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Mar 21

0167- Il Dr. Gianantonio Valli sulla “follia, insania espansioni­sta, feroce intolleranza, criminale incoscien­za e sanguinaria voluttà polacca dal 1919 al 1939”

Il testo riprodotto costituisce  la “Nota n°30 “, pagg.1066→1070, del monumentale  studio del

Dr. Gianantonio Valli

“LA FINE DELL’EUROPA, Il ruolo dell’ebraismo”

seconda edizione, corretta e ampliata, Edizioni EFFEPI, effepi – judaica
© 2011 effepi, via Balbi Piovera, 7 – 16149 Genova

…”È, certissimamente, un libro straordinario. Un libro, fra i molti che Valli offre oggi alla parte più intelligente e libera del pubblico mondiale, che per laprima volta getta, sul panorama storico di questa interminabile Guerra Mondiale, una luce che da tempo sembrava abbandonata: quella della ricerca della verità. Una verità che Valli ha ben documentata, con migliaia di nomi, di eventi, di lettere, di comunicazioni ufficiali e di informazioni che, nella stragrande maggioranza, vengono fornite proprio da coloro che, attraverso il crescente controllo sulla gran mediocrazia occidentale, avevano contribuito a seppellire o a mistificare questa verità. Il risultato di questa ignobile operazione di accumulo della menzogna, propalata per quasi un secolo sotto la guida dei
comandi militari vittoriosi e della grande finanza mondiale attraverso i suoi media in Gran Bretagna e in Nordamerica con la Francia in subordine, fu la profonda ottenebrazione dei cervelli nelle vaste masse che vivono sul nostro globo”… (Sergio Gozzoli)

La pubblicazione avviene col consenso dell’Autore. Olodogma

valli,la fine dell'europa30.    Come definire, se non «follia polacca», quel misto di insania espansioni­sta, feroce intolleranza, perdita del senso delle propor­zioni, criminale incoscien­za e sanguinaria voluttà di guerra che afferra un intero popolo, e non solo contro il Terzo Reich ma dal 1919 contro i tedeschi della Prussia Occi­dentale, di Danzica e dell’Alta Slesia e contro i sovietici, contro i lituani, ai quali nell’otto­bre 1920 viene sottratta la capitale Vilna e che nell’estate 1938 vengono costretti con minacce di guerra a riconoscere de jure il mal­tol­to, e quindi contro i cechi, sciacallescamen­te derubati nell’ottobre dello stesso anno della regione di Teschen-Oderberg?

      Follia che già il 9 ottobre 1925 fa scrivere alla Gazeta Gdansk (Gazzetta di Danzica): «La Polonia deve capire che non può sussistere senza Kö­nigsberg né l’intera Prussia Orientale. Dobbia­mo esigere a Locarno che tutta la Prus­sia Orienta­le sia liquidata. Potrà avere un’autono­mia sotto la sovrani­tà polacca. In tal modo non ci sarà più alcun Corridoio. Non dovessimo ar­ri­varci con mezzi pacifi­ci, ci sarà una seconda Tannenberg [ove nel 1410 fu­ro­no sconfitti i Cavalie­ri Teuto­ni­ci], e certo tutte le terre torneranno allora nel grembo dell’amata patria» (il 13 giugno 1926 lo stesso quotidiano incita all’espro­prio dei tedeschi: «I carri armati più sicuri della Pomerelia sono i milioni di coloni polacchi. Tutta la terra ancor oggi in possesso dei tedeschi deve essere tolta dalle mani tede­sche»)? O le urla di guerra lanciate il 3 agosto 1929, e ripub­blicate il 17 marzo 1930, dal giornale varsavia­no Mocar­stwo­wiec (Lega per la po­ten­za): «La guerra tra Polonia e Germania è ine­vita­bi­le. Dobbia­mo quindi prepa­rarci siste­ma­ti­ca­mente. Il nostro obiet­ti­vo è una nuova Grun­wald [località presso Tannen­berg ove vennero sconfitti i Cava­lie­ri Teutoni­ci], ma questa volta una Grun­wald alle porte di Berlino, il che signi­fi­ca la sconfitta della Germania porta­ta dalle truppe polacche al centro del terrori­smo, per colpire al cuore la Germania. Sogna­mo una Polonia coi confini occidentali all’Oder e alla Neis­se [sic!. preveggenti!]. La Prussia sarà riconqui­stata alla Polonia, anche quella parte che arriva alla Sprea. In una guerra con la Germania non ci saranno prigio­nieri, né spazio per sentimenti di uma­nità o civiltà» (articolo riportato il 3 ottobre 1930 dal quotidiano Münche­ner Neueste Nach­richten col titolo “Fan­fare di guerra po­lac­che”; negli stessi termini si esprimerà tale B. Colonna in Poland from the Inside, edito a Londra nel 1939) ?

