà circa 222 milioni di persone. Si distinguerà dagli altri per i particolari sforzi fatti per giungere a dati sicuri sui gruppi etnici o razziali presenti nel paese, in particolare negri ed ispanici. Il questionario includerà domande sui 60 gruppi etnici del paese, elencati per nascita. Avremo dati sugli americani di origine italiana, greca, polacca, russa, ucraina, romena, lituana, svedese, libanese, sriana, pakistana, india­na, cinese, giapponese e altre. Ma non sugli ebrei. Perché gli ebrei in quanto ebrei sono ignorati da questo importantissimo strumento governativo, utile a indirizzare il governo sulle decisioni da prendere quanto ai cittadini? Funzionari del Census Bureau ci dicono che gli ebrei non vengono definiti come ebrei nel censimento in quanto sono considerati ufficialmente un gruppo religioso e non un gruppo etnico».

      Un quindicennio più tardi, anche Doris Bensi­mon, docente di Sociologia a Caen e alla INAL­CO di Parigi, certifica che «in base all’indagine condotta nel 1990 [da Sidney Gold­stein, Profile on American Jewry: Insights from the 1990 National Jewish Population Survey, in Ame­ri­can Jewish Yearbook 1992], il nu­me­ro degli ebrei residenti negli Stati Uniti varia da 5.515.00 a 8.190.000, a seconda della definizione che si dà di identità ebraica. La prima cifra riguarda solo il “nucleo”, cioè gli ebrei che afferma­no di essere tali, l’altra include persone di origine ebraica, che però praticano un’altra religione, e i membri non ebrei (1.350.000) delle famiglie miste».

      Quello che in ogni caso è certo è che nel 1933 Eugene Kohn aveva contato 4.228.029 ebrei su una popolazione generale di 118.628.000 anime, il che fa legitti­ma­mente concludere che un sessantennio dopo, esclusa una milionaria morìa di cui non v’è traccia (ed anzi, tralasciando la milionaria immigrazio­ne postbellica!), gli ebrei dovrebbero essere – considerato il più che raddoppio della popolazio­ne USA a 248.709.873 nel censi­men­to 1990 – sui 9 milioni. Alquanto singolare, perciò, che l’«italiano» Furio Colombo, una delle menti più perverse e più fini dell’establishment mondialista, propali a milioni di goyim, su la Repubblica l’8 otto­bre 1996, la cifra di «tre milioni (3)» (si noti l’eleganza della reiterazione tra parentesi!).

      Tutto ciò, beninteso, in linea teorica, poiché nella realtà l’ambigua evidenza del­l’e­braismo – di «caratteristica e fatale ambiguità dell’ebreo» parla anche Neher (Chiavi per l’ebraismo, Marietti, 1988 [Jüdische Identität – Einführung in den Judaismus, Europäische Verlagsanstalt, 1995]) – perde tutta la sua ambiguità e va ragione­vol­mente considerato ebreo chiun­que, di san­gue ebraico per una percentua­le varia­mente stimata od osser­vante i detta­mi religiosi o laicizzati giudaici, difenda, sosten­ga e propaghi le idealità e/o gli interessi del giudaismo e/o delle comunità dia­sporiche e/o dello Stato di Israele.

