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Nov 26

0071- arendt hannah e la collaborazione ebraica con l’ SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann

Il presente testo è tratto dal libro dell’ebrea arendt hannah “La banalità del male,Eichmann a Gerusalemme”  messo in rete  per documentare la grande collaborazione che esistette tra ebraismo/sionismo europeo e palestinese e il governo del III° Reich, collaborazionismo attivo dal 1933 al 1945! Collaborazione stipulata il 25 Agosto 1933 , nota come “Accordo di trasferimento” o “Haavara”, o “Haavara Agreement” o ,”הסכם העברה”.
Al seguente link si trova una serie di articoli che trattano della collaborazione attiva di cui si tratta: http://olo-truffa.myblog.it/archives/category/accordo-trasferimento-haavara-agreement/index-1.html. L’articolo è a firma dell’ebrea arendt hannah, scritto per il giornale “The New Yorker” che, nel 1961,l’aveva inviata come corrispondente a Gerusalemme, affinché potesse seguire da vicino le udienze della messinscena processuale detta  “processo” (farsa) che si svolse nella colonia sionista di Palestina all’l’ ex SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann.Quindi una fonte “non sospetta”.Al seguente link l’ottima analisi,sulla arendt, del Prof. Claudio Mutti  http://olodogma.com/wordpress/0063-le-banalita-di-hannah-arendt-di-claudio-mutti/ .
Hannah Arendt
LA BANALITA’ DEL MALE
Eichmann a Gerusalemme
Capitolo quarto.
LA PRIMA SOLUZIONE: ESPULSIONE.
Hannah Arendt

Hannah Arendt

Se questo fosse stato un processo normale, con i normali scontri tra accusa e difesa per appurare i fatti e render giustizia a entrambe le parti, oggi potremmo esaminare la versione della difesa per vedere se per caso non ci fosse qualcosa di più, nel grottesco racconto fatto da Eichmann della sua attività a Vienna, e se per caso le sue distorsioni della realtà non andassero attribuite a qualcosa di più che alla menzogna. I fatti per cui Eichmann doveva essere impiccato erano già stati accertati «al di là di ogni ragionevole dubbio» molto prima che il processo iniziasse ( apodittica affermazione! Peccato “solo” che nessuno ha, al 2012, dimostrato l’omicidio di 6.000.000 di ebrei, esibita UNA sola prova dell’esistenza di un locale in cui siano avvenute gasazioni omicide, fornito una cifra attendibile e verificabile sugli ebrei “einsatzgruppenizzati per spallottolamento”! ), ed erano generalmente noti a tutti gli studiosi del periodo nazista. Gli elementi nuovi che l’accusa cercò di produrre furono, è vero,accolti in parte nella sentenza, ma non sarebbero mai apparsi accertati «al di là di ogni ragionevole dubbio» se la difesa avesse gettato sul piatto il peso di prove sue. Perciò un resoconto del caso Eichmann, che forse è bene distinguere dal processo Eichmann, non potrà mai essere completo se non si dedica un po’di attenzione a certi fatti che sono abbastanza noti, ma che il dott.Servatius preferì ignorare.Ciò vale soprattutto per le idee confuse che Eichmann aveva sulla «questione ebraica» in generale. Durante l’interrogatorio, al processo, egli disse al presidente che a Vienna aveva «considerato gli ebrei come avversari per i quali bisognava trovare una soluzione reciprocamente accettabile, reciprocamente leale…Questa soluzione, secondo me, doveva consistere nel porre sotto i loro piedi un po’ di terraferma, in modo che avessero una sede loro, un territorio loro. E io lavorai con entusiasmo in questa direzione. Con gioia collaborai a raggiungere una soluzione di questo tipo, perché essa riscuoteva anche l’approvazione di alcune correnti ebraiche e a mio giudizio era la più opportuna.» Era questa la vera ragione per cui ebrei e nazisti «si appoggiavano,» per cui il lavoro si basava sulla «reciprocità.» Era nell’interesse degli ebrei – anche se forse non tutti gli ebrei lo capivano -abbandonare il paese: «bisognava aiutarli, bisognava aiutare questi funzionari ad agire, e fu questo che io feci.» Se i funzionari ebrei erano «idealisti,» cioè sionisti, egli li rispettava, li trattava «come pari,» ascoltava tutte le loro «richieste e lamentele,» faceva il possibile per mantenere le «promesse.» «La gente, oggi,tende a dimenticarlo.» Chi se non lui, Eichmann, aveva salvato centinaia di migliaia di ebrei? Chi se non lui, col suo zelo e con le sue doti organizzative aveva permesso loro di fuggire in tempo? Certo, a quell’epoca egli non poteva prevedere che un giorno sarebbe venuta la «soluzione finale,» tuttavia li aveva salvati e