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Dic 07

0078- «”Gentile signor Gatti”…(20 lettere ad Ulisse…non c’è trippa per gatti) » novità editoriale

Diamo notizia della pubblicazione dell’ultima (in ordine cronologico) non-fatica letteraria  del dottor Gianantonio Valli:

«”Gentile signor Gatti”… venti lettere ad Ulisse…non c’è trippa per gatti !»

(il titolo tra «» è nostro),sublime rappresentazione del dialogo intercorso tra un Uomo ed il muro (del pianto?). Fresco di stampa per i tipi della effepi edizioni.
Le persone interessate possono ordinare il volume :
– per posta a: effepi  Via B. Piovera 7/3 – 16149  Genova  (ITALIA)
– per e-mail a: effepiedizioni@hotmail.com
– per telefono: 010-6423334 – 338-9195220

PRESENTAZIONE

di Fabrizio Fiorini

Era l’aprile del 1994, quando mi recai presso il centro di reclutamento della caserma «Maricentro» di Taranto ove, ancora diciassettenne, in quanto chiamato alla leva di mare, avrei sostenuto la visita medica preventiva, i cosiddetti «tre giorni». Era per me il tempo della fame di letture eretiche, dello studio politico, della militanza extraparlamentare, della rabbia dei vent’anni.

Prima della partenza, tra coetanei, si discuteva spesso di cosa sarebbe successo nell’esperienza cui si andava incontro: dalla fola del bromuro nel caffellatte ai quartieri sconsigliati della città, dai racconti delle burle dei “nonni” all’alone di mistero con cui – per una gioventù poco incline alla introspezione “demetrico-lunare” – si ammantava il rito laico-modernista dei “test psico-attitudinali”. Giunti all’ultimo dei tre giorni, dunque, proprio i suddetti “test” dovevano coronare il giudizio sulla mia idoneità a prestare servizio nella marina militare dello Stato.

Solo una domanda, una e una sola, mi fece soffermare e pensare: «Credi di conoscere cose che altri non possono conoscere?». Mi avevano ben istruito sulle conseguenze di una risposta “sbagliata”: ulteriori accertamenti e la possibilità di essere trattenuti un giorno in più. Bene, sarà stato perché il vitto e l’alloggio non mi dispiacevano affatto, sarà stato che – orbene! – in quei tempi divoravo le opere della storiografia revisionista, gli studi sul sistema mondialista, avevo addirittura letto i Protocolli!… non potevo negare di conoscere ciò che altri non potevano conoscere. Risposi: «Sì».

Terminato il compitino, la psicologa in servizio presso la caserma mi manda a chiamare, chiedendomi – tra le altre cose, forse non aveva fatto una buona impressione neanche la parola “pagano” in risposta alla domanda sulla religione professata – giustificazione della mia risposta, che fornisco prontamente. La psicologa osserva con un sorriso: «Lei ha le idee un po’ confuse». «Non sono confuse, dottoressa – rispondo – sono nazionalsocialiste».

Vengo rimandato ad un’istanza superiore, una visita psichiatrica. Conosco così una nuova dimensione della repressione e del controllo del pensiero, che – fino a quel momento – si era limitata alle “attenzioni” della squadra politica della questura. Le loro intenzioni erano chiare: esentare, in virtù di considerazioni di natura ideologica, il sottoscritto dallo svolgimento del servizio militare, adducendo motivazioni ufficiali di natura psichiatrica, andando così a creare un danno permanente alla mia reputazione sociale. Decido di sporgere un’ampia e circostanziata denuncia-querela nei confronti dello psichiatra, chiedendogli di motivare il suo operato sulla base di una letteratura scientifica “non-sovietica“, aliena cioè da intenti di schedatura psichiatrica della dissidenza politico-culturale. Chiedendo altresì che lo stesso psichiatra venga sottoposto a perizia psichiatrica.

Stabilisco inoltre di rafforzare la mia azione legale presentando una perizia di parte, rivolgendomi privatamente a uno psichiatra, noto bibliofilo della città in cui vivevo. Costui sembra sposare la mia causa con entusiasmo, fino a quando irrompe con una domanda:

«Ma Lei, non avrà mica negato l’Olocausto?».

