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Dic 11

0087- La dichiarata guerra ebraica “di sterminio” alla Germania,1933-1945…

Testo tratto dalle pagine 488→505 di “Holocaustica religio” di Gianantonio Valli

Prefazione a “HOLOCAUSTICA RELIGIO”,Psicosi ebraica, progetto mondialista
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(…) oltre all’impegno nelle infrastrutture logistiche e nella società civile,che vedranno mobilitato l’ebraismo planetario, contro la Germania combatteranno in armi sui
vari fronti, nel tempo, da 1.410.000 a 1.450.000 ebrei. Inoltre, dei 300-400.000 partigiani, in
massima parte in Europa Orientale (Andreas Naumann ne riporta, a fine 1943, 70.000 alle
spalle del Gruppo Armate Nord, 100.000 al Centro e 100.000 al Sud), almeno sono 100.000 ebrei, spesso militari degli eserciti sconfitti. Già il 4 luglio 1944 Lord Strabogli esalta alla Camera dei Pari la loro partecipazione, mentre il periodico Palestine and Middle East scrive di «un esercito di 1.500.000» ebrei: quasi un milione nelle fila dell’Armata Rossa e mezzo milione USA, tra cui 31.000 ex «tedeschi» (che avranno un ruolo centrale non solo nelle farse processuali di Norimberga et similia, ma anche nella Rieducazione postbellica).
Secondo il pluri-oloscampato Arno Lustiger (I e II) gli ebrei in divisa furono, compresi i
6000 rojos della Guerra Civile Spagnola, 1.455.000; per Gershon Shapiro, 1.500.000 tra militari e partigiani; all’estate 1944, Morris Beckman ne conta 1,3 milioni (600.000 americani,500.000 sovietici, 70.000 britannici e 15.000 polacchi), cui ne aggiunge «diverse migliaia» negli altri territori «under Nazi occupation», «altre migliaia» come partigiani e 35.000 ebrei palestinesi,volontari in Europa e nel Medio Oriente; Arnold Paucker, direttore del londinese Leo Baeck Institute, dà 1.600.000 ebrei in armi, un decimo dell’ebraismo mondiale, una delle percentuali nazionali più elevate (oltre alla bibliografia da noi consultata, si vedano le 2600 pagine dei quattro volumi a cura di Isaac Kowalski Anthology on Armed Jewish Resistance 1939-1945, editi nel 1985-92 dalla newyorkese Jewish Combatants). In divisa britannica sono 62.000 (dei 3000 presenti a Creta nei reparti che nel maggio 1941, contro ogni legge di guerra,massacrano i paracadutisti tedeschi sia prima dell’atterraggio che dopo la cattura, 100 muoiono e 1670 cadono prigionieri); nelle Forces Françaises Libres 48.000; sotto bandiera canadese 16.000; sudafricana 10.000; australiana 3000. Quanto alla difesa della Palestina, affiancano gli inglesi 30.000 armati, addestrandosi per la futura aggressione contro i palestinesi (3000, tra cui 1000 donne, nella RAF, soprattutto come osservatori e piloti di bombardieri; 1200 in Marina,soprattutto su cento motovedette operative nel Mediterraneo orientale).
Nell’esercito polacco del settembre 1939 gli eletti sono 150-190.000… 180.000 «both officers and non-commissioned soldiers» per Benjamin Meirtchak, dei quali 5000 ufficiali (secondo fonti varsaviche, nel 1939 ne cadrebbero 30.000; vengono catturati dai sovietici 30.000 militari «polacchi»; Gerd Kaiser riporta che gli ufficiali «polacchi» riesumati a Katyn erano un quarto dei 1000 scomparsi dai campi sovietici, mentre Meirtchak ne conta 430, tra cui il caporabbi maggiore Baruch Steinberg; con migliaia di civili, passando per l’Iran, 3600 arrivano in Siria e Palestina); nell’esercito polacco-comunista di Berling sono 20.200, dei quali 3200 ufficiali; 5000 in quello di Wladislaw Anders, di cui 176 ufficiali.
Nell’Armata Rossa combattono 700.000 ebrei, partigiani esclusi (esagerando, Bianca Romano Segre, riferendo dell’esaltazione di Ehud Barak nel 55° anniversario della vittoria sul «nazismo», ricorda «come le armate russe fossero composte per più di un terzo da soldati ebrei»; Nechama Tec riporta che ebrei erano oltre il 70% dei capi partigiani; Lustiger (II) scrive di 500.000, compresi 30.000 partigiani… per inciso, una forza pari al contingente ebraico mobilitato dallo zar nella Grande Guerra; Solzenicyn si basa sulle stime della “Piccola Enciclopedia Sovietica”, che dà 450.000 militari e 25-30.000 partigiani; la Divisione Lituana è composta da ebrei per il 90%, come per il 90%, così Prittie/Nelson, ne sono i caduti); di essi, muoiono in 200.000, tra cui diversi generali.
Ricevono decorazioni 30.000 ebrei americani e 63.000 sovietici (per questi, Prittie/Nelson,
che dà 500.000 ebrei, e non 700.000, che «served in the Russian ranks», asserendo che «the Jewish population fornì oltre 200 generali, per la maggior parte promossi sul campo per atti di valore», riporta altre 100.000 decorazioni minori, mentre Solzenicyn dà 123.822 variamente insigniti e Wlodek Goldkorn I riporta oltre 300 generali), tra i quali ultimi 101 sono fatti Eroi dell’Unione Sovietica (Gershon Shapiro nomina 154 Eroi, decine dei quali insigniti, soprattutto postumi, anche a decenni dalla fine del conflitto; per Lustiger II sono «oltre 150»; per Solzenicyn VI 135, più 12 insigniti di tutti e tre i maggiori Ordini: Eroe dell’US, Ordine di Lenin e Premio Stalin; per il «lituano-britannico» Reuben Ainsztein, collaboratore della BBC,sono solo 121, ponendosi comunque in valori assoluti al quinto posto dopo russi, ucraini,bielorussi e tatari, mentre, con le 160.772 decorazioni complessive, cioè 5369 per 100.000 individui,salgono al quarto, sorpassando i tatari). Quanto ad altri paesi: Grecia 13.000, Jugoslavia 12.000, Cecoslovacchia 8000, Belgio 7000.
Determinante è l’apporto bellico partigiano, in particolare sul fronte orientale: secondo
stime sovietiche, da 300.000 a 500.000 sarebbero i tedeschi o i membri di altre formazioni
uccisi (quasi sempre in violazione delle leggi di guerra), 3000 i convogli ferroviari fatti
deragliare, 890 i depositi militari e 3623 i ponti fatti saltare, con un impiego per assicurare
sicurezza ai territori e alle retrovie della Wehrmacht, al marzo 1943, di 19 divisioni (poi 25) e di 300 formazioni collaborazioniste autonome. In realtà tali stime, contestate anche da storici sovietici, sono incredibilmente gonfiate: 300-500.000 militari uccisi equivalgono a 20-35 divisioni,che sarebbero mancate al fronte!, tanto che Wolgang Hasch e Gustav Friedrich scrivono che i caduti totali furono 35.000, la metà tedeschi e la metà milizie collaborazioniste, mentre Naumann riporta per la zona di Minsk, basandosi su fonti partigiane, 5908 tedeschi uccisi dal novembre 1941 al giugno 1942.

Quanto alle vere e proprie dichiarazioni di guerra ebraiche contro la Germania ricordiamo in particolare – dopo lo scatenamento del boicottaggio economico di cui in nota 39 – quelle che vedono protagonista Chaim Weizmann.

Lettera di Chaim Weizmann,del 29.08.1939, al primo ministro inglese Neville Chamberlain, offerta di alleanza militare ebraica anti-tedesca
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Il 29 agosto – si noti: tre giorni prima che i tedeschi scendano in campo a frenare la follia polacca e cinque avanti la dichiarazione di guerra anglo-francese – l’«inglese» già «bielorusso» Chaim Weizmann indirizza al primo ministro Neville Chamberlain una nota, pubblicata dal Times venerdì 6 settembre (titolo: Jews to Fight for Democracies) e dal Jewish Chronicle domenica 8, ove reitera l’appoggio ebraico all’aggressione al Reich: «Caro signor Primo Ministro,in quest’ora di crisi suprema [in this hour of supreme crisis] mi spinge a scrivere questa lettera la consapevolezza che gli ebrei possono contribuire alla difesa di sacri valori. Voglio confermare quanto più chiaramente [in the most explicit manner] le dichiarazioni che io e miei compagni abbiamo formulato nel corso dell’ultimo mese e soprattutto dell’ultima settimana: gli ebrei appoggiano la Gran Bretagna e lotteranno dalla parte delle Democrazie. Nostro ardente desiderio [our urgent desire] è conferire realtà a queste dichiarazioni. Ci proponiamo di fare ciò in maniera tale da essere in piena sintonia con le direttive generali britanniche [in a way entirely consonant with the general scheme of British action], e perciò ci porremo, nel piccolo come nel grande, sotto la guida coordinatrice del governo di Sua Maestà [and therefore would place ourselves, in matters big and small, under the coordinating direction of his Majesty’s Government]. La Jewish Agency è pronta a definire un accordo immediato per mettere a utile disposizione il potenziale umano ebraico [for utilizing Jewish man-power], le sue capacità tecniche, le sue risorse, etc. Negli ultimi tempi la Jewish Agency ha portato avanti [quanto alla Palestina] una politica diversa da quella della Potenza Mandataria [has recently had differences in the political field with the Mandatary Power]. Noi accantoneremo queste differenze per fronteggiare le maggiori e più pressanti urgenze di oggi. Vi invitiamo ad accogliere questa dichiarazione nello spirito col quale viene fatta».
Ma chi è, e quanto diritto e potere ha Chaim Weizmann per rappresentare, e mobilitare, i
diciotto milioni di ebrei in tutto il mondo? Poche righe a illustrarcelo: il «Lenin ben pasciuto»,definito nel 1917 «Nuovo Mosè» dall’ex generale boero Jan Smuts membro del gabinetto della Dichiarazione Balfour, presiede la World Zionist Organization, salvo una breve interruzione, dal 1920 al 1946, e la Jewish Agency for Palestine dalla sua fondazione, il 14 agosto 1929 a Zurigo, presente la crema dell’ebraismo planetario, tra cui gli americani Felix Warburg e Louis Marshall, il «tedesco» Albert Einstein, gli «inglesi» sir Herbert Samuel e Lord Melchett of Landford, il «francese» Léon Blum (nato Karfunkelstein o Finkelstein o Karfurhelstein o persino, e perché no?, Karrefouceschtang, indicato via via di ascendenti renani o prussiani o balcanici o carpatici; nato nel 1872 e morto nel 1950, cofondatore de L’Humanité, nel 1919 autore del programma del Partito Socialista Francese, deputato 1919-40, capo del Front populaire,presidente del Consiglio dal giugno 1936 al giugno 1937, quando abolisce le restrizioni all’immigrazione – che in pratica si identifica con l’arrivo di ebrei dall’Europa orientale – e, in regolare contatto con Chaim Weizmann, intensifica gli sforzi governativi per acquistare terreni per l’emigrazione ebraica in Palestina, vicepresidente del Consiglio fino al gennaio 1938, ancora suo presidente nel marzo-aprile 1938, deportato in Germania nel novembre 1942 dopo il crollo dell’Etat Français, ancora presidente del Consiglio dal dicembre 1946 al gennaio 1947).
Intimo dell’influente rabbino rooseveltiano Stephen Wise e di Ben Gurion, Weizmann sarà
il capo provvisorio dello Stato e primo Presidente di Israele dal 1949 al 1952 – non certo
dunque un quidam de populo:

