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Mar 08

0139/ V – Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: aggressiva

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di  Gianantonio Valli
seconda edizione, ampliata, corretta  e reimpostata, di
Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

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LE VALENZE DELL’OLOCAUSTO

5 – aggressiva

Valenza precedente: “Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: difensiva“, cliccare QUI.

(…) (Pagg.114→120)      Più sfacciato è invece Arieh Barnea, presidente di La­pid, l’associazio­ne sorta per eter­na­re il ricordo della Shoah. Egli non limita infatti l’Olo-Significato a questio­ni setto­riali o nazionali, alla difensiva della quotidianità o a severo monito del Popolo Santo, come avevano fatto gli antichi profeti e persino Giuseppe Flavio – «Questa sembra a me la ragione per cui Dio, avendo in odio la malvagità di questi uomini, respinse la nostra città; quanto al Tempio, non lo ritenne più abbastanza puro da potervi abitare, e scagliò i romani su di noi, appic­cò il fuoco alla città per purificarla e ridusse in schiavitù noi, le nostre donne, i nostri figli allo scopo di renderci più saggi attraverso le sciagure», Antichità giudai­che, XX 8/5 – ma lo lega, Somma Arma Riedu­catoria, al Dovere, impo­sto dal Gran Sanguinario, di portare Luce alle genti, guidan­dole verso quei Nuovi Cieli in­travvi­sti nel delirio dal Deuteroisaia: «Lo studio dell’Olocau­sto deve dive­ni­re una fonte di lotta contro il razzismo e il fonda­mentali­smo» (ovvia­mente goy­ish e «rea­zio­nari», ché al razzismo giu­daico e al fondamentalismo libe­rale Jahweh non fa cenno). La qualcosa, detta altrimenti, suona con Shermer-Grobman: «Senza l’Olocau­sto forse il fascismo sembre­reb­be un’alternati­va più accettabile alla democrazia».

E Barnea è ancor più chiaramente affiancato

1. dall’«ex» comunista Moni Ovadia III («non nascondo la mia passio­ne marxi­sta, credo anco­ra nell’aspi­razione al riscatto dell’umanità, quel sogno gene­roso che tanti come me e prima di me, ebrei e umanisti, hanno concepito nel secolo appena conclu­so», canta lo Zuccottico a Ranieri Polese; «la mia formazione ha fra le altre una robusta radice marxi­sta», vanta in Ovadia IV), per l’occa­sio­ne impancatosi a maestrino di Storia: «I decent men, capofila [lo storico «revisioni­sta»] Nolte, che fanno proprio il detto “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce o’ passa­to“, comin­cia­no a rendersi conto, grazie anche all’osti­nata volontà di memoria degli ebrei, che con l’Olocausto bisogna fare i conti, che il suo marchio non è impresso indelebil­mente solo nel passato, ma anche nel futuro dell’Oc­cidente», (55)

      2.  dall’oloma­e­strina Wieviorka (III): «Lo studio del genoci­dio degli ebrei, per le sue enormi dimensioni, rappresenta appunto un’ine­sauri­bile fonte di riflessione che tocca tutti gli aspetti dell’esi­stenza e della storia degli uomini. Per questo il genocidio viene menzionato continua­mente, ad esempio nella vita inter­na­zionale. Do­po la se­con­da guerra mondia­le, si è riflettuto molto su come impedire crimini simi­li a quelli commessi contro gli ebrei e questo ha fatto progredire il diritto. Oggi si sta cercando di creare una Corte di giustizia internazio­nale permanen­te per giudica­re quelli che compiono crimini contro l’umanità […] Adesso sempre più voci rivendi­ca­no, invece, il diritto all’inge­renza negli affari interni di uno stato. Il ricordo dell’inerzia e dell’indif­ferenza delle grandi potenze di fronte alla sorte toccata agli ebrei influenza in modo determinante la riflessione in questo campo», e

      3. da un lapida­rio Ian J. Kagedan, diret­tore del B’nai B’rith canadese e respon­sa­bi­le dei rapporti di quell’ebrai­smo col governo di Ottawa:

«Il ricordo dell’O­lo­cau­sto è il principale elemento del Nuovo Ordine Mon­diale»

(sul Toronto Star, 26 novem­bre 1991).

E la stessa concezione conferma il detto Emilio Baccarini, docente di Antropolo­gia Filo­so­fica a Roma e presso la Pontifi­cia Universi­tà Lateranense e curatore della silloge «filosofica» Il bene e il male dopo Auschwitz – Implicazioni etico-teologiche per l’oggi: dopo fenomeni come l’Olocausto, che pure non modificò immedia­tamente l’u­niverso del pensiero dei filosofi né dei teologi, «non è possibile che l’umanità intera non si senta colpevole […] Opportu­namente osserva Blumen­thal: “L’orro­re più pro­fon­do dell’Olo­causto sta nell’acquie­scenza delle masse di fronte alla risoluzione finale [sic: «risoluzione»]. La doman­da di fondo che riguarda gli uomini è dunque que­sta: Come hanno fatto decine di milioni di persone ad andare avanti insie­me all’Olo­cau­sto? Detto in maniera diversa: come ha fatto il regime nazista a convin­cere le travol­genti masse dell’Europa a stare solo a guardare, ad accettare passiva­mente, quando non anche attivamente, lo sterminio degli ebrei?”»; e John Pawli­kow­ski, docente di Etica Sociale alla Catholic Theolo­gical Union dell’Università di Chicago e membro del­l’Holocaust Memorial Council e di altri comitati ecumenici ed ebraico-cristia­ni: «L’Olocausto rappresenta forse l’esempio più chiaro del XX secolo della sfida fonda­menta­le che si presenta all’uma­nità, così come è stata descritta da Ferkiss, Jonas e Fuller. In alcuni miei scritti ho sottolineato il fatto che, in ultima analisi, l’Olocau­sto dovrebbe essere visto come l’inaugurazione di una nuova era di autoco­scienza e di possibilità umana, un’era capace di produrre una distruzio­ne senza precedenti o una speranza senza eguali».

Scesi quindi su un piano più concreto, poli­ti­co-storico, sono:

      1.  l’Arruolato Albert Einstein: «Partendo dall’Olocausto, lo scienziato invi­tava – dando ancora una volta voce all’impegno etico che aveva caratteriz­zato la sua esisten­za – a riflettere sul significato della difesa dei diritti dell’uomo. Lo scopo del Libro nero [sovietico sui «nazi-crimini»] era infatti convincere il lettore che un'”orga­nizzazione internaziona­le” la quale avesse per davvero voluto tutelare la vita, impe­dendo che venisse violato il diritto a esistere, non avrebbe dovuto soltanto preoccu­par­si della difesa degli stati con­tro le aggres­sioni militari, ma anche della tutela delle “minoranze naziona­li” all’interno dei singoli stati. Al fine di perseguire questo obiet­ti­vo, occorre­va sbarazzarsi del “principio di non ingerenza” negli affari interni di un paese, che aveva così pesantemente condizionato i comportamenti politici negli ulti­mi decenni. Ein­stein invocava una speciale considerazione, ai tavoli della pace, per il popolo ebraico, che durante la guerra aveva pagato un tributo pro­porzio­nal­mente più elevato degli altri, e reclamava il suo diritto a essere rico­nosciu­to come “nazione” proprio in quanto era stato trattato dai suoi nemi­ci come un “gruppo politico unifor­me”. Si pronunciava dunque con decisione per­ché la Palestina fosse aperta all’emi­gra­zione ebraica» (Antonella Salomo­ni);

      2.  i detti «inglesi» Manvell e Fraenkel: «Le razze bianche d’Europa e d’A­merica si sono considerate per secoli come Herrenvolk [Razza Padro­na]. Il ventesimo secolo, il secolo di Auschwitz, ha compiuto il primo passo verso il riconoscimento di una società multi­razziale»;

      3. l’attivista antirazzista superamericano Jonathan Kauf­man: «Quanto è successo in Germania può succedere ovunque. Supre­ma vittima del ventesi­mo secolo [As the twentieth-cen­tury’s ultimate victim], gli ebrei sono i primi a identificarsi con le altre vittime dell’oppres­sione e dell’ingiu­stizia. Le memorie che portano seco dalla Seconda Guer­ra Mondiale li fanno tutti i più sensi­bi­li ai lamenti dell’ingiu­stizia – quando scoppia una persecuzione, molti ebrei sono con­vin­ti che prima o poi si abbatterà su di loro»;

      4.  ancora Tom Segev: «L’Olocausto chiama tutti a rafforzare la democra­zia, a combat­tere il raz­zismo, a difendere le mino­ranze e i Diritti Umani e a rifiutare obbedien­za agli ordini illegali» («Auschwitz è di tutti», titola infatti le proprie «memo­rie» l’oloscampata auschwitz-bergen­belsiana Marta Ascoli);

      5.  scoperto, Ian Buruma (II) in un peana in onore del confra­tello Bernard Kouchner – nato ad Avignone nel 1939 da medico «polacco», pro-terrorista FLN, boss sessan­totti­no, co-fondato­re della Union des Etu­diants Communi­stes e di Médecins sans Frontières, nel 1992 mini­stro socialista degli Affari Sociali, Occupa­zione e Azione Umanita­ria, presi­dente della Commis­sione per la cooperazio­ne allo sviluppo dell’Eu­ro­par­lamento, detto da Sara Gandolfi «guru del­l’ingeren­za umanita­ria», feroce anti­serbo, nel luglio 1999 gover­natore del Kosmet, nel maggio 2007 recuperato a ministro degli Esteri dal destrorso neopresi­dente nonché semi-confratello Nicolas Sarkozy – «paladino dell’inter­ventismo nei Paesi che calpestano i diritti umani»: «Ogni azione è lecita, al fine di scongiura­re un’altra Shoah, e chi si sottrae al dovere di prestarvi sostegno è considera­to niente di meno che uno spalleggia­tore del male. Va da sé [sic] che, fossimo meno ossessio­nati dai fantasmi dell’appease­ment verso il regime nazista, e del conseguente genoci­dio, forse non ci sarebbe tanta apprensione per i diritti umani»;

      6.  l’olo­scam­pato Leon Weliczker Wells: «Penso fermamente che il dovere di affer­ma­re valo­ri uni­versalmen­te validi, il dovere di affermare un’unica misura di verità e giusti­zia, costi­tuisca il vero retaggio etico dell’Olocausto, vincolante per ogni uomo, in particolare per noi ebrei. Trasmettere ciò ai nostri figli è l’onore più grande che possiamo dimostrare nei con­fronti dei nostri padri e persone care, dei nostri amici e conoscen­ti, dei nostri fratelli ebrei e non-ebrei caduti vittime di quel particolarismo idolatra [die jenem götzendie­nerischen Partikula­rismus zum Opfer gefallen sind] che è entrato nella storia sotto il nome di “nazional­socialismo”»;

      7.  i già detti Jean-Pierre Faye, francese, e Anne-Marie de Vilaine, demi-«fran­cese», che pongono la Distruzione a fonda­mento irrinunciabile del mondo contempo­ra­neo: «la Shoah qui fonde, hélas, notre modernité»;

      8.  la «ca­nadese» Dina Golo­van la quale, in polemica col giorna­lista goy Doug Collins, difensore di revisionisti canadesi trascinati in tribunale, avverte che la negazione dell’O­locau­sto è pericolosissi­ma in quanto «can debase our demo­cra­tic society and the unity of our multicul­tu­ral country, può minare la nostra demo­crazia e l’unità del no­stro paese multicultura­le», Jewish Western Bulletin di Vancouver, 19 gennaio 1996;

      9.  durante la presentazione alla Camera del ROD (Regime di Occupazione Democratica,ndr) italiano, il 28 gennaio 1999, del volume La per­se­cuzione degli ebrei duran­te il fascismo, edito dalla stessa Camera e destinato a lavare i cervelli scolastici, il nono quirinalizio Oscar Luigi Scalfaro: «Atten­zio­ne! Il seme della superbia, che avvilisce e domina gli altri, è assai dif­fi­cile da estirpare. Mi rivolgo a voi [studenti] perché temo che possa sembrarvi quasi una fiaba, una terribi­le fiaba che in questo XX secolo si siano uccisi, con i metodi più inumani, milioni di esseri umani in quanto ebrei», il demi-juif Luciano Violante (juif intero a norma halachica), ex Procuratore a Torino e all’epoca presidente della Camera, invitando a rileggere l’olovicen­da con gli occhi di oggi, «perché il futuro sarà sempre più segnato dalla multie­tnicità», e il tout-juif presidente israeliano Ezer Wei­zmann: «C’è il rischio reale che si perda la consapevo­lezza di quan­to accadu­to. Il razzismo esiste ancora e, forse, esisterà sempre. Ciò che non deve più ripetersi è l’inerzia della società» (per inciso, dopo tanto ed altro incessante olotuonare, l’olo­scampato Weizmann si dimette, nel luglio 2000, per evitare l’impeac­hmen­t da parte della Knesset per corruzione e frode, avendo illegalmente ricevu­to sei­cen­to mi­lioni di lire da Edward Saroussi, miliarda­rio «francosviz­zero» di singolari origini «sudanesi»);