      In questa nostra «pretesa» siamo confortati da James Yaffe in The American Jews: «Il giudaismo è più di una religione. Questa è la differenza cruciale col cristianesimo, una differenza davvero molto più importan­te della vecchia, noiosa questione del messia. Tu sei cristiano per il fatto di credere in Cristo, di andare in chiesa e di adorare Dio; se non fai più queste cose, diventi un ex cristiano. Non è invece così facile, diventare un ex ebreo. Devi abiurare apertamente e deliberatamen­te il giudaismo e convertirti a qualcos’altro. Perfino allora non perdi però del tutto la tua vecchia condizione di ebreo. Secondo la legge giudaica, ad esempio, la moglie di un ebreo convertito ad un’altra religione deve chiedere ancora un divorzio religio­so. Davanti alla legge ella divorzierà da un ebreo, qualsiasi cosa egli possa essere ai suoi stessi occhi. La maggioranza degli ebrei non accetta più la supremazia della legge giudaica; ma la massima parte accetta l’idea che il giudaismo è più di una religione. La sorgente di tale idea sta nelle origini del giudaismo, come spiega il Talmud. Dio, abbiamo detto, andò da tutti i popoli della terra ed offrì di stipulare un patto con loro. Se avessero accettato di adorarLo come Unico Dio e di obbedire ai Suoi coman­damenti, Egli avrebbe dato loro la Torah e li avrebbe fatti “un regno di sacerdoti ed un popolo santo” [mamleket kohanim wegoy qadosh, Esodo XIX 6, ma anche l’eno­chi­co Libro dei Giubilei XXXIII 20: «una nazione santa al Signore suo Dio, e una nazione di eredità, e una nazione di sacerdoti, e una nazione regale, e un possedi­mento speciale»]. Egli stava of­fren­do loro, invero, il concetto che ha trasformato il mondo moderno: il monoteismo. Ma tutti i popoli della terra rifiutaro­no la Sua offerta, tranne una piccola tribù nomade nella terra di Canaan, gli israeliti. E così, loro e tutti i loro discendenti divennero il Suo Popolo Eletto».(Quanta poca considerazione del proprio d-o! Una macchietta di piazzista di un prodotto rifiutato da “tutti”!)

      Ma il conforto ci viene anche da uno degli uomini-chiave della storia del Nove­cen­to, quel Louis Dembitz Brandeis, wilsonico giudice della Corte Supre­ma, che nel giugno 1915 non si tiene dal sostenere, davanti al Consiglio Orientale della Central Conference of Reform Rabbis a New York: «Dobbiamo tutti riconoscere che noi ebrei siamo una nazione distinta, della quale necessariamente fa parte ogni ebreo, quale che sia il suo paese, il suo rango o la sfumatura del suo credo […] Organizza­tevi, orga­nizzatevi, organizzatevi, finché ogni ebreo d’America non si alzi in piedi e non venga contato, contato tra noi, o non si mostri lui stesso, lo voglia o meno, dei pochi che sono contro il loro stesso popolo [or prove himself, wittingly or unwit­tingly, of the few who are against their own people]». Sulla base di quanto affermato da Yaffe e Brandeis, più corretti ci pare quindi di essere di un Kaznelson, che elenca tra gli ebrei anche il grande chimico tedesco Justus von Liebig in quanto, disceso da un’ebrea di Darmstadt con­vertitasi col figlio nel più che lontano 1650, possiede pur sempre «einen Bruchteil jüdischen Bluts, una frazio­ne di sangue ebraico» (al contra­rio, Kaznelson esclude dall’ebraismo, e non sappiamo perché, il pittore Lyonel Fei­nin­ger, datoci invece per ebreo a tutte lettere dal Rader Marcus).

      Un documento probante per l’attribuzione dello status di «ebreo» è, oltre all’iscri­zione nei registri delle Comunità (ma, exempli gratia, il dottor Isaac Landman dichia­ra, alla 44a convenzione della Central Conference of American Rabbis, tenuta a New York il 22-25 giugno 1933, che sui verosimili due milio­ni di ebrei della Gran­de New York, non più di un quarto sono quelli affiliati ad una sinagoga), il certifica­to di nascita (e a volte neppure questo). Sfortunata­mente, causa le note vicende del­l’instabilità psico-esisten­ziale del­l’e­bre­o, è solitamente impossibile ricorrere ad esso. Decisamente inquietante anche Martin Gilbert (Il secolo degli ebrei, Gribaudo, 2002), che conclude che un ebreo è tale perché lo è di sangue: «Non è necessario che un ebreo, per essere tale, vada in sinagoga o faccia parte di una qualche comunità ufficiale, e neppure che ap­paia nelle statistiche riguardanti il numero di ebrei presenti in ogni nazione». Invero, tutto, nel­ giudai­smo – tranne il concetto di elezione più o meno divi­na: «ki vanu vacharta, viosanu kidashta mikal ha’amim, perché Tu ci hai scelti e santificati tra tutti i popoli», recita ancor oggi la preghiera – posa sulle sabbie mobili.

