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Apr 14

0208 – La “scoperta” del “bunker 1” di Birkenau: vecchie e nuove imposture. Carlo Mattogno analizza pezzetti marcello

La “scoperta” del “bunker 1” di Birkenau:

vecchie e nuove imposture (2002)

La “scoperta”

 

Carlo Mattogno

Carlo Mattogno

Secondo il “Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945“, a Birkenau, prima della costruzione dei quattro crematori, due case coloniche polacche preesistenti furono trasformate dall’amministrazione del campo in “camere a gas” omicide. La”casetta rossa”, o “Bunker 1“, entrò in funzione il 20 marzo 1942; la “casetta bianca”, o “Bunker 2“, il 30 giugno. Il “Bunker 1” fu demolito nel 1943 e di esso si è perduta ogni traccia; il “Bunker 2” fu distrutto alla fine del 1944, ma della casa alla quale fu attribuita questa denominazione e questa funzione restano ancora le fondamenta, che attualmente fanno parte del percorso di visita del campo di Birkenau.

Il 20 novembre 2001 il “Corriere della Sera” ha pubblicato un articolo di Gian Guido Vecchi intitolato “Shoah. L’inferno cominciò in una casa rossa (p.35).

Marcello Pezzetti vi annuncia di aver scoperto il luogo dove un tempo si trovava il presunto “Bunker 1” di Birkenau, luogo nel quale fino a qualche mese fa sorgeva una casa privata abitata da una famiglia polacca, ora in demolizione. Anzi, secondo Marcello Pezzetti, la casa stessa era il “Bunker 1“, perché egli “si chiedeva come fosse possibile vivere serenamente in una camera a gas”, il che è assurdo, dato che il presunto “Bunker 1” fu raso al suolo nel 1943.

Allegato 5

Allegato 5

La “scoperta” sarebbe avvenuta nell’estate del 1993, quando “Schloma” [recte: Schlomo; nome polacco: Szlama] Dragon, il fratello Abraham, e Eliezer “Esisenschmidt” [recte: Eisenschmidt] lo avrebbero accompagnato davanti alla casa ritratta nella fotografia piccola a sinistra nella pagina summenzionata [vedi allegato 5].

 Chi è Marcello Pezzetti?

pezzetti marcello

pezzetti marcello

è un ricercatore del “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” (CDEC) di Milano, noto soprattutto per le sue consulenze ai film olocaustici di Spielberg (Schindler’s List) e di Benigni (La vita è bella) e per aver curato la realizzazione del CR-Rom “Destinazione Auschwitz” (Proedi, Milano 2000), una specie di video game creato come strumento di lavaggio del cervello delle giovani generazioni.

Negli ambienti giornalistici italiani, che gli danno largo spazio, Marcello Pezzetti è considerato “uno dei massimi esperti di Auschwitz e Shoah al mondo”, e la cosa tragica è che, a quanto pare, lo crede anche lui!

Il primo annuncio della “scoperta”

Marcello Pezzetti aveva già annunciato la prodigiosa “scoperta” del presunto “Bunker 1” di Birkenau quattro anni or sono.

Nel numero del 26 febbraio 1998, il settimanale “Panorama” ha pubblicato un articolo di tale Valeria Gandus intitolato “Operazione memoria” (pp.94-97), concernente la decisione dell’Unesco di inserire l’ex KL Auschwitz

“nel programma destinato al restauro e alla conservazione dei più importanti musei di tutto il mondo” (p.94).

La giornalista informava che ciò che resta dei crematori II e III di Birkenau viene costantemente

“violato e saccheggiato dai naziskin in caccia di macabri souvenir e dai negazionisti alla ricerca di prove “scientifiche”” (p. 94),

perciò l’Unesco sta elaborando un progetto che

“prevede che quel che resta dei due edifici venga protetto (probabilmente sarà messo sotto vetro) e reso accessibile solo agli studiosi” (p.96).

Lo scopo del progetto è chiaro: precludere agli studiosi revisionisti l’accesso alle rovine di queste presunte installazioni di sterminio per impedire ulteriori approfondimenti della questione non certo irrilevante della “chimica dello sterminio”. Evidentemente Fred Leuchter e Germar Rudolf hanno lasciato il segno nella cultura ufficiale.

