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Dic 30

103- Il carcere a tutela del Dogma o£ocau$tico. Ariel Toaff, Hannah Arendt, Baruch Spinoza, Moshe Carmilly-Weinberger e libertà di espressione

«un modo diverso di muoversi liberamente nel mondo »

  hannah arendt (Men in Dark Times)

$$$_ crucifigeholocaustdeniers,crocifigginegazionista,,,Il politicamente corretto propaganda i “diritti umani” e la “libertà di espressione”. I “savi anziani” mondialisti attaccano da molti decenni ogni valore che faccia riferimento ad istituzioni quali la famiglia come Natura creò e come la conosciamo da sempre, al valore della Nazione come comunità di origine, all’orgoglio di appartenenza, al diritto di non essere invaso in casa propria. In sostituzione a questi valori, scontatamente dati per superati, vecchi, retaggio di politiche che hanno prodotto il “male assoluto”, si impongono, tramite media e “insegnanti” educati alla bisogna, modi di vivere IDEOLOGICAMENTE COSTRUITI col preciso scopo di rendere polvere ogni retaggio, ogni senso di appartenenza, ogni “confine” creatosi nel tempo. Ogni remora all’accettazione di tale “modus vivendi” viene messo alla berlina come reazionaria, fascista, nazista, con “voglia di riaprire Auschwitz”, con l'”accusa/offesa” massima di somigliare, addirittura, essere il “nuovo Hitler”! Il tutto condito da flash sui “lager”, sui “6.000.000” , sulle “camere a gas”, tutto il repertorio orrorifico olo-standard è messo in atto fino all’annichilimento di ogni voce non omologata.Chi osa ancora parlare viene marchiato col termine, “soluzione finale”, di “negazionista”! Nessuno sa cosa intendano con tale idiota definizione, che fa il paio con “antisemitismo”, ma funziona! Tutti tacitati,tranne i revisionisti del cosidetto olocausto ebraico. Qui si innesta il lato reazionario, conservatore, violento, discriminatorio, razzista della politica-attitudine VERA dei  campioni della libertà di espressione (a parole) ! A nessuno è concesso di verificare se le accuse mosse ai “revisionisti” abbiano fondamento, se quello che affermano i revisionisti trovi conferme in documenti o esami tecnici standard. I “campioni” applicano il principio “lo sterminazionismo ha sempre ragione”! Ma non è così!

Olodogma

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Pagine tratte dal testo di

Gianantonio Valli

LA  RIVOLTA  DELLA  RAGIONE

Il revisionismo storico, strumento di verità

(pagg.20-27)

