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Giu 06

0262 – marsiglia luis, ebreo, marrano apolide… ovvero “antisemitismo, razzismo, violenza neonazista”…fai da te

Questo lavoro è dedicato alla Signora Mina Valli, per oltre 40 anni moglie di Gianantonio, che il 1° di Giugno del 2013 ci ha preceduti.

La “vittima per definizione”della “malattia dell’antisemitismo” deve essere aggredita! Se non lo è, la vittima per definizione, se lo inventa! Scoperto? Sputtanato? Come se nulla fosse! Ritenta…sarai più fortunato! Il fine è giusto!

Presentiamo il caso dell’ebreo marsiglia luis ignacio. Il testo è tratto da: Gianantonio Valli, LA RIVOLTA DELLA RAGIONE, Il revisionismo storico, strumento di verità, pag. 681, Dicembre 2010, effepi edizioni, Genova. Olodogma
la rivolta della ragione valli.

(pagg. 382→386)  (…) 19 settembre 2000 – Prende l’avvio il più emblematico, per quanto certo non più sadico od osceno, caso di tutti i tempi – non solo in Italia, ma nell’intero pianeta: per arroganza, vigliaccheria, vittimistica presunzione di intoccabilità, furbizia levantina e pavlovismo massmediale e politico (decine i titoloni in prima pagina, decine gli indignatissimi commentatori, veementi i sermoni «antirazzisti» financo del Quirinalizio Ciampi) – di nazipersecuzione, nella fattispecie il marrano apolide «uruguayano» Ignacio Luis Marsiglia, «undici parenti sterminati, dei quali due nonni a Dachau» (Marisa Fumagalli, articolo sull’eroico professore «Ho paura, ma non lascerò Verona», Corriere della Sera, 21 settembre).
Poiché resta eccellente la ricostruzione compiuta da Marcella Andreoli, a lei la parola: «Tutto è cominciato con la lettera G. La storia incredibile del professor Luis Marsiglia di Verona, 44 anni, origini ebraiche e insegnante di religione cattolica, salito alla ribalta come vittima di un’aggressione razzista e poi sbugiardato come infausto mitomane, senza quella lettera dell’alfabeto avrebbe assunto un’altra piega. Nei volantini minacciosi indirizzati al docente prima del finto pestaggio, la parola “famiglia” risultava senza G. Con una G,ricavata da un titolo del quotidiano il Giornale [diretto dal filo ebraico Mario Cervi, considerato «di destra» e quindi letto dagli «aggressori», ovviamente «neonazisti» o «cattolici integralisti»], era stato invece composto il cognome del professore, “Marsiglia”.
Il piccolo refuso fece balenare il sospetto che chi aveva scritto i messaggi intimidatori poteva avere dimestichezza con la lingua spagnola, come il docente, che è nato a Montevideo. La seconda G aveva portato i funzionari della Digos di Verona a consultare le pagine del quotidiano milanese. E, sorpresa delle sorprese, quella G risultava estrapolata dal numero del 26 agosto, cioè 24 ore prima dell’asserito recapito del volantino. Il perito della procura, il professor Salvatore De Marco, aggiunse poi una ciliegina: un’altra lettera, la I, risultava recuperata dal giornale spagnolo El País.
Chi, a Verona, legge El País?