La giornalista ci informa poi che

“membro delegato dall’Unesco al progetto e al controllo dell’operazione è un italiano, Marcello Pezzetti, storico e ricercatore del Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), uno dei massimi esperti mondiali del luogo più oscuro della memoria collettiva d’Europa” (pp.94-95).

Ed ecco l’annucio della straordinaria “scoperta”:

“studiando le mappe originali del campo e interrogando gli ultimi sopravvissuti della prima squadra di “sonderkommando” [sic] (i prigionieri addetti alla spoliazione delle vittime e alla raccolta [!] dei cadaveri) Pezzetti ha trovato il luogo e l’edificio. “Del Bunker 1 avevano parlato, nei processi celebrati dopo la guerra, pochi testimoni. Nessuno di loro, però, era stato portato fisicamente al campo per identificare il luogo e la costruzione”, racconta Pezzetti.

Per una malintesa esigenza di pacificazione, la realpolitik imponeva che non si facessero scomode ricerche su un territorio che avrebbe dovuto essere tutelato e consacrato al ricordo e che veniva invece colonizzato da polacchi in cerca di terreni a buon mercato dove ricostruire le case distrutte dalla guerra e da alcuni vecchi abitanti che a suo tempo erano stati evacuati dai nazisti. Fra questi ultimi, tornarono “a casa” anche coloro che prima della costruzione di Birkenau possedevano e abitavano l’edificio poi trasformato in camera a gas. E sulle rovine della vecchia villetta fatta saltare parzialmente dalle Ss nel novembre del 1944 [sic!], ricostruirono la nuova abitazione””(p.95).

All’epoca questa eccezionale “scoperta” è passata quasi inosservata, ma ora le cose sono diverse, perché questa volta entra in gioco l’industria dell’Olocausto.

Vediamo anzitutto quale sia il valore storico di questa “scoperta”. In quel che segue, anticipo alcuni risultati di un mio studio in corso sui presunti “Bunker” di Birkenau.

Il valore storico della “scoperta”

Premetto che i “Bunker” di Birkenau, come installazioni di sterminio, non sono mai esistiti. Intorno al campo di Birkenau esistettero invece varie case polacche; alcune furono demolite; altre furono prese in carico dalla SS-Neubauleitung (poi Bauleitung, infine Zentralbauleitung) di Auschwitz, provviste di numero di “Bauwerk” e di denominazione e impiegate per lo scopo prescelto (ad esempio, la casa polacca censita col numero 44 divenne il “Bauwerk 36c“, fu ristrutturata e fu assegnata come alloggio all’SSSturmbannführer Cäsar, Leiter der landwirtschaftlichen Betriebe); altre ancora furono lasciate intatte ma non furono prese in carico dalla Zentralbauleitung, perciò rimasero inutilizzate. A due di queste case — con un tortuoso processo letterario che cominciò nell’agosto 1942, si sviluppò tra il 1942 e il 1944 in un coacervo di temi disparati e contrastanti e raggiunse un primo stadio letterario organico nel febbraio 1945 grazie a Szlama Dragon — fu infine attribuita la qualifica di “Bunker 1” e “Bunker 2“.

Allegato 1, cliccare sulla foto per ingrandirla

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Qui però il problema è un altro: la posizione del presunto “Bunker 1” indicata da Marcello Pezzetti è infatti in totale contrasto con l’unica fonte di cui disponga la storiografia ufficiale. Si tratta della relazione della signora Józefa Wisifska resa il 5 agosto 1980 e consegnata al Museo di Auschwitz, che fu protocollata da Franciszek Piper e che si trova attualmente nella collezione “Oswiadczenia“, tomo 113, pp. 77-78 [vedi allegato 1].

La signora Wisifska dichiarò che, prima della Seconda guerra mondiale, la sua famiglia abitava nelle immediate vicinanze del campo di Birkenau. Nel 1941 la casa di suo zio, Józef Harmata (e di suo genero Gryzek), fu requisita e trasformata poi dai Tedeschi nel “Bunker 1“. Nel 1949 la signora Wisifska tornò nel terreno di sua proprietà: la casa di suo zio (il presunto “Bunker 1“) non esisteva più. A pochi metri dal luogo in cui si trovava fu successivamente costruita una casa che all’epoca apparteneva al signor Stanislaw Czarnik.