© 2010 effepi, via Balbi Piovera, 7 – 16149 Genova
dicembre 2010

la rivolta della ragione valli(…) L”illuminista Voltaire (1764): «Il pregiudizio è un’opinione senza giudizio. Così in tutti i paesi del mondo si infondono nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che possano giudicare». Ed ancora Voltaire: «Chi ha il potere di farvi credere delle assurdità, ha il potere di farvi commettere ingiustizie».
E quindi, a spaziare nei più diversi campi della ricerca storica con originali intuizioni e ad acculturarsi sulle opere degli avversari mostrando duttilità, coraggio ed estrema apertura mentale, sono proprio gli studiosi revisionisti. Infatti, chi assevera il genocidio – gli sterminazionisti di ogni specie, ebrei d.o.c. o shabbos goyim (1), professionisti o dilettanti, in buona o in cattiva fede che siano – non solo si vieta, il che è anche accettabile, di leggere, dibattere e contrastare in dibattiti più o meno pubblici gli studi dell’Altra Parte – preferendo ricorrere, e questo è già meno accettabile, al braccio punitivo di legislazioni sempre più liberticide: sublime la pretesa di volere,sfidati a duello, combattere l’avversario avendogli prima legate le mani nonché privatolo della spada! – ma rimastica la vulgata in un tourbillon di citazioni incestuose e autoreferenziali. Citazioni, notazioni e sentenze, e ci piace copiare Piergiorgio Odifreddi,«sbagliate scientificamente, contraddittorie logicamente, false storicamente,sciocche umanamente, riprovevoli eticamente, brutte letterariamente e raffazzonate stilisticamente».
In effetti, coscienti o incoscienti che siano, lo sappiano cioè o non lo sappiano, gli
sterminazionisti si autoclassificano in quattro categorie:
1. disinformati/ignoranti (in buonafede) che non conoscono (un 80%, composto dalla quasi totalità dei non-addetti ai lavori),
2. ignavi/vili che non vogliono conoscere (un 20%, composto dalla gran parte degli addetti: storici, giornalisti, intellettuali),
3. ottusi/mentecatti che non riescono a capire malgrado la documentazione esaminata
(un qualche percento di addetti e non-addetti),
4. disonesti/truffatori in malafede (un’infima quota, composta pressoché tutta di addetti ai lavori, consci della propria falsità).
Quanto all’eterno ricatto emotivo del Dovere della Memoria – ovviamente solo di una certa memoria, negandolo ad ogni altra – è agevole anteporre, da parte di ogni persona ben nata, l’esigenza primaria del Diritto alla Verità.
E quindi, poiché della verità ho, pur sapendo i limiti intrinseci all’essere umano («non so se la verità esista ed anzi molte persone si affannano a dimostrarmi con ragionamenti che non esiste affatto, ma so che la menzogna esiste, che esiste la deformazione sistematica dei fatti», scrisse l’intellettuale fascista Maurice Bardèche ; «chiamo verità il contrario dell’errore e della menzogna», aggiunge il professore Robert Faurisson ; «solo ciò che è stato concepito può essere visto», conclude il filosofo Martin Heidegger in Aus der Erfahrung des Denkens), una concezione nietzscheanamente forte («La fede nella verità comincia col dubitare di tutte le verità fino a quel momento credute», Umano, troppo umano , I 20) ed un’ansia tutta indoeuropea
(altro che l’ignobile «l’unica verità è che bisogna liberarci dalla passione insana per la verità», suggerito dal sinistro romanziersemiologo Umberto Eco al suo protagonista, o l’istigazione, cantata dalla sua allieva «italiana» Valentina Pisanty ( su tale soggetto la Endlösung di Carlo Mattogno: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/26/da-cappuccetto-rosso-ad-auschwitz-risposta-a-valentina-pisan.html ) , a non approfondire le cose più che tanto «visto che la Verità è inattingibile, che nessuno studioso può pretendere di aver capito una volta per tutte “come sono andate veramente le cose”» essendo il concetto di verità storica un «valore intersoggettivo e congetturale » e che anche, strologherà in , «si sa che la nostra conoscenza del passato è il frutto di incessanti revisioni e che nessun episodio storico, per quanto immane, è in linea di principio off limits rispetto all’azione potenzialmente erosiva della falsificazione »!), e poiché l’unica arma contro la menzogna è il sapere, ringrazio ancor più, ed onoro, gli studiosi del Revisionismo Olocaustico.
Tutti gli studiosi, anziani e giovani, professionisti e dilettanti, ricercatori originali e divulgatori, pacati e focosi, tecnici e polemici, asetticamente storici e politicizzati,macro- e micro-interpretativi, evenemenziali e di lunga durata, neutri e ideologizzati,pagani e atei, cristiani e islamici, ebrei e non-ebrei, reazionari e progressisti, «nazisti/neonazisti» e marxisti. Tutti gli aperti-di-mente per i quali l’atteggiamento irrinunciabile nell’analisi di un evento sta certo nella cautela nell’evitare gli errori, ma soprattutto nella spietatezza nel riconoscerli ed eliminarli.
Tutti coloro che pensano che le convinzioni correnti, anche le più radicate, e in particolar modo gli idola tribus et fori democratici, debbano essere messe alla prova di nuove domande, nuove indagini, nuove conoscenze. Tutti coloro che non sono disposti ad accettare e far proprie visioni del mondo per procura (e, soprattutto, per Procura). Tutti coloro che credono nei poteri metodologici e dimostrativi della ragione (ma non della Ragione). Tutti coloro che credono nella potenza, ma anche nei limiti strutturali della mente, e soprattutto della psiche, umana. Tutti coloro che, pur sapendo che non avranno mai tutte le risposte, continueranno tuttavia a porre le domande.
Tutti coloro che sono stati e saranno investiti dall’intolleranza eretta a sistema,dal rifiuto del dibattito, dalla censura, dalla scomunica, dalla repressione e dal carcere. È per il loro amore di verità che tutti costoro vengono ovunque perseguitati.
È quindi a tutti gli studiosi nonconformi – al loro coraggio, alla loro tenacia, al loro eroismo… ma certo, compreso e non ultimo Rabbi Ariel Toaff – che indirizziamo il saluto del primo e più odiato tra i revisionisti, il pluriperseguitato Robert Faurisson :

«Quali che siano le opinioni che ognuno ha su quanto è o non è realmente accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, una cosa è chiara: nessun uomo libero può accettare che dogmi nati dall’odio prendano il posto della ricerca, della riflessione,della discussione, del libero dibattito».