      Oltre quindi al  1. ricorso alla pubblicistica, soprattutto ebraica, che nelle riviste e nei libri riporta, solitamente in modo esatto, individui che possiamo paci­fica­mente tenere per ebrei, è giocoforza  2. analizzare col massimo scrupolo­ i nomi dei vari per­so­nag­gi,  3. me­glio se accompa­gnati da dati bio­grafici e fotogra­fie,  4. appog­giarsi a studiosi della materia possibil­mente locali,  5. ricor­re­re, col massimo senso cri­ti­co, ad assidui control­li incrocia­ti tra le più varie fonti,  6. valutare infine ogni dato in un’ottica sistemica, che tenga conto cioè non solo di tutti gli aspetti settoriali della questio­ne ebraica, ma della logica che li struttura, coerentemente, in Sistema.

      Ben rileva Robert Conquest (prefando Oleg Chlevnjuk), «la verifica storica [va] “condot­ta su molti piani, e la sua tecnica non è fissa. Si fonda sull’attenzione per il dettaglio, sul ragionamento basato sul buon senso, su una ‘sensibilità’ acuta per la storia e la cronologia, sulla familiarità con il comportamento umano e su un bagaglio sempre più ampio di informazioni […] Nessuna questione interessante o importante può esse­re stabilita senza una conoscenza dettagliata, un giudizio fondato, un’immagi­na­zione vivace e la capacità di pensare con chiarezza. Che cosa fare e come procede­re sono cose che vengono con la pratica; elencare delle regole sarebbe un’operazione infinita e di scarsa utilità”. È questo il nodo della questione: ci vuole “giudizio”, e il giudizio è una questione delicata. Non esistono criteri meccanicisti­ci”».

      Per parte nostra siamo passati, in questa edizione, dall’analisi dei cast & credits di 4300 film (il 22% del cinema ame­rica­no sonoro), dal riscontro di 6000 nomi e dai 220 titoli con­sultati per la prima versione, all’analisi di 17.000 film (i tre quarti di quelli pro­dotti negli USA in un sessantennio), al rilievo di 80.000 nomi (la metà dei quali spe­ci­fica per teatro, cinema, musica e televisione, l’altra per politica e storia) e, oltre a migliaia di fonti minori, all’attenta e completa lettura di 10.000 tra libri, articoli e saggi (vedi le duecento pagine di Bibliografia).

      Se la stampa cronachistica, condizionata, ridondante, effimera e poco meditata per propria natura, «rac­colta senza discernimento dei fatti, di tutti i fatti, piccoli e grandi, con attribuzio­ne, spesso, di importanza maggiore piuttosto ai piccoli che ai grandi» e che «nulla vede oltre il fatto quotidiano» (Francesco Turbiglio), è fonte di sapere mi­nore per digni­tà e pacatezza ri­spet­to al libro, essa è peraltro una spia molto più rive­la­tri­ce di psicolo­gie, un prezio­sis­simo archivio documentale e una viva fonte pri­ma­ria, indi­spen­sa­bi­le per quei fat­ti spic­cio­li che al libro quasi sempre sfuggono ma che danno concreta sostan­za alle più astratte tesi ideo­logiche, contri­buendo a for­ma­re, ben più vastamente e profondamente del libro, gli immaginarii collettivi.