«Era indubbiamente il capo e il primo portavoce dell’ebraismo mondiale. In tutto il mondo gli ebrei vedevano in lui il re degli ebrei», ricorderà Golda Meir.

È costui che, a nome dell’ebraismo mondiale, aveva dichiarato guerra alla Germania nei primi giorni di marzo 1933, a neppure un mese di distanza dall’inizio della Rivoluzione Nazionale (anche il presidente del breve interregno nella WZO, Nahum Sokolow, anch’egli tra i massimi istigatori del focolare balfourico, reitera la minaccia). Già il 2 settembre la missiva riceve una pubblica risposta da Chamberlain, in spasmodica attesa del rigetto dell’ultimatum da parte di Berlino (onde celare ai compatrioti i termini del contendere tedesco-polacco su Danzica, il Corridoio e la minoranza tedesca in Polonia, il 31 agosto aveva fatto sequestrare l’edizione serale del Daily Telegraph col testo dei sedici punti della ragionevole proposta tedesca di accordo,facendola sostituire con una seconda priva dello «sconcertante» documento):

«Caro dottor Weizmann, vorrei esprimerLe i sensi del mio caldo apprezzamento per il Suo scritto del 29 agosto e per lo spirito che ne scaturisce. È vero che esistono opinioni diverse tra la Potenza Mandataria e la Jewish Agency, ma accolgo volentieri [gladly] le assicurazioni contenute nella Sua lettera. Sono lieto di apprendere che in quest’ora di estrema emergenza, in un momento in cui sono in gioco le cose a noi care, l’Inghilterra può contare sull’appoggio offerto di tutto cuore dalla Jewish Agency. Lei non si aspetterà che in questo momento io dica altro se non che le Sue assicurazioni ad una volontà di servire il bene pubblico sono benvenuti e saranno ricordati [that your public-spirited assurances are welcome and will be kept in mind]».

Due anni dopo, nella primavera 1941, in un’articolo sarà ancora Weizmann a rivendicare i
meriti anti-«nazisti» dell’ebraismo, pretendendo in cambio un più vigoroso ed ufficiale appoggio all’azione sionista:

«Nella guerra contro Hitler la nazione ebraica chiede un posto tra i combattenti; perciò chiede il diritto di combattere sotto la propria bandiera. Il 21° congresso sionista dell’agosto 1939 m’incaricò di esprimere al governo inglese il nostro desiderio di cooperare,cosa che facemmo in una lettera al primo ministro Chamberlain il 29 agosto».

Dopo il grido di gioia weizmanniano del 2 settembre:

«This War is Our War, Questa guerra è la nostra guerra!»

(il giorno seguente ripreso da Churchill in un appello alla radio: «Questa guerra è una guerra inglese, e il suo obiettivo è la distruzione della Germania»), e dopo un secondo grido dello stesso tenore reso pubblico il 5 settembre – che per l’autorevolezza della fonte, l’ennesima reiterazione e l’adesione-conferma dei rappresentanti delle comunità diasporiche porta ipso facto, pur ce ne fosse bisogno, a qualificare agli occhi del Fascismo, in modo ultralogico, ogni ebreo come nemico, spia o partigiano – il Daily Herald, ripreso il giorno dopo da The Times, proclama che «gli ebrei nella loro totalità considerano questa guerra come una guerra santa» (presidente onorario delle organizzazioni sioniste di Gran Bretagna ed Irlanda, il 22 ottobre Lionel de Rothschild pretende dal segretario di Churchill John Colville,che ne riferirà nei diari, che

l’obiettivo finale della guerra dovrà essere «abbandonare agli ebrei la Germania e disperdere i tedeschi tra gli altri popoli di questa terra»).