      O i piani di invasio­ne della Slesia nell’au­tun­no 1931, comunicati da una responsabile fonte francese al cancelliere Brüning, che ottiene il singolare appoggio, a difesa, delle nazionalsociali­ste SA, del socialista Reichsbanner e del comuni­sta Rot­frontkämpf­erbund ? Piani talmente scoperti da indurre nel marzo 1932 il ministro della Difesa Gröner ad ammonire pubblicamente la Polonia di recedere dai previsti attacchi alla Prussia Orientale… e ciononostante il fanatico ministro degli Esteri polacco colonnello Józef  Beck, le spalle coperte dal patto di non aggressione stipulato con Mosca il 27 novembre, torna alla carica per avere da Parigi via libera. E cosa pensare dell’ille­gitti­mo invio della corazzata Wilja e di un battaglione di fanteria di marina, il 6 marzo 1933, nella Wester­platte di Danzica (forze ritirate il 15 sotto le pressioni della SdN), come anche dello schieramen­to di alcune divi­sio­ni nel Cor­ri­doio (le tre divisioni di fanteria tedesche basate a Königsberg, Stettino e Berlino, sarebbero state assalite da quindici divisioni polacche di fanteria e cavalleria, assistite da mezzi corazzati e dall’aviazione) nella speranza di un appog­gio francese e con l’o­biet­tivo di invadere e occu­pa­re non solo Danzi­ca (porto, del resto, non necessario a Varsavia fin dalla costituzione del vicino porto militare e commerciale di Gdingen sulla peni­so­la di Hela, che già nel 1933 aveva regi­strato un movimen­to merci di un milione di tonnellate più di Danzica), ma addirittura la Prussia Orien­tale?

      O delle tre proposte lanciate alla Francia ancora da Pilsudski per una «guerra preventi­va» contro il Reich (febbraio-marzo, metà aprile e dicembre 1933), con ciò violando nello spirito il patto Briand-Kel­logg, che il 27 agosto 1928 aveva bandi­to la guerra «di aggressione», peraltro nel testo legalmente non definita, come strumento per risol­vere le controversie internaziona­li (massone come il france­se Aristide Briand ministro degli Esteri e il connazionale Frank Billings Kellog Maestro della loggia Rochester Nr.21 e segreta­rio di Stato di Coo­lidge, è Owen D. Young, massone della loggia Evergreen Nr.363 di Spring­field Center, New York, presidente della Gene­ral Electric e direttore del CFR dal 1927 al 1940, autore del piano che dal febbraio 1929 avrebbe dovuto schiavizzare economica­mente la Germania per altre due generazioni, fino al 1984, in sostituzio­ne del Piano ideato dal masso­ne Charles Dawes; in realtà, al momento della «riunificazione» nel 1991 la Germania, dei 132 miliardi di marchi-oro imposti a Versailles dal Diktat, dovrà ai possessori delle obbligazioni dei Piani Dawes-Young ancora 125 milioni di euro, l’ultima tranche dei quali, 70 milioni, avrebbe saldato domenica 3 ottobre 2010, in tal modo ponendo fine ufficialmente alla Guerra)?