«Non è stata un’indagine facile: non perché fosse arduo individuare i lettori del quotidiano di Madrid, ma perché poteva risultare insultante [anche per via dell’ascendenza etno-religiosa] aprire un’istruttoria contro una vittima, qual era ritenuto il professor Marsiglia. I dubbi si sciolsero la mattina in cui i funzionari della Digos, superato ogni tentennamento, bussarono alla porta del docente. Era il 14 dello scorso mese di ottobre. Da grandi sacchi di plastica nera, quelli della spazzatura, saltarono fuori intere collezioni del País. Subito interrogato dal procuratore Guido Papalia (era la settima volta), il professore non intuisce che gli inquirenti hanno in mano una prova,anche se indiziaria. Lui conferma l’aggressione: “Quella sera, tre giovani che non saprei riconoscere…”. Soltanto cinque giorni dopo, il 19 ottobre, esattamente un mese dopo la messinscena, Marsiglia confessa: “Avevo perso la ragione. Sono hey_rabbi_swastika1andato lì [sul luogo della finta aggressione, un vicoletto in cui si può a malapena muovere una persona] con un filo di ferro che ho buttato in un tombino dopo averlo usato per procurarmi le lesioni agli arti superiori. Prima di uscire, nel bagno di casa mia, mi ero procurato quelle agli arti inferiori colpendomi con il manico di un martello. Quando ero nel vicoletto ho appoggiato la testa premendola forte contro il muro e così mi sono procurato quelle piccole lesioni riscontrate poi al pronto soccorso [«picchiato con dissennata ferocia», aveva rabbrividito Corrado Stajano sul Corriere della Sera (Il caso Verona e la democrazia, «CdS», 26 settembre 2000), tuonando contro gli «antidemocratici», «la città benpensante», «il clima di restaurazione culturale e politica che sta inquinando il Paese», il revisionismo storico «usato per regressivi fini politici» e «il tentativo di scalzare le radici su cui è fondata la Costituzione », nonché indignandosi perché «da destra si parla di strumentalizzazione politica dando prova di un ben meschino sentimento della comunità»]. Sì, è vero, ho scritto io i volantini, ho fatto io la telefonata anonima, in cui pronunciai, come minaccia, il nome di Haider… Avevo perso la ragione”.
«Nel dossier sul “caso Marsiglia” che Panorama ha consultato (il professore, che ora vive in Uruguay, ha patteggiato giovedì 9 novembre una pena di otto mesi [per «falso ideologico» e «simulazione di reato», pena ovviamente con la condizionale,sospesa senza alcuna conseguenza pratica anche perché il giudice Mario Guidorizzi gli concede i doppi benefici di legge, tipo: “Hai scherzato, birichino, e adesso scherziamo anche noi”]) la storia risulta ancora più complessa. A cominciare dal protagonista che per la sua passione dell’insegnamento ricorda il professore del film L’attimo fuggente. I suoi studenti, i liceali del prestigioso “Maffei”, sono affascinati come gli allievi di Robin Williams [ebreo anche lui, guarda caso]. Lui li invita alla ribellione, li porta nei campi di concentramento nazisti. A loro legge la Bibbia, ma anche il manifesto.
Nella quieta Verona, quell’insegnante non può passare inosservato. Alcuni genitori scrivono al vescovo lettere indignate. Non è un affare di Stato, ma poco ci manca. Il suo curriculum viene posto sotto osservazione dalla diocesi e dà il destro al suo defenestramento dal liceo perché Marsiglia non riesce a produrre copia della laurea che sostiene di aver conseguito in Uruguay. Il 25 agosto monsignor Callisto Barbolan, direttore dell’ufficio scuola della diocesi veronese, rompe gli indugi e lo licenzia dal “Maffei”. Davanti al prelato piange. Ai suoi allievi scrive: “Non resisto all’idea di perdervi”. Sposato con la coetanea Erminia, Marsiglia studia una via d’uscita.