È indubbiamente a loro, e a chiunque si opponga al Sistema Mondialista, che hanno mosso la parola non solo il Nietzsche de Crepuscolo degli idoli : «L’uomo libero è un combattente. Da che si misura la libertà, negli individui come nei popoli? Dalla resistenza che deve essere superata, dalla fatica che costa il restare in alto», ma addirittura il Kant di “Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?“, il quale definisce la libertà «il coraggio di fare uso pubblicamente, in qualsiasi campo, della propria ragione».
È al contrario ai loro avversari, eletti che siano o goyim, illustri promotori o semplici reggicoda, ebrei d.o.c. o giudeomaniaci (2), è all’impudico terrorismo praticato dagli sterminazionisti del libero pensiero, siano essi genuini Arruolati per sangue o moscelnizzanti servi goyish «Ebrei Bianchi», è a tutti gli ignoranti e gli ignavi, a tutti gli appropriatori monopolistici dell’informazione e della verità – è a tutti costoro che ci è grato girare un pugno di moniti, tratti da un lato dall’Antica Saggezza yiddish:

«An ohl ken in sak nit blajben ferborgen, der schpiz kumt arojs hajnt oder morgen, Una lesina non può restare nascosta nel sacco, prima o poi la punta esce fuori», dall’altro dal più attuale Rabbi Israel Weisfeld (1948) della congregazione Shearit Israel di Dallas: «Ogni cosa è stata creata da Dio, tranne la menzogna», «Non esiste salvezza nella menzogna», «Chi mente è escluso dalla presenza della shekinah» ed infine, potente!, «Mentendo, si dimentica Dio».

Ai loro avversari, eletti che siano o goyim, dotti, meno dotti o totalmente ignoranti,all’impudico terrorismo praticato dagli sterminazionisti del libero pensiero, a tutti gli ignoranti e gli ignavi, a tutti gli ottusi ed i torpidi, a tutti gli spiriti fossilizzati,