      10. se possibile ancor più virtuoso, martellante in margine alla demoper­se­cuzio­ne dell’ottantasettenne Maurice Papon già prefetto dell’Etat Français («di Vichy», correggerebbe un buon democratico), il giornalista R.A. Segre, l’au­todefinito «fon­damentalista religioso, ebraico, democratico, sionista israeliano che credo di essere» (II): «Per l’Europa e la sua civiltà lo sterminio degli ebrei ha rappresen­tato la negazione di tutti quei valori per i quali l’Europa, nonostante i suoi peccati, ha dato al mondo la speranza nella realizzazione della libertà, dell’ugua­glian­za e della frater­ni­tà. Di questo messianismo, l’Europa che vuole unir­si per scongiura­re il rinnovarsi di spa­ven­tose guerre nazio­na­li e civili, non può continuare a farsi paladina se non mantie­ne vivo il ricordo di un’epoca di barba­rie “indigene” di cui, dice Elie Wiesel, solo il silenzio può parlare» (il Giornale, 30 ottobre 1997), nonché, recidivo (III): «La sopravvi­venza del ricordo della Shoah nell’immagi­nario colletti­vo euro­peo risiede nel fatto che lo ster­mi­nio degli ebrei rappresenta la prova della bancarot­ta di alcuni fondamentali valo­ri religiosi e laici in Europa. Perpetuare il ricor­do di questa bancarotta mi sembra esse­re il modo per gli europei di non rica­de­re in futuro nello stesso baratro di immora­li­tà, stupi­di­tà e negazio­ne di sé» (Pano­rama, 6 novem­bre 1997); (56)

      11.  riportato dalla costernata rivista Ruhr-Nachrichten il 29 novembre 2005, il già detto Gilad_ Atzmon_olocaustojazzista-scrittore israeliano Gilad Atzmon dichiara a tutte lettere, dopo avere sottolineato che non esiste alcuna prova forense della cifra dei Six Mil­lion (57)  e che «la corrente storia della Seconda Guerra Mondiale è una totale fal­si­fi­ca­zione cui hanno dato avvio americani e sionisti»:

«In Europa è la sini­stra par­la­mentare che campa su Auschwitz [die aus Ausch­witz Kapital schlägt]. Fin­ché Auschwitz resta intrecciato col dibat­ti­to politico quotidiano, la destra non potrà mai sollevare la testa. Il sinistrismo ufficiale [Der linke Main­stream] europeo è totalmente dipendente da come l’Olocau­sto (sempre e sempre più) viene pre­sentato alla pubblica opinione. Auschwitz è, come sembra, l’ultima barricata delle sinistre contro la possibilità di una rinascita delle destre politiche. In Europa ogni sentimen­to naziona­le, anzi ogni movimento politi­co, che sappia anche lontanamente di ostilità agli immigra­ti, viene tosto tacciato di rinascente nazismo […] Ausch­witz è quindi diventato un simbolo dell’alle­anza [Partnerschaft] tra le sinistre europee e le destre americane espansioni­ste»;

      12.  l’intellet­tuale «unghe­re­se» György Konrád il 13 ottobre 1991, poi fatto presidente della Akade­mie der Künste “Accademia delle Arti”, ringra­ziando per il conferitogli Frieden­spreis des Deutschen Buch­han­dels “Premio della Pace dei Librai Tedeschi”: «Der Natio­nali­smus, aggressiv von Grund auf, ist eine Ideologie des Hasses und eine Europäische Krank­heit. Der Natio­nalismus hindert die Menschen Europas, Europäer zu werden. Das Zusam­men­wachsen zu einer europäi­schen Nation, unter einem Welt­recht, muß das Ziel der gegenwärtigen Natio­nen sein. Das Europa von morgen ist nur als eine multinatio­nale, multikulturelle Einheit­skon­struktion vorstellbar, Il nazionali­smo, aggressivo per essenza, è un’ideo­logia dell’odio e una malattia europea. Il naziona­li­smo impedisce agli abitanti del­l’Eu­ropa di diventare europei. La crescita comune verso un’unica na­zione europe­a, tutelata da un unico diritto planetario, dev’essere il vero obiettivo delle attuali nazioni. L’Europa di domani dev‘essere concepita unicamente come una co­stru­zione unitaria multinazio­nale e multi-culturale»;

      13.  altrettanto la Vittima Archetipica Jeffrey M. Peck, ex «tedesco» migrato negli USA coi familiari dopo il 1933, in una prolusione nel 1993 a Washington al German Hi­storical Insti­tute, organi­smo cultura­le finanziato dal GROD: «With time, I would hope that the image of the German body politic might be changed from exclusively white, Ger­man and Christian, to brown, yellow and black, Muslim and Jewish,

Voglio spe­ra­re che col tempo il volto della nazione tedesca cam­bierà politicamente da esclusiva­mente bianco, tedesco e cristiano, a marrone, giallo e nero, islamico ed ebraico»;

      14. ancora più pratico e odioso, l’ancora «tedesco» Henryk Broder, por­tan­do la tesi alle logiche conseguen­ze: «Die Ausländer sollten ihrer­seits die Forde­rung stellen, zum Beispiel: “Deutsche raus aus Deutsch­land, damit’s hier endlich Ru­he gibt!”, Da parte loro gli stranieri dovrebbero avanzare le loro richieste, ad esempio: “Via i tede­schi dalla Germania, affinché ci si possa restare finalmente tranquilli!“» (Allgemeine Jüdische Wochenzei­tung, 14 gennaio 1993, pag.14;

Henryk M. Broder per inciso, a differenza che per le opinioni anti-invasioniste o «razziste», peraltro espresse con accenti ben più razionali e moderati, nessun procedimento per «inci­ta­mento all’odio razziale» viene aperto dalla Procura di Francoforte né contro il Broder, né contro l’ebraico settimanale).

      15.  l’israeliano Gideon Greif, direttore a Yad Vashem, bac­chet­tante pub­blicamente la Terra Rieducata sulla Aachener Volks­zei­tung del 9 febbraio 1995: «Nein, ein Verzeihen gibt es nicht. Die Erin­ne­rung an dieses riesige Verbre­chen muß immer wie eine schwarze Wolke über Deutschland schweben, No, non c’è perdono. Il ricor­do di questo immenso crimine deve gravare per sempre sulla Germa­nia come una nuvola nera»;

      16.  ed a ruota, dimostrando di avere capito la lezione, l’ex presi­den­te CDU Richard von Weizsäcker, figlio dell’alto traditore Ernst, nel marzo 1995: «Die Belastung für die Deutschen bleibe endgültig, Il peso [dell’O­locau­sto] resti per i tedeschi definitivo, senza appello»;

      17.  altrettanto il suo successore CDU Roman Herzog nell’ot­to­bre 1994, nel quarto anniversario della «riunificazione» della Germania occidentale (BRD) e centrale (DDR): «Ich weiß nicht, was das ist, eine nationale Iden­tität, Non so cosa sia una identità nazionale», concetto reiterato, tra l’altro, il 17 settembre 1996 al 41° Congresso Storico Tede­sco tenuto a Monaco: «Wir sind am Ende dieses Jahrhun­dert dabei, die national-staatliche Form zu überwin­den, die in ihrer ideologischen Überstei­gerung den Kontinent in den Abgrund gezogen hat, In questa fine di secolo siamo prossimi a lasciarci indietro la forma dello Stato-nazione, di quel­lo Stato-nazione la cui esaltazio­ne ideologica ha precipitato l’Europa nell’a­bisso»;

      18.  ed ancora il successore di Herzog, lo SPD Johannes Rau, in Israele davanti a una Knesset in sollucchero, il 16 febbraio 2000: «Chiedo perdono per quello che i tedeschi hanno fatto, per me e per la mia generazio­ne, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli».

      19.  e dopo i Grandi Ignobili, ecco una pletora di più piccoli rieducati, come si evince in primo luogo da un sondaggio com­piuto nell’estate 1992 su 1342 studenti di istituti superiori: «Eine wichtige Lehre aus dem Holocaust ist für mich: Starke nationale Gefühle darf es nirgendwo mehr geben, Un impor­tante insegna­mento dell’Olocausto è per me: For­ti sentimenti nazionali non possono più esistere in nessun luogo». Concorda «forte­mente» il 54,8 degli studenti Wessis, «tedeschi occidenta­li», e il 38,4 degli Ossis», «tedeschi orientali» (riportato in Brusten M. e Winkelmann B.);

      20.  Henning Voscherau, sindaco di Amburgo, in Morgenpost Hamburg, 24 gennaio 1995: «Vor allem für das Volk der Täter kann es, darf es keine Befreiung geben, In particola­re per il Popolo dei Colpevoli/­Criminali [i tedeschi] non può, non deve esserci liberazio­ne»;

      21. decisamente ignobile anche il Ministerpräsident Edmund Stoiber nella Settimana bavarese della Fratellanza, marzo 1995: «Cos’hai fatto? È dal 1945 che noi tedeschi dobbiamo risponde­re a questa domanda. Il sangue di molti popoli, primo fra tutti quello ebraico, grida vendetta. Nomi come Dachau, Treblinka e Auschwitz significano dolore infinito e morte, e devono restare a monito eterno per noi vivi», ribadendo il concetto il 15 dicembre seguente nel primo discorso quale presidente del Bundesrat, la Camera delle Regioni: «Für uns gibt es keinen Weg, unter dieses dunkelste Kapitel deutscher Geschichte einen Schlußstrich zu ziehen. Die Dimension der Verbrechen des Dritten Reiches stellt uns und die kommenden Generationen in die fortwähren­de Verantwor­tung […] Wir Deut­schen bekennen uns dazu als Teil unserer Geschic­hte und zu der besonderen Verant­wor­tung, die uns daraus erwächst, Per noi non c’è modo di tirare un rigo e chiudere il più buio capitolo della storia tedesca. La dimensione dei crimini del Terzo Reich ci carica, con le generazio­ni future, di un’in­cessante responsabilità […] Noi tedeschi ci riconosciamo parte della nostra storia e accettia­mo le particolari obbligazioni che ne derivano»;

      22.  e non manca, ovviamente, un tocco più propriamente religioso, artefi­ce Joachim Beer, Decano della Chiesa Evangelica di Würzburg, del quale ci relaziona la National-Zeitung n. 5/1997: «Wir Deutschen haben mit dem, was wir jüdischen Deut­schen und Juden zugefügt ha­ben, uns selbst am meisten beschämt […] Wir haben uns selbst aus dem Paradies ver­bannt, Con quello che noi tedeschi abbiamo fatto ai tedeschi ebrei e a tutti gli ebrei, ci siamo totalmente disonora­ti […] Ci siamo esclusi da noi stessi dal Paradiso»;

      23. compiaciuto Elie Wiesel, in un dialogo televisivo con lo spagnolo scampato buchen-waldense Jorge Semprún, il 1° marzo 1995: «La nuova Ger­mania, quella che occuperà i posti di respon­sa­bilità nel Duemila, sarà saldamente ancorata alla memoria di una ratio democratica, ossia di una ragione basa­ta sulla tolleranza, sulla negazione e sul rifiuto dell’oblio»;

      24. implacabile il superboss Michel Friedman, boss CDU e membro dello Zentralrat der !! dollar+signJuden (citato da Reinhard Uhle-Wettler):  «Versöh­nung ist ein absolut sinnloser Begriff. Den Erben des judenmor­den­den Staa­tes kommt gar nichts anderes zu, als die schwere historische Verantwor­tung auf sich zu­ne­hmen, gene­ratio­nenlang, für immer, La riconci­liazione è un concetto del tutto senza senso. Agli eredi dello Stato che ha assassinato gli ebrei non spetta altro che prendere su di sé la pesante responsabili­tà storica, per generazioni, per sempre»;

      25. la quale suprema Istanza Morale già sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 9 maggio 1995 aveva tuonato: «Die nachgebo­renen Deutschen tragen das Kainszei­chen, weil sie Deutsche sind I te­de­schi nati dopo la guerra portano il segno di Caino, perché sono tedeschi […] I nati dopo non sono colpevoli, ma rispondono dei crimini dei padri […] Ogni tedesco ri­sponde in quanto tedesco […] La coscienza [della colpa] segna l’anima dei tedeschi, ne forma l’identità» (nel 2003, condannato a 150 giorni di carcere convertiti in un’am­menda di 17.400 euro, Friedman esce dalla scena politica, in quanto protagonista di torbidi traffici di droga e prostituzio­ne).

