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Mar 29

0139/ VI – Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: cosmico-religiosa

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

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di  Gianantonio Valli

seconda edizione, ampliata, corretta  e reimpostata, di
Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

LE VALENZE DELL’OLOCAUSTO

 6 – cosmico-religiosa

 Valenza precedente:Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: aggressiva“, cliccare QUI.

(…) (Pagg. 120→125)     Sul fatto che l’Olocausto comporti valenze più ampie di quelle, pur centrali, che riguardano lo Stato d’Israele batte e ribatte anche Jacob Neusner (II), ponendo l’accento su quella forma specifica di giudaismo moderno, vera e propria «civil religion» dell’e­bra­ismo contemporaneo (vedi anche MacDo­nald II) da lui definita Ameri­can Judai­sm, «Judaism of Holocaust and Redem­ption, giu­daismo del­l’O­locau­sto e Reden­zio­ne» e «Ameri­can Judaic system of Holo-caust and Redemption, sistema giu­dai­co americano dell’O­lo­cau­sto e Redenzio­ne», e cioè «a Judaic system particular to the American setting, un sistema giudaico peculiare dello scenario americano». L’O­lo­causto, ancor più dell’intero­ con­flitto mon­dia­le e inscindi­bile dalla sovranità sul­l’in­te­ra Eretz Israel attraverso un Medinat ha-Yehudim (Stato degli ebrei) che deve farsi Me­dinat Yehudit (Stato ebrai­co), diviene allora per gli ebrei americani, «costante­mente vigili contro ogni manomis­sione della storicità della Shoah» (Joshua Halberstam), la Suprema Doglia Messiani­ca, l’Asse Mo­rale e il Redentore non solo dell’Europa ma dell’uni­ver­so mondo, l’in­di­spensabi­le, irrinuncia­bile passaggio al Tempo Messianico, all’Apertura del Regno.

«Il Giorno del Giudizio che ha distrutto tutto un passato ha il suo significato per il futuro. Noi che non siamo stati annienta­ti dall’ira del giudizio abbiamo un dovere in quanto sopravvis­suti: dobbiamo cambiare», scrive nel 1949 in The Jewish Mis­sion l’ex «viennese» Ignaz Maybaum, nipote del grande rabbino liberale Sigmund Maybaum, come lui rabbino li­berale in Germania, riparato a Londra nel 1939.

«La visione dei nostri profeti non parla solo di cultura, di civiltà, di Stato, di nazione. I profeti parlano del Regno di Giustizia, di Compassione e di Pace, parlano di Dio come Re del Mondo. Essi c’in­se­gnano sia il distacco dalla storia che l’impor­tanza della storia. Una storia nella quale fondiamo le nostre istituzioni ci condurrà al Regno di Dio. O noi vediamo la storia come un percorso che va da distruzio­ne a distruzione o, nella fede nel Regno di Dio che viene, la vediamo come un percorso dalla Gerusalemme che fu alla Geru­sa­lemme che sarà. Non v’è altra scel­ta: la dispe­razione del nichilista o la fede dell’uomo messiani­co. È la speranza messianica che fa ebreo un ebreo, che fa veri ebrei [real Jews: giudei, cioè ebrei dotati della Torah] gli ebrei che sono stati sovente dispera­ta­men­te tedeschi, polacchi, o disperata­mente inglesi, americani ed ebrei [He­brew: ebrei che non hanno ancora avuto la Legge]», «Vivendo sotto Dio come nostro re, ci distinguiamo dai gentili che sono soltanto cittadini di uno Stato. Ma come ebrei che sono diversi dai gentili, noi non siamo anarchici, avventu­rieri o zingari, persone tutte che rifuggono dal governo in quanto tale. Noi ebrei, cittadini del Regno di Dio, possiamo e vogliamo essere cittadini del governo che serve la causa della giustizia», «La Terra di Israele ha il suo posto nel giudaismo, ma il giudaismo è più che il sionismo. E io dico a voi tutti, sionisti e non sionisti: Non dimenticate il giudai­smo. Il giudaismo difende i Diritti Umani».

E quindi, commenta Massimo Giuliani, «in quest’ottica lo stesso Hitler, per quanto indegno e reietto, fu uno strumento nelle mani di Dio e agì realiz­zando il volere divino. Noi che siamo i diretti o indiretti sopravvissuti, spiega Maybaum, costituiamo una specie di resto d’Israele – altra immagine del pro­fe­ta Isaia – destinato a tornare a Dio nella teshuvah [ritorno, pentimen­to] e a condividere con tutta l’umanità il nuovo cammino di speranza che la Shoah ha reso possibile […] Dopo il “terribile portento del terzo churban“, gli ebrei sono chiamati da Dio a progredire nella loro storia abbando­nando lo stile di vita legato all’inter­pretazione medioevale della Torah orale secondo la codifi­ca­zione di Joseph Caro nello Schulchan Aruch, e a reinterpretare la Torah stessa alla luce e al servizio della civiltà occidentale […] la Shoah può e deve segnare una nuova era, l’uscita dal buio medioevo della barbarie e l’in­gresso in un’epoca nuova di giustizia e fratellanza universali. Solo se avverrà questo, il sacrificio dei sei milioni di ebrei vittime del nazismo non sarà stato vano» (su posizioni decisamente opposte a quelle di Maybaum è il disil­lu­so «giudai­smo esistenziale» del detto «teologo della protesta» Ruben­stein, il distruttore non solo di ogni concetto di teodicea, ma anche delle due categorie fon­da­mentali di ogni «filosofia» ebraica, quella dell’Heilge­schic­hte, per la quale la storia è un insieme di eventi sacri e salvifici, orientati da Dio stesso, e quella della Sua Volontà, il mito cioè secondo il quale gli ebrei devo­no obbedire a una volontà supre­ma ed eteronoma: «Se io credes­si in Dio quale autore onni­po­tente del dramma storico e in Israele come suo popolo elet­to, dovrei accet­ta­re la conclusio­ne […] che fu volontà di Dio il fatto che Hitler compì il massacro di sei milioni di ebrei. Per me non è possibile, dopo Ausch­witz, credere in un tale Dio e neppure in Israele come il popolo eletto»).

L’assalto delle nazioni, rincalza Neusner (II) in aiuto a May­baum, non ha distrutto Israele; il Giorno di Jahweh (vedi Gioele, IV), pur con tutto il suo combattimento e la sua soffe­renza – «giorno di oscurità e di tenebra, giorno denso di nuvole e di caligine» – è dietro le spalle. Come all’ora più buia segue l’al­ba, così Israele ha salvato i sopravvissuti dell’ebrai­smo europeo, dando un senso alle tenebre dell’O­lo­cau­sto e all’«assenza», all’«assor­dante silenzio di Dio» (concetto dei più disillusi tra gli sterminazionisti, tra i quali Daniel Vogel­mann in Salvadori II, il quale Salvadori ricorda il detto del Nobel as­sassino di tedeschi Ernst Hemingway: «Gli occhi che hanno visto Auschwitz e [bontà sua!] Hiroshima non potranno più contempla­re Dio»).

All’alba, segue però, più grande, la luce del giorno. Peccato e redenzio­ne, disastro e salvezza, il vecchio essere e il nuovo, la sconfitta della morte e il lutto, il grido e il dolore, le vecchie cose che svaniscono, il Mondo Nuovo che s’apre: «Questo è il mito – espres­sione nar­rativa di una visione del mondo – che foggia la mente e l’imma­gina­zione del­l’e­brai­smo americano, prov­vede i termini di una corretta inter­preta­zione, segna il senso effettivo degli eventi quotidiani e fa santa la gente comune. Questo è il mito che trasforma in storia gli eventi quotidiani e con­verte il fallimento in un atto sacro. Le generazioni che hanno attraver­sa­to il disa­stro e il trionfo, le tenebre e la luce, intendono allora il mondo nei termini di un mito di salvezza. Le generazioni che hanno soltanto senti­to raccontare delle tenebre, ma vissu­to ogni gior­no nella luce, sanno per certo che la reden­zio­ne giace nel cuore del mito di salvezza. Ciò è tanto più vero per l’Olocau­sto, trasfigura­to da un assassinio terreno di milioni di persone in un racconto sul male cosmico, unico e incomparabi­le. Ma veniamo al­l’altra metà, la Reden­zione, sim­bo­leggiata dalla parola Israele, lo Stato d’Israele, lo Stato Ebraico. L’Olocausto è la domanda; la Redenzione, in quanto crea­zio­ne dello Stato di Israele, la risposta. È tutto qui. Quasi ogni ebreo americano si identifica con lo Stato d’Israele e conside­ra la sua prosperità molto più che un bene terreno: una necessità metafisica, l’altra faccia dell’Olocausto. Quasi ogni ebreo ame­ricano non solo è sostenitore dello Stato d’Isra­e­le, ma vede il proprio “essere ebreo” inscindibil­mente legato al significa­to che dà dello Stato Ebrai­co. Non voglio far cre­de­re che l’American Judaism sia una ver­sio­ne del sioni­smo. Il sionismo affer­ma che gli ebrei che non vivono nello Stato Ebraico sono in esilio […] Il sionismo afferma poi che gli ebrei che non vivono in Israele devono desidera­re di trasferirvisi o, quan­to­meno, allevare i figli quali poten­zia­li immigranti. Su questo punto l’Ameri­can Ju­daism non concorda»; ed in­vero l’A­merican Judaism «as­sorbe e riado­pera per i suoi scopi siste­mici [for its own systemic purposes] la creazione dello Stato di Israele».

Ma genuinamente israeliana, ci conforta Massimo Giuliani (in Bidussa II), è anche la riflessione di Rabbi Zvi Yehuda Kook (1891-1981), figlio del primo capo rabbino askenazita di Palestina Avraham Yitzhak HaCohen Kook: «La Shoà rientra in questa Heilsgeschichte [storia salvifica] come una tappa dolorosa ma inevitabile

un male necessarioaffinché il popolo ebraico si sradicasse dall’alienazione diasporica e venisse trapiantato nella terra di Israele.

La sofferenza ebraica, anche la più inaudita come quella inferta dai nazisti, è dunque “il prezzo del messianismo”: essa è come annullata nella sua dimensione storica e quasi trasfigurata nel destino metastorico, anzi mistico, che avvolge lo Stato di Israele (anzi, tutta la terra di Israele, da conquistare attraverso colonie e insediamenti in Samaria e Gaza). Per Zvi Yehuda Kook, infatti, lo stato ebraico non solo è l’inizio ma addirittura il compimento della redenzione, è “il trono di Dio in terra”».

«L’ideale messianico fu organicamente legato al ritorno [degli ebrei] in Palestina […] Verrà certo il giorno, comunque, che i redenti di Israele torne­ranno cantando a Sion per riprende­re il compito, ordinato da Dio, di costruire e servire il Suo regno […] ricostruire la loro esistenza quale nazione e riprende­re il compito di costruire il Regno di Dio. Questa è l’essenza della Missione di Israele», aveva asseverato nel 1942 Leon I. Feuer in Why a Je­wish State, “Perché uno Stato ebraico”; «La fonda­zione dello Stato di Israele è solo l’avanguardia di un movimento per creare un nuovo tipo di struttura sociale o di sistema di governo», concorda Rabbi Mordechai M. Kaplan (II).

«I maestri giudaici» – riafferma il rabbino «polacco» Ben Zion Bokser, docente allo Jewish Theological Semi­nary e già cappel­lano dell’eserci­to USA nel conflitto mondia­le – «si riferiscono allo Stato di Israele, nella sua attuale condizione, in quanto rappresen­tante la athalta digeulah, cioè l’Inizio della Redenzione. Non si tratta della piena redenzione. La strada della piena redenzione verrà come il bene che coronerà una più grande giustizia tra le razze e le nazioni, l’unico che sarà in grado di armo­niz­zare le legittime esigenze di ciascuno e di congiungere le mani nelle opere di pace. Lo Stato di Israele, per l’impegno di fede che ha dato vita alla sua rinascita e per la sua cosciente dedizione, sogna lo scopo di servire la causa di una più vasta redenzio­ne. Ed è in questo senso che il riapparire di Israele nella libertà rappresenta un avve­ni­mento nel consegui­mento dello scopo voluto da Dio nella storia. Esso deve venir salutato, da quanti guardano alla vita in una dimensione religio­sa, come un contributo alla riaffermazione della propria fede nel futuro dell’uomo e nel suo destino».

Ed ancora il fondatore nel 1968 della Jewish Defense League, matrice del­ partito «razzista» israeliano Kach (vocabolo ebraico che può essere reso con «di conseguenza»), il rabbino radicalsionista poi deputato Meir Kahane in ha-Etgar – Eres Segulah, edito a Geru­salemme nel 1973: «È di una chiarezza cri­stallina che Dio onnipotente è pronto, in questo giorno, a portarci alla piena e defini­ti­va redenzione, e che la fase finale di questa redenzione è già in pieno svol­gi­mento. Siamo arrivati al momento storico della redenzione […] Una pro­ro­ga di quarant’anni, l’ulti­ma spe­ranza di Dio che, forse, il Suo ultimo avverti­mento possa essere ascol­tato. Il conto alla rovescia è iniziato, il conto alla rovescia di quarant’an­ni, la nostra ultima possibili­tà».

La «distruzione della massima parte dell’ebraismo europeo», seguita dalla vittoria nella Guerra d’Indipendenza, sintetizza lo storico israeliano Yaacov Shavit, chiude infatti la fase epoca­le delle Catastro­fi e potenzia al massimo l’idea della Redenzione Univer­sale: «L’escato­logia storica delinea allora l’uto­pi­ca visione di una nuova era di completezza e compi­mento [comple­tion and fulfillment] nella storia nazionale, la cui natura può essere descritta solo in termini di generaliz­zazioni metafisiche e teologi­che».

Se la strada per Auschwitz, aggiunge Ellis Rivkin (II), docente di Storia Ebrai­ca allo Hebrew Union College, in un’originale interpretazione ideo-economica che prescinde financo dalla malvagità razzialmente innata dei tedeschi, non era stata che l’espressio­ne più cruda della «disintegrazione del capitalismo na­zionale» («The Road to Ausch­witz: The Disintegra­tion of Na­tion-State Capitalism», titola il IX capitolo), la strada che parte da Auschwitz è il pegno per l’«emergen­za del capita­lismo globale» («The Road From Ausch­witz: The Emergence of Global Capita­lism», capitolo X e finale). L’Olocau­sto, «the ghastly monument to the triumph of the na­tion-state, l’orri­do monu­men­to al trionfo dello Stato-nazio­ne», «simbo­leg­gia come null’altra cosa che non v’è limite alle selvagge pulsioni di un’umani­tà spaventata […] L’Olocau­sto è la Soluzione Finale per uno Stato-nazione preso in trappola, vacillan­te per il tracollo economico e che tenta di ritardare la sua caduta nell’oblio».

Al contrario, l’esperienza americana non lascia dubbi che il capitali­smo, «l’unico sistema economico portato dall’intima dinami­ca a persegui­re un’infi­ni­ta crescita economica», fiorisce al meglio quando al profitto non vi sono barriere nazionali, o di altra irrazionale natura: «Il mondo, e non lo Stato-nazione è la sua arena […] L’im­pulso globale del capitalismo come forma economica è bloccato dal sistema degli Stati-nazione […] Il capitali­smo a sviluppo globale è dunque spinto dal profitto a dissolvere sia il capitalismo imperiali­sta dello Stato-nazione, sia lo Stato-nazione sovrano […] Lo Stato del capitalismo globale è portato a costituire una comunità globale e cessa di servire gli interessi limitati dello Stato-nazione imperiali­sta, sia all’interno che all’estero. Al posto di una Pax America­na dove i popoli più deboli sono resi tributari, il capitalismo globalista, ampliando le opportunità di profitto, per­segue uno sviluppo globale e una Pax Humana».