Confeziona l’indomani, il 26 agosto, due volantini. “Marsiglia ebreo di merda, finalmente fuori dal Maffei”.

juden-rausUtilizza la lettera G del Giornale appena comperato compiendo il primo errore perché retrodata di un giorno il volantino. Scrive nell’atrio del suo palazzo “Juden raus” (“Ebrei fuori”). Corre nella vicina cabina telefonica e alterando la voce chiama casa pronunciando frasi ingiuriose.
«Si presenterà poi alla Digos per denunciare di essere un vero perseguitato. Come non credergli? Verona è la piazza dei naziskin, lo stadio Bentegodi è pervaso da striscioni antisemiti. Si presenterà anche a monsignor Barbolan con in mano i volantini minatori nella speranza di un ripensamento della diocesi. Ma il prelato non s’intenerisce.
“Al liceo Maffei non puoi insegnare più” [peraltro, Marsiglia non viene licenziato in tronco, come capita agli insegnanti revisionisti, ma trasferito ad altri tre istituti cittadini]. Non rimane che mettere in scena una cosa più grave. Un’aggressione, appunto. “Pronto, sono Marsiglia, mi hanno appena assalito tre persone, mi hanno picchiato“. Sono le 21.41 del 18 settembre quando la voce del professore viene registrata dal 113. Corre un’ambulanza [a spese pubbliche, anche dopo la confessione!].
La diagnosi medica sulle prime non desta perplessità: le ferite riscontrante sono compatibili con la descrizione che Marsiglia fa dell’agguato. I suoi allievi scendono in piazza [per qualche giorno dormiranno anche, c’informa la Fumagalli, a casa sua «per proteggerlo»], la Digos indaga fra i neofascisti e al Viminale comunica che nel mirino c’è uno studente del “Maffei” legato a Forza Nuova.
«In Parlamento il ministro dell’Interno, Enzo Bianco, si mostra sicuro della pista razzista [alla Camera, con voce rotta e indignata: «Attorno alle ore 21.30 del 18 settembre scorso tre giovani, travisati con caschi da motociclista, hanno aggredito il professor Luis Marsiglia, cittadino italiano, insegnante di religione e cattolico di seconda generazione, discendente da una famiglia ebraica uruguayana … Il fatto è di chiara matrice antisemita … In questi frangenti lo insultavano e lo apostrofavano come ebreo»… dopodiché, avallato non solo da ogni risma sinistra, ma dal pavloviano capo della destra Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, ordinerà che sia protetto da una scorta] ( quando si dice  somiglianza!  Olo) . Il ministro della Pubblica Istruzione, [il sinistro se non neocomunista] Tullio De Mauro, spedisce a Marsiglia una lettera riservata piena di elogi [oltreché di trucidume à la Farenheit 451: «Mi impegno a togliere a questi criminali il loro terreno di coltura»].

Il professore ce l’ha fatta: è diventato un martire.

Verona, ultimo caso di  "violenza antisemita",lo Swastika sulla sinagoga(e alla grata) 2013,giugno

Verona, ultimo caso di “violenza antisemita”, lo Swastika sulla sinagoga (e alla grata), 2013,giugno.Ignoti gli autori.

Ma ha compiuto un altro errore. Negli interrogatori comincia ad attaccare curia, Opus Dei e alcuni insegnanti del “Maffei”. Il clima, a Verona, si surriscalda: la diocesi scende in campo contro l’insegnante. Marsiglia è costretto a difendersi e lo fa affidandosi all’avvocato Guariente Guarienti. “Dove sono gli abiti che indossava la sera dell’aggressione?” gli chiedono i poliziotti. “Li ha buttati via la stessa sera mia moglie perché volevamo rimuovere ogni ricordo”. La spiegazione sembra debole. Il procuratore Papalia ordina un’inchiesta a 360 gradi. Viene chiesta una perizia medica.
«E sorge il primo sospetto. Marsiglia aveva sostenuto: “Mi hanno sbattuto la testa contro il muro”. Il perito non è d’accordo: “La paura porta talora a ingigantire le sensazioni provate”. La polizia, che conduce le indagini in Uruguay, accerta che Marsiglia non ha conseguito la laurea a Montevideo. Forse sospettando lo zampino della diocesi, il docente scrive: “Rinuncio alla mia appartenenza alla Chiesa cattolica. Credo che la Chiesa abbia perso la sua missione profetica. Ritengo che i grigi funzionari della curia veronese siano più colpevoli delle persone che mi hanno aggredito”. Il gesto è disperato. Marsiglia corre da uno psichiatra. È il 19 ottobre, di primo mattino.
“Il professore si è rivolto a me per lo stato di grave tensione e stress emotivo”, accerta il medico. Alle 10.50 dello stesso giorno inizia l’interrogatorio. L’insegnante produce il certificato medico. “Sono sconcertato”, ammette davanti alle accuse e cerca di prendere tempo. Alle 17.20 però si presenta in procura per confessare. Ha capito che il diavolo, con quelle due G, se lo è portato all’inferno».

