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Apr 16

0210 – Nel boicottaggio dell’ebraismo la prima dichiarazione di guerra al Nazionalso­cialismo e alla Germania

La pubblicazione di questo  testo avviene col consenso dell’Autore, che ringraziamo

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di  Gianantonio Valli

Copertina di Holocaustica religio, cliccare sulla foto per ingrandirla

seconda edizione, ampliata, corretta  e reimpostata, di
Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

Il testo presentato è una accurata ricerca di informazioni intorno al comportamento di ampia parte dell’ebraico internazionale nei riguardi di una legale esperienza politica di un libero stato, la Germania del Gennaio 1933. Comportamento caratterizzato da un boicottaggio delle merci tedesche e dei negozi che tali merci  vendevano. Boicottaggio, come dimostra ampiamente il Valli, praticato prima che venissero adottati generali provvedimenti restrittivi nei confronti degli ebrei tedeschi. Il testo costituisce la “Nota 39”, pagine 429→464. Olodogma

Boicottaggio delle merci tedesche, in USA, del 23 marzo1933

                                             Boicottaggio delle merci tedesche, in USA, del 23 marzo1933

Il boicottaggio contro i recalci­tranti è arma usuale del­l’e­braismo da cinque secoli, inventata dalla marrana Gracia Nasi (1510-68), shta­dlan «intercesso­re» del tutto speciale, che nel Cinquecento muo­ve il Sultano a boicottare i paesi che hanno espulso e «persegui­tano» i con­fra­telli (Spagna, Portogallo, Stato della Chiesa, etc). Attivo in tal senso è anche il trio «inglese» formato da Aaron Franks, suo suocero Moses Hart e il loro socio in affari Joseph Salvador, che nel 1774 premono su re Giorgio III affinché, minacciando ritorsioni commerciali, si adoperi per far revoca­re il bando degli ebrei praghesi emesso dall’imperatrice austriaca Maria Teresa. Quanto al boicottaggio della Germania apertamente pro­cla­mato dall’ebraismo inter­nazionale, esso costituisce, in ordine di tempo, la prima dichiarazione di guerra al nazionalso­cialismo e al popolo tedesco che ha liberamente scelto la Rivoluzione Nazionale.

Nulla di particolarmente originale, del resto, la strategia boicottatoria, prevista sommessamente, riporta il francese F. Trocase in L’Autriche juive, fin dal 1898 dal dottor Louis Ernst, «uno degli ebrei più moderati di Vienna [che] non ha esitato a scrivere testualmente, in un opuscolo che, peraltro, non è stato confiscato»:

«Gli ebrei, finché sapranno restare uniti, sono talmente forti che nessuno impedirà loro di rovinare gli Stati, di fermare i commerci, di sospendere ogni affare; e, poiché sono sparsi per tutto il globo, possono gettare su ogni Stato un discredito tale che questo sarà assolutamente impedito nel suo agire. I governi più potenti non saranno in condizione di resistere ventiquattr’ore se avranno contro l’intera razza ebraica».

Nulla di particolarmente originale, del resto, la strategia boicottatoria, illustrata urbi et orbi il 4 settembre 1919 a Indianapo­lis, da Woo­drow Wil­son, il santone che sette anni prima ha progettato, nel programma eletto­rale dai toni di crociata battezzato New Freedom, di fare di una futura Socie­tà delle Nazioni il «tribunale dell’opinione pubblica, nel quale la «coscienza del mondo» possa esprimere il proprio verdetto su ciò che corrisponde ad una «buo­na» o a una «cattiva causa»:

«Se un membro di questa Società delle Nazioni, o anche una nazione che non sia membro, rifiuta di sottoporre i suoi problemi all’ar­bitrato o alla discus­sio­ne del Consiglio [Direttivo della SdN], ne deriva automati­camente dagli impegni di questo Patto un boicottaggio economico assoluto. Nes­sun mem­bro della Società delle Nazioni prati­che­rà commercio con quella nazione. Non ci saranno comunica­zio­ni per posta o tele­grafo. Non ci sarà lavoro verso o da quella nazione. I suoi confini verranno chiusi. A nessun cittadino degli altri Stati sarà permesso entrarvi, e a nessuno dei suoi cittadini sarà permesso uscirne. Sarà erme­ticamente sigillata dall’a­zione unitaria delle più potenti nazioni del mondo. E se questo boicottaggio economi­co avrà effetti dan­no­si sugli altri paesi, i membri della Società delle Nazioni si aiuteranno a vicenda per alleviare i danni particolari che potrebbero nascerne. Vi invito a realizzare che la Grande Guerra fu vinta non solo dagli eserciti mondiali. Fu vinta in primo luogo dall’economia. Senza lo strumento eco­nomico la guerra sarebbe durata molto più a lungo. Quello che accadde fu che la Germania venne tagliata fuori da ogni risorsa eco­nomica del resto del globo e non potè reggere. Una nazione boi­cot­tata è una na­zio­ne sulla via della resa. Appli­cate questo rimedio economico, pacifi­co, silenzioso e mortale, e non ci sarà biso­gno della forza. È un rimedio terribile. Non costa una vita al di fuori della nazio­ne boicottata, ma esercita su di essa una pressione a cui, secondo me, nessu­na nazione moderna può resistere»

(«le sanzioni sono, di fatto, una guerra con mezzi economici», ammette Brian Whitaker).

Boicottaggio merci tedesche, Inghilterra, 1933

Boicottaggio merci tedesche, Inghilterra, 1933

In tal modo il 13 marzo 1933, appena quaranta giorni dopo l’arrivo al potere dei nazio­nal­socialisti e ben prima della promulgazione della legge sulla funzione pubbli­ca o di ogni altro provvedimento limitativo, uno dei capi dell’American Jewish Con­gress, Joseph Tennenbaum, propone il boi­cottaggio economico totale del Reich. Men­tre le massime organizzazioni ebraiche iniziano a stendere i piani, dopo pochi giorni, oltreoceano, gli ebrei londinesi rispondono affiggendo cartelli in numerosi negozi: «No German goods here, Qui non si vendono merci tedesche» e «No German travellers should call here, Qui i turisti tedeschi non sono benve­nu­ti». Ancor più, venerdì 24 marzo, il giorno dopo l’approvazione da parte del Reichs­tag e del Reichsrat del Gesetz zur Behebung der Not von Volk und Reich “Leg­ge per l’E­li­mi­na­zio­ne dello Stato di emer­genza del Popolo e dello Stato” o Ermächti­gungsge­setz “Legge Delega”, il giorno dopo che decine di migliaia di ebrei newyorkesi, gui­dati dai pro­motori della «protesta», i Jewish War Vete­rans, si sono portati sotto il municipio per sollecitare misure contro il com­mercio tedesco, il pio zaddik di Lubaczow, Polo­nia, dichiara la guerra al Reich.

E in piena sintonia col sant’uomo risponde oltre Manica il Daily Express (il secondo più diffuso quoti­diano inglese, fondato nel 1900 e rilevato nel 1916 dallo speculatore Wil­liam Maxwell Aitken alias Lord Beaverbrook: nel 1933, pre­sidente del gruppo edito­riale è il confratel­lo Ralph David Blumen­feld), riportando lo stes­so giorno la notizia a piena pagina, titolo a sette colonne sopra un fotomon­taggio che vede, nella più nota edizione, un Hitler ascol­tare compunto i deliberati di un tribunale quadrirabbinico: Judea De­clares War On Ger­many (quel giorno il quo­ti­diano esce con due edi­zioni, a­venti in prima pagina diffe­renti titoli, notizie e impostazio­ne grafica ma, quan­to all’articolo in questione, quasi identico testo). Mentre in centinaia di città europee e americane montano a­zioni di massa e il Mare­sciallo Pil­sudski pensa a una guerra preventiva contro il Reich, il titolo viene ripre­so da mi­gliaia di ma­nifesti affissi e da cartelloni portati per le strade di Londra da decine di autocarri e auto. Cosa significhi tale tonitruan­te, irrespon­sa­bi­le dichia­ra­zione di guerra quando, a parte ven­ti­lati provve­di­menti legi­sla­ti­vi di limita­zione dell’in­fluenza ebraica nel Reich, a nes­suno è stato torto un capel­lo (cosa ricono­sciu­ta anche da un Jimmy Warburg, fi­glio di Paul), l’illu­strano i sotto­ti­toli: Jews Of All The World Unite In Action – Bo­ycott Of Ger­man Goods – Mass De-mon­stra­tions In Many Districts – Drama­tic Action e, per la più asciutta qua­dri­rabbini­ca: Jews Of All The World Unite – Bo­ycott Of German Goods – Mass Demon­stra­tions.

Il testo dell’articolo, a firma dello Special Political Corre­spon­dent da Berlino – verosimil­mente il virulento massone antitedesco Denis Sefton Delmer, dal 1940 capo della propaganda inglese, in seguito adepto British Israel ed agente mossadi­co – è uno dei più preziosi documenti rivelatori del delirio mon­dia­lista giudaico.

Testo della più asciutta edizione quadrirabbinica: «Le notizie delle per­secuzio­ni tedesche degli ebrei hanno avuto una con­se­guenza sin­golare e imprevi­sta. L’intero e­braismo mon­dia­le si unisce a di­chia­rare una guerra economica e finanziaria alla Germania [The whole of Israel throughout the world is uniting to declare an econo­mic and financial war on Germany]. Finora si è levato il grido: “La Germa­nia perse­guita gli ebrei”. Quando si vareranno i nuovi piani risuonerà il grido degli hitleriani: “Gli ebrei perse­gui­tano la Germania”. L’intero ebra-ismo si alza furente contro l’ag­gressio­ne nazista agli ebrei. Adolf Hitler, giunto al potere ap-pellandosi al più elemen­tare patriottismo, fa storia nel modo da lui più inatteso. Pensando di unificare nella co­scienza razziale solo la nazione tedesca, ha spinto l’intero popolo ebraico a una rinascita nazionale. L’appari­zione dello Svastica come emblema di una nuova Germa­nia ha fatto scendere in campo il Leone di Giuda, l’antico emblema di battaglia ebrai­co. Quat­tordici milioni di ebrei sparsi per il mondo si sono ricompattati come un sol uomo per dichiarare guerra ai persecutori tedeschi dei loro correligiona­ri. Gli antago­nismi e i contrasti sono supe-rati in vista di una meta comune: aiutare i 600.000 ebrei di Germania terroriz­zati dall’anti­semitismo hitleriano e costrin­gere la Germania fasci­sta a finire la campagna di violenze e terrore scatenata contro la minoranza ebraica.

Boicottaggio merci tedesche,usa 23 marzo1933, reduci di guerra ebrei

Boicottaggio merci tedesche,usa 23 marzo1933, reduci di guerra ebrei

«Pia­ni per una prossima azione maturano in Europa e in America. L’e­braismo mon­dia­le ha deci­so di non restare inattivo di fronte a questa rinascita delle persecu­zio­ni medioevali. La Germania pagherà a caro prezzo l’ostilità antiebraica di Hitler. Vedrà un boi-cottag­gio totale in campo commerciale, finan­zia­rio e indu­striale. Il gran­de mercante ebreo [The Jewish merchant prince] lascia l’ufficio commerciale, il ban­chiere il consiglio di ammini-strazione, il commercian­te il negozio e il venditore ambu­lante la sua umile carretta per unirsi in quella che sarà una guerra santa per combattere gli hitleriani, nemici degli ebrei. In America e in Europa maturano piani concertati per attaccare a rappresa­glia la Germania hitle­riana. A Londra, New York, Parigi e Varsavia i mercanti ebrei si uniscono in una crociata commercia­le. Risolu­zio­ni nel­l’in­tero mondo ebraico del commercio porteran­no a una rottura dei rapporti commer­ciali con la Ger­mania. La Germania ne risenti­rà pesante­mente sul mercato va­lutario interna­zio­na­le, nel quale l’influen­za ebraica è grande. Pressioni di banchieri ebrei sono già iniziate. Un boicottaggio concor­da­to dei commer­cianti ebrei infliggerà pro­ba­bilmente un severo colpo alle e­sporta­zioni tede­sche. I commercianti ebrei di tutto il mondo erano grossi acqui­ren­ti delle merci tedesche. In Polonia il blocco del com­mercio tedesco è già in vigore. Le più im­por­tanti organizza­zioni ebrai­che nelle ca­pi­tali europee vengono sentite dai rispettivi governi affinché questi esercitino la loro influenza per indurre il governo hitleriano a fermare la persecuzione degli ebrei tedeschi.­ L’antico e oggi nuova­mente ricompat­tato popolo d’Israele si leva a ripren­de­re, con nuove e moder­ne armi, l’antichissima lotta contro i suoi oppressori».

Testo della più ampia edizione ufficiale: «Tutto Israele si unisce furente contro l’aggres-sione nazista agli ebrei in Germania [All Israel is uniting in wrath against the Nazi on­slaught on the Jews in Germany]. Adolf Hitler, giunto al potere appel­landosi al più elementare patriotti­smo, fa storia nel modo più inatteso. Pensando di unificare nella coscienza razziale solo la nazione tedesca, ha spinto l’intero popolo ebraico a una rinascita nazionale. L’appari­zione dello Svastica come emblema di una nuova Germa­nia ha fatto scendere in campo il Leone di Giuda, l’antico emblema di batta­glia ebraico. Quat­tordici milioni di ebrei sparsi per il mondo si sono ricompattati come un sol uomo per dichiarare guerra ai persecutori tedeschi dei loro correligiona­ri. Gli antagonismi e i contrasti sono superati in vista di una meta comune: aiutare i 600.000 ebrei di Germania terrorizzati dall’anti­semitismo hitleriano e costrin­gere la Germania fasci­sta a finire la campagna di violenza e terrore scatenata contro la minoranza ebraica. L’ebraismo mon­dia­le ha deci­so di non restare inattivo di fronte a questa rinascita delle persecuzioni medioevali. La Germania pagherà a caro prezzo l’ostilità antiebraica di Hitler. Vedrà un boicottag­gio totale in campo commerciale, finanziario e indu­stria­le. Si verrà a trovare in uno stato di isolamento spirituale e culturale, indietreggiando davanti all’ardente crociata che gli ebrei di ogni paese stanno lan­ciando in difesa dei loro fratelli angariati. Il grande mercante ebreo lascia l’ufficio commerciale, il banchiere il consiglio di amministra­zione, il commerciante il negozio e il venditore ambulante la sua umile carretta per unirsi in quella che sarà una guerra santa per combattere gli hitleriani, nemici degli ebrei.

«Azione concertata. In America e in Europa maturano piani per at­tac­ca­re a rappresaglia la Germania hitle­riana. A Londra, New York, Parigi e Var­savia, mer­canti ebrei si uniscono in una crociata commerciale contro la Ger­ma­nia. In tutto il mondo commerciale ebraico sono state adottate risoluzioni per rompere le rela­zioni con la Germania. Moltissimi commercianti di Lon­dra hanno deciso di non acquistare più merci tedesche, anche al prezzo di pesanti perdite. Identiche azioni si sono verificate negli Stati Uniti. Manifestazioni di massa a New York e in altre città americane, partecipate da centinaia di migliaia di ebrei indignati, hanno chiesto il boicottaggio totale delle merci tedesche. In Polonia un blocco commer­ciale contro la Germania è già in atto. In Francia si sollecita da più parti nei circoli ebraici un embargo contro le importazioni tedesche. Un boicottaggio mon­diale organizzato dai commercianti ebrei può danneggiare gravemente il commer­cio tedesco. I mercanti ebrei in tutto il mondo sono grandi acquirenti di pro­dot­ti tedeschi, in particolare manufatti di cotone, seta, giocattoli, accessori e attrez­zatu­re. Per lunedì è stato indetto a Londra un convegno dei commer­cianti tessi­li ebrei per esaminare la situazione e decidere i passi da compiere contro la Germania.

«Minaccia commerciale. La Germania è un paese pesantemente debitore sui mercati valutari esteri, ove notevole è l’influenza ebraica. Il persistente antisemiti­smo in Germania le si rivolgerà contro pesantemente. I finanzieri ebrei stanno prendendo misure per premere onde arrestare le azioni anti-ebraiche. Similmente viene minac­cia­to il traffico oceanico tedesco. Un boicottaggio ebraico antitedesco potrebbe coin­volgere pesantemente il Bremen e l’Europa, i migliori transatlan­tici tedeschi. Per la loro estesa frequentazione del traffico internaziona­le, i viaggiatori transatlantici ebrei costituiscono una parte importante dell’abituale clientela di queste linee. La loro perdita sarebbe un colpo pesante al commercio oceanico tede­sco. In tutto il mondo si organizzano grandi dimostrazioni ebraiche di protesta per richiamare l’attenzio­ne sulle sofferenze degli ebrei tedeschi ad opera degli hitleriani e per fermare l’antisemi­tismo tedesco. Tutto l’ebraismo americano è stato portato a scoppi di indignazione mai visti contro la Germania. A New York un decreto rabbi­nico ha dichiarato il pros­si­mo lunedì giorno di digiuno e preghiera contro la campagna hitleriana. Il digiuno inizierà domenica al tramonto e termine­rà al tramonto di lunedì. Tutti i negozi ebraici di New York resteranno chiusi lune­dì durante una manifestazione. Oltre a un grande raduno al Madison Square Garden, si terranno manifestazioni in 300 città americane. Il Madison Square Garden vedrà l’importante presenza del vescovo Manning, che parlerà da un palco ebraico, chiedendo la fine del “terrore” hitleriano. Tutti i rabbini di New York sono sacralmente tenuti da un decreto rabbinico a dedicare il sermone di sabato alle sofferenze degli ebrei in Germania. Oggi il New York Times annuncia che un elenco di un migliaio di immigrati tedeschi giunti negli Stati Uniti negli ultimi anni è stato compilato da un’organizzazione nazista europea allo scopo di usarli a fini di propaganda nazista negli Stati Uniti.

«Seduta speciale. I gruppi della gioventù ebraica in Inghilterra organizzano mani­festazioni a Londra e nelle province durante il fine settimana. Il Board of Depu­ties of British Jews, che rappresenta l’intera comunità ebraica in Gran Breta­gna, si riunirà domenica in seduta straordinaria per discutere della situazione tedesca e decidere quale provvedimento verrà preso per rispondere agli attacchi portati contro i loro fratelli ebrei tedeschi. Membri della Camera dei Rappresentanti ame­ri­cana adottano risolu­zio­ni di protesta contro gli eccessi anti-ebraici in Germania. Anche i sindacati americani, che rappresentano 3.000.000 di lavoratori, hanno deci­so di unirsi alle proteste. Le più im­por­tanti organizza­zioni ebrai­che nelle capi­tali europee vengono sentite dai rispettivi governi affinché questi esercitino la loro influenza per indurre il governo hitleriano a fermare la persecuzione degli ebrei tedeschi.­ L’antico e oggi nuova­mente ricompat­tato popolo d’Israele si leva a ripren­de­re, con nuove e moder­ne armi, l’antichissima lotta contro gli oppresso­ri».

Il 28 marzo, quattro giorni più tardi, suona la diana americana. In un’ocea­ni­ca riunione di 26.000 persone al Madison Square Garden, Rabbi Stephen Wise an­nun­cia ufficialmen­te il boicot­tag­gio delle merci tedesche in ogni paese (già da una settimana in Inghilterra i panificato­ri ebrei non acqui­sta­no farina tedesca, mentre i produttori di tessuti di seta annullano gli ordini e lo stesso fanno i commercianti di macchine affettatrici; poche settimane dopo verrà fondata ad Amsterdam la International Je­wish Economic Fede­ra­tion To Combat the Hi­tlerite Oppression of Jews, la princi­pa­le centrale antitedesca, capeggiata da Sa­muel Unter­myer; ancor prima, nel 1932, quando i nazio­nal­socialisti non erano ancor giunti al potere, Wise aveva capeggia­to la prima delle tre conferenze che avrebbero preparato il terreno per il più ampio boicottaggio decre­tato nel 1934 dal World Jewish Congress) ed amplifica le voci più orripilanti sulle «persecu­zioni» che i confra­telli stareb­bero subendo. Allo scopo tutto è buono, anche indicare, come fa il Dai­ly Herald il 3 aprile, nella Germania il «paese ma­cellatore di ebrei»; anche esaltare, a Chicago, il volume di Bernard Brown From Pharaoh to Hi­tler – “What is a Jew?”, un’acre panoramica socio-storica che s’apre oltraggiando il nazional­socia­li­smo,

«il cui principale obiettivo is the extermina­tion of the Jew dal paese che ha dato i natali a Moses Mendelssohn, Giacomo Meyerbeer ed Heinrich Heine».

Giusto un mese prima, il 3 marzo, anche la newyorkese Herald Tri­bune aveva truculeggiato su un fan­toma­ti­co «assassinio in massa degli ebrei tede­schi»; tre mesi dopo, a tambur battente, viene pubblicato a New York il «memoria­le» a sensazione del già internato ebreo comunista Hans Beimler Vier Wochen in der Hand von Hitler Höllenhunden – Das Nazi-Mörder-Lager von Dachau, “Quattro setti­mane in mano ai cerberi di Hitler – Il campo di sterminio nazista di Dachau“.

