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Feb 22

0139 / III – Le valenze dell’olocausto in Holocaustica religio,psicosi ebraica, progetto mondialista: socio-politica

Brano tratto da

HOLOCAUSTICA RELIGIO

Psicosi ebraica, progetto mondialista

di  Gianantonio Valli
seconda edizione, ampliata, corretta  e reimpostata, di
Holocaustica religio – Fondamenti di un paradigma

LE VALENZE DELL’OLOCAUSTO

socio-politica

Copertina di Holocaustica religio, cliccare sulla foto per ingrandirla

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(…)(pagg.90→93)    La Holo­caust-Fixie­rung, la «con­fer­ma­zione/fissazione» olocau­sti­ca (espres­sione sempre di Wolffsohn), vale poi co­me «santuario della reli­gione profana dello Sta­to», «perno dell’iden­ti­tà ebraica», «la forza più importante che foggiò la moderna identità ebraica» (Sander Gilman) e «stru­mento politico-educati­vo» che fonda la reli­gio­ne civile di Israele, legittima l’ordine sociale, integra la popola­zione e mobilita non solo quella società statuale, ma l’ebraismo tutto, poiché, afferma il Senior Rabbi Plaut, «the Jewish com­munity in Israel [is] a unique core group of the Eter­nal People, la comunità ebraica in Israele [è] lo straordina­rio, assoluto nocciolo del Popolo Eterno». Concetto anticipato da Gedalja Ben Elieser: «lo Stato ebrai­co… il solo bastione che potremmo oppor­re alla nostra quasi suggellata deca­denza», riaf­fer­mato da J.J. Goldberg: «L’esisten­za di Israele portò gli ebrei di tutto il mondo a trovare una nuova forza e un nuovo senso nel giudaismo. La celebrazione di Israele divenne un tema centrale nella vita e nella cultura della comunità organizzata ebraica, nei riti sinagogali e nell’e­ducazione religiosa», ribadito da Wizenthal: «Se prima di Auschwitz era forse ancora possibile staccarsi dalla comunità di destino degli ebrei, dopo Auschwitz è impensabile», riaffermato infine dal-l’ex primo ministro israelia­no Benjamin Netanyahu (poi tornato al potere nel 2008) a un migliaio di confratelli radunati in conve­gno in California e ripreso il 28 febbraio 2000 dal Daily Pilot di New­port Beach, Costa Mesa, CA: «If Israel had not come into existence after World War II, then I am certain the Jewish race wouldn’t have survived, Se Israele non fosse nato dopo la Seconda Guerra Mondiale,

sono certo che la razza ebraica sarebbe scompar­sa».

Olocausto ed Entità «Sionista» – cornerstones, «pietre angolari» dell’ebrai­smo con­temporaneo – sono stati, sono e saranno per sempre legati; come scri­ve David Gor­dis, presiden­te del Collegio Ebraico di Boston: «Con l’afferma­zione del giudaismo americano, l’Olocausto e la nascita dello Stato di Israele sono gli aspetti più notevoli nel panorama dell’ebraismo contem­pora­neo»; egu­almente Sheldon Zimmerman, se­nior rabbi del Tempio Emanu-El a Dallas: «La nostra vita si svolge tra i poli dell’Olocausto e della nascita dello Stato di Israele»; egualmente Simon Herman, che sottolinea, nella sua ricerca sull’identità ebraica secondo una prospettiva socio-psicologica, «the central place of the Holocaust and of the creation of Israel in con-tempo­rary Jewish consciousness, il posto centrale occupa­to dall’Olocausto e dalla creazione dello Stato d’Israele nella coscienza ebraica contemporanea».

Ed ancora Segev, per il quale l’Olocausto, già «compo­nente do­minante dell’i­dentità israeliana» che «accanto alla religione e alla ideologia sionista divenne una delle fonti vitali, da cui gli israeliani trassero elementi della loro identi­tà», è oggi, nel senso più pieno, la religione civile di Israele (il termine civil religion, coniato nel 1967 dall’eletto sociologo Robert Bellah, designa, nota Mi­chael Gold­berg, «i rac­conti, le idealità e le pratiche che la politica moderna usa con accento di trascen­denza affinché i cittadini tratti­no lo Stato con senso di rispet­to»): «Come l’Olo­causto ha conferito ai sei milioni di vittime un’iden­tità postuma, ha anche formato l’identità collettiva di questa nuova terra – non solo in rapporto ai sopravvissuti che vi giunsero dopo la guerra, ma in rapporto a tutti gli israeliani, allora come oggi […] Il “retaggio dell’Olocau­sto” [in ebraico: moreshet haShoah] è […] un’occasione per gli israe­lia­ni laici di dimostra­re la loro adesione al retaggio ebraico. E la sua importanza nella vita quotidiana cresce vieppiù; Israele è diventato “più ebraico” e si palesa sempre meno “israelia­no”. Dall’ini­zio degli anni Ottanta non è in pratica pas­sato gior­no senza che l’Olo­causto non sia stato ricordato sui quotidia­ni. È il tema domi­nan­te nella letteratu­ra e nella poesia, nel teatro, nel cinema e alla televisio­ne […] È diventato una componente dominante dell’i­denti­tà israe­liana a un punto tale che Zeidan At-schi, un deputato druso, insistè anche lui sulla sua parte di “coscienza olocausti­ca”».

Ed egualmente la Ni­renstein (III): «L’Olocausto è un mo­mento molto im­por­tan­te per l’i­dentificazio­ne israelia­na.

Molti ragazzi israeliani si considera­no essi stessi dei sopravvis­suti.

Cercano radici nella storia prima del 1948 e le trovano nell’Olo­cau­sto. È l’unica gioventù del mondo che va in gita orga­niz­za­ta nei campi di sterminio. Non c’è giorno, in Israele, in cui l’Olo­causto non faccia notizia sui giornali».

Ed egualmente lo Jewish Chronicle 13 settembre 1996: «L’Olo­causto reste­rà una componente fondamentale della moderna identità ebraica. Allo stesso modo che il racconto dell’Esodo è diventato una componente dell’iden­tità ebraica» (senz’altro commento, ri­cor­diamo solo che l’Esodo, assurda favola senza radice storica, rientra in un mero quadro di  psicopatolo­gia  individuale e naziona­le). Nulla di particolarmen­te originale, del resto, se già il filosofo Ernst Cassirer aveva sostenuto, nel Saggio sull’uomo, che la funzione pratica del mito è promuovere la solidarietà sociale – e la solidarietà con la natura come totalità – in momenti di crisi della società.

Ed egualmente Idith Zertal, sottolineando quella funzione unificante già descritta da George Mosse in L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste e rilevando come la memoria dell’Olocausto sia ormai «una risorsa fondamen­tale, un serbatoio inesauri­bile di immagini, argomentazioni, affermazioni»: «Fase essenziale nella formazione e nella configura­zione della comunità nazionale è la sua percezione quale comunità-trauma, “comunità-vittima“, e la creazione di un pantheon dei suoi defunti martiri, nelle cui immagini figli e figlie della nazione vedano riflessi i propri ideali. Mediante l’allesti­mento di un martirolo­gio specifico alla comunità, in particolare, questa diventa un collettivo rammemo­rante che si ricorda e si racconta per il tramite della memoria unificante delle catastrofi, delle sofferenze e della vittimizzazione, e istituisce un legame tra i propri membri instillando in loro il sentimento di un destino e di una missione comuni; in questo modo si crea un sentimento di appartenenza na­zionale e la nazione si consolida […]

La “vittimizzazio­ne”, ha scritto Martin Jaffre in un articolo sulla comunità-vittima e la ritualizzazio­ne della Shoah, “è facilmente tematiz­zata, nella memoria e nella storia, quale momento di vittoria. Ossia, quando trasfor­mata dall’immaginazione reli­giosa in mito, l’esperienza della vittimizzazione può conferire alla vittima una specie di sacralità e di potere”.

Nelle storie incardinate su catastrofe e distruzione, “la vittima è sempre vittima e, insieme, vincitore; sempre distrut­ta, sempre rinasce in una forma che riesce a prevalere sul carnefice”. La prin­ci­pale beneficiaria di questo potenziamento, afferma Jaffe, è la comunità, che si percepisce quale testimone stori­ca dell’avvili­mento della vittima e del suo successi­vo trascendimento quale corpo storico la cui esperienza, la cui esi­sten­za, salvaguarda e fa rivivere il momento dell’avvilimento e della trasfigurazio­ne […] Come in passato, gli avvenimenti dell’oggi sembrano mostrare che il processo di sacralizzazio­ne della Shoah, in sé una forma del suo svilimento, accompagnato al concetto di sacra­lità della terra, e la sottomissio­ne dei viventi a questa duplice teologia, hanno trasformato un rifugio, un focolare, una patria in un tempio e in un altare perpetuo».