agli odiatori del pensiero e del mondo reale,

a tutti costoro s’addice invece, con pieno diritto,la sentenza scagliata dallo scrittore americano Henry Louis Mencken contro gli adepti del fondamentalismo protestante: «Li si trova immancabilmente là dove imparare qualcosa è un fardello troppo pesante per essere tollerato dalla mente umana».
* * *
$$$_ 6.000.000_seimilioni_olocaustianesimo_nudo_nudi_naked_massa_holocaust_sinagoga_auschwitz_ebreo_juden_jews_juif_shoah_olocaustismo_2_2Come ricordato in Holocaustica religio – Psicosi ebraica, progetto mondialista, al quale volume il presente apporta una documentazione complementare finora inedita in tale compiutezza, la dedica a pagina 7 accomuna due gruppi separati sì da millecinquecento anni, ma al medesimo titolo estremi difensori d’Europa.
Oltre che alla memoria degli ultimi pagani antichi (gli «abominevoli pagani senza leggi» di 3° Maccabei 9), caduti nei pressi di Aquileia in quel pomeriggio ventoso del 6 settembre 384, armi in pugno contro lo svetoniano genus hominum superstitionis novae ac maleficae, «gente seguace di una setta nuova e funesta» (Vita di Nerone XVI), oltre che alla memoria dei più coscienti combattenti del Fascismo (i rinati Portatori del Male, sterminati a milioni mezzo secolo fa), oltre che all’ammirazione per chi non si è mai piegato al Vento della Storia (azzardato è sottrarre all’oblio la disperata protesta di Reinhold Elstner e Werner Pfeifenberger, o il civile coraggio di Richard Baer, Kurt Franz e Rudolf Hess, nonché, citandoli tra, e per, le migliaia di perseguitati in quanto oloincreduli, di Sylvia Stolz, Horst Mahler, Wolfgang Fröhlich,Gerd Honsik e dei giovani Dirk Zimmermann e Kevin Käther?), è però obbligo richiamare il lettore a gettare lo sguardo in avanti, incuranti dei Galilei, dei Primogeniti e dei loro epigoni «laici» di ogni democratica risma.
A gettarlo a coloro che verranno, a tutti i buoni europei, a chiunque voglia impegnarsi nell’ardua, incessante, terribile opera di ricostruzione dell’uomo coniugando l’intelligenza dell’analisi, la freddezza dell’esposizione e la duttilità dell’azione con la saldezza dei princìpi.
A gettarlo «in un qualche tempo, in un’età più forte di questo marcido, dubitoso presente» (Genealogia della morale, II 24), stagione ove «tutti parlano, e nessuno fa attenzione. Anche a propagare la propria saggezza con squillo di campane: ai mercanti sul mercato basterà far tintinnare poche monete per sovrastarne il suono! Tutti parlano presso di loro, nessuno è più capace di intendere. Tutto va a finire nell’acqua,nulla più in profonde sorgenti. Tutti parlano presso di loro, ma nulla riesce più a giungere a compimento» (Così parlò Zarathustra, Il ritorno a casa).
A gettarlo porgendo l’opera «a voi, fratelli in memoria, a voi, che durate più fatica,a voi rari, più minacciati, più spirituali, più coraggiosi, a voi che dovete essere la coscienza dell’anima moderna e che come tali dovete averne la scienza, nei quali si raccoglie tutto ciò che oggi ci può essere di malattia, di veleno, di pericolo – di cui la sorte vuole che siate più malati di qualsiasi altro individuo, perché voi non siete “solo individui”…, la cui consolazione è di sapere – ahimè! – e di percorrere la via verso una nuova salute, una salute di domani e di posdomani, voi predestinati, voi vittoriosi, voi superatori del tempo, voi sanissimi, voi fortissimi, voi buoni europei!» (Umano,troppo umano 2°, I 6).
A gettarlo «al futuro e al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli… a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto» (George Orwell, 1984).
A gettarlo onorando il carattere fondante l’ethos indoeuropeo, quel bisogno imperioso di verità, quell’indipendenza di giudizio, quella autonomia del pensiero, quel Selbstdenkenpensare da sé», espressione dell’illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing) che altro non è se non «un modo diverso di muoversi liberamente nel mondo » (la pensatrice ebrea Hannah Arendt, in Men in Dark Times), poiché «non la verità di cui un uomo è o si crede in possesso, ma il sincero sforzo per giungervi determina il valore del singolo. Infatti le sue forze conseguono un miglioramento non in virtù del possesso della verità, ma della sua ricerca, e soltanto in questo consiste il sempre crescente perfezionamento umano» (G.E. Lessing, «Religione e libertà»).
«L’ultima caratteristica della parresìa» – aggiunge Michel Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica – «è che in essa il dire la verità è considerato come un dovere.
Per esempio, l’oratore che dice la verità a coloro che non vogliono accettarla, e che può essere per questo esiliato o in qualche modo punito, è libero di stare zitto;nessuno lo costringe a parlare: ma egli sente che è suo dovere fare così […] La parresìa è una specie di attività verbale in cui il parlante ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa relazione con la propria vita attraverso il pericolo,un certo tipo di relazione con se stesso e con gli altri attraverso la critica (autocritica o critica di altre persone), e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere. Più precisamente, la parresìa è un’attività verbale in cui un parlante esprime la propria relazione personale con la verità, e rischia la propria vita perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre persone (o se stesso) a vivere meglio. Nella parresìa il parlante fa uso della sua libertà, e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece dell’adulazione,e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell’apatia morale».
Ciò in quanto, s’accende Giordano Bruno, faro di luce, «la verità è la cosa più sincera,più divina di tutte; anzi la divinità e la sincerità, bontà e bellezza de le cose è la verità; la quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per communicazione si disperde: perché senso non la confonde,tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenebra non l’avela;anzi, con essere più e più impugnata, più e più risuscita e cresce» (Spaccio de la bestia trionfante, dialogo secondo).
Baruch Spinoza pensatore ebreo che per tutta la vita si porto' addosso l'accusa di ateismo, che venne espulso dalla comunita' ebraica con un atto di scomunica tra i piu' feroci della storiaCiò in quanto, afferma l’anatemizzato Baruch Spinoza – sulla scia di Saadia Gaon ben Yosef: «È inconcepibile che noi si possa proibire un’onesta indagine» – «se nessuno può rinunziare alla libertà di pensare e di giudicare secondo il proprio criterio, e se ciascuno per insopprimibile diritto di natura è padrone dei propri pensieri, ne viene che in una comunità politica avrà un esito sempre disastroso il tentativo di costringere uomini che hanno diversi e contrastanti pareri a formulare giudizi e a esprimersi in conformità con quanto è stato prescritto dall’autorità sovrana […] Ma supponiamo che questa libertà si possa reprimere e che gli uomini si possano dominare al punto che non osino proferir parola che non sia conforme alle prescrizioni della suprema potestà.
Con ciò, però, questa non potrà mai far sì che essi non pensino se non ciò che essa vuole: onde seguirebbe necessariamente che gli uomini continuerebbero a pensare una cosa e a dirne un’altra, e per conseguenza si corromperebbe la fede, che in uno stato è sommamente necessaria, e si favorirebbero l’abominevole adulazione e la perfidia,donde l’inganno e la corruzione di ogni buon costume […]