      26. altrettanto lievemente arrogante il detto Ezer Weizmann, presi­dente dell’Entità Ebraica in viaggio ammonito­rio in Terra Rieduca­ta, il 16 gennaio 1995: «Wir werden nicht vergessen und wir werden auch nicht zulassen, daß vergessen wird, Non dimenti­che­remo, e non permetteremo neppure che si dimenti­chi» (più subdolo e velenoso, su Israel National News l’11 dicembre 2006, il primo ministro Ehud Olmert, il criminale di guerra che cinque mesi innanzi ha deva­stato il Libano: «Posso suggerire al popolo tedesco… Voi potete avere interes­si economici, potete fare affari, però avete un obbligo morale più profondo verso voi stessi, verso la vostra storia e verso il vostro futuro»).

      27. coi quali ebrei concorda l’ex sessantottino SPD Wolfgang Thierse, pre­sidente del Bundestag, nella seduta plenaria del 27 gennaio 2000: «Nessun altro nome come Auschwitz identifica una colpa che non può essere perdo­na­ta. Se pure questa colpa non è trasmissibile, trasmissi­bi­le è certo la respon­sa­bilità che ne è derivata […] I crimini dei nazionalso­cialisti sono unici nel loro genere. Dobbiamo vigilare affinché unici restino per sempre»;

      28.  subito dopo portandosi all’inaugurazione dello Zentrales Mahnmal für die ermordeten Juden Europas a destra della Porta di Brandeburgo, sull’area dell’Ultimo Bunker: «Il 27 gennaio è il giorno opportuno per attestare che stiamo costruen­do a Berlino un monumento commemorativo degli ebrei assassinati d’Europa. Ci siamo decisi per que­sto monumento per­ché vogliamo onorare gli assassinati, e non in un qual­siasi luogo, ma al centro della nostra capitale, nella zona del parla­mento e del governo, e perché voglia­mo manifestare che la rifles­sione sulla verità storica è parte della nostra autocoscien­za nazionale […] Stiamo costruendo un monumento che non porta ricordi di cui essere orgogliosi, ma che esprime vergogna […] Questo monu­mento è anche un gesto della Germania unificata verso i nostri vicini e i nostri amici. È il rifiuto di una “repub­blica berlinese” nel senso fatale del termine […] Ma in primo luogo questo monumento non è un messaggio dei tedeschi ai tedeschi. Tanto più sono quindi grato che questa decisione sia stata presa da tedeschi ebrei e non-ebrei»;

29.  l’«italiana» Liliana Weinberg (III): «Qualcuno, l’arcivescovo di Bordeaux Jean-Pierre Ricard, presidente della Conferenza Episcopale francese, ha scritto recentemente che il cuore d’Europa nasce ad Auschwitz. Probabilmente intendeva dire che senza la devastante memoria della Shoah nell’inconscio dei popoli non vi sarebbe oggi questa pulsione all’unità», seguita dalla «francese» Diana Pinto (II), della quale non sappiamo ammirare se più l’acutezza di analisi o l’intollerabile impudenza tulliazeviana: «La Shoah sta lentamente andando a collocarsi lì dove avrebbe dovuto pesare fin dall’inizio, non nel regno del dolore privato ebraico ma sulle spalle dei Paesi e delle società che l’hanno agevolata, ovvero non soltanto sulla colpevole Germania, ma su tutta l’Europa […] Sulla scia dell’Olocausto le chiese cristiane hanno lentamente integrato il giudaismo all’interno della propria teologia, ma gli hanno anche attribuito una presenza autorevole nel campo della spiritualità […] Il Continente tutto, di fronte ad una presenza più che problematica, non solo di musulmani ma anche di tanti “altri” che vanno integrati come futuri cittadini, e a cui vanno inculcati [!] i valori di un Occidente riveduto e corretto dagli orrori del ventesimo secolo, ha un urgente bisogno di avere come interlocutori centrali, anzi come guide [!], dei cittadini ebrei sicuri di se stessi. Tre sfide principali li attendono per il futuro: quella del pluralismo democratico, quella del multi-culturalismo e quella della presenza ebraica all’interno di un crescente spazio ebraico europeo», inneggiando poi al fatto che «gli ebrei del periodo successivo alla Shoah hanno potuto vivere dignitosamente poiché

i Paesi in cui risiedevano hanno consentito loro quello che sarebbe stato inimmaginabile in passato, cioè l’implicito diritto [!] a molteplici fedeltà»

e che «uno dei risultati del totale cambiamento di rotta dell’Europa e soprattutto del “ritorno a casa” dell’Olocausto nella coscienza storica europea [!], è stato un cospicuo interesse da parte del mondo non ebraico per i temi ebraici. Questo interesse è cresciuto in modo esponenziale negli anni recenti.

Ne è derivata una ridondanza di pubblicazioni sull’argomento, romanzi e film scritti da non ebrei, memoriali, studi storici, tradizioni, musei, commemorazioni e mostre: ogni angolo d’Europa è impegnato ad esporre anche le minime tracce ebraiche reperibili nel proprio passato»;

      30.  ed infine, altro last but not least e altrettanto scoperto, Giorgio Gomel, sotto l’eloquente titolo Perché non accada mai più: «Che cosa ci insegna la Shoah e a quali fini è importante oggi osservare e trasmettere la memoria, in particolare per noi ebrei? […] La terza lezione riguarda il modo in cui noi ebrei dobbiamo agire a fronte dell’antisemitismo. Sartre asseriva che l’antisemiti­smo non è un problema degli ebrei bensì degli antise­miti. Ma occorre ricordare che sono gli ebrei che soffrono da anni, da generazioni, le conseguenze dell’antisemitismo. L’antisemitismo è, tuttavia, anche l’indice di un malessere della società, dei pericoli per la democrazia, dell’affermarsi di fenomeni di intolleranza. È importante ricordare che lottare contro l’antise­mitismo non è un favore che la società fa agli ebrei, ma un dovere verso se stessa, se vuole restare un luogo di convivenza democratica. L’ostilità verso lo straniero e il diverso, la passività verso rigurgiti di razzismo sono sintomi del degrado del vivere civile cui bisogna opporsi perché il silenzio, l’indiffe­renza, rischiano di dare agli imitatori odierni del nazismo vigore, insolenza, senso di impunità. In questo qual è il compito specifico di noi ebrei? Il primo è quello di diffondere la cultura ebraica come antidoto all’intolleranza e al pregiudizio che di ignoranza si nutre. Non basterà certamente que­sto, ma è una condizione necessaria. Ed esaltare anche il senso positivo della “dop­pia appartenenza”. L’essere ebrei e italiani, con il trattino (ebrei-italiani o ebrei-americani o ebrei-francesi), l’affermare un’identità plurale, vanno vissuti come un qualcosa di positivo, di benefico, di arricchente per la società».

Lo sconvolgimento delle nazioni europee dovuto al­l’invasio­ne terzomon­diale va quindi accettato ed anzi attivamente volu­to, poiché, predica Ga­briele Nis­sim (I), «una società che rifiuta i profughi e il diritto di asilo può perdere la capacità di guardare ai crimini peggiori contro l’umanità. È an­che questa la lezione dell’Olo­cau­sto», banco di prova della coscienza moder­na: «Il senso di colpa va vissuto positiva­mente come va­lo­re: ecco per­ché non ci si può dire degnamente tede­schi se non si accetta il dovere della memo­ria e dell’auto­cri­tica. Ecco perché Ausch­witz va ricorda­to come un fatto unico, in quanto i tedeschi hanno un obbligo verso gli ebrei e le altre vittime della barbarie. Ecco perché i tede­schi hanno il dovere di andare oltre al nazionali­smo».

E non solo i tedeschi, ma anche ogni altro popolo della terra, poiché, giusta la dichiarazione del bnaibrithico Matas il 27 gennaio 2008, Giorno dell’Olomemoria: «The Holocaust was a crime in which virtually every country in the globe was complicit, L’Olocausto è stato un crimine nel quale praticamente [o anche: a tutti gli effetti] ogni paese del mondo è stato connivente».

Note:

55.  Siamo grati a Ovadia (l’autore della folgo­rante defini­zione del Messia quale «the Great Jewish Swindle, la Grande Truffa Ebraica») per la seguente informa­zio­ne, capitale e gustosa, celata sub specie di facezia: «Che cos’è un ebreo corro­si­vo? Un ebreo corrosivo è un ebreo che arriva in uno sperduto villag­gio della Transcau­casia, dove non hanno mai visto un ebreo e non sanno cos’è il giudai­smo. Il villaggio ha duemila abitanti; un anno dopo ci sono duemila antisemiti». Lo volesse, elimini pure il lettore, in quanto superfluo, l’aggetti­vo «corrosivo».

56.  Non stupisca il lettore se in Bibliografia notasse che le iniziali puntate del Segre sono diverse. In realtà si tratta sempre dello stesso individuo R.A. (Vit­to­rio Dan) Segre, gior­nali­sta a Le Figaro, Cor­riere della Sera e il Giorna­le, del quale diverrà edito­rialista e anali­sta politico, La Voce quale Dan Segre, e Panora­ma, «piemon­tese» migra­to da Trie­ste a Giaffa nel set­tem­bre 1939, agente dell’Intelli­gence Service in Etiopia e nel Mediter­raneo, milite della Brigata Ebraica in Italia, diplomatico israelia­no, padre di una schiera di politologi israe­lia­ni, docente ad Haifa, al MIT, a Stanford, Torino, Milano e Napoli, direttore del­l’I­sti­tuto di Studi Mediter­ra­nei, fondato a Lugano nel 1998 quale fucina di diploma­tici e boss internaziona­li.

57.  I canonici Six Million – guarda caso, uno per ogni punta del Magen David, uno per ogni colonna che dal maggio 2001 regge a Berlino la nuova amba­sciata sionista progettata dall’israeliana Orit Willenberg-Giladi – sono un «numero sim­bolico», attesta alla Corte d’Assise di Francoforte, in un processo aperto contro l’oloincredulo tedesco Erwin Schönborn il 3 maggio 1979, Martin Broszat, il det­to diret­tore dell’Institut für Zeitge­schichte, la Santa Sede Rieduca­toria fondata a Mo­na­co nel settembre 1950 quale Deutsches Institut für die Ge­schichte der national­so­zialisti­schen Zeit (simpati­ca­mente, nell’au­tunno 2003 lo storico Nicolas Berg scoprirà che il demi-juif Broszat, deceduto nel 1989, si era volontariamente iscritto alla NSDAP il 20 aprile 1944, anniversario della nascita del Führer!).

Per quanto la Gran­de Enciclo­pe­dia Uni­versale polacca, edi­ta dalle Polskie Wyda­wnic­two Nauko­wa “Edi­zio­ni Scientifiche Polac­che”, asseveri nel 1966 che «nei campi di sterminio moriro­no 5.700.000 perso­ne» (per il 99% ebrei e l’1% polac­chi, e solo nei cam­pi!), il più «attendibile» tra gli «attendibili» ologuru, Raul Hilberg, ce ne offre 5.100.000 (cifre temporali: 100.000 dal 1933 al 1940, 1.100.000 nel 1941, 2.700.000 nel 1942, 500.000 nel 1943, 600.000 nel 1944, 100.000 nel 1945; cifre spaziali: 2.700.000 nei sei campi «di ster­mi­nio», 150.000 in altri campi, 100.000 in campi di lavoro e transito, 150.000 in campi romeni e croati, 800.000 nei ghetti, compresa There­sien­stadt – ove, secondo il rapporto dei delegati della Croce Rossa Internazio­na­le in data 22 maggio 1945, «nessun internato è morto di morte violenta» – e per priva­zio­ni in libertà, 1.300.000 per esecu­zioni nei più vari paesi, dei quali in URSS 1,2 milioni, cioè 300 volte il numero dei polacchi eliminati a Katyn e 120 il numero degli ucraini eliminati a Vinniza… e peraltro in nessuna delle presunte trecento località allegate furono mai rinvenute fosse come inve­ce a Katyn e a Vinniza), gli «inglesi» Gerald Fleming 4.975.477 e Gerald Rei­tlin­ger un massimo di 4.581.2­00, cifra peral­tro «con­gettu­rale, do­vuta a man­can­za di at­ten­dibili fon­ti» (ma per il giudaismo il 6, hexame­ron dei gior­ni della creazione, dei millenni del mondo e degli attributi divini basila­ri, cifra che media fra il Princi­pio e la sua manifesta­zione ter­rena, è sacro; aggiunge Alexandre Safran: «Il numero sei gioca un ruolo di rilievo nella storia moderna del popolo ebraico. Sei milioni di ebrei sono stati massacrati in Europa tra il 1933 e il 1945, e il loro martirio ha direttamente condotto alla restaurazione di uno Stato ebraico in Terra d’Israele; sei milioni di ebrei negli Stati Uniti d’America hanno dato il loro sostegno decisivo alla restaurazione dello Stato ebraico in Eretz Isra­el»).