Ed egualmente, critica disincantata eppur par­te­ci­pe di uno Stato sempre più occidenta­lizzato, Ruthie Podhoretz figlia di Nor­man, parlando di una visita com­piuta a Yad Vashem dalla figlia Noam con la cugi­netta Sarah: «That’s what Israel adds up to for an Israeli kid: McDo­nald’s and the Holo­caust, Questo è quanto Israe­le signifi­ca per un ragazzo israeliano: McDo­nald’s e l’Olocau­sto».

Più brutale ancora è Avraham Einam, figlio dei «polacchi» Esther e Yekhiel Ko­po­lowitz giunti in Palestina nel 1936, rigido ortodosso contro il fratello Schneor, sionista laico: «Non credo che sia possibile un riavvicina­mento fra noi [fratelli]. Presto o tardi arriverà un rabbino che dirà: “Chi è per Dio, mi segua”. Gli ortodossi lo seguiranno. Noi sionisti religiosi non abbiamo scelta, al novanta per cento seguire­mo quel rabbi­no. Presto o tardi ci sarà uno scisma. Formeremo due popoli separati. È ciò che è accaduto ai sadducei e agli esseni. Non è più il momento di coprirci il volto. Non si può più parlare di “bambino in cattività” a proposito dei laici [riferi­men­to a un dibattito talmudico su come considerare un bambino ebreo allevato fuori del giu­dai­smo]. Si cerca con tutti i mezzi di rimettere il coperchio a questa pentola in ebollizio­ne, si forma una commis­sione per risolvere la questione di via Bar Ilan [l’arteria di Gerusalemme per la quale gli ortodossi chiedono la chiusura al traffico nel giorno di sabato, contestata dai laici]. Non servirà a nulla. La sola cosa che ancora impedisce una rottura definitiva con la società civile è la vicinanza del geno­ci­dio. La Shoah è ancora troppo recente perché un rabbi­no arrivi fino a dichia­ra­re consumata la rottu­ra. Ma succede­rà. È inevitabi­le» (ridando conferma del parallelismo Olocausto = Stato d’Israele, Alan Dersho­witz scrive apertamen­te che «a mio parere gli ebrei americani resteranno uniti in futuro principalmente [primarily] in conse­guenza delle incessanti minacce alla sicurezza d’Israele»).

Tesi espressa in modo altrettanto esplicito dall’ex ambascia­tore Sergio Romano II, poi storico ed editorialista del Corriere della Sera, in uno «scanda­loso» (in quanto non propriamente servile) volume: «Il ricordo del geno­cidio diventa ancora una volta, per molti attivisti ebrei, sionisti e non sionisti, il paravento dietro il quale si nascondo­no le divergenze che agitano il mondo ebraico. Qualcosa del genere, per certi aspetti, è accaduto [nell]a sinistra [goyish], dove il ricordo del genoci­dio serve ad attenuare o compen­sa­re le crescenti riserve per la politica dello Stato israeliano, soprattutto dopo la morte di Rabin e la vittoria dei partiti conservato­ri nelle elezioni del 1996. Vi è dell’altro. Il ricordo del genocidio continua a essere il terreno su cui l’ebraismo e la sinistra pos­so­no incontrarsi e collaborare», strettamente legati da «un patto di mutuo soccor­so». Tesi ribadita in un’altrettanto «scandalosa» intervista poche settimane dopo: «La nomenklatura del mondo ebraico, in parti­cola­re, ha utilizzato il genocidio come una sorta di “interes­se corpora­tivo” per tenere insieme tutto il suo variega­to mondo ed è questa nomenklatu­ra che sostiene ancora, implici­tamente, che il peccato antisemita può essere trasmissi­bi­le da una generazio­ne all’altra». 47

Più avvertito degli antichi confratelli più o meno zelotici, Ha­noch Marma­ri, di­rettore di Haaretz, il più autorevole quoti­diano israe­liano, conclude sulla falsariga, quanto a più moderne epoche: «L’ombra dell’Olo­causto fa tuttora parte integrante del­la cultu­ra nazionale [israelia­na e giudaica]». Del tutto minoritaria e aspra­mente criticata dai confratelli è infatti la posizione dell’antisionista Michael Goldberg – rabbino della congregazio­ne losangelina B’nai Tikvah, docente di Studi Ebraici alla minneso­tiana St. John’s University e al College of William and Mary, nonché «one of the lea­ding Jewish theolo­gians and ethi­cists in America» – il quale, richia­man­dosi alla centralità del Patto con Dio e del giudaismo religioso per il vero ebraismo, si scaglia contro la «sterilità» dell’«Holo­caust cult» ideato dal detto trio composto da Facken­heim, dal­l’«High Priest» Elie Wiesel e dal «false prophet» Irving Green­berg:

«Dalla Seconda Guerra Mondiale migliaia di monumenti ed almeno un cen­tinaio di musei sono stati innalzati in Europa, Israele e Stati Uniti per venerare [to enshrine] il ricordo dell’Olocausto. Le somme profuse [the wealth lavished] nella loro costruzio­ne e manuten­zione testimoniano la devozione degli adepti alla setta in misura molto mag­giore che non gli antichi templi buddisti o la Chiesa medievale. Ogni anno pellegrina a questi santuari olocaustici [make pilgrimage to these Holo­caust shrines, ove il termine shrine vale «reliquiario, altare, tempio, santuario»] molta più gente di quanta non ne morì nell’Olocau­sto stesso!

[in nota: «Consideran­do anche solo i tre maggiori luoghi di ri­cor­do olo­caustico, nel 1993 visitarono l’US Holo­caust Memorial Museum 1,8 milioni di persone, oltre 1,3 milioni viaggiarono a Yad Va­shem e oltre 750.000 si recarono ad Auschwitz»; quarto mon­strum, inaugurato nel giugno 2000 da Elisabetta II, è l’olo­mostra perma­nente nell’Imperial War Museum di Londra che, organizzata in quattro anni su 12.000 mq, non solo riuni­sce fotografie e «testimo­nianze» prestate da musei israe­lia­ni e americani, ma permette ai pellegrini di assistere ininterrotti su un piccolo schermo al racconto di sedici oloscampati, rie­vo­canti, scrive Giacomo Kahn, le «peren­ni ferite della memoria»]. Ironicamente, per la massima parte della loro storia gli ebrei rifuggi­ro­no tradizional­mente dai santuari, in particolare dai santuari dedicati ai morti. Li considera­vano [una forma di venera­zio­ne] goyish e, almeno dal punto di vista storico, avevano ragione».

Nota:

47.  Al riguardo teniamo infatti presenti non solo le innumeri divi­sioni del giu­daismo – Hertzberg parla di «a divided house, casa divisa» e «Jewish factiona­lism, faziosi­tà­/settarismo ebraico» – e l’e­strema diver­sità di costu­mi, esisten­za, psico­lo­gia e pratici inte­ressi delle odierne settanta comunità diaspori­che, ma anche la consi­derevole fram­men­ta­zione del pano­rama poli­tico isra­e­liano: per i 120 seggi della Knesset (il par­la­mento mono­camerale istituito col numero di membri della fantasticata Grande Assem­blea veterote­stamentaria di Esdra e Neemia; a differen­za di altre demo­cra­zie, i depu­ta­ti sono nominati dai partiti, non scelti dai cittadini, ai quali solo compete di votare il partito, che in base ai suffragi ottenuti ha diritto alla corrispon­den­te quota di deputati) con­cor­rono fino a trenta parti­ti.