Stessa atmosfera guerrafondaia a Parigi, ove il quotidiano comunista yiddish Naje Presse
(Nuova Stampa) il 2 settembre titola a tutta pagina: «Migliaia di ebrei si arruolano come volontari per la difesa della Francia». Il giorno prima i giornalisti si sono portati presso le caserme e al Ministero della Guerra, rue Saint-Dominique, a intervistare mobilitati e volontari: «Più ci avviciniamo agli uffici, più numerosa è la folla dai due lati dei cancelli. Le file si allungano di minuto in minuto. Possono arruolarsi solo i volontari che hanno dai diciotto ai quarant’anni e i documenti in regola. Ciò riporta un grande cartello sopra la porta che conduce all’ufficio di arruolamento. I volti sono seri. A nessuno sfugge la gravità del momento. Tutti si augurano la pace. Ma poiché Hitler, il barbaro, vuole incendiare il mondo e minaccia l’indipendenza dell’ospitale Francia, lo straniero è pronto a partire a fianco dell’intero popolo francese per fare il proprio dovere. Risuonano lingue diverse: italiano, polacco, ceco, yiddish. E l’yiddish occupa un posto di primo piano. Il numero degli immigrati ebrei è ben alto. Conoscono appieno il loro dovere. Possiamo ben dire che gli ebrei sono il 35-40 per cento dei volontari» (tra essi, caso emblematico di «rivoluzionario di professione», il «polacco» Pinkus Kartin, già brigatista in Spagna, nel giugno 1940 rifugiato nell’Etat Français, divenuto cittadino sovietico nel novembre dopo l’annessione all’URSS della città natale di Luck, «rimpatriato» nel marzo 1941 con un centinaio di ex brigatisti, paracadutato in Polonia quale Andrzej Szmidt, capo del nuovo partito comunista polacco e delle «operazioni militari» nel ghetto di Varsavia).
E l’odio ebraico trascende ogni disciplina di partito. Ricevuti gli ordini da Mosca – nuova, tattica, «alleata» del Reich – di sabotare o di non aderire allo sforzo bellico, il PCF viene infatti investito dalle attenzioni governative. Se già alla fine di agosto erano stati sequestrati tutti i giornali comunisti, il 26 settembre l’Assemblea Nazionale approva lo scioglimento del Partito,mentre 44 deputati su 65 vengono arrestati o deferiti ai tribunali militari; a Maurice Thorez,suo massimo esponente e disertore, viene tolta la cittadinanza dopo la fuga in Belgio. In seguito, perdurando la collaborazione «nazi-sovietica», vengono sospesi dalle funzioni 300 consiglieri comunali comunisti, sciolte 975 organizzazioni di propaganda contro la guerra,arrestate 3400 persone e compiute 11.600 perquisizioni, che portano a scoprire decine di radio clandestine, piani di sabotaggio e grandi quantità di materiale di propaganda disfattista. Anche se alcuni ebrei si riconoscono, da comunisti, in quanto dice a Bernard Bornstein il padre, già combattente di Spagna («Figlio mio, non è la nostra guerra», ove con «nostra» egli intende la guerra dei rivoluzionari), quali siano i motivi che spingono un così gran numero di Arruolati ad arruolarsi lo preciserà mezzo secolo dopo Ilex Beller, presidente dell’Association des anciens combattants et volontaires juifs: «Anche se taluni si sono arruolati con la speranza di regolarizzare la propria posizione in Francia, di evitare l’espulsione e di ottenere più facilmente la naturalizzazione, la massima parte voleva davvero combattere. Non c’era altra soluzione».
Cosa che vanta anche Lustiger (II): «Nel 1940 gli uffici di arruolamento erano invasi ogni
giorno dai volontari. La maggior parte dei soldati ebrei erano volontari di nazionalità straniera,soprattutto lavoratori immigrati, emigrati politici dall’Europa Orientale e profughi da Germania e Austria. In certe unità erano ebrei la metà dei soldati. Essi combatterono in unità speciali di volontari, nei reggimenti stranieri 11, 12, 21, 22 e 23, nella famosa 13a Demi-Brigade della Legione Straniera e nelle unità FFL sotto i generali De Gaulle e Koenig. Aviatori ebrei combatterono in Russia col gruppo Normandie[-Niemen] nei ranghi dell’Armata Rossa».
Che dovere di ogni ebreo sia scendere in campo a fianco delle Democrazie e che la guerra
contro la Germania vada considerata «santa» – con l’auspicato sterminio del nemico – non è comunque proposito della sola Diaspora. Con l’eccezione di frange quali il LEHI di Abraham Stern, i cui accordi di collaborazione con Hitler attendono ancor oggi di essere portati in piena luce, anche la classe dirigente dello Yishuv, l’ebraismo di Palestina, capeggiata da Ben Gurion,esce allo scoperto. Mentre accantonano l’opposizione alla politica palestinese di Londra, gli immigrati sionisti puntano ormai sugli inglesi, non solo incitando alla lotta gli ebrei del Mandato (Beckman scrive che si presentarono a fiancheggiare le forze britanniche 120.000 «young Palestine Jewish men and women», dei quali 35.000 combatterono in Europa e nel Vicino Oriente) e i confratelli presenti in ogni parte del globo, ma offrendo anche una più diretta collaborazione militare attraverso l’invio di commando sionisti al fianco dei combattenti occidentali (per vari motivi le proposte vengono respinte o si perdono nel labirinto della burocrazia: dalla Palestina, particolarmente tra il marzo e il settembre 1944, partiranno soltanto una trentina di combattenti, tra i quali Hannah Senesh e altre due donne, paracadutati dietro le linee
in Ungheria e nei Balcani). Con le parole di Ben Gurion: «Combattere Hitler come se non ci fosse il Libro Bianco [il piano inglese del 1938, che aveva chiuso praticamente la Palestina all’immigrazione ebraica] e combattere il Libro Bianco come se non ci fosse Hitler».
Col settembre 1939, riconosce Joseph Heller, «lo Yishuv e l’intero popolo ebraico si mobilitano a combattere i nazi». L’opera di tali ebrei, massicciamente impiegati dagli angloamericani (tra l’altro, come detto, volontari ebrei palestinesi partecipano in divisa inglese alla campagna di Grecia, 1500 venendo fatti prigionieri a Kalamata e 170 a Creta), riceverà menzione nell’ottobre 1946 sul Palestine Information Bullettin, foglio della Jewish Agency: «Outstanding work in Psychological Warfare and the collection of vital information for Allied Intelligence was done with Jewish co-operation, Gli ebrei [di Palestina] ebbero un ruolo di gran rilievo nella guerra psicologica e nel raccogliere vitali informazioni per i servizi di spionaggio alleati, non solo per il Medio Oriente, ma anche per Austria, Ungheria, Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Parecchi dei volantini lanciati dall’aviazione alleata sull’Europa furono stampati in Palestina, che negli anni 1940-1943 divenne uno dei maggiori centri di spionaggio per le Nazioni Unite. A partire dal 1941 un numero crescente di ebrei palestinesi venne impiegato dai servizi di spionaggio alleati, dall’OSS e dai servizi strategici alleati».
Aggiungono Yaacov Shavit e Jehuda Wallach, nell’Atlante storico del popolo ebraico: «Lo
Yishuv, che importa, e ben presto fabbrica, macchine utensili e che mette a disposizione tutte le sue energie e risorse per contribuire allo sforzo della guerra contro Hitler, attraversa durante il mandato [britannico] tutte le fasi della tradizionale rivoluzione industriale, ma a ritmo accelerato […] Lo Yishuv produce sul posto armi e munizioni, tende e uniformi, cibo e prodotti chimici, assicura la manutenzione dell’equipaggiamento sofisticato, ottico ed elettronico,costruisce un po’ ovunque nella regione installazioni militari, aeroporti e strade. In breve, la Gran Bretagna trova nella Palestina ebraica la sua principale base logistica per la guerra contro Hitler» (con l’occasione nascono quelle fabbriche siderurgiche, tessili e di prodotti di gommma, cementifici, calzaturifici, industrie alimentari e una cinquantina di kibbutz, che saranno la prima infrastruttura industriale di Israele).
E gli stessi concetti di mobilitazione antitedesca vengono ribaditi il 13 settembre in Olanda
dal principale quotidiano ebraico, il Centralblaad voor Israeliten: «I milioni di ebrei che vivono in America, Inghilterra, Francia, Nord- e Sudafrica, senza dimenticare la Palestina, sono determinati a condurre fino all’annientamento totale la guerra di sterminio contro la Germania ». Similmente il britannico The Picture Post: «Dobbiamo smetterla di rimproverarci per il Trattato di Versailles. Quando finirà questa guerra, la Germania dovrà essere smembrata, senza riguardo, in Stati piccoli e piccolissimi. Ma prima di tutto dovranno venir fucilati i capi nazisti con tutti gli altri infami animali. Chi soffre di un cancro e vuole guarire deve tagliarselo via. Nazismo, prussianesimo, militarismo tedesco, questo è il cancro di cui soffre il mondo».
Egualmente torahico, il News Chronicle tuona il 25 ottobre: «Vorrei, diciamolo chiaro, sterminare ogni essere vivente, uomo, donna e bambino, animali, uccelli ed insetti. Praticamente,non vorrei lasciar crescere neppure più un filo d’erba. Dell’intera Germania dovrà essere fatta una terra simile al Sahara», concetto ribadito, in modo più soft, dal Picture Post nel dicembre: «Per riavere una vera pace dopo questa guerra, sulla carta d’Europa non deve restare il minimo pezzo di Germania».
Quanto alla Francia, entrata nel conflitto con meno baldanza ma identico odio, la Revue
des Deux Mondes, portavoce dei circoli governativi, incita nel settembre 1939: «La Germania sarà e dovrà essere sconfitta fino in fondo. Nessun cavillo politico dovrà ferire i sentimenti di milioni di inglesi e francesi, che entrano in guerra per farla finita per sempre. Nessun armistizio prima di una vittoria totale; nessun armistizio prima che sia stata occupata Berlino.
Nessun armistizio e nessuna trattativa di pace prima che i nazionalsocialisti non contino più nulla e i loro capi non siano stati consegnati tutti, vivi o morti, ai vincitori». Già il 19 luglio,del resto, l’ex primo ministro Léon Blum non si era tenuto dallo sbavare, su Le populaire da lui diretto: «La penso come lui [il giornalista Henri de Kerillis] e lui la pensa come me! Anche i deputati ebrei Pertinax [l’ex «polacco» Géraud Grünbaum alias André Géraud] e Bloch non se lo nascondono: il giorno della vittoria il popolo tedesco dovrà essere annientato».
Il 10 febbraio 1940 è poi il drammaturgo Sholem Asch a incitare gli anglo-francesi su
Nouvelles Litteraires: «Anche se noi ebrei non siamo presenti con voi in carne ed ossa nelle trincee, siamo cionondimeno con voi moralmente. Questa è la nostra guerra, e voi la state combattendo per tutti noi». Appello recepito da Jean Bardanne il 19 marzo su Lyon Républicaine:
«Per finire questa guerra dobbiamo sconfiggere la Germania. Per sconfiggere la
Germania, dobbiamo occuparla, tutta quanta. Solo se i tedeschi staranno in coda davanti alle nostre cucine da campo per mangiare e calmare i morsi della fame, solo se marceranno guardati dalle baionette francesi ed inglesi, solo allora i tedeschi diverranno docili e obbedienti. E quando ci saremo convinti di agire giustamente, quando avremo sezionato il mostro grande tedesco,questo stato di cose dovrà durare generazioni. Allora i francesi avranno compiuto una opera-zione altamente meritoria».
Del resto oltreoceano, due mesi prima, il 26 gennaio 1940, il Toronto Evening Telegraph
aveva riportato una dichiarazione di Rabbi Maurice L. Perlzweig, nato in Polonia nel 1895 ed educato in Inghilterra, già presidente della World Union of Jewish Students, influente membro dell’esecutivo della Jewish Agency e presidente della sezione britannica del World Jewish Congress:

«Il Congresso Mondiale Ebraico è in guerra con la Germania già da sette anni»

