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Mag 29

0255 – I complici di dio e la guerra dei sei giorni nella falsità della metanarrazione israelobbista

L’On. Manlio di Stefano, eletto a Montecitorio in rappresentanza dei 5 Stelle, è intervenuto in Aula il 21 maggio, affermando…

“Il 5 giugno verrà inaugurata la Coppa UEFA di calcio under 21 in Israele. Ora il 5 giugno è una data particolare perché è la data in cui Israele attaccò e occupò la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan e parte del Sinai. Quindi rappresenta una giornata di conquista per Israele e probabilmente l’inizio della sofferenza per molte altre popolazioni. Gli israeliani in questo momento stanno praticando discriminazione e violenza anche in ambito sportivo perché si stanno distruggendo stadi, stanno facendo ostruzionismo agli eventi che prendono in considerazione il lato palestinese”…

perugia fabio…”In questo intervento di Stefano inizia male e finisce peggio. Nella guerra dei Sei Giorni Israele si difese dai Paesi confinanti che, dall’Egitto all’Iraq, ammassarono le proprie truppe ai confini e dichiararono ufficialmente guerra allo Stato Ebraico chiudendo gli Stretti. Non fu, dunque, Israele ad attaccare ma fu Israele a difendersi riuscendo a salvare il proprio popolo dalle minacce di distruzione.”… parole di tale perugia fabio (fonte:http://www.romaebraica.it/i-grillini-vadano-a-lezione-di-storia-a-iniziare-dallonorevole-troll-di-stefano/).

…”il 4 giugno fu presa la decisione di aprire le ostilità. Il mattino successivo, Israele lanciò l’Operazione Focus, un attacco aereo a sorpresa a larga scala, che sancì l’inizio della Guerra dei sei giorni… (http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_dei_sei_giorni)

______________Vediamo l’analisi dei fatti e le opinioni di alcuni ebrei importanti______________ Naturalmente i fatti sono altro dalla versione strappaconsensi della propaganda del ghetto ebraico di Palestina e hasbara, i suoi pappagalli sul globo. Da notare l’uso strumentale dell’immaginario olocaustico atto a creare terrore. Ringraziamo la disponibilità del Dr. Valli. 

Gianantonio Valli

I  COMPLICI  DI  DIO

Genesi del Mondialismo (1)

 

"Complici di dio", di Gianantonio Valli

“Complici di dio”, di Gianantonio Valli

(Pagg 470→474) …Inciso

La falsità della Metanarrazione Seigiornica – «a seminal event for Israel, evento determinante per Israele» dice Nachman Ben-Yehuda quella guerra – vanamente affermata per un trentennio da ogni goy che non volesse auto-accecarsi, esplode nel maggio 1997 ad opera dell’israe­liano Rami Tal e si completa nel 2007 con l’israeliana Idith Zertal, docente di Storia Contemporanea all’Uni­versità Ebraica di Gerusa­lemme.

      E tuttavia, già il 14 aprile 1971 il ministro per gli Insedia­menti Mordecai Bentov aveva rivelato su al-Hamish­mar che «l’intera sto­ria» del­l’im­minente sterminio era stata «inventa­ta di sana pianta ed esagerata dopo l’acca­duto per giustificare l’annessio­ne di nuovi territori arabi».