A nulla valgono le proteste dei capi del Reich contro l’odio che monta. Già il 26 marzo il giornalista Erich Zander invita il collega newyorke­se Bernard MacFad­den a chiarire che

«tutte le notizie pubbli­cate dai quotidiani esteri che parlano di atrocità accadute in Germania nei giorni della Rivoluzione Nazionale sono prive di fondamen­to. Nessuna atrocità è stata commessa­, si sono assaliti o danneggiati negozi di ebrei. È del pari infondato che siano stati espulsi ebrei dalla Germania. Certo è invece che i politici e i commercianti ebrei che hanno infranto le leggi sono fuggiti di loro iniziativa per scampare alla giustizia (pratica della fuga adottata da frank otto, padre della più celebrata anna, nell’agosto 1933 per sottrarsi alla giustizia tedesca dopo il processo subito per traffico di valuta e irregolarità della propria banca . Olodogma) . Tutti i tedeschi, tranne taluni che mai riconobbero del tutto la patria, appoggiano il gover­no naziona­le, che ha per unico scopo l’unione di tutti i tedeschi leali per uscire dall’attuale disastroso frangente, nel quale si dibatte ogni nazione del mondo. In Germania regnano ordine e disciplina».

Anche il ministro degli Esteri von Neurath smentisce fermamente, in un tele­gram­ma ai vescovi USA, quanto falsamente affermato dagli oratori al Madison Square, evi­denziando che

«la rivoluzione na­zionale tede­sca, che ha per obiettivo la distruzione del pericolo comunista e l’epurazione dalla vita pubblica di tutti gli elementi marxisti, si è compiuta in ordine esemplare. I casi di compor­ta­men­to contrario all’ordine sono stati del tutto rari e insignificanti. Centi­naia di migliaia di ebrei continuano come prima ad attendere in Germania ai loro af­fa­ri, migliaia di negozi ebraici sono aperti ogni giorno, grandi giornali ebraici come il Berliner Tageblatt e la Frankfurter Zei­tung escono quotidianamen­te, le sinagoghe e i cimiteri ebraici rimangono indisturbati. Notizie in contrario diffuse in America, tra cui il fantastico vociferare di una pretesa­mente program­ma­ta Notte di San Bar­to­lo­meo del 4 marzo, provengono chiaramen­te da ambienti interessati ad avvelena­re gli ami­chevoli rapporti tra la Germania e gli Stati Uniti e a screditare agli occhi dell’opi­nio­ne pubblica il nuovo governo nazionale tede­sco. Mi rattristerei se il clero cattolico si unisse ad una tale azione contro il buon nome della Germania».

Putzi Hanfstaengl e Diana Mitford,1934 al raduno del NSDAP a Norimberga nel 1934

Putzi Hanfstaengl e Diana Mitford,1934 al raduno del NSDAP a Norimberga nel 1934

Il 27 marzo, ancor più deciso Ernst Sedgwick «Putzi» Hanfstaengl, addetto per la stam­pa estera (del NSDAP. Olodogma), lancia un monito all’intero ebraismo, illustrando alla United Press che, vista la montante e gratuita aggressività internazionale, il licenzia­mento degli ebrei dalle cariche pubbliche proseguirebbe

«finché non avremo ripulito la casa, e non per mezzo di pogrom; gli ebrei sono già infatti stati allontanati da tali posti, poiché sia moralmente che politicamente non possono difen­de­re gli interessi tedeschi […] Negli ultimi quattordici anni gli ebrei hanno occupato importanti posizioni che hanno poi sfruttato con impudenza, tanto sotto l’aspetto morale che sotto quelli finanziario e politico in forma inaudita, con conseguente umiliazione del popolo tede­sco. Questi stessi ebrei cercano oggi di infangare la rinascita tedesca […] Qui l’anti­se­mitismo non si basa su motivazioni strettamente religiose, e neppure è diretto con­tro la fede giudaica, ma tutti i cristiani tedeschi denunciano il fatto che gli ebrei sono stati sino ad ora i principali propagan­di­sti dell’ateismo. Hanno influenzato i ragazzi delle classi operaie attraverso le organizza­zioni giova­nili comuniste, delle quali sono stati i dirigenti spirituali. Hanno costretto i ragazzi a non frequentare più le scuole e le chiese cristiane. In breve, gli ebrei hanno me­todicamen­te distrutto e reso degno di disprezzo tutto ciò che è sacro per i tedeschi. Ciò che sta succedendo in questi giorni è il prodotto di tale empia propaganda giudaica. Gli ebrei sono meno dell’uno per cento della popolazione tede­sca. Inven­tandosi tutte queste menzogne sulle atrocità che sarebbero state commesse contro di loro, sono persuaso che hanno agito con ben poco senno, per­ché tutti possono vedere che non è stato ucciso un solo ebreo»

Stephanie Richter Hohenlohe-Waldenburg

Stephanie Richter Hohenlohe-Waldenburg

(nel 1937 «Putzi» – in dialetto bava­rese il soprannome significa «piccolo saputello» – si porterà negli USA, ove si farà consigliere di Roosevelt! Stesso percorso farà la Volljüdin Stephanie Richter principessa von Hohenlohe-Waldenburg, che si porterà nel novembre 1940 a San Francisco con l’amante Fritz Wiede­mann, già aiutante del Führer, entrando in rapporti spionistici non solo con l’FBI e il suo capo Edgar Hoover, ma direttamente con Henry Morgenthau jr e FDR).

Sempre il 27 è il ministro Goebbels ad annunciare misure di rappresaglia, mi­nacciando il boicottaggio dei grandi magazzini e dei negozi ebraici, poiché a istigare all’odio antitedesco sono soprattutto gli ebrei fuorusciti e le organizzazioni ebraiche interna­zio­nali; viene inoltre avanzato il progetto di ridurre drasticamente sia il numero degli studenti ebrei ammissibili alle università, sia quello dei per­mes­si di esercizio per avvocati e medici. A mezzanotte del 28 viene infine annun­ciato che il boicottaggio avrebbe luogo il giorno di sabato 1° aprile, a partire dalle ore dieci (lasciando il lettore giudicare da sé dell’«enor­mità» della rappresa­glia, ci limitiamo ad osservare che il sabato i negozi gestiti dagli ebrei restano per lo più chiusi e che, comunque, il boicottag­gio dura l’orrendo totale di otto ore!).

«Non riesco a capire» – dichiara indignato l’ex principe ereditario Augustus Wil­helm al giornalista newyorkese Viereck – «come l’opinione pubblica straniera, dopo essersi convinta solo pochi anni fa di essere stata ingannata durante la guerra da una propaganda menzognera, possa lasciarsi nuovamente abbindolare da una psicosi dello stesso tipo. Qui in Germania stiamo cercando, proprio come negli Stati Uniti, di giun­gere a nuovi successi, alla pace e alla forza, lasciandoci alle spalle la miseria in cui è rovinato il mondo occidentale dopo la guerra mondiale».

Dopo il monito di Hitler del 29: «L’ebraismo dovrà accorgersi che una guerra ebraica contro la Germania si rivolgerà contro gli stessi ebrei», il 31 marzo è il Völkischer Beobachter a raccogliere la sfida: «L’ebrai­smo ha dichia­rato guerra alla Germania. Dall’ebraismo dipende se si avrà la pace, ma le condizioni le detteremo naturalmente noi», continuando il giorno seguente: «L’ebrai­smo ha di­chiarato guerra a 65 milioni di tedeschi. È giunto il momento di attaccarlo sul fianco più vulnerabile. Quando suoneranno le dieci del 1° aprile inizierà il boicot­taggio di tutte le merci, negozi, medici e avvocati ebrei, guidato da oltre diecimila associa­zioni nazionalso­cia­liste. Alle dieci in punto l’ebraismo verrà a sapere a chi ha dichiarato guerra». Ed ancora l’appello della NSDAP: «È più che mai necessario che l’intero Partito stia compatto dietro i suoi capi in cieca obbedienza, come un sol uomo. Nazionalso­cialisti, avete compiuto il miracolo di atterrare con un unico colpo il Novembersta­at [la repubblica di Weimar, nata dal tradimento e dallo sfacelo del novem­bre 1918, nei quali avevano avuto un ruolo principe massoni ed ebrei]; egualmente compirete quest’altro compito. L’ebrai­smo interna­zio­nale si accorgerà che il governo della Rivoluzione Nazionale non è sospeso nel vuoto, ma è il rappresen­tante dell’artefice popolo tedesco. Chi lo attacca, attacca la Germania, chi lo vilipen­de, vilipende la Nazione! Chi lo combatte, ha dichiarato guerra a 65 milioni di tede­schi! Nazionalsocialisti, sabato alle 10 l’ebraismo saprà a chi ha dichiarato guerra».

A puntualizzare la situazione è anche un discorso radiotrasmesso di Goebbels:

«Quando gli ebrei degli Stati Uniti e della Gran Bretagna attaccano il go­ver­no del Reich non possiamo evitare che il popolo tedesco attacchi gli ebrei. Tolle­riamo gli ebrei e vediamo la loro ingratitudine. Gli ebrei tedeschi possono ringraziare israeliti vagabondi come Einstein [ il 5 aprile costui indirizzerà da Bruxelles all’Acca­demia delle Scienze di Prussia nuovi insulti contro la «patria», accusata di essere in preda ad una psicosi collettiva ] e Feuchtwan­ger […] Dalle loro tombe due milioni di morti chiedono un castigo per ebrei come Arnold Zweig, che ai fu­ne­ra­li di Rathenau disse: “Egli fu un ebreo che osò mostrare i denti”. Non abbia­mo torto un capello a nessun ebreo, però se a New York e Londra continuerà il boicot­tag­gio dei prodotti tedeschi, ci toglieremo i guanti».

Il proclama finale della Commis­sio­ne Centrale per il boicottaggio invita tutti i tedeschi a sollevarsi «contro il potere mondiale dell’ebrai­smo»: «Israele ha pugnalato alle spalle la Germania con gli stessi metodi che adope­ra per perpetuare la criminale guerra europea».

Il mattino seguente sulle vetrine dei negozi di proprietà di ebrei vengono apposti cartelli neri col nome del proprietario scritto in lettere gialle, spesso affiancati da avvertimenti quali «Deutsche, wehrt euch! Deutsche, kauft nicht beim Juden!, Tede­schi, difendetevi! Tedeschi, non comprate dagli ebrei!».

boicottaggio,negozi,ebrei,berlino,01aprile1933Fuori da molti locali stazio­na­no, a protezione da eventuali esaltati, poliziotti ed SA, mentre cortei, molti dei quali con alla testa bande musicali, sfilano per le vie delle principali città. La Federazio­ne delle Donne Nazionalsocialiste emette un comuni­cato, invitando il po­polo ad attuare con buona coscienza le manife­sta­zioni contro i nemici mor­tali della Germania: «Le donne devono adoperarsi a che nessuna te­desca faccia ac­quisti presso gli ebrei. La lotta è inesorabile. Non possono entrare in gioco i senti­menti personali. Gli ebrei vogliono impedire che la Germania si risve­gli ad ogni pos­si­bilità di vita. Dobbiamo allontanare per sempre gli ebrei dal nostro popo­lo». A Berlino centomila persone partecipano quanto più ordinatamen­te, la sera, ad una mani­festa­zione al Lustgarten, dando piena partecipazione e risposta all’ordinanza di Hitler: «Ich befeh­le euch strenge und blindeste Disziplin. Wer ver-sucht, durch Einzelaktionen Stö­rungen des geschäftlichen Lebens herbei­zuführen, handelt bewusst gegen die nationale Regie­rung, Vi ordino la più rigoro­sa e assoluta disciplina. Chi tenta con azioni personali di danneggia­re le attività commerciali, lavora in piena coscienza contro il governo nazionale».

Il 2 aprile la disciplina e la calma regnano in tutto il Reich; il 3 vengono tolti i cartelli e i tedeschi tornano a fare acquisti nei negozi e nei grandi magazzini ebraici. Come avrebbe rileva­to nel maggio Filippo Bojano, giornalista ope­rante a Berlino da quattr’anni, spirito ingenuo nel senso migliore del termi­ne, filo-ebraico e filo-tedesco al contem­po, «non v’è stato e non vi sarà nessuno di quei pogroms che sono il segno di una bru­talità vendicatrice la quale non è fatta per i popoli civili. Né a Berlino, che pure ha ospitato tanti ebrei, né altrove in Germania è stato un qualsivo­glia figlio di Israele linciato. Le sinagoghe furono rispettate. Si è tentato di convince­re, con le arti della persuasione, i cittadini tedeschi, come fosse un delitto fare acquisti nei grandi magazzini di vendita a carattere di emporii o di bazars, che sono di proprietà di ebrei, unica­men­te perché si voleva richiamare l’at­ten­zione ed il favore del pubblico sui tanti altri piccoli negozi tenuti da puri tedeschi, che più risentono della crisi e furono in passato disertati. Si è esercitato un tale sabotaggio ma poi ci si è anche ravve­du­ti, giacché quei grandi magazzini danno lavo­ro a migliaia di impie­gati. Nella lotta contro l’ebreo il nazionalsocialista imparerà, se non ha imparato già, che tutto quanto egli intraprende­rà con il carattere dell’intol­le­ranza può ridondare alla fine a suo danno e a danno del paese ch’egli vuole salvare. Le grandi imprese falli­ran­no, ma l’ebreo che è a capo di esse non avrà un’unghia scalfita né avrà rimesso un centesimo; per lui c’è sempre il rotto della cuffia…».

In conseguenza dei primi segnali di un demordere della democanea internazio­nale, aizzata in particolare da Deuss, il corrispondente in Germania della catena Hearst, se Julius Streicher lancia da un lato parole distensive dicendo improbabile la ripeti­zio­ne del boicottaggio previsto per il 5 nel caso continuassero gli attacchi, lo stesso Strei­cher alza il tiro dall’altro a considerazioni di ben più ampia portata: «L’ebraismo internazionale sta cominciando a capire che la Germania non si lasce­rà insultare. La campagna degli ebrei, molto aggressiva, ci ha obbligato a richiamare l’attenzione non solamente del popolo tede­sco, ma di tutte le nazioni sul fatto che la questione ebraica non riguarda solo la Germania, ma l’umani­tà intera». Confidando un po’ troppo nel buonsenso, il 4 segue, altrettanto distensivo, un comunicato gover­nativo ufficiale: «Il buon esito dell’azione difensiva ha soddi­sfatto il governo. È cessata la propaganda delle false atrocità, tranne alcuni insignificanti episodi che non vale la pena di combattere col boicottag­gio, anche perché sono di origine comunista».

Nei giorni seguenti gli attacchi tuttavia continuano: il 9, a Lodz, folle di ebrei devastano indisturbate il consolato tedesco, il quotidiano Freie Presse, la scuola e la biblioteca tedesche; il 15 a Londra sir Austen Chamberlain definisce il nuovo spirito tedesco «peggiore dell’antico prussianesimo, un misto di selvaggia ferocia, orgo­glio nazionale ed esclusivismo»; il 17 a New York Untermyer indirizza agli ame­ri­cani «di tutte le fedi» un appello a persistere nel boicottaggio; il 19 il presidente del Comitato Olimpico Statunitense Avery Brundage interviene pe­san­temente, mettendo in forse l’as­segnazione a Berlino dei Giochi Olimpici del 1936. Il tutto, malgrado la buona volontà dimostrata dai nazionalsocialisti e le proteste di numerose organizzazioni ebraiche tedesche che si sollevano fin dal 24 marzo con­tro gli «strali lanciati contro i tedeschi e gli ebrei» e la «propa­gan­da degli orrori» condotta contro il Reich dai confratelli.

Tra tali organizzazioni sono il Reichs­bund jüdischer Frontsolda­ten, “Unione Statale dei Combat­tenti Ebrei”, fondata nel 1919, 10.000 iscritti, editrice di Der Schild; gli Jüdische Frontkämpf­er, “Combattenti Ebrei al Fronte”; il Verband National-Deut­scher Juden, “Le­ga degli Ebrei Nazionaltede­schi”, fondata nel 1921, 10.000 membri, edi­tri­ce di Der nationaldeut­sche Jude; il Deut­scher Vortrupp – Gefolgschaft Deutscher Juden o Verei­ni­gung junger Juden in Deutsch­land, “Avanguardia Tedesca – Raggruppamento degli Ebrei Tedeschi” o “U­nione dei Gio­vani Ebrei in Germania” (fondato a Kassel a fine febbraio dal giovane conservato­re-prussia­no-ebreo Hans-Joachim Schoeps); lo Isra­e­litisch-Sephardischer Verein, “Unione Israe­li­ta-Sefardita”; la Jüdische Gemeinde, “Comunità E­braica”, di Berlino; la Zionisti­sche Vereinigung für Deutsch­land, “Unione Sio­ni­sta per la Germania”, fondata nel 1897, 10.000 iscritti, editrice della Jüdische Rundschau (nel 1925 fuoriescono dalla ZVfD parecchi membri, formando la Neu-Zio­nistische Bewe­gung del banchiere Georg Kare­ski, rappre­sentante dei Revisionisti o «sionisti statali» di Jabotinsky, peraltro in dissidenza col capo supremo; Kareski, ideatore della stella di Davide gialla per evidenziare i confratelli, è anche cofondatore della Volkspartei “Partito Popolare” coi confratelli egualmente est-europei Alfred Klee, Max Kollenscher e Aron Sandler); il Preußischer Landes­ver­band Gesetze­streuer Syna-go­gen­gemein­den, “Lega Prussiana delle Comunità Sinago­gali Fedeli alla Legge”; la Deutsch-Israelitische Gemeinde di Amburgo;  la Israelitische Religion­sgemeinde di Dresda; addirittura il Verein zur Abwehr des Antise­mitismus, “Unione per la Difesa Contro l’Antise­mi­tismo”; ed infine il Centralverein deut­scher Staats­bürger jüdischen Glaubens, “Unione Centrale dei Citta­di­ni Tedeschi di Confes­sio­ne Ebraica”, fondato nel 1893 – Yehuda Bauer scrive «nel 1897» – 70.000 iscrit­ti, editore della CV-Zeitung, nel 1935 ribattezzato Central Verein der Juden in Deutsch­land: «Sosteneva eco­nomi­camente e moralmente i politici e gli intellettuali tedeschi che si opponevano all’anti­se­mitismo, combatteva battaglie legali contro gli antisemiti, e giunse persino a organizzare un servizio informazioni clandestino e ad appoggiare i combattenti di strada ebrei, che facevano parte del Reichsbanner, la milizia social­de­mocratica», nota Bauer (opposto, e altrettanto rivelatore, Albert Einstein sulla zurighese Jüdische Presse-Zentrale del 21 settembre 1920:

«Quando leggo che qualcuno è “un cittadino tedesco di religione ebraica” non riesco a trattenere un doloroso sorriso […] Forse che, cambiando religione, un ebreo smette di essere tale? No! […] Io non sono un cittadino tedesco, io sono ebreo»).

Tra gli infiniti documenti per mezzo secolo e ancor’oggi tenuti celati dal Sistema ai suoi sudditi eccone alcuni. Un folto gruppo di religiosi indirizza al vescovo newyorkese Manning la di­chia­razione: «I rabbini tedeschi eleva­no la più solenne pro­testa contro le favole orrorifiche a base di atrocità [Greuelmärchen] e le sproposi­tate vociferazioni di persecuzioni di ebrei tedeschi e riaffermano davanti al mondo intero la fiducia che nella nostra patria ognuno possiede, e continuerà ad avere, la piena protezione delle leggi e della libertà personale. Le azioni di protesta americane ledono la considera­zione e la dignità della Germania e potrebbero solo condurre al­l’opposto degli effetti pensati». In Judentum und Umwelt, “L’ebraismo e il mondo circostante”, il rabbino Eli Munk di Ansbach arriva a scrivere: «Rigetto le dottrine marxiste dal punto di vista dell’e­brai­smo e mi riconosco nel nazionalsociali­smo [und be­ken­ne mich zum Na­tionalsozia­lismus], depurato delle sue componenti antisemite. Se ab­bandonasse l’an­tisemitismo, il nazionalsocialismo troverebbe negli ebrei tradi­zio­na­li­sti i suoi adepti più fedeli [ohne den Antisemitismus würde der Nationalso­zialismus in den überlieferungs­treuen Juden seine treuesten Anhänger finden]».