(nel 1942 a capo del Dipartimento Affari Internazionali del WJC, il Nostro sarà in seguito presente nell’Economic and Social Council dell’ONU, nonché attivissimo membro della Sub-Commission on Prevention of Discrimination).
Altrettanto ed ancor più bellicoso, sottolineando il carattere epocalmente rivoluzionario
della guerra, è nel febbraio ancora Nahum Goldmann, nella prolusione tenuta alla conferenza washingtoniana del WJC; riporta infatti il New York Times del giorno 11: «Ma [dopo il conflitto vittorioso] o l’Europa si riorganizzerà su una base rivoluzionaria o non sopravvivrà.
Solo quando non verrà più riconosciuta la sovranità dello Stato, solo quando le leggi morali internazionali controlleranno e limiteranno la sovranità degli Stati, solo allora potrà essere assicurata la salvaguardia reale dei diritti dei cittadini e i diritti delle minoranze. L’intero concetto di maggioranze e minoranze assumerà un altro aspetto […] Voi siete non solo la più forte comunità ebraica del mondo per numero, la più potente comunità per influenza politica,sociale ed economica […] Lo stesso concetto si applica all’ebraismo americano nel più limitato campo delle sue possibilità e dei suoi scopi, se si lascerà guidare dal sentimento di solidarietà con gli ebrei europei, prendendo piena consapevolezza che il suo futuro è legato al futuro degli ebrei europei, perché noi siamo un unico popolo».
Un riconoscimento del contributo giudaico alla guerra viene fatto da Londra nel settembre
e tosto magnificato all’ebraismo americano, sollecitato a premere su Roosevelt per l’entrata in guerra. È il 6 ottobre, quando il New York Times pubblica un articolo dal titolo: New World Order Pledged to Jews, “Il Nuovo Ordine Mondiale pegno nei confronti degli ebrei”. È questa la prima occasione in cui viene usata quella che negli anni Novanta sarebbe divenuta la più nota, e famigerata, formula politica ONU-bushiana (a suo tempo coniata dall’inglese Herbert G. Wells, massone della Fabian Society, membro della Fondazione Rockefeller e secondo presidente del PEN Club, l’organizzazione internazionale di scrittori fondata dall’ex compagnone anti-«unni» John Galsworthy). Il concetto era stato del resto anticipato pochi mesi prima da un libello, tosto ritirato dal mercato, intitolato The City of Man – A Declaration on World Democracy “La città dell’uomo – Dichiarazione sulla Democrazia Mondiale”, letteralmente ispirato ai deliberati del Congresso massonico svoltosi a Parigi nei giorni 28-30 giugno 1917. I sottotitoli annunciano: «Arthur Greeenwood, del Gabinetto di Guerra britannico, ne dà conferma
– Raddrizzare i torti passati – Comunicazione di un rabbino inglese al dr. S.S. Wise sul
nuovo assetto postbellico».
Sembra una seconda e più ampia Dichiarazione Balfour che, ancor più di quella, non solo
investe interessi prettamenti ebraici, ma li intreccia inscindibilmente a quelli mondiali. La
fondazione di uno Stato ebraico, legata alla prospettiva mondialista della Società delle
Nazioni, è stata del resto già cantata come uno dei principali scopi della guerra in un pubblico discorso tenuto nel 1920 dal Round Table Lord Robert Cecil of Chelwood, deputato conservatore,ministro e segretario di Stato agli Esteri dal 1916 al 1918 (nonché futuro presidente della SdN dal 1923 al 1945):

«Io credo che quando la storia della guerra sarà scritta con completa imparzialità, si dovranno riconoscere, quali suoi massimi risultati, il raggiungimento del focolare nazionale ebraico e la creazione della Società delle Nazioni. Entrambi questi risultati non mancano di intima, reciproca relazione. Essi rappresentano, entrambi, grandi ideali per i quali noi abbiamo combattuto e in virtù dei quali abbiamo vinto».