Ben noto è inoltre da secoli, tra gli stessi Arruola­ti, intrisi fino al midollo di ipercriticismo e spirito anarchico – peculiarità piamente giustifi­cate da Rabbi Ouaknin col motto: «La divergenza d’opinione è un segno di buona salute socia­le» – il detto che «ove sono due ebrei, ci sono tre opinio­ni» (Eugene Kohn). O che ove sono tre ebrei si formano presto quattro par­ti­ti. O anche, più sottilmen­te, che ove sono sette partiti e quattro ebrei c’è di mezzo un cretino: l’ebreo che ha un’idea politica sola. Di «stori­ca caratteristi­ca [ebraica] di litigiosità» parla anche il presidente della comunità milanese Cobi Bena­toff. Basti cita­re il coacervo di posizioni che ha fram­men­tato l’e­brai­smo negli ulti­mi tre secoli: chassidi­smo nelle sue più discordanti for­me (dai seguaci dei messia Shabbe­tai Zevi e Jakob Frank a quelli di Shneur Zalman di Lyady, da Nach­man di Braz­law, pronipote del «Maestro del Santo Nome» Yisra­el ben Eliezer «Besht, Baal Shem Tov» – l’appellati­vo Besht viene dato agli illuminati che conoscono il Nome Nascosto di Dio e gli altri nomi del Tetragramma che conce­dono loro di inca­na­lare la forza divina per compiere miracoli, guarire i malati – a Dow Bär di Mese­rich e ai Lubavit­ch, etc.) e mit­nag­ge­dim, orto­dossi e maskilim (i liberi pensatori illuministi, visti in Israele come il male, «la testa del serpente»), ultraorto­dossi antisionisti e sionisti secolari o religiosi, «grandi» e «piccoli» sionisti, socialisti sionisti e socialisti cosmopoli­ti, marxisti e antimarxi­sti, bolscevichi e anti-bolscevi­chi, stalinisti e trotzki­sti, rivoluziona­ri-comunisti e rivolu­zio­nari-capitalisti, riformati e conserva­tori, ortodossi e ricostruzio­ni­sti… Pressoché sconosciuti ai goyim, alcuni fatti:

1.  per quanto il Carmilly-Wein­ber­ger affermi che «la censura non è un’inven­zio­ne ebraica. È estra­nea allo spiri­to ebraico», lo stesso ci informa non solo che «un totale di 250-300 libri cadde vittima della censura interna che esistette tra gli ebrei per duemila anni, in massi­ma parte negli ultimi due secoli», ma anche che la censura è spesso indi­spensa­bile, poiché «è del tutto naturale che un popolo si preoccupi di difende­re la pro­pria cultura. Per una nazione rinunciare al suo unico spirito e al suo particola­re carattere equivale al suicidio […] Quanto più unici sono la sua fede e il suo spirito, tanto più strenua­mente ci si dovrebbe aspettare che una nazione resista ai tentativi di forze aliene che vogliono imporle i propri valori e i propri dei»;

      2. innume­ri sono quindi stati gli episodi di scomunica di autori ebrei non-con­for­mi, pericolo­si per la compattezza delle comu­ni­tà, messi al bando, con le più truci espressioni, su decreto rabbinico non solo dalla loro comunità ma dalle comunità consorelle, come innumeri sono stati i roghi delle loro opere, giudicate perniciose per la salute spirituale (al­tro che il simbolico rogo operato dai nazio­nal­socialisti sull’Ale­xanderplatz il 10 maggio 1933!); per i quali roghi basti citare quelli: a fine Quattro­cento, del Sefer haAmitiyut, in arabo Kitab al Hakayk “Libro della Verità” di ignoto stu­dio­so di Tzada, arso a Sana nello Yemen; a metà Cin­que­cen­to, del Sefer Milha­mot Adonai “Libro delle guerre del Signore” del trecen­tesco «fran­cese» maimonideo Rabbi Levi ben Gershon, noto come il Gersonide o «Ralbag»; nella seconda metà del Seicento, le opere dell’ex marrano secen­te­sco anti-sabbateano Abraham Michael Cardo­zo, dannate dal tribunale rab­binico di Smirne; egualmente, l’antologia di poemi anti-sabba­te­ani Tzvi Mudah “Tzvi il Rifiutato” degli «italiani» Jacob ed Emanuel Frances, arsa dai rabbini di Mantova; nel 1709, delle Liebliche Tefillah “Preghiere d’amore” di Aaron Samuel di Her­ger­shau­sen, anatemizzate, sequestrate e non bruciate ma seppellite (perché scritte in ebraico-tedesco) e contenenti nuove preghiere extra-liturgiche; nel 1715, del Shever Poshim di Rabbi Moses Hagiz, fatto sequestrare e bruciare dai capi della comuni­tà «portoghese» di Amsterdam per avere attaccato il sabba­te­ano Nehemiah Hiyya Hayon (tosto, in ogni paese d’Europa altri ebrei bruciano a ritorsione le opere di Hayyon); nella prima metà del Settecento, di numerose opere dell’«ereti­co» cabbalista Rabbi Moses Hayyim Luzzatto, invano difeso dal suo maestro Rabbi Isaiah Bassan; similmente, viene arso Simhat haNefesh “Gioia dell’anima” di Elhanan Kirchhahn, comparso in due parti nel 1707 a Francoforte sul Meno e nel 1727 a Fürth, discussione in ebraico-tedesco su leggi e costumi ebraici con passi tradotti del Schulchan aruch (una versione dell’o­pera edita a Shklov nel 1796 omette l’intera sezione legale); nel 1754, una decina di opere di Rabbi Jacob ben Tzvi Emden, feroce avversa­rio del pre­sunto sabbateano Rabbi Jonathan Eybe­schütz, mandate al rogo dal tribunale rabbinico di Cracovia (a ritorsione, Emden denuncia alle autorità goyish, onde vengano arse a loro volta, le opere dell’avver­sario; il divieto di perseguitare i correligionari con anatemi e decreti arsionari viene imposto agli ebrei dai sovrani illumini­sti, in primis Giuseppe II d’Austria!); nel 1781, sabato il 20 di Av, l’anate­ma di diverse opere chassidiche ad opera del Vilna Gaon, in partico­la­re le Toldot Yaakov Yosef “Racconti di Giaco­mo Giusep­pe” acquistate in blocco e bruciate per le strade di Praga; nel 1782, di Divrei Shalom V’Emet “Parole di pace e verità” dell’il­lu­minista mendelsso­hnia­no Rabbi Hartwig (Naphtali Herz) Wessely, su decreti del Gaon di Vilna, ove il libro viene anche materialmente «impiccato», e dei rabbini di Lissa, Glogau, Posen e Berlino, il cui caporab­bi Hershel ben Aryeh Loeb Levin cerca di espellere Wes­sely dalla città; nel 1789, di Teshuvah al Mitzpe Yekutiel di Rabbi Raphael Cohen, pubblica­mente bruciato nel cortile della vecchia sinagoga a Berlino; nel 1798, di Imrei Noam, commento­ del­l’«un­gherese» Rabbi Aaron Chorin alle regole alimentari, se­questra­to e distrutto con tre altre sue opere dal caporabbi moravo Marcus Bene­dict/Mor­de­chai Baneth (a ritorsione, il libro Ma­kel Noam di Rabbi Isaac Griesha­ber, conte­stato­re di Chorin, viene di­strutto dai sostenitori di questi); nel 1807, di Pesher Davat, del buon Menashe ben Porat, che cerca di ac­cor­da­re le dottrine del Vilna Gaon e di Shneur Zal­man di Lyady, ottenendo a ringrazia­mento l’anatema dal Vilna Gaon e la distruzione di tutte le copie (tranne una, oggi al British Museum); nel 1819, di Megalleh Te­mirin, opera dell’illu­minista antichassi­dico Joseph Perl di Tarnopol, mandata al rogo in varie città galizia­ne; nel 1824, del­l’a­no­nimo Sefer haKundass “Libro di scherno”, parodia del Schul­chan aruch ad opera del­l’illuminista Abraham Isaac Landau di Podka­men/Polo­nia;

      3.  e la scomunica da parte dell’uffi­cia­lità rabbi­nica raggiunge anche l’ampio filone chassidico fonda­to dal «Baal Shem Tov» (1698-1760). Ad aprire ufficial­mente le ostilità contro i chassidici – caratterizzati da cinque aspetti che minano l’ebraismo rabbinico: 1. impor­tan­za data alla Qabba­lah e allo Zohar (fonte fonda­men­tale per il chassidi­smo, seconda per dignità solo alla Scrittura), 2. concetto che ogni atto della vita è in sé religioso, 3. ricerca della comunione con Dio, 4. intensa vita comuni­taria e, soprattutto, 5. culto del rebbe – è nel 1772 l’insigne Eliyahu ben Shlomo Zalmen o Elijah ben Solomon Zalman, Gaon di Vilna (1720-97), che non solo sco­mu­ni­ca per la prima vol­ta le dottrine eretiche, vinco­lando le comu­ni­tà ad «estin­gue­re» la «blasfema» setta mistica e facen­do­ne bru­ciare gli scritti, ma non esita a ricorrere al governo goyish per eliminare i mistici rivali (per due volte viene arrestato dalle autorità russe perfino il grande Shneur Zalman di Lyady, rilasciato in seguito all’amni­stia che nel 1801 segue l’asce­sa al trono dello zar Alessandro I). In effetti, già nel 1756 Rabbi Hayym Rappaport e altri tredici rabbini della galiziana Brody avevano bandito lo Zohar e tutte le opere di Rabbi Yitzchak Luria Ha-ashkenazi (1534-72, il capo della cabbalistica «Comunità dei Santi» di Safed) e dei suoi seguaci, vietando­ne la lettura a chi non fosse trenta-quarantenne, e in ogni caso permetten­dola solo ai ferrati nella legge rabbi­ni­ca.