questo era un «fatto.» In un’intervista concessa ad alcuni giornalisti in America, mentre il processo era ancora in corso, il figlio di Eichmann espose gli stessi concetti; evidentemente si trattava di una sorta di leggenda familiare.Da un certo punto di vista si può anche capire come mai l’avvocato difensore non fece nulla per confortare questa versione.Eichmann, come già aveva fatto nell’intervista con Sassen,ammetteva di «non avere accettato quell’incarico con l’apatia di un bue che viene condotto alla stalla,» e sosteneva di essere molto diverso dai suoi colleghi, «i quali non avevano mai letto, studiato a fondo, assorbito, assorbito con interesse un libro fondamentale[per esempio “Lo Stato ebraico” di Herzl]» e perciò non avevano mai avuto «un rapporto interno con il loro lavoro.» I suoi colleghi erano sempre stati degli «sguatteri» per i quali tutto era deciso «da paragrafi, ordini, e non s’interessavano d’altro,» e insomma erano sempre stati delle semplici «rotelle,» proprio come era stato anche lui, secondo la difesa. Se ciò significava soltanto obbedire ciecamente agli ordini del Führer, allora tutti erano stati delle«rotelle»: anche Himmler, secondo il suo massaggiatore, Felix Kersten, non aveva salutato con molto entusiasmo la soluzione finale, e Eichmann assicurò al giudice istruttore che il suo capo,Heinrich Müller, non si sarebbe mai sognato di proporre una cosa così «cruda» come lo «sterminio fisico.» ( Qui arendt propone l’equazione “soluzione finale = sterminio fisico”, dimenticando di dirci DOVE stia scritta  e leggibile tale equazione, ed anche CHI l’abbia scritta, se non a CHI venne ordinata, QUANDO lo fù, con QUALE documento! Tutti punti a cui NESSUNO, finora, dell’esercito infinito di replicanti ciarlatani ha dato risposta, arrivando nel delirio hilbergico sterminazionista ad affermare la “trasmissione del pensiero”! )   Naturalmente, agli occhi di Eichmann la teoria delle rotelle era fuori posto. Egli non era stato certo un uomo così importante come il Pubblico ministero cercava di presentarlo: in fondo, non era Hitler, e neppure poteva reggere il confronto, per quanto concerne la questione ebraica,con Müller o Heydrich o Himmler, di cui non aveva le idee megalomani; ma nemmeno era stato così piccolo come la difesa voleva farlo apparire.Le sue distorsioni della realtà erano orribili perché riguardavano cose orribili, ma in linea di principio non erano molto diverse da quelle che si sono avute nella Germania post-hitleriana. Per esempio, Franz Josef Strauss, exministro della Difesa, in una recente campagna elettorale ha rivolto al suo avversario Willy Brandt, oggi sindaco di Berlino Ovest e al tempo di Hitler rifugiato in Norvegia, una domanda a cui è stata data grande pubblicità e che a quanto pare ha fatto molto effetto: «Che cosa faceva Lei in quei dodici anni fuori della Germania? Noi sappiamo che cosa facevamo qui in Germania.» Il ministro di Bonn ha rivolto questa domanda impunemente; nessuno ha battuto ciglio e tanto meno si è preoccupato di ricordargli che è fin troppo noto che cosa facevano i tedeschi in Germania durante quegli anni. La stessa «innocenza» si può riscontrare nella frase -anche questa recente – di un rispettato e rispettabile critico letterario tedesco, che probabilmente non fu mai iscritto al partito nazista: recensendo un saggio sulla letteratura del Terzo Reich,questi ha detto che l’autore dell’opera è «uno di quegli intellettuali che quando esplose la barbarie ci abbandonarono senza eccezione.» L’autore in questione, naturalmente, è un ebreo: un ebreo che fu espulso dalla Germania e che fu anche lui «abbandonato» dai gentili, persone come Heinz Beckmann del “Rheinischer Merkur”. E qui non sarà inutile notare che la parola «barbarie,» oggi usata spesso dai tedeschi quando parlano del periodo hitleriano, è anch’essa una distorsione della realtà: fa quasi pensare che gli intellettuali ebrei e non ebrei fossero fuggiti da un paese che non era più abbastanza «raffinato» per i loro gusti.Eichmann, benché molto meno raffinato di certi statisti e critici letterari, avrebbe potuto citare vari fatti indiscutibili a sostegno delle sue tesi, se avesse avuto una memoria un po’ meno labile o se il suo difensore lo avesse aiutato. E’ indiscutibile infatti che «nelle prime fasi della loro politica ebraica i nazionalsocialisti ritennero opportuno adottare un atteggiamento filosionista» (HansLamm), e fu durante quelle prime fasi che Eichmann si fece una cultura sugli ebrei.