Similari attestazioni nazionaltedesche eleva anche l’avvocato Max Naumann (1875-1939) che – sincero pa­triota, maggiore de­corato del­la Croce di Ferro di Prima Classe, amico di Göring, presidente del Verband National-Deutscher Ju­den ed autore nel 1920 di un’opera «sugli ebrei nazionaltedeschi» – già un decennio innanzi non si era fatto problema di separare i Deutschjuden dai Fremd­juden, rei­te­rando pubblica­mente che: «Gli ebrei tedeschi sono parte del popolo tede­sco, gli ebrei stranieri di un popolo senza terra disperso ai quattro venti, perché nep­pure la Palesti­na britannica è in alcun modo la loro terra, né mai lo sarà». I Fremd­juden sono inve­ce un gruppo che si distingue «per l’arretratezza spa­smodica­mente e ri­gida­mente man­te­nuta [durch die kramphaft aufrecht erhaltene Rückständig­keit]» e «per il delirio di costituire una comunità di eletti ed essere per gli altri un “proble­ma”». Di esso fanno parte i sionisti, a loro volta divisi in due gruppi: coloro che «ragionano con onore e rettamente», che si riconoscono stranie­ri alla Germania e ac­cet­tano di viverci come stranieri; e coloro che non sono nè tedeschi-ebrei né sioni­sti coerenti, quel «resto che merita solo di andare in rovina. Perché è sempre ancor me­glio che vada in rovina un piccolo gruppo di sradicati, piuttosto che centi­naia di migliaia di persone che sanno di che cosa son parte. Il nostro popolo tedesco non può andare in rovina [nicht zugrundege­hen darf unser deutsches Volk]».

E se questi giudizi potrebbero certo essere considerati espressioni del tutto perso­nali, non dobbiamo dimenticare che chi li ha espressi non è un quidam de populo, ma il presidente del Verband National-Deutscher Ju­den, il cui periodico scriverà a chiare lettere, nell’editoriale del numero speciale maggio 1933, che «la Germania del futuro sta davanti a impegni del tutto nuovi, e questi possono essere risolti solo attra­verso un popolo rinnovato da cima a fondo. Creare questo popolo, crearlo in forma di quella comunità nazionale che mai finora si è data nella storia tedesca, è il grande e, quando lo si intenda nel giusto senso, veramente liberatore [wahrhaft be­freiende] compito del Capo della Ri­vo­luzione Na­zio­nale» (un anno più tardi Naumann ri­badisce: «Abbiamo sempre posto il bene del popolo e della patria tedesca, alla quale ci sentiamo indissolu­bil­men­te legati, al di sopra del nostro. Perciò abbiamo salutato con gioia la Rivoluzione Nazionale del gen­naio 1933, malgrado essa compor­tasse per noi una qualche asprez­za: in essa vedeva­mo l’unica possibilità per rimuove­re la vergogna e i danni provoca­ti da elementi non tedeschi in quattordici anni di sventura»).

Nel marzo è quindi Naumann a scagliarsi contro la rinnova­ta Greuelpropa­ganda, “propaganda orrorifica a base di atrocità”: «Perfino i metodi e i dettagli sono gli stessi di un tempo, quando si parlava di mani tagliate ai bambini e di occhi strappati, e perfino del recupero dei cadaveri per rica­var­ne materia grassa. A quelle cose si apparenta­no le odierne asser­zioni, che vocife­ra­no di cadaveri mutilati di ebrei che giacciono a file davanti ai cimiteri, che nessun ebreo può farsi per così dire vedere per strada senza essere assalito… Ci sono certo stati degli eccessi, ma del tutto isolati. Con assoluta certezza sono state azioni di un qualche esaltato, come si trovano in ogni popolo e organizza­zione, che ha sfrut­tato l’op­por­tunità di regolare a suo modo personali sensi di vendet­ta contro singoli ebrei, coi quali per un qualche motivo aveva controversie. I respon­sa­bili della NSDAP e l’in­tero governo del Reich mi hanno sempre dichiarato con grande ener­gia che inter­verrebbero implacabili in ogni caso che giungesse loro a conoscenza. Mi risul­ta per­so­nalmente che in tali casi si sia già effettivamente interve­nuti con estrema decisione. In ogni caso noi ebrei tedeschi, e non diversamen­te dal partico­lare sentire comune, siamo convinti che da parte del governo e della direzione della NSDAP esi­sta la più ferma volontà di salvaguarda­re la pace e l’ordi­ne. Da tempo ci siamo per­ciò rivolti con protesta quanto più energica contro la propagan­da degli orrori estera ed anzi vorrei formalmente rilevare, libero da ogni pressione e per mio proprio moto, che noi siamo convinti che questo odio danneggerà seria­mente la nostra Germania. Ma più ancora, accanto a ciò – e affermo espressa­mente che tale questione è per noi secondaria – questo odio pre­te­samente esercita­to nel nostro interesse renderà un pessimo servizio [ein ganz außeror­dentlich schlechter Dienst] anche a noi ebrei tede­schi. Noi ci volgiamo anche contro il tentativo di raffigurare questo odio straniero come una “montatura ebraica”. Non è una montatura ebraica, ma una montatura tipi­camente antitedesca, della quale sono purtroppo com­pli­ci anche singoli ebrei».

E che, «falsi amici», «i circoli di sinistra [abbiano] in tutto il mondo messo avanti quale scudo per i loro attacchi l’ebraismo tedesco e tentato di danneggiare, propalan­do notizie irre­sponsabili e false, i loro nemici politici, i nazionalsocialisti al governo», lo conferma al giornalista del francese Intransigeant Leo Baeck, pre­si­dente del Deutscher Rabbiner-Verband (nato nel 1873 a Lissa/Posnania e inter­na­to nel 1943 a There­sienstadt, Baeck oloscampa e nel 1945 è a Londra, ove morrà nel 1956). Indi­rizzato al Gran Rabbino di Francia è poi, da Stoccarda, un telegramma de­gli av­vo­cati Walter Löwenstein e Al­bert Mainzer II, del consigliere di tribunale Richhei­mer, del signor Max Straus, del direttore di fabbrica Hermann Weil e dell’in­dustriale Alfred Wolf, che dichiarano che «in consonanza con tutti gli ebrei tede­schi [in Über-ein­stimmung mit allen deutschen Juden] ci opponiamo con forza a ogni odio con­tro la nostra pa­tria tedesca e ad ogni azione di boicottag­gio. Qui regnano tranquil­lità e ordine. Vi preghiamo con urgenza [dringend] di diffondere questa dichiarazio­ne».

Identiche assicurazioni rivolge il 27 marzo il banchiere Max Warburg all’Ame­ri­can Ship and Commerce Corporation, la società di navigazione americana parte­cipe degli interessi della Ham­burg-Amerika Linie controllata dalla Harriman Fifte­en Corp. di Bert Wal­ker e Pre­ston Bush (padre del futuro presidente USA George, poi mana­ging partner della banca d’investimenti Brown Brothers & Harriman) a sua volta posseduta dalla banca W.A. Harriman & Co.: «Negli ultimi anni gli affari sono andati conside­re­vol­mente meglio di quanto vi avevo anticipa­to, ma un calo si è fatto sentire negli ultimi mesi. Stiamo davvero soffrendo sotto la frenetica propaganda condotta contro la Germania, causata da spiacevoli eventi. Questi furono la naturale con­se­guen­za dell’aspra campagna elet­torale, ma furono straordinaria­mente ampliati dalla stampa estera. Il governo è fermamente deciso a conservare la pace e mantenere l’or­dine pubblico in Germania, e al proposito resto assolutamente convinto che non ci sono ragioni per un qualsivo­glia allarme».

Ancora, il 29, Erich War­burg, figlio di Max, in un telegramma al cugino Frede­rick M. Warburg, direttore delle attività degli Harri­man nel settore ferroviario (uno dei sei più forti gruppi fin dalla fine Ottocento), chiede di «usare tutta la tua influen­za» per bloccare in America ogni attivismo antina­zi, compresi le «atrocity news e la propaganda ostile sulla stampa estera, i raduni di massa, etc.»; Frederick rispon­de: «Nessun gruppo responsabile sta qui premendo per un boicottaggio com­merciale della Germania, boi­cottaggio che è opera soltanto di singoli indivi­dui». Il 31 marzo l’AJC, controllato dai Warburg, e il B’nai B’rith, influenzato dai Sulzberger del New York Times, consiglia ufficial­men­te di «non incoraggiare alcun boicottaggio contro la Germania», raccomandan­do di «non indire in futuro altri raduni di massa né usare similari forme di agitazione».

Anche il Berliner Tageblatt del 28 marzo e del 1° aprile, la Vossische Zeitung del 30 marzo, il Berliner Morgenpost del 28 e del 30 marzo, la Frankfurter Zei­tung del 28 marzo, l’Israelitisches Familienblatt (che il 9 febbraio aveva peraltro profetizzato al nuovo governo il destino di morte già caduto sull’«antisemita» Haman, primo ministro di «Assuero») del 30 marzo e 6 apri­le, la Jüdische Rund­schau del 24 e del 31 marzo e la CV-Zeitung, si scagliano, come fa quest’ultima il 30 marzo, contro «eine verlo­gene Greuel­pro­paganda, una bugiar­da propaganda orrorifica», e la campagna d’odio, ammonendo a non diffondere an­nunci diffama­tori, che non fanno che sobillare i popoli contro la nuova Germania.

Tra i più decisi è il monito rivolto agli ex combattenti di Cardiff dal dottor Fritz Löwenstein, capitano della Riserva e presidente del Reichsbund: «Noi, Com­battenti del Fronte ebrei di Ger­ma­nia, vi salutiamo cameratescamente. Vi pre­ghia­mo però con sollecitudine di tra­lasciare di immischiarvi nelle nostre faccende tedesche [jede Einmischung in unsere deutschen Angelegenheiten zu unterlassen]. Il governo tedesco si adopera per un corso ordinato della Rivoluzione Nazionale. Isolate azioni dirette anche contro gli ebrei furono punite dal governo. La propaganda degli orrori mente. Gli istigatori sono individui interessati per ragioni politiche ed economiche. Gli intellettuali ebrei, che si lasciano strumentalizzare a far ciò, ci hanno già un tempo dileggiato e scherni­to, noi Combattenti del Fronte. Voi camerati contribuirete al meglio alla pace in Ger­mania se alzerete la vostra voce di onorati soldati contro il trattamento che della Germania si opera da quattordici anni in modo poco cavallere­sco e oltraggioso [gegen die unritterliche und ehrenkränkende Behan­dlung]». Dopo avere rammentato il tributo degli ebrei nella guerra, il 4 aprile Löwen­stein assicu­ra Hitler della loro fe­del­tà: «Con tutta la nostra forza, la nostra vita e la nostra azione noi vogliamo adoperarci per la costru­zio­ne na­zionale della Germania, sia per la costru­zio­ne pacifica del Reich, sia per la sua difesa nei confronti del mondo ester­no». Il 27 ottobre Der Schild, organo del RJF, riporta un appello in prima pagi­na, avver­ten­do che la presa di posizione è stata già comunicata al governo del Reich: «Kamera­den! Es geht um Deutschlands Ehre und Lebensraum. Da übertönt in uns ein Gefuhl alles andere. In altsoldatischer Disziplin stehen wir mit unserem deutschen Vaterlande bis zum Letz­ten!, Camerati! Ne va dell’onore e dello spazio vitale della Germania. Perciò, un solo sentimento soverchia ogni altra cosa. Disciplinati come vecchi soldati siamo parte della nostra patria tedesca fino alla morte!».

rabbino  prinz joachim

rabbino prinz joachim

Addirittura, l’anno seguente il rabbino sionista Joachim Prinz – nel 1937 migrato negli USA, divenuto vicepresidente WJC, dirigente della World Zionist Organi­zation, presi­den­te dell’AJC 1958-66 e grande amico di Golda Meir  si esprime in ma­nie­ra ancora più chiara in Wir Juden (Noi ebrei): «Il significato della Rivoluzione Tedesca per la nazione germanica si rivelerà in tutta la sua chiarezza a coloro che l’hanno creata e le hanno dato l’imma­gi­ne. Per noi, il suo significato è che il liberalismo è morto. Sono finite le fortune dell’unica forma politica che ha contribuito all’assimila­zione degli ebrei»; le leggi introdotte dal Reich a difesa del sangue tedesco impongono agli ebrei di defi­nirsi come tali, e perciò

«vogliamo che l’assimilazione sia sostituita dalla dichiara­zio­ne di apparte­nenza alla nazione ebraica e alla razza ebraica. Uno Stato che si fonda sul princi­pio della purezza della nazione e della razza non può che essere ono­ra­to e rispet­ta­to da tutti quegli ebrei che dichiarano di appartenere alla loro nazione e alla loro razza. Una volta che si saranno così definiti, non potranno più tradire la loro fedeltà allo Stato e questo non accoglierà nessun ebreo che non dichiari di appar­te­ne­re alla razza ebraica. Lo Stato non tollererà ebrei adulatori e servili, ma esigerà da noi fede e lealtà nel nostro stesso interesse. Infatti solo chi onora la sua razza e il suo sangue può onorare la volontà nazionale delle altre nazioni».

E tuttavia tali profferte, per quanto formulate anche in buona fede dagli ebrei na­zio­nali e financo sionisti del Reich, non bastano a rassicurare sull’affidabilità dei loro confra­telli mondiali; ancora ben vivi nella coscienza popolare restano anche i baldan­zo­si con­cetti espressi da Klatzkin, nel 1921, in Krisis und Entschei­dung im Judentum, “Crisi e deci­sio­ne nell’ebraismo”: «Noi non siamo ebrei-col-trattino [ebrei-nazionali, ebrei-tedeschi, ebrei-francesi, etc.]; siamo ebrei senza condizioni, qualifi­che o riserve. Siamo semplice­mente estranei, un popolo stranie­ro in mezzo a voi […] Il vostro spirito ci è estra­neo; i vostri miti, le vostre leggende, i vostri usi e costumi, le vostre tradizioni e il vostro retaggio naziona­le… tutti ci sono estranei».

Inoltre, il 3 aprile 1933 la «co­scienza universale» incarnata nel Seme Santo si è manifestata con l’invio di un arrogante telegramma a firma Ligue Interna­tio­nale Contre l’Anti­sé­mitisme, Co­mité de Défen­se des Juifs Persécu­tés en Allemagne, Comité Fran­çais pour le Con­grès Mondial Juif e Asso­cia­tion des Anciens Combattants Volon­taires Juifs: «I qualifi­cati rappresen­tan­ti delle sottoscritte organizzazioni dichiarano al Governo del Reich che sono pronti a porre in opera ogni possibile mi­su­ra di rap­pre­saglia economi­ca e finan­ziaria, parti­co­larmente a continuare e genera­liz­zare il boicottaggio sistemati­co dei prodotti tede­schi, non soltanto finché non avrà reso agli ebrei di Germania ogni age­vo­lazione di esisten­za morale [toutes facilités d’existence morale], ma anche finché non avrà integralmente ri­pri­stinato i diritti degli altri cittadini tedeschi».

Tra gli iniziatori del boicottaggio, oltre alle Grandi Democrazie, è in prima fila l’ebraismo polacco. «Industriosi e pieni di risorse, gli ebrei polacchi avevano giocato diversi ruoli essenziali» – scrive Harry M. Rabinowicz – «Negli affari e nell’industria erano tre volte più numerosi dei non-ebrei, e otto volte più numerosi nel commercio. Nel 1931, su cento ebrei, 42 erano operai e artigiani, 37 uomini d’affari e impiegati, 4 contadini e 4 attivi nei trasporti e in campo assicurativo […] La quota di ebrei attivi nel commercio cadde dal 62,2% del 1921 al 42,3 del 1931. La quota di ebrei attivi nella produzione salì dal 38,9 al 45,4, mentre tra i non-ebrei crebbe dal 46,4 al 49,1%. Quelli attivi nel commercio scesero dal 39 al 38,2%. La Polonia era l’uni­co paese in cui era salita la quota degli ebrei attivi nell’industria e nell’artigiana­to […] C’erano 74.000 negozi gestiti da ebrei contro 123.000 gestiti da non-ebrei, e 20 mercanti ebrei per ogni mercante non-ebreo [si tenga presente che la quota degli ebrei sulla popolazione to-tale si aggirava sul 10%!]. Taluni settori, come il commer­cio dei cereali e del legname, erano condotti quasi esclusivamente da ebrei. Gli ebrei fornivano il 40% dei calzolai, il 35 dei panettieri, oltre il 33 dei vetrai e il 75% dei parrucchieri. Controlla­vano il 95,6% dell’industria del cuoio e delle pellicce, il 25 dell’industria metallurgica e chimica e il 40 di quella tipografica. Quasi un ebreo su due (il 46,7%) lavorava nell’indu­stria dell’abbi­glia­mento e uno su tre in quella ali­men­tare […] L’industria tessile di Lodz era stata creata in massima parte da ebrei. Dei 40.035 ebrei attivi nelle fabbri­che di Lodz, il 4% erano occupati in grandi com­plessi, il 77% in piccole imprese. L’industria dello zinco di Bedzin era diretta da Szymon Furstenberg e gli opi-fici di Leopoli da D. Axelbrad. La presenza in questi settori-chiave permise agli ebrei di frapporre imbarazzanti ostacoli [to place awkward obstacles] ai tentativi congiunti dei governi polacco e tedesco per incrementare il reciproco commer­cio. Gli ebrei esercitarono un efficace boicottaggio delle merci tedesche, mentre l’industria tessile di Lodz bloccava i crediti alle ditte di Danzica in segno di protesta per le agitazioni antisemite naziste».

Tra i massimi boicottato­ri si distingue il banchiere Raphael Szereszewski, «one of the richest men in Poland», membro di spicco della Jewish Agency e del WJC, presidente dell’Asso­cia­zione Com­merciale Ebraica e pure del Comitato di Boicottaggio Antinazista («un pugno di ebrei occupava alti posti in campo finanziario», conclude Rabinowicz).

Quasi incredibili per l’arroganza sono le espressioni, riportateci da Schwartz-Bostunitsch, contenute in una delle centinaia di lettere infuocate giunte all’ex ministro austriaco dell’Istruzione dottor Czermak, autore nel 1933 di “Ordine nella Questione Ebrai­ca”, analisi spassionata e obiet­ti­va, scientificamente fondata, dell’eterno proble­ma:

«Egregio signore! Quale delegato della sezione francese dell’Alliance Israélite ho letto il Suo libro Ordnung in der Judenfrage. Le formulo brevemente qualche os­servazione: la pazienza dell’e­braismo mondiale sta finendo. Al mondo della cultura occidentale, come a quelli dell’A­sia e dell’America, manca la piena consape­volezza di quella pestilenza che è l’antisemiti­smo, che altro non è se non una protervia ario-tedesca e una ripetizione degli infiniti errori millenari che l’intero popolo ario ha compiuto a causa della sua inferiorità spirituale. Non si inganni! con la Ger­ma­nia, con questo popolo infame, idiota e bestiale faremo presto i conti. Questo popo­lo ario-tedesco deve sparire dalla scena della storia. Contro l’antisemitismo costituiremo un Tribunale Mondiale, davanti al quale verranno trascinati tutti i nemici degli ebrei, fossero anche milioni. Non vedo perché Israele debba cedere e venire soffocato da una politica perfida. Meglio sareb­be se scomparisse tutto ciò che è ario. Scriva il libro Ordnung in der Arierfrage. È certo più necessario. Guardatevi le spalle, voi anti­semi­ti, ve ne accorgerete presto!

firmato: Loubet».

Il non demordere, ed anzi il montare più infido dell’aggressività ebraica interna­zionale, unita alla coscienza di quanto ra­pi­damente un «tedesco» possa riscoprire le proprie radici giudaiche a scapito di quelle vantate germa­niche – costituendo una rete di mormoratori, diffamatori, disfattisti, spie, informatori, oppositori e sabotatori a tutti i livelli e in ogni settore sociale – spingono il governo del Reich ad accelerare il varo, il 7 aprile, dei provve­di­menti di esclusio­ne degli ebrei dagli impie­ghi statali o d’interesse pubblico, messi a riposo con piena pensione (Gesetz zur Wiederherstel­lung des Berufsbeamtentums, Legge sulla Riorganizzazione della Buro­cra­zia: in Prus­sia vengono pensionati, in quanto «di non ariana ascendenza» il 28% degli impiegati pubblici, nel resto del Reich il 9,5%, per un totale di 12-13.000 persone; ben diverso era stato, negli anni 1928-31, dopo il plateale fallimento della NEP, il destino dei 138.000 funzionari licenziati in URSS quali «sabotatori», 23.000 dei quali privati dei diritti civili in quanto «nemici del potere sovietico», imprigionati, internati o «giustiziati»); nel settembre gli ebrei ver­ran­no allontanati da stampa, radio e cinema.

A titolo di esempio, pri­ma della rego­la­men­tazione sono pre­senti nell’intera Germa­nia 3515 avvocati ebrei su un totale di 11.814 (il 30%), con punte del 51 a Berlino (la cui Camera Professio­nale ne vede 22 su 33 membri, mentre ebrei sono tutti i 4 membri del comi­ta­to diret­ti­vo e i 3 di quello della Camera Profes­sio­nale del Reich – si tenga presente che la quota degli eletti è nella capitale del 3,8%!), del 45 a Franco­forte sul Meno (quota degli eletti cittadini: 4,7) e del 35 a Bresla­via (quota cittadina: 3,2). Dopo i provvedi­menti legislativi la quota globale tedesca scende ad un «misero» 21% (cioè 2158 avvocati ebrei su un totale di 10.457), con punte del 39 a Berlino, del 33 a Francoforte e del 26 a Breslavia.