Allegato 2, cliccare sulla foto per ingrandirla

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La signora Wisifska allegò alla sua relazione uno schizzo topografico della zona [vedi allegati 2 e 3] in cui è indicata la posizione esatta della vecchia casa di Józef Harmata (il presunto “Bunker 1“) e della nuova casa del signor Czarnik.

La signora Wisifska non aveva ovviamente nessuna prova di nessun tipo che la casa di suo zio Józef Harmata e di suo genero Gryzek fosse stata trasformata dalle SS di Auschwitz in “Bunker 1“. Ella era stata evidentemente imbeccata dal Museo di Auschwitz, il quale, fin dal 1978, avendo fissato arbitrariamente in una pianta ufficiale del campo di Birkenau la posizione del presunto “Bunker 1” proprio nel punto indicato nel 1980

Allegato 3 , cliccare sulla foto per ingrandirla

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dalla signora Wisifska, aveva bisogno di questa “prova” fittizia a posteriori per giustificarsi.

La scelta di un membro della famiglia Harmata si spiegava col fatto che la sentenza del processo Höss (2 aprile 1947) aveva dichiarato che le case polacche presuntamente trasformate in “Bunker 1” e in “Bunker 2” appartenevano ai contadini di Brzezinka (Birkenau) Wiechuja e Harmata. Tuttavia i nomi di questi due contadini furono scelti arbitrariamente, tra le persone che abitavano nella zona e che erano state espropriate delle loro case dalle SS, soltanto per creare una prova fittizia della localizzazione dei “Bunker“. In questa penosa finzione, i giudici attribuirono il presunto “Bunker 1” alla casa della famiglia Wiechuja, il presunto “Bunker 2” a quella della famiglia Harmata. In ciò essi seguirono quanto il perito Roman Dawidowski aveva scritto nella sua perizia del 26 settembre 1946. La signora Wisifska asseriva invece che la casa presuntamente trasformata in “Bunker 1” apparteneva alla famiglia Harmata e non a quella Wiechuja, il che è una ulteriore conferma del fatto che l’attribuzione dei due “Bunker” alle case delle due famiglie summenzionate non aveva alcun fondamento reale.

Allegato 4, cliccare sulla foto per ingrandirla

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Il 20 settembre 1985 Franciszek Piper scattò quattro fotografie di una casa, da lui indicata come quella del signor Czarnik, e le allegò alla relazione della signora Wisifska. Una di queste fotografie, inventariata dal Museo di Auschwitz col riferimento d’archivio “nr neg. 21225/3”, mostra una veduta frontale della casa in questione [vedi allegato 4],

Allegato 5

Allegato 5

la quale è identica a quella della fotografia pubblicata nell’articolo menzionato sopra [vedi allegato 5].

 Tuttavia questa casa, che anch’io ho fotografato nell’agosto del 2000 [vedi allegato 6], si trova al di là della strada che attualmente fiancheggia esternamente la recinzione ovest del campo di Birkenau, mentre la casa di Józef Harmata (il presunto “Bunker 1“), come risulta indubitabilmente dallo schizzo

Allegato 6, cliccare sulla foto per ingrandirla

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topografico della signora Wisifska, era situata molto più a est, all’interno della recinzione del campo e precisamente poche decine di metri a nord delle quattro fosse dell’impianto di chiarificazione (“Kläranlage“), che esistono ancora.

 La casa indicata da Marcello Pezzetti è posta a ovest di un altro punto di riferimento facilmente individuabile, il monumento ai prigionieri di guerra sovietici. Questo monumento è situato circa 200 metri a ovest dell’impianto di

Allegato 7, cliccare sulla foto per ingrandirla

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chiarificazione e dunque del punto in cui si trovava la casa di Józef Harmata (presunto “Bunker 1“), in prossimità della recinzione ovest del campo e della strada che la fiancheggia [vedi allegato 7], alla quale si accede attraverso un vecchio cancello. Da qui, procedendo verso destra (nord), la casa in questione si trova a un centinaio di metri.

In pratica, questa casa, la quale, secondo Marcello Pezzetti, sorgeva sulle rovine del “Bunker 1” (o era addirittura il “Bunker 1“!), dista in linea d’aria più di 300 metri dal punto in cui si trovava la casa di Józef Harmata e dunque dal luogo in cui sorgeva il presunto “Bunker 1“.