Inoltre, se è vero che «il capitali­smo e solo il capitalismo emancipò gli ebrei», la costituzione della nazione [nationhood] di Israele avrà il più pieno suc­ces­so solo in una società a sviluppo globale. Solo se il globali­smo sosti­tui­rà la sovranità illimitata del sistema degli Stati-nazione (si rilevi che Rivkin scrive nel 1971, un quaran­tennio fa!) «il ruolo del giudai­smo e degli ebrei giun­ge­rà a compi­mento. La loro tenacia nel restare fedeli al principio dell’unità [che costituisce, nei suoi aspetti divino ed umano, «the ultimate ground of reality, la base ultima della realtà»] compor­terà la redenzione per l’intera umanità».

«Dopo i grandi sacrifici e le sofferenze sopportate dalle generazioni prece­denti, oggi più che mai è possibile e agevole avvicinare il Messia», ribadisce il lubavitch rav Menachem M. Brod, esplicitando 1. che le tribola­zioni d’I­sraele all’ini­zio della redenzione sono state una punizione per elevare i malvagi e un perfeziona­mento per i giusti, «ma questa stessa sofferenza è la porta attraverso la quale giunge­rà la reden­zione» (da Kli Yakar, il commento all’Esodo stilato dal secentesco capo­rab­bi praghe­se Efraim Lundshitz),  2. che «il Messia sorgerà dunque quando Edom [se un tempo il termine significava «Roma», ora leggi «l’intera uma­nità goyish»] si pentirà di ciò che ha fatto», e  3. che «la solidarietà internazio­nale manifestata verso il popolo ebraico durante la guerra del Golfo e in occasione del 50° anniversa­rio della libera­zio­ne di Auschwitz rende ormai le persecuzioni un fenomeno passato, circo­scrit­to alle generazioni precedenti; ciò sembra preparare il compimento della profezia “gli stranieri nutriranno le vostre greggi” (Isaia LXI 5)».

Similmente l’eterno moscelnizzante Sergio Quinzio (II): «L’intera vicenda ebrai­ca ha, per la fede, un carattere esempla­re. Ciò di cui è emblema la parola “Auschwitz”, per quanto numerosi siano stati e continuino ad essere nel corso della storia gli stermini e i genocidi, non è riducibile ad altro, è unico, perché niente altro è stato pensato così, mai nessun’altra vittima è stata più caricata d’implicazioni – d’innocenza e di colpa. Per le stesse ragioni – e soprattutto per il fatto di essere il dopo-Ausch­witz, il suo intenzio­nale contrario – è unico e irriducibile ad altro il significato del nuovo stato di Israele. Non è stato soltanto Buber a presentare la resurrezione di Israele come legittimata dal fatto di essere il luogo della pace, pace fra gli uomini e con la terra. [Il «filosofo» «lituano-francese» Emma­nuel] Levinas [1906-1995] ha parlato del nuovo stato come “regno di David” in contrappo­si­zio­ne al “regno di Cesare”. Anche i sionisti più lontani dalla tradizione religiosa hanno concepito, o almeno hanno dato l’impressione di concepire, Israele come qualcosa di diverso da tutti gli altri stati».

Simil­mente l’«italiano» Alberto Lecco, intriso di moralismo esca­tologico: «Il mio ruolo è chiaro: è quello di testimoniare mediante i due linguaggi – quello dell’arte del racconto e quello della storiografia e dell’erme­neutica – l’evento epocale di cui il mio popolo ebreo è stato vittima nel ventesimo seco­lo: la Shoah; so­prattutto perché credo che la Shoah sia stata un evento estre­mo, fondamentalmente ec­cezionale, unico, tale da co­sti­tuire un'”occa­sio­ne storica impareggiabile” perché l’uomo planetario avan­zi, con passi decisivi per la sua stessa sopravvivenza, su quella strada della conoscenza di sé e di ciò che l’uomo può fare contro l’uomo e contro se stesso».

Più concreto, anche se lievemente perplesso sulle conseguen­ze, in particolare politiche, del­l’E­terno Monito, il Galli della Loggia (III): «”Nulla di quanto contenuto nel pre­sente Statuto potrà autorizzare le Nazioni Unite a intervenire in materie che appar­ten­gono essen­zialmente alle singole giurisdi­zioni nazionali di ogni Stato, o potrà obbli­garne i membri a sottoporre tali materie a una regolamentazione secondo il presente Statu­to”. Recita così l’articolo 2/7 dello Statuto dell’O­NU, e il divieto che esso stabilisce di qualsiasi intromis­sione nella sfera della sovranità nazionale corrisponde perfetta­mente allo scopo essenziale che l’ONU stessa si prefiggeva quando fu fonda­ta: tutela­re “la pace internazionale e la sicurez­za”. La realtà degli ultimi dieci anni soprattutto sembra andare però in una direzio­ne assai diversa. Si direbbe, infatti, che ormai il compito delle Nazioni Unite sia diventato proprio quello di intervenire negli affari interni dei singoli Stati: dal Kosovo al Ruanda, dalla Somalia a Timor Est [in questa isola, non prima che l’Indonesia, che aveva occupata nove giorni dopo l’indi­pen­denza ottenuta il 28 novembre 1975, avesse in vent’anni, nella più comple­ta indif­ferenza del mondo, trucidato 210.000 abitanti, un terzo della popola­zio­ne!]

la principa­le attività dell’ONU non è definibile altrimenti che da ciò che il suo Statuto formal­men­te vieta.

I caschi blu s’intromet­tono dap­pertutto nei conflitti che tormenta­no i più svariati Paesi. Lo fanno in nome di quella che viene definita “la sicurezza umana”: un principio che nelle riso­luzioni del Palazzo di Vetro sembra or­mai avere sostituito del tutto quello originario della “sicurezza collettiva”, cioè della pace tra gli Stati. Adesso invece è la pace all’interno degli Stati ciò che l’ONU si preoc­cu­pa special­men­te di tutelare. Allo scopo per l’appunto di evitare ogni volta una “cata­stro­fe uma­nitaria” […] Di sicuro non è un caso che l’attuale centralità delle ca­ta­strofi umanita­rie nell’attivi­tà delle Nazioni Unite sia iniziata con gli anni ’90, e cioè quando tali catastrofi hanno cominciato a fare la loro comparsa in Europa e in parti­co­lare nell’a­rea dell’ex Jugoslavia. È da quel momento che l’oggi si è saldato emoti­vamente allo ieri, alla grande tragedia/rimorso della coscienza europea rap­pre­sentata dall’Olo­cau­sto ebraico, e la spinta all’inter­vento umanitario è diventata fortissima».

Ovvio quindi, con tale impostazione, che ad attivarsi per l’o­loricordo debbano essere, chutzpahicizza Minerbi, (58  non  tanto gli ebrei (le vitti­me), quan­to i goyim (i criminali, certo a gradi diversi, dal più attivo per nequizia al più soft per apatia, ma sempre crimina­li): «Non permettere che la Shoah sprofondi nell’o­blio è un’obbliga­zione dei non ebrei, ossia della stragrande mag­gio­ranza della popolazio­ne, nei confronti anzitutto dei non ebrei per garan­ti­re che fatti del genere non si ripetano. Si deve fare di tutto per evitare che grandi gruppi umani vengano di nuovo uccisi e d’altra parte che tutti possano vivere con la coscienza tranquilla».

Se in passato il ruolo di portatore della redenzione/riscatto, centrale in ogni Teologia della Salvezza, è stato variamente assunto in succes­sione stori­ca e psicologica dalle figure a. del capro espiato­rio, b. dell’i­saiaco Servo Sof­fe­rente di Jahweh (59)  e c. del proleta­riato marxiano/ marxi­sta, il Giusto In­col­pevole fatto ingiu­sta­mente soffrire e ingiustamente messo a morte, ma per il cui solo tramite il mondo potrà riscattarsi, a salvare il genere umano è ora d. il popolo ebrai­co nel suo insieme, «il più oppresso, il più infelice e il più compassione­vole, forse, di tutti i popoli del mondo» (definizio­ne del diario della cosiddetta «Anna [Annelies Marie] Frank», in data 22 mag­gio 1944, che già l’11 aprile ci ha teo­lo­gicamente anti­cipato: «Chi ci ha imposto questo? Chi ha fatto di noi ebrei un popo­lo distinto da tutti gli altri? Chi ci ha fatto tanto soffrire finora? È stato Iddio che ci ha fatti così, ma sarà anche Iddio che ci eleverà. Se, nonostante tutte queste nostre sofferenze, alla fine restano ancor sempre degli ebrei, vuol dire che un giorno gli ebrei, anziché essere proscritti, serviranno di esempio. Chissà che non debba anco­ra essere la nostra fede, quella che insegnerà il bene al mondo e ai popoli, e che per questo, per questo sol­tan­to occorra che noi soffria­mo»). (60)

E la dottrina dei fantasticatori Yehoshua, Wiesel, Facken­heim, Green­berg, Neu­sner e «Anna Frank» impregna ­la fibra anche di più scaltriti individui, quali l’oloscampato Abraham Foxman, Na­tio­nal Director, cioè massimo diri­gente ope­rativo, dell’Anti-Defa­ma­tion League, che nel gen­naio 1994 affer­ma, sul bollettino di guer­ra ADL On the Front­li­ne: «L’Olo­causto è qualcosa di differen­te. È un evento unico. Non è solo un esem­pio di genoci­dio, ma anche un attentato, quasi riu­sci­to, alla vita dei figli eletti di Dio [a near successful attempt on the life of God’s chosen children] e, per­ciò, a Dio stesso. È un evento che rappresenta l’antitesi della creazio­ne come testi­mo­niata dalla Bibbia; come il suo diretto contrario, che rivive ogni setti­mana col Sabato e ogni anno con la Torah, dovrà essere ricordato di genera­zione in generazio­ne» (per inciso, raccon­ta Rabbi Samuel M. Stahl, il nostro «Abe» fu affida­to, dai geni­tori in fuga davanti ai tedeschi in Polonia, alla cattolica balia, che gli cambiò il nome, ne falsificò i documenti e lo battezzò, crescen­dolo cristiano fino a quando, dopo il conflitto, i genitori lo reclama­rono, riconvertendolo).

Note (58-59-60)

58.  Chutzpah: termine aramaico, significante un misto di «simpa­tica» sfronta­tezza, impron-titudine e insolenza ben lontana dallo «svagato umorismo ebraico», un’aggres­sività che comprende l’aver fegato e la faccia tosta, «estrema fiducia in se stessi al limite della sfrontatez­za» per Daniel Gordis, «la sfacciatag­gine più disarmata, la spocchia più inammissibile che si possa im­maginare: è un mix impro­ba­bile di cinismo e ingenuità, di simpatia e orrore, di sorriso e raccapric­cio» per Elena Loewen­thal (I), «caratte­ristica di caratte­re» super-ebraica per Moni Ovadia. Testi tradizio­na­li ebraici dicono Israele la più sfacciata fra le nazioni, afferman­do che «l’impu­den­za, perfino quando è diretta verso Dio, è uti­le». L’«italiano» Ferruccio Fölkel intride la definizio­ne di humour noir: «Quando uno uccide sia il padre che la madre e, dopo, difendendo­si al processo per omicidio, chie­de le atte­nuanti per il fatto di essere rimasto orfano». Altrettanto incisivo Victor Ostrov­sky: «Fai una cacata davanti alla porta di un tizio, poi bussi alla porta e gli chiedi della carta igienica». Lo storico Arriano l’aveva detta «presuntuosa malvagità», Celso e Giuliano Imperatore alazoneia “superbia bar­ba­ra”; per sant’Ambrogio è un misto di super­bia “arroganza”, versutia “astuzia”, procaci­tas “inso­len­za” e perfi­dia “malvagità”; l’arcivescovo di Lione Agobardo all’e­poca di Carlo Magno e i polemisti medioevali la dicono insolen­tia Judaeo­rum.

59.  Seguito, per i cristiani, dalla figura del Salvatore Unto (come detto in nota 3, appellativo allegorico, simbolico-esoterico e traduzione letterale dei termini ebraici) alias Gesù Cristo, il mitico Rabbi (Maestro) Yeshua (Sal­vatore) Mashiach (Unto/Con­sacrato = greco Christòs) ha-Nozri (il Nazoreo e cioè l’Osservante o anche, nota Robert Eisenman, il Guardiano/Custode [della Legge], e non il Naza­reno in quanto nato nell’allora inesistente cittadina di Nazaret) del quale hanno variamente trattato (oltre che Raoul Roy e Samuel Brandon), identifi­candolo in una figura storica centrata sulla famiglia dello zelota Giuda il Galileo, definito il capo della «quarta filosofia» giudaica da Giuseppe Flavio, gli italiani Sergio Turone, David Donnini, Agostino Marsoner, Luigi Cascioli, Emilio Salsi e Giancarlo Tranfo .

60.  Come scrive il pensatore ebreo Martin Buber: «Il teolo­gume­no ebraico cen­trale, non formulato, non dog­ma­tico, ma che fa da sfondo e coesio­ne a tutta la dottrina e profe­zia, è la creden­za nella parteci­pa­zione dell’azio­ne umana all’opera di redenzione del mondo» (Das messiani­sche My­sterium, conferen­za tenuta a Ber­li­no il 6 aprile 1925; vedi anche la nota 2). E quindi l’ebreo – «ogni grande popolo crede, e deve credere se vuole una lunga vita, di possedere, e di possedere lui solo, la chiave della salvezza del mondo, di vivere per essere alla testa degli altri, trascinarli dietro sé come un tutto e guidarli insieme alla meta finale preordi­nata per tutti», scrisse Dostoev­skij, in «Diario di uno scrittore», XII 22 – pervaso da una permanente infelicità nei confronti del mondo com’è, da una pro­fonda insoddisfa­zione delle presenti condizio­ni, da un’in­ces­sante inquietudi­ne, dalla peren­ne ricerca di un Altro Mondo, eterno delirio di Nuovi Orizzonti, e quin­di l’ebreo si vede obbligato a sconvol­gere ogni or­di­namento natura­le/ tra­di­zionale

(per l’ebreo l’epifania di Dio non si manifesta, al contrario che per l’uomo greco, nella Natura ma nella Storia)

al fine di tiqqun olam, «restau­rare/redime­re/ripara­re/­cor­regge­re/ ornare/mi­glio­rare il mon­do», «fare il mondo più giusto» – «to mend, re­pair and trans­form the world», è il motto di Tikkun – opera­re per il «rista­bili­mento del mondo sotto il regno dell’On­ni­potente» (Aharon Barth), tra­sfor­ma­re il mondo in una dimora per la Presenza avvici­nando la ve­nuta del Mes­sia, «scopo ultimo del­l’in­tera creazione» (il rav luba­vitch Menachem M. Brod).