Quale peggior male può esservi, in uno stato, che quello di esiliare come malviventi comuni uomini onesti,soltanto perché professano opinioni non conformi, e non le sanno dissimulare?» (Tractatus theologico-politicus ; e in Epistolario , rivendicando «la libertà di filosofare e di dire quello che sentiamo: libertà che io intendo difendere in tutti i modi contro i pericoli di soppressione rappresentati ovunque dall’eccessiva autorità e petulanza dei predicatori»).
Ciò in quanto, aggiunge il sempre ebreo Moshe Carmilly-Weinberger – rivendicatore della necessità primaria di una tarbut ha-mahloqet, «cultura della discussione/dibattito/controversia/confronto» – «la voce di un uomo è cosa di sua proprietà, è parte di lui più dei suoi cinque sensi, e nessun potere sulla terra ha il diritto di limitarla o di farla tacere. Il singolo ha l’esclusivo diritto di usarla e farla udire come gli aggrada.
Questo diritto fu dato a ogni essere umano quando il mondo fu creato; è parte della natura, non può quindi essergli negato. Cionondimeno, molte generazioni nella storia dell’umanità sono state contrassegnate dalla lotta per la libertà di pensiero e parola.
Questa lotta è tuttora in corso. Già ci furono poteri che vollero imporsi e dominare derubando l’uomo del naturale diritto ad esprimere i propri pensieri. La censura si impose per ridurre al silenzio la voce dell’uomo, ed egli fu costretto a ottenere un particolare permesso per diffondere le proprie idee. I governanti, religiosi come laici,spregiarono e non intesero il fatto che imponendo tali restrizioni rivelavano la propria debolezza. Le restrizioni della libertà di pensiero e parola non trovano spazio in democrazia.
Tale libertà è il criterio distintivo di una vera democrazia. Senza, non possono esistere scienza o ricerca degne di tal nome. Negli Stati totalitari l’uomo non può esprimersi o dar voce alle proprie opinioni, la censura investe la parola sia detta che scritta. È per questo che molti di questi regimi sono scomparsi dopo avere raggiunto l’acme nella storia. Non poterono sopravvivere, perché il loro mondo era interamente costruito sulle armi e sulla paura».
Ciò in quanto, attesta lo psicologo Wilfred Bion pur senza riferimenti all’attossicato popolo ebraico – da compiangere quando vittima di un mostruoso Immaginario,ma assolutamente colpevole quando spregiatore della ragione e dello sforzo di porre in questione ogni interpretazione sacralizzata – «l’esperienza analitica mi ricorda che un sano sviluppo mentale sembra dipendere dalla verità, come l’organismo vivente dipende dal cibo. Se la verità manca o è incompleta, la personalità si deteriora».
Una verità parziale è un’evasione dalla verità, una verità parziale non è verità ma menzogna, perché la verità è una sola, una e indivisibile. Celarla per opportunismo o viltà, colpirla o tacerla in un punto, significa metterla tutta in pericolo, perché nel campo del pensiero non esistono cose indifferenti. Inoltre, ben dice il puritano Nathaniel Ward, «raccontare una bugia in campo pratico è un grande peccato, che però è passeggero. Ma affermare una cosa non vera in materia teorica significa avallare ogni menzogna che si trovi dalla radice alla fine di ogni ramo di quella» (The Simple Cobbler of Aggawam in America, 1647).
È urgenza quindi, è ormai tempo, non più del dire e non dire, di sottintesi e tatticismi per quanto sagaci si vogliano considerare, ma delle negazioni radicali e delle affermazioni sovrane.