      Equivalenti le am­mis­sioni di Mena­chem Begin, primo ministro: «Nel giugno 1967, ave­va­mo la scelta. La concentrazio­ne di soldati egiziani nel Sinai non prova che Nasser volesse attaccar­ci sul serio. Dobbia­mo essere onesti con noi stessi. Noi decidemmo di attaccarlo» (New York Ti­mes, 21 agosto 1982), Yitzhak Rabin, capo di Stato Maggiore e poi primo ministro: «Non credo che Nas­ser volesse la guerra. Le due divisioni inviate nel Sinai il 14 maggio non erano sufficienti per sferrare un’offensiva contro Israele. Lui lo sapeva e noi lo sapevamo» (Le Monde, 28 febbraio 1968), Yigal Allon, mini­stro del Lavoro: «Begin ed io vole­va­mo Gerusa­lem­me» (Eitan Haber, Menachem Be­gin, the Legend and the Man, Delacor­te Press, 1978), Mat­titiahu Peled, generale: «Tutte quelle storie riguardo l’immane pericolo che correvamo a causa della picco­lezza del nostro territo­rio, un argomento spiegato a guerra finita, non erano mai state considerate un nostro calcolo, prima del termine delle ostilità. Mentre procedevamo verso la piena mobili­ta­zione del­le nostre forze, nessun essere sano di mente avrebbe potuto credere che tutto quel dispiega­mento di forze fosse necessa­rio per difenderci contro la minaccia egiziana. Fingere che le forze egiziane ammassate al confine fos­sero in grado di minac­ciare l’esi­sten­za di Israele non solo insulta l’intelli­genza di qualsiasi persona in grado di analizzare questo tipo di situazione, ma è prima di tutto un insulto all’eserci­to israelia­no» (Le Monde, 3 giugno 1972), Ezer Weizmann, capo delle operazioni e poi capo di Stato: «Non c’è mai stato il pericolo dello sterminio. Questa ipotesi non è mai stata presa in considera­zione, in nessuno dei nostri incontri» (Haaretz, 29 marzo 1972),

      Yesha­yahu Gavish, capo del Comando Sud: «Prima della guer­ra dei Sei Giorni non avevamo mai preso in consi­derazio­ne l’ipotesi della distruzione di Israele» (Alfred Lilienthal, The Zionist Connection, Dodd, Mead & Co., 1978), Morde­chai Hod, coman­dante in capo delle forze aeree: «In quegli ottanta minuti iniziali si sono svolti sedici anni di pianificazio­ne. Noi vivevamo con il piano, dormivamo sul piano, mangiava­mo il piano. L’abbia­mo perfezionato costan­temente» (ibidem), Haim Barlev, generale: «Alla vigilia della guerra dei Sei Giorni non eravamo affatto minacciati di genocidio, anzi, non abbiamo mai pensato a questa possibilità» (Ma’ariv, 4 aprile 1972), Chaim Herzog, generale e poi capo di Stato: «Non vi era alcun pericolo di annientamen­to. I Quartier Generali di Israele non hanno mai creduto a questa eventuali­tà» (ibidem) e Meir Amit, genera­le, capo del Mossad nel 1967: «Ci sarà una guerra. Il nostro esercito è ora pienamente mobilitato. Ma non possiamo restare a lungo in questa condizio­ne. Poiché abbiamo un esercito di civili, la nostra economia può risentirne. Dobbiamo prendere decisioni rapide […] Se diamo noi il primo colpo, le nostre perdite saranno relativamente contenute» (vedi Dennis Eisenberg, Uri Dan, Eli Lan­dau, The Mossad, New American Li­brary, 1978).