      O delle rinnovate propo­ste avanzate ai francesi da Beck, il 7 marzo 1936, contempo­ra­neamente alla rimilita­rizzazione della Renania, onde scatenare una «guerra preventi­va» contro il Reich? Come defini­re la mobilitazione parziale, del tutto ingiustificata e da Berlino non provocata, del 23 marzo 1939, e la illegittima marcia di divisioni alle porte di Danzica, salutate dal giubilo dell’intera popola­zione polacca? O, ormai forti della prossima «garanzia» ingle­se (rigarantita dagli USA), la chiusura delle trattative e l’arrogante rigetto di una qualunque possibilità di proposta tedesca per Danzica e il Corridoio, accompagnato dalla minaccia, da parte dell’amba­sciatore a Berli­no Jósef Lipski, che ulte­riori proposte sarebbero state considerate un casus belli ? O le vanterie lanciate a Parigi il 18 maggio dal ministro della Guerra Kas­przycki a una conferenza dello Stato Maggiore francese sui piani contro il Reich:

«Non abbiamo [fortifica­zioni al confi­ne], perché prevedia­mo di condurre una guerra di movimento e fin dall’ini­zio delle operazioni di marciare in Germa­nia»?

      O gli ag­gres­sivi, non smentiti pro­grammi di esponenti governa­ti­vi riportati il 26 giugno dal quotidiano Dziennik Poznaski (Diario di Poznan) e accompa­gnati da una carta geografi­ca in cui il confine orientale dei territori lasciati ad un futuro Stato tedesco si snoda lungo la linea Brema-Hannover-Gottinga-Fulda-Norimber­ga-Rati­sbo­na? O la sessanti­na di canzoni pervase da odio antitedesco (tipici dei giorni precedenti il conflitto, i popolari versi: «Con Rydz-Smigly marceremo fino al Reno e oltre il Reno»), mentre non esistono canti tedeschi incitanti all’odio contro la Polonia? O le grida di guerra alzate nel luglio, davanti a decine di ufficiali, dal Mare­sciallo Edward Rydz-Smi­gly (poi inglorioso fuggia­sco in Romania il 17 settem­bre, vitu­pe­rato dalle sue stesse truppe e ricacciato a Varsavia, ove sarebbe vissuto sotto falso nome fino al deces­so, avvenuto il 2 di­cem­bre 1941): «Marce­remo presto contro l’e­ter­no ne­mico tede­sco per strap­pargli per sem­pre i denti veleno­si. La prima tappa di questa marcia sarà Danzica»? O le notazioni dello scrittore fiammingo William Ward:

«I polacchi hanno perso il senso di ogni misura. Chiunque osserva le nuove carte geografiche nelle quali la loro sfrenata fantasia ha già annesso una gran parte della Germania fin quasi a Berlino, la Boemia e Moravia, la Slovacchia e una gran parte della Russia, non può che pensare che la Polonia sia diventata un gigantesco manicomio» (in Ralf Uwe Hill)?

O l’isteria che trabocca il 10 agosto dalle colonne del modera­to Kurjer Polski (Corriere polacco): «Vogliamo la distruzione della Germania, così come duemila anni fa fu distrutta Cartagi­ne»? O le assicura­zioni date il 15 agosto dal­l’am­ba­sciatore a Parigi Juliusz Luka­sie­wicz al ministro degli Esteri Georges Bon­net: «Sarà l’eserci­to polacco a invadere la Germania, fin dai primi gior­ni di guerra» (identica follia sulla bocca di Lipski, che il mattino del 31 agosto comunicherà al mediatore svedese Birger Dahlerus di non essere interessato a trattative, perché, grazie anche a disordini interni al Reich, le truppe polacche avrebbero presto marciato su Berlino)?