Da quanto sopra risultano tre conclusioni:

1) il fatto che una casa (quella del signor Czarnik) si trovi a pochi metri dalla casa che fu di Józef Harmata (il presunto “Bunker 1“) non è una scoperta di Marcello Pezzetti, ma una rivelazione della signora Wisifska

2) l’identificazione della casa appartenente al signor Czarnik con la casa che appare nella fotografia pubblicata nell’articolo del “Corriere della Sera” è stata effettuata da Franciszk Piper otto anni prima di Marcello Pezzetti

3) questa identificazione è errata, perché la casa ritratta nelle fotografie di Franciszek Piper e di Marcello Pezzetti e nella mia fotografia non può essere la casa del signor Czarnik indicata dalla signora Wisifska, dunque non può essere la casa sorta sulle rovine del presunto “Bunker 1“.

Perciò la “scoperta” di Marcello Pezzetti non ha alcun valore storico.  

I “testimoni” di Marcello Pezzetti

Marcello Pezzetti racconta che, nel 1993, Szlama Dragon, il fratello Abraham ed Eliezer Eisenschmidt lo guidarono dritto e senza esitazione alla casa dove presuntamente sorgeva il presunto “Bunker 1“. Ora — come vedremo sotto — Szlama Dragon nel 1945 era stato interrogato prima dai Sovietici, poi dai Polacchi, ma non aveva mai saputo fornire alcuna indicazione sulla posizione del presunto “Bunker 1“.

Come si può dunque credere seriamente che egli abbia individuato con tutta sicurezza un luogo che non era stato capace di trovare 48 anni prima?

La cosa è tanto più incredibile in quanto a Vienna, alla 26a udienza del processo Dejaco-Ertl (2 marzo 1972), questo testimone, dopo aver confuso il giorno prima il crematorio I con il “Bunker 2” (!), fu costretto a confessare:”Ich kann mich heute nach 30 Jahren nicht mehr erinnern…” (“Oggi, dopo 30 anni, non riesco più a ricordare…”).

Per un portentoso prodigio della natura, dunque, Szlama Dragon ha ricordato perfettamente dopo 48 anni ciò che non ricordava dopo 30 e non sapeva dopo tre anni!

Il fratello di Szlama Dragon, Abraham, non depose né al processo Auschwitz né al processo della guarnigione del campo, non fece successivamente dichiarazioni giurate né scrisse rapporti sulle sue esperienze; la stessa cosa vale per Eliezer Eisenschmidt. Entrambi hanno raccontato per la prima volta la loro storia negli anni Novanta!.

Nell’ intervista riportata in quest’opera, i fratelli Dragon dichiarano di aver lavorato un solo giorno presso il presunto “Bunker 2” nel dicembre 1942; inoltre Szlama vi lavorò per due giorni nel 1944, e questo è tutto! Né Szlama né Abraham furono mai portati al presunto “Bunker 1: ma allora, come poterono localizzarlo con tanta sicurezza nel 1993?

Eliezer Eisenschmidt pretendeva invece di aver lavorato al “Bunker 1” per sei mesi, ma, nonostante ciò, egli non ha saputo fornire neppure un vago indizio sulla sua posizione. Non solo, ma egli ignorava perfino la denominazione di “Bunker” per la presunta “camera a gas”, anzi, credeva addirittura che i “Bunker” (al plurale) fossero le presunte “fosse di cremazione”!

“Le fosse o “Bunker”, come le chiamavamo, erano grosse e profonde”.

Nel libro menzionato sopra, Gideon Greif racconta che nell’estate del 1993, mentre intervistava Szlama Dragon presso le rovine del presunto “Bunker 2“, si avvicinò “un amico della televisione italiana” che gli mostrò una pagina della deposizione polacca di Szlama Dragon del 1945. L’italiano, con tale documento, cercava di individuare il luogo delle “fosse di cremazione” e allora Gideon Greif gli disse di interrogare direttamente Szlama Dragon, che era lì presente. Al che, l’italiano rimase “senza parole”. D’altra parte, anche Eliezer Eisenschmidt era a Birkenau nell’estate del 1993, perciò è chiaro che l’ “amico della televisione italiana” non era altri che Marcello Pezzetti. In questa occasione dunque egli interpellò i tre “superstiti” e “scoprì” il presunto “Bunker 1“: ma allora perché Gideon Greif non accenna minimamente alla presunta “scoperta”?