      Tornando a Tal, il Nostro, giornalista di Yediot Aharonot “Ultime notizie”, pubblica una serie di interviste fatte ventun anni prima ad uno dei massimi fondatori della «patria», l’Orbo Dayan. Ma lasciamo la parola a Lorenzo Cremo­ne­si, gongolante per tanto inganno (com­piuto anche a spese degli ingenui diasporici i quali, liricheggia Doris Bensimon, «provaro­no un’ango­scia esistenziale scoprendo la fragilità del piccolo Stato»): «Ricordate le ragioni di Israele per la guerra con la Siria nel 1967? I cannoneg­giamenti delle batterie siriane dalle alture del Golan sui kibbutz inermi in Galilea, la competizio­ne per il con­trol­lo delle acque, le continue provocazioni del regime di Damasco con­tro il nuovo Stato ebrai­co. Ebbene, tutto falso, tutta propagan­da architettata per legitti­ma­re agli occhi del mondo la conquista israeliana di migliori posizio­ni strategiche sul Golan e assicurare nuova terra agli agricoltori. E il “mostro” siriano? Una tigre di carta, parola di Moshe Dayan. È l’ennesi­ma spallata ai miti fonda­to­ri di Israele, che arriva tra l’altro in occasione delle cele­brazioni del quarantano­vesimo anniversario della nascita dello Stato e a tre settimane dal trentenna­le della guerra dei Sei Giorni […] “Guarda, si può dire che i siriani sono dei bastardi, che è giunto il momento di fargliela pagare cara. Ma non è così che si fa politica. Non attacchi il nemico perché è un bastar­do, ma solo se ti minaccia davve­ro. E il quarto giorno della guer­ra del 1967 i siriani non ci minaccia­vano per nulla“, afferma Moshe Dayan. Per molti israe­liani è una doccia fredda sen­za precedenti. L’indebo­limento della con­vinzione di essere un paese comunque alla mercé di un nemico pronto ad annientarlo. “Possibile che per tanti anni menzogne così gravi e vergo­gno­se abbiano im­perato nella nostra democrazia senza che nes­suno osasse avanzare seria­men­te un dub­bio?”, si chiedeva incredulo la setti­mana scorsa sullo Haaretz Amnon Dank­ner, noto editorialista e autore di un celebre libro sui modi di vivere e pensare nell’Israele anni Cinquan­ta».

      Finissima la strategia della provoca­zione, ancor oggi celata dai mass media mondiali, tutti sotto diretto o indiretto controllo ebraico (altro che definire i Sei Giorni «la guerra che nessuno ha voluto», come fece il sinistro Uri Av­nery!): «”Sai come si svolse almeno l’80% degli scontri a fuoco pri­ma della guerra del 1967? Noi man­da­vamo i nostri trattori a scavare nelle zone demilitariz­zate sapendo in anticipo che i siriani avrebbero sparato. Se non lo facevano, allora ordina­va­mo di penetrare più a fondo. Sino a che loro final­mente spa­ravano e noi potevamo rispondere massic­cia­mente con artiglieria e aviazione per poterci impadroni­re ogni volta di un pezzetti­no in più di terra. Era la prassi, lo feci io quando ero capo di Stato Maggiore, ma anche tutti i miei prede­ces­sori”. Dayan rovescia senza pudore la crona­ca ufficiale del quarto giorno di guer­ra: “Fu una delegazione di esponenti del kibbutz a chiederci di occupare il Golan, volevano più terra per le loro coltivazio­ni”» (il che non toglie a Fiamma Ni­ren­stein di continuare a stra­vol­gere, propa­lan­do che, come nel 1948 e nel 1956 – «mentre il 14 maggio 1948 Israele danzava e can­tava all’annun­cio dello Stato secondo i confini approvati dall’ONU, Siria, Egitto, Libano, Giorda­nia e Iraq lo attaccavano […] ad appena otto anni dalla prima sconfit­ta, Nasser salta di nuovo addosso all’in­truso» – anche nel 1967 «Israele fu attaccato dall’Egit­to, dalla Siria e dagli altri tre Paesi al solito coinvolti nella guerra»).