Egli non era affatto il solo a prendere sul serio quel «filosionismo»; gli stessi ebrei tedeschi pensavano che sarebbe bastato annullare l’«assimilazione» con un nuovo processo di «dissimilazione» e aderirono in massa al movimento sionista. Non abbiamo statistiche attendibili in proposito, tuttavia è stato calcolato che la tiratura del settimanale sionista “Die Jüdische Rundschau” salì nei primi mesi del regime hitleriano da circa cinquemila-settemila copie a quasi quarantamila, ed è risaputo che nel 1935-36 le organizzazioni sioniste addette alla raccolta di fondi, per quanto la popolazione fosse grandemente ridotta di numero e impoverita, incassarono somme tre volte maggiori che nel 1931-32. Ciò non significa necessariamente che gli ebrei desiderassero emigrare in Palestina; era più che altro una questione d’onore:
«Portatela con orgoglio, la Stella gialla!»
Questo slogan, il più popolare di quegli anni, coniato dal caporedattore della “Jüdische Rundschau”, Robert Weltsch, esprimeva bene lo stato d’animo di quell’epoca.
Formulato come risposta al Giorno del boicottaggio (primo aprile 1933), cioè più di sei anni prima che i nazisti costringessero realmente gli ebrei a portare per distintivo una stella gialla a sei punte in campo bianco,
esso era polemicamente rivolto contro gli «assimilazionisti» e contro tutti coloro che si rifiutavano di accettare il nuovo «corso rivoluzionario,» “die ewig Gestrigen”, cioè «gli eterni arretrati.»
Robert Weltsch

Robert Weltsch

Al processo lo slogan fu ricordato con commozione da testimonidi origine tedesca. Essi però dimenticarono di dire che lo stesso Robert Weltsch, illustre giornalista, aveva dichiarato dopo la guerra che non l’avrebbe mai lanciato se avesse potuto prevederne gli sviluppi ( del senno di poi ne son piene le fosse“! Resta che QUELLO fù l’invito di un organo ebraico agli ebrei…PORTARE CON ORGOGLIO LA STELLA GIALLA!…) . Ma a prescindere dagli slogan e dalle polemiche ideologiche, era un dato di fatto che in quegli anni soltanto i sionisti avevano qualche possibilità di trattare con le autorità tedesche: e questo per la semplice ragione che nello statuto dell’Associazione centrale dei cittadini tedeschi di fede ebraica, a cui allora aderiva il 95% degli ebrei organizzati in Germania, si affermava che compito primo dell’associazione era «combattere l’antisemitismo»; così, per definizione quell’organismo era «ostile allo Stato,» e sicuramente sarebbe stato perseguitato (cosa che non fu) se si fosse azzardato a fare quello che si supponeva fosse nelle sue intenzioni. Nei primi anni, l’ascesa di Hitler al potere fu interpretata dai sionisti soprattutto come «la sconfitta definitiva dell’assimilazionismo»: e perciò essi potevano almeno per il momento cercar di collaborare con le autorità naziste. I sionisti credevano anche che la «dissimulazione,» combinata all’emigrazione in Palestina degli ebrei più giovani e possibilmente dei capitalisti ebrei, potesse costituire una«soluzione reciprocamente leale.» L’idea era condivisa da molti funzionari tedeschi, e pare che questo modo di vedere persistesse sino alla fine. In una lettera di un superstite di Theresienstadt, un ebreo tedesco, si legge che nella “Reichsvereinigung” d’ispirazione nazista tutte le cariche principali erano occupate da sionisti (mentre nella “Reichsvertretung” c’erano anche non sionisti) e questo perché secondo i tedeschi i sionisti erano «ebrei bravi,» in quanto che anche loro pensavano in «termini nazionali.» Certo, nessun capo nazista si espresse mai pubblicamente in quel senso; dall’inizio alla fine la propaganda nazista fu fieramente, inequivocabilmente, spietatamente antisemita, e in ultimo si dovette constatare che le cose che davvero contavano erano proprio quelle che persone ancora inesperte dei misteri dei regimi totalitari chiamavano «semplice propaganda.» In quei primi anni esisteva un accordo – considerato del tutto soddisfacente da entrambe le parti – tra le autorità naziste e l’Agenzia ebraica per la Palestina: uno “Ha’avarah” ossia «accordo per il trasferimento,» in base al quale chi emigrava in Palestina poteva trasferire laggiù il suo denaro in forma di beni tedeschi, beni che venivano convertiti in sterline all’arrivo. Ben presto questo divenne l’unico modo in cui un ebreo poteva portare con sé il suo denaro: l’alternativa era l’accensione di un conto bloccato che poteva essere liquidato all’estero soltanto con una perdita variante dal cinquanta al novantacinque per cento. Il risultato fu che negli anni ’30, mentre gli ebrei d’America si davano un gran daffare per organizzare il boicottaggio al commercio tedesco, la Palestina, unico paese al mondo, era letteralmente inondata da ogni sorta di prodotti «made in Germany.» Più importanti, per Eichmann, erano però gli emissari palestinesi ( ebrei residenti in Palestina,nota di Olo) che avvicinavano la Gestapo e le S.S. di propria iniziativa, senza prendere ordini né dai sionisti tedeschi né dall’Agenzia ebraica per la Palestina.