«La storia dell’Olocausto» – puntualizza lo storico Bradley Smith (II) – «non è che la storia sacra degli ebrei, religiosi come laici, tra gli altri. Questo è il motivo per cui non potete contestarla: è sacra. Non c’è spazio per dubbi o discussioni, in una storia sacra. C’è spazio solo per la certezza della vera fede e per la soddisfazione che tale certezza offre al vero credente […] Non conta che [l’accusa di avere sterminato gli ebrei nelle camere a gas,] quest’accusa di una mostruosità unica elevata contro i tedeschi,non sia mai stata provata, bensì solo asserita giudizialmente a Norimberga sulla base di “testimoni oculari”, molti dei quali sono stati poi sbugiardati come pazzi o impostori. Questo, non ci si aspetta che lo diciate. È tabù. E la verità non ha un ruolo nel mondo dei tabù. La verità non è una difesa per avere infranto un tabù».

La ricerca storico-scientifica – ci è grato citare l’ebraico-di-sangue nonché «convinto sionista ed “eversore“» (suo vanto a Nathania Zevi) Corrado Augias, giornalista scrivente in altro contesto  – obbedendo solo alla propria deontologia esclude ogni disonestà, il suo fine essendo di arrivare a risultati certi. Momentaneamente certi, indubbiamente,certi cioè fino a quando altre ricerche, altre scoperte, altri documenti potranno «falsificare» e correggere quei risultati per proporne di nuovi: «La differenza fra la storia (e qualunque altra attività scientifica) e la teologia è infatti soprattutto in questo: la scienza tende a un instancabile avvicinamento a verità perfettibili, la teologia tende a considerare immutabile la sua verità perfino quando le scoperte della scienza la rendono palesemente inverosimile. La ricerca scientifica e la fede religiosa,il perfezionamento di conferme verificabili e la fiducia in verità assolute si muovono su piani distinti. Per ognuna delle due ci sono spazio e legittimità nella coscienza e nei sentimenti degli individui, assai meno nel campo delle attività razionali e pubbliche […] Una narrazione basata su documenti è cosa molto diversa da una costruzione teologica, che per suscitare la fede deve trasformare i fatti, filtrarli attraverso categorie sottratte al controllo della ragione».
E in nostro soccorso giunge anche Rabbi Ariel Toaff : «Mi sembra assolutamente chiaro che la ricerca storica non deve essere sottoposta a condizionamenti preventivi,legati a postulati ideologici o a opportunità politiche. Parrebbe strano infatti postulare l’esistenza di settori di ricerca a cui vada interdetto l’ingresso nel timore che vengano anche soltanto proposte ipotesi in contrasto con quanto è ritenuto politicamente corretto e generalmente accettato. In caso contrario i fondamenti di libertà e progresso, che sono alla base dell’indagine scientifica, e la sua capacità di rompere i paradigmi esistenti, ne risulterebbero gravemente inficiati o menomati. Dovrebbe essere chiaro a tutti che la ricerca della verità storica non può e non deve essere asservita a considerazioni di utilità politica e condizionata dal pericolo di strumentalizzazioni
e stravolgimenti. Sullo storico incombe soltanto il dovere di maneggiare i documenti in maniera corretta, di portare alla luce nuove fonti o di rileggere le fonti conosciute da angolazioni nuove e scientificamente plausibili, sostenendo le proprie ipotesi con argomentazioni adeguate, la cui solidità va costantemente verificata».
La lotta del revisionismo olocaustico – di un abito critico che utilizza la ragione come principio dimostrativo – «questa lotta, invero, che si situa in un quadro ristretto,quello del XX secolo, è la manifestazione più recente di un conflitto antichissimo,iniziato all’alba dei tempi. È il conflitto che oppone la superstizione al sapere», assevera il professor Faurisson ad Ingrid Rimland, moglie dell’indomito, pluriincarcerato Ernst Zündel. E «dunque la prova di forza continuerà» – richiama al realismo lo studioso – «Non ne vedo la fine. La guerra alla quale assistiamo tra “sterminazionismo” e “revisionismo”, cioè, da un lato, tra la storia ufficiale, fossilizzata, sacra e, dall’altro,una storia critica, scientifica, profana, s’inscrive nella lotta senza fine combattuta nelle società umane, da millenni, tra fede e ragione, credenza e scienza. La fede nell’Olocausto o Shoah è parte integrante di una religione, la religione ebraica della quale, a vederle da presso, le fantasmagorie dell’Olocausto non sono che un’emanazione.
Non si è mai visto una religione crollare sotto i colpi della ragione. Non domani scomparirà la religione ebraica con uno dei suoi elementi più vivi. Secondo le vedute attuali, questa religione è vecchia di millecinquecento, o anche di tremila se non quattromila anni. Non si vede perché gli uomini del Duemila dovrebbero beneficiare del privilegio di assistere in diretta al naufragio di una religione le cui radici risalgono a tempi altrettanto antichi». In ogni caso, concorda il germanista polacco Tomasz Gabis,