      Di più ampio respiro il commento di Jacques Sironneau: «La conquista dell’alto­piano del Golan è stata dettata non solo da considerazioni di ordine strategi­co (con­trol­lo della linea spartiacque sia per assicurare la protezione degli insediamenti israelia­ni situati a valle che per “dominare dall’alto la città di Damasco”), ma anche dalla volontà di controllare la principale fonte idrica vitale per Israele. Infatti un terzo dell’acqua consumata in Israele proviene dal Golan. Altro obiettivo primario è stata la falda acquifera della Giudea-Samaria, che ha un’importanza eccezionale in una zona arida la cui area di ricarico idrico è situata nel sottosuolo dei Territori Occupati ma scorre verso la parte nordorientale e occidentale del territorio israeliano. Essa è sempre sfruttata mediante pozzi con sistemi di pompaggio per grandi pro­fon­dità. L’operazio­ne “Pace in Galilea”, condotta nel Libano meridionale nel 1982, permise final­mente a Israele di completare la sua opera e accre­sce­re così il suo heartland idrico, assicurandosi il controllo dei tre corsi d’acqua che alimentano il lago di Tiberiade: il Dan, il Banias e lo stesso Alto Giordano. Grazie a ciò Israele ha anche accesso al Litani (Nahr-al­Qamsmi­yeh), il fiume principale del Libano (portata annua stimata: 930 hm3), che potrebbe, per ragioni geologiche ancora sconosciute, avere un ruolo importante nell’a­limentazione delle sorgenti del Giordano, benché situato su un diverso bacino montano […] Sapendo che i due terzi dell’ac­qua che Israele consuma provengono dall’esterno delle frontiere precedenti al 1967, si comprende molto meglio l’incessante ricerca del controllo di una zona che presenta una reale unità idrologica». Inoltre, in parallelo a tale meditata strategia per uno spazio vitale quanto più organica­mente inteso, ecco le incessanti punture di spillo della tattica quotidiana: «La politica di Israele nei Territori Occupati della Cisgiordania è stata quella di porre restrizioni all’utenza palestinese nello stesso momento in cui favoriva i propri coloni. L’ordinanza militare n.158 del 30 ottobre 1967 dispone infatti, al­l’art. 4(a), che “è proibito a chiunque fare o possedere impianti idraulici senza aver pre­ven­tivamente ottenuto un’autoriz­zazione del comando milita­re”. Un’altra ordinan­za milita­re (la n.92/7 del giugno 1967) prevedeva già una serie impressio­nante di restrizioni rivolte essenzialmente ai palestinesi: divieto di scavare nuovi pozzi senza preventiva autoriz­zazione delle autorità militari (dal 1967 sono state concesse solo 34 autorizzazioni, tutte per scopi domestici, con l’esclu­sione di finalità agricole o industriali); fissazione delle quote di prelevamen­to e posa in opera di meccanismi di controllo dell’uso del­l’acqua da parte dei palestinesi (il superamento delle quote è severamente punito con multe); espropriazione dei pozzi e delle sorgenti appartenenti a palestinesi “assenti”; proibizione agli agricoltori palestinesi di irrigare dopo le ore 16 (come veniva fatto secondo la tradizione). Per di più, la fattura­zio­ne dell’acqua nei territori occupati era identica a quella stabilita in Israele, senza tener conto della differenza di tenore di vita tra le due comu­ni­tà. Infine, i palestinesi sono stati esclusi dalle sovvenzioni concesse agli irrigatori isreliani, sicché alcuni agricoltori palestinesi pagano l’acqua desti­nata all’irrigazione allo stesso prezzo pagato dagli israeliani per l’acqua po­ta­bile. Alcuni ritengono che tali pratiche discriminatorie non avessero altro scopo che costringere i palestinesi ad abbandonare quei territori. Contemporaneamen­te Israele ha condotto una politica di insediamento di “colonie di po­polamento” [espressa­mente vietata dal diritto internazionale!] in particola­re in Cisgiorda­nia e nel Golan, cioè nelle zone più ricche di risorse idriche, sovvenzionan­do, soprat­tutto per mezzo dell’Organizzazione Sionista Mon­dia­le, l’acqua utilizzata (il prezzo di vendita è fissato tra le 15 e le 23 agorot al m3 per i coloni ebrei, a seconda che sia per uso agricolo o dome­sti­co, e in 70 agorot per i palesti­nesi, quale che ne sia l’uso)».