Le due correnti del chassidismo e degli ortodossi non chassidici – gli aderenti al­l’uf­ficialità rabbinica detti mitnagge­dim, «prote­stanti, opposito­ri» – si riavvicine­ranno pochi decenni dopo per fron­teg­gia­re l’assal­to all’ebrai­smo tradizionale por­ta­to dapprima dal razionali­smo illumi­ni­stico dei maski­lim (il movimento dell’ha­skalah teorizzato nel 1782 da Wes­sely) e in seguito dalla triade: e­brai­smo rifor­mato, socialismo e sionismo poli­ti­co, giungendo persino, nell’ago­sto 1848, ad eliminare a Leopoli mediante vele­no il rabbino Abraham Kohn, strenuo rifor­ma­to­re e moderniz­zante. L’ulti­mo rogo da parte degli ortodossi contro i non-confor­mi, come i seguaci di Rabbi Mordecai Kaplan, ha luogo nel 1945 nel Paese di Dio, ove su una piazza newyorkese viene data alle fiam­me una copia dello Shab­bat Prayer­book della «quarta setta» Jewish Reconstru­ctionist Foundation. Nel 1997, alla morte di Hugo Gryn, rabbino della West London Syna­gogue, Jo­na­than Sacks, rab­bino capo della comunità britannica e già autore di Tradition in an Untraditional Age – Essays on Modern Jewish Thought “La tra­di­zio­ne in un’epoca non-tradizionale – Saggi sul moderno pensiero ebrai­co”, assi­cura i «colle­ghi» ultraortodos­si che nel discorso comme­morativo avrebbe ricordato il defunto solo quale so­pravvissu­to olo­caustico, senza riconoscergli, in quanto aderente Reform, legitti­mi­tà quale rabbino. Cinque anni dopo, nell’agosto 2002, suscitando un vespaio di polemiche, in un’intervista al Guardian Sacks si scaglie­rà contro l’operato di Israele nei Territori Occupati, definendolo «incompatibi­le con gli ideali più profondi dell’ebrai­smo […] Questo conflit­to prolungato sta generando odii e insensi­bilità, e finirà per corrom­pere la nostra cultura».

Quanto alla più feroce aggressivi­tà dei confratel­li orto­dossi: l’israeliano Jacob Ner-David, ebreo conser­vative e già attivi­sta contro il Car­melo di Ausch­witz («in 1989 I pro­te­sted the presence of a Carmelite Convent at Auschwitz and suffered physi­cal abuse at the hands of local Poles in Oswiecim, nel 1989 ho manife­stato contro la presenza delle suore carmelita­ne ad Auschwitz e sono stato percosso dai polacchi della cittadi­na»), riporta un episo­dio in cui lui stesso, la moglie e i due figli, recatisi al «Muro del Pianto» per la festa di Shavuot nel giugno 1997, vengo­no aggrediti, spu­tacchiati, lacerati negli indumenti di preghiera e percossi da centi­naia di ortodossi haredim al grido di «Nazi… Nazi… you killed the Six Million … piece of  [excre­ment]… goyim…», mentre i poliziotti e i soldati di guardia ben si guardano dall’inter­venire, limi­tan­dosi anzi ad allonta­nare la «provocatoria» famigliola (del resto, il caporabbi Eliahu Bakshi-Doron ha definito «anime perse» i confra­telli non-ortodos­si!); il vice-sindaco di Gerusalem­me Rabbi Haim Miller giustifi­ca addirit­tura l’ag­gres­sione: «Il fatto stesso che gli ebrei conservati­ves, che [col loro credo] simboleg­giano la distru­zione del popolo ebrai­co, si rechino sul posto più sacro al popolo ebrai­co, è una pro­vo­cazio­ne. Non hanno alcun motivo per essere in quel posto» (due mesi dopo, in occasione della comme­mo­razione per la cadu­ta del Tempio, l’aggres­sio­ne agli «eretici» si ripete, con lo sberleffo, lo sputacchiamento, la brutalizza­zio­ne e addirittura la cacciata fuori della Città Vecchia di trecento conservati­ves Masorti riuniti in preghiera, anche ad opera della polizia, la quale altopar­lan­tiz­za che una riunione mista di uomini e donne viola le norme sul soggiorno nell’area del Muro).

E che il settari­smo sia stata (e resti) una stimmata strutturale della psiche ebrai­ca – come dell’in­te­ra sini­stra goyish, comuni­sta o meno che sia ma sempre ultraverbosa – ce lo attestano da un lato le lotte intertribali dell’antico Israe­le, sunteg­gia­teci da Spinoza: «In un solo combattimento (cosa appena credibile) furono truci­dati dai giudei 500.000 israeliti, e in altro combatti­mento gli israeliti uccisero moltissimi giudei (nella Scrittura non se ne riferisce il numero), fecero prigioniero il re stesso, demoliro­no quasi del tutto le mura di Geru­sa­lemme e, ciò che mo­stra come la loro ira non cono­scesse alcun freno, spo­gliarono completa­mente il Tem­pio […] Non passaro­no però molti anni che i giudei, ristorate le proprie forze, riaccesero la lotta e assalirono gli israeliti. Ma anche questa volta vincitori furono gli israeliti i quali, dopo aver ucciso 120.000 giudei, condussero in prigionia donne e fanciulli in numero di 200.000, por­tando seco un altro innu­merevo­le botti­no. Fino a che, stremati da queste e da quelle altre guerre intestine, che troviamo narrate per incidenza nelle storie, furono alla fine preda dei loro nemici» (Tractatus theologico-politicus XVIII).

Ce lo confermano dal­l’al­tro l’ucci­sio­ne per mano confra­ter­na di Geda­ljah ben Achiqam, governa­tore di Gerusalem­me dopo la di­stru­zione del Primo Tem­pio (il fatto ebbe per conse­guenza «che i nostri padri perdettero quel po’ di autonomia che il re di Babilonia Nabu­co­donosor loro aveva lasciato», commenta Elia Samue­le Ar­tom), non­ché Isaiah Gafni nel­l’A­tlante storico del popolo ebrai­co: «Uno dei tratti distintivi della società ebraica in Palestina all’epoca del Secondo Tempio è la sua estrema fram­men­tazione, ben oltre la stratificazio­ne sociale connatura­ta ad ogni società umana», e Martin Goodman nel suo studio sul ruolo svolto dal­l’élite nella lotta contro Roma (I): «L’im­portanza del­l’en­fasi posta da Giu­sep­pe Flavio sui peri­co­li della divi­sio­ne sociale risie­de pro­prio nel fatto che l’unità [sociale] non è una delle virtù dell’Anti­co Testamento: i profeti castiga­vano i singoli ebrei e l’intera nazio­ne per le loro mancanze nel rap­por­to con Dio, ma la creden­za che la discor­dia sociale sia una causa prima­ria della rovina [di un popo­lo] è speci­fi­ca­mente greca. Il fatto che Giuseppe Flavio l’adotti per spiegare la sua socie­tà riflette, quin­di, non un punto di vista ideologico ma lo stato corrente delle cose, la cui at­ten­dibilità ci è confermata da un passo di Taci­to, dove egli osserva al­li­bito come, mentre il nemico, nel 70 d.C., cingeva di un assedio mortale Geru­sa­lemme, la città fosse ancora in preda a lotte intestine [Histo­riae, libro V]», talché anche il talmudico Joma 9b assevera: «Il Tempio di Gerusalem­me è stato distrutto in ragione dell’o­dio gra­tuito che gli ebrei nutrivano gli uni per gli altri».