Nel suo libro viene riprodotta la pianta di Birkenau già pubblicata nel “Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945“, nella quale la “1.provisorische Gaskammer” (prima camera a gas provvisoria) viene indicata esattamente nello stesso punto (e con lo stesso simbolo) in cui appariva nella pianta pubblicata nel libro “Auschwitz. Nazi Extermination Camp” (1978) — sulla quale ritornerò sotto — cioè poco a nord del Kläranlage del Bauabschnitt III (settore di costruzioni III), nella posizione indicata dalla signora Wisifska. Ora, se è vero che Szlama Dragon, Abraham Dragon e Eliezer Eisenschmidt avevano individuato esattamente la posizione del presunto “Bunker 1” già nel 1993 (evidentemente in presenza di Gideon Greif, che li aveva portati a Birkenau per intervistarli), perché questi non ne parla affatto?

E perché i tre testimoni non corressero la pianta di Birkenau pubblicata nel suo libro?

Marcello Pezzetti pretende che i tre testimoni lo accompagnarono senza esitazione davanti alla casa polacca summenzionata “partendo dal Krematorium III”. Si tratta di una semplice affermazione retorica ad effetto che può solo far sorridere chi abbia una certa dimestichezza con la topografia di Birkenau, tanto più in quanto, dal 1943 al 1993, la zona intorno al campo è cambiata enormemente.

Se dunque la storia della passeggiata a Birkenau è vera, questi tre poveri vecchi hanno semplicemente condotto Marcello Pezzetti dove egli voleva essere condotto.

La posizione del Museo di Auschwitz sulla “scoperta”

Il 20 novembre 2001, “Le Monde” ha pubblicato un breve articolo di Henri Tincq intitolato “Le mystère enfin levé de la première chambre à gaz d’Auschwitz-Birkenau” che è uno scialbo riassunto dell’articolo del “Corriere della Sera“. Dal quotidiano parigino la notizia della “scoperta” è successivamente passata nella stampa europea e americana. Perfino il Museo di Auschwitz ha appreso della “scoperta” di Marcello Pezzetti dall’articolo di “Le Monde” e ha risposto con un articolo di Jerzy Sadecki su “Rzeczpospolita” (Repubblica) intitolato “Auschwitz-Birkenau. Le Monde solves a mystery that was no mystery“, che contiene anche le considerazioni del direttore del Museo, Jerzy Wróblewski, e di Franciszek Piper. Riporto le parti salienti dell’articolo, che ho tratto dal sito http://www.auschwitz-muzeum.oswiecim.pl/html/eng/aktualno…:

“Non è possibile vivere in qualcosa che non esiste. “Quella famiglia non può aver vissuto in una camera a gas, perché i Tedeschi distrussero la casetta rossa nel 1943. Di essa non rimase alcuna traccia; i Tedeschi non lasciarono sul posto neppure un pezzetto delle sue fondamenta”, spiega il dott. Franciszek Piper, del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. “Solo nel 1955 i proprietari del terreno costruirono una nuova casa sul luogo della camera a gas e ci andarono ad abitare”. […].

“Sfortunatamente, quando, nel 1957, furono fissati i confini del campo — dichiara Jerzy Wróblewski, direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, il terreno in cui si trovava la prima camera a gas nel 1942-1943 fu lasciata fuori, sebbene fosse adiacente. Non so per quale ragione all’epoca si prese questa decisione. Forse perché vi era già stata costruita una nuova casa e negli anni di generale ricostruzione dopo le devastazioni della guerra nessuno osò chiedere che fosse demolita”.

Wróblewski è perplesso di fronte all’affermazione di Le Monde che il luogo è stato scoperto soltanto ora.

“L’ubicazione è nota da parecchio tempo e non costituisce alcun mistero. L’ubicazione fu identificata nel 1945 nei rapporti sia della commissione sovietica sia di quella polacca. Essa fu indicata da detenuti che testimoniarono all’epoca, incluso Schlomo Dragon. Il comandante del campo, Rudolf Höss, la descrisse nelle sue memorie, che furono pubblicate più tardi”. “Tutte le guide che conducono i visitatori per il campo conoscono l’ubicazione”,

affermano Piper e Wróblewski.