Diversa­mente da Hillgruber, Manvell/Fraenkel ci offrono, senza peraltro indi­carne la fonte, la cifra di 5.978.000 vittime ebraiche su un totale di 8.301.000 ebrei europei (il 72%), mentre il trio Sessi/Hil­berg, Hans-Ulrich Tha­mer e Stanley Payne ci danno, tondi, 4.000.000 di assassi­nati nei campi e 2.000.000 altrove, dei quali due milioni, oltre un milione – l’ufficioso James E. Young della Yale University Press ne assevera 1,5 – dai 3000 uomini delle quattro Ein­satzgrup­pen (per il maggio 1941 French L. MacLean ne riporta 2945; precisa­mente, il reparto più cospicuo, l’Einsatz­gruppe A, conta 990 militari, compresi 172 autisti, 3 impiegate, 51 inter­preti, 3 telescriven­tisti e 8 radiotelegra­fisti, per una rimanenza di circa 750 combattenti che nel 1941 avrebbero, ad esempio, ucciso in tre mesi e mezzo, fino al 15 ottobre, la bellezza di 125.000 ebrei, per la quasi totalità, peral­tro, nelle sole ultime dieci settimane; sedi dei gruppi situate, da nord a sud, a Krasnogvar­deisk presso Leningrado per A, Smo­lensk per B, Kiev per C e Simfero­poli per D). Me­neghel­lo, peral­tro sem­pre con Hil­berg, è più artico­la­to e «preci­so» (rispar­miando inoltre 900.000 persone): 800.000  peri­ti nei ghetti (anche se nel 1985, assevera Browning, lo stesso Hilberg aveva scritto di «soli» 500.000, «nearly 10 percent of all victims of the Holo­caust»), 1.300.000 fuci­la­ti «all’aper­to» (la «Shoah par balles», definizione coniata dal volonteroso padre Desbois e fatta propria dal Dictionnaire de la Shoah… ove per «balles», malizioso lettore, va inteso «pallottole» e non quel che hai pensato; per il Dictionnaire tale modalità, caratterizzata dall’«accanimento degli assassini, che sono andati a cercare le loro vittime nel più infimo villaggio ucraino o bielorusso, e fin dentro il Caucaso», sono 2.000.000; inoltre, sorpresa!, ci sarebbero state una Einsatzgruppe E per la Croazia, una Serbien per la Serbia, una Tunis per il Nordafrica, una G per l’Ungheria, una H per la Slovacchia… per finire con una K e una L per l’offensiva delle Ardenne), 2.700.000 uccisi «nei mag­giori campi di annien­tamento» e 300.000 periti «in altri campi di concentra­men­to, di lavoro o di tran­si­to» (il più recente Piero Stefani, che ignora peraltro del tutto Majda­nek, ne dà 3.350.000, più mezzo milio­ne di «zingari e prigionie­ri russi» auschwitz­gassati).

Per ragionare sull’assur­dità delle oloimputazioni ai 3000 uomini delle Ein­satzgruppen (termine che va tra­dotto con «unità operative» o «di pronto impiego» e per le cui effetti­ve funzioni rimandiamo ad Andreas Naumann), basti poi pensare che – affian­cati da altre unità di polizia (Ordungspolizei, Waffen-SS, etc.) o di collaboratori antibolscevi­chi baltici, bielorussi, ucraini e russi, peraltro stanziati su base locale – agirono istituzional­mente in primo luogo come truppe di rapido impiego in funzione antiparti­giana e in secondo come riorganizzatori delle strutture amministra­tive civili ex sovietiche. Dell’entità della loro lotta contro le formazioni partigiane alle spalle dell’intero fronte europeo (duemila a fine 1941), possono testi­monia­re anche solo

1. i 460 attacchi contro le linee ferrovia­rie, il deraglia­men­to di 224 convogli e la distruzione di 700 vagoni-merci e tra­sporto-com­bustibili compiuti nel luglio 1942,

2. così come il settembre avreb­be visto 724 attacchi, 342 deragliamenti e distrutti oltre 800 carri merci, e

3. l’uccisione nei dintorni di Minsk, dal novembre 1941 al giugno 1942, di 5908 soldati tedeschi, la distruzione di 26 depositi di materiale e di 72 ponti e il deragliamento di 45 treni (peraltro, secondo Naumann, i dati, di fonte partigiana, sarebbero gonfia­ti).

Come che sia stata la dinamica del «massacr­o» extra-campi, all’incirca i due terzi del totale sarebbe­ro comunque stati stermi­nati nelle camere a gas. Anche Enzo Tra­ver­so II ci confor­ta nella centralità gas­atoria: «La grande maggio­ranza delle vittime ebree del massa­cro nazista non hanno praticamente cono­sciuto l’universo concentra­zionario poiché sono state eli­mi­nate il giorno stesso del loro arrivo a Birkenau o Treblinka, in virtù di un sistema di sterminio indu­strializzato spesso parago­nato al funzio­na­mento razionale di una catena di montaggio: arrivo dei convogli, selezio­ne, requi­si­zione dei beni, spoglia­toio, camera a gas, infine forno cremato­rio». Chis­sà quale delusione prove­reb­bero tali autori gas­kammerali leggen­do degli antigas-kam­merali – narra­tori peral­tro altret­tan­to fantasiosi, seppure con diversa angolazione – Arno Mayer, Pres­sac, Korzec e, soprat­tut­to, dell’en­fant prodi­ge Goldhagen, che osa definire le camere a gas «epi­fenomeno» e «simbolo»!

Ancora nel 1997, co­mun­que, per Ternon (quel­lo dei «fan­tasmi arcaici» hitle­riani) «il 15 per cento muore nei ghetti o durante i trasporti, il 25 per cento è assassinato da diversi organismi delle SS, dei soldati dell’e­serci­to tedesco o delle milizie ausiliarie; il 60 per cento è ucciso in centri di sterminio o nel campo di Auschwitz, che, per la sua duplice funzione di cam­po di lavoro e di centro di sterminio, costituisce il modello della crudel­tà assoluta dell’uo­mo verso l’uomo». Ora, a prescindere che ci è difficile capire perché la ragione ad­dot­ta da Ternon debba fargli definire Auschwitz «il modello della crudel­tà assoluta», rileviamo che lui sareb­be­ro stati uccisi nei campi almeno 3.600.000 dei Six Million.

Certo Mayer e Goldhagen non consento­no a tale visione, se nelle loro 1100 pagine sorvola­no sulla centralità mattatoria dei campi («tutti questi fatti si confusero – una confusione che sfortunatamente è tornata a vantaggio dei cosid­det­ti revisioni­sti, che sperano di ripulire Hitler per i propri scopi politici», disinvol­teggia la Sereny III). Una qualche per­plessità – non possiamo tacerlo – ce la lascia anche Liliana Pic­ciotto Fargion (I) quando, puntando contro Carlo Mattogno, bacchetta gli stu­diosi revisioni­sti, trivia­lizzando­ne i metodi: «Il procedi­men­to induttivo è il seguente: per ricostruire un certo avvenimento si ricercano tutte le fonti possibili e si mettono a confron­to, se non concordano perfet­ta­mente fra di loro, si dichiara inesistente l’evento. Qualsiasi testimone insista a ricordare quell’evento è un menti­to­re, e chi gli presta fede è un mistifica­tore». Ove il termi­ne chiave è quel sublime «perfettame­nte».

Utile tener conto, a spie­gare l’ir­ra­zionale attaccamento seimiliona­rio, anche di quanto Rabbi Benjamin Blech (in The Secrets of Hebrew Words, edito nel 1991 da Jason Aronson) e Ben Weintraub (in The Ho­lo­caust Dogma of Ju­daism, edito nel 1995 dalla Co­smo Publi­shing), assevera­no, adducendo un’altra primaria ra­gio­ne per la mitica cifra: la profezia di Levitico XXV 10 «voi ritornerete» – scritta TaShuVU al posto del corretto TaShuU­VU (l’aggiunta di una vav ad un verbo, ci si dice, indica in ebraico il tempo futuro) – manca della lettera vav, sesta del­l’al­fabeto ebraico e perciò ghematrica­mente corrispon­dente al numero 6 («its numerical value is therefo­re six», c’informa l’Encyclopae­dia Judaica), e cioè «sei milioni», per cui il cabalismo interpre­ta il vaticinio come «voi ritornerete, ma con sei milioni in meno».

E non basta: la sommato­ria gema­trica delle lettere tav, shin, bet e vav, e cioè 400, 300, 2 e 6, dà 708, e 708 sono le ultime tre cifre del numero 5708, e l’anno ebrai­co 5708 corrisponde al cri­stiano 1948, e il 1948 è l’anno del­la «reinstaura­zio­ne» dello Stato di Israele e del «ritorno in patria» degli ebrei. Sempre, ovvia­men­te, con una vav in meno. Chiude Norman Finkelstein: «Non solo il dato dei “Sei Milioni” diviene sempre più indifendibile, ma le cifre date dall’industria olocau­stica si avvicinano rapidamente a quelle dei negazionisti».

I canonici Six Million che affastellano i libri da mezzo secolo («cifra em­ble­matica», scrive Anne Grynberg, che si pla­che­rebbe coi 5,1 di Hil­berg, anche se Jakob Lestschin­sky, statistico «ucraino» a New York, ne dà 5.978.000) vengono

      1.   veggentemente indicati da Chaim Weizmann al Madison Squa­re nel feb­braio 1942 (due milioni già olomorti e gli altri quattro candidati al tra­pas­so), cifra «con­fermata»

      2.   il 9 mag­gio 1942 pubblicamente dal big boss Nahum Gold­mann,

      3.   il 31 maggio 1944, in una lettera in ebraico resa nota nel 1960 a New York nella silloge A Holocaust Reader, da Rabbi Michael Dov Ber Weissman­del («Till now six times a million Jews from Europe and Russia have been destroyed, Fino ad oggi sono stati distrutti sei milioni di ebrei d’Europa e di Russia»),

      4.  il 4 gennaio 1945 dall’aizzatore capo Ilja Erenburg (i campi di Ausch­witz, titolati per 4-5 milioni, verranno occupa­ti soltanto il 27 seguente),

      5.   l’11 giugno 1945 da Ja­cob Robinson (uno degli ostetrici della farsa norimberghese, poi consigliere giuridico presso la delegazione israeliana all’ONU), Nathan Perlman e Alexander Kohan­ski a Robert Jackson in pro­cinto di partire per l’Europa per avviare la Rappresenta­zio­ne,

      6.  il 20 novem­bre 1945 da Sid­ney Alder­man, braccio destro di Jackson, a Norim­berga («almeno 5.700.000 sono scomparsi, de­liberata­mente ucci­si»),

      7.  il giorno seguente da Jack­son il quale, citando l’affidavit 2738-PS, US-296 di Georg Wilhelm Höttl (Hoettel, lo dicono Shermer-Grobman), già braccio destro di Kal­tenbrunner e ora agente di fiducia del­l’OSS (convinto a diventar tale, dietro minaccia di venire estradato in Ungheria, dal capitano Kurt Ponger e dal tenente Otto Verber Färber, ufficiali del CIC già «esuli» «tedeschi», anni dopo arrestati dagli stessi americani quali agenti comunisti), ove afferma che la cifra gli era stata comuni­cata da Eichmann a Budapest nell’agosto 1944 (cosa da questi  sempre negata a Gerusa­lemme), e una dichiara­zio­ne estorta all’ex Sturm­bannführer (Haupt­sturmfüh­rer, lo dicono Shermer-Grobman) Die­ter Wisli­ceny, già vice di Eich­mann, indotto a «confessa­re» dietro promessa di aver salva la vita e poi comunque consegnato ai cechi che lo impicche­ranno – ove il tedesco afferma che la cifra (in realtà, scrivono Shermer-Grobman, cinque milioni, e non sei) era contenuta in una lettera a Himmler mostratagli a fine febbraio 1945 sempre da Eich­mann, cosa da questi sempre ne­ga­ta nel 1961 – lascia però aper­to uno spiraglio alla contestazio­ne: «5.700.000 ebrei man­ca­no dai pae­si dove viveva­no. Per 4.500.000 di essi, la scom­par­sa non può spie­garsi con la normale mor­talità, né con l’emigra­zio­ne, né con la fuga» (il 30 settembre 1946 il TMI, vol.I p.283 e XXII p.584, non avanze­rà di suo alcuna cifra, limitandosi a rife­ri­re che «Adolf Eichmann, che fu incaricato da Hitler di realizzare questo pro­gramma [di Liquidierung], ha stimato [Eichmann non fu mai presente a Norim­berga, e «stimò» le cifre solo attraver­so Höttl!] che questa politica comportò l’uccisione di sei milioni di ebrei, dei quali quattro milioni nei campi di sterminio»),

      8.  nell’aprile 1946 dal Comita­to Anglo-America­no d’In­chie­sta sui Proble­mi degli Ebrei di Europa e Pa­lestina, pignolo, anche se non all’unità: 5.721.800.