Il tutto, preten­den­do – cosa stravagante per l’uomo paga­no, ma obbligante per il sangui­nario jahwismo – di vinco­lare ai pre­cetti del suo dio anche chi di un tal dio nulla abbia mai udito o voglia sapere:

«Ogni uomo [ish ish] che male­di­rà il suo Dio porterà la pena del suo pecca­to. Colui che avrà bestemmiato il Nome di Dio sarà puni­to con la morte» (Leviti­co XXIV 15-16, oltre a San­he­drin 56a-57b e 99a). E ciò perché «l’umanità una poteva sorgere solo sotto il Dio uno […] Il monoteismo è così in sé la causa immediata tanto del messianismo quanto del con­cet­to della storia uni­ver­sale come storia dell’umanità. Senza il Dio unico non poteva sorgere l’idea dell’u­manità» (il neokantiano Hermann Cohen, il «Kant tra i profeti» di Gillian Rose) e perché «la credenza nell’unità della razza umana è il risultato naturale dell’U­nità di Dio, poiché l’Unico Dio deve essere il Dio dell’in­tera umanità. Fu impossibile per il politeismo (la credenza in più Dei) raggiunge­re l’idea­le di una Unica Umanità» (Rabbi Israel Weisfeld).

Per tale pretesa – «gli uomini sono tutti uguali e dovrebbero avere la stessa religione», invoca Elio Toaff (I), trisecolare progenie rabbinica, aggiun­gendo che l’ebreo è nel giusto «perché la sua religione è rivelata e quindi viene diretta­mente dalla Divinità» – l’e­braismo poggia sul termine ish, “uomo”, per stabi­li­re, col se­condo precetto noa­chi­de, che il rifiuto dell’U­nico e del Giudi­zio (per tutti: «Sappi che cosa c’è sopra di te, un occhio che vede, un orecchio che ascol­ta, e tutte le tue azioni sono scrit­te sul libro […] Rabbi Tarfon dice: Il giorno è breve, il lavoro è molto e gli operai sono lenti, ma la ricompen­sa è grande e il padro­ne di casa incal­za […] Fedele infatti è il tuo datore di la­voro, che ti pagherà il salario per la tua opera», Abot II 1, II 18/15 e VI 4) è proibito anche ai non ebrei.

E tanto più agli Eletti, come il supereretico Eli­sha Ben Abuya, mai chia­ma­to Rabbi per quan­to maestro di Rabbi Meir e poi detto, per evitarne persino il nome, Acher, «l’Al­tro, lo Straniero, l’E­straneo». In Chullin 142a egli nega infatti, mirabil­mente come Qohélet («Ci sono occhi nella testa di chi sa . chi non sa nella tenebra cammina . ma io anche so che c’è . per tutti una sorte una […] Tutto quello che la tua mano . sarà capace di fare . fallo finché sei forte . perché non c’è azione . non c’è invenzione . non c’è pensiero . non c’è sapere . nella Terra dei Morti dove andrai», II 14 e IX 10) e la generale saggezza pagana («Non c’è inizio né fine»), il principio fondante: «Let din welet dayan, Non c’è giudizio né giudi­ce» (per cui, recita Chagigah 15a: «A tutte le creatu­re sarà perdona­to, eccetto che a Elisha Ben Abuya»). Non bastando l’anatema, il grande Acher, il kofer baiqqar per eccellenza, il “Negatore della Radice, della Cosa Princi­pale, del Principio Fondamen­ta­le”, viene diffamato come delato­re – e la dela­zio­ne è il peggior crimine che un ebreo possa compie­re verso la propria gente – a pro di Adriano (Cha­gi­gah j 77b, una delle quattro haggadoth su di lui).

Identi­ca affer­ma­zione il mito attribui­sce ad uno stupendo Caino, l’altro Grande Maledetto: «Qui non vi è legge né giudice […] Non esiste nessu­na vita eterna, nessuna ricom­pen­sa per i meri­te­voli, nessun castigo per i mal­va­gi. Questo mondo non è stato creato con miseri­cordia, e non è gover­na­to dalla compas­sione» (Die apo­kryphi­schen gnosti­schen Adam-schri­ften 34, Tar­gum Jerushalmi a Ge­nesi IV 8 e Midrash Leqah Tobh a Genesi 30, riportato in Mistica ebraica – Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo). Dopo il cattolico «reazionario» Joseph de Maistre: «Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo avvelenati dalla filosofia moderna che ha decretato che tutto è bene, quando al contrario il male impregna ogni cosa e, nel senso più pieno del termine, tutto è male, poiché nulla è dove deve essere» (Considérations sur la France, 1796), radicale, e ancor più lapidario, Nietz­sche: «Voi sie­te in collera con me perché insegno che non vi è ricom­pensa né un padrone che paga? E in realtà io non insegno neppure che la virtù è ricom­pensa a se stessa» (Così parlò Zarathu­stra, II, Dei virtuosi).

Assolutamente opposta la tradizionale speculazione teologica ebraica (e quindi cristiana), sunteggiata nel modo più radicale da Jacob Neusner (III): «La Mishnah e i Talmudim risolvono il problema del male e riconoscono la validità della giustizia divina appellandosi alla resurrezione dei morti alla fine dei giorni, a cui farà poi seguito il giudizio e la discolpa di quasi tutto Israele […] I giusti soffrono in questo mondo ma hanno la loro giusta parte nel mondo a venire; i malvagi godono di questo mondo ma soffrono nel mondo a venire. Tale assunto, che è essenziale per tutto quanto il sistema nel suo complesso, fornisce una spiegazione al problema della prosperità del malvagio e della sofferenza del giusto. Sottolineando il fatto che questo mondo non racconta tutta quanta la storia della vita di un individuo, i saggi potevano così promettere ciò che l’hic et nunc negava».

I sette precetti noachidimitzvòt bene Nòach “comanda­menti dei figli di Noè” – princìpi di una mai esistita «religione univer­sa­le», consta­no di un comando e di sei proi­bi­zioni:

1. bisogna osser­va­re le «leggi sociali», cioè istituire tribunali (anche: obbedire all’autori­tà),
2. sono proibiti la bestem­mia (nei confronti del Dio Unico, e per estensione dei Suoi Eletti),
3. l’idola­tria (è proibito ogni culto che non sia quello monotei­stico),
4. i rapporti sessuali illeciti (adulterio, in­cesto, sodomia e zoofilia),
5. il versamen­to di sangue (omicidio e suici­dio),
6. il furto
7. il mangiare parti di un animale vivo (dati in Genesi IX 1-7 sono il 5° e il 7°, gli altri essendo stati poi aggiunti, in particolare in Sanhedrin 56a e 56b).

I punti qualifi­canti della tiran­nia giu­dai­ca sono ovviamente il 2° e il 3°, che vincola­no ogni uomo al Dio Geloso, la Grande Gloria di 1° Enoch XIV 20, il «capostipite e patrono della volon­tà ebraica di dominio mondia­le» (così Gregor Schwartz-Bostu­nitsch, il docente universita­rio ucraino anti­co­mu­nista nato Grigorij Bostu­nic, condannato a morte in absentia dai bolscevichi nel 1920, cittadino tedesco nel 1924). «L’intolle­ranza è in­trinseca soltanto alla na­tu­ra del monotei­smo: un dio unico è, per sua natura, un dio geloso, che non tollera nes­sun altro dio accanto a sé», rileva Ar­thur Schopen­hauer (Parerga e paralipo­me­na II 15, “Della religio­ne”). Che l’«i­do­latria» sia il peccato massimo l’attesta anche Maometto: «L’idola­tria è peggiore dell’omi­cidio», «Il pericolo di tradire la vera fede è peggiore dell’omici­dio», «Dio non perdona il politei­smo. Egli permet­te per sua volontà ogni altro delitto; ma il politei­smo è il più grave di ogni altra illegalità» (Corano XXXI 13, II 187 e IV 116).

Le leggi noachide non sono, in effetti, che una delle infinite elu­cubrazioni escogitate dal rabbinato, probabilmente nel secondo secolo, basate su riferimenti biblici a dir poco evanescenti ma che statuiscono una chiara volontà ebraica di esigere l’obbedienza all’au­torità (ebraica) da parte dei goyim. Se «dal punto di vista arche­ologico, quasi non vi sono prove del fatto che le Sette Leggi di Noè avessero gover­nato al tem­po del Noè bibli­co, os­sia 4000 anni fa» e «nem­meno il Talmud, la prin­ci­pale fonte scrit­ta da cui si deduco­no le Leggi di Noè, afferma che il noachi­smo fosse ac­cet­ta­to su vasta scala in qualsivo­glia società del tempo» (Aaron Lichten­stein), se cioè possiamo confinare tali Leggi nel regno della fanta­sia, tutta­via esse vengono consi­de­rate vincolanti per ogni goy: «Se i gentili tra­sgre­disco­no queste leggi potrebbe­ro in teoria essere puniti con la pena di morte» (Alan Unterman). Meno di un centi­naio di pagi­ne del Tal­mud babilo­nese su 2500 accen­nano alle Leggi di Noè, e una sola volta ci si ferma sul noachi­smo (San­he­drin 56-60); addirittura, nel­la Mishnah  non si trova riferi­men­to al noachi­smo quale istituto, mentre il noa­chide viene menzio­nato una sola volta come individuo (Neda­rim 3, 11). In As­sa­ra Ma­amaroth, e­dito ad Amster­dam  nel 1649, Menachem  Aza­riah da Fano con­si­dera le Sette Leggi non precetti, ma am­bi­ti legi­sla­ti­vi nei quali raccoglie le trenta «leggi fondamenta­li» di Chullin 92.

Nel 1440 il Sefer ha-Iqqarim “Libro dei princìpi” del talmudi­sta «spa­gnolo» Josef Albo, formu­la in I 10 le Tre Verità: « I tre pila­stri della religione d’Israele sono le tre verità a cui deve credere l’ebreo:

la fede nell’esistenza di un solo, unico, altissimo Dio;
la fede che la Torah ci è stata consegnata diretta­mente da Dio;
la fede che Dio è un giudice giusto»

Prodotto storico imperfetto, destinato a lasciare il posto ad un più alto ordine di cose alla Fine dei Giorni (Baakharit ha-Yomim, concetto nato in Genesi XLIX 1, o, nel greco dei Settanta, ep’eschátou tôn hemerôn), cioè nel Tempo del­la Fine (l’Et ha-Qetz del Libro di Verità in Daniele XI 40 e X 21), il mondo non è, per l’ebreo – né, di conserva, per il cristiano – eterno o immutabi­le nelle proprie leggi: «L’uomo, essendo simile a Dio creatore, deve a sua volta compiere sforzi per creare ed assumersi le relative responsabili­tà. Dio l’ha tratto dal fango e l’ha avvicinato a sé. La storia del fedele giudaico-cristiano è improntata allo sforzo costante di rilegittimare quella predilezione. Deve farsi a sua volta soggetto creatore e impastare il mondo: che, come fango, diviene l’oggetto del­la propria continua ricreazione» (Luigi Zoja I).

Il tiqqun, l’espressio­ne conclusiva del­l’escato­lo­gismo cabali­stico del cinque­cen­te­sco Rabbi Yitzchak «Ari Zal» Luria Ha-ashkenazi, è la fine dello tzim­tzum (con­cetto derivato dal Sefer ha-Iyyun, opera provenzale del XIII secolo attribuita a Rav Hama Gaon: la «contra­zione», il «ritiro», il «ritorno», il necessario «ritrarsi» di Dio per far posto al mondo da Luyi creato, «esilio» della Presenza divina che ha il contraltare terreno da un lato nel fatto che da quel momento esi­ste qualcosa che, essen­dosi distinto da Dio, non ha la Sua stes­sa pienezza di vita e giusti­zia, e dall’altro nell’«esilio» diasporico di Israele), è il ristabili­men­to del­la Grande Armonia turbata dalla Rottura dei Vasi (Shevi­rat ha-Ke­lim) e dal peccato di Ada­mo, la Raccolta delle Scintille (nitzo­tzot) disperse nella qelippah – «scorza/con­chiglia», cioè Questo Mondo terreno, il Regno del Male e delle forze demoniache, il Mondo della Separa­zione (Olam ha-Perud), delle Luci Punti­formi (Olam ha-Nequdot), della Confusione/Disordine (Olam ha-Tohu), l’Altro Lato (Sitra Acha­ra) – è il Crollo degli Ordinamenti del Male (Scholem I), la Pace, shalom, caratteristi­ca fonda­men­tale del tempo messiani­co.

«Prin­cipe della Pace», è il Messia in Isaia IX 6; «porta della perfezione», dicono la pace Walter Homol­ka e Albert Friedlan­der (in paral­le­lo, il senso origi­nario della radice tqn vale «appron­tare», «prepara­re»). Quella pace che con l’etimo shle­mut identifica la «perfe­zio­ne» (in ebraico, shalem), la «totalità», l’«interezza», il «compimen­to».

Com­pimento preteso dal Grande Vanitoso a maggior gloria, poiché il mon­do è stato creato unicamente affinché gli esseri umani fossero consapevo­li della gloria e dell’eterni­tà del Nome, l’Inco­no­scibile che trascende la creazione: «Ogni cosa che il Santo Unico, benedetto Egli sia, creò nel Suo mondo, lo creò solo per la Sua glo­ria, come è detto: “E ogni cosa chiamata [altra versione: Chiunque viene chia­ma­to] col Mio nome è davvero per la Mia gloria che l’ho creata, che l’ho costi­tui­ta, sì, che l’ho fatta” [Isaia XLIII 7], ed è detto: “Il Signore regnerà per sempre e in eterno” [Esodo XV 18]» (Abot VI 10/11 o baraita 11 di Abot 15b)… nulla di diverso dall’autocompiaciuto, ben signorile hadith musulmano: «Ero un Tesoro nascosto e ho desiderato farmi conoscere. Allora ho creato la creatura»).

Aggiunge David Banon: «Questa restau­razione, questa cernita (berur) con­siste nel separare le scintille della santità della luce eliminando le scorze [esattamente 288 sono le scintille rimaste imprigionate nelle qe­lip­pot di Questo Mondo terre­no], o meglio, nel trasfigurare le forze del male inte­gran­dole alla luce […] La redenzione pertanto dipende dall’avanza­re di questo pro­ces­so di restaurazio­ne-cernita e dalla possibilità che l’uomo ha di portarla a termi­ne. Ne consegue che questo compito è affidato so­prattutto all’uomo, anche se resta una dipen­denza dalla grazia di Dio, poiché assistia­mo a una trasposizione dei concetti centrali di esilio e di redenzione dal livello stori­co al livello cosmico e divino. “Il compito dell’uomo è di raccogliere le scintille di santità celate nel fondo di ogni real­tà, scintille che sono sia nascoste che protette dalla scorza del male che le avvi­lup­pa. È compito dell’uomo liberarle dalla loro scorza e reintegrarle nell’es­sen­za divina da cui sono state separate. Lo strumento di questo processo di restaura­zione-resti­tuzione è la legge della Torah, e l’esilio di Israele è la condizione grazie alla quale le scintille disperse possono essere ritrovate e riunite. In questo senso, possiamo dire che, attra­verso il suo destino storico, Israele lavora per la Reden­zio­ne di Dio stesso [sic]».