“Se il giornalista di Le Monde avesse voluto ottenere informazioni alla fonte, al Museo, avremmo potuto mostrargli il noto studio Auschwitz: Nazi Death Camp, pubblicato la prima volta da Interpress nel 1977, che contiene una pianta di Birkenau nella quale è segnato il luogo della prima camera a gas. Già negli Ottanta, prima che qualcuno qui avesse sentito parlare del signor Pezzetti, io consultai i documenti catastali dei proprietari e stabilii al metro l’ubicazione della casetta rossa”, dice Piper. Una pianta della casa — egli rileva — si trova a p. 114 del terzo volume del compendio in cinque volumi Auschwitz pubblicato in polacco, in tedesco e in inglese”. […].

Marcello Pezzetti apparve ad Auschwitz diversi anni fa e partecipò ai dibattiti su come risolvere il problema del luogo della casetta rossa. Pezzetti trovò uno sponsor, Richard Prasquier.

Dopo lunghe trattative, quest’anno il Museo è riuscito a comprare la proprietà e a trasferire i suoi abitanti in un’altra casa, che fu ricostruita. Squadre di tecnici del Museo hanno smantellato la struttura che era sul luogo della camera a gas e vi hanno realizzato un giardino. “In primavera — dice Wróblewski — vogliamo recintare il terreno, seminarvi l’erba, piantarvi la tuia ed erigervi una targa commemorativa recante una breve storia del luogo e un pavimento della prima cammera a gas””.

Le imposture del Museo di Auschwitz

Dunque il Museo di Auschwitz rivendica a sé la presunta “scoperta”, ma, incredibilmente, non contesta affatto che la casa indicata da Marcello Pezzetti si trovasse nel luogo in cui era situato il presunto “Bunker 1“. Questa tesi può essere sostenuta dai due personaggi summenzionati soltanto con argomenti menzogneri.

Jerzy Wróblewski afferma che

“l’ubicazione [del “Bunker 1“] fu identificata nel 1945 nei rapporti sia della commissione sovietica sia di quella polacca. Essa fu indicata da detenuti che testimoniarono all’epoca, incluso Schlomo Dragon”.

Ciò è completamente falso.

Nessuno dei testimoni oculari interrogati dai Sovietici subito dopo la liberazione di Auschwitz fu in grado di indicarne la posizione né sul terreno né su mappe topografiche. Ciò vale in particolare per Szlama Dragon, il testimone per antonomasia dei presunti “Bunker” di Birkenau, che fu interrogato dai Sovietici il 26 febbraio 1945 e successivamente dai Polacchi il 10 e 11 maggio 1945 e che non fu mai in grado di indicare il punto in cui si trovava il presunto “Bunker 1.

Anzi, nonostante la presenza di Dragon e di altri testimoni, riguardo al presunto “Bunker 1” l’incertezza topografica dei Sovietici era tale che, nella pianta redatta dall’ing. Nosal il 3 marzo 1945 per conto della Commissione sovietica di inchiesta, esso appare in una posizione completamente diversa: al di fuori del campo, a circa 300 metri dalla recinzione nord del Bauabschnitt III di Birkenau, ossia circa 500 metri a nord della posizione indicata dal Museo di Auschwitz nelle sue piante ufficiali (a cominciare da quella pubblicata nel libro Auschwitz: Nazi Death Camp). Il perito Dawidowski si limitò ad accettare la posizione indicata nella pianta summenzionata e questa è una riprova del fatto che le famiglie Harmata e Wiechuja non avevano alcuna relazione con le case presuntamente trasformate in “Bunker“.

Nessuno dei testimoni che apparvero nel 1947 al processo Höss e al processo della guarnigione del campo di Auschwitz fu in grado di indicare la posizione del presunto “Bunker 1“, e ciò vale anche per i testimoni che rilasciarono dichiarazioni successivamente.

Wróblewski e Piper rimandano poi al libro “Auschwitz: Nazi Death Camp, first published by Interpress in 1977, which contains a map of the Birkenau camp where the site of the first gas chamber is marked”.