      Se già un tempo era valida l’asserzione di Adolf Hitler che «la massima parte dell'”edu­ca­zione” politi­ca, che in tal caso viene molto appropriatamente definita “propagan­da”, dipende dalla stampa. Essa si occupa in prima linea di questo “insegnamen­to” e rappresenta perciò una sorta di scuola per adulti» (Mein Kampf, I 3), ancor più subdola è oggi la sua azione: «I giornali parlano di tutto, my friend. È questo il segreto della libera stampa: le informazioni non sono nascoste, sono co­per­te dal ru­mo­re di fondo. Non ci sono segreti, ci sono notizie insignificanti e altre no» – così l’anonimo, ma a noi noto, interlocu­tore di Maurizio Blon­det ne Gli “A­del­phi” della dissoluzio­ne.

      Egualmente – a parte il grottesco «supposto» – Mariano Aguirre: «Du­ran­te questo lavoro ho verificato che, al contrario di quanto si crede spesso, esiste una grande quantità di informazioni. Con molta frequenza si accusa il “siste­ma” di nascon­derci dati essenziali sul funziona­mento dello stesso al fine di assicurare il proprio dominio perpetuo. In realtà, questo supposto “sistema” che ope­ra con pre­me­ditazione non esi­ste, ma la vita politica, economica, sociale e cultu­ra­le di ogni Stato e dell’insie­me del sistema internazionale delineano una struttura molto comples­sa, con processi dinamici e inerzie, tendenze e, tra le altre cose, interessi e forme di utilizzo dell’informazione. Naturalmente esistono la censura, la manipolazio­ne e l’occulta­mento, però l’informa­zione sulla realtà è molto più pubblica di quanto sembri. Biso­gna  1. sapere dov’è (e questo non è troppo difficile con i mezzi tecnici a dispo­sizio­ne di quasi tutti), bisogna  2. farne una lettura decifrata,  3. avere tempo per occu­par­si di ciò e  4. scoprire perché abbia ancora senso sapere che cosa succede nel mon­do, ed infi­ne bisogna  5. fare in modo che la conoscenza si tra­sformi in politi­ca» (numerazione nostra).

      Visto l’attuale parossismo da caccia alle streghe scatenata dal Sistema a partire dal 1945, il lettore non vorrà comunque consi­derare gli elenchi contenuti in quest’o­pera quali black lists o violazione di norme, ridicole e liberticide per quanto magari politi­cally correct, sulla privacy («riservatezza») dei nominati – anche perché le fonti sono rappresentate nella quasi totalità da libri o da una stampa periodi­ca a chiunque acces­si­bili – bensì quale doverosa documenta­zione scientifica. Altro, quin­di, che il «vieto sistema di parte neofascista» imputato dalla volonterosa Mirella Serri a chi si propo­se, in altro campo, elencazioni quanto più corrette. Altro che l’azione «eminentemente denunciatoria» imputata da Enzo Collotti (Il fascismo e gli ebrei – Le leggi razziali in Italia, Laterza, 2003), allo scrupoloso Giovanni Preziosi, «sempre a caccia nelle università o nelle prefetture, nelle forze armate o nel giornalismo, nella vita economica o nella giustizia di cognomi ebraici da mettere alla gogna e in prospettiva da cacciare, senza troppe sottigliezze per i molti errori nei quali non poteva non incorrere nel suo disordinato censimento».

      In ogni caso, del rischio che potreb­bero correre le nostre opinioni, considerata la tutela garanti­ta dalla Costitu­zione antifascista alla libertà di espressione di ognuno (art.21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), non fa conto temere.

      Tanto più che, come detto e per ragioni altamente plausibili – in primo luogo, se­guendo Elena Loewenthal curatrice del voltairiano Juifs, per evitare una «strumen­tazio­ne antiebrai­ca così conven­zio­nale, e se vogliamo anche conformistica», per non essere «bendat[i] da presupposti non perfettamente obiettivi» e per non vedere gli e­brei «attraverso gli occhi di un pregiudizio millenario carico di veleni teologici e sociali» – tanto più, dicevamo, che l’ottanta per cento dei dati, in particolare delle citazioni, è non solo di genuina provenienza ebraica ma è stato considerato iuxta sua et propria princi­pia, cioè del tutto conforme al senso dei testi che ce li hanno forniti.