Costoro cercavano di agevolare l’immigrazione illegale degli ebrei nella Palestina, che era ancora sotto controllo britannico; e sia la Gestapo che le S.S. si mostrarono quanto mai servizievoli. A Vienna negoziarono con Eichmann, e riferirono che Eichmann era un individuo «corretto,» «non il tipo che grida,» e
che addirittura aveva messo a loro disposizione fattorie e aveva agevolato l’istituzione di campi dove gli ebrei che intendevano emigrare potessero essere avviati a una professione.
(Una volta, secondo i loro rapporti, egli espulse un gruppo di suore da un convento per trasformare questo in una «fattoria d’avviamento» per giovani ebrei, e un’altra volta concesse un treno speciale a un gruppo di emigranti diretti verso fattorie sioniste in Jugoslavia, facendoli accompagnare da funzionari nazisti perché passassero sani e salvi il confine.)
Secondo quanto raccontano Jon e David Kirriche (“The Secret Roads: The«Illegal» Migration of a People, 1938-1948”, Londra 1954),
con «la piena e generosa collaborazione di tutti i principali protagonisti» questi emissari
parlavano un linguaggio non del tutto diverso da quello di Eichmann. Erano inviati in Europa dalle fattorie collettive palestinesi ( di ebrei residenti in Palestina,nota di Olo)  e non s’interessavano di operazioni di salvataggio: «Non era questo il loro lavoro.» Volevano  selezionare «materiale adatto
( la voglia di selezione venne ripetuta successivamente…” Ammalati e gente handicappata? No,grazie!”  Grosso modo è ciò che scrisse meir golda , ex ministro degli Esteri dell’entità sionista di Palestina, vedere il link: http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/11/01/381-m-e-i-r-g-o-l-d-a-ebrea-primo-ministro-israeliano-ammala.html )
e i loro principali nemici, prima dello sterminio, non erano coloro che rendevano impossibile la vita agli ebrei nei paesi d’origine, Germania o Austria, ma coloro che impedivano l’accesso alla nuova patria: in pratica, gli inglesi e non i tedeschi. Essi erano veramente in grado di trattare con le autorità naziste su un piede di parità, dato che fungevano da ambasciatori; e probabilmente furono tra i primi ebrei a parlare apertamente di interessi comuni,
e certo furono i primi a ottenere il permesso di «scegliere giovani pionieri» tra le persone internate nei campi di concentramento.
Naturalmente non si rendevano conto delle sinistre conseguenze che un giorno avrebbe avuto questa attività; tuttavia pensavano anche che, se si trattava di selezionare ebrei da far sopravvivere, gli ebrei dovevano fare da sé questa selezione. Fu a causa di questo fondamentale errore divalutazione che alla fine gli ebrei non selezionati – la stragrande maggioranza – si trovarono inevitabilmente di fronte a due nemici:da un lato le autorità naziste, dall’altro le autorità ebraiche.