In realtà, già il 13 giugno 1946 il quotidiano svizzero Basler Nachric­hten riferi­sce, nell’articolo Wie hoch ist die Zahl der jüdischen Opfer? “Qual è il numero delle vittime ebree?” basato su fonti ebrai­che ufficiali, che gli ebrei presenti nei territori nell’or­bi­ta di potere hitleriana possono essere valutati al massimo a tre milioni, con una perdita globale, per ogni tipo di causa, inferiore al milione e mezzo tra morti e dispersi: «Die Zahl der Juden, die alle tatsächlich in dem Machtbereich Hitlers fielen, verrin­gert sich dadurch auf höch­stens 3 Millionen […] Es ergibt sich also […] daß alles in allem weniger als 1,5 Millio­nen Juden vorläufig als “tot oder vermißt” be­zeic­hne­t werden müssen». Del quale milione e mezzo, cifra alla quale per altra via perverrà nel 1964 il revisionista francese ex deportato buchenwalden­se Paul Rassi­nier, almeno un milione potrebbero essere, a parer nostro, addebitabili al Padre dei Popoli Stalin.

Per l’aspet­to demografico dell’oloquestione, centrale alme­no quanto quello tecnico delle «camere a gas» e dei «forni» («Dove sono finiti cinque, sei milioni di persone che prima della guerra c’erano e dopo non c’erano più?», contesta ad Irving Liliana Picciotto Fargion, ponendo al primo posto delle «prove» la loro allegata scomparsa, al secondo le «testi­monian­ze» delle vittime ed al terzo le «confessioni» dei «carnefi­ci»… trala­sciando quindi del tutto le prove fattuali e minimiz­zando le docu­mentali) vedi Rassinier II, Cedric Martel, Walter San­ning, Steffen Wer­ner e Rudolf/Gaus­s. Inoltre, le perdite ebraiche dovute diretta­men­te allo stalinismo, che non solo spiegano in gran parte la «quisquilia della sparizio­ne in massa degli ebrei durante la guerra» (così la Pisanty II) ma rimediano anche alla «ca­ren­za», impu­tata ai revisionisti dalla Pisanty, di un «para­digma alternativo rispet­to a quello ufficia­le», si posso­no valutare in:

      1.  500-600.000 liquidati nelle Grandi Purghe secondo Benjamin Ginsberg, Louis Rapoport, Al­fredo Myr e Calimani VI o addirittura 1.000.000 per Lu­ciano Tas (in Paolo Grieco), tra i quali Lustiger III annovera 169 generali ebrei,

      2.  700.000 «polacchi» deportati e periti per i più vari motivi secondo Sanning (cifra forse eccessiva) o i 450.000 di Joachim Hoff­mann, e non pren­diamo in considera­zio­ne, ovvia­mente, i «miseri» 100.000 allegati da Gabriele Nis­sim I (oltre al romanzo di W.S. Kuniczak, vedi le memorie degli Arruolati depor­ta­ti Janusz Bardach, Menachem Begin, Her­man Carmel, Yeho­shua Gilboa e Jerzy Gliksman, non­ché dei polac­chi Gu­staw Herling-Grudzinski e Slavomir Rawicz). Quanto alle perdite dovute indi­retta­mente allo stalini­smo, ricordiamo:

      3.  200.000 caduti nelle file dell’Arma­ta Rossa,

      4.  forse 100.000 par­tigiani­, per la massima parte est-europei. Lo storico Julius Epstein scrive – vedi National-Zeitung n.46/1995 – che gli ebrei vitti­me del Ter­rore staliniano (sovieti­ci e polacchi) ammon­ta­no a 1.500.000. Tutta da verificare, poco sostenibile e comun­que non cre­dibile, è la cifra di due milioni di militari ebrei caduti sotto tutte le bandiere ma soprat­tut­to sovietici, avanza­ta da Joseph Croitoru l’8 gennaio 1997 sulla Frankfurter Allgemei­ne Zeitung, seguita dall’am­bi­gua av­ver­tenza: «Für die kollektive Erin­ne­rung der Isra­elis an den Ho­locaust wird das gewiß nicht folgen­los blei­ben, Per la memoria col­let­tiva israelia­na del­l’Olo­causto, ciò non reste­rebbe certo senza conse­guen­ze».

Oltremodo importante è anche la questione degli ebrei «liberati» dai campi tedeschi e costretti dai sovietici a restare in URSS. Di tale aspet­to, già accennato dai revisionisti (tra i quali Faurisson, Sanning, Werner, Dea­na e Ru­dolf), ci riporta Ulde­ri­co Munzi il 5 marzo 2003, riferendo del cinquan­ta­seienne Denis Sel­lem. Disce­so per parte materna dall’«alge­rino» Judas Kalifat, partigia­no giustiziato dai tedeschi nel 1943, Sellem si incuriosisce quando, studiando la vicenda dello zio Edouard Kali­fat, ventenne operaio alla Renault deportato ad Auschwitz nel feb­braio 1943 e mai più tornato, trova una foto al CDEC di Parigi dalla quale risulta come fosse stato «liberato» dai sovietici (degli altri figli di Judas, due furono partigiani, come pure sopravvisse un terzo, pur deporta­to a Treblinka e Da­chau). Ma lasciamo la parola a Sellem: «Da Stalin a Putin, la terra russa non si lascia sfuggire gli occidenta­li dei tempi di guerra, né vivi né morti, siano essi francesi [come i volontari della Charle­ma­gne o gli ope­rai, volonta­ri nel Reich o deportati], tede­schi antinazisti, i sopravvis­suti dei duecentomila prigio-nie­ri giapponesi im­piegati nei lavori della Transibe­riana, i quindicimi­la spagnoli [della Division Azúl], i duemila soldati ameri­cani prigionieri della Weh­rmacht e poi inglesi, olandesi, chissà quanti italia­ni e un’infinità di ebrei che furono portati via dai campi di sterminio nazisti […] Perché il dramma, nel 1945, era quello di vedere la porta del campo di con­centra­mento spalancarsi all’ingresso delle truppe di Stalin: poi la gente scompari­va nel nulla […] I sovietici consideravano i sopravvissuti stra­nieri anche come merce di scambio qualo­ra si dovesse costringe­re qual­che citta­di­no russo a tornare in patria. E, col passare degli anni, gli stranie­ri si sono sovietizza­ti, non potevano rimpatria­re, prima di tutto perché avrebbero rac­contato la miserabile e crudele realtà del paradiso staliniano. E poi perché, fino ai tempi di Breznev e oltre, avevano paura di rappresa­glie».

Riassumendo, tenga il lettore sem­pre pre­sente che nei Six Million vengono com­presi non solo gli ebrei civili morti per diretta respon­sabilità tedesca, ma anche quelli:

1. morti da militari,
2. da partigiani,
3. di morte naturale in libertà o nei ghetti o nei campi,
4. di malattia, fame ed epidemie le più varie,
5. nelle deportazioni sovietiche,
6. nelle purghe staliniane anteguerra,
7. nei più o meno giustificati moti antiebraici dei popoli dell’Europa Orientale, senza  responsabilità tedesca,
8. quelli convertiti al cristianesimo,
9. quelli emigrati clandestinamente durante la guerra o alla sua fine, assumendo o meno nuovi cognomi, e
10.quelli assenti dalle statistiche, in quanto non ritrovati o non menzionati. È d’altronde ben nota, oltre all’odio biblico/talmudico per ogni forma di censimento che permetta un computo esatto della loro presenza (per tutti: «Ora Satana insorse contro Israele e incitò Davide a censire Israele […] Tale fatto spiacque infatti agli occhi di Dio che colpì Israele. Allora Davide disse a Dio: “Io ho gravemente peccato” […] Così il Signore inviò una peste in Israele e caddero settantamila uomini d’Israele», 1° Cronache XXI 1, 7 e 14), l’assenza di formalismo, negli ebrei di tutti i tempi e i paesi, nella scelta di nuovi cognomi o nell’adattamento dei vecchi.

Dell’antica sempre nuova volon­tà mimeti­ca sociale, cioè dell’antica sempre nuova ripu­gnanza per ogni for­ma di cen­simen­to, imposta come dovere, leggiamo in  2° Sa­mue­le  XXIV 1-17 che il censi­men­to di Israele e Giuda viene istigato dal­l’Al­tis­simo, in quanto è in collera col Suo Popolo. Inviato alla bisogna il generale Ioab, Davide numera 800.000 uomini validi per Israele e 500.000 per Giuda. Ciò fatto, turbato per avere contato la sua gente, Davide si rivolge al Boss: «Ho gravemente peccato in quello che ho fat­to, ora ti prego, rimetti il peccato del tuo servo, sono stato molto sciocco». Con ammirevo­le coerenza, il Signore gli invia il pro­fe­ta Gad, per la cui bocca gli propone di scegliere il castigo: «Vuoi tre anni di care­stia nel tuo paese o che per tre mesi tu debba fuggire davanti al tuo nemi­co, mentre egli ti insegue, o che per tre giorni venga la peste sopra il paese?». Imbaraz­zato, il «re» – che pure preferi­reb­be cadere nelle mani vendi­cative di Dio ma non in quelle degli uomini, e per il quale tre anni di carestia sarebbero forse fonte di mugugni popolari se si venisse a sapere la sua dabbenag­gi­ne – consigliato da Gad, sceglie la pesti­len­za: «Così, il Signore man­dò sopra Israele la peste, ed essa infierì dall’alba fino al tempo fissato; così morirono da Dan a Bersabea 77.000 persone». «Che si trattasse di qualcosa d’illecito» – interviene il curatore de La Bibbia Concor­data, infiorettando di assurdità il commento – era indubbio, come appare dalle ri­mostranze di Ioab e dei capi e dalle per­plessità di Davide, condivise piena­mente dall’auto­re del nostro passo. La coscienza del proprio potere militare poteva facilmente indurre Israele all’orgoglio [!]. Ma esempi anche della letteratura classica ci mostrano il carattere pericoloso dei censimen­ti in quanto tali [?]». Se confron­tia­mo tale versione con la paralle­la 1° Cronache XXI 1-30, troviamo che in questa l’isti­gatore non è più l’Al­tissimo, ma Satana (psicoanaliti­camente signi-ficativa la sovrapposi­zione dei ruoli!). Israele conta ora 1.100.000 «uomini atti a maneggiare la spada», mentre Giuda 470.000 (tra questi Ioab non conta quelli di Levi e Beniami­no perché, anche se tardi, «l’ordine del re gli era sembrato detestabi­le»). Il solito Gad fa al re la solita proposta, il solito Davide sceglie la solita punizione, fermando però l’Angelo del Signo­re alle porte di Gerusalemme, sicché stavol­ta cadono solo 70.000 uomini e non 77.000­. Se l’intero Libro è Parola Divina e le assur­di­tà, incoerenze e contraddizioni sono sempre giusti­fi­cabili, ebbene, nulla c’è da meravi­gliarsi delle assurdi­tà, incoerenze e contraddizioni di cui sono oggi, dopo tremila anni, infarcite le autostime (elabora­te cioè dai Fedeli del Signore) sulla consi­stenza delle loro comunità. Esilaranti le «spiegazioni» di Elena Loewenthal introducendo Juifs di Vol­tai­re: «Eppure gli ebrei sono sempre stati un’inezia numerica, un popolo talmente piccolo da indurlo a evitare di tirare le somme: antesi­gnano di quel concetto di privacy oggi tanto alla ribalta, il Talmud proibisce ai figli d’Israele di sottoporsi a censimenti. A tirare le somme provvidero, invero, i gerarchi nazisti studiando a tavolino la Soluzione Finale».

A darci il polso della se­rie­tà con cui lo sterminazioni­smo affronta l’aspetto demo­grafico della Shoah sia qui sufficiente, avendo costituito l’URSS (e costituendo la sua erede CSI) il secondo maggiore serba­toio diasporico nonché il nucleo demografico dell’Olo-Immagi­na­rio, riportare qualche cifra sulla consistenza della popolazione ebraica non  tanto prebellica e degli oloscomparsi quanto dell’ebrai­smo più recente. Il dato dell’Encyclopaedia Judaica è 2.650.000 per il 1967; Evyatar Frie­sel, in «a unique reference source […] the most authoritative and accessible work in its field […] comprehensive, authoritative and uptodate», compilata con l’assi­sten­za di «oltre trenta specialists in diverse fields of Jewish history, thought and demo­graphy», ci dà 2.267.000 per il 1959 (primo censi­mento sovietico postbellico), 1.811.000 per il 1979 e 1.515.000 per il 1985, il calo riferendosi all’emigra­zione, soprattutto in Israele e negli USA (crollato il comunismo nel 1989, 600.000 ebrei «si sono [poi] riversati nel giro di cinque-sei anni in Israele», ci avverte Shalom 4/1995: stando a Friesel, l’ex URSS dovrebbe quindi essere terra quasi deserta di ebrei, men­tre Shalom la dice «ancora oggi la terza comunità ebraica [nel mondo] per numero»). I censimen­ti 1970 e 1979 offrono 2.151.000 e 1.800.000; Nicholas de Lange, lecturer in Rab­bi­nics a Cambridge e rabbino egli stesso, si attesta sul 1.811.000 per il 1980; i demografi Doris Bensimon e Sergio Della Pergola ci danno invece 1.700.000 sempre per il 1980; Ho­ward Sachar, autore specializ­zato sostenuto dal­l’AJC, 1.760.000 per il 1984; Ivan L. Tillem, autore del semi-ufficiale annualmente edito Jewish Direc­tory and Alma­nac, 2.630.000 per il 1986 (rifacendoci al dato di Friesel, nel giro di un anno l’e­brai­smo sovietico aumen­terebbe quindi, d’un balzo, di 1.115.000 unità!); Laurent Mallet parla con pathos, riferendosi alla metà degli anni Ottanta, di «due milioni di ebrei “prigionieri” in URSS», il 10% dei quali nel Caucaso e in Asia centrale.