      O le smargiassate del varsavi­co Depesza (Di­spaccio) del 20 agosto: «Noi polacchi siamo pronti a stringe­re un patto col diavolo, se ci aiuta contro Hitler. Anzi, contro la Germania, non solo contro Hitler […] Nella prossima guerra il sangue tedesco scor­re­rà in tali fiumi che il mondo non ha visto da quando esiste»? Il giudizio l’aveva del resto dato il 20 dicembre 1938 l’Alto Com­missa­rio della Società delle Nazioni Carl Burck­hardt: «I po­lacchi sono folli; si brucia­no i ponti alle spalle e ignorano il senso della misura . Sono l’unico popolo d’ Europa così infelice da avere nostalgia del campo di battaglia. Sono ambiziosi e non sanno controllar­si». Egualmente impietoso Marco Patricelli, met­tendo inol­tre in luce la fredda strumenta­lizzazione compiuta dalle Grandi Democrazie per creare il casus belli contro il Reich: «La Polonia dei colonnelli era un gigante di cartapesta, di cartone erano le lance della sua orgogliosa cavalle­ria, cartastrac­cia le assicurazioni che aveva stipulato. La sua inetta e velleitaria classe dirigente, fuggita in Romania, viene spazzata via dalla sconfitta, ma i suoi soldati continueranno corag­giosamente a combattere anche dopo la resa del Paese, su tutti i fronti e con alto tri­bu­to di sangue, fino all’ultimo giorno della seconda guerra mondiale, scoppia­ta col pretesto di salvaguardarne l’indipen­denza ma con lo scopo reale di ridise­gna­re gli equilibri e i confini dell’Europa. Per questo la Polonia pagò un prezzo altis­simo prima, durante e dopo». Quos deus vult perdere prius dementat, suona il moni­to.

      Dopo ave­re scate­na­to fin dal novembre 1938 bande assassi­ne con­tro i Volks­deut­schen, con chiu­sura di scuole e centri culturali, processi e condanne pecuniarie dei genitori che rifiutano di mandare i figli in scuole polacche, divieti di acquista­re giornali e merci tedesche imposti a grandi magazzini e ristoranti, proibizio­ne dell’uso del tedesco durante le funzioni religiose, licenziamenti di operai e impiegati, incarcera­zione di esponenti e sequestro dei conti bancari di associazioni culturali e assistenzia­li, espropriazione di decine di fattorie, devasta­zioni di giornali (exempli gratia, la combattiva Deutsche Rundschau, dal 1920 trascinata in tribunale 872 volte e sequestrata 546 volte, coi giornalisti incarcerati o assoggettati a pesanti pene pecuniarie), negozi ed abitazioni fino a giungere, come il 13 maggio a Tomas­zow, a vere e proprie cacce all’uomo, assas­sinati (Wal­ter Dumb­sky riporta 3500 vittime) e persino castra­ti, spinto alla fuga nel Reich 75.535 «conna­zio­nali sgraditi» e vessato in tutti i modi il governo e la popola­zione del «Libero Stato» di Danzica – dopo tutto ciò Varsa­via, resa ancor più folle dalla «garanzia» inglese, non solo interrom­pe il 21 marzo le trattative col Reich aperte il 24 ottobre 1938 ( vani sono i ripetuti ten­ta­tivi avanzati da Berlino il 19 novembre 1938, il 5 gennaio, il 25 gennaio, il 21 marzo e il 28 aprile 1939 fino all’estrema richiesta del 30 agosto), non solo il 23 dichiara per bocca di Beck – invasato dall’idea di costruire una «Terza Europa» dal Baltico all’Ellespon­to sotto guida polac­ca – ai massimi politici e generali, giunta l’ora della «riscossa», ordinando una mobilitazione parziale e distribuendo ai responsa­bili i piani per una marcia su Berlino, ma lancia le più clamoro­se provoca­zio­ni persino con­tro i Reichs­deut­schen.

      Tra i più esagitati guerrafon­dai sono i polacchi Stanislaw Ligon, direttore della radio di Kattowitz, e Marian Dombrowski, editore e capo­redattore del­l’Illustro­wany Kuryer Cod­zienny (Corriere Quotidiano Illu­stra­to), aizzato dagli ebrei Stankie­wicz, Rohatiner, Ferdinand Zweig, capo della sezione economia, Ludwig Gross, responsa­bi­le della sezione scien­tifica, e Ludwig Rubel, già deputato al Sejm e anima nera del quotidiano. Quanto ai più attivi ebrei radiofonici citiamo Konrad Wrzos, gior­na­lista e già redattore del­l’IKC, soprannominato, dal notissimo pubblicista ebreo-americano, lo «Knicker­bocker polacco», i diretto­ri Heller e Gorecki, il direttore dell’orchestra e autopro­mosso «orgoglio della radio polacca» Girsz Girszo­wicz Fitelberg, i suoi collabora­tori Aszer Fuchs, Mieczyslaw Gold­berg, Rafal Halber, etc.