Quanto alla fase viennese, l’assurda affermazione fatta da Eichmann di aver salvato centinaia di migliaia di vite,affermazione che al processo fu accolta con risa dal pubblico, è  stranamente  confortata dal meditato giudizio degli storici  ebrei, i Kimche (anche qui l’ebrea arendt trancia  un avventato “assura affermazione” e sottolinea le “risa dal pubblico” per “smentirsi”, subito, affermando che l’affermazione del Eichman venne confermata dagli storici ebrei! Gretta posizione ideologica!) : «Così cominciò uno dei più paradossali episodi di tutto il periodo nazista: l’uomo che sarebbe passato alla storia come uno dei principali assassini del popolo ebraico si mise con impegno a salvare gli ebrei d’Europa
Il guaio di Eichmann fu che egli non ricordò nessuno dei fatti che potevano confermare, sia pur vagamente, la sua incredibile versione, mentre il suo dotto difensore probabilmente neppure sapeva che c’era qualcosa da ricordare. (Il dott. Servatius avrebbe potuto citare come testimoni per la difesa gli ex-agenti dell'”Alijah Beth”, come si chiamava l’organizzazione per l’immigrazione clandestina in Palestina: sicuramente essi si rammentavano ancora di Eichmann e vivevano in Israele.) La memoria di Eichmann funzionò soltanto per cose che avevano direttamente a che fare con la sua carriera. Così, egli si ricordò che un giorno, a Berlino, era venuto a trovarlo un funzionario palestinese (ebrei residenti in Palestina,nota di Olo) , il quale gli aveva parlato della vita nelle fattorie collettive e col quale era andato due volte a pranzar fuori; ma se ne ricordò soltanto perché

1937- Nazi Adolf Eichmann in Eretz Yisrael aka British Mandate Palestine (didascalia originale)

al termine della visita il funzionario lo aveva invitato ufficialmente ad andare in Palestina, dove gli ebrei gli avrebbero mostrato il paese. Lui era rimasto incantato; nessun altro nazista aveva mai potuto recarsi in «un paese straniero così lontano,» e lui invece ottenne l’autorizzazione a fare quel viaggio.I giudici, al processo, conclusero che era stato inviato «in missione spionistica,» il che senza dubbio è vero, ma non contraddice il racconto fatto da Eichmann. (Poi la cosa finì in nulla; assieme a un giornalista della sua sezione, certo Herbert Hagen, Eichmann fece appena in tempo ad arrivare a Haifa e a fare un’escursione sul monte Carmelo, che le autorità inglesi lo deportarono in Egitto assieme al suo compagno, negandogli il permesso di entrare in Palestina; secondo Eichmann, un uomo dell’Haganah, cioè dell’organizzazione militare ebraica che divenne poi il nucleo dell’esercito israeliano, venne a trovarli al Cairo, e, sul colloquio avuto con costui, lui e Hagen dovettero scrivere per ordine dei loro superiori un «rapporto completamente negativo,» a scopo di propaganda, rapporto che fu subito pubblicato.)

A prescindere da questi piccoli trionfi, Eichmann rammentava solamente stati d’animo e relative frasi fatte. Il viaggio in Egitto era avvenuto nel 1937, prima che egli iniziasse la sua attività a Vienna, e di Vienna non ricordava altro che l’atmosfera generale e il senso di «esaltazione» che aveva provato. Di fronte al virtuosismo con cui (come ben si vide in istruttoria) egli usava rievocare stati d’animo sconcertanti, incompatibili con certe cose e certi periodi, si è tentati di credere che fosse sincero quando parlò del periodo viennese come di un periodo idillico; e data la totale incoerenza delle sue idee e dei suoi sentimenti, ben poco conta il fatto che l’anno trascorso a Vienna (dalla primavera del1938 al marzo del 1939) capitò in un’epoca in cui il regime hitleriano aveva ormai abbandonato il suo atteggiamento filosionista. Era nella natura del partito nazista continuare a muoversi, a divenire di mese in mese sempre più estremista, ma una delle fondamentali caratteristiche dei suoi membri era che psicologicamente essi tendevano sempre a restare indietro,avevano gran difficoltà a tenere il passo o, per dirla con Hitler,non sapevano «scavalcare la propria ombra.» Ma più dannosa di qualsiasi fatto oggettivo fu per Eichmann la difettosa memoria. Di alcuni ebrei conosciuti a Vienna si ricordava perfettamente, per esempio del dott. Löwenherz e del consigliere commerciale Storfer, ma questi non erano gli emissari palestinesi ( ebrei residenti in Palestina,nota di Olo) che

Josef Löwenherz.18 Marzo 1938