Una conferma della «intima, reciproca relazione» viene da una prolusione tenuta in suo
onore da Weizmann: «Per lui, il ristabilimento di una patria ebraica in Palestina e l’organizzazione del mondo in una grande federazione erano aspetti complementari del prossimo passo nella gestione degli affari umani». A maggiore ragione, esattamente vent’anni dopo il concetto di New World Order echeggia collegato all’ebraismo (già nella primavera 1939 il mondialista Royal Institute of International Affairs ha pubblicato, in collaborazione col Political and Economic Planning di Lord Israel Moses Sieff – un’altro dei brain trusts – lo studio anticipatore European Order & World Order).
Quanto segue è la traduzione integrale dell’articolo apparso il 6 ottobre 1940 sul New York
Times: «Nella prima dichiarazione pubblica sulla questione ebraica dallo scoppio del conflitto,Arthur Greenwood, membro senza portafoglio del Gabinetto di Guerra britannico, assicura gli ebrei degli Stati Uniti che quando sarà stata ottenuta la vittoria verrà compiuto ogni sforzo per fondare un Ordine Mondiale basato sugli ideali di “giustizia e pace”. Il signor Greenwood,leader dei deputati laburisti, dichiara che nel Mondo Nuovo la “coscienza dell’umanità civile esigerà che i torti patiti dal popolo ebraico nei più diversi paesi siano raddrizzati“. Aggiunge poi che dopo la guerra verrà data ovunque agli ebrei l’opportunità di portare “un contributo particolare e costruttivo” alla ricostruzione del mondo. La dichiarazione è stata trasmessa la settimana scorsa al dr. Stephen Wise, presidente del Comitato Esecutivo del Congresso Mondiale Ebraico, da Rabbi Maurice L. Perlzweig, presidente della sezione britannica del Congresso.
Rabbi Perlzweig è giunto dall’Inghilterra lunedì sera. Comparando la dichiarazione [di
Greenwood] con la Dichiarazione Balfour del 1917, il dr. Wise afferma che in un certo senso la prima ha “implicazioni più ampie ed estensive” di quella, poiché si occupa dello status degli ebrei di tutto il mondo. Egli afferma che il messaggio del signor Greenwood può essere interpretato come una netta dichiarazione della ferma intenzione inglese di raddrizzare i torti che gli ebrei hanno sofferto e continuano a soffrire a causa “dell’agitazione e della sfrenatezza” [disorder and lawlessness] di Hitler. Il signor Greenwood, trasmettendo agli ebrei d’America un messaggio di “incoraggiamento ed un caldo augurio”, scrive: “Il tragico destino delle vittime ebraiche della tirannide nazista ha, come ben sapete, suscitato in noi profonda emozione.
I discorsi tenuti dagli statisti britannici sia in Parlamento che alla Società delle Nazioni
negli ultimi sette anni hanno riflesso l’orrore con cui la gente di questo paese ha osservato i nazisti ricadere nella barbarie. Il governo britannico cercò di portare qualche aiuto ai tanti
ebrei perseguitati sia in Germania che nei paesi infettati dalla dottrina nazista dell’odio razziale.
Oggi quel medesimo, sinistro potere che ha calpestato le sue stesse, indifese minoranze e che ha temporaneamente derubato con la frode e la violenza parecchi piccoli popoli della loro indipendenza, ha sfidato l’ultimo baluardo della libertà in Europa. Quando avremo ottenuto la vittoria, come certamente accadrà, le nazioni avranno l’opportunità di costruire un Nuovo Ordine Mondiale basato sugli ideali di giustizia e pace. In tale mondo è nostra viva speranza che la coscienza dell’umanità civile chiederà che i torti sofferti dal popolo ebraico in ogni paese vengano raddrizzati. Nella ricostruzione della società civile dopo la guerra ci dovrà essere e ci sarà ovunque una reale occasione per gli ebrei di portare un contributo particolare e costruttivo, e tutti gli uomini di buona volontà dovranno senza dubbio sperare che nella nuova Europa le genti ebraiche, quale che sia il paese in cui vivranno, avranno libertà e piena eguaglianza con gli altri cittadini davanti alla legge”. In un’intervista all’Hotel Astor Rabbi Perlzweig ha dichiarato di essere certo che il signor Greenwood “parla per l’Inghilterra”.
Questa è una chiara conferma, ha aggiunto, che la libertà e l’emancipazione del popolo ebraico sono collegate all’emancipazione e alla libertà di tutti i popoli. La dichiarazione, ha rimarcato Rabbi Perlzweig, è stata oggetto della più seria considerazione da parte del governo britannico.
“Questa è una dichiarazione nell’interesse del mondo intero”, ha osservato. “Con essa il governo britannico si è espresso chiaramente su cosa spera accadrà quando la guerra sarà vinta”».
Ricordiamo infine che all’epoca il visconte Arthur Greenwood è da decenni un cardine
dell’ideazione mondialista. Nel 1916 dirigente al War Office di Lord Derby (sposo ad Alice
Montagu) e poi ministro della Sanità col laburista Ramsay Macdonald, è membro del gruppo British Empire e massone della loggia londinese New Welcome n.5139. Nel 1948-50 sarà presidente della sezione inglese della Pilgrims Society, succedendo a Derby e passando poi la carica a Lord Halifax (già vicerè delle Indie 1925-31 e ministro degli Esteri con Neville Chamberlain 1938-40, massimo tra i guerrafondai nell’agosto 1939, ambasciatore a Washington 1941-46, Gran Maestro dell’Ordine di San Michele e San Giorgio). Quanto a Rabbi Perlzweig,nel 1943-44 co-presiede, col boss sionista e columnist del newyorkese The Day Ben Zion «B.Z.» Goldberg, il progetto di pubblicazione del Black Book di Erenburg e Grossman, il “Libro Nero” che sarebbe servito da canone per inchiodare i «nazisti» sia a Norimberga che per il mezzo secolo seguente; oltre al sovietico Comitato Ebraico Antifascista, promotori, ideatori,attivisti e fervidi «curatori» dei nazi-crimini sono il World Jewish Congress, il National Jewish Council of Palestine o Vaad Leumi e l’American Committee of Jewish Writers, Artists and Scientists, rappresentati dai dirigenti Joseph Brainin, Nahum Goldmann, Raphael Mahler,Rubin Saltzman, A. Tartakower e Baruch Zuckerman.
Un’ennesima dichiarazione di guerra viene intanto reiterata ad Oriente, dalla Conferenza Ebraica Internazionale che si apre a Mosca il 24 agosto 1941, quindi cinque mesi avanti la strombazzata Conferenza di Wannsee, considerata il «punto d’avvio» dell’Olo-Soluzione.
Tosto si aprono convegni nei quali soldati, operai, contadini, scrittori, scienziati, compositori, attori e militari chiamano a raccolta gli ebrei di ogni terra. Promotori ne sono i membri del Comitato Ebraico Antifascista: Solomon A. Lozovskij (già segretario dell’Internazionale rossa dei sindacati, vicedirettore dell’Ufficio Informazioni Sovietico e viceministro degli Esteri),Sacno/Shakne Epshtejn (segretario, giornalista e corrispondente USA, collaboratore dell’NKVD),Lena Solomonovna Stern (l’unica donna dell’Accademia delle Scienze, nota come l’«Albert Einstein in gonnella»), il poeta Icik (diminutivo di Isaac) Feffer, l’attore Shlomo Mikhoels,il poeta Perec Markish, il violinista David Ojstrach, Boris Simelovic, V. Kusnirov, David Bergelson, il generale Aaron Katz, il direttore per il Munizionamento L. Honor, il viceministro al Controllo S. Bregman, l’illustre fisico Pëtr Leonidovic Kapitza, Boris Yapan, altro accademico delle scienze, gli scrittori Leib Kvitko e Samuil Jakovlevic Marshak, e Polina Semënovna Karpovskaja detta «Zemcuzina, la Perla», moglie di Vjaceslav Molotov.
Già l’11 luglio, del resto, lo Jewish Chronicle aveva assicurato che «in risposta all’appello
di Stalin affinché tutti i cittadini sovietici difendano la patria con ogni possibile mezzo, i capi ebrei a Mosca hanno, a loro volta, indirizzato un manifesto all’ebraismo sovietico sottolineando che Hitler non soltanto è il nemico del progresso e della civiltà, ma anche il nemico supremo [arch-enemy] degli ebrei. Il manifesto incita gli ebrei a compiere bravamente il loro dovere al fronte, a lavorare vigorosamente nelle fabbriche per produrre armi per l’Armata Rossa e ad assistere i profughi della guerra. La Regione Autonoma Ebraica del Birobidjan, in Estremo Oriente, ha informato il governo della decisione che tutti i suoi ebrei tra i venti e i quarant’anni s’arruoleranno nell’Armata Rossa. Le radio e la stampa russe continuano a informare sugli orrori delle persecuzioni degli ebrei nel Terzo Reich e nei paesi sotto controllo nazista.
Questo, per rispondere alla propaganda nazista che cerca di spingere i russi ad insorgere
contro i loro “padroni ebrei bolscevichi”. I radiocommentatori russi affermano che in Russia
ogni cittadino viene giudicato per i propri atti, e che i russi non aderiranno mai alle teorie
razziali naziste, né riconosceranno le pretese dei tedeschi a farsi Herrenvolk. In diversi cinema di Mosca hanno iniziato a proiettare il noto film antinazista Professor Mamlock, che illustra la ferocia anti-ebraica del regime nazista. La stampa russa ha sottolineato con soddisfazione che un gran numero di ebrei si stanno arruolando volontari nell’Armata Rossa. Particolarmente elevata è la quota degli studenti ebrei volontari nelle truppe combattenti. Molti studenti e molti allievi ebrei di scuole secondarie si offrono volontari per i compiti più pesanti. Le donne ebree stanno prestandosi come infermiere e operaie nelle fabbriche di munizioni» («Soviet Jewry has responded magnificently to the Nazi attack on their fatherland, Gli ebrei sovietici hanno risposto in modo grandioso all’aggressione nazista alla loro patria», commenterà, un anno dopo,l’«inglese» I. Rennap).
Tra gli oratori del 24 agosto(1941)si distingue Mikhoels, che apre i lavori toccando il tasto della
Grande Guerra Patriottica: «Il mio cuore ebraico è pieno di entusiasmo e di orgoglio; mi rivolgo a voi come cittadino di un grande e libero paese; come figlio del popolo sovietico, rappresento quella parte del popolo ebraico che, con libertà e convinzione uniche sulla terra, può pronunciare questa parola meravigliosa: patria». Seguono Markish, il commissario politico Yernim Kuznecov, Epstein e lo scrittore Ilja Grigorevic Erenburg, bardo di violenze e massacri.
Tutti invitano ogni confratello a sollevarsi contro le Orde Sanguinarie, i Diavoli Fascisti, i Nemici dell’Umanità, a difesa del Sacro Suolo, Culla del Nuovo Diritto, Terra Madre dei popoli oppressi: «I fascisti vogliono soggiogare l’intero mondo. Ebrei e cittadini sovietici tutti, distruggete senza pietà i barbari fascisti!».
Ed egualmente lo scrittore David Bergelson nella trasmissione lanciata alle ore 18 (del 24 agosto 1941) da Radio Mosca e «destinata agli ebrei di tutto il mondo» («l’importance de cette émission est considerérable; ni les historiens, ni ceux qui ont rédigé leur autobiographie, n’ont mis en relief la portée de l’appel lancé ce jour-là par l’écrivain yiddish David Bergelson», commenta Annette Wieviorka I): «Tutti gli ebrei, senza riguardo a dove siano e a cosa pensino, devono affiancare senza indugio la Guerra Santa contro il fascismo, devono alzare non solo la voce,ma la mano potente per sferrare contro il fascismo il colpo mortale […] Il sanguinario Hitler vuole sterminare ogni popolo che rifiuti la sua schiavitù. In primo luogo cerca di annientare il nostro popolo, e noi dobbiamo constatare con dolore che l’angelo della morte porta avanti il suo piano con una precisione implacabile nei paesi dove il fascismo è riuscito a imporre il suo orrendo dominio, in Germania, Polonia, Austria, Francia, Belgio, Olanda, Cecoslovacchia,Romania, etc., là dove vive una gran parte del nostro popolo. Se per tutti i popoli oppressi l’hitlerismo è sinonimo di schiavitù, di persecuzioni e di guerra, per noi ebrei significa lo sterminio totale. Recentemente le autorità militari di Lodz hanno convocato il capo della comunità ebraica per fargli capire che sarebbe stato meglio per gli ebrei suicidarsi, piuttosto che attendere il massacro. Oggi si pone in tutta la sua gravità la questione stessa dell’esistenza del popolo ebraico; si tratta della vita o della morte del nostro popolo. Nel momento in cui udite queste parole, donne, bambini e uomini vengono sepolti vivi dai banditi bruni. In Polonia e in Romania intere comunità ebraiche vengono annientate, gli uomini assassinati, le donne violentate dai barbari. Nel millenario cammino della diaspora attraverso l’epoca romana, il Medioevo e lo zarismo, il popolo ebraico non ha mai conosciuto una catastrofe simile. Mai è stato minacciato di sparizione come oggi. Tutti gli assassinii, tutti i massacri che ha visto da Haman in poi non sono nulla a paragone dell’attuale tragedia» (per la precisione, tenga presente il lettore che i «massacri» addebitati all’amalecita Haman, peraltro assolutamente inventati a scopo didattico-teologico-giustificativo, sono massacri ideati e non attuati).
In ogni caso e malgrado tutto, il popolo di Maimonide, di Spinoza, di Heine e di Mendelssohn vivrà, poiché, conclude Bergelson terminando in ebraico col mezzo versetto 17, Salmo 118, non solo «noi siamo un popolo dalla dura cervice», ma Dio stesso ci ha promesso la salvezza: «lo amouth ki erie, io non morirò ma vivrò». Quanto al regista Ejzenstejn: «Coloro che lottano contro la brutale ideologia fascista e per gli ideali dell’umanesimo – l’Unione Sovietica ed i nostri grandi alleati in questa guerra, Gran Bretagna ed America – sono impegnati in una lotta mortale […] I popoli slavi si sono sollevati e non deve restare sulla terra nessun ebreo che non abbia giurato di prendere parte a questa Guerra Santa con tutti i suoi mezzi e tutte le sue forze».
Concetti ribaditi l’8 ottobre 1942 da The Sentinel, uno dei più influenti giornali superamericani:
«The Second World War is being fought for the defence of the fundamentals of Judaism,
La Seconda Guerra Mondiale viene combattuta per difendere i princìpi fondamentali del giudaismo», ricordati nel novembre da Beverly Nichols alla Grosvenor House ad una platea di confrères: «…quando Hitler ha detto che questa è una guerra ebraica, ha detto qualcosa di veramente giusto», ripetuti da Weizmann il 3 dicembre a New York al World Jewish Congress: «Non ce lo nascondiamo e non temiamo di confessare la verità: questa guerra è la nostra guerra e viene condotta per la libertà dell’ebraismo. Anche se non cadiamo sui campi di battaglia, abbiamo il diritto di dire che senza di noi non sarebbe pensabile il successo degli Alleati, poiché la nostra partecipazione alla guerra è enorme e oltremodo significativa. Più forte di tutti i fronti messi insieme è il nostro fronte, il fronte dell’ebraismo. Noi diamo a questa guerra non solo il nostro totale appoggio finanziario, basato sull’intera produzione di guerra, non solo mettiamo a disposizione di questa guerra la nostra totale potenza propagandistica, che costituisce la forza motrice della prosecuzione di questa guerra. La sicurezza della vittoria si fonda in primo luogo sull’indebolimento delle forze nemiche, sulla loro divisione nella loro stessa terra, sulla resistenza al loro interno. Noi siamo il cavallo di Troia nella fortezza del nemico. Migliaia di ebrei che vivono in Europa sono il fattore principale della distruzione del nemico. Là il nostro fronte è un’evidenza e costituisce il più prezioso aiuto per la vittoria».
Nel novembre (1941)la Jewish Agency diffonde in Occidente i deliberati del Congresso, ribadendo l’impegno che deve legare ogni ebreo nella lotta al «nazismo»: «Dopo discorsi infuocati,fu approvato un appassionato appello agli ebrei di tutto il mondo, che li chiamava all’insurrezione contro gli assassini fascisti, che annegavano le città e i villaggi d’Europa nel sangue delle loro popolazioni […] Non c’è dubbio che l’appello del Congresso Ebraico di Mosca esprime i sentimenti e le speranze degli ebrei di tutto il mondo» ed invia a Mosca un vibrante messaggio:
«Ci è pervenuto il vostro appello affinché l’ebraismo mondiale si unisca contro Hitler e
tutto ciò che rappresenta. Lo sottoscriviamo di cuore. Siamo orgogliosi della lotta che avete iniziato nelle file dell’Armata Rossa, le cui imprese si sono guadagnate un’ammirazione universale ed hanno rafforzato la fede nella vittoria […] Anche la comunità ebraica in Palestina,che comprende ormai cinquecentomila persone, fa la sua parte. Decine di migliaia di ebrei sono entrati in unità ebraiche nell’esercito inglese e prestano servizio nell’aviazione e nella marina. Molte migliaia ancora ardono dal poter prendervi parte […] Decine di migliaia cercano in altri paesi l’occasione per prestare servizio in un’armata ebraica, in modo tale che come popolo possiamo prendere il nostro posto nella guerra per gli stessi obiettivi […] Vi inviamo saluti fraterni. Potete assicurare i vostri concittadini che gli ebrei di tutto il mondo non si sottrarranno alla lotta comune».
Impegno ribadito su tutti i fogli, come il 20 dicembre 1942 fa The American Hebrew: «Il
perché della guerra non è mai stato così chiaro come oggi. È la lotta della concezione di vita ebraica contro la concezione di vita dei non-ebrei. È il modo di vita degli ebrei contro il modo di vivere dei nemici degli ebrei, ciò per cui si combatte oggi in tutto il mondo».
Impegno esaltato poi anche da Walther Zander in Soviet Jewry, Palestine and the West,
edito a Londra da Gollancz nel 1947. Ricordato come la metà degli ebrei sovietici, inclusi i
membri delle professioni liberali, fossero stati attivi nell’amministrazione («oltre un terzo degli ebrei in Russia sono diventati pubblici funzionari», aveva scritto lo Jewish Chronicle il 6 gennaio 1933), Zander continua: «Gli ebrei sfruttarono nel modo più pieno le opportunità loro offerte. Sapevano che in questa guerra era in gioco la loro intera esistenza e che se la sconfitta per altri avrebbe significato la schiavitù per loro avrebbe comportato lo sterminio. In tal modo si gettarono nella lotta senza quartiere […] Parecchi generali ebrei compirono un eccellente servizio nell’Armata Rossa, tra essi il generale Cherniakovskij di Kiev […] e il comandante divisionale Jakov Osher Kreiser, uno degli eroi di Sebastopoli […] “In quanto generale dell’Armata Rossa”, disse questi nel 1942, “e figlio del popolo ebraico giuro di non deporre la spada finché non sia stato distrutto l’ultimo fascista”. Alla fine del 1943, 32.000 militari ebrei dell’Armata Rossa erano stati decorati al valore […] Per rafforzare la solidarietà tra gli ebrei sovietici e quelli degli altri paesi, si tennero a Mosca convegni nei quali militari, operai, contadini,scrittori, scienziati, musicisti, attori e ufficiali ebrei chiamarono alle armi gli ebrei di ogni parte del mondo […] Il presidente del congresso disse in una trasmissione indirizzata all’ebraismo mondiale: “Il mio cuore ebraico è colmo di entusiasmo e di orgoglio; mi indirizzo a voi quale cittadino di un grande paese libero; quale figlio del popolo sovietico, rappresento questa parte del popolo ebraico che, con una libertà e una convinzione che non esistono in altra parte della terra, può pronunciare questa parola meravigliosa: patria”».
Come, dopo ciò e infinita altra documentazione, ci sia ancora qualcuno che, come Michael Marrus, possa scrivere che «non si può […] applicare in alcun senso ordinario la definizione di conflitto internazionale all’Olocausto: esso ebbe luogo nel contesto di un conflitto internazionale e ci fu realmente una “guerra contro gli ebrei”, come ha detto Lucy Dawidowicz. Ma non ci fu una guerra degli ebrei contro il nazismo», o che non voglia afferrare il senso della dichiarazione della «giovane ungherese teoricamente neutrale» Gitta Sereny, infermiera ausiliaria in Francia nel giugno 1940 «disposta a fare quasi qualunque cosa per danneggiare gliinvasori», o che si possa chiosare, invertendo i ruoli come fa lo sterminazionista Losurdo: «E poi, sia detto a loro onore, gli ebrei non sono affatto le vittime che attendono passivamente il compimento del sacrificio; spesso cercano di contrastare, a livello internazionale, i piani dei loro oppressori e carnefici; collaborano con la Resistenza, sono attivi nella lotta partigiana»…ebbene, lo si può sostenere soltanto – oltre che sulla base di un’ovvia malafede – di una strabiliante ignoranza, di un volontario accecamento e della bieca rivendicazione di uno status che differenzia super-razzisticamente l’ebraismo dalla normalità di ogni altro popolo. Contrariamente
all’imperante e callida vulgata che li vuole passivi e indifesi, sempre e dovunque, gli
ebrei, come singoli e come popolo, sui fronti tradizionali e su quelli interni, inquadrati come soldati regolari o come sabotatori, portando apertamente le armi o col subdolo terrorismo, mai si sono lasciati «scannare» come agnelli sacrificali, ma hanno sempre aggredito, e sempre in anticipo, con determinazione e tenacia, con coraggio e ferocia.
Inoltre, per portare il discorso fino in fondo e a prescindere dal giudizio etico-storico sull’obiettivo tedesco di allontanare gli ebrei dall’Europa – politica sempre più aspra e condizionata da eventi esterni col montare sempre più implacabile dell’aggressività occidentale e sovietica – la legittimazione all’internamento dei civili ebrei quali civili nemici – e proprio in quanto ebrei, non quali cittadini di Stati in guerra col Reich – viene non solo data a priori