Che il settarismo sia connatura­to al monoteismo lo aveva notato già Celso: «Una rivolta, quin­di, è stata un tempo l’origine della formazione della comuni­tà ebraica e una rivolta è stata, in seguito, l’origine dell’esi­sten­za dei cristiani. Che se tutto il genere umano fosse disposto ad essere cristiano, questi non lo vorreb­be­ro più. All’i­ni­zio erano in pochi ed avevano una sola opinione; disseminatisi fino a diventare mol­ti­tudine, ecco che a loro volta si dividono e si separano e ciascuno vuole ave­re la sua propria setta, perché questo fin dal principio essi cercavano. Divisi ancora, dunque, a causa della moltitudi­ne, si confuta­no a vicen­da mante­nen­do co­mu­ne, per così dire, una sola cosa, se pur la man­ten­gono: il nome. Questo solo alme­no si vergognano di abbando­nare, mentre per tutto il resto chi ha assunto una posizio­ne, chi un’altra» (III 9-14). Alla fine del II secolo Ireneo numera 20 confessioni cristiane, agli inizi del III il vescovo Ippolito di Roma ne cita 32, di cui 20 gnostiche, alla fine del IV Epifanio combatte in Pana­rion “Farmaco­pea” contro 80 gruppi rivali e il vescovo Fi­lastro di Brescia parla addirit­tu­ra di 128/131 sette cristiane e di 28 «eresie» precri­stiane. «Tutta la storia ebrai­ca» – aggiun­ge lo «spagnolo» Joel Barromi – «è punteg­gia­ta da lotte intesti­ne. Nel periodo post­bibli­co trovia­mo atti di violenza dalla rivolta dei Mac­ca­bei, comin­ciata con un’ucci­sione, fino ai conflitti fra tradizio­na­listi e seguaci del movimento eretico di Shabbetai Zevi, e fra tradizionali­sti e chas­si­dim, che dilaniarono dal 1600 al 1900 il mondo ebrai­co». «Sappia­mo molto» – con­clude Frank Edward Ma­nuel – «delle guer­re inte­stine aspre, spesso cruente che hanno lacerato il cristiane­simo. I conflitti settari tra gli ebrei della Diaspora ebbero meno l’aspetto di battaglie militari, forse perché agli anta­gonisti era proibito l’uso della forza; nondimeno le dispute furono acce­se, anche se gli eserciti non furono schie­ra­ti in campo aperto. Il fanati­smo è stato un fenomeno endemi­co, tanto nel giudaismo quanto nel cristia­ne­simo».

Chiudiamo accennando a due aspetti che potrebbero apparire, ma non sono, tangenziali al presente saggio. Di alto interesse psico-operativo è infatti l’ascendenza di tre «teste d’uovo» della Corte Suprema USA nel Novecento, Louis Brandeis, Benja­min Cardozo e Felix Frankfurter, am­piamente in incrociati e discenden­ti dai se­gua­ci chassidici dei due antichi messia:

     Shab­be­tai Zevi (nato a Smirne «il 9 di Av/Ab» 1626, anche per Calimani III «una data già sospetta perché contiene troppi elementi che l’antica tradizione rabbini­ca aveva attribuito a una nascita di sapore messianico» – mitica ricorrenza 1. della decisione presa da Dio di far errare il popolo ebraico per quarant’anni nel deserto,  2. del Suo decreto che Mosè non entrerebbe in Terra Promes­sa: vedi Mishnah Taanit IV 6,  3. e 4. della «distru­zione» dei Templi gerosoli­mitani nel 586 a.C. e nel 70 d.C.,  5. della presa di Betar, la fortezza di Bar Kokheba sette miglia a sud-ovest di Gerusalemme, nel 135, 6. dell’aratu­ra fatta compiere da Adriano, «il malvagio Turnusru­fus» di Meqor Chajim XCVI 4, su Gerusalem­me prima di mutarne il nome in Colo­nia Aelia Capitolina, e delle espulsioni  7. dall’In­ghil­terra nel 1290 e  8. dalla Spagna nel 1492, nonché data  9. della futura nascita del Messia e 10. dell’Ultima Battaglia per la gheullah “reden­zione” da Lui scatenata – da un mercan­te di pollame poi agente di mercanti «olandesi» ed «inglesi», per sfuggire alla pena capitale con­ver­tito all’islam assumendo il nome di Mehemed Kapici Bachi, morto infine a Yom Kip­pur 17 settem­bre 1676, nell’ora della preghiera serale in cui si era dipartito Mosè; i fratelli Eli­jah e Joseph sono anch’essi ricchi mercanti) e

      Jakob Frank (capo dell’estremo shab­be­ta­nesimo antino­mico-anarchico, nato Jakob ben Judah Leib o Jakob Leic­wicz/Leibovitz nella podoli­ca Koro­lowka nel 1726; la prima, e peraltro falsa, «conversione» al cattolice­simo, compiuta il 17 settem­bre 1759 avendo a padrino addirittura il re Augusto II di Polonia, gli evita di finire sul rogo; muore nel 1791).

A dimo­stra­zione del fermento messianico che nel Cinque-Seicento scon­volge anche i cristia­ni, citiamo il polacco Jacob Melstinski, che nel 1550 annuncia di essere il Cristo e raduna dodici apo­sto­li, l’olandese David Jor­ries, che nel 1556 riven­dica anch’egli di essere il Cristo, il tedesco Ezekiel Meth, che nel 1614 si dice gran­du­ca di Dio e Arcangelo Michele, il tedesco Isaiah Stief­fel, che nel 1615 annun­cia di essere sempre il Cristo, la Parola Vivente di Dio, l’olandese Phi­lippus Ziegler che, più modesto, non si autofà ma profetizza la prossima nascita di un messia della stirpe di Davide, il quacchero Jacob Naylor che, udita la Voce nel 1654, tre anni dopo entra a Bristol in sella ad un cavallo, scortato da discepoli e pie donne, al canto «Santo, Santo, Santo Signore Dio d’Israe­le». Negli ultimi anni del Settecento si proclama messia anche lo tzaddik Nachman di Brazlaw.

Addirittura nel Novecen­to, «Re Messia per sempre» viene detto il gran rebbe lubavitch Menachem Men­del Schneer­son il quale, nato nel 1902 e defun­to nel 1994 dopo lunga malattia ischemico-epilet­toide (per la quale veniva chiamato Bar Naflì, “il figlio di colui che è scosso”, e cioè di colui che soffre e sopporta i mali alla vigilia della liberazione, condizione asserita quale stim­mata messianica in Sanhedrin 96b), lasciato emigra­re negli USA dai tedeschi nel 1941, abitava a Brooklyn al numero 770 di Eastern Park­way. Poiché il valore numerico di bet ma­shiach, “Casa del Messia”, è 770, ecco un’altra prova di messianismo anche se il Nostro è morto: «Alcuni diceva­no che non era morto, altri che sarebbe resuscitato, mentre altri ancora, più circospetti, citavano i testi tradizionali: “Se è tra i morti, è Daniele” (Sanhedrin 98b); il Messia può dunque trovarsi tra i morti» (David Banon).