Ma il Messia non è più, tranne che per gli ultra-or­to­dos­si che ne rivendicano l’indivi­dua­lità (addirittura, per il dissociato post-sabbatiano Jakob Frank sarà donna, «una bella fanciulla senza occhi»), un reden­tore, un salvatore in carne ed ossa dell’u­manità (o del popolo ebraico, come in Maimonide, Mishneh Torah, XIV 12), né tanto­meno una figura della fantasia umana. Egli è il simbolo, ma simbolo e spe­ran­za concreta­mente reale, di un nuovo e concreto periodo stori­co, un punto d’arrivo per l’umanità: «L’epoca Messianica è un’epoca nella quale vi sarà la pace universale, gli uomini si sentiranno fratelli e quindi è la fine di quello che è il corso attuale della vita del mondo […] Qualcuno ritiene che [il Messia] sia un uomo, altri invece, e sono la mag­gioranza, che sarà un’epoca. Il Messia è l’epoca Messianica e cioè quella in cui, come dicevo, tutti gli uomini si sentiranno fratelli, ci sarà la pace universale e ci sarà un contatto diretto con Dio: “In quel giorno ci sarà un solo Signore che avrà un solo nome”, ha detto il Profeta […] L’era Messianica è un’aspirazione e vi si arriverà quando tutti si saranno convinti che gli uomini sono fatti a immagine di Dio ed essen­do fatti a immagine di Dio qualunque colore abbiano, a qualunque popolo appartenga­no, sono tutti uguali, con uguali diritti e con uguali doveri», epoca nella quale nessuno sa come si vivrà, «perché nessuno ce l’ha mai raccontato, però una cosa sarà chiara e precisa, cioè non ci sarà più nessuna differenza fra uomo e uomo, fra popolo e popolo, ma ci sarà la pace universale e tutti gli uomini si riconosce­ranno figli di Dio, tutti aventi uguale dignità» (il caporabbi Toaff II). In effetti, già gli Oracoli sibillinipropaganda ebraica sotto maschera paga­na», li dice Joseph Klausner), avevano cantato: «Dai cieli stellati il Messia scende­rà sugli uomini e con lui scenderanno la santa concordia, la fede, l’amore, la ge­ne­rosità. Egli caccerà via dal mondo l’iniquità, il biasimo, l’invidia, l’ira, la follia; non vi sarà più povertà, non vi saranno più assassinii, né turpi contestazioni o liti malvage o furti notturni. Non vi sarà più nulla di ciò che è perverso […] Gli uomini pii abiteranno felicemente le città e le ubertose cam­pagne» (III, 573, 585).

Ed ancora, da un lato «laico»: «Il tempo messiani­co è il passo decisi­vo della storia, non la sua fine. Il tempo messiani­co è il tempo in cui l’uomo è nato completa­mente. Quan­do l’uomo fu caccia­to dal Paradiso, perse la sua patria; nel tempo mes­sia­nico egli vi tornerà di nuovo – nel mondo» (Erich Fromm, You shall be as gods – A radi­cal interpretation of the Old Testament and its tradition, «Voi sarete come Dei – Una interpretazione radicale del Vecchio Testamento e della sua tradizione»). Il Messia è la garanzia dell’Immortalità, «dottrina centrale del credo religioso giudaico», postilla Nathan Ausubel, «authority on Jewish culture».

«Ai tre grandi doni che il popolo di Israele ha lasciato in eredità al mondo – il monoteismo, una moralità purificata e i profeti di verità e giustizia – ne va aggiunto un quarto: la fede nel Messia» – chiarisce Klausner – «Nessun’altra nazione al mondo conosce una tale fede. A dire il vero, molti teologi cristiani, come molti studiosi indipendenti, hanno cercato di derubare Israele del suo diritto di primogenitu­ra nella fede nel Messia e di conferirlo ad assiri, egizi o persiani. Ma anche chi sostiene la tesi dell’influenza babilonese è costretto ad ammettere che nei testi sumero-babilonesi non c’è una “chiara attesa della restaurazione del­l’antico stato del paradiso, con la quale la storia troverà fine” […] Com’è possibi­le spiegare questo mirabile fenomeno: il prodigioso sviluppo dell’idea mes­sianica in un unico popolo, Israele, a un tal grado che nulla di simile esiste nelle altre nazioni? La risposta va cercata nell’antica storia del popolo israelita. L’atte­sa messianica è l’Età dell’Oro nel futuro. Tutti gli antichi popoli, tranne Israele, raccontarono invece di una Età dell’Oro nel passato. Molti filosofi e storici delle religioni furono sorpresi per il mirabile fatto che tutti gli antichi popoli celebras­se­ro ed esaltassero l’Età dell’Oro nel passato, ma che solo il popolo di Israele par­las­se delle meraviglie di un’Età dell’Oro ancora da venire. La felice condizio­ne del primo uomo nel Giardino dell’Eden [alla lettera, Eden significa «gioia» o «bea­titudine»] fu talmente breve che risul­ta difficile definire “Età” quell’e­po­ca. Possiamo capire il perché di questa diversità tra Israele e gli altri popoli se consi­deriamo l’antica tradizione storica del popolo di Israele […]

Il popolo di Israele non ebbe un glorioso passato, perciò fu costretto a restare in contempla­zione di un glorioso futuro.

Ognuno desidera ardentemente ri­scattarsi e liberarsi da affli­zio­ni e sofferenze. Ognuno sogna un redentore e salvatore […] L’idea mes­sianica ebraica, nella sua forma più vera, nacque da un’aspirazione essenzial­mente politi­ca: il sogno ardente della nazione di ritrovare il potere perduto e vedere la rinascita del regno davidico, regno al contempo di giustizia e di poten­za. E quindi tale idea, malgrado la sua crescente spiritualizza­zione e l’altez­za etica cui giunse, restò necessariamente concreta e politica […] Il regno del Re-Messia ebraico fu e restò – perlomeno fino all’epoca tannaitica – un regno di questo mondo» (grade­volmente sfacciato il Mae­stro Sa­muel: «Non c’è differenza fra questo mondo e i Giorni del Messia, a parte la nostra soggezione ai regni paga­ni», Berakot 34b, Shabbat 63a e 151a, Pesa­chim 68a, Sanhedrin 91b e 99a).

Nata in Levitico IV 3 e pur non comparendo spesso nell’Antico Patto (quattro volte nella Torah, diciotto nei Profeti Anteriori, due nei Profeti Posteriori, dieci nei Salmi, due nelle Cronache, due in Daniele, per un totale di trentotto volte), «the Messianic idea is cha­racteristically Jewish, l’idea messianica è tipicamente ebraica», come afferma nel 1906 Julius Hillel Greenstone, docente di Educazione e Religione Ebraica al Graetz College, mentre Maimoni­de, «l’aquila della sinago­ga» (Victor Malka) e «il più grande pensatore ebreo di tutti i tempi […] un autentico filosofo» (Elie Barnavi), pone la credenza nel Messia quale 12° dei 13 articoli di fede, affer­man­do in Hilkhot Melachim che «chiunque non creda in lui e non attenda la sua venuta, non solo rinnega gli insegnamenti degli altri profeti, ma rinnega Mosè nostro maestro [il fantastico Mosheh rabbenu, figura centrale dell’ebraismo, l’Av ha-Nebiim, Pa­dre dei Profeti] e tutta la Torah». Anche rav Itzchak Beli­now postil­la che «la mancan­za di fede nel Messia nega le fondamenta dell’ebrai­smo», e Menachem Brod riba­di­sce che «il suo arrivo è lo scopo di tutto il nostro servi­zio. Senza Messia, la crea­zio­ne e la Torah sareb­be­ro senza significato […] chi crede solo in teoria nel Messia ma non lo aspetta quotidianamen­te, è un eretico».

«La parola Masciach (Messia [mashiach]), letta all’inver­so, ha in sé due parole chiave: Chay (vive) e Shem (Nome): il Maschiach è colui in cui vive il Nome di Dio», concludono rav David e Nadia Sciunnach. Come dunque osser­va Scholem (II), «il tiqqun, il cam­mi­no che con­du­ce alla fine delle cose, è anche il cammino che porta al loro ini­zio», e implica la «restaura­zione del­l’or­dine ideale», «la restituzione, la reintegra­zione del tutto originario», «il ritorno di tutte le cose al loro contatto originale con Dio», quando «il Santo Benedetto farà un cerchio per i giusti e starà seduto al centro» (Taanit 31a).

Simil­mente, mezzo secolo innanzi, l’illustre «marocchi­no-italiano» Benamo­zegh (I), per il quale il riscatto, l’ascensione (illui) dell’uomo e della natura dipen­de e anzi s’identifica con lo ihud, l’«unificazione» del reale e dell’ideale, del Dio immanen­te (shekinah “Presenza Divina” o, come visto in nota 12, ruach ha-qodesh “Spiri­to Santo”, o bat qol “Figlia di Una Voce”) e del Dio trascendente (tipheret “Bel­lezza”), Unificazio­ne propiziata dai «veri amici del­l’umanità», da quel «popo­lo più cosmopolita [«la gloriosa parola “cosmopoli­ta”»!, confer­ma l’«ingle­se» Geor­ge Steiner], il solo che si sia innalzato nell’anti­chità alla sublime conce­zione del Dio unico e di una sola umanità e che, in ogni epoca e in ogni luogo, si sia dato il compito di ricostituire la famiglia umana» («espiamo i nostri peccati», «una nazione sotto Dio» e «risana­re la frattura» sono anche, non lo si scordi, le parole d’ordine dei Promise Keepers, i “Mantenitori della Promessa”, i 700.000 WASP della Marcia su Washington, 4 ottobre 1997). E questo perché, fanta­stica il ca­porabbi Toaff (I), «quando Iddio ha creato il mondo, a un certo momento ha cessato l’opera della Creazione e l’ha passata all’uomo».

Filtrato nei secoli, il concetto di co-creazione viene ribadito nel 1913 nella rivi­sta sionista Selbst­wehr, “Autodifesa”, da Hugo Bergmann, amico di Kafka, poi do­cen­te di Filosofia Ebraica (meglio sarebbe dire del «pensiero ebraico­, machshe­vet Israel», non potendo essere, per definizione, tale pensiero una filoso­fia, bensì solo una teosofia, una riflessione più o meno teologica, persino con uno Spinoza!, sul dettato biblico-talmudi­co) e rettore dell’Università Ebraica. Com­pito del­l’uo­mo è redimere la sheki­nah «giacente nella polvere», la divina sapienza esi­liata nel mondo e prigionie­ra nell’involu­cro delle cose (in parallelo, rileva Giulio Busi, «sul piano religioso la shekinah rappresenta l’assemblea d’Israele, che è legata al Signore con uno strettissimo vincolo di amore […] Attraverso l’osser­vanza dei pro­pri obblighi rituali, l’ebreo può infatti redimere il torto commesso da Israele e restaurare l’ordine cosmico, reintegrando così la sposa celeste sul proprio tro­no»). Con la pre­ghie­ra e l’azione l’uomo ha il potere di  ridare coerenza all’armonia di­vi­na fran­tumata dal pecca­to, ha il dovere di ricreare l’unità dalla molte­plici­tà: «La redenzione è però il ritorno della shekinah dall’esilio. “Che tutte le scorze cedano di­nanzi alla gloria divina, ed essa si purifichi e si ricongiun­ga al Suo Signore in una per­fetta unione”. In segno di ciò appare il Messia che redime tutti gli esseri» (Martin Buber I).

Il compimen­to del tiqqun è infatti l’avvento del Messia della Nostra Giustizia (ma­shiach tzidqenu), la figura pro­mo­trice della Redenzione (al contrario, come detto in nota 54, per gli scettici il Messia è «the Great Jewish Swin­dle, la Grande Truffa Ebraica»). E il messianismo è «il tentati­vo dell’ebraismo di innalzare nella sfera etica il giudaismo in quanto potenza spiritua­le» (Ernst Seeger), è «le grand dogme et la grande originali­té du judaïsme» (Anato­le Leroy-Beaulieu), «one of the most cen­tral ideas in Jewish civiliza­tion» (Jaff Schatz), l’irvingho­wiano «sacro fardel­lo, che non può non esse­re il cardine di qualunque tenta­tivo di spie­gare, se mai è possi­bi­le, la sopravvi­venza degli ebrei», il wyscho­gro­dia­no «authen­tic Juda­ism must be mes-sianic Judaism, il vero giudai­smo dev’esse­re un giu­daismo mes­sianico. Il giudai­smo messia­ni­co è il giudaismo che crede davvero che la storia ebrai­ca, malgrado quanto è accaduto, è il preludio ad un intervento straordi­na­rio di Dio per portare la storia al suo culmine e realiz­za­re la riconcilia­zione tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo».

E al Messia – «pur essendo vero che in quel pe­rio­do [primo secolo d.C.] le concezio­ni del Messia erano assai varie, rimane indub­bio che di questa figura si possa parlare soltanto in riferimen­to alla tradizio­ne ebraica», nota Piero Stefani – come detto, viene nei secoli asse­gnato un sen­so can­giante, sem­pre più demi­tiz­zato, deperso­na­lizzato e secola­rizzato a partire:

      1. dal capro espiatorio cacciato nel deserto di Azazel nel più sacro dei giorni, lo yom kippur  (Levitico XVI 7-22) e dalla parà adumà, vacca rossa «integra, che non abbia difetto e mai abbia portato giogo» (Numeri XIX 1-10),

      2.  per giungere, attraverso il giudaico-cristiano Servo Soffe­rente di Jahweh (Ebed Yahweh, o Servo del­l’E­terno, il Saou­syant/Salvatore della tradizione irani­ca, all’ini­zio incarnato dall’intero Israele: Salmo XXII, Isaia da XLI 8 a LIII 3, Geremia XXX 10, Ezechiele XXVIII 25 e XXXVII 25; il Servo di Dio quale indi­viduo, aramai­co bar elah, greco país theòu, non è, infatti, genui­na­mente ebraico, ma cristiano: nella lettera­tura del Pentateuco, dei Profeti Anteriori e persino di taluni Salmi l’Unto è sempre trionfante e non v’è traccia di un «Messia sofferen­te», le successive presenze essendo dovute a sugge­stio­ni extra o paragiudaiche)

      3.  e attraverso l’Unto cristiano (designato nel Nuovo Patto con una cinquanti­na di appella­ti­vi): dal Figlio dell’Uomo di Daniele VII 13-27 (ben adam) e Apo­ca­lisse I 12-16 (yiòs an-thrópu) all’A­gnello di Gio­van­ni I 29-36 e Apocalisse V 6-14 che toglie cioè, con l’etimo latino, carica su di sé i peccati del mondo (la venera­zione di Gesù quale Agnello, simbolo dell’i­den­ti­tà redentrice del Cristo immo­la­to per la salvezza del­l’u­manità, si mantiene fino al 680 quando, dopo il sesto sinodo di Costantinopoli, gli subentra la più emozionale figura del Cro­ci­fis­so), il Figlio del Benedetto di Marco XIV 61 (yiòs tou eulogetòu), l’Eletto di Dio di Luca XXIII 35 e Giovanni I 34 (eklektós tou theòu), il Figlio dell’Altissimo di Luca I 32 (yiòs ypsístou), il Figlio di Dio di Ro­mani I 3 (yiòs theòu), l’Immagi­ne di Dio di 2a Corinzi IV 4 (eikòn tou theoù), l’Impronta della Sua Sostanza di Ebrei I 3 (cha­ra­ctèr tes ypostáse­os; da parte sua, se i passi in cui Yeshua sostiene che Dio è suo padre sono soltanto tre in Marco, salgono a trentuno in Matteo e superano i cento in Giovanni) ed infine, e del tutto conseguentemente, il Dio Incarnato (per la qual cosa, ci affianca con potenza Giorgio Israel, «il cristia­nesimo rappre­sen­ta l’inter­preta­zione più radicale e ori­gi­nale dell’idea messia­ni­ca ebraica: esso propone la visione di un messia non sol­tan­to uomo, profeta, per quan­to sommo, che porta la parola di Dio, la pace e la re­den­zione nel mondo, ma Dio stesso che si fa carico di tale missione facendosi uomo»; egualmente il filologo ebreo laico David Castelli, allievo di Benamozegh: «perché davvero fra quello [il Messia ebraico] e questo [il Redentore cristiano] noi non sapremmo vedere che una sola essenziale differenza: la natura divina»),