1. dalle dichiarazioni di guerra di Weizmann e di altri capi ebrei e

2. dalla mobilitazione bellica dei milioni di ebrei planetari e dello Yishuv, ma anche confermata a posteriori

3. dalle pretese dello Stato di Israele a risarcimenti per gli ebrei espropriati, morti, giustiziati od uccisi, considerati suoi cittadini de facto, de iure e de sanguine.

Concetto rivendicato davanti agli alleati e ai confratelli, in epoca altrettanto non sospetta,
da Siegfried Moses, «testa giuridica» delle oloriparazioni e in seguito (dal 1949 al 1961) presidente della Corte dei Conti israeliana. Come l’israeliana Nana Sagi scrive nell’opera “Riparazioni per Israele”, «secondo lui occorreva creare una cornice legale, che sarebbe servita anche a scopi politici. Gli ebrei, che erano fuggiti dalla Germania dal 1933, dovevano essere considerati Reich, e come tali avevano diritto a riparazioni al pari di
tutte le altre nazioni in lotta contro Hitler. L’Unione degli Emigrati Mitteleuropei fece proprie
le raccomandazioni del dottor Moses». La qual cosa si concretò, ad esempio, nella risoluzione adottata il 27 ottobre 1944:

«Il diritto al risarcimento riposerà sul riconoscimento del fatto che gli ebrei appartengono ad una nazione che si trova in guerra con la Germania fin dal 1933».