      Auspichiamo, quindi, non solo di non venire additati al ludibrio come messit e di sottrarci alle prete­stuose accuse di «eisenmen­geri­smo» – vale a dire di «selezione polemica delle citazio­ni» («patchwork strumentale di citazioni», accusa Francesco Cassata), «indebita estrapola­zio­ne», «decontestualizzazio­ne», «amputa­zione», «sgancia­men­to dal contesto comunicati­vo originario», «colonizza­zione della parola altrui», «voluta assenza di metodo storico in funzione della tendenziosità attua­lizzante dell’interpretazione» (perla, quest’ultima, di Massimo Ferrari Zumbini, do­cen­te di Storia della cultura tedesca), «diffama[zio­ne] e disprezz[o] traendo elementi dai loro stessi testi sacri» (Federico Faloppa) – elevate da Arruolati e reggicoda con­tro chi non ne pedisse­qui la vulgata, ma anche di non essere incol­pati di aver violato i sacrosan­ti princìpi romani audiatur et altera pars e par condicio per avere dato voce a quel venti per cento di non-ebrei.

Quanto a messit, il “calunniatore” o “incitatore” di Sanhedrin 43a, “colui che denigra la legge d’Israele”, il grande talmudista Adin Steinsaltz ricorda a Salomon Malka l’apprezzabile ammonimento jahwista: «non ac­consenti­re a lui, non ascoltarlo, non ti si impietosisca il tuo occhio per lui, non avere pietà di lui e non coprirlo, ma uccidilo; la tua mano sia contro di lui per prima, per ucciderlo, e poi la mano di tutto il popolo; lapidalo e muoia, per avere voluto sviarti dal Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù; tutto Israele ascolti e tema e non faccia più in mezzo a te una cosa così rea» (Deuterono­mio XIII 9-11).

      E quindi, risibile e poco meditato, per non dire opportunistico e vile, ci sembra l’avallo di Levis Sullam (L’archivio antiebraico –  Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Laterza, 2008) : «Lo scrittore antisemita tipico è nel migliore dei casi un modesto collezionista di detti e storie, uno scrivano di seconda categoria, un crasso imitatore di altri antisemiti, un autoproclamato divulgatore di supposti dati e teorie scientifiche, e molto spesso un vero e proprio plagiario». Più comodo sarebbe certo lasciare sfrenare la fantasticheria psicosociologica, l’indignazione morale o la plurimillenaria fabulazione, di contro all’assidua ricerca di fonti storiche e alla sistematizzazione di umili dati di fatto. E poi, d’altra parte, se è ben vero che il talmudico Mae­stro Jose ci insegna che «una persona non dovrebbe mai dare a Satana l’opportunità di aprire la bocca» (Bera­kot 60a) e che «non dovremmo conce­dere nes­suna misericordia a chi è privo di conoscenza» (Berakot 33a) perché «senza cono­scenza, come può esservi discerni­mento?» (Berakot j 5, 2), questo non sembra proprio essere il nostro caso. Ci riserviamo comun­que, e ci pare accettabile perfi­no per un ebreo o per un demo­crati­co, il giudizio su fatti, dati e interpretazio­ni.