Per niente «scandaloso», quindi, Rudolf Czernin: «Benché fino al 1933 l’anti­se­mi­ti­smo in Germania fosse incomparabilmente più debole che nella maggior par­te degli altri paesi europei, in particolare dell’Europa orientale, il primo e provviso­rio obiettivo della politica nazionalsocialista verso gli ebrei – ricacciare l’influenza ebraica giudicata “straniera e snaturante” – fu approvato dalla generali­tà della gente. Che questa influenza fosse enorme in quasi tutti i settori della vita pubblica, economi­ca e culturale non può essere negato. In particolare a Berlino, dove gli ebrei erano il 34% dei docenti universitari, il 42% dei medici [il 92% all’istituto per la ricerca sul cancro dell’ospedale Charité: 12 su 13, la «mosca bian­ca» essen­do il tedesco Hans Auler!], il 48% degli avvocati, il 56% dei notai, il 48% del capitale delle banche pri­vate e oltre il 70% dei grandi magazzini. Al riguardo, testi­mone di vaglia, Na­hum Goldmann scrive in Mein Leben als deut­scher Jude, “La mia vita da ebreo tede­sco”: “Quanto alle posizio­ni economi­che occupate, nessun’altra mino­ran­za ebraica di altri paesi, neppure quella americana, si poteva confrontare con gli ebrei tedeschi. Essi occupavano le massime cariche nelle grandi banche, dove non ci fu mai un pa­ral­lelo, e attraverso la Grande Finanza si erano insinuati anche nell’in­du­stria. Una quota rilevante del commercio al­l’ingrosso era nelle loro mani, ed erano alla testa anche in settori economici nei quali erano appena entrati, come la naviga­zio­ne e l’industria elettrica […] Anche la posizione nella vita culturale era pressoché unica. In campo letterario erano rappresentati da nomi illustri. Il teatro era nelle loro mani per una quota notevole. La stampa quotidiana, in particolare il suo influente settore interna­zio­nale, era via via diventata di proprietà ebraica o era diretta da giornalisti ebrei”».

Similare nel 1939, sul «nocciolo della questione», l’inglese Douglas Reed (I): «Non fu l’antisemitismo il primo a sorgere, bensì l’antigentile­simo. Voi avete tanto sentito parlare, recentemente, delle leggi antigiudaiche hitleriane di Norim­ber­ga, vietanti i matrimoni misti, che i tedeschi chiamano “contaminazione della razza”. A Budapest, un ebreo, assai intelligente, colto e di larghe vedute, mi disse:

“Infine, le leggi di Norimberga non sono che la traduzione in tedesco delle nostre leggi mosai­che, con la interdizione del matrimonio con i gentili“. L’antago­ni­smo di razza cominciò non con i gentili ma con gli ebrei: la loro religione è basata su di esso. La mania razziale, che voi tanto detestate nei tedeschi, ha posseduto gli ebrei per mi­gliaia di anni. Quando questi divengono potenti, subito la praticano; quando essi con­so­lidano la loro posizione in questo o in quel commercio, in questa od in quella pro­fessione, subito s’inizia l’allonta­namento dei gentili. È per questo che voi trovavate, a Berlino, a Vienna, a Budapest, a Praga giornali con forse appena un gentile nel corpo editoriale, teatri posseduti e diretti da ebrei che presentavano attori ed attrici ebree in produzioni ebraiche, lodate da critici ebraici, in giornali ebraici, intere strade con sì e no un negozio non ebraico, rami completi di commercio al dettaglio monopolizzati da ebrei. Gli ebrei, se li conoscete abba­stanza e se vi intendete di queste cose a sufficienza perché essi ne parlino aperta­mente con voi, lo ammetteran­no: non potranno negarlo. L’antigenti­lesimo fu l’ini­zio. Fu questo, e non la perfidia dei gentili ad impedire l’assimila­zione degli ebrei. È questo che impedisce loro di diventare mai tedeschi, polacchi, italiani. È questo che li tiene uniti insieme come salde comunità nei paesi stranieri, comunità estre­mamente ostili ai gentili».

Ed ancora: «Nei paesi sconfitti gli ebrei non usarono della grande loro potenza raggiunta per promuo­vere ed accelerare la assimilazione: ne usarono per accresce­re il potere loro e la loro ricchezza e la loro intensa mutua collaborazione, per espellere (in quell’epoca) i non ebrei dalle professioni, commerci e mestieri […] Il sistema è questo. Voi siete ebreo; incontrate un altro ebreo. Questi vi rende un piccolo servigio oppure voi ne rendete uno a lui (per solito si tratta di qualche cosa di non perfetta­mente regolare, a guarda­re per il sottile). Su tale base si costruisce un’enorme super­struttura di “Protektion”, un ramificante intreccio di relazioni e di raccomanda­zioni che varca ogni frontiera ed unisce l’intero mondo giudaico […] A Berlino, a Vienna, come io le conobbi, questo lavorìo di esclusio­ne [dei non-ebrei] era sempre in opera, implacabile. Fra i negozi delle maggiori arterie, un negozio non ebreo era una rarità. Sapete che nella Regent Street di Berlino, la Kurfürstendamm, i negozi ebrei erano, al tempo dei tumulti del 1938, in così stragrande maggioranza, che in quei giorni si potevano contare i non devastati (cioè i non ebrei) sulle dita di una sola mano? In alcuni rami del commercio (degli abiti, dei cuoi, delle pellicce, dell’oro e dei gioielli, del carbone) prevaleva a Vienna il monopolio ebreo, ed un cristiano che avesse volu­to avviarsi a tali commerci aveva pressapoco tante probabilità di riuscita quanto il generale Ludendorff ad una riunione di framassoni! Quando il tempo si fa minaccio­so, questo straordinario sistema di inter-raccomandazioni si estende. Non è ristretto a favori richiesti ai soli ebrei. La macchina dell’intelligenza ebraica si pone al lavoro per attirarsi le simpatie, per assicurarsi l’aiuto dei cristiani».

Ed egualmente, dieci anni dopo, l’italiano Ciro Poggiali in una valutazione incredibil­mente equilibrata per l’epoca in cui fu ste­sa, cioè il primissimo dopoguerra: «”Qui gli ebrei – fu detto autorevolmente – si sono sempre trovati benissimo e, qualunque cosa accada, non dimetteranno mai il proposito di ricon­qui­stare le posizioni perdute, dispostissimi, com’è del resto nella loro natura, a dimenticare, almeno apparentemen­te, l’orrenda tenebra dell’eclisse pur­ché il sole torni a splendere anche per loro”. Tra le molte spiegazioni di questa singo­larità, la più interessante mi fu fornita da un nazista obiettivo: date le caratteristiche intellettuali delle moltitudini germaniche, gli ebrei, provvisti di agilità mentale gene­ralmente notevole e di astuzia anche più note­vo­le, si sentivano in Germania in posi­zio­ne naturalmente predominante; e, fra tutte le genti non germaniche che la Germa­nia ospitava nel suo ambito, quelle più atte a mitigare le durezze discipli­nari del germanesimo puro. Si sentivano, insomma, armati di una agilità e di una versa-tilità mol­to profittevoli in un paese in cui tutto era così rigorosamemnte quadrato, costretto in dogmi ed in regole e, per dirla in una parola, casermistico. Gli ebrei, effettiva­mente, dal principio del secolo avevano accentrato nelle proprie mani le leve di coman­do dell’economia, dell’industria, della finanza, della specu­la­zione scientifica, del teatro, del libro, di tutto ciò che non fosse strettamente militare­sco, lasciato volentieri alle cure dei germanici».

Come partecipa l’Associated Press, il 6 aprile 1933 lo stesso Hi­tler dichia­ra alla Fede­ra­zione tedesca dei Medici:

«Il popolo america­no fu il primo a trarre le pratiche conseguenze dalla diseguaglian­za tra le razze. Con le leggi sull’im­migrazione chiuse l’in­gresso nel paese agli indesiderabili di altre razze [ad esempio col Chinese Ex­clu­sion Act del 1882]. E neanche ora gli Stati Uniti sono disposti ad aprire le porte agli ebrei che “fuggono” dalla Germania. Se purifichia­mo la vita culturale e intellet­tua­le dal predominio degli intellettuali ebrei non facciamo altro che rendere giustizia al diritto naturale che ha la Germania di avere un pro­prio orienta­mento spirituale».

Il 28 aprile si scaglia contro la Germania, con una filippica da Radio Varsavia, anche il «fascista» Vladimir Jabotinsky (massone del Grande Oriente di Francia); all’appello seguono riunioni di massa e cortei in tutte le principali città dell’Est europeo; a riprova del concerta­mento internazionale antitedesco ricor­dia­mo poi non solo che il 25 agosto il capo dei Revisioni­sti si vanterà, davanti a un centinaio di corrispondenti, di costituire la centrale del boicottaggio anti-«nazista», ma che proprio lui guiderà, installando­la a Parigi, la sezione europea della Non-Sec­ta­rian Anti-Nazi League to Champion Human Rights “Lega Antinazista Non-confes­sio­nale In Difesa dei Dirit­ti Umani”, di Untermyer e confratelli.

Mentre i massimi capi del massonismo mondiale s’in­con­trano discreti a Pari­gi (dagli atti, poi resi noti: «In Germania si sono destati gli antichi spiriti malvagi del buio germanesimo, il grido di Brunilde e l’ombra di Wotan minacciano i nostri lumi­nosi princìpi della Grande Rivoluzione […] Il germanesimo dev’essere stroncato per sempre, il Reich distrutto, frantumato in cento staterelli, poiché solo nella frammen­ta­zione della Germania sta la salvezza della Massoneria»), il 17 maggio il Comité des Délégations Juives, rappre­sentante ufficiale del­l’e­braismo planetario, presenta a Ginevra due petizioni stilate da tale Franz Bernheim, vissuto tra il 1931 e il 1933 in Alta Slesia e licenziato nell’aprile dalla ditta come tutti gli impiegati ebrei, contro i primi atti legislativi del Reich. Malgrado manchi la base legale per i reclami (la Germa­nia non è tra i paesi cui Versailles abbia imposto il sistema inter­na­zionale di protezione delle mino­ran­ze), la Società delle Nazioni, sfruttan­do la convenzione tedesco-polacca del 1922 che lega per un quindi­cennio i due paesi al rispet­to delle minoranze in Alta Slesia, nel settembre condanna Berlino per avere esteso la legi­sla­zione anti-ebraica in quella regione.

Sempre nel maggio il massone demi-juif Fiorello «Little Flower» La Guardia, già vice-procuratore dello stato di New York nel 1915 e deputa­to repub­bli­cano-progressi­sta dal 1916 (rieletto nel 1920 contro il democratico avvocato ebreo Henry Frank) e Gran Maestro dei Figli d’Italia, defini­sce Hitler «perverted maniac». Mentre La Guardia si guadagna i plau­si della stam­pa, che lo difende dalle proteste dell’amba­sciatore tedesco (identici insulti li reitererà da sindaco il 7 marzo 1934 davanti a ventimila persone al Madison Square Garden durante un “Processo della Civiltà con­tro Adolf Hitler” con annes­sa condanna per «crimini contro la civiltà»), la cricca di Roosevelt provoca il fallimento della missione di Hjalmar Horace Greely Schacht, presidente della Reichsbank dal 1923 e mai iscritto alla NSDAP, inviato a Washing­ton per tentare un riavvicinamento. Per inciso, la salvezza di Schacht a Norimberga sarebbe dipesa non solo dal fatto di essere un Fratello Massone – per di più di madre americana: il secondo e terzo nome sono il nome e il cognome del socialista fourieri­sta caporedattore della New York Herald, massone e veterano nordista della Guerra Civile, promotore del Statua della Libertà, ideata e prodotta dal massone francese Frédéric-Auguste Bartholdi – quando pure non anche ebreo come soste­nu­to da Maurizio Blondet (III), fatto «ariano d’onore» da Hitler, ma anche perché, come il 27 febbraio 1939 avrebbe confidato a Joseph Ken­nedy, ambasciatore a Londra, Monta­gu Nor­man, presidente della Banca d’Inghilter­ra 1920-44 ed ebreo secondo Johannes Roth­kranz, per sedici anni il banchiere «tedesco»/tede­sco lo aveva tenuto costante­mente informato sulla precaria situa­zione finanziaria della Germania.

L’11 giugno il Comitato Centrale del Partito Socialista e un gruppo ebrai­co lituano tappezzano le strade di Kaunas con un manifesto che invita la popola­zione al boicottaggio delle merci tedesche (il 15 agosto il governo metterà al bando il movi­men­to fascista nazionale e i socialisti proporranno l’adozione di misure straordinarie, quali la destituzione degli avversari da ogni carica pubblica; nel dicembre verranno licenziati dal governatore di Memel, città strappata al Reich manu militari il 10 gennaio 1923, 101 tede­schi, in maggioranza impiegati pubbli­ci, maestri e giudici).

Oltre che a misure econo­miche di ritorsio­ne, la risposta all’aggressione viene data il 28 giugno da Alfred Rosenberg in un discorso nell’an­ni­versario del­la firma dell’u­miliazione versagliese: «In realtà Hitler non è solo un Cancellie­re, ma anche l’incar­na­zione di una missione superiore. La rivo­lu­zione tede­sca è una rivolu­zione di pace sociale e riconciliazione tra i popoli. Il boicottaggio antitedesco cui insidiosamente si dedica il mondo dopo mesi di vio­len­ta sobillazione dell’opinione pubblica, peraltro ora un po’ attenuata, è un tentativo di danneggia­re i diritti di sovranità di tutti gli Stati a profitto di una minoranza capitali­sta. Alla caduta di Hitler seguirebbe un terri­bi­le caos in tutta l’Europa centra­le, che aggrave­rebbe pesantemente la crisi economica e il corso della politi­ca mondiale. La rivolu­zio­ne te­desca non è la conseguenza del­l’ap­plicazione di una teoria a­stratta, ma una rivolu­zione dell’istinto e del carattere».

Il 21 luglio il World Jewish Congress riunito ad Amsterdam e il 6-7 agosto in un appello radio e sul New York Times l’Unter­myer (1858-1940, talora indicato erronea­mente come Un­ter­meyer, vice­presi­dente dell’­American Jewish Con­gress, presiden­te del Pale­stine Foun­da­tion Fund e della Non-Sectarian Anti-Nazi League To Champion Hu­man Rights), incitano pubblicamente i po­poli a boicot­ta­re sia i prodotti che le navi commerciali e passegge­ri tedesche e – per la seconda volta dopo l’appello del Daily Express – ad «unirsi in una guerra santa contro la Germania, to join in a holy war against Germany, nell’in­te­res­se del­l’u­manità» (nell’a­prile 1939 la NSANL a­vrebbe poi af­fis­so migliaia di ma­ni­festi tito­lati Wan­ted contro Hitler, «alias der Führer, alias Adolf Schickl­gru­ber», «responsabile di 50.000 morti e di oltre 200.000 incarce­ra­ti, compre­si scienziati ed educatori di tutte le religioni e le dottrine politiche liberali», incitando alla lotta: «Non dategli denaro! Non intrattenete commerci con lui. Se­gna­la­te ogni suo agente che cerchi di vendervi beni o idee made in Nazi Ger­many»).

Nulla invero di che stupirsi, considerando che la «non-confessionalità» della Lega vede nei primi undici posti, oltre a Untermyer, almeno sette Arruolati: i tre vicepre­si­denti Abba Hillel Silver, colonnello Theodore Roosevelt e A. Coralnik, la presiden­te ammi­nistra­tiva signora Harris, il tesoriere J. David Stern, il tesoriere amministrati­vo Louis Myers e il segretario Eze-kiel Rabinowitz (goyim sono gli altri tre vicepresi­den­ti James W. Gerard, Victor J. Dowling, Arthur S. Tompkins; dopo qualche setti­mana si aggiunge il demi-juif Fiorello La Guardia).

Immediata, ed equilibrata, la risposta tedesca, già il giorno seguente 22 luglio, con una ordinanza di Rudolf Hess, Stellvertre­ter di Hitler:

«La rivoluzione france­se-ebrai­co-liberale si bagnò del sangue della ghi­gliottina. La rivoluzione russo-ebraico-bolscevica la segue facendo risonare l’eco di milioni di grida che escono dai sotterra­nei insanguinati della CEKA. Nessuna rivo­luzione al mondo fu tanto discipli­nata e versò meno sangue della rivolu­zione nazio­nal­socialista. Niente irrita di più i nemici della nuova Germania come tale fatto, ed è per questo che essi si affannano a inven­ta­re atrocità: perché esse non esistono, nella realtà. Su queste atrocità, già smaschera­te come le menzogne che sono e che non pro­ducono ormai effetto alcuno, gli stranie­ri imparziali che viaggiano in Germania disse­ro, senza costrizione, tutta la verità. Ma i nostri nemici non demor­dono. La direzione del partito ritiene che essi abbiano infil­trato agenti provocatori nelle fila nazionalso­cialiste, agenti il cui compito è indurre gli uomini delle nostre sezioni a infierire sugli avversari affinché vengano ad esserci prove fabbricate dopo le menzogne. Militi na­zionalsocia­listi: abbiate sempre presenti le intenzioni dei vostri nemici. Consegnate alle autorità chiunque voglia maltrattare i detenuti. Ogni nazio­nal­socialista che si lascerà trascinare dai provocatori verrà espulso dal partito. Ognuno deve sapere che siamo lontani dal trattare i nostri nemici con dolcezza ed è necessario si sappia che l’assassinio di un nazionalsociali­sta per mano comunista sarà vendicato dieci volte contro i capi comunisti. Ogni nazionalso­cialista deve però sapere che l’infierire sul nemico discen­de dalla mentalità ebraico-bolscevica ed è cosa indegna di un razzista».

Commenta Poggiali: «La propaganda germanica (un ministero, un eser­cito di funzionari, una dovizia smisurata di mezzi) non ebbe, d’altronde, difficol­tà a trovare appoggi all’anti-semitismo. Così, si andò proprio a pescare presso scrittori francesi – i fratelli Jean e Jêrome Tharaud – queste affermazioni contenute in un libro dal titolo “Quando Israele non è più re”, comparso nel 1933: “A Praga, parlan­domi pieno di odio per quella che era stata, sino ad allora, la sua patria, uno dei giovani intellettuali ebrei che tra i primi, quando le cose avevano incominciato ad andar male, era fuggito dalla Germania, ove dirigeva un’impor­tante rivista pacifista a Berlino, mi disse: ‘Che cosa aspettate? La Francia dovreb­be far immediatamente la guerra alla Germania. Fra tre anni sarà troppo tardi: la Germania sarà allora armata sino ai denti. Allora essa vi attaccherà e voi sarete perduti'”. Cinque anni dopo, una rivista, Weltbühne, che un ebreo pubblicava a Parigi, concluse con queste parole un suo commento alla politica antise­mitica tedesca: “Così non si va avanti. Se non scoppia presto un’altra guerra mondiale, tra non molto da 150 a 200.000 ebrei saranno costretti ad emigrare dalla Germania” […] Il dottor Ley, che nel 1946 si im­pic­cò durante il processo di Norimberga, uno dei più dinamici esponenti del nazismo intransigente e realizzatore del Fronte del Lavoro, scriveva in piena guerra:

“Ogni nazione che osa svegliarsi e chiamarsi popolo provocherà senz’altro l’inimicizia del­l’e­breo. E se questa nazione dichiara addirittura di potersi conquistare la sua libertà nazionale soltanto annientando l’ebreo, essa sarà subito attaccata con tutti i mezzi dall’ebraismo internazionale, il quale senza pietà la costringerà alla guerra. È quella sfrontata alterigia da Vecchio Testamento che vieta agli uomini ed ai popoli di dubita­re anche un solo istante della potenza dell’ebreo. Tutta la propaganda anglo-bolscevi­ca-nordameri­cana si sfiata continuamente per enumerare alla Germania e a tutto il mondo gli incalcolabili mezzi degli ebrei e dei loro assoldati, e dichiara che è inutile voler lottare contro di essi. Paura, terrore, senso di inferiorità, discordia ed un orizzonte ristretto: questi sono i mezzi che dovrebbero costringere i popoli a ricono­sce­re senza riserve una volta per sempre l’ebreo come ‘popolo errante’ eletto dal ‘Dio della vendetta Jeova’ a punire gli altri popoli e ‘se necessario’ a distruggerli”».

Il 20 agosto torna alla carica l’American Jewish Congress, indirizzando a Roose­velt una petizione affinché al boicottaggio commerciale si accompa­gni la rottura delle relazioni diplomatiche con Berlino. Dopo un tambu­reggiare di minacce e di appelli an­titedeschi per tutto l’agosto, il 5 settembre si apre a Ginevra il secondo mee­ting del WJC.