      Ag­giunge David Hirst: «All’inizio del 1967, la militanza congenita d’Israele stava spingendo verso una simile decisione [di scatenare contro l’Egitto una guerra per il Sinai]. In un certo senso, aveva bisogno della guerra. Stava attraversan­do la crisi eco­nomica più grave della sua esistenza; la disoccupa­zione era al 10%; il tasso di cre­scita era crollato; le sovvenzioni dalla Diaspora si stavano estingendo; e, cosa peggiore di tutte, l’emigrazione iniziava a superare l’immigrazione… un dato che ovviamente indicava, più di ogni altro, che la crisi economica era una crisi del sio­nismo stesso. A cosa ciò poteva preludere l’aveva pronosti­cato nel 1962 il generale Burns, un soldato i cui acuti giudizi andavano ben oltre le arti belliche: “I leader d’Israele hanno l’abitudine di attribuire le difficoltà economiche al boicot­tag­gio di tutti i rapporti economici e commer­ciali intrattenuti dai paesi arabi e alla pressione che questi esercitano su altri paesi perché limitino gli scambi con Isaraele. In tali circostanze mi appare come una grande tentazio­ne trovare una qualche scusa per fare la guerra e spezzare così il blocco e il boicottag­gio… imponendo la pace alle condi­zioni di Israele”. Riteneva che se Israele avesse mai dovuto avvertire l’esigenza di espandersi oltre i confini di allora, “le forze armate israeliane, sicure della propria capacità di sconfiggere ciascuno e tutti i paesi arabi che circondano Israele facilmen­te e rapidamen­te, intraprenderebbero tale compi­to con alacrità” […] Tutto ciò che servi­va per scatenare la macchina da guerra israeliana, erano le “circostanze favorevoli”, che si presentarono il 23 maggio. Fu alle quattro del matti­no di quel giorno che il capo di stato maggiore israeliano, il gene­ra­le Yitzhak Rabin, svegliò il primo mini­stro Levi Eshkol per dirgli che il Presidente Nasser aveva deciso di imporre nuo­va­mente il blocco di Aqaba. Poche ore dopo il gabinetto si riunì in seduta di emergen­za.

Agli occhi d’Israele, Nasser aveva, di fatto, dichiarato guerra.

La sfida era effettiva­mente intollerabile. E non perché Israele rischiasse lo strangola­mento eco­no­mico, in quanto la chiusura dello Stretto di Tiran a tutte le navi israelia­ne e a navi di altre nazioni dirette a Eilat con materiale strategico avrebbe avuto uno scarso impatto economico immedia­to. Soltanto il 5% degli scambi di Israele con l’estero passava per Eilat; il petrolio proveniente dall’Iran era il principale materiale strategico, ma Israele poteva facilmente riceverlo attraverso Haifa. Un eventuale danno arrecato dalla chiusura dello stretto sarebbe stato compensato dall’of­ferta fatta pervenire dal Presidente Johnson – volta a fermare la mano di Israele – di preservare la sua vitalità economi­ca. Le implicazioni a lungo termine erano certamen­te gravi, perché era attraverso Eilat che Israele intendeva sfruttare mercati nuovi o in espansio­ne in Africa e in Asia. Ma la cosa davvero intollerabile era un’altra. Per la prima volta gli arabi capovolgeva­no la situazione a danno d’Israele. Per la prima volta erano loro ad ammini­strare il fatto compiuto (sebbene la precisa portata e rigidi­tà del blocco siano controverse; ciò che i leader egiziani dicevano in pubblico era ben diver­so da ciò che facevano in privato; il feld­marescial­lo Abdul Hakim Amer pare a­vesse dato istruzioni ai soldati di non interferire con nessuna imbarcazione israeliana o navi militari o imbarcazio­ni scortate da navi militari) […] La reintrodu­zione del blocco costituì però al tempo stesso l’opportunità perfetta. Il fatto compiuto egiziano, benché arbitrario, non era illegale. Dopo il 1956 gli egiziani avevano continuato a insi­stere che lo Stretto rientrasse nelle acque territoria­li egiziane. Il preteso diritto israeliano di passaggio attraverso quelle acque territoreiali era, in effetti, alquanto dubbio, perché basato sul possesso di un sottile tratto di costa, ottenuto a sua volta, per ammissione dello stesso Israele, con “una di quelle violazioni calcolate i cui rischi politici dovevamo soppesare attentamente”. Era accaduto nel 1949, durante le fasi finali della “Guerra d’Indipen­denza”, quando, violando un ces­sa­te il fuoco sponsorizzato dall’O­NU, una pattuglia israelia­na si spinse a sud fino al borgo e alla stazione di polizia araba di Um Rashrash, espel­len­done gli occupanti e fondando al suo posto il porto di Eilat». In ogni caso, «c’erano alcuni, i generali, che sapevano che la situa­zio­ne reale era esattamente il contrario di ciò che sembrava, che David non soltanto equiva­leva a Golia, ma lo surclassava senza speranza. Sapeva­no che, qualun­que cosa i politici potessero dire e far credere alla gente, la sopravvivenza d’Israele non era mai stata in gioco, che se anche Nasser avesse inteso davvero fare la guerra, non aveva alcuna chance di vincerla» (di «artificioso allarme esistenziale alla vigilia della Guerra dei sei giorni utilizzato per predisporle un clima internazionale favorevole» scrive anche Ariel Toaff II (Toaff A. Ebraismo virtuale, Rizzoli , 2008 )