«usciremo da questo abisso [di menzogne], solo quando la religione olocaustica, che in esso ci tiene prigionieri, sarà caduta in rovina».

Certo, «quando e’ maligni e gli ignoranti governano, non è meraviglia che la virtù e la bontà non sia in prezzo; perché e’ primi l’hanno in odio, e’ secondi non la cognoscono », scrisse, preavvertendo i tempi, Francesco Guicciardini (Ricordi, 178).
«L’ora presente», chiude Georges Sorel, «non è favorevole all’idea di grandezza: ma altri tempi verranno: la storia ci insegna che la grandezza non potrebbe far difetto indefinitamente a quella parte di umanità che possiede i tesori incomparabili della cultura classica […] In attesa dei giorni del risveglio gli uomini avveduti devono lavorare ad acquisire lumi, a disciplinare lo spirito e a coltivare le forze più nobili dell’anima, senza preoccuparsi di quello che la mediocrità democratica potrà pensare di loro».
Bis zum letzten Atemzug.

Note:

1) Espressione askenazita «shabbos goy, gentile del sabato», ad indicare un giovane
impiegato dalle famiglie agiate ebraiche nel Giorno del Riposo per compiere in loro vece
atti proibiti, come accendere lumi, attingere acqua, compiere commissioni, etc. Equipollenti
sono: «segretari degli ebrei» (coniato da Voltaire per l’abbé Antoine Guénée), Arruolati honoris
causa, juifs honoraires, camerieri di Sion, supremi Furbetti o generiche Anime Pie.

2) «Giudeomaniaci»: termine coniato dal quarto-ebreo francese Jean Robin a significare quei
goyim che presentano una «ammirazione eccessiva», pregiudiziale e indecente per gli ebrei e
per il giudaismo, conferendo loro uno status privilegiato e quindi indirettamente mettendo in
pericolo gli stessi Ammirati a causa delle eventuali reazioni degli «altri». Per la qual cosa i
giudeomaniaci si configurano, secondo Robin, come «pompieri piromani». Il termine «moscelnizzanti», coniato sulla scorta del verbo tedesco mauscheln, appare per la prima volta in
Germania nel 1622 in un manifesto diretto contro i coniatori cristiani di cattiva moneta ed entra
nell’uso a partire dalla parodia letteraria del «saggio» Nathan lessinghiano fatta da Julius
von Voss in Der travestierte Nathan der Weise (1804). Disceso dal nome Mosè, quintessenza
di elezione, equivalente a jüdeln = «parlare con accento yiddish» e, per traslato, «parlare/atteggiarsi/comportarsi da ebreo», «parlare con accento ebraico o al modo degli ebrei» nonché,continuano «antisemiticamente» il dizionario Bidoli-Cosciani, popolarmente: «mercanteggiare,truffare» e l’Etymologisches Wörterbuch des Deutschen: «parlare in modo confuso, intrigare,fare affari equivoci e non trasparenti, ingannare», riguarda i più fervidi giudeo-rispettosi goyim. Come li riguardano le espressioni «Gesinnungsjuden, ebrei per mentalità», coniata dal pedagogo Wilhelm Dolles nel 1921, e «Weiße Juden, Ebrei Bianchi», resa famosa da un articolo del 15 luglio 1937 sul settimanale delle SS Das Schwarze Korps.

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