Reichsparteitag der NSDAP,Reichsparteitag des Sieges, Adolf Hitler, Reichskanzler, Deutschland, 30. August - 3. September 1933

Reichsparteitag der NSDAP, Reichsparteitag des Sieges, Adolf Hitler, Reichskanzler, Deutschland, 30. August – 3. September 1933.Cliccare per ingrandire.

È Nahum Goldmann, ancora sotto lo shock del successo ­del 5° Reichspar­teitag (1°-3 settembre 1933: Reichsparteitag des Sieges, Congresso della Vitto­ria) a incita­re: «…è quindi primo compito di questa conferenza costituire quell’indispensa­bile organizza­zione che possa condurre contro la Germania una guer­ra aspra e ben pianifi­cata». Il giorno dopo gli risponde d’oltreoceano Unter­myer il quale, nel corso dell’as­sem­blea dei rabbini ortodossi d’Ameri­ca, scaglia per la terza volta l’he­rem – l’anate­ma in cui trecento anni prima era in­corso Spino­za – contro la Germania e contro tutti coloro che, ebrei, conti­nuano a intratte­ne­re con essa rap­porti commercia­li.

L’an­nuncio viene dato dal Gran Rabbino del New Jer­sey B.A. Men­delson, mentre vengono accese due candele nere e lanciati i ri­tua­li tre suoni col shofar, il mosaico corno d’ariete, lo strumento di Rosh ha-Shanah e dei riti esorcisti, la tromba della Guerra Santa che chiama alla lotta il popolo e intimidisce il nemico, il richiamo dello Yom YHWH, lo strumento che Elia suonerà nel Giorno del Giudi­zio Yom ha-Din per resu­sci­tare i morti: «Que­sta deci­sio­ne troverà il compimento solo con la caduta del regime hitle­riano, solo allora l’anate­ma avrà la nostra benedi­zio­ne». E mentre l’Untermyer con­clude, fidente: «Se il boi­cot­taggio sarà con­dot­to a buon fine, la Ger­ma­nia do­vrà cedere prima che giunga l’in­verno, poi­ché essa vive di esporta­zio­ne», Bernard S. Deutsch, presi­den­te del­l’AJC, dichiara che l’herem «costituirà un grande aiuto spiri­tuale per la campagna di boicottaggio anti­tede­sco decisa dal Comitato».

Nel frattempo oltreoceano, nel medesimo agosto, sir (poi Lord all’inizio del 1942) Robert Gil­bert Van­sit­tart – omosessuale, Permanent Undersecretary of State al ministero degli Esteri dal 1930 al 1938 quale successore dell’acerrimo anti-tedesco sir Eyre Crowe e in seguito primo consigliere diplomatico al Foreign Office, capo del Military Intel­ligence Service e primo con-sigliere del capo del SOE Special Operations Executive Hugh Dalton, per due interi decenni garante della più radica­le politica anti-tedesca al punto da generare il termine «vansittarti­smo» – predispone, dopo ripetute sedute fin dal febbraio al Defence Require­ment Sub-Com­mittee, il memoran­dum On the Pre­sent and Future Position in Europe, ove il tema principale è l’Austria, la cui annessione al Reich, vi si afferma, comporterebbe tutta una serie di calamità che nell’arco di un decennio porte­rebbero ad un attacco a Francia e Inghilterra.

A tale chiaro monito anti-tedesco seguiranno due altri memo­randum: il 7 aprile 1934, On the Future of Ger­many, nel quale viene indi­cato a tutte lettere il Reich quale prossimo nemico, richieden­do perciò al Defence Require­ment Sub-Commit­tee di avviare un adeguato riarmo, dato che i tre quarti dei tede­schi sono malvagi per natura, pronti a intraprendere cose aggressive e malvage (nel 1943 il volume Les­sons of my life verrà presentato dall’editore col cappello: «L’autore ritiene un’illusione fare differen­ze tra la destra, il centro o la sinistra tedeschi, o tra cattolici e protestanti tedeschi, o tra operai e capitalisti tedeschi. Sono tutti uguali, e l’unica speranza di avere un’Europa pacifica è una schiacciante, violenta sconfit­ta militare della Germa­nia, seguita da una rieducazione condotta per un paio di generazioni sotto il controllo delle Nazioni Unite»); nella primavera 1940, avuta ormai la sua guerra («Se Hitler fallisce, il suo suc­ces­sore sarà il bolscevi­smo; se avrà successo, precipiterà in una guerra europea entro cinque anni», aveva preven­tivato nel 1933 in Even now), Vansit­tart firma The Nature of the Beast, “La natura della Bestia”, ove asse­ve­ra che i tedeschi hanno un’aggressi­va natura da lupi, e che come i lupi non posso­no cambiare.

Già nell’estate 1935, del resto, Lord Ismay, segretario del Committee of Impe­rial Defence, aveva avvertito i ministeri responsabili per la guerra di raggiungere per il 1939 «a reasonable state of  preparedness, un ragionevole stato di efficien­za»; nel 1936 aveva poi pre­visto, quan­do pur non addirittura fissato, nell’au­tunno 1939 l’ini­zio del conflitto anti-tedesco. Al proposito il sottosegre­tario polacco agli Esteri conte Jan Szembek annoterà nel proprio diario, il 7 luglio 1938: «Vansittart è il principale istigatore della politica di accerchiamento contro la Germania, diretta e incoraggiata da taluni elementi del governo britannico».

Del tutto ovvio, di fronte a tale montante marea di odio, il rigetto da parte delle Grandi Potenze, e l’indifferenza della Società delle Nazioni, delle profferte cinque volte avanzate da Hitler onde trovare un accomodamento al problema armamenti: «Og­gi la Germania è pronta a rinunciare in ogni momento ad armi aggressive, quan­do ven­gano bandite anche dal resto del mondo. La Germania è pronta a sottoscrivere solen­ni patti di non aggressione con chiunque; perché la Germania non pensa ad un’ag­gressione, ma alla propria sicurezza» (17 maggio) e

«Il governo del Reich e il popolo tedesco rinnovano la dichiarazione che sotto­scriveranno di buon grado ogni effettivo disarmo generale, assicurando la propria disponibilità a distruggere anche l’ultima mitragliatrice tedesca e a smobilitare l’ultimo soldato, quando facciano lo stesso anche gli altri popoli»

(14 ottobre; nel biennio 1933-35, prima dell’avvio del riarmo, nello spirito dell’art. 8 del Diktat Berlino avanza in tutto cinque proposte di disarmo generale, tutte rigettate da Londra e Parigi senza aprire il mini­mo colloquio preli­mi­nare: d’altra parte, era stato proprio l’ex primo ministro e confrère Edouard Herriot, nume titolare del radicalismo francese, a sogghignare che «il verbo disarma­re è irregola­re in tutte le lingue. Non ha né prima persona, né presente, né passato. Si coniuga soprattutto al futuro e alla seconda persona»).

Buona volontà, questa tedesca, allora nota agli spiriti più equanimi come, riporta l’influente giornalista ebreo-americano Hubert Renfro «H.R.» Knicker­bocker, il primo ministro bulga­ro Ni­co­la Mushanoff: «C’è un solo modo per sven­ta­re la guerra, e consiste nel ri­muo­vere le ingiustizie che suscitano il desiderio di ricorrere alla violenza, e poi nel disarmare. Se la Germania riesce a indurre le altre potenze a mantenere le loro promesse circa il disarmo, allora non vi saranno guerre. Ma se non si disarma, mi sem­bra che la guerra sia inevitabile. Ma nessuna guerra ha mai risolto problemi. Una nuova guerra non farebbe che creare nuovi problemi. Mi pare eviden­te che dopo una altra guerra tutta l’Europa diventerebbe comunista, e ritengo che i cosiddetti vincitori sarebbero proprio quelli che finireb­bero per perdere di più».

Ma, scatenata l’aggressione in tutto il mondo, il 3 novem­bre la sede del quotidia­no Deutsche Afrika Post viene devastata a Johan­ne­s­burg da impuniti gruppi ebraici. Lo stesso giorno il Segretario di Stato Cordell Hull porge le scuse all’ambasciatore Lu­ther per gli attac­chi sferratigli a Cleveland in un raduno dell’Anti-Defamation League da Untermyer, che lo accusa di essere il munifico finanziatore di orga­nizzazio­ni americane filo-tedesche. Due giorni dopo è a Londra che l’ebrai­smo rinnova gli incitamenti ad aggravare il boi­cottaggio dei prodotti tede­schi in ogni parte del­l’Im­pero, poiché, tuona P. Horo­witz, «il regime del cancelliere Hitler è una sfida all’intero mondo ebraico».

Il 26 novembre 1934 il New York Herald riporta per esteso la più recente dichia­ra­zione dell’indefesso Boicottatore:

Samuel Untermyer sacred war speech«Deputati di dodici paesi si sono incontrati oggi a Londra sotto la presidenza di Samuel Untermyer e hanno appro­vato la sua decisione di istituire un “Consiglio Mondiale dei Veri Antinazisti per la Difesa dei Diritti Umani”, World non-Sectarian Anti-Nazi Council to Cham­pion Human Rights.

Obiet­ti­vo dell’organizzazione, approvato a chiusura della conferenza, è di organizza­re il boicottaggio economico della Germania in ogni paese, fino a che il regime hitleria­no non venga rovesciato o finché esso
1. non ripristini i diritti e le proprietà dei sindacati,
2. non annunci di avere cessato i tentativi di distruggere le Chiese cattolica e protestante e ripristinato la libertà di religione per tutte le sette,
3. non abbia ritirato ogni legge e ordinanza antiebrai­ca e cessato di perseguitare e bandire gli ebrei,
4. non abbia ripristinato gli statuti e le proprietà delle logge massoniche, ad esse sottratte,
5. non abbia riammesso le organizzazioni femminili nei loro pieni dirit­ti e privilegi, dei quali esse sono state derubate dal regime hitleriano».

 Dopo il New York Herald, il 27 è anche il più confessionale Jewish Daily Bul­letin ad aizzare, sempre da New York: «Intro­dur­remo e imporremo stre­nuamente il boicot­taggio eco­nomico contro la Germa­nia in ogni paese fino a quando l’hitle­ri­smo non sarà cacciato dal potere ad opera della forza dell’opinione pubblica mon­dia­le o il regime di Hitler non tornerà all’or­di­ne, non ces­serà di perseguitare e discrimina­re gli ebrei e non ripristinerà le proprietà e i diritti delle logge massoniche» (ricordiamo che mentre le 568 logge e i 71.100 membri delle undici Obbe­dienze goyish vengono proi­bi­te fin dal 1933 e il loro scioglimento si comple­ta nell’agosto 1935, le 103 logge bnai­britiche – 20.000 adepti nel 1914 – verranno sciol­te solo il 19 aprile 1937; sulla «persecuzione» antimassonica commenta inol­tre Helmut Neuberger: «Invero ai masso­ni fu risparmiata la sorte che colpì gli ebrei europei. La loro persecuzione si attuò sul piano comparativa­mente innocuo degli arbitri burocratici e delle sanzioni ammini­strative, discrimi­nanti per i singoli, avvilenti e per molti versi dannose, ma che non minacciavano la vita. I 62 masso­ni vittime del nazionalsociali­smo non furono uccisi a causa della loro appartenenza a una loggia [ma per reati di alto tradimento]»).

Il 5 gennaio 1935 scende ancora in campo il presidente del B’nai B’rith Alfred M. Cohen, or­dinando il boicottag­gio generale contro la Germania «in nome di tutti gli ebrei, dei liberi muratori e dei cristiani»; cinque anni dopo, il 9 maggio 1938, lo stesso aizzerà, dalle colonne della New York Herald, che «solo nella demo­crazia è la speranza dell’ebreo» (concetto ribadito, su The American Hebrew Weekly del 3 novembre 1939, da Rabbi Israel M. Goldman: «We as Jews are cer­tain that Ju­daism and Democracy are inseparable, In quanto ebrei sappiamo per certo che il giu­dai­smo/ebraismo e la democrazia sono inseparabili»).

Il 27 gennaio 1935 è ancora il Jewish Daily Bulletin a ricordare che «esiste una sola forza che veramente conti. È la forza della pressione morale. Noi ebrei siamo la più potente nazione del mondo. Noi abbia­mo questa forza e sappiamo come usarla. Il revi­sioni­smo [col termine viene indicata, all’epoca, la conduzio­ne di una politica meno antite­desca da parte dell’In­ghil­terra] non occupa sul serio il pensiero di alcun funziona­rio britannico. Le opinioni dei governi mutano sotto le pressioni».

Il 13 no­vembre Paul Levy aizza sul parigino Rempart: «Ri­vo­luzione contro Hitler e guerra preventiva con­tro la Germania». Con la schiuma alla bocca, incita al massa­cro sul Pariser Tageblatt anche l’alcoliz­zato ro­manziere Joseph Roth, propa­gandista «antina­zista» col cattolico principe Otto d’Asburgo (questi, nel novembre 1942 pro­mo­tore di una fanto­mati­ca «legione austriaca» nei ranghi dell’e­sercito americano, l’annunciato 101° Batta­glione di Fanteria, poi disciolto da Roosevelt nel maggio 1943 avendo toc­cato la «stratosferica» cifra di 199 volontari; mezzo se­co­lo dopo europar­lamentare CSU e dal 1972, morto il fondato­re, presidente del­la coudenhove­kalergica Paneuro­pa) e coi sinistri confratelli Her­mann Kesten, Ernst Toller ed Egon Kisch: «Il compito dello scritto­re della nostra epoca è quello di una lotta inesorabile contro la Germania, questa è la vera patria del male del nostro tempo, la filiale dell’inferno, la residenza dell’Anticri­sto».

A partire dal 9 ottobre 1933, data della prima richiesta ufficiale dell’AJC, e per tutto il 1934, il 1935 e i primi mesi del 1936 l’ebraismo americano si muove per far togliere l’assegnazione dei prossimi giochi olimpici a Berlino ed esercita ogni tipo di pressione sull’American Olympic Committee, guidato da Avery Brun­da­ge, pro­penso invece ad ac­cet­tare le assicurazioni tedesche per l’as­sen­za di ogni discrimina­zione ver­so gli atleti. Al fine di sabotare la partecipa­zione americana, il deputato democra­ti­co Emanuel Celler (in carica dal 1923, e lo resterà fino al 1973!) fa approvare una riso­lu­zione che vieta lo stanziamento di fondi pubblici per pagare le spese di quegli atleti che intendono partecipare ai Giochi.

Nel 1936 viene fondato un nuovo Joint Boycott Council per coordinare le innu­meri orga­niz­zazioni di boicottaggio (inte­ressante per la dimostrazione della complessi­tà del gioco politico è il fatto che il movimento sionista di Jabotinsky sia, a tale data, il principale gruppo ad ostacolare il boicottaggio e che tale posizione venga conside­ra­ta dall’ebrai­smo liberale non solo un oltraggio, ma un vero e proprio tradimento).

Inoltre si annuncia nuovamente, dopo il boicottag­gio economi­co, la guerra vera e propria. Sul­le Youngstown Jewish News il goy Pierre van Paassen profetizza, il 16 aprile: «Dopo la prossi­ma guerra non vi sarà più la Germa­nia. Hitler ed i suoi si consolano al pensiero che la Francia sarà ancora così generosa da lasciar vivere la Germa­nia se le democrazie vinceranno. La Francia è ancor sempre la più forte potenza militare. A un segnale da Parigi i popoli della Francia, del Belgio e della Cecoslovac­chia [a proposito capitano qui le parole di un capo sionista al presidente praghese Tomás Masaryk: «Da voi, ci sono sia cechi che slovacchi. Solo noi ebrei siamo cecoslovac­chi»!] marceranno per ser­rare il colosso tedesco in una tenaglia mortale. Essi separeran­no la Baviera dalla Prussia e faranno a pezzi lo stato nazista».

Nell’agosto il WJC riunisce a Ginevra i delegati di 33 paesi in rappresentan­za di sette milioni di ebrei, incitando ogni eletto ad adoperarsi «contro la campagna di minacce e diffamazione organizzata contro l’intero ebraismo dai mas­simi responsabili del governo e del partito nazionalsocialista tedesco» (e si pensi, come riporta la quarta edizione «aumentata e migliorata» del Philo-Lexikon – Handbuch des jüdischen Wissens, edita nello stesso 1937 dal berlinese Philo Verlag, che

all’epoca escono nel Reich ancora 56 periodici ebraici, di cui 9 fondati dopo il 30 gennaio 1933!).

Recepi­to il messaggio, sul Jewish Examiner del 20 settem­bre Alfred Se­gal invita gli ebrei di tutto il mondo all’insur­rezione contro la Germania e alla «ricon­quista di Berlino».

Nel frattempo, sconcertata dalle purghe jagodiche e dal primo grande pro­cesso di Mo­sca, abbattutisi come un maglio su tutti quei buoni democratici che guardano ansio­si agli eventi di Spagna, la Ligue Internationale des Droits de l’Homme («il foro migliore che vi sia nella Francia antifasci­sta», dice lo storico ebreo François Furet II), istituisce una Commissio­ne d’Inchiesta su quel tribunale che va condannando gli antichi com­pa­gni di Lenin sì nelle forme ufficiali della giustizia, ma sulla base di confessioni che sembrano inverosimili.

Il trio ispiratore (l’ex «ungherese» dreyfu­sardo Victor Basch, pre­si­dente LIDH, l’av­vocato «francese» Raymond Rosenmark suo consigliere giuridi­co e il «russo» Mirkine Guetzevitch presidente della sezione sovietica della Lega… solo per caso, per carità, tutti e tre ebrei), presenta un primo rapporto il 18 ottobre. Le confessioni, che si potrebbero pensare estorte – affermano le pie anime – sono invece ammissibili e dunque credi­bili mal­gra­do il loro carattere straordina­rio, poiché non sono state ritrattate né in istrut­to­ria né durante il processo, ed inoltre perché sono state rilasciate da tutti gli accusati: «È contrario a tutti i dati della storia della giustizia criminale supporre che si facciano confessare, con la tortura o con la minaccia di tortura, sedici innocenti su sedici». E comunque, considerati il dilagare della «peste nazista» e la verosimi­glianza di un complotto hitlero-trotzkista, «rifiutare a un popolo il diritto di infierire contro i fautori della guerra civile, contro i cospiratori collegati all’estero, vuol dire rinnegare la Rivoluzione Francese, che secondo una famosa espressione è un “blocco”».

Egualmente dimentico del sangue che inizia a scorrere a fiotti più rapidi e copiosi nella Patria dei Lavoratori, il 9 gennaio del 1937 il presidente di uno delle decine di comitati antite­de­schi, l’e­breo Kalb, rilan­cia l’appello contro il Reich sulla Herald Tribu­ne: «Dob­biamo stron­care la Germania. Il pri­mo mezzo è il boi­cot­tag­gio di tutte le merci tedesche».

Il 7 marzo, al congresso de­gli ebrei america­ni, l’instanca­bile Fiorello «Little Flower» La Guardia propone di predisporre, per l’Esposi­zione Mondiale newyorkese previ­sta per l’anno seguente, una camera di tortura con un «fanatico in camicia bruna, che minaccia la pace dell’Euro­pa e del mondo […] Il popolo americano deve impedire la concessione di nuovi crediti al Reich. Ci assumiamo l’impegno di rendere più pesante il boicottag­gio delle merci e della capacità produttiva tedesca».

Stephen Wise The New York Times jewish soap ,einsteinIl 15 marzo, in un ennesimo raduno al Madison Square Garden, affiancato dal presidente del Joint Boycott Council Joseph Tenenbaum, dall’attrice «tedesca» Erika Mann, dal presidente dello Jewish Labor Committee e co-presidente JBC B. Charney Vladeck, dall’econo­mista Frank Bohn, dal presidente del Committee for Industrial Organization John L. Lewis, dal generale Hugh S. Johnson e dal sindaco La ­Guardia, Stephen Wise incita ràbido all’odio an­tifascista: «Quello che il nazismo si propone di fare contro i popoli liberi l’abbiamo visto chiaramente in Spagna, in questa terra infelice dove le forze del fascismo e del nazismo conducono una guerra contro una nuova democra­zia. Quello che fanno in Spagna tenteranno di farlo in Francia. Quello che fanno in Spagna con­tro la repubblica spagnola tenteranno di farlo anche contro la repubblica america­na, quando avranno la forza, com’è nelle loro intenzioni, di sfida­re i popoli democratici del pianeta. Possa la Spagna costituire un’ammonizio­ne per i popoli liberi. Se tre o quattro anni fa il mondo si fosse unito in un bocottaggio morale ed economico contro il governo hitleriano, la Spagna sareb­be oggi in pace, e il suo popolo vivrebbe nella bellezza tranquilla di questa piccola terra coraggiosa».