Come se dinanzi a una tale eresia addirittura la scienza medica dovesse arrestarsi. Facevo così i conti con una nuova manifestazione dell’esclusione sociale, che fino a quel giorno avevo conosciuto solo nel divieto di prendere la parola in qualche assemblea scolastica o nei furibondi litigi che necessariamente, e mio malgrado, provocavo.

Dopo pochi giorni mi chiama una giornalista della stampa locale, chiedendomi di raccontarle la storia in cui ero capitato. La incontro, e ricostruisco tutto per filo e per segno. Il giorno dopo il giornale mi dedica un nutrito articolo; per titolo, un virgolettato che non mi appartiene: «Perizia psichiatrica perché sono nazista». Conosco così la demonizzazione, il mio status di essere umano negato, la riduzione al rango di “mostro“: il nazista. La cui stessa esistenza sembra dover essere impossibile se incarnata in «un ragazzo» – cito a memoria l’articolo che mi riguardava – «dal viso tranquillo, vestito come tanti ragazzi della sua età».

È per questa ragione, gentile Gatti (permetta anche a me, nell’introdurre questo scritto “epistolare”, di rivolgermi a Lei direttamente, pur consapevole di essere vox clamantis in deserto) che io la ri-conosco. Riconosco i Suoi metodi, il Suo pensiero, riconosco la Sua sicumera. Riconosco il Suo odio.

Quanto odio c’è nelle critiche che muove a Gianantonio Valli, le cui circostanziate risposte sono oggetto di questo libro? Quanto odio c’è in quel termine «nazista» con cui Lei nega diritto di cittadinanza a un’idea e, in logica estensione, diritto all’esistenza stessa agli uomini che la trasmettono? Quanto odio c’è in quel «famigerato» con cui Lei emana un giudizio assoluto e definitivo sulla malvagità di chi ha la sola colpa di volersi ostinare a pensare liberamente? Quanto odio c’è nei commenti che i Suoi sodali hanno rilasciato alle dichiarazioni di Valli auspicandone il carcere o la morte?

Quanto odio c’è nel suo voler definire «pregiudizio» ogni fondata e ragionata critica al modello dominante di cui Lei si erge a difensore, relegando fuori dal limes, nell’hic sunt goyim, nella becera ignoranza, chiunque si azzardi a contrastarlo? Quanto odio c’è nel Suo deridere, nel Suo denigrare una battaglia di libertà come quella che combatte il popolo siriano per difendersi da aggressori esterni tra cui brillano, di luce luciferina, i suoi congeneri dell’Entità Sionista? Quanto odio c’è nel Suo travisare artificiosamente, ignorare, screditare la critica più completa – proseguendo nella lettura dell’opera, il lettore non potrà che riconoscerlo – che Lei ha mai avuto la fortuna di vedersi rivolta?

Lo riconosciamo, questo odio. Ma ciò nonostante gli uomini liberi continueranno coraggiosamente a pensare con la propria testa. Nonostante tutto, nonostante le formidabili armi che avete a disposizione per sedare le coscienze. Questo senso di libertà è più forte di mille censure, è quello che mi ha permesso di affrontare un nemico preponderante nella storia che ho raccontato all’inizio di queste righe, vecchia ormai di un ventennio.

E pensi un po’, caro Gatti, tra le letture che all’epoca formarono questo mio senso di libertà c’erano anche i libri di Gianantonio Valli, che ora mi onoro di introdurre. Quello coi libri di Valli fu, all’epoca, un incontro illuminante per me. Ora è stato invece un brutto incontro, per Lei.

Per tutti gli uomini liberi, infine, sarà l’occasione per aprire gli occhi su tante verità che Lei e i Suoi vorrebbero ben nascoste, un’occasione per chi, magari proprio a partire da questo libro, vorrà – sovranamente, liberamente: avverbi forse a Lei sconosciuti – accostarsi alla sua Opera.

 Forlì, lunedì 12 novembre 2012

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