avrebbero potuto confortare la sua versione. Josef Löwenherz, che dopo la guerra scrisse un interessantissimo memoriale sui suoi negoziati con Eichmann (uno dei pochi documenti nuovi presentati al processo: Eichmann ne prese parziale visione e si dichiarò in generale d’accordo col contenuto),era stato uno dei primi funzionari ebrei a organizzare e trasformare un’intera comunità ebraica in un’istituzione al servizio delle autorità naziste; ed era anche stato uno dei pochissimi funzionari di questo tipo ad essere ricompensato per i suoi servigi:aveva ottenuto il permesso di restare a Vienna sino alla fine della guerra, e poi era emigrato in Inghilterra e quindi negli Stati Uniti,morendo nel 1960, poco dopo la cattura di Eichmann. Il destino di Storfer, come abbiamo veduto, era stato ben più tragico, anche se certo non per colpa di Eichmann. Storfer aveva rimpiazzato gli emissari palestinesi ( ebrei residenti in Palestina,nota di Olo), i quali erano divenuti troppo indipendenti, e Eichmann lo aveva incaricato di organizzare il trasporto clandestino di ebrei in Palestina, senza l’aiuto dei sionisti. Storfernon era un sionista, e prima dell’arrivo dei nazisti in Austria non si era mai interessato di cose ebraiche. Tuttavia, con l’aiuto di Eichmann era poi riuscito a far partire dall’Europa tremilacinquecento ebrei, nel 1940, quando già mezzo continente era occupato dai nazisti, e a quanto pare aveva fatto del suo meglio per migliorare i rapporti con i palestinesi. (Era probabilmente a questo che Eichmann pensava quando,raccontando di Storfer ad Auschwitz, pronunziò l’enigmatica frase: «Storfer non tradì mai l’ebraismo, neppure con una sola parola, non Storfer.») Un terzo ebreo, infine, che Eichmann non mancò mai di ricordare ogni volta che parlò della propria attività nel periodo, prebellico, era il dott. Paul Eppstein, che a Berlino si era occupato di emigrazione durante gli ultimi anni della “Reichsvereinigung”, un’organizzazione ebraica controllata dai nazisti, da non confondere con la veramente ebraica “Reichsvertretung”, che fu disciolta nel luglio del 1939. Il dott.Eppstein era stato nominato da Eichmann “Judenältester”(«decano degli ebrei») di Theresienstadt, e qui era stato poi fucilato nel 1944.Insomma gli unici ebrei che Eichmann ricordava erano quelli che erano stati completamente in suo potere. Aveva dimenticato non soltanto gli emissari palestinesi ( ebrei residenti in Palestina,nota di Olo), ma anche le persone che aveva conosciuto a Berlino quando ancora lavorava per il servizio di spionaggio e ancora non aveva poteri esecutivi. Non menzionò mai, per esempio, il dott. Franz Meyer, già membro dell’esecutivo dell’organizzazione sionista in Germania. Questi, al processo,testimoniò per l’accusa sui contatti avuti con l’imputato dal 1936 al 1939, e fino a un certo punto confermò il racconto di Eichmann: a Berlino i funzionari ebrei potevano «avanzare lagnanze e richieste,» c’era insomma una specie di collaborazione.A volte, disse Meyer, «noi andavamo a chiedere qualcosa, ma a volte erano loro che chiedevano qualcosa a noi»; a quel tempo Eichmann «ci ascoltava e sinceramente cercava di capire la situazione»; e si comportava con correttezza: «usava chiamarmi ‘Signore‘ e mi offriva una sedia.» Ma poi, nel febbraio del 1939, tutto era cambiato di colpo. Eichmann aveva convocato a Vienna i capi ebraici tedeschi per spiegar loro il suo nuovo metodo di «emigrazione forzata.» Li aveva ricevuti seduto a un tavolo in una gran sala dei Palazzo Rothschild, e gli ebrei lo avevano riconosciuto, naturalmente, ma l’avevano trovato completamente trasformato: «Dissi ai miei amici che non ero certo che fosse proprio lui. Tanto terribile era il cambiamento… Qui trovai unuomo che si comportava come il signore della vita e della morte.Ci ricevette con fare insolente e rude. Non permise che ci avvicinassimo al suo tavolo. Dovemmo restare in piedi.» L’accusa e i giudici ritennero che la personalità di Eichmann avesse subìto un profondo e permanente mutamento dopo la promozione a un posto di tanta responsabilità; eppure anche qui il processo mostrò che egli aveva dei «ritorni,» e che le cose non erano così semplici:un testimone, per esempio, parlando di un colloquio avuto con Eichmann a Theresienstadt nel marzo del 1945, disse d’avere avuto modo di constatare in quell’occasione come egli s’interessasse molto del sionismo; la conversazione era stata «piacevolissima,» il comportamento di Eichmann era stato «gentile e rispettoso,» e il testimone, che era a quel tempo membro di un’organizzazione giovanile sionista, aveva ottenuto un certificato per poter entrare in Palestina. (Strano a dirsi,l’avvocato difensore nella sua arringa non accennò mai a questa deposizione.) Qualunque cosa si debba pensare della «trasformazione» di Eichmann a Vienna, non c’è dubbio che quella nomina segnò il vero inizio della sua carriera. Tra il 1937 e il 1941 egli ebbe quattro promozioni; nel giro di quattordici mesi salì da “Untersturmführer” a “Hauptsturmführer” (cioè da sottotenente acapitano), e di lì a un anno e mezzo divenne “Obersturmbannführer”, ossia tenente colonnello. Ciò accadde nell’ottobre del 1941, poco dopo che gli era stata assegnata, nel quadro della «soluzione finale,» quella mansione che l’avrebbe portato dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Ma qui,con suo gran dolore, «si arenò»: si accorse che nella sezione in cui lavorava non poteva più salire di grado. Se ne accorse tuttavia solo all’ultimo momento, e per quattro anni, non sospettando ancora nulla, rimase lui stesso stupito della rapidità della sua ascesa.