      4.  per giungere, dicevamo, al proletariato marx-leniniano, schiacciato da tutte le altre classi ma redentore, magari attraver­so la dittatura dello stesso proletariato o meglio dei «rivoluzio­nari di professione», dell’intera società (preannuncio in Isaia, LIII 3 e 11-12: «Era disprezza­to e reietto dagli uomini, uomo di dolori, esper­to del dolore, come uno da cui si gira la faccia, era disprez­zato e noi non lo stimammo […] Dopo il profondo tormento vedrà la luce e si sazierà della co­no­scenza. “Il giusto mio Servo giustifi­che­rà molti e delle loro colpe si caricherà. Gli darò perciò in premio le moltitudini, e dei potenti egli farà bottino”»): «La ditta­tura del proletariato ritrova gli argomenti e l’ideale di coloro che attendevano il com­pimento della promessa evan­gelica e che, stanchi, non hanno voluto che la loro attesa, la loro pena e la loro schiavitù fossero vane» (Jean Servier), «Costante è il fatto che il socialismo fu abbracciato come una nuova fede secolare da milioni di persone, tra le quali gli ebrei laici ebbero un ruolo direttivo. L’entusiasmo di massa della nuova fede radunò molti più ebrei di quanto ci si possa aspettare dalle loro percentuali sulla popolazione gene­rale. Ciò fu vero per Russia, Germania, Francia e Stati Uniti. Intan­to, il comunismo mostrava i tipici segni di un’esalta­zione pseudomessiani­ca. Aveva in sé un nuovo dualismo, con un Satana e un Sal­va­tore; attendeva un Armaged­don univer­sale, con l’intera storia in marcia in­ces­sante verso l’ultimo olocausto; identificava il Messia con la figura collettiva dei servi sofferenti; soprattutto, sosteneva che la parola del Messia si era già rivelata e che il Paraclito era già apparso […] Il fervore del messianismo appare ovunque nel movimento socialista, che può essere considera­to un’estensio­ne della filosofia liberale dal campo della politica a quello dell’econo­mia. E l’impatto del sociali­smo sul mondo ebraico si rifletteva negli echi millenari della visione messianica. Il Messia sarebbe stato il proletariato giunto al potere. Non lo aveva rappresentato il profeta Zaccaria come “un povero, a cavallo di un asi­no”? Le “doglie messiani­che” sono la lotta di classe, crescente in ferocia. Tutti i mali della società contem­po­ranea sono dovuti al vano sforzo delle classi dominanti di opporsi all’irresistibi­le corso della storia. Il concetto religioso di Provvidenza non è che la proiezione delle forze economiche, operanti attraverso un’interna dialetti­ca. Il risultato finale non sarà solo il trionfo del proletariato, ma l’eliminazione di tutti i mali della società. Il malessere profondo della società è dovuto all'”alienazio­ne” dell’uomo moderno e al suo assoggettamento ad una macchina senz’anima, valanga mostruo­sa. Nel paradiso socialista gli uomini e le donne si trasfigure­ran­no in una nuova razza umana [will be metamorphosed into a new human breed], poi­ché la loro libertà interiore coinciderà con le necessità del mondo reale» (Rabbi Agus),

      5. ed infine, parti­colarmen­te dopo l’Olocau­sto, all’intero popolo ebraico (il «Cristo dei popoli» di Rabbi Leon I. Feuer II), cui è destino, avendo assunto su di sé le iniquità dei popoli, di esercitare il dominio sul mondo (vedi Isaia XLII 1-9, IXL 1-6, L 4-11, LII 13 e LIII 12, Da­nie­le VII 13-14 e 27, il cinquecentesco cabbalista Yitzchak Luria, gli ottocente­schi studiosi del giudaismo Leopold Zunz, Mi­chel Weil e Isi­do­re Loeb, i pensatori Her­mann Cohen e Leo Baeck; ed inoltre Hans Kohn nel 1924, in Die po­litische Idee des Juden­tums, rivendicato dal grande rabbino Dante Lattes: «Israele, il popolo stesso, diventa Mes­sia, la sua strada diventa il simbolo della strada dello spirito, che di continuo, apparente­mente vinto, esercita tuttavia la sua tacita forza e apre la strada della redenzio­ne. Ma la strada procede attraverso una quantità di ostacoli e di dolori. L’Umanità partori­sce il suo avvenire felice solo nelle doglie e negli spa-simi»), «sangue innocente­/giusto» (Sal­mi XCIV 21, Pro­verbi VI 17, Gioele IV 19 e Giona I 14), popolo, inneggia Ne­her (I), «in­no­cente in assolu­to» quando sia vitti­ma di Hitler; «Non avevano fatto niente! Chieder­si che cosa abbia fatto una vittima, sospettare che si sia macchiata di qualche colpa è una reazio­ne frequente, ma sbagliata. La vittima stessa, benché innocente, spesso si sente strana­mente colpevole […] In realtà i nazisti antisemiti non imputava­no agli ebrei nessun crimine particola­re, li accusa­va­no semplicemen­te di essere quelli che erano, ebrei», aggiunge la Wievior­ka III alla figlia che gli chiede, beata innocen­za, perché i tedeschi voles­se­ro sterminarli «fino all’ultimo»),

      6.   e addirittura, col Leroy-Beaulieu, all’avatar laico del Progresso, «un’e­poca, un’era nuova promes­sa a Israele e all’uma­ni­tà», quell’E­ra Finale «dei magni­fici destini riservati alla stirpe d’Adamo» annunciata da Israele «luce del mondo» (alla Rivoluzione quale Messia si era riferito già nel 1848 il maskil «tedesco» Leopold Zunz, fon­datore della disciplina della Wissenschaft des Judentums, la «scien­za dell’ebrai­smo», basata sui più moderni metodi di indagine critica; col medesimo concetto conclude Castelli: «Questo Messia adunque, questo aspettato Redentore che vive da secoli, che può apparire ad ogni giorno, è l’uomo, l’umanità stessa che soffre a vicenda e trionfa, che espia i peccati proprii non meno che gli altrui, che redime se stessa dal male. E l’epoca, in cui l’umanità redentrice ad un tempo e redenta godrà di ogni maggiore beatitudine, è quell’indefinito progresso, in cui sempre gli uomini si avanzano; quell’età dell’oro che l’arte, la scienza e la civiltà da secoli e secoli vanno all’uomo preparando, e che non si trova, rimontando le antiche generazioni; ma che la poesia religiosa ha posta nel primo nascere degli uomini, per far loro meglio sperare che un giorno potranno ritrovarla»).

      7.  Ai nostri giorni globali e infrolliti, tuttavia, in apertura del Terzo Millennio la più diffusa e «toccante» figura messia­ni­ca, il Giusto-Ingiustamente-Soffe­rente, l’Ultimo/Supremo Martire che redimerà i peccati del mondo in un’escatolo­gica Società-Senza-Razze – dato che la Storia ha insegnato l’irrealiz­zabili­tà di una Società-Senza-Classi – è l’invasore terzo­mondiale, specie se incistato in Europa e meglio ancora se immigrato clandestino, coloured, dotato di vasta prole e magari delinquente da redime­re.

In questo contesto il Messia – lungi dall’essere quell’individuo in carne ed ossa che, recita l’anonimo rabbino autore dell’opuscolo Come lo riconoscere­mo?, si mani­fe­sta «per prima cosa con la completa disfatta dei nostri nemici e col ricondurci nel nostro paese ristabilen­doci nel regno promesso. In secondo luogo con la resurre­zione dei morti» – in questo contesto il Messia non è colui che apre l’Era Messianica, prelu­dio a quel Mondo Avvenire col quale spesso l’Era si con­fonde; non è colui che realizza la Reden­zio­ne; non è neppure il principio messia­ni­co, «grandiosa immagine solitaria di un sollevamento collettivo» (Irving Howe), ma è la manifesta­zione stessa della Redenzione compiuta.

E in effetti, assevera Klausner chiudendo il suo saggio, «la nozione di perfe­zio­ne proviene dal­l’ardente progressismo che è parte dei fondamen­ti del giudai­smo […] la fede messianica ebraica è il seme del progresso, piantato dal giudai­smo dovunque nel mondo [the Jewish Messianic faith is the seed of progress, which has been planted by Judaism through­out the whole world]». «Il Progres­so, ecco, per l’ebreo mo­derno, il vero Messia», il Pro­gresso, «cette notion moderne de la perfecti­bi­lité» che come la «nostra sete di giusti­zia e nostra ostinata speran­za nella vittoria del diritto» scende dalle colline di Sion (ancora Leroy-Beaulieu).

Quel Progresso alla fine cantato, a dispetto di ogni pretesa e disincanto laico e riprova d’invincibilità genetica, dal supersionista di stirpe rabbinica Max Nordau (III): «Un’umani­tà senza avven­ture, senza guerre e rivolgimenti, senza super­sti­zione e mi­sti­cismo, senza grandiose figure audaci e fastose e senza schiere di servi cieca­mente devoti, una società eguali­ta­ria composta tutta di uomini illu­mi­nati, colti, intelli­genti, che sono tutti sani e morigerati, dove tutti lavorano e raggiungo­no una vecchia­ia avanzatis­si­ma, dove tutti vivono in ordine, uniforme­mente ed agiata­mente, sem­bra enor­me­mente noiosa e riempirebbe i romanti­ci di oggi d’un disperato deside­rio di ritorno ai tempi della più antica e più selvaggia barbarie. Ma l’avvenire ci sembra così incolore e monotono solo perché il nostro occhio è edu­ca­to a vedere come pit­to­resco l’aspetto attuale della società […] L’avve­ni­re sarà incomparabil­mente più felice di quello che è stato il passato. La scienza agevolerà il soddisfa­ci­mento di tutti i bisogni materiali. La conoscenza ampliata e approfon­dita dimi­nuirà fino a farlo quasi scomparire il male che gli uomini si fanno a vicenda e che è la parte più crude­le dei loro dolori. Le gioie nobili, procurate dalle scienze e dalle arti saranno più generali e più intense, perché verranno godute con uno spirito e con un sistema ner­vo­so svi­luppati più finemente. E per la felicità acuta ci penseranno gl’istinti organici e la cenestesia della giovinezza, dell’amore, della salute, del vigore che, in un’umani­tà libera da cure e vivente nell’abbondan­za, sarà certa­men­te più ricca e più robusta che in un’umanità sempre inquieta e spes­so indi­gen­te. L’avvenire avrà una bellezza dif­fe­rente da quella del presente, più naturale, più elevata, più armonica».

Ma cosa sia tale Regno, quale la sua struttura politica e socio-economica, in realtà nessuno – neppu­re un Lenin, neppure un Marx, e tantomeno Eugène Pottier, il comunardo i­spiratore dell’«In­ter­naziona­le»: «Le monde va changer de base / Du passé, fai­sons table ra­se» e «L’ide-ale nostro alfine sarà / l’Internazionale, futura umanità» – l’ha mai seria­mente formulato. Infiniti sono stati, nei secoli, i progetti, le proposte di un cambia­mento radicale, epperò tutti non tracciati sulla base del mon­do reale, bensì sempre sognati da letterati, poeti, profeti à la Nordau o da semplici allucinati che si propone­vano di fuggire le asprezze, le contraddi­zio­ni, le limitazioni, il dolore, la vita di Questo Mondo. Il Regno – qualunque cosa signi­fi­chi, comun­que venga a strut­tu­rar­si – può invero esse­re descritto in termini quasi unicamente negativi. Esso è Altro Mondo da quello terre­no, è Resur­rezione, compiu­ta attraverso il Dettato del Padre, il Messaggio del Figlio o le ferree Leggi della Storia, è Liberazione dalla Sofferenza, dalla Divi­sio­ne, dal­l’In­giu­stizia, dalla Morte. Come afferma il pio esegeta nella scia di un millena­rio sentire, la violenza e la rozzezza scompariranno, passerà l’empietà, che consuma le forze mi­gliori dei po­poli. Le nazioni non saranno più devastate da cieche lotte e cruente battaglie, l’uma­nità non sarà più lacerata dalla discordia. E quando l’uomo, «que­sto essere cor­rut­ti­bile si sarà rivestito d’incorru­zione, e questo essere mortale si sarà rivestito d’immortalità, allora si compirà la parola che fu scritta: “La morte è stata assorbita nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria?”» (1a Corinzi XV 54).

Non si trovano invece parole per definire in positivo il Regno e il Nuovo Essere Umano­, poiché, semplicemente, manca l’esperienza di ciò che saranno: «Ciò che sa­remo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifesta­to noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è» (1a Giovanni III 2). «Sta scritto infatti: quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entraro­no in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (o che si sono concessi fidenti al materialismo dialettico e al progressi­smo illuminista). In ogni caso le sofferenze del presente, come quelle inevitabili e maggiori del periodo di transizione – le «doglie messianiche, chevleh mashiach» o «segni del messia, otot hamashiach» la cui terribilità fa dire a due peraltro piissimi Maestri di Sanhedrin 98b: «Venga il Messia, ma io non lo vegga», quei tormenti, quei dolori e quelle catastrofi al termine delle quali, assevera Isaia XIII 11 e XIV 5, verrà abbattuta l’«arroganza dei tiranni, gaavat aritsim», spezzato lo «scettro dei dominatori, shevet moshlim» – non sono neppure lontana­mente para­go­nabili alla glo­ria e alla felicità che saranno rive­la­te all’uomo risorto a nuova esistenza nel Regno. Dopo gli sconvolgi­menti, dopo la punizione della terribile Era Escatologica – premessa al Messia Redentore e per l’avvento della quale l’ebraismo antinomi­sta più radicale predica la tra­sgressione della Legge affinché il male raggiunga il suo culmine infero ed ultimo – non vi sarà infatti più storia: il perdono dell’E­terno segnerà la Fine della Storia (Daniele IX 24, 1° Enoch LXXXIII-XC o Libro dei So­gni), fine che sarà anzi non una fine, ma una Nuova Creazione, l’epoca finale di pace e giusti­zia da Lui promessa (Libro dei Giubilei XXIII 8-23), le «molte settimane innu­me­revoli per sempre» (1° Enoch XCIII 1-2 o Proto-Epistola di Enoch). Solo allora Dio dimorerà in mez­zo agli uomi­ni, «ed essi saranno Suo popolo ed Egli sarà “il Dio con loro”. E tergerà ogni lacri­ma dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate. E colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Apocalisse XXI 3-5).