Altre figure mes­sianiche erano state, a parte le antiche tra cui «Teuda», il «consola­tore» Mena­chem figlio di Giuda il Galileo, Simone il Mago, Menan­dro, Dositeo e il «Figlio della Stella» Bar Ko­kheba: Mosè del­l’i­sola di Creta nel 434, Giuliano in Palestina nel 530, un ebreo in Sicilia nel 593 (invero, proclama­tosi solo reincarnazione del profeta Elia, predecesso­re del vero Messia), un ebreo babilonese a Pallughtha­/Pumbedita (ma nato in Bet Aramaje o Sa­maria) nel 645 du­ran­te il regno di Cosroe II, l’ebreo persiano Abu Isa al-Ispahani sotto il califfo Abd al-Malik (685-705, il primo a proibire l’uso di icone e altri simboli della devozione cristiana), un certo Sireny in Spagna nel 720, il siriano Seve­rus o Serenus (un cristia­no convertito al giudaismo, scrive Andrew Scharf) sotto il regno di Leone Isaurico nel 721, O­badiah o Abu Isa di Isfahan nel 750-754, il suo discepolo Jugdan, una profetes­sa e diverse altre appari­zioni in Spagna dal 1060 al 1120 come Ibn Aryeh «il figlio del Leone» a Cordova nel 1117, Salo­mon ha-Cohen in Palestina nel 1121, un ebreo in Francia nel 1137, uno in Persia nel 1138, uno a Cordova nel 1157, David Alroy o Menahem ben Solo­mon ibn Alruhi in Azerbai-gian e Meso­po­ta­mia nel 1160 (fatto as­sas­sinare dalle autorità musulma­ne istigate dalle gerar­chie rabbini­che), Mosè al-Dari a Fez nel 1167, un Mes­sia nello Ye­men nel 1172, uno in Persia nel 1174, David Almasser in Moravia nel 1176, David Eldavid in Persia nel 1199,Abraham A­bu­lafia in Spa­gna alla fine del XIII secolo, Nissim di Avila nel 1295, Samuel Abulafia, Moses Botarel di Cisne­ros ai primi del Quattro­cento, Ismael Sophie in Mesopota­mia nel 1497, il rabbino Lemben in Austria nel 1500, il maggid (predicato­re itine­rante, dignità di poco infe­rio­re al rabbi) Asher Lämmlein in Istria e a Venezia nel 1502, David Reubeni nel 1524 (finan­zia­to anche da Benve­ni­da moglie del me­cenate Shemuel Abra­vanel, figlio dell’ex consi­glie­re di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Ara­go­na che, interpretando Daniele VII 25, VIII 14 e XII 12, aveva pre­visto la venuta del Messia nel 1503-05; Reubeni muore forse in un autodafé nel 1538), il suo seguace marrano Diogo Pires (già segretario del Consi­glio di Petizio­ne, una delle due Corti Supreme portoghesi, e intimo di re Gio­van­ni, poi autocirconciso­si e assunto il nome di Shelomoh Molcho, che si pro­cla­ma a Safed e vaga per l’Euro­pa fino al rogo a Mantova nel 1532), un ebreo in Spagna nel 1534, l’incol­to sarto nuovo-cristia­no Luis Dias di Setubal, riarrestato e dannato al rogo nel 1542, l’anno in cui viene dannato come giudaiz­zan­te il calzolaio Gonçalo Eanes Ban­darra, più tardi considerato il profeta del sebastiane­simo, un ebreo nelle Indie Orientali nel 1615, un altro in Olanda nel 1624.

Le caratteristiche del Messia sono esplicitate da Maimonide in Mishneh Torah, “Codice dei re” XI 4: «Se sorge un re della Casa di Davide che studia la Torah e adempie i comandamenti prescritti nella Torah Scritta e Orale come fece Davide suo padre, e costringe a camminare in essa [la via della Torah] l’in­te­ro Israele e ad emendare i suoi peccati e combatte le guerre del Signo­re – vedi, costui può essere considerato il Messia. Se fa queste cose e ha successo, e rico­struisce il Tempio sulle antiche fondamenta e riunisce i dispersi di Israele – vedi, costui è certamen­te il Messia. Ma se non ha successo, o è ucciso, è allora eviden­te che non è quello che la Torah ha promesso e, vedi, è come tutti i veri e degni re della Casa di Davide che morirono. Il Santo-che-sia-benedetto, l’innal­zò solo per mettere alla prova le moltitu­di­ni, come è detto [Daniele, XI 35]: “Alcuni di quei sapienti in­ciamperan­no, sicché in mezzo ad essi avvenga la purifi­ca­zione, il seleziona­mento e il raffinamento [delle moltitudini] sino al Tempo della Fine, poiché v’è ancora tempo per la data stabilita [per l’arrivo del Messia]”».

      In realtà, quan­to al Messia (gli ebrei preferi­scono parlare di «pseudo»-messia per la trentina degli autoprocla­mati Redento­ri, ma non capiamo pro­prio perché «pseu­do»… solo per­ché non riuscirono ad aprire il Regno?… se è per questo, aspetteremo l’eternità prima di vedere il Messia; ben dice Jacob Taubes, docente di Cultura e Religio­ne Ebraica alla Freie Univer­sität di Berlino, sugge­rendoci, sulla scia di Maimoni­de, che anche i Falsi Messia hanno la loro economia nel piano di redenzione divina: «La critica fa presto a parlare di pseudo-Messia. Perso­nal­mente, la ritengo una grandis­si­ma sciocchezza, poiché non siamo autoriz­zati a stabilire che cosa nella Storia è “pseudo” e che cosa non lo è. Vi furono persone che credette­ro in lui [in Zevi, definito «the infamous messianic pretender, l’infame pretendente messiani­co» dall’Ency­clo­pedia of Judaism… anche se la gematria, assevera il lurianico Avraham Nathan ben Elisha Hayyim Ashke­nazi, più noto come Na­than di Gaza, suo esti­matore e profe­ta, ci dice che il valore numerico del suo nome è addirittura identico a quello di YHWH… ed inoltre, il valore numerico di 814, equivalente a «Shabbe­tai», era pure quello delle espressioni ebraiche «u-visu’ ateka, e nella tua salvezza» e «masiah ha-amitti, vero Messia»… caratteristi­che tutte andate perdute con l’apostasia all’islamismo e l’assun­zione del nuovo nome di Aziz Mehmed Effen­di… per quanto il termine ebraico me’emet, pronun­ciato anche in modo da suona­re Mehmed, significhi «porta», e cioè la «porta del Signore» di Salmi CXVIII 20, il garante della vera fede]: questo è il vero problema, ed è ciò che dobbiamo imparare a capire»), quanto al Messia, diceva­mo, a rendere intero il polso della faccenda è l’eccellente, tradizionale witz: «Un buon­annulla rincasa, annun­ciando raggian­te alla madre: “Mammetta, ho tro­va­to un lavo­ro. Devo andare in cima al villaggio, guardare se arriva il Messia e, se lo vedo, annunciar­lo. Sei contenta? Mi danno cinque centesi­mi la setti­ma­na. La madre, imbestiali­ta: “Deficiente! Che razza di lavoro è, l’avvista­tore del Messia?! E poi, con cinque centesi­mi faremo la fame”. “Sì, hai ragione­, mammet­ta. Ma almeno è un lavoro che non finirà mai!».

Schizofreni­ca argu­zia, del resto, consonante con la Tradizione che vuole che il Messia giungerà solo quando tutti gli ebrei avranno osservato i precetti del Sabato per due volte consecutive o al contrario quando tutti gli ebrei, sempre per due volte consecuti­ve, non li avranno osservati (ovvia la spiega­zione, commenta Paul Spiegel: nel primo caso tutti gli ebrei avrebbero vinto ogni debolezza umana, il Messia giun­gendo a significare la perfezione scesa su loro stessi e sul mondo, nel secondo tutti gli ebrei sarebbero dei rinnega­ti senza-Dio, rendendo indispensa­bile il Messia a salva­re loro stessi e il mondo) e con la specula­zio­ne storico-filo­so­fica di Banon: «La reden­zione è sempre vicina, ma se avvenisse sarebbe imme­diata­men­te messa in dubbio proprio in nome del­l’esigenza di assoluto che pre­ten­de di attuare. Da qui ciò che è stato definito la degradazione della mistica in politica o, più specificamente, la dimensione aporetica del mes­sia­nismo. Detto in altre parole: “La reden­zione promes­sa alla fine dei tempi sottintende una realtà che si concepisce solo con l’epilogo dei giorni, ossia una realtà che è sempre al di là di ciò che esiste, che non può dunque esse­re mai raggiunta. Ma l’uomo deve ispi­rarvisi co­stantemente. Il Messia è sempre colui che deve venire un giorno… e colui che vie­ne veramente non può essere che un falso messia» (come il giudai­smo, anche l’isla­mi­smo prevede il «messia menzo­gnero, al-Masihu ‘d-Dajjal», figura demonica che, come l’Anticri­sto, cercherà di guidare a battaglia le masse alla Fine dei Giorni, fingendosi il Vero Messia o Mah-di). Acme della schizofre­nia ebraica, la tesi viene riflessa, nel marzo 1949 in un simposio di intellettuali israeliani, anche dal «laico» Ben Gurion, primo ministro: «L’unica utilità del Messia è che non venga, perché l’attesa del Messia è più importante del Messia stesso, e il popolo ebraico vive in quest’attesa, credendo in lui. Senza di questo, il popolo ebraico non esistereb­be» (in Salomon Malka).