A Vienna aveva dato prova di decisione, e ora veniva riconosciuto non solo un «esperto in questioni ebraiche,» cioè negli intrighi delle organizzazioni ebraiche e dei partiti sionisti,ma anche una «autorità» in fatto di emigrazioni e di evacuazione,il «maestro» che sapeva come va smistata la gente. Il suo momento di maggior gloria fu poco dopo la “Kristallnacht“, nel novembre del 1938, quando gli ebrei vennero presi dalla frenesia di fuggire. Göring, probabilmente dietro suggerimento di Heydrich, decise d’istituire a Berlino un Centro nazionale per l’emigrazione degli ebrei, ed emanò un ordine in cui l’ufficio viennese di Eichmann fu esplicitamente menzionato come modello da seguire. Capo dell’ufficio berlinese non sarebbe stato però Eichmann, bensì il suo futuro superiore, Heinrich Müller, altra scoperta di Heydrich. Müller, che era un funzionario della polizia bavarese e che non era nemmeno iscritto al partito, e anzi fino al 1933 aveva avversato il nazismo, era stato infatti chiamato proprio da Heydrich a Berlino, presso la Gestapo, essendo notoriamente un esperto del sistema poliziesco della Russia sovietica. Anche per lui, benché la carica iniziale fosse piuttosto modesta, fu quello il principio di una luminosa carriera. (A differenza di Eichmann, Müller era poco incline a mettersi in mostra; noto invece per la sua «sibillina condotta,» riuscì dopo la guerra a far perdere completamente le sue tracce: nessuno sa dovesia finito, ma secondo alcune voci sarebbe oggi al servizio dell’Albania, dopo aver lavorato per la Germania Est.)
Nel marzo del 1939 Hitler invase la Cecoslovacchia e fece della Boemia e della Moravia un protettorato tedesco. Eichmann fu immediatamente incaricato di creare a Praga un altro centro per l’emigrazione degli ebrei. «Sulle prime non fui troppo contento di lasciare Vienna, perché quando si impianta un ufficio come quello e si vede che tutto funziona a perfezione, dispiace lasciarlo.» E in effetti Praga fu un po’ deludente, sebbene il sistema fosse lo stesso che a Vienna: «I funzionari delle organizzazioni ebraiche cecoslovacche andarono a Vienna e il personale viennese si trasferì a Praga, cosicché io non ebbi alcun bisogno d’intervenire.A Praga non si fece che ricalcare il sistema di Vienna, e così tutto il meccanismo si avviò automaticamente.»
Però il centro di Praga era molto più piccolo, e «mi dispiace dire che non c’erano persone del calibro e dell’energia di un dott.Löwenherz.» Tuttavia questi motivi per così dire soggettivi di scontentezza erano poca cosa in confronto ad altri, esclusivamente oggettivi. Centinaia di migliaia di ebrei avevano abbandonato le loro case nel giro di pochi anni, e altri milioni attendevano il loro turno, poiché i governi della Polonia e della Romania, in dichiarazioni ufficiali, non lasciavano dubbio alcuno che anch’essi intendevano sbarazzarsi dei loro ebrei. Quei governi dicevano di non capire perché mai il mondo s’indignasse tanto se essi seguivano le orme di una «nazione grande e civile.» (L’esistenza di questa enorme massa di profughi potenziali venne in luce alla Conferenza di Evian, convocata nell’estate del 1938 per risolvere con un’azione internazionale il problema degli ebrei tedeschi; la conferenza fu un gran fiasco, il che nocque grandemente agli interessati.) Poiché i canali dell’emigrazione marittima si stavano ora ingorgando, e poiché gli sfoghi in Europa erano già esauriti,anche nel migliore dei casi (se cioè la guerra non avesse compromesso i suoi piani) Eichmann difficilmente avrebbe potuto ripetere a Praga il «miracolo» viennese. Eichmann lo sapeva molto bene; non per nulla era ormai un esperto in materia di emigrazione. Logico quindi che non fosse molto entusiasta quando nell’ottobre del 1939, un mese dopo lo scoppio della guerra, fu richiamato a Berlino per succedere a Müller come capo del Centro nazionale per l’emigrazione degli ebrei. Un anno prima, questa sarebbe stata una vera promozione;ma ora il momento buono era passato. Nessuna persona di buonsenso poteva più pensare di risolvere la questione ebraica con l’emigrazione forzata; a prescindere dalla difficoltà di trasferire gente da un paese all’altro in tempo di guerra, il Reich, con l’occupazione dei territori polacchi, si era venuto a trovare con quasi due milioni e mezzo di ebrei in più.