E quindi il mondo, satireggia – anticipando ogni mentecatto giudaico-disceso, in primo luogo i Testimoni di Geova – il russo Ascinà, antibolscevico riparato negli anni Venti in Italia, non sarà distrutto, poiché dopo le inevitabili Doglie, la rovina e l’an­nientamento, i rimasti vivi ritroveranno il buon senso, dedi­candosi al perfe­zio­na­mento di sé, agli studi, alle invenzio­ni: «Arriveranno giorni felici. Tutti gioiosi, sani, scopriranno che la vita è un giuoco. Ci sarà poca fatica per tutti. L’ener­gia solare muoverà le macchine, ogni cosa andrà a bottoni: pigia e parti dove vuoi. La lampada di Aladino sembrerà un balocco. Le case saranno tut­te volanti: vo­lendo, at­terri sul monte e, se vuoi cambia­re, navighi sull’acqua e sei sempre a casa. Non ti piace il mare, fermati in alto sopra le nuvole e non ti muove­rai. Di figli ne verranno pochi, a secondo della tesse­ra. La vita dell’uo­mo si prolun­gherà a mille anni e, per chi sarà più robusto, anche a duemila. L’igiene, lo sport, i giuochi, il riposo, l’alle­gria. Il cibo sarà scientifica­men­te controllato, non nocivo per l’organi­smo. Niente denaro, niente imbrogli, tutto ab­bon­dante, tutto per tutti. La velocità degli spostamen­ti sarà superiore alla velo­ci­tà della luce, insensibile per noi. Fra i pianeti, tutti scoperti, si sceglierà quelli adatti per le colonie. Niente guerre, niente delitti, niente prigioni. Già al cibo saranno ag­giunti elementi per l’equilibrio psichico. Gli uomini saranno sempre affabili, genero­si, allegri e cercheranno una buona compa­gnia».

Di conseguenza il mondo del tiqqun è il mondo della riforma messianica («per i figli d’Israele è un dovere imperioso lavorare a realizza­re le speranze messiani­che», predica nel 1879 E.A. Astruc in Entretiens sur le judaïsme, son dog­me et sa morale). Dell’in­stancabile impegno di Israele (il vero Redentore sarà non un discen­den­te di Davide, né un Re-Messia, né una persona-Messia, sarà «non più un individuo, ma Israe­le tra­sformato in faro delle nazioni, elevato alla nobile funzio­ne di precettore dell’uma­ni­tà, che istruirà coi suoi libri come con la sua storia, con la costanza nelle prove non meno che con la fedeltà alla dottrina», c’insegna, con Dru­mont I, il Gran Rabbi­no Michel Weil; «il popolo d’Israele, nel suo insieme, è rivestito di una funzio­ne specifica: deve preparare il mondo del tiqqun, riportare tutto al proprio posto, e ha il dovere di riunire, raccogliere le scintille disperse ai quattro angoli del mondo […] A partire da Luria non si attende più un movimento messiani­co determinato, le­gato a un Messia specifica­mente designato; il Messia diviene il popolo d’Israele tutto intero. È il popolo d’Israele, nel suo insieme, che con l’esem­pio si prepara a riparare la frattura originaria. In questo contesto si comprende come la Redenzione d’Israele, nel senso nazionale e politico del termi­ne, sia stata vista come una prospet­ti­va molto concreta», concorda Rabbi Ouak­nin). Del suo rinato e finalmente eterno potere («non si può afferma­re con certez­za se Isaia abbia pensato o no all’apparizione di un Messia per­so­nale […] Certo è però che, con o senza un Messia-Re, gli ebrei costituiranno il centro dell’u­manità, intorno al quale si raggrupperanno, dopo la loro conversio­ne, i non-ebrei. I popoli si uniran­no per prestare omaggio al Popolo di Dio. Tutte le ricchezze delle nazioni passeranno al popolo ebraico; esse staranno al seguito del popolo ebraico e si gette­ran­no ai suoi piedi», conferma Rabbi Isidore Loeb, La litté­ra­ture des pau­vres dans la Bible, 1892).

Condizioni, tutte, imprescindi­bili per la salvezza dei popoli: «Il giorno di sabato saranno tutti congiunti in uno e tutti avranno un unico sabato», recita il Sefer ha-Temunah, “Libro della Figura”. Il tiqqun è capovol­gimento gerarchi­co nelle cose terrene, elimina­zione dell’im­pu­ri­tà dal mondo. Ed anzi, con conse­guen­te radicali­smo, il tiqqun non è tanto un mi­gliora­mento del mondo, quanto la crea­zione di un mondo nuovo, di un mondo altro, onto­lo­gica­mente diverso da quel­lo cono­sciuto dal­l’uo­mo negli infiniti millen­ni della sua storia. Di un mondo non situato in uno spirituale Aldilà ma in un concreto Aldiquà: «Il Regno di Dio è la comunità ventura, quella in cui tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia saranno saziati» (Martin Buber, Der heilige Weg, 1920). Il Maestro talmudico dichiara infatti – conferma Rabbi Isado­re Goodman nell’eulo­gia roose­veltia­na Man, Creator of God’s Kingdom “L’uomo, creatore del Regno di Dio” – che «”ogni cosa è in potere del cielo, eccetto la paura del cielo” [Berakot 33b, Maimoni­de prefato­re di Abot II 15 e Hilkhot Te­shu­vah V 2/1]; ogni cosa è in potere del cielo, eccetto l’istituzione del Regno di Dio sulla terra; questo dipende dall’uomo. Quando Dio creò l’uomo, gli confe­rì il dono e il potere di creare veri mondi. E il “Regno del Cielo” non è un atto di Dio, è l’unico atto lasciato all’uomo, è con gli atti virtuosi dell’uomo, è coi suoi misfatti maligni, che il Regno viene creato o rimandato».

«Tutto ciò può anche essere espresso» – aggiunge Scholem (I) – «con un’immagi­ne più pro­sai­ca: se il mondo è una gigante­sca e complicata macchina, allora l’uomo è l’operato­re della macchi­na, che con un paio di gocce d’olio al punto giusto è capace di metterla in funzione. La sostanza morale delle azioni dell’uomo fornisce quest’o­lio».

Ed è ancora Buber, figura centrale del giudaismo novecentesco, «l’a­postolo dell’e­braismo presso l’umanità» (per dirla col goy Enzo Bianchi, prefatore de La leggen­da del Baal-Shem), a porre nel punto focale del­l’i­dea messianica il concor­so attivo dell’uo­mo alla redenzione in quanto partner di Dio, del quale, in quanto «gemello» e controparte, ritiene immagine e somiglianza (l’unica differenza tra i due, afferma l’antropologia giudaica, è che l’uomo dorme, mentre Dio non dorme mai). Uomo che trasfor­ma la realtà («I filoso­fi hanno solo interpretato diversamente il mondo; si tratta ora di cambiarlo», aveva cantato il Rabbino Trevirense nel «Manifesto del Partito Comunista»), «Mithelfer am göttlichen Werk», collaboratore all’opera di Dio» (così André Neher III), «co-worker of God, coope­ratore di Dio» per destino (così Sa­muel Cohon, do­cente di Teologia Ebraica allo Hebrew Union College, ricalcante l’ex Shaul di 1a Corinzi III 9: «infatti noi siamo collaboratori di Dio»). Per conver­so, Dio è il «co-pilota» dell’uomo, predi­ca Rabbi Sherwin Wine, fondato­re del laiciz­zante Humanistic Ju­daism, nel feb­braio 1999 su Mo­ment, il più diffuso mensi­le ebraico americano.

Fantasmatica giudaica, sottolinea David Noble, discesa fino a quella «co-creazio­ne» im-posta dall’Onnipotente agli esseri umani (vedi il mille­nari­smo di Gioac­chi­no da Fiore, per cui l’uomo diventa, nella storia, partecipe della propria redenzio­ne e, di conseguenza, della ri-costruzione della creazione per il com­pi­mento del piano provvidenziale per l’universo; vedi il rinasci­men­tale Marsilio Fici­no: «L’uomo agisce come vicario di Dio poiché domina tutti gli ele­men­ti e li coltiva e, presente sulla terra, non è assente dal cielo»; vedi il Bacone dell’In­stau­ratio Magna “Grande Rinnovamento” e della Nuova Atlantide), ausiliarii, coesplorato­ri, ammini­stra­tori e «gestori della creazione di Dio» (vedi gli «ingegneri genetici», e più in generale i tremila scienziati dell’Ame­ri­can Scientific Affiliation, operanti, recita il saggio di V. Elving Anderson, docente di Genetica all’Univer­si­tà del Minneso­ta, steso nel 1994 con Bruce Rei-chenbach, On Behalf of God, “Per conto di Dio”, al fine di «cam­biare la creazione in meglio»).

Espressio­ni ribadite dal già detto Servus Jesus Reinhard Neudecker, doctor in theologia a Mona­co e Innsbruck e in philoso­phia allo Hebrew Union College, non­ché docente di Letteratu­ra Rab­bi­nica al Pontificio Istituto Biblico: «Dio e Israele, in quanto compartecipi o partner, sono legati l’uno all’altro. Insieme vanno in esilio, insieme fanno ritorno», poiché: «Quan­do essi [gli israeliti] un giorno ritorneranno dall’esilio, ritornerà, per così dire, anche la shekinah insieme con loro, come è detto: “E ritorne­rà il Signore, tuo Dio, con i tuoi deportati” [Deuteronomio XXX 3]» (in Mekhiltà de-Rabbi Ishmael Bo 14).

«Si è detto» – conferma Rabbi Lawrence Hoffman, sottoscrivendo l’insegna­mento del sodale Rabbi Morris Kertzer – «che è possibile riassumere l’intero cre­do ebraico in queste tre parole: Dio, Torah, Israele. Come usano dire i mistici, “Dio, la Torah e Israele sono un tutt’uno”. Se perdiamo la fede in uno qualsiasi di questi ele­menti, gli altri due periranno velocemente. La realtà di Dio [il Dio della creazio­ne, della rivela­zione e della redenzione], la virtù e le potenzialità di ogni indivi­duo, l’eterno patto che il Popolo d’Israele ha fatto con Dio e la guida, il conforto e la saggezza della Torah, questi sono i fondamenti del nostro credo […] Noi sia­mo i partner di Dio. Dio ha creato un mondo fisico: il corso delle stelle, le stagio­ni, l’ordinata crescita della natura, tutte le leggi della fisica, della chimica e della biologia. Ma noi esseri umani possiamo modellare le nostre stesse vite con comportamenti che creino un para­diso sulla terra [with deeds that create a heaven on earth]».

«Yisroel nikra eretz, “Israele viene chiamato terra”, assevera il Midrash. Israele è chiamato Eretz Israel, Terra, dove egli si può realizzare realizzando, nello spazio e nel tempo, le mitzvòt della Torah di Dio» – completa Alexandre Sa­fran – «Invero, la Torah, Israele e la Terra d’Israele vengono da Dio. “La Torah della vita”, “il popolo d’Israele che vive” e “le terre della vita” scaturisco­no dalla “sorgente della Vita”, da Dio, e vivono con Lui, nella sorgente della Vita. Anco­rati in Dio, vivono una vera vita. L'”albero della vita” della Torah, l'”albero della vita” dell’Uomo, di Israele, sono radicati nelle “terre della vita” di Eretz Israel. Usciti da un mondo trans-storico, sovratemporale, discendono in un mondo stori­co, il mondo dell’agire umano che si snoda nel tempo, per realiz­zarsi e aiutare Dio stesso a realizzarsi. La Torah, Israele e la Terra d’Israele procedono da Dio e portano con loro la luce, il profumo di Olam ha-Bah, del “Mondo Av­ve­nire”. Realizzandosi qui in basso, essi introducono MeEine Olam ha-Bah, fanno sentire all’uomo l’idea del Mondo Avvenire, cioè del mondo che precede e segue il mondo presente. Realizzan­dosi in questo mondo, non perciò giungono a compi­mento. È perché aspirano a giun­ge­re al Mondo Avveni­re, a tornarvi. Ma per tor­na­re alla loro “sorgente”, per tornare alle loro “radici”, occorre che lo meritino. Per “tornare” in alto, occorre che portino a compimento la loro opera storica qui in basso […] Israele incarna la funzione pri­ma­ria nell’associa­zione di questi tre fattori della vita ebraica, operando nella storia del mondo. Perché, se la Torah lega gli altri due fattori tra loro e i due fattori con Dio, se Israele lega gli uomini a Dio ed Eretz Israel, il Paese d’Israele, lega la Terra a Dio, la primazia tra questi tre fattori che si rapportano a Dio è di Israele. Invero, senza Israele, legato alla Torah e a Eretz Israel, il mondo non esistereb­be». Ed ancora: «Con l’inaugu­razione della storia d’Israele e di Eretz Israel si produce una mutazione fonda­men­tale nella vita del mondo, nella vita degli uomi­ni: termina il periodo dello svolgersi naturale del­le cose, in ciclo chiuso, apparen­te­mente libero, indipenden­te, ma non meno fisso, tragico e “caotico” della vita degli uomini e della terra; con essa inizia una nuova era, la storia, aperta ma non men ordinata, etica­mente libera, ottimista, dell’umani­tà e del mondo, dotata di senso, dignità, finalità. Inizia il periodo “to-rahico” […] I popoli della terra, attaccando Israele, vogliono, invero, attaccare Dio, del quale hanno rifiutato la Torah, del quale hanno rifiutato la sovranità. “Essi odiano Israele perché odiano Dio”. I popoli della terra, “levandosi contro Israele, si levano contro Dio”. Ma non possono afferrarLo, raggiungerLo che attraverso Isra­ele. Ed invero, come dice il profeta d’I-sraele, “Chi colpisce Israele, è come se colpisse la pupilla di Dio” [Zaccaria II 12]».

La stessa tesi, seguendo Kertzer, Hoffman, Safran e la miriade di loro sodali, svolazza il cristiano Ulf Ekman, «dinamico predicatore, insegnante biblico ed autore, fonda­to­re e pastore del centro “Parola di Vita” a Uppsala, in Svezia, che ha diramazio­ni in vari paesi»: «La carat-teristica distintiva del popolo di Dio è che essi hanno il sigillo della decisio­ne eterna di Dio a loro riguardo. La loro posizio­ne può essere paragonata a un trian­go­lo in cui il primo punto è il popolo, il secon­do è la terra e il vertice è Dio stesso. Senza la terra, Dio non può portare a termine il suo proposito di benedire tutta l’uma­nità. Per compiere pienamente la sua volon­tà, Dio deve avere entrambe le cose: sia la terra che il popolo Ebreo. Non è una questione di diritti individuali di una nazione. Si tratta di un popolo che ha una chiamata eterna da parte di Dio. Senza la terra, la chiamata non può essere realizzata e, senza Dio, il popolo non può adempie­re il suo vero ruolo. Questo il motivo per cui, nel relazionarsi con il suo popolo, Dio comincia dalla terra che gli ha dato in eredità».