      Che dietro a tali provo­ca­zio­ni vi sia la volontà di Londra di giungere alla guerra lo rileva il 9 agosto l’Eve­ning Standard, sottolinean­do lo stupefacen­te ab­ban­dono del­la tradizio­na­le, pluri­se­colare politica inglese delle no entangling allian­ces, “alleanze non com­prometten­ti”:

«Mai prima d’ora nel­la nostra storia abbia­mo la­sciato la deci­sio­ne se l’Inghilterra possa o non possa essere trascinata in guerra nelle mani di una potenza minore (Polo­nia). Tuttavia, oggi tale deci­sione è nelle mani di un gruppetto di uomini i cui nomi il popolo ingle­se non ha udito una sola volta, tranne forse il colonnello Beck. Questi indi­vi­dui oscuri potrebbero decidere domani l’inizio della guerra euro­pea».

Dopo la «garan­zia» annuncia­ta il 31 marzo, definita dall’am­bascia­tore belga a Berlino Jacques Davignon «assegno in bianco», e la conferma data a Beck l’8-10 agosto da Duff Cooper, giunto a Gdingen per nave (a somiglianza del presidente francese Poincaré e del suo primo ministro Viviani, giunti a Pietroburgo il 20-23 luglio 1914 per perfezionare l’aggressione agli Imperi Centrali), a scatena­re definiti­va­mente la follia polacca è, il 25 agosto, la trasformazio­ne della «garanzia» in un vero e proprio trattato di «mutua assistenza mili­ta­re», ac­compagna­to da un proto­col­lo se­greto per san­cir­ne la validità con­tro la sola Germa­nia, anche nel caso una «minaccia all’indipenden­za» arrivasse anche attraverso un processo di sola penetrazio­ne econo­mi­ca… alleanza siglata, per inciso, proprio il giorno dell’an­nunciata defezione dell’I­talia dal Patto d’Ac­ciaio; il 5 settem­bre, due giorni dopo la dichiarazione di guerra anglofran­cese, i polacchi vengono ancora ingannati da Londra: 1500 aerei inglesi stanno giungendo in soccorso su suolo polac­co e i francesi hanno sfondato la Linea Sigfrido in due punti, pene­tran­do a fondo in Germania, cose entrambe non vere.

      Anche lo storico polacco-americano Edward J. Rozek giunge alle stesse amare conclusioni in Allied Wartime Diplomacy – A Pattern in Poland, uscito a New York nel 1958: «Per la Polonia sarebbe stato meglio accordarsi pacifi­camente con la Germania nel 1939, piuttosto che seguire Londra, Parigi e Washington, che spingeva­no a rifiutare ogni abboccamento con Berlino […] Probabilmente per la Polonia sareb­be stato più vantaggioso partecipare a un conflitto a fianco della Germania. Il comporta­mento di Francia e Inghilterra non si è mai fondato sul sentimento di una sincera amicizia con la Polonia. La Dichiarazione di Garanzia per la Polonia è stata emessa nel 1939 [dagli Occidentali] solo per i propri interessi, perché Londra temeva un nuovo ordine europeo che andasse a scapito dell’Inghil­ter­ra».