Tra i frankisti boemo-moravi troviamo le famiglie Hönig­/von Hönig­s­berg/von Honig­stein/von Biene­feld, Do­bruschka, Porges/von Port­heim, Weh­le, Bon­di, Brandeis, Mauth­ner, Gold­mark, Dem­bitz, Schwaba­cher, Bon­di e Lich­ten­berg, nel 1848 mi­grati negli USA por­tan­do se­co la tradi­zione fran­ki­sta dell’endo­gamia. In prece­den­za, tra i più noti frankisti era stato Moses, il figlio di Schöndel Dobruschka cugina di Frank, noto anche coi nomi a. Franz Thomas von Schön­feld, scrittore in lingua tedesca e fon­da­tore dell’or­dine mistico cabalistico cristiano-ebraico dei Fratelli Asiatici, e b. Junius Frey, banchiere e rivoluzio­nario giacobino col fratello Emma­nuel, ghigliottinati nell’aprile 1794 con Danton e Desmoulins; la sorella dei due, Leopoldine Frey, sposa l’hebertista ex frate cappuccino François Chabot. Il virgulto più noto del frankismo è Louis Brand­eis, che impalma la seconda cugina Alice Gold­mark; la sorella di Alice, Helen, sposa Felix Adler­, fondatore della New York Society for Ethical Cul-ture. Come altri superame­ricani franki­sti, Bran­deis considera Eva/Emuna, figlia del messia, una santa, te­nendone il ritratto sulla scrivania­. Quanto a Cardozo, tra gli antenati c’è uno dei più importan­ti seguaci di Zevi. Uno degli Schwa­ba­cher è quell’av­vo­ca­to newyor­kese che negli anni Ven­ti vin­ce contro il governo una causa alla Corte Suprema, per conto dei potentati ferro­viari, del valore di un miliardo di dollari.

      1.   Louis Dem­bitz Brandeis (1856-1941, soprannominato «Old Isaiah»), nato a Louisville, Ken­tucky, da genitori emigrati da Praga dopo i moti del 1848, tra i più noti e ricchi avvocati americani e principale tra gli esponenti sionisti, nel giugno 1916 viene no­minato da Woodrow Wilson, suo intimo amico, giudice del­la Corte Suprema con­tro il parere del Senato e degli antisionisti big boss dell’ebrai­smo Louis Marshall e Jacob Schiff. Futuro ispi­rato­re delle linee direttive della politica di Ver­sailles, nel 1914 fonda il Provisional Zionist Committee e orga­niz­za l’Emergency Fund per aiutare gli operai confratelli, portando dalla sua i giudici Julian Mack, Car­dozo e Frankfurter ed un gruppo di «wealthy Jewish philan­thropists of the ti­me», i milionari Eugene Isaac Meyer, proprietario del Washin­gton Post e futuro presidente della Banca Mondiale (nel 1946), Joseph Fels, Henry Hunt e Louis Edward Kir­stein (i due ultimi, membri della Reconstru­ction Fi­nance Corpo­ra­tion, guidata dal giudice di corte d’ap-pello Jerome New Frank). Rabbi Stephen Wise lo accomunerà a Chaim Weizmann: «I due uomini che fe­ce­ro più di tutti gli altri per continuare l’idea di Theodor Herzl e dare compimento al suo sogno». Suo stretto collaboratore, nato come lui a Louisville, è per anni Bern­hard Flexner, fratello di Abraham, il rifondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, uno dei massimi istituti di ricerca, fondato a inizio secolo dai fratelli Louis e Caroline Bamberger, vedova del finanziere Felix Fuld.

      2.   Benjamin Nathan Cardozo, sefardita (1870-1938). Il 4 marzo 1933, inse­diamento di Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca, è festa per l’intero ebrai­smo. I membri del gabinetto prestano giuramento nelle mani di Car­dozo, fatto giudice alla Corte Suprema l’anno prece­dente, presen­ti, nella sala ovale, parenti ed amici. Un fatto del genere, mai prima verifi­catosi, solleva una ridda di voci e polemiche, ma Roosevelt am­mette, ri­den­do, di avere creato un prece­dente: «È mia inten­zione introdurre di tanto in tanto innova­zioni come questa».

      3.  Felix Frankfurter (1882-1965, «the man behind the President of the United States, l’eminenza grigia del presidente americano» lo definisce l’American Maga­zine del marzo 1934, «the most influential single individual in the United Sta­tes» lo dicono il Chicago American del 2 novembre 1935 e la rivista Fortune, «the legal master-mind of the New Deal, la mente giuridica del New Deal» e «the spearhead of the “braintrust”, l’uomo di punta delle Teste d’Uovo» lo dice R.E. Edmondson; taluno anche «stregone patriarcale» e «scaltrezza orienta­le»; sposa la presbiteriana Marion A. Denman), nato a Vienna, ram­pollo di una lunga serie di rabbini, figlio di un com­merciante del Lower East Side. Talora indicato come nipote o genero del Brandeis, non è imparentato con lui, per quanto sia stato da lui definito «half brother, half son, mezzo fratello, mezzo figlio». Già assistente dei ministri della Guerra e del Lavoro, diret­to­re fino al 1919 del War Labor Poli­cies Board “Consiglio per le politi­che del lavoro di guerra”, e con ruolo di primo piano nel formulare la Di­chia­ra­zione Balfour, è assistente del Segre­ta­rio di Stato Baker e mantiene stretti rapporti con l’emiro Feisal, capo della delega­zio­ne araba a Versailles, dove è rappresentante per il sionismo americano. Assistente del procura­to­re statale di New York Henry Stim­son (che raccomanderà a FDR quale ministro della Guerra), orga­niz­zatore delle cam­pagne elettorali di Roosevelt, del quale è consigliere fin dagli anni del governato­rato, ed allevatore di un vivaio di avvocati/giuristi ebrei alla Columbia Law School ove insegna, viene nominato nel 1939 alla Corte Suprema in seguito alla morte di Cardozo (già suo testimone di nozze). È a lui, allora tiepido sionista, che il partigiano polacco Jan Karski Kozielewski – poi fatto, nel 1982, «righteous Gentile» da Yad Vashem, adornato nel 1991 della Eisenhower Liberation Medal dallo US Holocaust Memorial Coun­cil, apoteosizzato infine il 12 maggio 1994 con la cittadinanza onoraria di Israele – tra­smette nell’agosto 1942 le prime Olo-Novelle­. Scrive Leonard Baker: «Dallo Square Deal di Theodore Roo­se­velt dei primi del Novecento alla Great So­ciety di Lyndon Johnson de­gli anni Ses­san­ta, Louis Bran­deis e Felix Frank­furter influi­rono sulla vita americana come poche altre persone» (il Gilad Atzmon della prima Appendice li direbbe avatar, in cravatta e grisaglia, dell’antica Ester).

Dopo Frankfurter, ebrei alla Corte Suprema sono: Arthur Joseph Gold­berg (già avvocato del lavoro e co-autore della fu­sio­ne AFL/CIO, capo della sezione lavoro del­l’OSS nel conflitto mondiale, attivo nella creazione di gruppi di partigia­neria sindacale in territorio nemico, nominato nel 1962 al ritiro di Frankfur­ter, è mini­stro del Lavoro con Kennedy e amba­scia­to­re all’ONU); Abe For­tas (dal 1965, data del ritiro di Gold­berg, fino al 1969, intimo di Johnson e uno dei più strenui assertori del compito «legisla­ti­vo» della Corte me­dian­te l’«in­terpre­tazione evolutiva» del diritto); il duo clintoniano Ruth Bader Ginsburg e Stephen G. Breyer. Non riesce ad accedere alla Corte, nel 1987, il reaga­nia­no Douglas Howard Gins­burg, ri­fiu­tato in quanto confesso drogato marijua­ni­co. Due dei più illustri ini­zia­ti al frankismo sono infine Rab-bi Stephen Wise (1874-1949), centrale nella politica rooseveltiana, ed Henry Kissinger.

Quanto al secondo aspetto, l’attenzione si sposta su una seconda, altrettanto importante diramazione dei sabbatiani: i dönmeh. Fin dal Seicento, influenti nella società otto­ma­na sono i dönmeh («ritornati/co­nvertiti/ap­osta­ti», così chiamati dai turchi nel 1683, cripto-giudei islamici come i daggatun del Sahara e i jedidim della Persia) o, come preferi­scono chia­marsi, ma’ami­nim («fedeli»), seguaci del messia Shabbetai Zevi fattisi musulmani ma pratican­ti in segreto riti e credenze giudaiche. I primi «marrani volonta­ri», guidati da Joseph Filo­sof, discepolo di Natan nella qabbalah sabbatiana e padre dell’ultima moglie del Messia, dal fratello di lei Jacob Zevi detto Querido («amato») e da Solomon Floren­tin, si sposa­no, come i confra­telli frankisti, solo fra loro, venendo presto identificati come un gruppo separato tanto dai turchi quanto dagli ebrei. Dalle 200-300 famiglie del 1676, passando per le 600 di Sa­lonicco nel 1774 (e si ricordi che già un secolo prima Salonicco era, coi suoi 60.000 ebrei, una delle Comunità più grandi, se non la più grande del mondo), il nucleo cripto-ebraico, suddivi­so nelle tre sette dei Cavalle­ros, Jakoblar e Konyo­sos, conta a fine Ottocen­to 10-15.000 indi­vi­dui. Dotati di due nomi, turco ed ebraico, sono nu­merosi nelle file della mas­sone­ria e tra i capi del movimento degli Yeni Osmanlïlar “Nuovi Ottomani”, meglio noti in Europa come Jön Türk “Giovani Turchi”.