L’eredità dei Padri, la Terra Santa, la Città Eterna reintegrata sotto il domi­nio di Israele, l’unità futura del genere umano, il Messia ed il Regno sono un’uni­ca, in­scin­dibile realtà. L’indivisibilità di teologia e politica, ben rileva Schalom Ben-Chorin, scaturisce dalla struttura stessa dell’ebrai­smo; solo dalla Terra Pro­messa prenderà avvio la Redenzione divina, processo im­pensabile senza «il ruolo cosmi­co del popolo ebraico» (Rabbi Yonassan Gershom), senza l’abbatti­mento del Gio­go del­le Nazioni (shibud malkhuta), senza la totale sovrani­tà del Popolo Eletto (am segu­lah), del Popolo Sacerdotale (am koha­nim) sull’inte­ra Eretz Israel: «Il re messianico sorgerà nel futuro e restaurerà il regno di Davide nella sua potenza di un tempo. Ricostruirà il tempio e radunerà i dispersi di Israele. E tutti i precetti della legge torneranno ad avere vigore come un tempo. Si offriranno sa­crifici e si osserve­ranno nuovamente l­’anno sabbatico e l’anno giubilare secon­do la legge, come è co­man­dato dalla Torah. Chi però non crede in lui o non attende la sua venu­ta, rin­nega non solo gli altri profeti, ma anche la Torah e il nostro maestro Mosè, perché la stes­sa Torah lo testi­monia […] I sapienti e i profeti non hanno desiderato che il tempo messianico giun­gesse per poter dominare il mondo o ridurre in loro pote­re i pagani o per essere esal­tati dai popoli, o per poter mangiare e bere a sazietà, ma per poter trovare il tempo di studiare la Torah e la sua spiega­zio­ne, e perché nes­suno li potesse ostacola­re in questo loro lavoro […] E questo è il vero motivo per cui tutto Israele, con i suoi Profeti e con i suoi Saggi, ha sempre atteso e attende con passione l’avvento del Messia: per non es­se­re più sottoposto al giogo straniero, che non rende possi­bile né la dedizione allo studio della Torah, né l’osservanza dei co­man­damenti nel modo e nella misu­ra dovuti. Con l’avvento del Messia, Israele potrà invece trova­re finalmente la vera serenità d’animo, che gli permetterà di accresce­re le proprie conoscenze della Torah e meritarsi così la vita del mondo a veni­re» (Maimoni­de, Mishneh Torah XI e XII e Hilkhot Teshuvah IX B; la redenzione dei Figli di Israe­le per il Mondo Avvenire avverrà, secondo il tannaitico Maestro Joshua su Esodo XII 42, la notte del 14 del mese di Nisan-aprile, lo stesso giorno nel quale gli ebrei furono libera­ti dalla schiavitù egizia – ufficialmente, la fine dell’Esodo viene celebrata istituen­do la Pasqua dal 621 a.C. – mentre il suo rivale Maestro Eliezer, basato su Salmi LXXXI 4-5, pone l’epoca nel mese di Tishri-settem­bre: vedi Klaus­ner su Mekhil­tà, Bo’, Pisha, cap.XIV, 16b nell’ed. Friedmann).

Nulla di diverso esprime, con linguaggio soltanto di poco più allucinato, il supermassone Alberto Cesare Ambesi, grande adepto dell’Arte Reale: «Può darsi che, alla fine dei tempi, possano estinguersi gli oscuri fuochi del Male, come se fossero stati l’effetto di un gioco di prestigio durato troppo a lungo. Può darsi (è la nostra più ardente speran­za!). Se così sarà avvizziranno anche, simultaneamen­te se non prima, le larve e i fantasmi che il Gorgo delle Tenebre si compiacque di plasmare e partorire e che genera tutt’ora, grottesco e strisciante esercito che ha la menzogna come strategia e per stendardo volgarità e profanazione».

Null’altro aveva auspicato il massone francese Jean Tourniac nel 1983, valida­to da Michele Moramarco: «[Gerusalem­me] è la cit­tà che ac­co­glie, indistinta­mente e con­temporane­amente, gli eletti del giudaismo e quel­li delle nazioni che hanno tempra­to le loro vestigia nel sangue dell’Agnello. Infat­ti, è lo stato finale della “realtà” e dei santi di tutto l’universo tradizionale ch’è stato sin qui descritto. Uno stato umano integrale: lo stato dell'”uomo universale” nel cor­po di gloria del Verbo-Messia, iden­ti­ficato con l’unica Città Santa “…in cui l’Onni­po­ten­te è il Tempio e l’Agnello la lucerna”. In questa “visione di cuore” Gerusa­lem­me è certa­men­te più che mai la Città della Pace [come in Genesi XIV 18, il nome antico della città, nota agli accadi come Urusa­lim, è Salem, legato all’etimo «pace» come la forma ebraica Yerusha­laim, «pos­sesso/fondamento di duplice pace»; «la Ricer­cata, la Città non abbandona­ta», la chia­ma Isaia LXII 12], ma della “Pax profun­da” di or­dina­men­to divino, quella di “seder ha Qa­dosh Baruch hu!…” senz’alcun metro comune con le istituzioni umane: ciò che il Cristianesi­mo ha presagito nella nozione universa­le del “Corpus mysticum” del Mes­sia […] È perciò che in Gerusa­lem­me, intesa come sup­porto del matrimonio mistico tra la “sposa” [shekinah] e lo “sposo messianico”, lo sposo del Cantico dei Cantici, dimora una benedizione eterna, una benedizione di pace: “Sha­lom ba shem ha-ma­shiach“. È l’unione di Gerusalemme-Isra­ele e del Mes­sia e queste sono le nozze della Città che verrà, gli sponsali tra Gerusalemme in basso e Gerusa­lem­me in alto. Ritro­viamo ancora l’idea della conver­genza e della tensione, questa volta isocentrica. Que­sta convergenza è quella che si può chiamare, per i tempi presen­ti, il Tempio interio­re. Una Gerusalem­me in cui so­la­mente può com­piersi l’a­more e che uno scrittore isra­elita, Amoz Oz, descrive così: “Gerusalem­me non è un luogo, è un amore as­so­lu­to!”. Gerusalemme ci appare allora effettiva­mente come la “Città del massimo amo­re”. Non esiste, qui in basso, un luogo in gra­do di conte­ne­re o circoscrivere l’amore di Dio per gli uomini, amore che in se stesso è senza limiti. In qualsiasi posto del mondo Egli è là, fedele come il sole che illumi­na ed abbraccia. Tuttavia nello spazio Egli è un luogo: sulla Terra vi è una città dove l’Eterno nostro Dio ha manifestato questo amore in maniera unica, sia moltiplican­do le prove di questo amore, sia susci­tando i massimi eventi che costitui­scono la trama della storia della salvezza. Questa città è Gerusalem­me. Là Dio ci ha amati, Dio ci ama, Dio ci amerà» (La Città Santa, quaderno n.5 del Collegium Itali­cum Latomo­rum).

Nulla di diverso aveva auspicato Ben Gurion, primo ministro dell’Entità Ebraica, al confratello giornalista Amram Ducovny sul settimanale Look, 16 gennaio 1962: «Ecco come immagino il mondo nel 1987. La Guerra Fredda sarà cosa del passato. Le pressioni internazionali e il crescente peso degli intellettuali in Russia in favore di una maggiore libertà e la pressione delle masse per alzare il loro livello di vita porterà a una graduale democratizza­zione dell’Unione Sovietica. Dall’altro lato, la crescente influenza dei lavoratori e dei contadini e il crescente peso degli uomini di scienza trasformeranno gli Stati Uniti in una società del benessere con un’economia pianificata. L’Europa Occidentale e l’Europa Orientale saranno una federazione di stati autonomi con un regime socialista e democratico. Tranne l’URSS, stato federato eura­siatico, gli altri continenti si uniranno in un’unica alleanza mondiale, dotata di una forza di polizia internazionale. Tutti gli eserciti saranno aboliti e non ci saranno più guerre. A Gerusalemme le Nazioni Unite – le vere Nazioni Unite – edificheranno un Santuario dei Profeti al servizio dell’unione federale dei continenti; là siederà la Corte Suprema dell’Umanità, che comporrà ogni controversia e disputa sorta nella federazione dei continenti, come profetizzato da Isaia» (in: David Ben Gurion – In the own words, 1968, Hans Schmidt, End Times / End Games, 1999 e UN / Unabhängige Nachrichten n.8/2001).

Nulla di diverso, alla fine degli anni Trenta, l’«inglese» L. Sale-Harrison per il quale, giusta Ezechiele «Dio-fortifica» V 5 e Isaia II 2, Gerusa­lemme non è solo «il centro della geografia biblica», ma «il centro del mondo» (Ezechiele XLVIII 35 le aveva cambiato il nome in Yah-weh sam, «Jah­weh-è-là», proprio quel «Yahweh melek hakabod, Re della Gloria», «Yahweh sebaot yoseb hakkeru­bim, Signo­re degli eserciti, seduto sul trono sostenuto dai cherubi­ni»).

Nulla di diverso, nel 1923, Achad Ha-am (pseudonimo del «russo» Asher Zvi Ginzberg) sul n.291 della zuri­ghe­se Jüdi­sche Pressezen­trale: «Ich bin über­zeugt, daß Jerusalem zum geisti­gen Zen­trum der Welt werden wird und zur Weltfrie­denstätte, Credo fermamente che Gerusa­lemme di­verrà il centro spirituale del mondo, il luogo santo della pace universale».

E ancor prima il sionista Adolph Berle in The World Significance of a Jewish State: «Se questa Casa d’Israele sarà reintegrata in Palestina, diverrà in primo luogo possibi­le educa­re il mondo nella religione d’Israele [it will begin with an opportu­nity of world instruction in the religion of Israel], opportunità mai accor­da­ta ad alcun altro culto nella storia dell’umanità! Una delle prime e più impor­tan­ti conseguen­ze sarà che la religione d’Israele verrà [final­men­te] compresa nella sua interezza – e ciò vale per l’ebraismo come per il cristia­ne­simo – e in ciò è la possibilità di mutare la religio­ne del mondo! […] Se insinueranno che questo piccolo angolo di mondo po­trebbe essere troppo debole e misero per giocare un tale alto ruolo nella storia del mondo, ribatte­re­mo indicando il ruolo che quello stesso misero angolo ha sempre avuto nella reli­gio­ne del mondo. Se un giovane ebreo ispirato, martirizzato a trentatré anni, potè incendiare la fantasia del mondo [could set on fire the imagina­tion of the world] e rendere il suo nome il più grande della storia, e far questo senza eserciti o navi o alcun altro strumento del potere terre­no, e col potere della parola, della sola parola, fare del proprio nome il Nome sopra ogni altro nome, cosa non potremmo ragione­vol­men­te aspettarci dalla nazio­ne che ha prodotto tale figura mondiale, una volta che fosse reintegrata nella terra dei suoi sogni, nuovamente infiam­mata dalle antiche tra­di­zioni! […] Uno Stato ebraico sarà una “Aja” che potrà, e vorrà, dominare l’atten­zione del mondo e governarne gli affanni [command the atten­tion and govern the thought of the world]».

Nello Stato ebraico ricostituito, termina Berle, «Israele tornerà ad essere un principe e la sua capitale diverrà un centro morale, secondo a nes­sun’al­tro sulla terra. Ancor più, in virtù del razionalismo dell’ebreo e della sua sanità mentale, la sua capi­tale diverrà la stanza di compen-sa­zione di ogni idea religio­sa, e “le nazioni verranno alla sua luce e i re allo splendore del suo sorgere. I suoi capi saranno la Pace e i suoi esattori la Giustizia. Di violenza non si udrà più in questo paese, di desolazione o distruzione nei suoi confini”».

Nulla di diverso il proto-sionista chovevei Sion («amante di Sion») Elchanan Leib Lewinsky, scrittore utopico in Massa Beeretz Israel Bishnat 5800, edito a Odessa nel 1892, intimo di Asher Ginzberg (il testé detto pseudonimizzato Achad Ha-am, fratello di Louis Ginzberg), che non solo gli pubblica le opere nella rivista HaShiloah, ma lo inseri­sce – così Didier Epelbaum – nella schiera dei «correc­teurs de l’universe». L’Israele immaginario di Lewinsky proietta il futuro Stato Ebraico nel mondo del 2040: un paese di cuc­ca­gna ove polizia e tribunali sono inutili, il commercio è retto dall’intelli­genza e dalla fiducia reciproca, la malversazione è ignota, gli uomini sono tutti one­sti, indifferenti al profitto superfluo, Gerusalemme è finalmente diventata la capitale della Pace Universale, tutte le università del mondo hanno corsi di studio della Torah, al mattino la gente attende alle proprie occupazioni, la sera alza canti nei teatri come nei falansteri di Fourier, lo Stato è ridotto alla sua minima espressio­ne, la Nuova Società non conosce violenza, non padroni né servi, non più sterili lotte politiche, osservanza di feste religiose da tempo dimenticate.

Recita infatti Berakot 5a: «Tre doni generosi sono stati dati a Israele dal Santo Benedetto, e furono dati come accompagnamento alla sofferenza. Essi sono: la To­rah, Eretz Israel [la Terra, lo Stato d’Israele] ed il Mondo Avvenire». Il raccoglier­si «miracolo­so» in uno Stato territoriale edificato sull’antica Terra Promessa, insieme al contemporaneo suo permanere disperso come «semina in tutti i paesi affinché la di Dio cresca dappertutto […] una persona non semina forse un seme per raccoglier­ne molti?» (Pesachim 87b, al quale passo il Maestro Eleazar tosto conferma: «Perché Dio ha sparso Israele tra le nazioni? Per reclu­tar­gli proseliti ovun­que»), per cui l’antico esilio si palesa ora come una discesa in nome dell’ascesa, la premessa per quella redenzio­ne in cui ogni uomo assisterà al grande «raccolto» frutto delle sofferenze diasporiche, garantisce all’ebraismo il compimento della Promessa fatta ad Abramo «padre di tutti i popoli»: «Attra­verso di te saranno benedette tutte le generazioni della terra» (Genesi XII 3).

Quando Israele – inteso da un lato come singoli ebrei, dall’altro come Stato – abiterà fra i popoli indi­stur­ba­to e onorato, allora il tempo sarà adempiuto, perché solo allora sarà chiaro ad ognuno che la fede nell’Eterno è divenuta realtà. Solo attra­verso Israe­le, Popolo della Soffe­renza, i ciechi apriranno gli occhi, i prigionieri usciranno dal carcere, dalla reclusio­ne coloro che abitano nelle tenebre (Isaia XLII 6). Solo allora «il re Messia restaure­rà e riporterà il regno di David alla sua sovranità originaria, ricostrui­rà il Santuario e radunerà i dispersi d’Israe­le. In quei giorni, l’osservanza di tutti i precetti tornerà a essere come era in origine» (Mishneh Torah di Maimo­nide, Hilkhot Melachim, “Li­bro dei re”, XI 4). Solo allora «la Terra d’Israele pro­durrà, naturalmente, delicate prelibatezze e pregiati indumenti di seta» (Shabbat 30b) e «un chicco di grano sarà grande due volte il rene di un toro» (Ketubot 111b) e «tutte le cose buone saranno comuni come la polvere» (Hilkhot Melachim XII 5).

Altrettanto predica oggi, anno di grazia 1995 dell’Era Volgare, Shlomo Riskin, caporabbi in Efrat, evocando Michea IV 5: «Questa visione chiarisce il perché della posizione della Città Santa all’incrocio di tre continenti. È stata forse questa visione ad averci animato – in netto contrasto con ogni nazione prima di noi – nell’insistere sulla santifica­zione di tutti i santuari [on the sanctity of all the religious shrines] e sul diritto di ognuna delle religioni [monoteiste] di pregare nei suoi luoghi sacri. Il futuro di Gerusa­lem­me resta la mas­si­ma sfida per le genti del mondo come anche per noi, Casa d’Israele […] Jeru­sa­lem is the bridge between the worlds of warring nations and the one world under God, Gerusa­lemme è il ponte tra i mondi delle nazioni in lotta e l’Unico Mondo retto da Dio».

Cosa già pre­annunciata, in un misto di paranoico escatologismo e infantile auto-orgoglio, da Gioele «il-Signore-è-Dio»: «Annunciatelo fra i popoli, proclama­te una guer­ra santa, incitate i prodi, si avanzino e salgano tutti gli uomini di guerra. Tra­sfor­mate le vostre zappe in spade, le vostre falci in lance, e l’imbelle dirà: Sono un prode. Accorrete e venite, nazioni tutte d’intorno, radunatevi là. Fa’ scendere i tuoi prodi, o Signore, si muovano tutte le nazioni alla valle di Josaphat, perché là siederò a giudicare i popoli […] Il Signore ruggisce da Sion, da Gerusalemme fa udi­­re la sua voce, tremano il cielo e la terra. Ma il Signore è rifugio per il suo popolo, difesa per i figli d’Israele. Saprete che sono il Signore vostro Dio, che dimoro in Sion monte sacro. Gerusalemme sarà santa, gli stranie­ri non l’attraverseranno più […] Giuda sussisterà per sempre, Gerusalem­me per infinite generazioni. Vendicherò il loro san­gue, non lo lascerò impunito, e il Signore abiterà in Sion» (IV 9-12, 16-17 e 20-21).