Al proposito, aggiunge Cesarani (II): «[Il capo del governo israeliano Ben Gurion] dichiarò
a[l presidente AJC Joseph] Proskauer: “Lo Stato ebraico è l’erede dei sei milioni di vittime,
l’unico erede“. Gli ebrei uccisi, sostenne, sarebbero andati in Israele, se non fossero stati
massacrati. “Lei mi chiede cosa abbiamo da guadagnare dal processo Eichmann. Non abbiamo niente da guadagnare, ma adempiremo al nostro dovere storico nei confronti di sei milioni di appartenenti al nostro popolo che sono stati assassinati”. Il processo sarebbe stato la dichiarazione simbolica del diritto di Israele di rappresentare gli ebrei del passato e del presente, una dimostrazione della sovranità ebraica che sarebbe stata impossibile prima del 1948, quando gli ebrei potevano soltanto richiedere un risarcimento, come singoli individui, nei tribunali dei paesi in cui vivevano», tesi ribadita dal procuratore generale Gideon Hausner: «Israele aveva il diritto di processare Eichmann perché le vittime erano in maggioranza ebree e, anche se durante la guerra Israele non esisteva ancora come Stato, esisteva però come “nucleo politico“».
Quanto alle limitazioni, all’internamento o all’arresto di civili appartenenti a nazionalità
nemica (si noti che il sistema concentrazionario tedesco conta 100.000 internati nel 1941-42, 220.000 nell’agosto 1943, 520.000 nell’agosto 1944 e 710.000 nel gennaio 1945; quanto all’Italia, nel dicembre 1943 il punto 7 del Manifesto del Partito Fascista Repubblicano recita:
«Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica») o a contestatori pacifondai quali i Testimoni di Geova (arrestati anche in Canada e USA nella misura, rispettivamente, di 3000 e 11.000 individui), essi furono praticati da ogni nazione (perfino dal Brasile nei confronti dei suoi cittadini di ascendenza tedesca,italiana e giapponese quando fu costretto dagli USA ad entrare in guerra, dal gennaio 1942,provvedimenti accompagnati dalla espropriazione/chiusura di scuole, ospedali e associazioni).
Solo nel settembre 1997, ad esempio, sono venute alla luce, attraverso la mostra Secret
History allestita a Washington, le vere dimensioni della repressione esercitata dagli americani a carico dei civili italiani presenti nel Paese di Dio. «Vicende tragiche o commoventi emergono dai racconti dei sopravvissuti e sono testimoniate dalle vecchie fotografie» – scrive Mariuccia Chiantaretto – «Interi villaggi di pescatori della California furono spopolati, le barche vennero confiscate e gli italiani immigrati dalla Liguria vennero deportati nell’entroterra per paura che collaborassero col nemico in caso di invasione da parte dei giapponesi. L’equipaggio di una nave da crociera bloccata per caso nel Canale di Panama allo scoppio della guerra venne inviato in massa a Missoula, nel Montana […] Il 7 dicembre 1941, quando gli Stati Uniti furono attaccati [recte: si fecero attaccare] dai giapponesi a Pearl Harbor, sul loro territorio c’erano cinque milioni di persone nate in Italia. Soltanto seicentomila erano ancora prive della cittadinanza. Vennero tutte considerate nemiche. “L’FBI – ha raccontato un testimone ai curatori della mostra – perquisiva le case, arrestava i capifamiglia, sequestrava gli oggetti più disparati, dalle macchine fotografiche alle radio alle torce elettriche, con la scusa che magari potevano servire per fare segnalazioni a qualche sommergibile nemico”. Coloro che sfuggirono al campo di prigionia di Missoula vennero comunque sottoposti al coprifuoco. Chi lavorava di notte fu costretto a licenziarsi. A tutti fu vietato di allontanarsi per più di cinque miglia da casa senza un permesso speciale […] “Non ci sono prove – sottolinea [il deputato] Elliot Engel – che gli italiani arrestati o mandati al confino avessero mai partecipato ad attività sovversive. Furono discriminati semplicemente per la loro origine. La lingua italiana divenne
sospetta: vennero chiuse tutte le scuole e i giornali della comunità“. Joe Aiello, residente negli Stati Uniti da 56 anni ma ancora privo della cittadinanza americana, nel 1941 fu costretto a lasciare la sua casa di Pittsburgh e fu inviato nel Montana nonostante fosse da tempo inchiodato su una sedia a rotelle. Placido Abono, di 97 anni, venne deportato in barella. Rosina Trovato ricevette l’ordine di sloggiare il giorno stesso in cui le fu comunicato che il figlio,cittadino americano, era caduto a Pearl Harbor».
Ancor più, le limitazioni, l’arresto e l’internamento furono praticati non solo da francesi,
inglesi e americani nei confronti di decine di migliaia di tedeschi e italiani (o anche, per gli inglesi, di decine di migliaia di civili, donne e bambini compresi, internati in AOI, Kenia e Sudafrica quando cadde l’Africa Orientale Italiana), tutto sommato cittadini di paesi nemici,ma dagli americani nei confronti dei loro stessi concittadini di ascendenza nipponica e tedesca (in particolare, i 120.000 nippo-americani, di cui 78.000 nati negli USA, internati in 32 campi e «relocation centers» dal 19 febbraio 1942 sulla base dell’Ordine Esecutivo Presidenziale 9066, avallato dalla Corte Suprema, che concede all’esercito il potere di detenere i «sospetti» senza atti d’accusa o processi) e da inglesi e francesi nei confronti degli zingari e persino degli ebrei di nazionalità o comunque provenienza tedesca (gli inglesi internarono gran parte dei 60.000 Arruolati ancora formalmente dotati di cittadinanza tedesca, considerati «cittadini di nazione nemica») e di ogni altro pur certo antifascista, come gli ex combattenti di Spagna.
Quanto agli americani, secondo Arnold Krammer gli enemy aliens internati sono 31.275:
16.849 giapponesi e 14.426 europei, dei quali 10.905 tedeschi, 3278 italiani, 52 ungheresi, 25 romeni, 5 bulgari e 161 altri Stati, internati in 54 campi. Vanno aggiunti 11.000 italo/tedeschi e altri europei estradati dai paesi vassalli Bolivia, Brasile, Columbia, Costarica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Perù, Repubblica Dominicana e Venezuela, fossero persone residenti in quei paesi o marinai delle navi sia mercantili che passeggeri bloccate nei porti.
Per gli arrestati dagli inglesi ricordiamo in particolare, quanto agli «italiani»: Umberto Limentani,Beniamino Segrè, Arnaldo Momigliano, Piero Sraffa e i fratelli Paolo e Piero Treves,quanto ai «tedeschi»: il matematico Hermann Bondi, l’attore Harry Buckwitz, il giurista Hans Forester, il pubblicista Herbert Freeden, il pittore Ludwig Meidner, lo storico Hans Rothfels, i politici Herbert Steiner e Bernard Weiß e l’editore Kurt Wolff; per i «canadesi»: lo scrittore Henry Kreisel, i teologi Gregory Baum ed Emil Fackenheim, i rabbini Erwin Schild e Albert Pappenheim e 2000 altri «esuli» ebrei e non ebrei; per i francesi siano gli scrittori Lion Feuchtwanger e Arthur Koestler a rappresentare le migliaia di ebrei e antifascisti internati (nel solo campo di Le Milles il 20 ottobre 1939 vengono trasferiti 1850 «esuli», già ristretti a Tolone,Antibes e Largentière, tra i quali intellettuali, scrittori, giornalisti, scienziati, pittori, compositori,uomini di teatro, politici).
Quanto al brutale internamento dei 100.000 italiani residenti nell’Esagono, messi agli
arresti o internati in decine di campi i più tristi dei quali furono St.Cyprien/Perpignano (4000 internati), Montech, St.Godard, Huriel, Cascaret/Nimes (800), Courgny, St.Nicolas/Marsiglia,Bezièrs (3000), Douhet e Le Blanc, i tunisini Sbeitla e Kasserine (7000), gli algerini Kreider (2000), Orano (2400) e Aismara (300), i marocchini El Hadieb e Mediouna, altri in Libano e Guadalupa – argomento accuratamente taciuto dai demostorici – il Ministero della Cultura Popolare commenta, nell’ottobre 1940, per la penna di Alessandro Pavolini: «Un patto d’alleanza universalmente noto legava l’Italia alla Germania. E durante i nove mesi in cui l’atteggiamento italiano fu di “non belligeranza” l’Italia tenne sempre a riconfermare l’assoluta lealtà del suo impegno. Se nella recente storia d’Europa si è mai dato un avvenimento non solo prevedibile e atteso, ma scontato in anticipo, questo è appunto l’intervento italiano nella presente guerra. Si aggiunga, per quanto riguarda la Francia, che assai prima del 10 giugno il Governo fascista aveva preso contatto col Governo francese per regolare il rimpatrio del rispettivo personale in missione diplomatica, consolare, giornalistica, ecc. all’atto del nostro ingresso in conflitto. Mai,
quindi, una dichiarazione di guerra riuscì meno imprevista di quella notificata il 10 giugno dall’Italia alla Francia nelle più tradizionali forme del protocollo internazionale. E per parte sua l’Italia provvide al rientro delle rappresentanze francesi secondo le regole concordate e con lo stile di signorilità di una Nazione civile. Non un solo cittadino francese, in Italia, venne trattato meno che correttamente dalle autorità e dalla popolazione […] In Francia la notizia della nostra dichiarazione di guerra non fu che il via per una organizzata e selvaggia caccia all’italiano. A rivoltelle spianate gli agenti irrompono nottetempo nelle abitazioni, arrestano chi trovano e come si trova. Furti, ingiurie e percosse accompagnano un po’ dovunque l’operazione, che divide famiglie e disperde averi. E mentre all’ambasciatore e all’ambasciatrice d’Italia si offre,per attraversare Parigi, il carrozzone dei detenuti, a diecine di migliaia italiani d’ogni età, sesso e condizione vengon stipati in carri-bestiame e avviati ai campi di concentramento. Il mito bugiardo della “quinta colonna” funge da pretesto poliziesco […] Mentre la guerra-lampo bruciava le sue tappe, in un settore almeno la Francia non volle farsi battere in velocità. Incredibilmente rapida riuscì la immensa retata degli italiani, quasi nel timore che la preda sfuggisse e l’odio non facesse in tempo a sfogarsi. Nei campi di concentramento la gente del nostro sangue viene addensata in ambienti immondi e sottoposta a sevizie di aguzzini. Vernet, St.Raphael,St.Cyprien, Montech…: nomi d’orrore, che questo libro consegna per sempre alla memoria delle generazioni fasciste. C’è chi s’ammala inguaribilmente. C’è chi arriva al suicidio attraverso il delirio e la pazzia. C’è chi cade come Turletto: e raggiunge nel cielo dei martiri gli operai di Aigues Mortes […] L’odio che esplode al 10 giugno contro gl’italiani in Francia non conosce discriminazioni di sorta. Esplode contro gli operai, i minatori, i rurali, i meccanici, gli artigiani; contro i dirigenti di industrie e di banche; contro gli intellettuali, gli artisti, i giornalisti,i professori. Accomunati nei maltrattamenti e nelle vessazioni, troverete in queste pagine nomi di Corte e d’officina; colonizzatori della Tunisia e cattedratici della Sorbona, dirigenti di organizzazioni fasciste e lavoratori e familiari di lavoratori alieni da attività politiche militanti.