E’ vero che il governo hitleriano era sempre disposto a lasciar partire i suoi ebrei (l’ordine che arrestò definitivamente l’emigrazione ebraica venne solo due anni più tardi, nell‘autunno del 1941); ed è vero che,ammesso che già fosse stata decisa una qualche «soluzione finale,» nessuno aveva ancora impartito ordini in questo senso,
sebbene nelle regioni orientali gli ebrei già fossero concentrati in ghetti e già venissero liquidati dagli “Einsatzgruppen”
(solita apodittica affermazione della arendt ! Non conosciamo, nessuno le conosce, direttive, ordini di sterminare gli ebrei  in quanto tali,nè alla data indicata nè successivamente! Infatti l’ordine operativo (Einsatzbefehl) n. 14 promulgato da Heydrich il 29 ottobre 1941 imponeva le seguenti direttive:«Gli Einsatzgruppen formano immediatamente, a seconda della grandezza dei campi che si trovano nel loro ambito operativo, Sonderkommandos con sufficienti effettivi sotto il comando di un ufficiale SS».Questi Sonderkommandos dovevano scoprire (ausfindig zu machen) nei campi per prigionieri di guerra e civili sovietici varie categorie di persone, tra cui:«Gli intellettuali (Intelligenzler) e gli Ebrei sovietici russi, per quanto si tratti di rivoluzionari di professione o politici, scrittori, redattori, impiegati del Comintern ecc. »
Neppure nei campi, dunque, i Sonderkommandos degli Einsatzgruppen avevano l’ordine di assassinare gli Ebrei in quanto Ebrei.Del resto, una politica di sterminio ebraico in massa da parte degli Einsatzgruppen è in contrasto anche con alcuni rapporti degli Einsatzgruppen stessi, come le già menzionate “Meldungen aus den besetzten Ostgebieten” n. 9 del 26 giugno 1942. L’“Ereignismeldung” n. 52 dell’Einsatzgruppe C del 14 agosto 1941 proponeva di impiegare le grandi masse ebraiche nella  «coltivazione delle vaste paludi del Pripjet e delle paludi del Dnjepr settentrionale e del Volga».
Nell’“Ereignismeldung” n. 81 del 12 settembre 1941, secondo la citazione di Hilberg stesso, si rilevava:  «In questo si può riscontrare un successo indiretto della Polizia di sicurezza, poiché il trasferimento (Abscheidung [recte: Abschiebung]), per noi gratuito, di centinaia di migliaia di Ebrei – la maggior parte dei quali sembra che vada al di là degli Urali – rappresenta un contributo notevole alla soluzione della questione ebraica in Europa»
Fonte Carlo Mattogno: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/08/20/raul-hilberg-e-i-centri-di-sterminio-nazionalsocialisti-font.html ).
Ma l’emigrazione, per quanto accuratamente organizzata a Berlino secondo il principio della «catena di montaggio,» si sarebbe estinta ugualmente, da sé. Come disse Eichmann, questo processo di estinzione era «come l’estrazione indolore di un dente…: da parte ebraica era ormai veramente difficile trovare dove emigrare,e da parte nostra tutto era fermo, non c’era più gente che andasse e venisse. Noi ce ne stavamo lì, seduti in un grande e imponente edificio, ma attorno a noi c’era un vuoto inerte.» Sicuramente, se per risolvere il problema ebraico – sua specialità – i nazisti avessero seguitato a contare sull’emigrazione, ben presto egli sarebbe rimasto disoccupato.
Fonte: http://it.scribd.com/doc/111309861/Hannah-Arendt-La-Banalita-Del-Male-Eichmann-a-Gerusalemme
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