      Tra i più recenti svelatori della psicosi su cui si è fondato, e si fonda, il comune giudizio sull’«eroica» guerra «di sopravviven­za» si annovera Tom Segev, in Cremone­si LXIV (La Guerra dei Sei Giorni divide gli storici israeliani, «CdS», 6 giugno 2007), con parole che danno conferma al professor Faurisson sull’incommensurabile danno creato alla psiche ebraica dall’Im­maginario Olocaustico:

«Sareb­be stato meglio non farla. La Guerra dei Sei Giorni per Israele è stata delete­ria e le conseguenze le stiamo pagando tutt’ora. Quarant’anni fa, alla vigilia dell’at­tac­co del 5 giugno 1967, sbagliammo nel lasciarci accecare dal panico della sopravvalu­ta­zione della minaccia araba. Poi, il settimo giorno, sba­gliammo ancora nel farci travolgere dall’euforia della vittoria. I fatti hanno dimostrato che invece non c’era un bel niente da festeggiare: era l’inizio dell’occupazio­ne delle terre arabe, con il suo bagaglio di immoralità, corru­zione, ingiu­stizie che hanno creato le condizioni per la violenza, le tragedie, il terrorismo, persino le guerre degli anni seguenti […] Avremmo dovuto far di tutto per evitarla. Però mi sembra che con gli egiziani il conflitto fosse inevitabile. Non tanto per causa loro, quanto per colpa nostra. La società israeliana di quel tempo era profondamente insicura, ansiosa, spaventata, ci si aspettava un secondo Olocausto […] In verità nessuno di noi sa bene cosa volesse Nas­ser ordi­nan­do alle sue truppe di entrare nel Sinai. Intendeva dav­ve­ro distrug­gere Israele? Non lo so. Posso però dire che i dirigenti israeliani erano certi dell’approssimarsi di un secondo Olocausto, paragona­vano Nas­ser a Hitler. [Questa “sindrome dell’Olocausto” è ancora presente oggi?] Assolu­tamente sì, fa parte integrante della nostra identità nazionale. Basti vedere come in Israele si prendono sul serio e alla lettera le minacce che arrivano dall’Iran [del presidente Ahmadinejad]. In alcuni casi è pura stru­mentalizza­zione politi­ca, in altri si tratta di un sentimento genuino».