Il 30 aprile è quindi The American Hebrew ad aizzare brutalmente che «i popoli dovranno con­vincersi della improrogabile necessità di cancella­re dalla fami­glia delle nazioni la Germania nazista». Nel settembre un’impo­nente manifesta­zione «contro il raz­zismo e l’antisemitismo» raccoglie a Parigi 400 delegati, ebrei come goyim, di 28 paesi, che a tutte lettere istigano a una guerra preventi­va: «La neutralità nei confronti del crimine, l’i­nerzia di fronte al dilagare organizzato del pericolo portano all’arrende­vo­lezza e alla compli­cità. Chi oggi tace, quando milio­ni di esseri umani soffrono, quan­do innocenti cado­no a centinaia di milioni [sic!, forse «di migliaia»?; che il lapsus sia da riferire al Mondo Nuovo bolscevico?], si assume la propria parte di responsabili­tà». «FOR JUSTICE AND HUMANITY – Boycott all German goods and German firms – Your buying of goods manufactu­red in Germany condones Hitler’s cruel persecution of the Jews and encourages him to continue his persecution. By refusing to buy them you are helping the cause of humanity and also our own unemployed» – incita nel 1938 (non sappia­mo riferirne il mese) un manifesto dai muri inglesi ed americani – «PER LA GIUSTIZIA E L’UMANITA’ – Boicottate tutti i prodotti e le ditte tede­sche – Acquistando prodotti tedeschi, voi avallate la crudele persecuzione degli ebrei da parte di Hitler e lo inco-raggiate a continuare a perseguitarli. Rifiutandone l’acqui­sto, aiutate la causa dell’umanità, ed inoltre i nostri disoccupati».

Intanto, malgrado i massacri dell’industrializzazione e della collettivizza­zione forzata delle terre, la liquidazio­ne di milioni di contadini, il terrorismo di Stato esercitato su oppositori, dissenzienti e semplici tiepidi, la di­stru­zione di ogni istituzione religiosa, la formulazione di piani e minacce per la sovversione e il dominio mondiali – cose all’epoca tutte ben note agli Occidentali e perfino vantate dai comunistifin dal 16 novembre 1933 gli USA hanno stabilito piene relazio­ni diplo­matiche con l’URSS, per le quali Roosevelt si è attivato già nell’a­gosto indirizzan­do una lettera al presidente del Comitato Centrale Mikhail Kalinin (cinque anni dopo Presidente del Presidium, cioè Capo dello Stato). Nulla che si possa, del resto, considerare rottura col passato: fin dal putsch bolsce­vico gli USA, da sempre avversari del pur blando interventismo pro-Bianchi anglo-france­se, si sono distinti per gli interventi economico-finanziari a sostegno del nuovo regime.

Anche escludendo gli aiuti umanitari e il collaterale intervento del capitalismo in­ter­na­zio­nale, lo sforzo del Paese di Dio in aiuto al Radioso Avvenire è semplice­men­te colossa­le, organizzato, a tutto il 1933, da duecento gruppi ban­cari (nel quar­to di secolo 1920-45 opereranno in URSS oltre mille imprese USA). Nessuna remora, da ambo le parti, a collaborare con l’«odiato ne­mico»; nessuna remora, nella primavera 1922, per la compagnia mineraria De Beers, ad acquistare dai senza-Dio diamanti e altri oggetti preziosi confiscati al clero, e questo mentre i primi processi inviano alla forca o nel Gulag migliaia di religiosi e più in genere di «contro-rivolu­zionari» che si sono opposti al saccheggio e allo spoglio dei luoghi di culto.

Ben scrive Richard Pipes: «I capitalisti occidentali non persero il sonno per il destino dei loro confratelli russi; erano dispostissimi a concludere affari con il regime sovietico, affittando o acquistan­do a prezzi stracciati le proprietà sequestrate ai possidenti russi. Nessun gruppo pro­muoveva la collabora­zione con la Russia sovietica in modo più assiduo ed efficace delle comunità impren­di­toriali europee e americane. I bolscevichi sfruttavano la loro ansia di concludere affari inducendoli a esercitare pressioni sui governi occi­dentali perché concedessero alla Russia il riconoscimento diplomatico e aiuti econo­mi­ci. Nell’e­state del 1920, quando le prime missioni com­merciali sovietiche arrivaro­no in Europa in cerca di credito e tecnologia, furono evitate dai sindacati, ma accolte a braccia aperte dagli imprenditori della grande industria […] Gli imprendito­ri, impazienti di sfruttare le risorse naturali della Russia e di venderle manufatti, adduce­vano una serie di motiva­zioni per giustificare i rapporti commerciali con un regime che aveva violato, in patria e all’estero, tutte le norme acquisite di comportamento civile: innanzitutto, qualsiasi paese aveva diritto a scegliersi il proprio tipo di governo. Di conseguen­za, oltre che poco realistico, sarebbe stato antidemocratico ostracizzare la Russia sovieti­ca [!]. Come disse Bernard Baruch nel 1920, “Il popolo russo ha diritto, mi pare, di istituire qualsiasi forma di governo desideri”. Questa ar­gomentazione ammetteva implicitamente che i russi ave­va­no scelto il governo comu­nista. In secondo luogo il commercio incivilisce, perché insegna a usare il buon senso e scredita le dottrine astratte […] Tali spiegazioni, ripetute spesso e talvolta con convinzione, erano ancora più efficaci perché gli imprenditori tendevano a non pren­de­re in seria considera­zione gli slogan comunisti sulla imminente rivoluzione mondia­le. Gli imprenditori sono incli­ni a considerare aspirazioni comuni a tutta l’umanità le proprie motivazioni, alimenta­te dall’interesse personale. Dal loro punto di vista le idee e le ideologie che non si fondano sull’inte­resse sono sintomo d’immaturità, oppu­re frutto di simulazio­ne; nel primo caso il tempo riesce a guarirle, nel secondo possono essere neutraliz­zate da proposte com­mer­ciali allettanti […] I bolscevichi sfruttarono abilmente questo ragio­na­mento sbagliato: già nel 1918 Ioffe e Krasin avevano con­sigliato con un certo suc­cesso agli imprenditori tedeschi di non tener conto del “massimalismo” di Mosca […] Un’im­por­tante ragione per cui gli imprenditori occi­dentali erano così inclini a non prendere in considerazione gli elementi contra­ri a quanto volevano credere era la convinzione diffusa che la Russia offrisse possibilità illimitate per lo sfruttamen­to di risorse naturali e lo smercio di manufat­ti; negli Stati Uniti era considerata il più vasto mercato “vuoto” del mondo, e in Inghilterra una “miniera d’oro”. Data l’immensa e­spansione della capacità produt­ti­va durante la prima guerra mondiale, specialmente negli Stati Uniti, la comunità degli imprenditori occidentali era estremamente interes­sata al mercato russo».

Nessuna democratica ritrosia verso i violatori dei più elementari diritti umani, nessuna ripugnanza per un regime ultra-assassino inedito nella storia (e sono gli anni della collettivizzazione delle terre, dello sterminio dei contadini e dell’indu­strializza­zione forzata, politiche e stragi già all’epoca ben note in tutta Europa!), impedisce agli Occidentali una ultra-fattiva collabo­ra­zione col bolsce­vismo. E invero, perché avrebbe dovuto impedirlo?, sottolinea nel 1928, in Genève ou Moscou, il futuro intellet­tuale fascista e collaborazionista Pierre Drieu La Rochelle: «Capitali­smo e comunismo sono nati insieme da uno stesso sviluppo economico; la necessità del loro gemellaggio avviene sotto lo stesso segno, la Macchina. L’uno e l’altro sono i figli ardenti e foschi dell’industria».

«Furono soprattutto gli Stati Uniti» – aggiunge Marcello Flores (II) – «ad avvantag­giarsi dei nuovi rap­por­ti commerciali di cui il Piano sovietico aveva bisogno, eroden­do pian piano spazio alla Francia e soprattutto alla Germania, pur se nel com­plesso fu l’insieme del commercio occidentale a trarne beneficio. Nei primi mesi del 1930, grazie soprat­tutto alla vendita di trattori e macchinari agricoli e industriali, gli USA risultarono il primo partner commerciale dell’URSS, con le esportazioni che rag­giunsero il tetto di oltre 114 milioni di dollari contro i 24 d’importazione di metalli preziosi, pellicce, legname. Nell’estate del 1931 la Ca­me­ra di commercio russo-ame­ri­cana e l’Ameri­can Express organizzarono il viag­gio in URSS di una cin­quantina di rappresentan­ti di trentadue industrie, mentre spari­vano del tutto i timori sulla insol­ven­za dello Stato russo che riusciva così ad ottenere crediti crescenti dalle banche occidentali […] Durante il primo Piano quinquennale l’Unione Sovietica importò dall’Occi­dente non solo tecnici e merci, ma tecnolo­gia. Anche in questo caso gli Stati Uniti subentrarono massicciamente all’In­ghilterra e alla Germania, che fino al 1927 erano stati i partner privilegiati. L’entu­sia­smo sovietico per le tecniche della produ­zio­ne in serie e per la standar­diz­za­zione del lavoro datava dai tempi della rivo­lu­zione, ma solo ora riusciva a trovare il modo di estrinsecarsi, parallela­mente alla diffusione dei metodi di Ford e di Taylor anche nell’industria tedesca. La fortuna “teorica” di cui godevano in URSS Ford e Taylor si affiancava alla pre­senza concreta del primo sul suolo sovie­tico. Il 31 maggio 1929 Ford, che negli anni precedenti aveva venduto ai russi migliaia di trattori, si era impegnato a fornire il progetto per una fabbrica capace di produrre 100.000 unità all’anno. In cambio dell’acqui­sto sovie­tico di 72.000 unità in quattro anni e dell’im­pe­gno di usare solamente i propri ricambi, Ford offriva macchinari, tecnologia, bre­vetti, corsi di formazione per inge­gneri russi negli Stati Uniti».

Ben aveva anticipato nel 1933, di ritorno da un viaggio nel Paese del Futuro, il fascista Mirko Ardemagni: «I russi, isolati dal mondo, incapaci di dipanare la matassa della vita nazionale per trovare il bandolo della ripresa economica, digiuni di alta industria almeno quanto lo erano di pane, confinati nel campo della teoria, impossibilitati a scendere sul terreno della pratica, strinsero la mano ai supercapi­tali­sti, buttarono le braccia al collo a tutti i re senza corona: al re dell’automobile e al re dell’acciaio, al re dell’alta banca e al re della forza motrice. Allora gli americani, spregiudicati, tempisti, intelligenti, presero la palla al balzo e fecero il loro gioco. Entrarono come consiglieri di straforo nello studio del piano quinquen­nale. “La industrializzazione in un paese come il vostro non basta. Vi occorre la superindustria­lizzazione. Ingrandite le vostre idee, moltiplicate i vostri impianti, affrettate la attrezzatura industriale dell’Unione. Questa è la condizione per risollevare il vostro prestigio nel mondo e per generalizzare il consenso nel paese”. I russi divennero americanofili a un punto tale che si dimenticarono quasi che la loro parola d’ordine era “lo stato di guerra contro il mondo capitalista”. Gli americani, senza parola d’ordine, stavano invece infliggendo una dura lezione ai bolscevichi. Iniziatasi l’esecuzione del piano quin­quen­nale, quasi tutti i lavori di una certa importanza furono affidati a ingegneri e tecnici americani. Il colonnello Cooper assume la consulenza per lo sbarramento del Dnepr, diventa l’unico stra­nie­ro che possa essere ammesso liberamente al cospetto di Stalin e si fa sborsare ogni anno una cifra che non avrebbe saputo spendere neppu­re lo Zar. Enrico Ford lancia l’idea e fornisce i progetti per una colossale fabbrica di piccole automobili che quando inizierà la produzione fra un anno si dimostrerà pratica­mente inutile perché in Russia occorrono soltanto gli autocarri pesanti e perché la rete stradale è ancora di là da venire.

«Qua e là, vicino ai centri di sfruttamento industriale, ondeggia al vento la ban­die­ra stellata, gli accampamenti prendono il nome fatidico di Amerikanskij Gorod e le maestranze russe filano, obbedienti e taciturne, sotto il comando dei capitalisti dell’altro mondo. Intanto la funzione più importante e meno appariscen­te di questi tecnici è di dimostrare in ogni occasione la necessità improrogabile della tal macchina americana, del tale impianto, del tale strumento. Tutto a poco a poco è congegnato in modo che senza gli articoli made in USA non si può più andare avanti. E il piano dei Cinque Anni è come un cordone ombelicale che rice­ve gli alimenti da Pittsburgh e da Chicago, da Cleveland e da Detroit. La quantità di macchinario importato dagli Stati Uniti in questi ultimi anni è tale che potrebbe formare la dotazione del paese europeo industrialmente più attrezzato. Nel 1930 le importazioni americane in Russia segnano un aumento del 148% sulle cifre del 1929. Messe in confronto al totale del commercio estero dell’Unione, queste im­portazioni assumono un valore ancor più si­gnificativo. Gli Stati Uniti occupano il primo posto e consegnano da soli quasi la metà delle forniture di tutti gli altri paesi messi insieme» (per inciso, uno dei più ascoltati consulenti dal 1929 al 1931 è l’ingegnere Walter Pola­kov, un «russo» fuggito negli USA dopo i moti «rivoluzionari» del 1905 e divenuto uno dei più autorevoli rap­presentanti della mondialistica paramassonica Taylor Society).

In tal modo l’e­let­trificazio­ne del Mondo Nuovo Orientale e la diffusione delle radiocomu­nicazioni, van­to del Sociali­smo-In-Un-Solo-Paese, vengono realizzate dalla General Electric e dalla RCA per il 90%, mentre la motorizzazione di agri­col­tura e trasporti è opera della Ford e della Caterpillar. «Ricevendo nel 1933 il ministro degli Esteri di Stalin» – scrive Sandro Petrucci nel volume collettaneo Novecento – «il direttore della IBM disse che avrebbe domandato “a ogni america­no, nell’interesse delle relazioni recipro­che, di impedire ogni critica della forma di governo che la Russia si è scelta”».

Anche perché, osserva Viktor Suvorov, l’aiuto americano non fu certo prestato disinte-ressatamente né gratuitamente, e si può anzi porre tra le concause degli immani sconvolgimenti sociali sovietici dei primi anni Trenta: «L’industrializza­zione fu pagata da Stalin col livello di vita del popolo, che egli fece sprofondare a valori infimi. Sui mercati esteri lanciò enormi quantità di oro, di platino e di diamanti. Alienò in pochi anni quanto la nazione aveva accumulato nell’arco di secoli. Saccheg­giò le chiese e i monasteri, i depositi e le tesorerie imperiali. Preziosissime icone e volumi lasciarono il paese. Dipinti dei grandi maestri del Rinascimento furono espor­tati. Collezioni di gioielli e tesori vennero asportati da musei e biblioteche. Stalin forzò l’esportazione di legno e carbone, di nickel e manganese, di petrolio e cotone, di caviale, pellicce, cereali e di molto altro ancora. Ma anche questo non bastò. E perciò diede inizio nel 1930 alla sanguinosa collettivizza­zione delle terre».

Boicottaggio dei negozi ebraici

Boicottaggio dei negozi ebraici del 1° Aprile 1933

Fallito nel 1933, il boicottaggio antitedesco viene rei­terato nel 1934 ed ancora l’anno se­guente (ripetiamo: il del tutto pacifico boicottag­gio nazionalso­cialista dei nego­zi ebraici era stato proclamato quale ri­spo­sta al boicottag­gio ebraico della Ger­ma­nia solo il 28 marzo e per la sola mezza gior­nata del 1° aprile, giorno pe­raltro di riposo per gli ebrei).

Per quanto sensibile, il calo delle esporta­zioni tedesche negli USA non assume tuttavia valori catastrofici come quelli concernenti le esportazioni in URSS, ove dal 1932 al 1934 crollano dal 10,9 all’1,5%: dal 1932 al 1935 esse calano dal 5,8 al 3,8% (Paul Maquenne riporta dal 4,9 del 1932 al 3,8% del 1934, e cioè da 281,2 a 157,8 milioni di Reichsmark), anda­mento simile a quello tra il 1929 e il 1932, prima dell’inizio del boicottag­gio.

Anche l’imposizione da parte di Wall Street, il 31 gennaio 1934, di un nuovo cambio tra dollaro e Reichsmark del valore del 59,6% della precedente, lungi dall’in­fliggere un colpo mortale all’eco­nomia tedesca renden­dole pratica­mente impossibili sia l’esporta­zio­ne di prodotti finiti che l’acquisto di materie prime sui mercati mondiali basati sul dollaro e l’oro (si tenga presente, rilevano l’ungherese Ferenc Vajda e l’inglese Peter Dancey, che ancora nel marzo 1938 le riserve auree del Reich ammontavano a 2,4 misere tonnellate, mentre la piccola Austria, in procinto di rientrare in seno alla madrepatria, ne contava 41!), si traduce in uno sbalorditivo successo in virtù delle contromi­sure adottate dal Reich: al tentativo angloamerica­no di soffocamento finan­ziario Berlino reagisce proponendo un’econo­mia di barat­to e compensazione (Ver­rechnung o, all’inglese, clearing), oltre­modo gradita ai paesi poveri di divise pregiate (in particolare, non solo gli Stati balcanici e scandinavi, ma anche quelli sudamerica­ni, fin da James Monroe nel 1823 conside­rati dagli USA l’indi­scus­so «cortile di casa»), offrendo cioè i propri prodotti in cambio di quelli da importare, sia merci finite di quei paesi, sia materie prime: ad esempio, biciclette, apparec­chia­ture e macchine utensili contro prodotti alimentari, rame, piom­bo, cromo, man­ga­nese, ferro, bauxite, gomma e legname. Situazione, peraltro, non solo pericolosa, ma inaccettabile per i beati possiden­tes, situazione riconosciuta fin dal 1936 da Francis Sayer, sottosegretario di Stato del Paese di Dio: «Ogni colpo diretto contro il nostro commercio estero è una minaccia diretta alla nostra vita economica e sociale».

Del tutto inutile, quindi, nota Max Klüver in Den Sieg verspielt “Giocarsi la vittoria”, il fatto che «Hitler voleva che l’Inghilterra non considerasse più il Reich un concorrente commer­ciale molesto e pericoloso. Ma i metodi di accordo bilaterale im­postati dalla Germa­nia per carenza valutaria minaccia­vano il predominio inglese. La ricchez­za dell’In­ghil­ter­ra riposava sul libero commercio multilaterale, con la sterlina quale valuta di pagamento interna­zionale. Ora, la Germania cominciava a dividere il mondo (o, per il momento, l’Eu­ro­pa e il Sudameri­ca) in spazi economici a sé stanti, e a costruire un commercio bila­terale con scambi di compensazio­ne che rendevano su­perflua una valuta di pagamento interna­zionale […] Inoltre, non si trattava più di pure questioni commerciali, dato che la quota dell’Europa sudorien­ta­le comporta­va, quanto al com­mercio estero britannico, solo il 2% degli scambi. Più importan­te era il sud-est europeo per gli interessi finanziari britannici. Ma ancora più significativi erano gli interessi strategici. Gli inglesi più lungimiranti riconosceva­no che questo spazio eco­nomico centro-sud-est-europeo in via di formazione avreb­be, in caso di guerra, ridot­to la dipendenza tede­sca dalle materie prime di oltreoceano, e quindi ridotta l’effica­cia del blocco condotto dalla flotta di Sua Maestà. Gli inglesi temevano che all’in­fluenza economica della Germania nello spazio sud-est-europeo ne conseguisse una politica [ancor più dall’a­prile 1938, con l’an­nes­sione dell’Austria, che apriva al Reich lo spazio danubia­no]. Una tal cosa la considerarono una mina­ccia alle loro posizioni nel Mediter­raneo orientale. Infine, rinacque il fantasma antebellico della ferrovia per Bagdad. L’egemonia tedesca nei Balcani avrebbe, attra­verso la Turchia, minacciato le posizio­ni inglesi nel Vicino Oriente. Esisteva dunque tutta una serie di preoccupa­zio­ni, da parte dell’In­ghil­terra. Tutto ciò non lo vedeva Hitler, quando pensava che un’egemo­nia tedesca ristretta al continente non avrebbe ferito gli interessi inglesi».

Chiarissimo, invero, Robert Machray nel 1938, in The Struggle for the Danube and the Little Entente 1929-1938, volume epigrafato dal supermassone Edvard Benes, mini­stro degli Esteri 1918-35 indi capo di Stato ceco (verosimile goy; il cognome Benes, comunque, viene attestato ebraico dai Gug­gen­heimer): «La Piccola Intesa [l’alleanza politico-militare tra Ceco-slovac­chia, Jugoslavia e Romania, informal­mente fiancheggiate da Polonia e Grecia, voluta in senso anti-tedesco dalla Francia, la quale con missioni militari permanenti mira ad unificare le regolamen­tazioni tattiche e gli armamenti delle loro forze armate onde impiegarle come di parti di uno stesso eser­ci­to] è la chiave di volta dell’arco dell’Europa Centrale, senza la quale l’ordine europeo collasse­rebbe in conflitti le cui conseguenze non sono immaginabi­li».