      Da parte sua, il Sistema non vorrà certo comportarsi con noi in modo difforme da quanto auspicato nell’incipit dell’esimio Moshe Carmilly-Wein­berger, docente alla Yeshiva University di New York, al volume di William Pop­per sulla millenaria cen­sura del talmudismo da parte cristiana: «Ideas, good or bad cannot be suppressed by book-burning. Cen­sor­ship is a sign of fear and weak­ness. Dialogue and persuasion are the only means by which an idea can be chal­len­ged or defended. True democracy is built upon free expression and thought. Human beings must not be depri­ved of these basic rights. The history of mankind reveals the arduous struggle for these rights throughout the last two thou­sand years,

Le idee, buone o cattive che siano, non possono essere soppresse dal rogo dei libri. La censu­ra è un segno di pau­ra e di debolezza. Il dialogo e la persuasione sono gli unici mezzi coi quali un’idea può essere contesta­ta o difesa. La vera democrazia è costruita sul­la libera espressione e sul libero pensiero. Gli esseri umani non devono essere pri­vati di tali diritti fonda­menta­li ( sull’attuale brama isterica di roghi, carcere, violenza “legale” dello sterminazionismo olocau$tico più becero  si ha ampia documentazione cliccando QUI ). La storia dell’umanità rivela l’ardua lotta per questi diritti attraverso gli ultimi due millenni» («i libri non vanno bruciati mai, per nessun motivo», ci risoccor­re, maestrina sublime, la Loewenthal, mentre l’Antica Saggezza predica che «far an on­mut kumt kejn patsch, ad una proposta [interpretativa] non si risponde con ceffoni»).

      O come invece auspicato dal cane da guardia goyish Charles Pasqua, poi truce mini­stro balladu­riano: «Quand on dit en parlant de quelqu’un “le juif Untel, le franc-maçon Untel”, on fait de la discrimination… C’est inacceptable! Ces gens ne sont pas à l’abri par leur tirage ou leur façade respectable. Ils doivent le savoir: quand nous reviendrons au pouvoir, nous ne le laisserons pas faire!, Quando si dice, par­lando di qualcuno, “l’ebreo Tale, il massone Talaltro”, si fa della discri­mi­nazio­ne… È intollerabile! Quelli che parlano così non si possono nascondere dietro l’estra­zione sociale o una facciata rispettabile. Lo sappiano: quando torneremo al potere non li lasceremo più comportarsi così» (L’Evénement du jeudi, 12 novembre 1992).

      O come fanno ormai da decenni, nei più diversi paesi, gli Arruolati, esigendo il divieto di stampa, circolazione e vendita, nonché spesso il sequestro e l’incri­minazio­ne di editori ed autori, degli «infami» Protocolli dei Savi Anziani di Sion, del «deli­rante» The International Jew di Henry Ford – «a classic of irrational yet widely ac­cepted argumenta­tion against the “exploita­tive” Jew, un classico dell’ar­go­mentazio­ne irra­zio­nale, e tuttavia largamente recepita, contro l’ebreo “sfruttatore”» (così Robert Weisbrot) – e di centinaia di meno sulfurei volumi e riviste.

      O come fece l’au­torità tedesca col libro di Kaznelson, seque­strato il 4 feb­braio 1935 «nell’in­teres­se della sicurezza e dell’ordine pubblico», in quanto «leg­gendo l’o­pe­ra, il let­to­re non avver­ti­to ha l’impressione che l’intera cultura tede­sca fino alla rivolu­zio­ne nazio­nalsociali­sta sia stata opera ebraica. Il lettore ha così un quadro as­so­luta­men­te non vero del­l’ef­fettivo agire degli ebrei nella cultura tedesca, in parti­co­lare del­la de­va­sta­zio­ne da essi prodotta. Noti affaristi e speculatori vengono poi pre­sen­ta­ti al lettore come vitti­me del loro tempo, mentre viene attenuata la portata dei lo­ro turpi raggiri. Vedi le pp.170 e soprattutto 175 (fratelli Rotter). Infine, ebrei noti come nemici dello Stato (Lassalle, Hilferding, Georg Bernhardt, Leopold Schwarz­schild, etc.) vengono presentati come eminenti rappresentanti della “cultura tedesca”».(…)

Nota di Olodogma:

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