      Anche l’Amministrazione Johnson, notano Mearsheimer e Walt, «era con­vinta che Israele fosse militarmente superiore ai nemici e che sul pericolo di un attacco arabo stesse esagerando. Il generale Earle Wheeler, capo degli Stati Maggiori riuniti, ragguagliò Johnson in questi termini: “In base alle nostre stime più accurate, se ci dovesse essere una guerra gli israeliani la vincerebbero in cinque-sette giorni”. E Johnson stesso disse al ministro degli Esteri israeliano Abba Eban che, se gli egiziani avessero attaccato, Israele li avrebbe “spazzati via”. Ma i principali leader israeliani, sebbene in privato esprimessero lo stesso parere, continuarono a inviare a Washin­gton dispacci allarmanti, in una campagna deliberatamente volta a catturare simpatie e ottenere sostegno». Se possibile ancora più chiara sulla «paranoia della distruzione» freddamente colti­vata dai capi dell’Entità Ebraica è la Zertal: «Merita di essere qui analizzato come mai Israele abbia potuto percepirsi – al limite dell’isteria collettiva ancorché pilotata, e dell’inquie­tante distacco dalla realtà – in imminente pericolo di distruzione alla vigilia del giugno 1967, poiché è qualcosa che ha molto a che fare con la memoria politica collettiva sollecita­ta dal caso Eichmann e, da allora in poi, coltivata in Israele. L’eredità lasciata da Ben Gurion al suo popolo mediante il processo Eich­mann fu duplice: permanenza dell’eterno odio nei confronti degli ebrei nonostante l’esistenza dello Stato di Israele; nemico di tipo nazista ammassato davanti alle porte della nazione-sotto-assedio». E l’onestà intellettuale della storica ebrea giunge al punto di chiedersi, concludendo per la seconda delle ipotesi, «se questa guerra sia stata la conseguenza inevitabile dei condizionamenti dell’ostilità arabo-israeliana oppure degli interessi economici, sociali e politici interni a Israele, che contribuirono a esacerbare le tensioni alla vigilia della guerra e ad esagerare la minaccia all’esisten­za stessa di Israele allo scopo di giustificare l’azione preventiva».

      Avvertendo di non volere forni­re una nuova versione degli eventi che con­dus­sero alla guerra, ma di analizzare la dimensione della Shoah siste­ma­ticamente introdotta nel discorso e nell’immaginario collettivo israeliani alla vigilia della guerra, la Zertal continua: «È generalmente riconosciuto che Israele ebbe un ruolo attivo nella maggior parte degli accadimenti che precedettero la guerra. Volen­do risalire un poco all’indietro, la tensione tra Israele e Siria sulla questione della distribuzione delle acque del Giordano s’era acuita dal 1964. Nel settembre 1966, il capo di Stato Maggiore israeliano Yitzhak Rabin aveva lanciato un ammoni­mento alla Siria, dal quale si poteva evincere l’intenzione israeliana di rovesciare il regime baathista. Il 4 novembre 1966, Egitto e Siria firmarono un accordo di difesa recipro­ca. Nello stesso mese, dopo che una mina collocata dall’Organiz­zazione per la Libe­ra­zione della Palestina (OLP) aveva causato la morte di tre soldati israeliani, l’eserci­to israeliano condusse un’azione di rappresaglia in pieno giorno nel villaggio palesti­nese di Samu, distruggendo abitazioni e infliggendo gravi perdite all’esercito giorda­no intervenuto. L’ampiezza dell’azione, che oltrepassò i limiti concordati, irritò il moderato primo ministro Levi Eshkol [che il primo giugno 1967, sfiduciato da un «putsch» militare, si sarebbe dimesso da ministro della Difesa per venire sostituito dall’aggressivo Moshe Dayan]. Il 7 aprile 1967, dopo alcune provocazioni da entram­be le parti, l’aviazione israeliana abbatté sei aerei siriani in volo nei cieli della Siria, di cui uno sulla capitale e, l’11 maggio, il capo di Stato Maggiore Rabin ribadì l’intento di Israele, in un futuro conflitto con la Siria, di occupare Damasco e rove­scia­re il regime baathista. Il giorno seguente, l’Unione Sovietica annunciò che Israele stava mobilitandosi per attaccare la Siria. In risposta, il presidente egiziano ­Giamal Abdel Nasser ordinò alle truppe egiziane di entrare nella zona smilitarizzata del Sinai. Il 17 maggio, Israele diede avvio alla mobilitazio­ne delle forze di riserva e completò la mobilitazione generale il 20 maggio, creando non poche difficoltà eco­no­miche e sollecitando ulteriormente la rapida conclusione della crisi».