Hitler, aggiunge Mansur Khan, «era fermamente convinto che finché il sistema mone­ta­rio internazionale si fondava sull’oro la nazione che ne possedeva la mag­gior parte poteva sottomettere al proprio volere ogni nazione cui l’oro mancasse. Cosa facilmente attuabile chiudendo le fonti di divise pregiate e costringen­do le nazioni ad accettare prestiti a interessi esorbitanti, per accaparrarne le ricchezze. A ragione Hitler argomentava contro un tale sistema economico di predomi­nio, soste­nen­do che una nazione [precisamente, nell’originale, Volks-gemeinschaft: «comunità di popolo»] non viveva del fit­ti­zio valore dell’oro, ma della propria reale forza produttiva, la quale conferiva alla moneta l’effettiva copertura e il reale valore. Per questo Hitler proibì di contrarre prestiti all’estero, per quanto basso fosse l’interesse. E tuttavia, per ottenere le vitali materie prime, stipulò trattati commerciali bilaterali. Per limitare effettiva­mente la “libertà di scambio moneta­rio” e così porre fine al gioco degli speculatori e degli intermediari borsi­sti­ci, come anche per disporre la fine della dislocazione all’estero della ricchezza privata secondo dei venti della situazione internaziona­le, usò elementi della politi­ca finanziaria d[el cancelliere] Brüning. La qual cosa significava che nuovo denaro veniva crea­to sol­tanto quando erano disponibili le forze lavorative e le materie prime, e quando inoltre non c’erano più debiti. Tale politica si poneva in totale contrasto con la politica finanziaria portata avanti dagli USA. Perché la vita finanziaria internazio­nale si basava sui prestiti alle nazioni in difficoltà economi­che. La politica economica di Hitler avrebbe quindi comportato, sul lungo periodo, la rovina dello status quo di un sistema economico dominato dagli USA. Se l’eco­no­mia tedesca avesse fatto un nuo­vo balzo in avanti e fosse sopravvissuta alla congiuntura, le altre nazioni ne avreb­be­ro seguito l’esempio? Che ciò non fosse una vuota minaccia, lo dimostrano tra l’altro le nazioni dell’Europa sud-orientale e dei Balcani, dato che a discapito degli USA utilizzavano lo stesso sistema economico della Germania».

A identiche conclusioni giunge quasi sorpreso, diremmo anzi ammirato, Blondet: «Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale enorme, paragonabile a quella americana, con la relativa gigantesca disoccupa­zione. Ma a differenza degli Stati Uniti, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti. Non solo il debito politico, il peso delle riparazioni; anche il debito commerciale è pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte quasi a zero. Inoltre, s’è prosciugato totalmente il flusso dei capitali esteri, che si presumevano necessa­ri alla sua rinascita economica. La Germa­nia insomma non ha denaro, ha perso i suoi mercati d’esportazione, è for­zata­mente isolata – dalla recessione mondiale – dal mercato globale. Costretta a un’e­co­no­mia a circuito chiuso, nei suoi angusti confini […] A causa del suo grande inde­bi­ta­mento estero, la Germania non può svalutare la moneta: questa misura renderebbe più com­pe­titive le sue esportazioni, ma accrescerebbe il peso del debito. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibrio del commercio, perché il deficit commer­cia­le non può più essere finanziato come si fa in periodi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germa­nia vengono pagati con marchi (stampati apposta, moneta di Stato) che però devono essere utilizzati solo per comprare in Germania merci tedesche. Ben pre­sto, questo sistema sviluppò, quasi spontaneamen­te, accordi internazionali di scambio per barat­to: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per com­pra­re le materie prime di cui necessitava, perché non vendevacomprava più. Per il grano argentino, dava in cambio i suoi (pregiati) prodotti industriali; per il petrolio dei Rockefeller, armoniche a bocca e orologi a cucù. Prendere o lasciare, e le condi­zioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefel­ler di fare i difficili. Per i pochi commerci con esborso di valuta, il Reich impose agli importa­to­ri tedeschi un’autorizzazione della Banca Centrale all’acquisto di divise estere; il tutto fu facilitato da accordi diretti con gli esportatori, che disponevano di quelle divise e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazio­ne degli speculatori e degli ebrei“, senza che fosse necessario pagare il tributo ai banchieri internaziona­li».

«Lo Stato tedesco può dunque praticare politiche inflazioniste, stampando la moneta di cui ha bisogno, senza essere immediatamente punito dai mercati mon­dia­li dei cambi (governati da speculatori ed ebrei) con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale consistente nella svalutazione del cambio della sua moneta nazionale. Così, Hitler può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e poi il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità. Nel gennaio 1933, quando Hitler sale al potere, i disoccupati sono 6 milioni e passa [quasi un terzo della forza produt­ti­va]. A gennaio 1934, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400.000. E non sono le industrie d’armamento ad assorbire la manodopera. Fra il 1933 e il 1936, è l’edilizia ad impiegarne di più (più 209%), seguita dall’industria dell’automo­bile (più 117%); la metallurgia ne occupa relativa­mente meno (più 83%). Nei fatti, la stampa di banconote viene evitata – o piuttosto dissimulata – con geniali tecnicismi. Di nor­ma, nel sistema bancario speculativo, le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli investitori; costoro, successiva­mente servendo il loro debito (e anzitutto pa­gando gli interessi alla banca), riempiono quel nulla di vera moneta – di cui la banca si trattiene il suo profitto, estraendo il suo tradizionale tributo dal lavoro umano».

Al contrario che nel Sistema Usurario, «nel sistema hitleriano è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa aprendo a loro favore dei fidi; lo fa autorizzando gli imprendito­ri ad emettere delle cambiali garantite dallo Stato. È con queste promes­se di pagamento (dette “effetti MEFO [o Mefo-Wechsel, da Metallurgische For­schungs GmbH  “Società a responsabi­lità limitata per la ricerca metallurgica”]”) che gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria, questi ultimi possono scontarle presso la Reichsbank ad ogni momento, e qui sta il rischio: se gli effetti MEFO venissero presentati all’incasso massicciamente e rapidamente, l’effetto finale sarebbe di nuovo un aumento esplosivo del circolante e dunque dell’inflazione. Di fatto, però questo non avviene nel Terzo Reich. Anzi: gli industriali tedeschi si servono degli effetti MEFO come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all’incasso; risparmian­do così fra l’altro (non piccolo vantaggio) l’aggio dello sconto. Insomma, gli effetti MEFO diventano una vera moneta, esclusi­vamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria. Gli economisti si sono chiesti come questo miracolo sia potuto avvenire, ed hanno sospet­tato pressioni dello Stato [nazional­sociali­sta], magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso di questa semimoneta. Ma nessuna coercizione fu in realtà esercitata.

Lo schema del sistema  MEFO

Lo schema del sistema MEFO (da Wikipedia)

Gli storici non hanno trovato, alla fine, altra risposta che quella che non vorrebbero dare: il sistema funzionava grazie alla fiducia. L’immensa fiducia che il regime riscuote­va presso i suoi cittadini e le sue classi dirigenti […] I teorici devono dunque ricorrere a spiegazioni poco scientifiche: la naturale frugalità germanica, la sua innata discipli­na. Per evitare un altro termine, che spiegherebbe di più: l’entusia­smo di un popolo spontaneamente mobilitato per la propria rinascita, liberato dal giogo dei lucri bancari, che ha capito perfettamente gli scopi dei suoi dirigenti, e vi collabora con energia e creatività».

Quanto a Schacht, quello stesso massone filo-anglosassone che «non credeva nel sistema che aveva messo in moto col suo trucco contabile», viene dimissionato da ministro dell’Economia nel novembre 1937, in un momento in cui le materie prime sui mercati mondiali cominciano a rincarare – rendendo più difficile la strategia economica di Hitler – e in cui egli stesso, devoto allievo della dottrina economica classica (nonché agente sotterraneo dell’Alta Finanza che lo salverà a Norimber­ga), «propone di dedicare somme maggiori alle importazio­ni: e ciò non tanto per migliora­re il tenore di vita dei tedeschi ma – incredibilmente – per “migliorare i nostri rapporti con l’estero”. Insomma: indebitiamoci un po’ per far contenti gli usurai. Il quel momento invece Hitler incarica Göring, un Göring ancora giovane e attivo, di lanciare il grande piano di

sostituzione delle materie prime:

benzina,sintetica,I.G. Farben Auschwitz ,Buna, Expert Otto Ambrosciò che non si vuole importare deve essere rimpiazzato da surrogati (Ersat­ze). Così nascono i processi di fabbricazione della gomma e benzina sintetica partendo dal carbone, brevetti che l’America, dopo la vittoria sul Reich, si affretterà a sequestrare e distruggere».

Aggiunge l’ex membro della Rote Armee Fraktion Horst Mahler, poi passato al campo nazionale al punto – avendo identificato l’arma centrale del Ricatto – da essere incarcerato per olorevisionismo: «Non il cosiddetto Miracolo Economico degli anni 1955-73 fu un miracolo. IG Farben,gomma sinteticaEsso fu solo la svendita della Germania agli USA. Il Miracolo Tede­sco si compì dal 1933 al 1941, quando il popolo tedesco, precipita­to in un abisso di disperazione dall’infau­sta conclusione della Grande Guerra, si risollevò e in soli quattro anni vinse non solo le conseguenze della crisi economica mondia­le, ridando lavoro e pane a sei milioni di disoccupati, ma al contempo rac­colse le proprie forze per una prova senza prece­denti che gli permise di cancellare militar­mente l’onta del Diktat, dopo che erano falliti tutti i tentativi per trovare un accordo pacifico coi paesi vicini a causa dei callidi intrighi di Franklin Delano Roosevelt, che voleva una seconda guerra contro la Germania per distruggere, que­sta volta, il Reich dalle fondamenta e per sempre, assoggettan­do con ciò agli USA l’intera Europa. Il buna,idrogenazione,gommasinteticaReich tedesco aveva provato che una moder­na nazione in­du­striale può fiorire se confida sulle proprie forze e pone dei limiti al libero scambio. Non il progetto leniniano, il comunismo sovietico, era un vero pericolo per il capita­li­smo liberista della East Coast, ma il modello tedesco. Perciò è stata distrutta la Germania, non l’Unione Sovietica […] Con la subordina­zione del Mer­ca­to al Bene Comune [della Nazione] crolla il Potere Finanziario dell’e­braismo».

E a simili conclusioni era arrivato nel 1941, trattando dell’Italia fascista, Luigi Villari: «I finanzieri [interni e internazionali] capivano che se il sistema [fascista] non fosse [stato] defini-tiva­mente schiacciato il loro metodo di dominare la vita economica del mondo sarebbe [stato] seriamente minacciato. Comin­ciarono quindi col diffondere innumere­voli voci intese a screditarlo, descrivendo la situazione economica e finan­zia­ria dell’I­ta­lia come estremamente precaria appunto perché vi funzionava il sistema fascista invece di quelli tradizionali. Uno di questi signori, la cui cittadinanza britannica datava almeno da cinque anni, affermò in un momento di espansione, con buon accen­to medioeuropeo: “Ci abbiamo messo venti anni per abbattere Napoleone; ci basterà meno di metà di quel tempo per abbattere questo Mussolini. Lo faremo demo­lendo le sue finanze”. Molti altri la pensavano allo stesso modo, ma erano meno sinceri, e cercavano di coprire i loro intrighi sotto le mentite spoglie di motivi altamente morali – la democrazia, la libertà, la Società delle Nazioni, la pace perpetua. Ma l’idea fondamentale era sempre la stessa: “Non ci si deve impedire di arricchirci molto rapidamente“».

Ed egualmente Ezra Pound nell’articolo L’ebreo, patologia incarnata, scritto l’anno seguente per il Giornale di Genova e ripubblicato nel 1944 a Venezia dalla Casa Editrice delle Edizioni Popolari sotto il titolo collettivo di Orientamenti:

«[L’ebreo] non è solamente patologico, è la patologia stessa, costituisce la patologia delle razze fra cui abita. Eleva la patologia a sistema. La mania diviene contagiosa ed incosciente. Barney Baruch, reputato l’ebreo più potente nelle botteghe oscure della tirannide rooseveltiana, si dimostra pazzo fradicio nel proclamare: “L’Europa sarà fritta dopo questa guerra, perché mancherà di merca­ti”. Frase semplice, ma indica un’assoluta incomprensione del fatto che il grano si coltiva, perché il grano può divenire cibo. Per un usuraio il grano è esclusiva­men­te cagione di lucro. Serve quando può farne un monopolio per affamare gli altri salzando il prezzo».

«Ciò che [i nostri nemici] odiano è la Germania che offre un cattivo esempio» – aveva riassunto Hitler in un pubblico discorso l’8 novembre 1939 – «è in primo luogo la Germania so­ciale, la Ger­ma­nia delle leggi sociali del lavoro, quella che odiavano già da prima della Grande Guerra e quella che odiano anche oggi. La Germania della previden­za e del­l’assisten­za sociale, questa odiano, la Germania dell’armonia sociale, la Germa­nia che ha eliminato le differenze di classe, questa odiano! La Germania che in sette anni ha operato per rendere possibile ai connazionali una vita decoro­sa, questa odiano! La Germania che ha vinto la disoccupazione, quella disoccupa­zione che con tutta la loro ricchezza essi non riescono a vincere, questa odiano! La Germania che dà decoroso riposo sulle sue navi ai lavoratori, ai marinai, questa odiano, perché sento­no che potrebbe esserne “contagiato” il loro stesso popolo! E odiano perciò la Germania delle leggi sociali, la Germania che festeggia il 1° maggio quale Giorno del Lavoro Nazionale, questa odiano! Odiano la Ger­ma­nia che ha vinto la lotta contro le classi. Questa Germania, odia­no, in verità! Odiano quindi in primo luogo la Germania sana, la Germania del popolo sano, la Germania che si occupa dei conna­zionali, che tiene puliti i bambini, dove non sono bambini infestati dai pidocchi, che non vede casi come quelli descritti dalla loro stessa stampa, questa Germania odia­no! Sono i loro magnati del denaro, i loro baroni internazio­nali ebrei e non ebrei, i baroni della finanza, e tanti altri, costoro ci odiano, perché vedono in questa Germa­nia un cattivo esempio, un esempio che forse potrebbe scuotere altri popoli, il loro stesso popolo».

plakat_reichserntedankfest«Il denaro è nulla. La produzione è tutto» – già aveva incitato il Capo del nazio­nal­so­cialismo, nell’ottobre 1937 sul Bückeberg, parlando a un milione di contadini raccolti nel Reichs-erntedankfest, la Fe­sta Nazionale di Ringrazia­mento per il Raccolto – «Invero possiamo vedere il pro­di­gio che in altri paesi, straboccanti di oro e divise pregiate, la moneta va a fondo, mentre in Germania, dove dietro la moneta non vi sono oro e divise, il marco resta stabile! Dietro il marco tedesco sta il lavoro tede­sco! […] Credetemi: fronteg­gia­mo compiti più duri di quanto facciano altri Stati e altre terre: troppi uomini in uno spazio vitale troppo piccolo, mancanza di materie prime, man­canza di superfici coltivabili, e tutta­via: Non è bella la Germania? Non è meraviglio­sa la Germania? Non vive con decoro il nostro popolo? Vorreste, voi tutti, cambiare questo con qual­co­s’altro? […] Non vogliamo commerciare con chic­chessia. Ma tutti devono sape­re anche questo: la terra che abbiamo coltiva­to per noi, la mietiamo da soli, e nessuno deve pensare di potere mai irrompere su questa terra! Questo devono sentirsi dire i criminali internazio­nali giudeo-bolscevichi: dovunque possano spinger­si, ver­ran­no ferrea­men­te fermati al con­fi­ne tedesco! […] Non per niente potete assistere qui, in ogni Erntedankfest, alle manovre della Wehrmacht. Tutti dovete ricordare che non saremmo qui se sopra noi non vegliassero lo scudo e la spada».

Che la nuova imposta­zio­ne degli scambi internazionali in grado di portare non solo al benessere la propria nazione, ma alla formazione di spazi economici autar­chici e integrati continentali/subconti­nentali a spese di un’econo­mia mondialisti­ca, in grado di far nascere un’econo­mia svincolata dall’Alta Finanza e dalle divise imposte dal più forte, fondata sul lavoro delle singole nazioni, sul pat­teg­gia­men­to e la fiducia fosse non solo qualcosa di rivolu­zio­nario capace di sov­ver­tire i rapporti di forza libero­scambistici, ma giungesse anche vantaggiosa per le limitate economie bal­caniche, scandi­nave e sudamerica­ne, lo rico­no­sce lo storico inglese dell’econo­mia Alan Mil­ward, sostenendo che «negli anni Trenta i paesi dell’Euro­pa sudorienta­le non furono in alcun modo sfruttati dalla Germania, ma pro­fit­tarono anzi totalmente delle sempre più intense relazioni econo­mi­che col Reich».

«A questo pun­to» – si chiede Blondet – «è inevitabile porsi la domanda: è pos­si­bi­le che non solo la guerra annichilatrice scatenata dalle potenze angloameri­cane con­tro la Germania, ma la storica satanizzazione del Reich, la sua perma­nente dam­natio me­moriae, abbiano avuto come motivazione reale e occulta pro­prio i successi economici ottenuti da Hitler contro il sistema finanziario internazio­nale? È la domanda più censurata della storia. È la domanda tabù. Non oseremmo porla qui, se non l’avesse adombrata un avversario militare del Terzo Reich». E, in effetti, la risposta l’aveva già data, lapidaria ed articolata, fin dal 1956 in A Military History of the We­stern World “Storia militare del mondo occiden­ta­le”, il generale ingle­se e stratega John Frederick Charles «J.F.C.» Fuller:

«Non la dottrina politi­ca di Hitler ci spinse in guerra, la causa fu il successo del suo tenta­ti­vo di costrui­re una nuova economia. I motivi furo­no invidia, avidità e paura».

Quello stesso Fuller, rileva Blondet, che attribuisce ad Hitler il seguente pensiero:

«”La comunità delle nazioni non vive del fittizio valore della moneta, ma di produzio­ne di merci reali, la quale conferisce valore alla moneta. È questa produzione ad essere la vera copertura della valuta nazionale, non una banca o una cassaforte piena d’oro”. Egli decise dunque

1. di rifiutare prestiti esteri gravati da interessi e di basare la moneta tedesca sulla produzione invece che sulle riserve auree,  

2. di procurarsi le merci da importare attraverso scambio diretto di beni – baratto – e di sostenere le esportazioni quando necessario,  

3. di porre termine a quella che era chiamata “libertà dei cambi”, ossia la licenza di speculare sulle [fluttuazioni delle] monete e di trasferire i capitali privati da un paese all’altro secondo la situazione politica,

4. di creare moneta quando manodopera e materie prime erano disponibili per il lavoro, anziché indebitarsi prendendola a prestito».

E, se possibile, ancora più chiaramente:

«Hitler era convinto che, finché durava il sistema monetario internazionale […] una nazione, accaparrando l’oro, poteva imporre la propria volontà alle nazioni cui l’oro mancava. Bastava prosciu­gare le loro riserve di scambio, per costringerle ad accettare prestiti ad interesse, sì da distribuire la loro ricchezza e la loro produzione ai prestatori […] La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione di prestiti ad interesse a nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla con successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio, e sarebbe venuto un momento in cui tutti gli Stati senza riserve auree si sarebbero scambiati beni contro beni; così che non solo la richiesta di prestiti sarebbe cessata e l’oro avrebbe perso valore, ma i prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega. Questa pistola finanziaria era puntata alla tempia, in modo particolare, degli Stati Uniti, i quali detenevano il grosso delle riserve d’oro mondiali».

A nostra edificazione, rileva all’epoca il lucido bellicista antifascista Hamilton Fish Armstrong, direttore di Foreign Affairs, rivista del Council on Foreign Relations – preveggente autore, tra l’altro, dei volumi Europe Between Wars? e Hitler’s Reich – in “We or They” – Two Worlds in Conflict, “Noi o loro – Due mondi in guerra”, edito nel 1936 da The Macmillan Company di New York, Boston, Chicago, Dallas, Atlanta, San Francisco, Londra, Bombay, Calcutta, Melbourne e Toronto, «Reprinted January, 1937; February, 1937 (three times); March, 1937 (twice); April, 1937 (twice)», incitando il mondo democratico a che «the challenge of the dictators be accepted, venga accettata la sfida dei dittatori. Egli chiama alla mobilitazione le forze liberali di tutti i paesi […] Ogni americano intelligente troverà in questo libro nutrimento per il pensiero e incitamento all’azione»: «All’ingrosso, nell’agosto 1936 gli Stati Uniti possedevano il 49% delle riserve auree mondiali; la Francia il 16,5%; la Gran Bretagna il 9%; il Belgio, la Svizzera, l’Olanda e gli Stati scandinavi il 9% insieme: in totale i quattro quinti delle riserve auree mondiali. Il Giappone ne aveva un 2%, l’Italia un 1%, la Germania praticamente niente, Germany practically none».