Allegato 8

Allegato 8

E’ vero che questo libro (apparso nel 1978) contiene una pianta del campo di Birkenau nella quale è indicata la posizione del “Bunker 1“, ma questo non è situato al di fuori del campo, dove pretendono di averlo “scoperto” Franciszek Piper prima, Marcello Pezzetti poi, bensì davanti (a nord) al Kläranlage, esattamente nella posizione indicata dalla signora Wisifska! [vedi allegato 8].

Dunque i due esponenti del Museo di Auschwitz mentiscono sapendo di mentire.

L’impostura viene completata da Franciszek Piper con questa affermazione:

“Già negli Ottanta, prima che qualcuno qui avesse sentito parlare del signor Pezzetti, io consultai i documenti catastali dei proprietari e stabilii al metro l’ubicazione della casetta rossa”.

Qui Piper si riferisce alla relazione della signora Józefa Wisifska resa il 5 agosto 1980 e protocollata proprio da lui. Tuttavia, come ho spiegato sopra, la signora Wisifska, per il “Bunker 1“, ha indicato “al metro” una posizione completamente diversa, perciò anche in questo caso Franciszek Piper mentisce sapendo di mentire.

Marcello Pezzetti non è da meno. Egli, nell’articolo del “Corriere della Seratrasforma la relazione della signora Wisifska in una

“mappa del catasto, con tanto di documento autografo della proprietaria e l’indicazione gaskammer [sic]”,

il che è pura fantasia.

La realtà è che, secondo varie mappe tedesche dell’area di Birkenau, tra cui quella importantissima del 5 ottobre 1942, a est del futuro Bauabschnitt III del campo, entro un limite di 500 metri dalla recinzione, c’erano soltanto sei costruzioni, esattamente corrispondenti a quelle dello schizzo della signora Wisifska (ad eccezione della costruzione n. 6, una stalla, che non appare nella mappa). Nell’area in cui si trovava la casa polacca nella quale Marcello Pezzetti ha voluto ravvisare il “Bunker 1“, invece, non è mai esistita alcuna costruzione!

E questo fatto dimostra inoppugnabilmente che la “scoperta” del presunto “Bunker 1” non è un errore in buona fede, ma una volgare impostura.

E che si tratti di un’impostura è confermato — senza ombra di dubbio — dal fatto che, nelle piante di Birkenau contenute nel CR-Rom “Destinazione Auschwitz” menzionato sopra e nel libro che da esso è stato tratto. In questo libro, pubblicato nel gennaio 2002 con la “consulenza storica” di Marcello Pezzetti, appare un disegno su due pagine del campo di Birkenau in cui il “Bunker 1” è ubicato esattamente nel punto indicato dalla signora Wisifska, cioè accanto al Kläranlage del Bauabschnitt III!.

Ma ciò non ha impedito al nostro “esperto mondiale di Auschwitz” di pubblicare anche una fotografia della casa polacca al di fuori della recinzione del campo oggetto della sua presunta “scoperta” con la seguente didascalia:

“Abitazione costruita da contadini polacchi sui resti del Bunker n. 1, smantellato dai nazisti nella primavera del 1943″.

Se questa non è malafede deliberata, allora è tragica ottusità storiografica. Entrambe le eventualità sono indegne di chi pretenda di impartire agli altri lezioni di storia e di morale.

 

Il business della “scoperta”

La presunta “scoperta” ha naturalmente un risvolto propagandistico-economico.

Riguardo alla casa che, secondo Marcello Pezzetti, sorgerebbe sulle rovine del presunto “Bunker 1“, il “Corriere della Sera” scrive:

“Oggi casa e terreno sono stati acquistati, l’edificio abbattuto per scoprire le fondamenta del vecchio bunker [il presunto Bunker 1 C.M], “il terreno sarà compreso nel percorso [di visita al campo C.M.] del museo, restituito alla memoria e alla preghiera”, spiega Pezzetti. Tutto grazie a lui e al dottor Richard Prasquier, un cardiologo parigino che da piccolo scampò con la famiglia alla “liquidazione” del ghetto di Varsavia ed ha finanziato tutta l’operazione”.

Un articolo apparso sul “Bollettino della Comunità ebraica di Milano” (Anno 57°, numero 1, gennaio 2002, p. 11) ci svela già nel titolo quale sia la vera finalità della prodigiosa “scoperta” di Marcello Pezzetti:

Shoà [sic]: la prima camera a gas di Auschwitz diventa museo“.