      «Il 21-22 maggio, il comandante in capo delle forze egiziane ordinò un paio di azioni che causarono il rapido deterioramento di una situazione già tesa. Operazioni che, secondo alcuni storici, non erano state approvate da Nasser e consistenti in voli di ricognizione sull’installazione nucleare israeliana di Dimona e sull’evacuazione delle United Nations Emergency Forces (UNEF), schierate sul confine tra Israele ed Egitto per fungere da cuscinetto […] La crisi si acutizzò il 23 maggio con la chiusu­ra, ordinata da Nasser, degli stretti di Tiran e il conseguente blocco del traffico ma­rit­timo diretto al porto israeliano di Eilat. Il posizionamento delle truppe egiziane nel deserto del Sinai e, come riconosciuto nelle memorie di due generali egiziani, la gran­de confusione, la mancanza di rifornimenti e l’assenza di piani di battaglia, prova­no, però, che il piano di Nasser era mantenere a lungo le forze egiziane nel Sinai in posizione difensiva, e che non prevedeva di passare all’attacco. D’altra parte, le mosse egiziane furono accompagnate dall’esagitata retorica e dalle minacce di tota­le distruzione di Israele trasmesse quotidianamente dai programmi in lingua ebraica della radio nazionale egiziana, captate in Israele e riportate dalla sua stampa. Non c’è dubbio che le minacce di Nasser abbiano avuto un’importanza cruciale nell’alimentare e intensificare le prepoccupazioni della popolazione israeliana. Questi discorsi aggres­sivi del presidente egiziano tornarono, inoltre, molto utili a chi, sul versante israelia­no, faceva pressione, per motivi propri, affinché Israele sferrasse un attacco preventi­vo […] In Israele, la relativa tranquillità che caratterizzò la prima settimana di crisi fu sostituita da una preoccupazione e una tensione crescenti anche nei circoli dirigenti e politici. Questi erano a conoscenza dei fatti e non avevano motivo di dubitare né della capacità difensiva di Israele, né di quella di vincere qualsiasi guerra […] Va inoltre ricordato che, pochi giorni prima dello scoppio della guerra, Israele portò segretamente a termine la fabbricazione delle sue due prime bombe nucleari, pronte ad essere lanciate in caso di necessità».

      Quanto alla persistente centralità dell’Immaginario: «La guerra e la vittoria lampo di Israele – a ulteriore conferma che l’immagine della situazione che, poco prima, s’era fatta il popolo israeliano, e il mondo intero, era falsa – non dissi­pa­rono l’idea di una distruzione incombente. Al contrario, ali­men­tarono e diffu­se­ro la leggenda di una Shoah miracolosamente evitata. Una specie di tautologia autocon­fermantesi: più grande era stata la vittoria, tanto più grande era stata la catastrofe evitata. La vittoria, i territori conquistati, erano l’alternativa ai forni crematori».

      «La guerra dei Sei Giorni» – conclude l’ex presidente knessetiano Avraham Burg – ha posto le basi di una visione miracolosa, biblica, della terra come risarcimento e riparazione dopo lo sterminio degli ebrei d’Europa. Quel che Eichmann e Hitler avevano distrutto, l’esercito israeliano e il nostro spirito nazionale ce lo restituivano con una breve e stupefacente guerra». (…)

Nota:

1) Gianantonio Valli “I Complici di Dio. Genesi del Mondialismo
Ed. EFFEPI, via Balbi Piovera n.7, 16149 Genova
Prima edizione gennaio 2009 – pag. 3034 nell’edizione cartacea
Libro + CD per 4050 pagine, di cui 147 a stampa: €28,00
Per ordinarlo: tel. 338-9195220 , email: effepiedizioni@hotmail.com

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