Con la Grande Guerra – vera e propria «Urkatastrophe [catastrofe primordiale, originaria] del XX secolo», la dice il tedesco E. Schulin – cerniera del Secolo ancor più del secon­do con­flitto mondiale – ultimo, disperato tentativo compiuto dalle Potenze del Tripartito per non venire soffocate dal cancro mondialista – mutano i rapporti di forza.

Nel 1914, rileva Mansur Khan, malgrado da un ventennio gli USA abbiano sop­piantato l’In­ghilterra come maggiore potenza industriale e le loro fabbriche sforni­no un terzo della produzione industriale mondiale, essi risultano debitori verso il resto del mondo, in primis l’Europa, di 3,8 miliardi di dollari e non possono vivere, in pratica, senza l’apporto finanziario europeo; cinque anni più tardi gli europei risulta­no debitori nei confronti degli USA di 12,5 miliardi: il baricentro finanziario, situato sino ad allora a Londra, si è ormai trasferito oltre-oceano, nella Più Grande Britannia americana. Ad esempio, i debiti contratti da Londra con gli States am­mon­tano a 900 milioni di sterline, una cifra sei volte supe­riore alle riserve auree dell’ante­guer­ra. Contempora­nea­mente la Federal Reserve, che nel 1917 controlla, tra banconote circo­lanti e riserve non auree, 1626 milioni di dollari, nel 1922 ne conta 5274.

«La finanza americana» – nota Sergio Valzania, in particolare per i primi mesi del 1917 – «aveva prosciugato quella britannica facendosi pagare profuma­tamente il soste­gno concesso al suo sforzo bellico e adesso era pronta a mettere al sicuro il gigantesco affare concluso. Di fatto New York aveva sostituito Londra come capitale economica del mondo, purché l’Inghilter­ra vincesse la guerra e fosse in grado di paga­re i debiti che aveva contratto. Solo allora ci si ricordò che quasi due anni prima, il 7 maggio 1915, un sommergibi­le tedesco aveva affondato il transatlan­ti­co Lusitania, peraltro carico di materiale bellico destinato all’esercito inglese, causando la morte di alcuni cittadini americani […] Fin dall’inizio della guerra le simpatie filoinglesi si erano dimostrate ben più solide di quelle filotedesche. La Gran Bretagna era disponibile a veder fuggire il suo impero finanziario oltre oceano piutto­sto che spartirlo con la Germania, e a New York i banchieri americani vedevano affluire le ricchezze del mondo. Non avrebbero esitato a intervenire militarmente in loro difesa quando ciò fosse stato necessario, e puntualmente lo fecero».

A ultima dimostrazione del mutamento dei rapporti di forza, diamo altri dati. Negli anni 1913, 1925 e 1929 le riser­ve auree  (in milioni di dollari) com­porta­no, per i sei Stati principali, protagonisti della competizione planetaria, valori di:

 

Stati

1913

1925

1929

%   1929

Gran Bretagna

165

695

710

11

Francia

679

711

710

11

Germania

279

288

544

8

Giappone

66

576

542

8

Russia – URSS

786

94

147

2

USA

1.291

3.986

3.900

60

 Esaminando il 1924, altri dati ci informano che le riserve auree degli USA am­mon­tano al 38% del totale mondiale (quattordici anni dopo, nel 1938, saranno il 58%), mentre quelle con­giunte di Gran Breta­gna, Francia e Germania toccano il 17.

Le riserve auree e in valuta forte tedesche, riporta poi Yehuda Bauer, calano drasti­ca­men­te, negli anni 1928 e 1932-38, dai 2405,4 milioni di marchi del 1928 ai 974,6 milioni del 1932 e ai 529,7 del 1933, precipitano a 164,7 milioni nel 1934 e a 91 nel 1935 (segno, in particolare, del boicottag­gio economico scatenato dall’ebraismo inter­nazionale contro il Reich, costretto a vendere oro in cambio di materie prime, prima di riuscire a impostare il sistema bilaterale di baratto e compensazione, Verrech­nung/clearing), si stabilizzano sui 75,2 del 1936 e i 74,6 del 1937, per risalire infine, lievemente, a 76,4 nell’ultimo anno di «pace».

Se volessimo­ con­si­de­rare il conflitto 1939-45 tenendo presenti questi dati, potremmo ben condivi­dere la tesi dei regimi fascisti, quanto al suo significato epocale: una guerra del Sangue contro l’Oro. Una conferma della tendenza alla concentra­zione oltreocea­no della ric­chezza mondia­le, la offrono i dati concernenti le riserve auree, in mi­lioni di dollari, di alcuni paesi al 1946, anno in cui il 75% del capitale planetario, come anche i due terzi della capacità industriale mondiale, si trovano nel Paese di Dio (tabella tratta dalla Enciclope­dia Pratica Bompiani, 1951, e da noi rielaborata in Sella P., L’Occi­dente contro l’Europa):

Stati

1946

percentuale

USA

20.529

77

Gran Bretagna

2690

10

Francia

796

3

Germania

29

0,1

Italia

28

0,1

Giappone

164

0,6

Olanda

265

1

Belgio

735

2,7

Svizzera

1430

5,3

 Avendo accennato ai Warburg, banchieri «tedeschi» (Max, fratello di Paul, è consigliere personale di Guglielmo II) e superamericani ex «tedeschi» (Felix e Paul), e al Federal Reserve System, chiudiamo la nota con qualche dato sulla fondazione della banca centrale staunitense, preceduti da un accenno a Jacob Schiff, uno dei principali decisori della politica del primo ventennio del Novecento, acerrimo nemico della Russia zarista, finanziatore del Giappone nel conflitto del 1905-06 e del rivoluzionarismo bolscevico nel 1917-18.

Jacob Henry Schiff (1847-1920), nato a Francoforte ed ebreo ortodosso, di­scen­de da una famiglia in amicizia coi Rothschild e che vanta sei secoli di studiosi, rabbini e uomini d’affari. Figlio di Rosa Warburg e di Paul Schiff di­ret­tore generale del Creditan­stalt dei Rothschild di Vienna, si tra­sferisce negli USA nel 1865. Nel maggio 1875 sposa Therese Loeb, figlia di primo letto di Solo­mon, che col cognato Abraham Kuhn ha fondato a New York la Kuhn, Loeb & Co., nata da un com­mercio di merceria e ve­stiario di Cincinnati. La quarta figlia di Loeb, Guta, sposa il banchiere Isaac Newton Seligman, dandogli una figlia che avrebbe sposato Samuel Lewi­sohn, chiudendo il circolo di quelle  che saranno per decenni le quattro maggiori casate bancarie ebraiche americane: Seligman, Lewisohn, Loeb e Warburg.

Dieci anni dopo lo Schiff è a capo della banca, prima nel finanzia­mento delle costru­zioni ferroviarie e nella fornitura di crediti sia al governo americano che a governi stranieri. Tra i clienti sono la Chicago & Northwestern Railroad, la Great Northern Railro­ad, l’Illinois Central di Edward H. Harriman (padre del futuro politi­co liberal Averell che, nella carica di ambasciatore a Londra, avrebbe scelto quale assi­sten­te speciale Paul Felix «Pig­gy» Warburg, figlio di Felix), la Westinghou­se Elec­tric, la Western Union, l’US Rubber e l’Ame­rican Smel-ting & Refining. Sua figlia Frieda sposa Felix M. (la lettera M, imposta a tutti i maschi, vale Moritz) Warburg, uno dei due figli, trasferitisi in America, del banchiere «tedesco» Moritz Warburg e di Charlotte Oppenheim (a sua volta figlia di Na­than, mer­cante di gioielli, e di una Goldschmidt, appartenente ad un’enne­si­ma fami­glia di banchieri francoforte­si).

L’altro fratello Paul, che impalma Nina Loeb, sorella minore della moglie di Schiff (divenendo in tal modo zio di suo fratello), è, col goy Nelson W. Aldrich, l’effettivo estensore del Federal Reserve Act. Il nostro Paul – che dal 1921 al 1932 sarà uno dei direttori del Council on Foreign Relations – vede così realizzati i propri proget­ti, formulati coi delegati della banca Morgan (il cui capostipite è Junius S. padre di John Pierpont, nel 1864 unico titolare della banca George Peabody & Co., filiale-associata dei Roth­schild, il cui nome cambia in Junius S. Morgan Co., nel 1871 divenuta Drexel Mor­gan & Co. e nel 1895 J.P. Morgan & Co., sempre restando su­bordinata-affiliata alla N.M. Rothschild di Londra), dei Rockefel­ler e di altri grandi gruppi bancari, tra cui l’eterna, tentacolare rete rothschildiana (in seguito, rileva Robert Wil-son, del Federal Reserve System saranno proprietarie dodici famiglie, delle quali una sola americana) nella riunione di dieci giorni apertasi il 22 novem­bre 1910 sull’isola Jekyll, davanti alla cittadina di Brun­swick/Geor­gia. Tra i principali, giunti nel vagone passeggeri privato del senatore del Rhode Island Nelson W. Aldrich: lo stesso Aldrich, presidente della Commissione Nazionale per le Questioni Finanziarie, socio della banca J.P. Morgan e suocero di John D. Rockefeller jr; Henry P. Davison senior partner della J.P. Morgan; Frank A. Vander­lip presi-dente della rockefelleriana National City Bank, all’epoca prima banca mon­dia­le, delegato pure della Kuhn, Loeb & Co.; Charles D. Norton, presi­den­te della morganiana First National Bank of New York di Morgan; Abraham Piatt Andrew vice­segretario del Tesoro; Benja­min Strong del direttivo della J.P. Morgan’s Bankers Trust Company; e Paul M. Warburg, socio della Kuhn, Loeb & Co. e dele­gato dei Rothschild sia inglesi che francesi (i sette personaggi, noterà George Baker in un articolo sul New York Times 3 maggio 1931, rap­pre­sentano un sesto della ric­chezza mondiale; Viktor Farkas e G. Edward Griffin riportano: un quarto).

Il Federal Reserve System, istituto di emissione controlla­to non dallo Stato ma da un direttorio di sette membri – sei espressi da dieci banche private ebraiche (sei internazionali: Roth­schild Bank of London, Rothschild Bank of Berlin, la parigina Lazard Frérés, Israel Moses Seiff Bank of Italy, Warburg Bank of Hamburg, Warburg Bank of Amsterdam, e quattro newyorkesi: Lehman Bro­thers, Chase-Manhattan Bank, Kuhn, Loeb & Co. e Goldman Sachs), il setti­mo è il Segretario al Tesoro – viene poi perfeziona­to dalla Commissio­ne Aldrich, che relazionerà al Senato il 16 gennaio.

Come al fallimento erano andati incontro i primi due tentativi di istituire una Banca Centrale (la Bank of North America nel 1781-83 e la First Bank of the United States nel 1790-1811) similmente l’Aldrich Bill viene respinto dal Congresso. Tra gli oppositori, il deputato Charles Lindbergh del Minne­sota (padre del futuro eroe dell’aria anti-FDR) e il senatore del Wi­sconsin Robert LaFollette, il quale ammonisce che in caso di approvazione il paese verrebbe governato da cinquanta banchieri (irridendo, lo corregge davanti ai giorna­li­sti George F. Baker della J.P. Morgan: il numero non sarebbe maggiore di otto). Oppositore è anche il presiden­te Taft, il quale, scrive Lello Ragni, «in alcune circostanze si dimostrò ostile alle strategie di potere della nuova oligarchia del denaro: infatti, nel corso del suo mandato il numero di cause promosse contro i trust raddoppiò rispetto al periodo di presidenza del suo predeces­so­re Theodore Roosevelt. A questo punto i cospiratori di Jekyll Island decisero di boicottare Taft [già in sospetto agli occhi ebraici] e di apportare alcune modifiche all’Aldrich Bill cambian­do­ne anche il nome ma mantenendone inal­te­rata la sostanza. Alle nuove ele­zioni presiden­ziali appoggiarono così entrambi i rivali di Taft. Theodore Roose­velt, che ora concor­reva per il Partito Progressista, fu finanziato da Frank Munsey e George Perkins, entrambi agenti di John [Pierpont] Morgan [il cui padre Junius era stato agente dei Rothschild; i discendenti si integreranno poi anche fisicamente nel sistema finanziario ebraico impalman­do donne delle casate Schiff, Loeb e Kuhn]; il demo­cra­tico Woo­drow Wilson fu invece finanziato dai ban­chieri ebrei Jacob Schiff, Bernard Baruch, Henry Morgen­thau e Thomas Fortune Ryan».

Giubilato Taft e insediatosi Wilson il 4 marzo 1913, il Federal Reserve Act riceve tosto il fervido appoggio del princi­pa­le consigliere del presidente, il «colonnello» Edward Mandell House (1858-1938, di religione battista ma dato per ebreo da Sigilla Veri, Dieter Rüggeberg, Horst E­ckert, Helmut Schröcke e Cusham Cunningham; l’an­ti-rooseveltiano Cincinnatus, seguen­do il giornalista Howden Smith, ne fa invece discen­dere l’ebrai­ciz­zante secon­do nome da un commer­ciante ebreo ami­co del padre, dicendo «mali­cious rumors» le voci che lo vogliono di ebraica ascen­denza; lo zio Thomas, agente dei Rothschild, fu grande mercante d’armi a metà Ottocento; il titolo onori­fi­co di colonnello gli fu conferito da un governatore del Texas in cambio di servigi politici; certo ebreo è il secondo segretario, Itzig Tumultey).

Definito da Wilson con altisonanti espressioni («House è la mia seconda personali­tà. È il mio ego indipendente. I suoi pensieri e i miei sono tutt’uno. Sarebbe nel giusto chiunque con­cludesse che le sue iniziative riflettono le mie opinioni»… il tutto fino al marzo-aprile 1919 quando sopraggiungerà la rottura tra i due, determinata dall’andamento anti-wilsonico dei «trattati» versagliesi), il «colonnello» è in stretto contatto anche con Paul Warburg, da lui «consigliato» a Wilson: «Così il 22 dicembre 1913, quan­do molti mem­bri del Congresso e­ra­no già in ferie, fu appro­va­to il Federal Reser­ve Act con 298 voti favorevoli e 60 con­tra­ri alla Camera dei Rappresentanti e con una mag­gioranza di 43 contro 25 al Sena­to. La legge riservava l’emissione di banconote a dodici Federal Reserve Bank distri­buite sul territorio [Atlanta, Boston, Chicago, Cleveland, Dallas, Filadelfia, Kansas City, Minneapolis, New York, Rich-mond, San Francisco, St. Louis] e controllate da un consiglio diretti­vo chiamato Federal Reser-ve Board. Paul Warburg entrò nel primo Federal Re­serve Board, mentre Benja­min Strong, uno degli uomini di Mor­gan presenti a Je­kyll Island, fu fatto presi­dente della Federal Reserve Bank di New York [dal 1920 manterrà rapporti strettissimi, professionali e personali, col presidente della Banca d’Inghilter­ra Montagu Norman]». Poco dopo, gli stessi fondano l’IRS Internal Revenue Service, l’ufficio del fisco centrale che incassa i tributi dei cittadini e li gira alla FED quale «credito del Tesoro degli Stati Uniti».

Asciutta la definizione di Antony Sutton: «Il Federal Reserve System è un mo­no­polio privato lega­lizzato della riserva monetaria a vantaggio di pochi col pretesto di promuovere e proteggere l’interesse pubblico». «Un preciso scopo del cartello» – aggiunge Griffin – «era di legare a sé il governo federale, cosicché i grandi banchieri potessero scaricare i passivi sui contribuenti». Centrato il ritratto steso nel 1915, neppure un anno e mezzo dopo l’approvazione del Congresso, da Harold Kellock in Warburg, the Revolutionist, appar­so nel maggio 1915 su The Century Magazine: «Paul M. Warburg è forse la persona più civile che abbia mai guidato una rivoluzione. Fu una rivoluzione incruenta: egli non si occupò di chiamare il popolo alle armi. Scese in campo armato solo di un’idea. E vinse. Questo è lo straordinario. Un uomo timi­do, sensibile, impose la sua idea ad una nazione di cento milioni di uomini».

Decisamente degno d’attenzione il percorso storico della moneta cartacea emessa dai money-makers della Federal Reserve Bank: da valuta ancorata a beni tan­gi­bili – quand’anche filosoficamente/moralmente discutibili come la riserva aurea, come ancora a Bretton Woods – a valuta «disincarnata» da alcunché di reale, in particolare dopo l’annuncio nixoniano dell’abo­lizio­ne della convertibili­tà (15 agosto 1971), imposta al mondo in primo luogo dalla forza mili­ta­re. Citando il non-conforme Spotlight, ben rileva Robert Wilson: «[I capi della FED] fanno davvero un buon affare. Emetto­no un pezzo di carta con un numero cui attac­ca­no tanti zeri quanti gli aggrada. Poi lo chiama­no denaro. Sanno bene che l’oro e l’argento non possono falsificarli. Preferiscono stampare carta». E se nel 1914 la FED aveva stampato sulla carta la dizione “Questa banconota è un mezzo di pagamen­to legale per tutte le banche nazionali e della Riserva Federale, e per tutte le tasse, tributi e altre imposte pubbliche. Su richiesta viene cambiata in oro e altri mezzi di pagamento legali presso ogni banca della Riserva Federale attraverso il Te­so­ro degli Stati Uniti nella città di Washington, Distretto di Columbia”, già nel 1950 l’avverten­za muta in “Questa banconota è un mezzo di pagamento legale per ogni obbliga­zione, pubblica o privata, e viene cambiata in denaro legale dal Tesoro degli Stati Uniti o in ogni banca della Riserva Federale”, per giungere nel 1963 all’asciutta truffa finale senza garanzia alcuna “This note is legal tender for all debts, public and private, Questa ban­co­nota è un mezzo di pagamento legale per ogni obbligazione, pubblica o privata”.

Dal 1° al 22 luglio 1944, alla conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire, l’ebreo filocomunista Harry Dexter White (1892-1948), il più stretto collaboratore del decennale Segretario al Tesoro e fervido anti-«nazista» Henry Morgenthau  jr, sarà uno degli artefici dei due futuri «cani da guardia» dell’eco­no­mia mondia­le: l’In­ternational Monetary Fund, o Fondo Monetario Internazionale, e la World Bank, o Banca Mondiale, nata quale Interna­tio­nal Bank for Recon­struction and Development “Banca Internazionale di Rico­struzione e Svi­lup­po”. I coautori sono i sempre confrères economisti Erving Paul Ex­ner e Emanuel Alex­an­dro­vich / Alexan­der Goldenwei­ser, del quale ultimo l’Encyclopaedia Judaica scrive che «sviluppò i servizi statistici del [Federal Reserve] Board, rappresentò frequentemente a livello nazionale il Federal Reserve System e fu attivo nei massimi comitati tecnici governati­vi per l’economia e la finanza. Fu, inoltre, uno dei maggiori ideatori ameri­cani del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale». L’obiettivo della conferenza di Bretton Woods è l’istituzione di un ordine moneta­rio mondiale, poi chiamato gold exchange standard, sotto l’egida del Paese di Dio: 730 delegati di 45 nazioni sovrane accetta­no il dollaro quale moneta internazionale di scambio – «esperanto del sistema finanziario mondiale», ben lo definisce Gerhard Wisnewski – fissando quel tasso fisso di cambi che sarebbe durato fino al 15 agosto 1971, quando Nixon abolirà d’autorità la convertibilità del dollaro in oro.

Aspetto altrettanto interessante, il Federal Reserve Act, rimasto pressoché immo­di­ficato fino ad oggi, prevede che il Board of Governors, “Consiglio dei Governato­ri”, composto da sette membri desi­gnati dal Presidente per una durata di quattordici anni, sia rinnovato in ragione di un membro ogni due anni; in tali condizioni diviene un organo prati­ca­mente intoccabile e sovrano nei confronti del Presidente, il cui mandato dura un quadriennio e può essere rinnovato solo una volta. Nel caso più sfavorevole per il Consiglio, un Presidente «ribelle» non può rimpiazzare che quattro membri su sette, anche se, scrive Jacques Bordiot, già nel primo mandato «non si permetterebbe mai di apportare una qualunque modifica al Consiglio senza esservi invitato dall’Alta Finanza, pena la perdita di ogni possibilità di rielezione».

Bibliografia:

– Reed D. (I), Gli ebrei visti da un giornalista inglese, Mondadori, 1944

– Blondet M. (III), Schiavi delle banche, effedieffe, 2004

– Furet F. (II), Il passato di un’illusione – L’idea comunista nel XX secolo, Mondadori, 1995

– Flores M. (II), L’immagine dell’URSS – L’Occidente e la Russia di Stalin (1927-1956), il Saggiatore, 1990

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