L’articolo si apre con questa informazione:

“Due famiglie di contadini polacchi, gli Harmata e i Wichaj (sei persone tra nonni,figlio con moglie e due nipotini), nel mese di novembre hanno traslocato in una casa tutta nuova, studiata nei minimi particolari, con moquettes e marmi”.

La nuova casa, continua l’articolo, è stata costruita grazie alla generosità del cardiologo ebreo Richard Prasquier per “restituire alla memoria” il presunto “Bunker 1“:

“Sì, perché la famiglia nel ’47, alla fine della guerra, era rientrata nella casa che, requisita dai nazisti nel ’42, era stata utilizzata fino all’aprile del ’43 come camere a gas per gli ebrei”.

Dunque nel 1947 “la famiglia” (quale delle due?) era andata ad abitare nientemeno che nel “Bunker 1“! A giustificazione dell’anonimo articolista bisogna dire che questa solenne idiozia gli è stata suggerita da Marcello Pezzetti in persona, di cui egli riporta le seguenti parole:

“Quando otto anni (quindi nel 1994,ndr)  fa ho scoperto che la casa abitata da questa famiglia era nientemeno che il “bunker 1“, cioè la prima camera a gas di Birkenau”, racconta Marcello Pezzetti della Fondazione CDEC, “ho capito subito che si trattava di un luogo particolarmente importante per la memoria ebraica, che doveva entrare nel circuito museale di Auschwitz-Birkenau”.

Marcello Pezzetti racconta poi i mezzi vergognosi con i quali è riuscito a “convincere” a sloggiare la famiglia in questione, che “non aveva alcuna intenzione di lasciare la casa”.

Dopo otto anni di pressioni da parte delle “autorità politiche locali”, del “nuovo direttore del museo [di Auschwitz] Stefan Wilkanowicz” e perfino dell’

incaricato del Vaticano in Francia per i rapporti con il mondo ebraico”,

e grazie al denaro del “filantropo francese Richard Prasquier, presidente di Yad Vashem Francia”, la famiglia alla fine si è arresa e ha accettato di trasferirsi in un villino nuovo costruito a 500 metri di distanza. Nel frattempo Marcello Pezzetti si dava da fare per proprio conto. Egli confessa infatti candidamente che i componenti della famiglia polacca

hanno forse salutato come la fine di un incubo” questo trasferimento,

“visto che, per farli decidere a trattare, avevo iniziato a portare davanti alla casa pulmann di visitatori ai quali indicavo la casa come la prima camera a gas e il suo giardino come un cimitero. Per anni, al nostro arrivo, usciva l’anziana nonna che tentava di mandarci via con parole e modi bruschi”.

La povera famiglia è dunque stata tormentata psicologicamente in questo modo “per anni” da questi “visitatori” — calpestando vergognosamente il suo diritto alla privacy — per portarla all’esasperazione e costringerla a sgombrare dalla propria casa.

Marcello Pezzetti aggiunge che la nuova casa è stata pagata ufficialmente dal governo polacco

“perché la famiglia non voleva che i vicini pensassero che aveva accettato soldi da ebrei“.

Il denaro investito dal “filantropo francese” in questo affare sarà senza dubbio ampiamente ripagato dallo sfruttamento propagandistico del nuovo padiglione dell’industria dell’Olocausto. Si può esser certi che la prima operazione commerciale sarà un video (che sarà venduto in milioni di copie) sulla “scoperta” del “Bunker 1“.

Non c’è dubbio che anche il Museo di Auschwitz, grazie alla “scoperta”, vedrà presto incrementare i suoi profitti.

Naturalmente la “scoperta” ha anche un importante aspetto ideologico-propagandistico: essa arriva infatti in un momento di grande crisi della storiografia ufficiale, la quale, perduto il contributo di Jean-Claude Pressac, si è impantanata in una sterile rimuginazione di temi già logori, del tutto incapace di fare un passo avanti sulla via della ricerca. Precipitata a capofitto da Pressac a van Pelt, essa si dibatte nella mediocrità e non sa più che cosa opporre alla critica revisionistica.

L’impostura del “Bunker 1” diventerà dunque una nuova arma mediatica contro il revisionismo.

Carlo Mattogno

Fonte: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/08/la-scoperta-del-bunker-1-di-birkenau-vecchie-e-nuove-impostu.html

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