Se Marcella Andreoli si è limitata ad una pur pregevole cronaca, di ben altro spessore le cristalline considerazioni di Gianfranco Iannotta, oltretutto svolte non dopo un mese e mezzo a confessione compiuta, ma a pochi giorni dall’«accaduto» sul nonconforme L’Ordine Sociale: «D’insegnanti che istruiscono i propri alunni alla violenza e al disprezzo per gli ideali altrui, la scuola italiana ne è piena. Chi non ricorda [il comunista «rivoluzionario»] Toni Negri, Franco Piperno [ebreo] e le loro orde rosse che seminarono nelle università del paese le loro folli teorie? Come molti avranno capito, vogliamo riferirci al caso del professor Luis Marsiglia, docente di religione all’istituto “Maffei” di Verona, di origine ebraica e convertito al cattolicesimo, aggredito
nei giorni scorsi da una banda di sedicenti skinheads. Vogliamo subito precisare che da questo episodio prendiamo le distanze, nettamente, e lo stigmatizziamo; tali azioni, infatti, non fanno che portare acqua al mulino di chi vede nelle nostre idee solo sopraffazione e prepotenza. Ma così non è. E ben lo sanno i nostri lettori. Però, quando si sparge il seme della falsità e si incita al rancore ammantandosi con il “vello d’oro” della democrazia, qualche reazione si può scatenare.
«Sì, perché Luis Marsiglia, durante le sue lezioni, non parlava di teologia o di religione comparate, come si potrebbe immaginare e ci si sarebbe aspettati; questi, tanto per non rinnegare le sue origini, lo dicono i fatti e non noi, preferiva “parlare del pericolo Haider, del tremendo rischio che sta correndo l’Europa”, citiamo testualmente.
Questi sono i campioni della democrazia, i signori della tolleranza, gli alfieri della dialettica democratica, i quali dimenticano troppo spesso i princìpi che essi stessi dicono di professare quando chi vince non corrisponde ai loro canoni estetici.
Forse Marsiglia non sa che Haider, già governatore della Carinzia, è leader del secondo partito austriaco grazie ad elezioni parlamentari, libere e democratiche, ma evidentemente non basta. Questi sono i classici frutti della “dittatura democratica”, dell’oligarchia antipopolare, la quale per giustificare i continui fallimenti, vomita su se stessa, accusando i suoi avversari con le solite menate nazi-fasciste che, guarda caso, hanno trionfato con i loro stessi sistemi elettorali e con argomenti antitetici ai loro. Insomma, il danno e la beffa. Insopportabile, lo capiamo. Ebbene, il professor Marsiglia potrebbe essere considerato la personificazione di questa “frustrazione democratica” che deriva dall’impotenza delle idee che professa, la cui unica risposta è quella scontata del razzismo e dell’antifascismo.
«Come naturale, a corollario di tanta ottusità, questi paladini della sovranità popolare sono i primi a ricorrere a leggi liberticide create all’uopo e poi regolarmente invocate ed applicate, vedi la cosiddetta “Legge Mancino”; in base a tale testo, anche gridando “Viva l’Italia” si può essere accusati d’istigazione all’odio e alla discriminazione razziale. Un bell’esempio di tolleranza democratica. Per tornare al Marsiglia, comunque, non potrà essere sfuggito ai più che il caso, come al solito, è stato montato ad arte. I massmedia hanno evidenziato che “il docente ebreo è stato pestato a sangue e colpito da dieci sprangate”; a questo punto uno immagina che sia in fin di vita  che, come minimo, dovrà affrontare mesi e mesi di ospedale. Poi si scopre che il pronto soccorso lo ha dimesso subito, in serata. Come se non bastasse, gli stessi inquirenti nutrono dubbi sullo svolgimento dei fatti. E per finire, in tutto questo bailamme di pseudoverità ammansite ad arte, possiamo trovare anche delle note divertenti.

luzzatto amos, presidente  Comunità Ebraica di Venezia, 2013

luzzatto amos, presidente Comunità Ebraica di Venezia, 2013

Amos Luzzatto, presidente delle Comunità ebraiche italiane: “È un fatto di una gravità inaudita, mi appello alla società civile e democratica. Si tratta di un attacco di stampo nazista. Il professore è un cattolico di origine ebraica. Il che vuol dire che per i suoi aggressori è sempre un ebreo. Il mondo cattolico deve reagire”» (...)
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Gianantonio Valli, LA RIVOLTA DELLA RAGIONE, Il revisionismo storico, strumento di verità, pag. 681, Dicembre 2010, effepi edizioni, via Balbi Piovera, 7 – 16149 Genova. Per ordini: tel. 338-9195220 , email: effepiedizioni@hotmail.com .

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