A prescindere da tutto questo guazzabuglio, i dati più interessanti ci ven­gono comunque da ri­vela­zioni più recen­ti. Conoscia­mo certo resurrezioni miracolose, cre­diamo a quanto ci si narra di Lazzaro, ma che milioni di persone risorgano oggi, nella «laica» Modernità, ci pare miracolo di gran lunga più mirabi­le. Operato, oltre­tutto, da esseri umani, e non dal Figlio di Dio.

La prima cifra rivoluziona­ria ci viene da Ugo Tramballi: 3.500.000 ebrei presenti in URSS nel 1990 (la stessa cifra ci era stata già data l’11 giugno 1984 dal «francese» Robert Hemmer-dinger in Valeurs actuelles: «Ho aderito al Front national perché sono ebreo. Tre milioni e mezzo di miei correligionari sono oppressi [sont dans des camps] in Russia. Ho scelto l’anticomunismo radicale»). E a sostenerlo non è un quidam de populo, ma l’esimio Samuel Zil-berg di Riga, copresidente del VAAD (la Confedera­zione delle Orga­nizza­zioni e delle Comuni­tà E­brai­che del­l’URSS) e presi­den­te della Federa­zione Sionista sovie­tica, l’en­te che ha organizza­to, con le sue 79 sezioni pre­sen­ti in 50 città del paese, la «salita» degli ebrei in Isra­e­le: «Questa aliyah sarà forse la più massiccia della nostra storia: sono circa tre milioni e mezzo di persone, perché non c’è solo il milione e mezzo di sovie­ti­ci sul cui passaporto è stampata la frase “nazio­nalità ebraica”: ci sono quelli che per non subire discrimina­zio­ni hanno con­traf­fatto la lo­ro etnia, coloro che hanno sposato un ebreo, i figli delle coppie miste, chi secondo la legge del­lo stato d’Israele ha diritto alla cittadinanza: i discen­denti di una donna ebrea fino alla terza ge­ne­razione. Approssi­mati­vamente un milione e otto­cen­to­mila persone sono già par­tite o ne hanno fatto richie­sta: è la prima ondata e se tutto va bene saranno fuo­ri entro tre-quattro an­ni. Poi ci sono altri otto­cen­tomila e­brei che ancora stanno pensan­do cosa fare e noi dob­bia­mo cercare di con­vincerli. Infi­ne resta un ultimo gruppo, fra cinque­cen­to­mila e un milione di persone in Rus­sia e Ucraina: sono coloro che hanno deciso di assimilarsi» (quattro anni più tardi, tira invece al ribasso il neopresidente del VAAD Mikhail Shle­nov: in tutta l’ex URSS po­trebbero esserci due milioni e mezzo di ebrei, di cui uno nella Re­pub­blica Russa, anche se, postilla Shalom nel novembre, «si tratta di cifre molto approssimati­ve, perché non si sa bene quanti sono ancora gli ebrei in qualche modo rimasti legati all’ebraismo e quanti ne sono irrimediabilmente lontani, malgrado la “nazionali­tà”»). Secondo i criteri di Zilberg (in parte discor­dan­ti dalla definizione di ebreo data dalla Legge del Ritor­no), e ponendo che en­trambi i genitori della donna siano e­brei al cento per cento (cosa peraltro non necessa­ria, poiché l’ebraicità halachi­ca viene conferita dalla sola donna), vie­ne conside­rato ebreo financo un individuo che abbia un ottavo di sangue ebraico!

Il 1° luglio 1990 è poi il New York Post a sostenere: «Attualmente si pensa che nell’URSS vivano da due a tre milioni di ebrei. Tuttavia, emissari israeliani che, grazie al miglioramento delle relazioni diplomatiche, possono libera­mente viaggiare in URSS riferiscono che il loro verosimile ammontare è di oltre cinque milioni». Nell’agosto 1991 è Stanley A. Ringler a parlarci, su Moment, di oltre tre mi­lio­ni di­ in­di­vi­dui: «Le statistiche ufficiali sovieti­che riportano una comuni­tà ebraica identi­ficata di un milione e mezzo di persone. Ma già due milioni di cittadini sovietici si sono registrati per ottenere il permesso d’immi­gra­zione in I­sraele. Talu­ne autorità israeliane affermano che ci può essere un’altro mi­lione di per­so­ne qualificato secondo i termini della Legge del Ritorno e che hanno si­milmente chiesto un permesso di im­mi­gra­zio­ne». Quindi, secondo Ringler, potrebbero avere chiesto il permes­so ben tre milioni di individui. E siccome, malgrado l’innato no­ma­di­smo, non è semplice neppure per un ebreo lasciare un ambiente, abitudini di vita e lavoro per af­fron­tare in massa non spazi liberi e aperti ad ogni iniziati­va, ma am­bien­ti struttu­rati, talora sovrappopo­lati, forse osti­li malgrado le sua­den­ti parole dei propagandisti, sempre comunque problema­tici in questo scavalco di millen­nio, è certo natu­ra­le sup­porre l’esistenza di centinaia di migliaia – di milio­ni – di «reprobi» riluttanti alla conqui­sta di un po­sto al sole in Eretz Israel.

E di «millions of Jews» che non pensano affatto di lasciare l’URSS ci parla anche Rachel Cowan, mentre nel 1992 le «russe» Evgenja Albaz e Sonja Mar­golina ammet­tono, rispettivamen­te, cinque e «fino a otto» milioni di confratelli ex sovietici.

Ma la scossa maggiore ce la dà W.D. Rubinstein, docente di Sociologia alla School of Social Sciences dell’australiana Deakin University, saggista su Quadrant e collaboratore di altre riviste di prestigio internazionale. Se infatti egli nota nel testo che «le fonti più informate valutano oggi [l’edi­zione italiana dell’opera, prefazione di Arrigo Levi, è del 1986, l’originale del 1982, i dati sono quindi prece­denti] in 2.500.000-2.700.000 il totale della popolazio­ne ebraica sovieti­ca», nella nota 35 a fine capitolo VI leggiamo testualmente, scritto in ca­rat­teri picco­li: «Il World Almanac del 1979 (p.218) fissa questa cifra a 2.678.000 traendola dall’A­merican Je­wish Year Book 1978. È interessante notare che numerosi osservatori va­lutano il nu­me­ro della “vera” popolazione ebrea in una cifra molto più alta. Lo sto­rico dissi­dente Roy Medvedev, per metà di sangue ebreo, valuta il numero di ebrei “na­scosti” in “qualcosa tra uno e dieci milioni di individui”. Vedi H. Smith, The Rus­sians (Lon­don, 1979), p.576 (corsivo del-l’a.). Se in qualche modo l’ultima cifra fosse vera, in Unione Sovietica esisterebbe allora la più numerosa popolazione ebraica del mondo, anche se è legittimo dubitare della piena identità ebraica degli ebrei “nasco­sti”. Nel 1978, le città con il più alto numero di ebrei erano Mosca (285.000), Kiev (170.000) e Leningrado (165.000) (da World Almanac). Anche in que­sto caso alcuni osservatori giudicano che si tratti di cifre sottostimate».

Una scossa similare a quella dataci da Rubinstein ci viene da Jewish Week del 2 agosto 1991: avallato da Wolf Moskovich, chairman del dipartimento di Studi Rus­si e Slavi dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il rapporto Rising to the Challen­ge: Israel and the Absorp-tion of Soviet Jews, “Essere all’altezza della sfida: Israele e l’integrazione degli ebrei sovietici”, ci informa di un potenziale che va 3,5 a 12 milioni di ebrei sovietici, «all of whom would qualify for immediate citizenship under Israel’s Law of Return policy, che potrebbero tutti trovarsi nelle condizioni di divenire immediatamente cittadini israeliani secondo la Legge del Ritorno». Più moderato si presenta Rabbi Lawrence Hoffmann, nella prefazione alla nuova edizione di What is a Jew? dello zio Rabbi Morris Kertzer, riportandoci al 1990, peraltro al-quanto vagamente, «oltre tre milioni [di ebrei] in Russia e in Europa orientale».

Ad una cifra sui dieci milioni giunge invece, nel gennaio 1995, lo storico russo Viktor An-tonov, intellettuale in lotta per la restaurazio­ne della monarchia: cinque milioni sarebbero gli «ebrei pieni», cinque altri gli «ebrei a metà», tra i quali ultimi sono presenti «individui indirizzati in senso nazionale, russo, anti-ebraico» (Wolfgang Strauss in Staatsbriefe n.7/1995).

Un penultimo dato, da estrapolare con attenzione ma rivelatore,  l’of­fre Shalom n.7/1995. Parlando dei bambi­ni ebrei rimasti contaminati dall’e­splo­sione del reattore n.4 di Chernobyl, il mensile ce ne dà il numero, all’apri­le-maggio 1986, momento dell’accaduto, in 200.000 «per un raggio di un cen­ti­naio di chilometri e un’area di forse 100.000 chilometri quadrati […] a parte la città stessa [di Cher­nobyl], Kiev e Minsk». Ci viene anche detto che in quella stessa area, a cavallo tra Bielorussia e Ucraina, la popolazione ebraica globale contava allora 600.000 persone. Relazionando sull’Allgemeine Jüdische Wochenzeitung del 12 dicembre 1991 di un con­ve­gno tenuto a Kiev nell’estate sulle relazioni ebraico-ucraine, Grigori Fila­novskij aveva pe-raltro scritto che «in Ucraina un abitante su cinque è russo ed uno su dodici ebreo», il che equivale a contare 4 milioni gli ebrei nella sola Ucraina! (nessun pudore, tuttavia, ha l’American Jewish Year Book 1996 a darci, per la fine 1994, 210.000 ebrei ucraini su 52 milioni di per-sone). I dati ufficiali al 1992 sono invece 300-400.000 per l’Institute of Jewish Affairs e 480.000 per fonti statali ucraine, anche se su Le Soir del 25 marzo 1994 il ministro ucraino per le Nazionalità Oleksander I. Yemets comunica che nel 1989 c’erano nel paese oltre 500.000 ebrei, e che 200.000 erano emigrati nei cinque anni seguenti (nel 1970 il Lexique du Monde Juif ne aveva dati, per il 1959, soltanto 80.000!).

E 600.000 ebrei potrebbero vivere a Mosca (centoventi sono le organiz­za­zioni ebraiche nella sola capitale ex sovietica!), scrive nel febbraio 1996 Hershel Shanks, direttore di Moment, anche se «the usual estimate is between 150.000 and 200.000, approxima­tely the same size as the Jewish community o­f Washington, D.C.» (il che equivale a dire che da un quarto ad un terzo degli abitanti della capitale USA sono ebrei). Il fatto, continua Shanks, è che «quanti siano gli ebrei che vivono a Mosca, o anche nel­l’ex URSS, è impossible to determine accura-tely, in parte perché è molto difficile stabilire chi è ebreo. Chi è ebreo? Un individuo nato da madre ebrea (definizione in accordo con la legge religiosa ebraica)? un individuo con almeno un nonno ebreo (definizione im­plicita nella Legge del Ritorno israeliana, una specie di rivin­cita contro i nazisti, che fecero ebreo un individuo se aveva un nonno ebreo [affermazio­ne sempli­cemente falsa!])? un individuo che si definisce da sé ebreo? un individuo il cui passa­porto interno (invero, una carta d’identità rilasciata dal governo) dice che è ebreo? Nessuno di questi criteri è pienamente soddisfacente. Molti ebrei si definirono russi quan­do in Unione Sovietica era scomodo essere ebrei […] Il diffondersi dei matrimo­ni misti tra russi ed ebrei (nel linguaggio ordinario gli ebrei non sono russi) fa sembrare meschino il dato del 50% dei matri-moni misti degli ebrei americani […] Il presidente dell’Università Ebraica di Mosca si è sposato due volte, ed entrambe le volte con donne russe […] Malgrado tutta l’emigrazione dell’ul­timo decennio, la po­po­lazione ebraica della Russia (circa un milione e mezzo di per­so­ne, mentre altre stime superano i quattro milioni) forma la seconda maggiore co­mu­nità diasporica al mondo, dopo gli Stati Uniti. L’Ucraina, con un numero di ebrei che va da mezzo mi­lione a un milione, è la quarta, di poco più piccola della comunità ebraica di Francia [«oltre il 95% degli ebrei russi e ucraini vive oggi nelle maggiori città», ci dice Shanks, confermandoci la pro-pensione urbana degli Arruola­ti]. In Ucrai­na e in molti altri posti il numero degli ebrei è oggi in crescita, malgrado l’emi­grazio­ne, l’invecchiamento della popolazione e il basso tasso di nascite. Il fatto è che gli ebrei stanno uscendo dai loro rifugi [The reason: Jews are coming out of the wood­work]. Non c’è più da vergognarsi ad essere ebrei […] La rinascita del giudai­smo nell’ex URSS sarà forse un miracolo grande come la creazione di Israele».