Tra le innumeri provocazioni, non solo ammesse ma ampiamente vantate dalla stampa polacca, ricor­diamo: la minaccia di invadere Danzica e scatenare una guerra col Reich, formulata il 26 marzo a Berlino dall’am­ba­sciatore polacco Lipski; soperchierie di ogni tipo operate dai doganieri polacchi sia contro i cittadini di Danzica sia contro i passeggeri in transito nel corridoio per la Prussia Orientale; fucilate contro gli stessi convogli sparate sia da truppe polacche sia da irregolari; duecento tra violazio­ni di confine e aggressioni ai vil­lag­gi della Prussia Orien­ta­le, pene­tra­zione della caval­leria anche per 7 km all’in­terno del Reich, incendi del raccolto e di fattorie, edifici minati e fatti saltare, distruzione di ponti, assassinio di contadini a sciabolate e pistoletta­te, scontri a fuoco con le truppe inviate a soccorso (a Garnsee presso Nei­den­burg il 26 agosto re­sta­no a terra 47 ag­gressori); il 23 e 24 agosto canno­na­te contro tre aerei di linea della Lufthan­sa da parte della contraerea di Hela e di un incrociato­re a 40 km dalla costa, in ambo i casi, quindi, in spazio extraterrito­ria­le; il 25, dopo un incidente stradale occorso a Bielitz ad un camion che trasportava verso l’interno della Polonia trenta Volksdeutschen imprigionati nel corso del quale alcuni erano riusciti a fuggi­re, assassinio di otto e ferimento di una quindicina dei civili da parte dei militari di scorta (è in conseguenza di tale massacro che Hitler ordina, alle 15.02, di muovere le truppe alle 04.00 del giorno seguente… bloccando poi il tutto alle 18, appresa stipula di un esplicito patto di alleanza anglo-polac­co); il 26 incendio del posto di guardia forestale di Die­trichswalde, distru­zio­ne del ponte ferroviario di Zandersfel­de e interru­zione del traffico strada­le e telefonico col Reich; il 28 truppe sconfina­no per 15 km e incen­dia­no il villaggio di Hal­den­burg; il 29 mo­bi­li­tazione generale, invano frenata dalla Francia, evento equiva­len­te ad una di­chiara­zio­ne di guerra (già il 31 marzo, il giorno della «garanzia», era stata pro­cla­mata una mobilita­zio­ne, seguita dall’invio di tre divisioni d’assalto e una brigata corazzata contro la Prussia Orientale, di due divisioni e una bri­ga­ta di cavalleria contro l’Alta Slesia, e di altre forze contro Danzica); il 30 blocco del traf­fi­co ferroviario tedesco per la Prussia Orien­ta­le, assalto ai convogli, arresto dei rifornimenti alimen­tari a Danzica e assassi­nio a Cracovia del console Schil­linger; il 31 distru­zione del ponte ferrovia­rio di Dirschau e occupazio­ne del­la periferia di Dan­zica; nella notte dal 31 agosto al 1° settembre mitraglia­mento, da parte di trenta mili­ta­ri polacchi, della dogana di Neukru­g/Elbing, spari e assassi­nio di un doganie­re 75 metri al­l’in­terno del Reich a Pfalz­dorf­/Grün­berg, feri­mento di un doganiere a Röhrs­dorf/Frau­stadt (in prece­denza erano stati fatti segno di proiettili i posti di confine di Sonnen­walde, Alt-Eiche e ancora Neukrug), cannonate su Beu­then.

      Ed infine at­tac­co alla radio­stazio­ne di Gleiwitz che, sul­la scia delle «confes­sio­ni» dello Sturm­bannführer Alfred Nau­jocks, disertore du­rante l’offen­siva delle Ardenne, attore e testimone-principe dell’«acca­du­to» (non­ché, a differenza di decine di milioni di tede­schi deru­bati ed espropria­ti, rimasto indisturbato dopo la guerra, in pieno possesso delle sue case e della sua cava di ghiaia ad Amburgo), il TMI san­zionerà invece, «giuri­dicamen­te», qua­le pro­voca­zione nazicostrui­ta a casus belli. Conside­ra­ti i 15.000 rapporti sulle violenze polacche giunti al­l’Auswärtiges Amt fin dal marzo 1933 e le centi­naia di cruenti episodi dal­l’autunno 1938, si pensi al contra­rio all’assoluta inutili­tà di un tale casus, tanto più che nessun cenno ne fece Hi­tler il 1° settembre al Reichs­tag (l’episodio ser­ve però ai demo­sto­rici – vedi Gitta Sereny (II) – per celare  le migliaia di preceden­ti violen­ze). Il tutto, accompa­gnato a mez­za­notte da un delirante co­muni­cato di Ra­dio Var­sa­via:

«Stiamo mar­ciando vittorio­sa­mente e saremo a Berlino a fine set­ti­ma­na, le truppe tede­sche indietreg­giano in disordine sull’intero fronte».

Bibliografia:

– Sereny G. (II), In lotta con la verità – La vita e i segreti di Albert Speer, Rizzoli, 1998

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