Ed ancora Abdia «servo-del-Signore», richiamante l’annientamento ontologico di ogni non-ebreo: «Perché è vicino il giorno del Signore contro tutte le nazioni […] Sì, come avete bevuto sul mio santo monte, così berranno tutte le nazioni per sem­pre. Berranno, si inebrieranno, diverranno come se non fossero mai state» (I 15-16). E poi Aggeo «nato-per-la-festa»: «Infatti, così dice il Signore delle schiere: ancora un poco e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e il continente. Scuoterò tutte le nazioni. Riempirò questa casa di gloria, dice il Si­gno­re delle schiere. Mio è l’argento, mio è l’oro, oracolo del Signore delle schiere. Gran­de sarà la gloria di questa casa, della seconda più della prima, dice il Signore delle schiere. E in questo luogo porrò pace, oracolo del Signore delle schiere» (II 6-9).

E Zac­caria «il-Signore-si-ricorda»: «Così dice il Signore delle schie­re: “Sono tornato a Sion e dimoro in mezzo a Gerusalemme. Ge­rusalemme si chia­me­rà Città Fedele, e Monte Santo il mon­te del Signore delle schie­re” […] “Ver­ranno anco­ra popoli e abitanti di numerose città. E gli abitanti dell’una andranno a quelli dell’al­tra per dire: Su, andiamo a placare il volto del Signore e a cercare il volto del Signo­re delle schiere. Ci vado anch’io. Così popoli nume­rosi e nazio­ni possenti ver­ranno a Gerusalemme a cercare il Signo­re delle schie­re e a placa­re il volto del Signo­re” […] E avverrà che in quel giorno non vi sarà più luce, né freddo, né gelo. Sarà tutto un giorno solo, es­so è noto al Signore; non vi sarà né giorno né notte, anzi avver­rà che nel tempo sero­tino vi sarà luce […] E avverrà che i superstiti di tutte le nazioni venute contro Geru­salem­me saliranno d’anno in anno ad adorare il re, il Si­gno­re del­le schie­re» (VIII 3 e 20-22, XIV 6-7 e 16).

Ed ancora Isaia «Jahweh-salva»: dopo la duplice «visita» escatologica dappri­ma nei cieli contro l’esercito supremo (al-seba hammarom, il mondo degli dei pa­gani) e poi in terra contro i re terreni, «su questo monte il Signore degli eserciti imban­dirà per tutti i popoli un convito di grasse vivande, un convito di vini invecchiati, di carni grasse, ripiene di midollo, di vini invecchiati, resi limpidi. E strapperà su questo monte il velo che velava tutti i popoli e la coltre che copri­va tutte le nazioni. Elimi­ne­rà la morte per sempre. Il Signore tergerà le lacrime su ogni volto e cancelle­rà l’obbrobrio del suo popolo da tutta la terra, poiché Jahweh ha parlato […] E gli stranieri che si sono dati al Signore, per servirlo e amare il suo nome, per essere suoi servi, purché si guardino dal profanare il saba­to e si attengano al mio patto: “Io li condurrò nel mio sacro monte, li alliete­rò nella mia casa di preghiera, i loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi al mio altare, perché la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli» (XXV 6-8 e LVI 6-7).

E Daniele «Dio-ha-giudicato»: «Ed ecco, con le nubi del cielo, uno come figlio d’uomo stava venendo. Egli avanzò sino all’Antico di Giorni [Attiq Yomim, il «Capo di Giorni» di 1° Enoch XLVI 1] e fu fatto avvici­na­re in sua presenza. Gli furono dati dominio, onore e regno, tutti i popoli, nazioni e lingue lo serviva­no. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà mai e il suo regno è tale che non sarà distrutto […] E il regno e il dominio e la grandezza dei re­gni sotto tutti i cieli saranno dati al Popolo dei Santi dell’Altissi­mo. Il suo regno è un regno eterno e tutte le potenze lo serviranno e gli ubbidi­ran­no» (VII 13-14 e 27).

E infinite sono le allucinazioni, le dichiarazioni, gli appelli rivolti al Popolo Santo, infiniti gli ammonimenti, le minacce e i deliri rivolti alle genti. Allucinazioni e deliri dei quali, trascegliendo tra gli innumeri esempi attestati da Gian Pio Mattogno (III), diamo qui poche prove. Così, anticipando la scaltra melensaggine dell’illustre caporabbino Elio Toaff, Ovadia ben Yaacov Sforno, autorevole talmudista vissuto in Italia tra il 1475 e il 1550: «Dio condurrà le nazioni dalle estremità della terra a Yerushalaym. Questo sarà un vantaggio per le nazioni stesse, poiché saranno guidate da Israel nel sincero e premuroso servizio divino».

Richiamandosi a Rashi, Sforno e rav Hirsch (1808-1888, padre della moderna ortodossia), il novecentesco rav Bekhor aggiunge, disarmante: «Noi chiediamo così di essere illuminati intellettualmente così da poter diffondere i Tuoi insegnamenti nel mondo: Desideriamo ardentemente portare l’umanità ad apprezzare le Tue vie di bontà e misericordia […] Alla fine il messaggio divino raggiungerà ogni angolo della terra e tutte le nazioni adoreranno Dio […] Fino a quando le nazioni si dedicheranno soltanto ai propri interessi e saranno conquistatrici, il loro comportamento nazionalistico rifletterà solo egoismo; alla fine, però, i governi abbandoneranno il loro egoistico isolamento e riconosceranno che il benessere di tutti gli uomini dipende dall’armoniosa comunione delle nazioni gioiosamente unite nell’adorazione di Dio”». Ed aggiunge: «Il trionfo di Israel, messaggero di Dio sulla terra, sopra i più potenti imperi è più volte avvenuta nel corso della storia, sia in senso fisico che spirituale. Nel timore che questo non possa più ripetersi, il salmista descrive il trionfo della redenzione finale, quando Dio sarà universalmente riconosciuto […] La profonda consapevolezza della Tua presenza che si avrà in Yerushalaym spingerà le nazioni ad accettare la Tua sovranità e a tributarTi omaggio in segno di sottomissione […] Allora, le risorse di tutte le nazioni saranno dedicate soltanto al servizio di Dio […] Finché ciascuno si sottometterà a Te e offrirà pezzi d’argento come tributo». Ed ancora, lievemente minaccioso: «Verrà un tempo in cui gli uomini comprenderanno quanto sia inutile ribellarsi a Dio e accetteranno la sua sovranità […] Il nemico storico di Israel si è rivelato tra le nazioni del mondo per un motivo più profondo del pregiudizio razziale. La sua avversione nasce dall’odio per ciò che Israel rappresenta: l’assoluta sovranità di Dio e la completa sottomissione del suo popolo che lotta per mettere in pratica la sua volontà […] Quando Dio attuerà il suo devastante giudizio contro le nazioni, esse finalmente comprenderanno l’inutilità di opporsi alla sua volontà […] Le promesse che Dio ha fatto a David e a Israel sono eterne, e si realizzeranno puntualmente. Questa è la verità che accompagna Israel in ogni fase del suo esilio».

Sulla falsariga continua Rabbi I. Epstein: «L’ideale messianico è connesso con questa redenzione universale. Per i profeti la restaurazione politica in Israele rimane sempre la condizione preliminare del messianismo. Lo stesso Messia è rampollo della stirpe di David ed è destinato a restaurare il suo trono. Ma il destino nazionale di Israele non è fine a se stesso. Esso serve a favorire un destino comune a tutta l’umanità, perché tutte le genti si convertano e si uniscano nell’onorare Dio», mentre l’invocazione della preghiera del «Padre nostro» detta Alenu, la cui composizione fu attribuità a Giosuè dopo la presa di Gerico o a Rabbi Abba Areka, fondatore della scuola talmudica babilonese di Sura, poi adottata dalle più diverse comunità come un vero e propro credo, conclude: «Le-taqen olam be-malkut Shad-daj, Si ordini il mondo sotto il regno dell’Onnipotente».

«Fra le strategie più insidiose messe in atto dai maestri di Israele per preparare la strada al futuro dominio universale del “popolo eletto”» – commenta Gian Pio Mattogno – «vi è il cosiddetto “noachismo”. La dottrina noachide fu escogitata dai rabbi d’epoca talmudica al solo scopo di assicurarsi una manovalanza di goyim giudaizzati, veri e propri servi di Isra-ele – i noachidi, appunto – da utilizzare come un cavallo di Troia per disgregare dall’inter-no le fondamenta spirituali e le tradizioni dei popoli gentili. Che gli ebrei incoraggino i goyim a farsi noachidi è dunque perfettamente comprensibile; più sorprendente è che fra gli stessi goyim vi siano degli utili idioti proni ai voleri di Israele, un dolce suicidio che consiste nel rinnegare la propria identità e le proprie tradizioni, fare proseliti e sottomettersi de-liberatamente alla volontà del Dio giudaico e del suo popolo».

Come che sia, il Nuovo Eden sarà chiuso agli «idolatri» e agli «ingiusti»: «Il Giar­dino misura trecentomila anni. Laggiù vivono in pace tutto Israele e i proseli­ti di rettitudine. Invece i giusti perfetti, i patriarchi del mondo, i dieci martiri e coloro che sono stati provati dalle persecuzioni religiose, che si sono dati alla morte per il Dio unico, tutte queste anime risiedono in alto e ogni giorno scendo­no presso le ani­me dei giusti che si trovano nel giardino dell’Eden […] Su poltro­ne di gemme e perle con sedili imbottiti essi siedono, inneggiando ed esal­tan­do il Santo, sia Egli benedet­to, che dà vita ai mondi, e ognuno gode a propria misu­ra dello splendore della sheki­nah. Fra Questo Mondo e il giardino dell’Eden si trova la spada che da fuoco rovente si tramuta in gelida grandine e da grandine in tizzoni ardenti, affinché nessun uomo possa accedervi da vivo, come è detto: “Pose a oriente del giardino di Eden i cheru­bi­ni” [Genesi III 24]. La fiamma della spada misura dieci anni, e quando le anime di Israele entrano nel giardino dell’Eden si immergono in duecentoquaran­totto fiumi di balsamo ed essenza, poi vengono introdotte a godere dello splendore della sheki­nah, ognuna secondo le proprie opere e la propria dottrina» (l’alto-medioevale Mi­drash Konen su Proverbi XII 9: «Il Signore con la sapienza fondò la terra»).

«Nei giorni del Messia [yamot ha-mashiach, in Berakot 12b]» – ribadisce il midra­shico Alfa Beta de-Rabbi Aqiba, certificando che «il Mondo Avveni­re è tutto di Saba­to» – «cadranno di bocca i denti di coloro che divorano la ricchezza d’Isra­ele, finendo lontani ventidue braccia, sì che tutti vedendo diranno: Di quale colpa si sono mac­chia­ti, visto che gli cascano i denti di bocca? E così sarà loro rispo­sto: Poiché hanno divora­to la ric­chezza d’Isra­e­le, che è santo al Signore, così come avviene per la pre­le­vazio­ne del­l’offerta: chiun­que ne mangia viene destinato all’elimi­nazione, come è detto: “Cosa sacra al Signore era Israele, primizia della sua rendita, quanti la divora­va­no si rendevano rei, la sven­tu­ra cade­va su di loro” [Gere­mia II 3] […] Quando giungerà il Messia per Israele scende­ranno con lui Mikael e Gavriel, principi del­le schiere, principi santi e nobi­li, che lotteranno coi malvagi dalle tre alle nove [per noi moderni: dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio], ucci­dendo diciannovemila miriadi di malvagi incalli­ti fra le nazio­ni del mondo, com’è det­to: “Scompaiano dal mondo i peccatori” [Salmi CIV 35]».

In ogni caso, «nel Mondo Avvenire [ha-Olam ha-Bah; aramaico tar­gumico: Olma de-ate “il Mondo Che Viene Ora”; inglese: the World to Come, detto anche ha-Olam ha-Tiqqun “Mondo della Redenzione”; op­po­sto a ha-Olam ha-Zeh “Que­sto Mondo” detto anche ha-Olam ha-Perud “Mondo della Separa­zione”, ha-Olam ha-Tohu “Mondo del ­Caos” e Sitra Acha­ra “l’Altro La­to”] non si mangia né si beve, non c’è riproduzione della specie [decisamente strano, poiché in Shabbat 30b leggiamo: «Nell’aldilà le donne partoriranno quotidianamente […] gli alberi produrran­no frutta giorno dopo giorno»]; ma i giusti siedono con corone sulle loro teste, godendo della luce della shekinah, come è scritto [Esodo XXIV 11]: “E con­tem­plaro­no Dio, poi mangiarono e bevvero” [commenta il curato­re: «cioè: la visio­ne di Dio sostituisce il mangiare ed il bere»]» (baraita Kallah Rabbathi, cap.II, la cui concezione è ripresa quasi letteral­mente da Berakot 17a, che ag­giunge: «non ci sarà disbrigo di affari, né gelosia, né odio, né liti»).

«Verranno giorni» – interviene nell’anno 177 Ireneo, vescovo di Lione e primo collazionato­re di quegli scritti che avrebbero costituito il canone neotestamentario (iden­ti­ci concetti dei testé detti Shabbat, Ketubot e Hilkhot Melachim, identiche rappresentazioni dei Testimoni di Geova) – «nei quali nasceranno viti che avranno ciascuna diecimila tralci, e su ogni tralcio dieci­mila rami, e su ogni ramo diecimila viticci, e su ogni vi­ticcio dieci­mila grappoli, e in ogni grappolo diecimila acini e ogni acino pigiato darà venticinque misure di vino. E quando qualcuno dei Santi coglierà un grappolo, un altro gli gride­rà: “Io sono il migliore, raccogli me e per mio mezzo benedici il Signo­re”. Nello stes­so modo il chicco di grano produrrà diecimila spighe, ogni spiga porterà dieci­mila chicchi, e ogni chicco darà dieci libbre di fior di farina; e gli altri frutti, semi ed erbe saranno altrettanto fecondi, secondo la loro specie; e tutti gli anima­li, ciban­dosi di questo nutrimento prodotto dalla terra, vivranno fra loro nella pace e nell’unione e saranno perfettamente sottomessi agli uomini».

«Gli abitanti del paradiso» – completerà Maometto da par suo, dopo avere de­si­gnato il Tempo della Resurrezione e del Raduno, cioè del Giudizio, come al-Saa “l’Ora” – «man­geran­no e ber­ranno, ma non espettore­ranno né o­rineranno né andranno di corpo né sof­fri­ran­no di catarro». E al quesito dove finirebbe il cibo, saldo in certezza: «Farà ruttare e sudare come un’anatra selvatica» (Mishkat XXVI 13, in Phipps).

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– Mattogno G.P. (III), L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, Edizioni all’insegna del Veltro, 2009

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0139/ V) 29-03-13 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: aggressiva

0139/ IV) 07-03-13 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: difensiva

0139/ III )  22-’2-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: socio-politica

0139/ II )  Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: psico-comunitaria

0139/ I )  16-02-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: storica

0139/ 0)  14-02-2013 Le valenze dell’olocau$to in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista

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