Ma allora – ragioniamo! – 1. se «milioni» vogliono restare,  2. se 1.800.000 sono partiti o hanno fatto richie­sta,  3. se, come scrive il 1° luglio 1990 il New York Post citando esperti ebraici, ci sono nell’URSS ancora oltre 5 milioni di ebrei,  4. se, come scrive Elo Foti riferendo­si ai dati del convegno presieduto a Mi­la­no nel giugno 1991 dal presidente della World Zionist Or­ganization Simcha Dinitz, relatori Piero Ostelli­no (già diretto­re del Corriere della Sera e poi pre­si­dente I­SPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e i tre e­let­ti Furio Co­lom­bo, Edward Luttwak e il giornali­sta Enrico Sassoon (pilastro del primo quoti­diano e­conomico italiano, il Sole-24 Ore), «si prevede che nel giro di tre anni ar­ri­ve­ranno [in Israele] dal­l’URSS 1.200.000 nuo­vi cittadini» (quod deus avertat!, direbbero i pale­sti­nesi e­spropriati ed espro­priandi, esuli ed esuliz­zandi, per non dire dei morituri),  5. se, come riporta la consorella Simonetta Della Seta, ancora Dinitz ripete nel dicembre la cifra di 3-3,5 milioni («tra questi, 1.200.000 hanno già ricevuto l’invito a riunirsi con i parenti residenti in Israele»; 65 emissari dell’Agenzia Ebraica adempiono, nell’URSS in disfa­cimento, a due obiettivi principali: quello edu­cativo insegnando la lingua, la storia e l’attualità di Israele, e quello burocratico del collegamento coi familiari, della richiesta dei visti  e dell’organizzazione del viaggio),  6. se la Albaz e la Margolina, per non dire di Ru­bin­stein, Moskovich e Antonov, ci offro­no stime altissime e semplicemente sconvol­genti,  7. se, ammessi per veri i shalomi­ci 600.000 della zona con­ta­mi­nata (da cui sono escluse le grandi città, ricordi il lettore!), non sono allora veri i dati di Friesel 1979 per Bielorussia e Ucraina (che registrano soli 135.000 e 634.000 ebrei in 207.600 e 603.700 kmq), e quindi tanto­me­no i dati in the mid-1980s (doven­do essere decisamente più alti),  8. se nel 1996, quindi undici anni dopo Friesel e dopo almeno 6-700.000 emi­grati nel solo Israe­le, le cifre di Shanks per la sola Russia e Ucraina vanno da 2 a oltre 5 milioni (tenuto conto degli emigrati totali e del resto del territorio ex sovietico, le cifre globali shanksia­ne al 1985 potremmo ben determinarle, con estrema prudenza, in 3,5 e 8 milioni),  9. se il dato più recente dell’«autore­vo­le» Friesel 1985 per l’intera URSS è di 1.515.000 (superato anche da Natan Sharan­sky, che nel marzo 1996 an­nuncia, con Cremonesi, 700.000 «russi» sbar­cati nel solo Isra­ele dal 1989 e «l’arrivo di almeno un altro milione») – se tutto questo è vero, allora non riusciamo pro­prio a conciliare, pur con tut­ta la buona volontà e la sti­ma per la scien­ti­fi­cità di Friesel e l’onestà dei confratelli, tali contrad­dizioni in un quadro coe­ren­te.

      Se non fuoriu­scendo, ovviamente, dal Para­digma che ha fon­da­to e che regge il Sistema, vale a dire: dall’Immagi­nario Olocaustico.

Altre fonti lasciano infatti filtrare dati di ogni tipo, nella speranza che il grosso pubblico non solo non si accorga delle contraddi­zio­ni, ma non le colleghi alle olomenzogne propalate per decenni. Tra tali sorgenti di luce c’è il quotidiano israeliano di lingua tedesca Israel Nach-richten, che il 22 aprile 1993 riporta bel bello che «secondo alcuni demografi russi, la popola­zione ebrai­ca che vive attual­men­te nei paesi del­l’ex URSS viene stimata in cin­que milioni di persone, cioè ben più di quanto un tempo fosse previ­sto da Israele». Lo studio, effettua­to dal Cen­tro Studi Demogra­fici del parlamento russo, avrebbe scoperto solo oggi l’esisten­za di nu-merose co­mu­nità, residenti in città tenute segrete «per ragioni strate­gi­che» in quanto centri di ricerca nuclea­re. Città mai comparse su alcuna carta geogra­fica, almeno di quelle a dispo­si-zione del pub­blico (men­tre ci riesce difficile non supporre che, ad esempio attraverso i satel-liti, i «nemici» america­ni non ne siano a cono­scen­za da sempre, ci corre obbligo segnalare che il fatto non solo rivoluzione­rebbe l’in­terpretazio­ne dell’ultima sto­ria, ma sarebbe la prova della compli­ci­tà dei compari guerrafreddisti nella repres­sione della verità sull’olo­sterminio).

Oltre ad una prima tesi, del tutto legittima, che il vero am­mon­tare del corpus ju­daicum sarebbe sconosciuto, avendo le fonti ebraiche «dato i nu­me­ri» in buona fede (diversi essendo i criteri adottati per va­lu­tare l’ebraicità dei soggetti – criteri peraltro quasi mai esplici­tati al lettore), sarebbe infatti possibile un’unica altra spiegazione. E cioè che gli ebrei presenti in URSS sono, e lo sono stati per mezzo secolo, in nume­ro e­normemente su­periore a quan­to ci hanno da sempre rin­trona­to nelle orec­chie. Tale conclusione aprirebbe però le porte a una serie infi­ni­ta di consi­de­ra­zioni, due delle quali riguarde­reb­be­ro  1. la credi­bi­lità di tutte le sta-tisti­che e­brai­che finora offerteci e di quelle che ci verranno offerte in futuro (altro che gli 1,8-3 milioni di ebrei europei, Russia compresa, di cui, in un articolo dal titolo Aiutiamoci a non sparire, vaneggia L’Espresso nell’agosto 1995!), e  2. la necessità della re­vi­sione dell’intera demografia del passato, e quindi il riaprirsi dell’intera querelle olocaustica­. Contro i 2.600.000 di Hil­berg e i 600.000 del Centro Mondiale di Documenta­zione Ebrai­ca concernenti al 1945 il numero di ebrei sovietici sopravvissu­ti, stanno infatti, sempre al 1945, i 4.800.0­00 di Ras­si­nier e gli almeno 4.301.000 di Sanning. A riprova dell’usuale «chiarezza» ebraica, Rubin­stein disin­volteg­gia dicendo che «nell’Oloca­usto o nel corso di azioni militari avvenute duran­te la se­con­da guerra mon­diale, fu ucciso un numero di ebrei oscillante da 750.000 a 2.000.000 e più». Rilevi il lettore non solo il più che ampio ventaglio tra le due cifre (uno scarto financo del 200%!), ma anche la confu­sio­ne generata da quel­la «o» e l’estrema inde­termina­tezza di quel «di azioni militari»: quali azioni? quante azioni? da quale parte e come furono uccisi? in com-battimento o in esecu­zio­ni per mano tedesca? combat­ten­do dove? nelle retrovie quali terroristi partigiani? o nelle file dell’Armata Rossa? I Sei Milioni di partecipanti all’affaire, termine da intendersi allora nel senso vero e proprio di «affare» (inglese: business) e non di «questione» (tedesco: Frage), torne­reb­bero allora – esclusi i veri morti incolpevoli cui va inte­ra la nostra pietà, vilipesi proprio dalla Menzogna dei confratelli – da «gassati» alla loro abi­tua­le condizio­ne di «er­ranti» e da questa, mirabi­le dictu, a «risorti».

Ma analisi e dibattiti di questo tipo – di tipo cioè genuinamente storico e razionale – sono resi impossibili, per legge, non solo in Terra Rieducata, ma in paesi sempre più numerosi. Il 26 aprile 1994 è infatti il Bundesge­richtshof, capeggiato da Roman Herzog, candidato CDU alla bundes­pre­sidenza ove sarà elet­to un mese più tardi affidando il supremo seggio karlsruhico alla Riedu­ca­trice sinistro-liberale massonica Jutta Limbach (che nel giugno 1996 invocherà, sul­l’«esem­pio» del Tribunale di Norimber­ga, l’isti­tuzione di una Corte Internazio­nale contro i Crimini di Guerra), ad escogita­re il rimedio: il princi­pio della libertà di opinione/e­spressione, tutelato dalla Costituzione (o meglio dal Grundgesetz o “Legge Fondamentale”, imposto dai vincitori e mai sottoposto a ratifica popola­re), può essere invocato per tutto e per tutti tranne che per la Ausch­witz-Lüge, la Menzo­gna-Di-Chi-Nega-l’Olocau­sto, poiché lo stermi­nio degli ebrei è «una no­zio­ne assoda­ta, per la quale non sono neces­sarie perizie scientifiche a provare che sia avvenu­to». Il giudizio è infatti stato emesso in seacula saeculo­rum, fonda­to sui processi istruiti nel dopoguerra dai vincitori a carico dei vinti e nessuno deve più du­bi­tare del­la Giustizia. Niente più discus­sioni sul­l’atten­dibilità o meno dei testi, niente più – art.21 di Norimberga! – perizie tecni­che sulle «gassa­zioni», niente più indagine scientifica che possa essere popperia­na­mente verifica­bi­le e falsifica­bile: solo dogma, ottusità, vio­lenza e re­pres­sione.

Se in Francia la repressione democratica mostra il suo volto più ottuso proibendo plateal-mente per legge di mettere in dubbio le «verità» uscite da quel mostro giuridico che è stato il «processo» di Norimberga, condotto con tutta l’ipocrisia puritano-marxista dai Quattro Vinci­tori a carico dei vinti, il paese emblemati­co di tutte le finezze e le astuzie, di tutte le più callide violenze contro la razionalità, di tutte le ipocrisie e le buone intenzioni criminali resta però la Terra Rieducata: «Nella Germania del 2003 – ricor­da il francese Pierre Chas­sard – la repres­sione esercitata contro certe opinioni politiche è stata tale che in meno di un ventennio sono stati messi all’indice centinaia di libri. Ipocri­ta­mente, le autorità pretendono che la messa all’indice non è un divieto di scrive­re. Ma la misura ottiene il medesimo scopo, poiché gli scritti incriminati non possono esse­re resi accessibili al pubblico nelle librerie, nelle biblioteche, nei chioschi, nei servizi di vendita per corrispon­den­za. È inoltre proibito parlarne in qual-sivoglia maniera o semplice­mente citarli a titolo di riferimento in una bibliogra­fia. Queste misure arbi­tra­rie sono in pratica un autodafé permanente».

Altro quindi che il salmodiare del Supremo Tartufo tedesco, di cui ci relaziona la Frank-furter Allgemeine Zeitung il 15 dicembre 1997: «Die Wahrheit liegt nicht automatisch bei der Mehr­heit, schon gar nicht bei den jeweils Herrschenden, La verità non si trova auto­ma­ticamente nelle mag­gioranze, e neppure in chi, di volta in volta, detiene il potere» (altrettanto impu­di­co era stato il predecessore Weizsäcker: «Nie gab es auf deutschem Boden einen bes­seren Schutz der Freiheit­srechte des Bürgers als heute, Mai ci fu su suolo tedesco, come oggi, una maggiore tutela dei diritti di libertà del cittadino»)!

Altro quindi che le pie intenzioni – ma in cauda venenum! – del ministro dell’Interno Ger-hart Rudolf Baum, manifesta­te a Fran­co­forte alla Fiera del Libro 1979: «La critica è l’elemento vitale della civiltà politica di una democrazia liberale. Le libertà di opinione e di informazione garantiscono questa critica. Esse sono un diritto civile di libertà, essenziale e primario. Il libro è un componente essenziale di questa civiltà politica. Esso fu sempre il portatore di idee e il mezzo per ogni evoluzione spirituale […] Non solo dobbiamo tollerare la critica. La democrazia vuole che la esigiamo [Demo­kra­ti­sche Haltung for­dert, ihre Notwen­digkeit zu bejahen]. Non può e non deve essere compito dello Stato o di qual­siasi altro potere sociale stabilire cosa possa o non possa essere stampa­to. Piuttosto, noi abbiamo la libertà di assicurare che venga letto e stampato anche quanto è sbagliato, finché non ferisca ed offenda i diritti altrui»!