Come quest’odio non conosce differenze nel proprio oggetto, così non ha epicentro, non è
legato a situazioni locali. Si manifesta uguale dal Marocco a Parigi, dalle città di provincia ai borghi della campagna […] È odio di governanti francesi, ebrei e metèci, i quali premeditano e ordinano gli arresti in massa; odio di ufficiali, di soldati, di poliziotti, i quali eseguiscono gli ordini con l’aggiunta personale di una inaudita brutalità; è odio di folle, che al passaggio degli italiani indrappellati, al transito dei convogli, di là dai fili spinati dei campi, prorompono in invettive e minacce».
Quanto ai 90.000 enemy aliens britannici – 70.000 tedeschi ed austriaci, fra i quali decine
di migliaia di ebrei (cifre simili in Peter Conradi: «quasi 75.000 tedeschi ed austriaci, tra i quali circa 55.000 ebrei e altri, in particolare nemici di sinistra del nazionalsocialismo fuggiti dalla patria dopo l’ascesa di Hitler al potere»), e 19.000 italiani, fra i quali numerosi antifascisti ed ebrei (Ronald Stent parla di 75.000 enemy aliens complessivi, dei quali 4000 donne e bambini)– scrive Alfio Bernabei: «La voce del dittatore è praticamente ancora nell’aria quando scoppia un blitz d’arresti che colpisce migliaia di italiani in tutto il Regno Unito. L’operazione avviene in modo così fulmineo e sconvolgente che molti italiani hanno l’impressione di una reazione dettata dal panico. Non è affatto il caso. Non si tratta di una rappresaglia avventata. Il giro di vite contro gli italiani è stato preparato con considerevole anticipo sulla dichiarazione di guerra di Mussolini ed è dimostrato da una serie di documenti, tra cui un memorandum del Foreign Office intitolato “Come disporre degli italiani allo scoppio della guerra”. In questo si legge: “Nello scambio di corrispondenza fra il Foreign Secretary e l’Home Secretary [il ministro degli Esteri Lord Halifax e degli Interni John Anderson] all’inizio di maggio è stato concordato che su un totale di 19.000 italiani registrati presso la polizia britannica, di cui circa 11.400 uomini, i professing fascists fra i 16 e i 60 anni devono essere internati allo scoppio della guerra insieme ad altri al di fuori da questi limiti di età di cui si ritiene prudente l’internamento per motivi di sicurezza nazionale” [l’Aliens Advisory Committee dell’Home Office ne elenca 10.000, tra cui 1500-1700 dangerous characters, individui pericolosi]. Il documento precisa che tocca all’Home Office, in consultazione coi servizi segreti MI-5, di mettere a punto una lista degli italiani sotto i 18 anni e oltre i 60 anni, la cui presenza non è gradita e che potrebbero essere rimpatriati. Anche i non internati che rimangono nel Paese devono essere soggetti a sorveglianza e a restrizioni nei loro movimenti […] Il 4 giugno Roma accetta tali misure in linea di principio e precisa, di rimando, che dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia si faciliterà l’espatrio di cittadini britannici desiderosi di lasciare l’Italia, pur riservandosi di applicare misure simili a quelle inglesi in considerazione di motivi di sicurezza nazionale».
«D’altra parte» – continua Bernabei – «sembra improbabile che il fascio abbia in Inghilterra,tra gli iscritti, autentici elementi da quinta colonna con incarichi di sabotare, per esempio,strutture militari o industriali e questi siano così incauti o ingenui da compromettersi con tessere o episodi degni di nota. Da un certo punto di vista, i tedeschi e gli austriaci sono più fortunati degli italiani [in ogni caso, nota Stent, contrariamente alle «buone usanze» diplomatiche quando non alle dirette prescrizioni dei trattati internazionali, Londra rifiuta deliberatamente di comunicare al nemico i nominativi degli internati/deportati civili]. Hanno potuto usufruire di inchieste e interrogatori, col sovrappiù dei 120 tribunali che hanno esaminato centinaia di casi, molti presentati da organizzazioni cristiane, ebree, o da associazioni di rifugiati ufficiali, semiufficiali e private. Sugli italiani invece, a partire dal 10 giugno, si abbatte il blitz quasi senza remissione. Nessuno può dirsi al sicuro. I limiti di età delle persone da arrestare hanno subito diversi ritocchi, fermandosi apparentemente alla parentesi fra i 18-65 anni, e in pratica hanno poco senso […] Stuoli di agenti setacciano gli indirizzi nei loro elenchi.
Colpi alla porta, poche domande, la valigia e via. La confusione e lo shock fra gli italiani
creano un senso di totale sconvolgimento […] Nella retata cadono certamente dei fascisti e probabilmente anche alcuni elementi potenzialmente da quinta colonna, ma subiscono lo stesso destino quattromila individui solo marginalmente toccati dal contatto o da simpatie col fascio».
Specificamente quanto al trattamento degli antifascisti e degli ebrei stranieri, nel volume
The Internment of Aliens scrive in quei mesi François Lafitte, del dipartimento Political and
Economic Planning: «Nulla può essere maggiormente calcolato a scoraggiare i nostri amici e alleati in Germania e Austria della notizia che il Regno Unito ha ordinato la detenzione dei suoi stessi antinazisti di origine tedesca e austriaca […] Il proseguimento di questa politica d’internamento, di trattare cioè come persone sospette tutti gli “aliens” che hanno lottato contro l’aggressione nazista mentre la Gran Bretagna continuava ufficialmente a tollerare quel regime,può causare seri danni alla reputazione dell’Inghilterra in altri paesi […] L’atteggiamento inglese sconcerta i sostenitori della Gran Bretagna in America che devono rispondere alle critiche di quanti esprimono dubbi sull’onestà degli scopi politici inglesi nella guerra e si domandano in che modo i metodi inglesi si differenziano da quelli della Gestapo» (Conradi riporta: separazione dei coniugi, alloggiamenti in baracche piene di umidità o in tende sotto la pioggia sul nudo terreno, nessuna possibilità di ricevere posta, violenze, numerosi suicidi).
Perplessità aggravate dalle deportazioni in Canada e Australia, ordinate dal gabinetto
Churchill, concernenti 7500 dei «più pericolosi» membri di un’ipotetica «quinta colonna». Se il primo transatlantico, il Duchess of York, salpa da Liverpool il 20 giugno e giunge in Canada coi suoi 2500 internati (oltre il doppio della normale capacità di trasporto della nave), tragica è la sorte del secondo piroscafo. Partito il 1° luglio sempre da Liverpool e diretto in Canada con 479 internati tedeschi, 86 prigionieri di guerra tedeschi e 734 (o 712 o 717) internati italiani (secondo Conradi gli italo-tedeschi trasportati sono 1571, dei quali 682 muoiono), l’Arandora Star viene silurato al largo del porto, in prossimità dell’Irlanda: dei 1300 italo-tedeschi, tra cui diversi settanta-ottantenni, rinchiusi dietro filo spinato, sottocoperta e nelle cabine, ne scompaiono la metà, dei quali 476 italiani; tra essi l’antifascista Decio Anzani, boss anarchico e protetto di William Gillies, segretario internazionale dei laburisti. Scampa Umberto Limentani.
Un nuovo flash sul comportamento inglese nei confronti degli stranieri data infine marzo 1998:a cinquantatré anni dalla fine del conflitto il ministero del Commercio e Industria comunica di essere pronto a rimborsare le circa 25.000 vittime del «nazismo» riparate in Inghilterra, per la maggior parte ebrei, cui aveva confiscato i beni in quanto «cittadini di paesi nemici».
Infine, la logica dell’internamento del «nemico» non risparmia i comunisti stranieri – i compagni comunisti stranieri! – in URSS: oltre a tedeschi, ungheresi, italiani, rumeni e finlandesi richiusi a Vorkuta nel 1941, nel 1942 vengono deportati in Kazakistan oltre 550 cittadini sovietici – e comunisti! – di nazionalità italiana residenti a Kerc e Mariupol, Crimea.
Commenta equilibrato – benché riduttivo, ignorando le infinite altre dichiarazioni di guerra
e la consistenza della mobilitazione antecedente ad ogni «persecuzione» – Ernst Nolte (III),quanto al doveroso coinvolgimento di ogni eletto, in qualsiasi paese si trovasse, di qualsiasi paese cittadino, nella guerra dichiarata al Reich (anche a prescindere dall’antica legge di «solidarietà ebraica, ahavat Israel» del qol Israel aravim ze va-ze, «tutti gli ebrei sono garanti l’uno per l’altro» e del taryag negativo 317: «Non maledire nessuna persona di Israele»): «La Jewish Agency for Palestine non era certamente il governo di uno Stato, ma non si trattava neppure di un’organizzazione esclusivamente privata. E se in tutto il mondo c’era qualcuno che potesse parlare a nome di tutti gli ebrei e non soltanto per gli ebrei di Palestina, questi era Chaim Weizmann, che nel 1917 aveva guidato le trattative con Lord Balfour e che per molti anni era stato alla guida dell’organizzazione sionistica mondiale.

Dunque non è puro frutto di fantasia parlare di una dichiarazione di guerra ebraica contro Hitler. E Weizmann si limitava a dar voce al sentimento che praticamente ogni ebreo doveva provare.

[Tale dichiarazione di guerra non era] una quantité négligeable, ed è inopportuno [o meglio: scorretto] passarla sotto silenzio come avviene in quasi tutte le opere di storia».
Ma certo non vengono ignorate né quella dichiarazione – abbia inoltre il lettore presente il
riconoscimento ufficiale, espresso fin dal 1922 dall’art.4 dello Statuto Mandatario della SdN,della Jewish Agency quale rappresentante di tutti gli ebrei del mondo interessati alla costituzione della national home! – né le innumere altre, dai capi del Reich. Il 24 luglio 1942 è Hitler a rammentarla ai presenti:

«In questa seconda guerra mondiale, conflitto per la vita o la morte,non dovremmo mai dimenticare che, dopo la dichiarazione di guerra del Congresso Mondiale Ebraico e del suo capo Chaim Weizmann (nel suo messaggio al premier inglese Chamberlain),l’ebraismo internazionale è l’avversario più inesorabile, il nemico numero uno».

«Storicamente e culturalmente, quando pure non legalmente, il popolo ebraico è un [unico e solidale] popolo », avrebbe concordato a Londra il 19 agosto 1945 tra gli applausi scroscianti alla Conferenza Europea del World Jewish Congress, il suo presidente Nahum Goldmann.

(…)

Copertina di Holocaustica religio, cliccare sulla foto per ingrandirla

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