Pre­cur­so­re e finan­ziatore del movimento, nonché propa­gan­dista attraverso i gior­nali massoni­co-liberali in lingua ladina, è Abraham de Camondo, nato nel 1785 a Costantinopoli da ebrei trasferiti­si da Venezia pochi decenni innanzi e divenuti i finanzieri ufficiali del sultano pur restando consiglieri governativi in Austria e in Italia; fatto cavaliere per i servigi finanzia­ri resi all’Italia, il banchiere, noto come «il Rothschild dell’Est» e «il Grande Uffi­ciale», è il principale consigliere dei sultani Abdel Mejid (1839-61) e Abdel Aziz (1861-76), finanziatore nella guerra di Crimea, intimo dei banchieri «fran­cesi» Rothschild e dei «tedeschi» Bleich­röder. Quanto al movi­mento dei Gio­vani Turchi, legato al Grande Oriente di Francia e nato dal fertile cer­vel­lo di Midhat Pascià (figlio di rabbino ungherese, gover­natore della vilayet del Danubio, «padre della Costituzio­ne» del 1876 e Gran Visir, cioè presidente del consiglio, dapprima esiliato, poi richiamato nel 1879, gover­na­tore di Siria e poi di Smirne, processato per compli­cità nel­l’assassi­nio del sultano Abdulaziz e tosto soppresso a Taif il 17 maggio 1883), è una compatta or­ga­nizza­zione nella quale, vanta lo Jüdi­sches Lexikon, gli ebrei giocarono «un grosso ruolo». «Si può comunque ricorda­re che la rivol­ta dei Giovani Turchi del 1913 fu in gran parte guidata da membri di questa set­ta», conce­de anche Cecil Roth, mentre Noel Barber riporta il giudizio di Basil Liddell Hart: «Il movimento dei “Giovani Turchi” era per il cinquanta per cento cripto-ebreo e per il novantacinque per cento massone».

      Dön­meh sono non solo il «bosniaco-alba­ne­se» (o, per Sigilla Veri, «di famiglia ebraica polac­ca») Enver Bey, il primo dei trium­viri rivoluziona­ri, ucciso dai sovietici il 4 agosto 1922 ad Abiderya presso Buchara, e l’avvocato filosioni­sta Nissim Mazliach Effendi («capo tra i più attivi del movimento dei Gio­vani Tur­chi, fu l’unico dei quattro deputati ebrei ad avere il coraggio di rappre­sen­tare gli interessi ebraici nel parlamento turco», scrive la Universal Jewish Encyclo­pedia), ma anche Mehmet Cavit, il cer­vel­lo finanziario dell’Ittihad ve Taraqqi “Comitato per l’U­nione e il Progresso”, e tre mini­stri subito dopo la rivolu­zio­ne, incluso l’antitede­sco Mahmad Djavid Bey, uno dei capi della setta, ministro delle Finanze nel 1909-10 e nel 1917-22 (insieme ai turchi Kara Kemal e Ismail Canpolad, Cavit e Djavid verranno impiccati nel 1926 con l’accusa di complotto per uccidere il pater patriae Mustafà Kemal «Atatürk»). Di un’ori­gine dönmeh anche del «padre dei tur­chi», figlio di un ufficiale di dogana fattosi  mercante di legna­me, si vantano all’e­poca, malgra­do le smentite di Ankara, gli ebrei di Salonic­co.

Quanto al colpo di Stato del luglio 1908, che avrebbe esitato nell’abdi­ca­zione di Abdul-hamit II il 2 aprile 1909, scrive Joan Haslip: «Dei quattro uomini scelti per informare il sultano della deposizio­ne, non uno solo era di puro sangue turco. Erano greci, ebrei e armeni, ol­tre che tutti, a eccezio­ne del loro capo, il generale Essad, emi­nenti membri del CUP. Uno di essi, un avvoca­to greco di origine ebrai­ca di nome [Emmanuel] Ca­ras­so, non avrebbe mai dovuto essere incluso nel­la delegazio­ne. Personag­gio di fama quanto meno poco limpida, doveva la pro­pria posi­zione al fatto di essere membro della loggia massoni­ca Macedo­nia Risorta, che aveva sede in una proprietà italia­na, che a causa delle capitolazioni era interdetta alla polizia di Abdulhamit. Due anni prima dello scoppio della rivolu­zio­ne di luglio Carasso aveva ottenuto il permesso a che l’appena costi­tuito CUP vi tenesse le riunioni. In tal modo diversi membri del Comi­ta­to si erano fatti massoni, mentre lo stesso Carasso si insi­nuava nelle sue sfere più alte». Infine, Abdulhamit passa il primo esilio a Villa Allatini, la più vasta e lussuosa dimora di Salonicco, già sede del generale italiano de Robi­lant, comandante della gendar­meria turca, proprietà di un ricco banchiere ebreo.

Della mas­so­neria dei Giovani Turchi fanno parte anche i forse non-dönmeh: Meh­met Talaat Pascià, ministro dell’Inter­no, delle Poste, ancora dell’Interno e Gran Visir, ucciso il 15 marzo 1921 a Berlino dall’armeno Soghomon Tehlirian del gruppo «Vendetta» a ritorsio­ne per le stragi del 1915-16; Said Halim Pascià, ex Gran Visir, ucciso il 5 dicembre 1921 a Roma dall’arme­no Arshavir Shirakian; l’ideolo­go Behaed­din Sakir, ucciso il 17 aprile 1922 a Berlino dall’armeno Aram Yerganian; Kemal Pascià, ucci­so il 25 luglio 1922 a Tiflis dagli armeni Bedros der Boghosian e Ardaveshes Kevorkian; Rachid Bey, mini­stro delle Finanze e poi dell’Istruzione. Completa Fulvio Conti: «Nel caso di alcune grandi città che si affacciavano sul Mediterraneo pare inoltre di poter affermare che la nascita di logge massoniche va[da] posta in stretta correlazione con la presenza di folti insediamenti ebraici. Scorren­do i nomi degli affiliati si rileva infatti che una buona percentuale era di religione ebraica e manteneva saldi legami con le comunità di origi­ne. Nella sola capitale ottomana, per esempio, il censimen­to del 1871 segnalava 4733 cittadini italiani, dei quali 709 erano ebrei; a Salonicco, invece, su 1336 abitanti di nazionalità italiana gli ebrei erano 472, mentre in Egitto nel 1897 erano di gran lunga il gruppo più numeroso (17,8 per cento) dietro quello di religione cattolica».

Quanto alle posizioni inizialmen­te attendiste assunte nel 1911 dal Grande Oriente d’Italia riguardo alla guerra italo-turca, «le criti­che dei nazionalisti traevano origine dal sostegno che la massoneria italiana aveva dato al movimento dei Giovani Turchi [«la cui ascesa al pote­re era stata caldamente incoraggiata dalla comunità massonica interna­zio­nale e da quella italia­na in particolare», conferma Conti in Ciuffoletti/Moravia], che in effetti aveva avuto come luogo di incubazio­ne proprio una loggia mas­so­ni­ca, la Macedo­nia Risorta di Salonicco, alle dipendenze del GOI. L’obbe­dienza di Palazzo Giusti­niani in più circostanze menò vanto del­la parte avuta negli eventi turchi, che avevano sancito l’ascesa al potere di un movimento di ispirazio­ne laica con un ambizioso programma di moder­nizza­zione e di democratiz­zazione della società civile. E, quando nel 1910 una delegazione turca si recò in visita in Italia, furono numerose le logge della penisola che organizzarono festose accoglienze e le tributaro­no omaggi». «Non ci fossero stati tanti dönmeh nelle élites turche alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo» – chiude il «francese» Alexandre Adler il 14 marzo 2005 – «non ci sarebbe stato il kemalismo».

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