Quanto alla «responsa­bi­lità» dello scate­na­mento della guerra la Suprema Corte non ritie­ne invece per il momento, bontà sua, punibile la diversità di opinioni. Anche se, in effetti, giungere a conclusioni diverse da quelle canoniche potrebbe comportare il reato di minimizzazione delle responsabilità e dei crimini «nazisti».

I tribuna­li si vedono quindi affidare dalla massima istanza giuri­dica il compito di sanzio-nare la verità in materia storica, mentre il giudice si sostituisce allo studioso, facendosi ausiliare dei gruppi abilitati a chiamarlo in causa. La Verità si degrada a «verità giudi­zia­ria», non suscettibile di appello; i giudici diven­go­no oggetto di pres­sio­ni po­litico-massmediali, facitori di quei verdetti che i facitori di opinio­ne esigono.

Chi af­fer­ma «pubblicamen­te» – cioè anche in casa sua o in altro luogo privato ma in presenza di un «pub­bli­co» – che la Endlösung, cioè i Sei Milioni + le Camere a Gas, è  a. una mon­ta­tura,  b. una menzogna, c. una leg­gen­da, d. un mito, o che più neutra­men­te  e. non esistono pro­ve,  f. che altre sono le dimensio­ni e le cause delle per­di­te,  g. che, vista la carenza documentaria, la sbrigatività o l’incompletezza di certi ragiona­menti, sono neces­sa­rie ulteriori indagini, o h. che, per una qualsiasi ragione e per motivi suoi personali, sempli­ce­mente non riesce a crederci, compie un reato poi­ché, minimizzando o negando:

      1.  diffa­ma la memo­ria delle vittime: Verunglimpfung ei­nes Verstorbe­nen “vili­pendio di un defunto” (art.189), l’e­terno pre­te­sto: «pietà per i mor­ti!»; offesa poi non delle vittime, ma della loro me­moria, cioè di qualcosa che attiene a terzi,

      2. offende i su­perstiti e la Comunità: Beleidigung “ingiuria” (art.185), üble Nachrede ge-gen eine Einzelper­son “diffama­zione individuale” (art.186), Verleum­dung ge­gen eine Einzel-person “calunnia individuale” (art.187), più illustre pretesto: «hanno tanto soffer­to!»; quanto al massacro di decine di milioni di goyim non è il caso di parlare, de mini­mis non curat prae­tor,

      3.  quando pure non compia reati di Volksverhet­zun­g “sobillazione popolare / incitamento a delinquere” (art.130, il più generico e il più applicato ai revisioni­sti) e Auf­hetzung zum Rassenhaß “incitamento al­l’odio razziale ” (art.131)­.

Allargando poi la visuale alla legislazione degli altri paesi europei, tro­viamo tutta una sequela di altre oloimputazioni: 1. «Störung des öffen­tlichen Frie­dens, turbamento della pace pubblica» (come se una vera «pace pubblica» non avesse nulla a che fare con la «veri­tà», cioè col fonda­mento scientifico di una tesi, ma debba posare su brutali inte­ressi pratici!), 2. «istigazione a delinquere / sobil­la­zione del popolo [mediante diffu­sio­ne di falsità]» (la detta Volks­ver­het­zung, usata a piene mani dal GROD),  3. «incita­men­to all’odio raz­zia­le»,  4. «vili­pendio di de­funti» o della loro «memoria»,  5. «con­testa­zione di crimini contro l’uma­ni­tà» (in particolare, la francese Fabius-Gayssot),  6. «esaltazio­ne di geno­cidio» (co­me si possa esaltare una cosa negan­dola, è un salto lo­gico tal­men­te ardito che non riu­sciamo a capire!) e, al contrario,  7. «mini­mizzazione di genoci­dio» (la Bagatel­li­sie­rung dello svizzero art.265 bis, del Belgio e della Spagna, ma anche della liberale ministra della Giustizia Sabine Leu­theusser-Schnarren-ber­ger, che non si perita di affermare: «Ich darf noch­mals darauf hinweisen, daß eine Diskus­sion über die Zahl der Opfer des NS-Völker­mordes immer dann strafbar ist, wenn sie mit dem Ziel geführt wird, den mil­lionen­fachen Mord an der jüdischen Bevölke­rung zu relativieren oder zu bagatelli­sieren, Devo an­co­ra una volta richiamare l’attenzione sul fatto che una discussione sul numero del­le vittime del genocidio ope­ra­to dal nazio­nalsocial­ismo è sempre perse­guibile penal­mente se viene condot­ta allo scopo di relativizzare o di minimizzare l’as­sassinio di milioni di ebrei»), 8. «insulto alla dignità umana» (e spregio dei Sacrosanti Diritti), 9. «a­pologia di fa­sci­smo» (in particolare, l’italica legge Scelba), 10. «esalta­zio­ne/giustifi­ca­zione del nazismo», quando non  la più diretta 11. «NS-Wiederbet­äti­gung, ripe­ti­zione di at­ti­vità nazional­so­cialista» (tipica della legisla­zio­ne austriaca), 12. «anti­semiti­smo», 13. «Beschimpf­ung von Bekenntnis­sen, Reli­gions­gesell­schaften und Welt­anschau­ungs­ve­rei­nigungen, vili-pendio di con­fes­sioni, società reli­gio­se e associazioni ideologiche» (art.166 del CP tedesco) e addirittura – accusa semplicemente ridicola –  14. «deni­grazione della demo­crazia» (insensatezza logica, astrusità morale e schifezza politica che già si deni­gra bene da sé).

E il tutto, per avere rigettato un dogmatismo parareligioso ed essersi pro­posti di inda­gare con serietà, misura e onestà la più controversa storia del nostro secolo. Anche se nel lontano 1952 la Corte Supre­ma di God’s Own Cou­ntry ha sentenzia­to, a pro­po­sito di un’aperto sfre­gio anticristia­no, che «com­piere sacrile­gio non [è] motivo sufficien­te di censu­ra», per la magistratura dei ROD ciò non vale, ovviamente, quanto alla Sacralizza­zione Olocausti­ca.

Tornando alla Terra Rieducata, uno scivolone lo compie però il 7 maggio lo stesso Roman Herzog in un’in­ter­vista rilasciata alla Süddeut­sche Zeitung, ren­den­do­si pas­si­bile di sanzioni in base alle decisioni da lui stesso formulate: «È dunque del tutto indubita­bi­le, ed ora stabilito unanime­mente anche dalla Corte Costituzio­na­le, che c’è stato lo ster­mi­nio degli ebrei del­l’ordine di milioni di persone [es die millionen­fache Juden­ver­nicht­ung gege­ben hat]. Ed è del tutto indif­ferente [völlig gleichgül­tig] se furono sei, sei e mezzo o tre o anche solo un milione».Ma come? la differenza tra sei milioni e un milione sono cinque milioni! Per cinque milioni di esseri umani sarebbe «del tutto indif­fe­rente» la diffe­renza tra vita e morte? E taluno ster­minazio­ni­sta giunge a dire che «è la stessa cosa» – comporta cioè la stessa igno­mi­nia – avere «sterminato» 6.000.000 o 6000 o anche solo 6 perso­ne! Ma fosse «del tutto indifferente» o «la stessa cosa» (e non è questa la nostra opinio­ne, dato che abbiamo ancora il senso del ridicolo, e comunque bisogne­rebbe chiederlo ai nu­meri 7, 6001, 1.000.001, 3.000.0­01, etc.), sarebbe al­lo­ra «del tutto indif­ferente» parlare di 6 o 6000 perso­ne inve­ce che di 6.000.000. Si parli dun­que d’ora in poi, per logica proprie­tà transitiva, di 6 persone, o di 6000, e non di 6.000.000!

Invero, se è permesso an­che a noi avanzare una stima – peral­tro seguendo Finkelstein che «l’entità fisica [dell’Olo­causto] va ridotta» – porremmo ad un minimo di 500.000 gli ebrei de­ceduti per diretta o indiret­ta responsa­bi­lità tede­sca (per Heinz Roth, i revisionisti oscillano tra 200 e 500.000 sui 3,5 milioni di ebrei presenti e catturabili nella sfera di domi­nio tedesco; Sanning ne riporta 430.000, precisa­mente 130.000 sovie­tici e 300.000 di altri paesi, con possibili varia­zioni di decine di migliaia in più o in meno; a parte le 450.000 perdite ebraiche dovute alle deportazioni/esecu­zioni sovieti­che, Stephen Challen ne imputa 750.000 alla «direct or indirect responsability» dei tede­schi, mentre 4,3 milioni sarebbero gli ebrei «under their wartime control») e per tutte le cause: vecchiaia, malattie, fame, guerriglia, omici­di, rappresa­glie, esecu­zioni, bombarda­menti anglo-america­ni sui cam­pi, etc. «Gas», ovviamen­te, escluso.

Ed egualmente escluse tutte quelle «vittime» cui si apparenta la bimba con la quale cerca di annichilirci, il 4 aprile 2000 nel processo Amaudruz al Tribunal Correctionel di Losanna, l’olo-scampato da Gross-Rosen e Buchenwald (ove il fratello fu «ucciso con un’iniezione») Léon Reich: « È la prima volta che testimonio in un tribunale. Peraltro, ho spesso parlato di questi fatti nelle scuole […] Ma voglio raccontarvi una storia ancora peggiore di quella delle camere a gas; è stato quando eravamo nascosti con ventidue persone in un fienile [dans une grange], ove una madre dovette soffocare la figlia affinché il suo pianto non allarmasse una pattuglia nei pressi». Interrotto dal presidente Michel Carrard, tutto preso da tali «émouvants témoigna-ges», che mostra al pubblico le fantasie olohorror dell’olopittore David Olère (quello che aveva asseverato le salsicce di carne umana fabbricate dalle SS e deliziosamente chiamate Krema-wurst), Reich completa le sue il 20 ottobre 2001 sul quotidiano friburghese La Liberté: «Io ho vissuto la realtà dei campi di concentramento. Ma la cosa peggiore per me è un episodio vissuto nell’aprile 1942 con mia madre e la mia piccola nipote di due anni e mezzo. Da giorni eravamo nascosti in una mansarda [dans une mansarde] con più di venti ebrei, quando una squadra tedesca è entrata per ispezionare la casa [pour fouiller la maison]. Eravamo impietriti, spaventati che la piccola si mettesse a piangere e rivelasse il nostro nascondiglio. Allora mia madre ha dovuto decidere di soffocare [a dû décide d’étouffer] lei stessa la nipote con un cuscino. Ne rivedo ancora gli occhi. Nessuna parola può esprimere l’orrore di un tale momento. Fortunatamente i soldati se ne sono andati in fretta e abbiamo potuto rianimare la piccola Sarah. Per me questa immagine, come quella della separazione dei figli dai genitori, è peggio di quella delle camere a gas». «È doveroso», commenta René-Louis Berclaz, «constatare che nella deposizione in tribunale Lèon Reich ha “dimenticato” due importanti precisazioni: 1. le persone in questione erano sua madre e sua nipote, 2. la nipote non è morta nelle circostanze descritte dal teste». Da parte nostra, un terzo rilievo: nel giornale, il «fienile» del tribunale si metamorfizza miracolosamente nella «mansarda» di una «casa».

Bibliografia

– Buruma I. (II), L’interventismo umanitario e la paura di un’altra Shoah, «CdS», 3 giugno 2007
– Ovadia M. (III), Il Museo Ebraico di Berlino, «riservato» ai tedeschi, «CdS», 11 settem¬bre 2001
– Ovadia M. (IV), Lavoratori di tutto il mondo, ridete – La rivoluzione umoristica del comunismo,   Einaudi, 2007
– Nissim G. (I), Olocausto, responsabilità, identità, «Ottavogiorno» n.2-3, 1987
– Picciotto Fargion L. (I), Memoria della Shoà: condizionamenti, revisioni, negazioni, in «Studi bresciani – Quaderni     della Fondazione Micheletti» n.9, 1996
– Pinto D. (II), Il terzo interlocutore, in Liliana Weinberg, 2008
– Wieviorka A. (III), Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, 1999
– Segre R.A. (II), I buchi neri della coscienza – Papon, gli ebrei e le colpe dell’Eu¬ropa, «il Giornale», 30 ottobre     1997
– Segre V.D. (III), Ma ricordare serve a non ricadere nel baratro, «Panorama», 6 novembre 1997
– Sereny G. (III), Germania, il trauma di una nazione – Riflessioni 1938-2001, Rizzoli, 2002

Articoli precedenti sulle “Valenze dell’olocausto

0139/ IV) 07-03-13 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio, psicosi ebraica, progetto mondialista: difensiva

0139/ III )  22-’2-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: socio-politica

0139/ II )  Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: psico-comunitaria

0139/ I )  16-02-2013 Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: storica

0139/ 0)  14-02-2013 Le valenze dell’olocau$to in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista

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