«

»

Nov 21

0068- Psichiatra degli eletti

PSICHIATRA DEGLI ELETTI

di Gilad Atzmon

02/04/2005

(Nota : se non fosse quello che è, un grande scrittore ebreo, Gilad Atzmon sarebbe perseguibile per antisemitismo per quel che scrive. Ragione di più di essergli grati del saggio qui sotto riportato)

Penso che conosciate la vecchia barzelletta ebraica: come fa una mamma ebrea a cambiare una lampadina? A questo punto bisogna fare la voce stridula, con l’accento tedesco di una vecchia madre ebrea e dire: “non preoccupatevi per me, io me ne starò qui al buio.
Come vedete, la mamma ebrea incarna l’essenza dell’esistenza ebraica oggi. Essere ebreo significa “starsene al buio”, fare la vittima e compiacersi dei propri sintomi.

Se analizziamo questa strana tendenza alla luce del principio del piacere di Freud, potremmo dedurne – sbagliando – che la mamma ebrea trova piacere nell’infliggersi dolore.

C’è anche chi diagnostica alla mamma ebrea un masochismo mitico. In realtà, è il contrario. La madre ebrea non gode di soffrire; la barzelletta rivela un messaggio molto diverso. La mamma ebrea, invece di migliorare la sua condizione, invece di leggere piacevolmente The Jewish Chronicle alla luce, “se ne sta al buio” per indurre rimorsi e sensi di colpa nell’Altro, chiunque l’Altro sia. Di solito è il suo amato kind (figlio), ma può essere il suo compagno, il vicino, il banchiere svizzero o anche le Nazioni Unite.

La mamma ebrea “se ne starà al buio” fino a quando qualcuno sarà disposto a sentirsi colpevole perché lei è al buio.
Essere una vera mamma ebrea significa sfruttare ogni giorno l’intero vocabolario della vittima. Ma non è la mentalità vittimista della mamma ebrea ad occupare il centro dell’identità giudaica di oggi. Come sappiamo, molti di coloro che si definiscono ebrei non sono proprio religiosi. Alcuni sono anche atei. Molti dei nostri amici ebrei sono tutt’altro che sionisti (almeno è ciò che dicono) alcuni sono persino anti-sionisti, ma l’essenziale è che, una volta che l’ebreo abbandona il suo stato di vittima, diventa un essere ordinario e noioso.

Essere ebreo significa credere nell’olocausto, significa aderire a una narrazione storica costruita attorno a saghe di spietate persecuzioni e angherie senza fine.

Essere ebreo significa credere che tutta questa sofferenza non è affatto finita: un nuovo olocausto può essere scatenato domattina, non domattina ma oggi, in questo stesso minuto.

Essere ebreo significa stabilirsi in una condizione di autoimposta paranoia. Così, essere ebrei significa pensare in termini di “noi e loro” anziché semplicemente in termini di “stare fra gli altri”.

Essere ebreo significa credere che l’antisemitismo è una tendenza irrazionale, un sintomo intrinseco all’esistenza gentile.

Ma chi sono igentili”?

I “gentili” sono la famiglia umana, sicché si deduce che essere ebreo significa credere che la famiglia umana si comporta irrazionalmente, almeno verso gli ebrei.

Che cosa c’è di così attraente nell’essere una “vittima”?

La gente di solito si vergogna quando viene accusata di fare la vittima o di essere paranoica. Ma con gli ebrei questo in genere non accade. Un ebreo, se viene accusato di fare la vittima, si offende: anzi, percepisce quest’accusa come un’aggressione antisemita, per non dire una forma di negazione dell’olocausto.

Nell’autoconsapevolezza ebraica, essere vittima non è un atto, è uno stato dell’essere.

Nella concezione del mondo dell’ebreo contemporaneo, gli ebrei sono i soli veri e definitivi sofferenti.

Come non bastasse, il fatto che sono loro “i veri, reali e soli sofferenti” è oggi imposto in forza di legge.

Semplicemente dubitare di questo fatto può trascinarvi davanti a un tribunale.

Se per caso siete un giovane storico e vi succede di mettere qualche dubbio su alcuni fatti riguardanti l’ultimo giudeocidio nazista, finirete probabilmente in galera, o espulsi dalla vostra cattedra universitaria.

Per quanto riguarda la famiglia ebraica, la strategia della mamma ebrea risulta molto efficace. Starsene al buio “rende”. La mamma ebrea mantiene così la sua totale egemonia sulla cellula familiare: è per lei che il figlio ebreo, colmo di sensi di colpa (la sua vittima principale) sceglierà gli studi di medicina o di legge solo per non farla infelice. Riporterà i massimi voti solo per alleviare lo “starsene al buio” di lei. Quando finalmente capirà che la vera vittima è stato lui, sarà pronto per subentrare nello studio professionale di papà o, in ogni caso, troppo vecchio per ribellarsi. A quel punto lui stesso diventa una vittima e il resto del mondo deve sentirsi colpevole per lui. Ma in tal modo non diventa felice, anzi: piuttosto che stare fuori nel mondo, uno fra gli altri, egli viene spinto indietro nel ghetto, legato per il resto della vita da un legame tribale. Ironia: ciò ne farà un carattere neurotico ma anche un contabile o uno psicanalista eccezionalmente bravo.

E’ un meccanismo di successo nella famiglia ebraica: i genitori si sobbarcano volontariamente qualche sofferenza insignificante, perché in cambio la generazione dei figli, divorati dai rimorsi, portino a casa voti eccellenti.

Ma il problema nasce quando questo meccanismo va oltre la famiglia ebraica, o oltre la comunità ebraica auto-segregata. In realtà, dopo la seconda guerra mondiale, tutti gli affari ebraici sono basati su questa filosofia.

E’ questa la trama nascosta dietro l’ambigua rappresentazione del legame contemporaneo, e della complementarietà, di ebrei e cristiani: l’ebreo insiste che lui è la sola e definitiva vittima e il mondo cristiano abbraccia con entusiasmo l’opportunità di celebrare la sua colpa.

Per quanto strano sembri, nel 1948, mentre gli ebrei facevano la pulizia etnica della popolazione palestinese, l’Occidente “colpevole” celebrava “l’eroismo ebraico. Accadde lo stesso nella miracolosa vittoria israeliana del 1967. Da molti anni la “colpa” è divenuta il centro del cieco sostegno di Israele da parte della sinistra parlamentare europea. Per quanto sia sgradevole, l’identità ebraica odierna è modellata sul recitare la parte della vecchia mamma ebrea, e la sinistra parlamentare europea assume il ruolo del figlio ebreo divorato dal senso di colpa. Date uno sguardo alla politica britannica d’oggi: Tony Blair, il “gentile” colpevole, ancorchè capo di un partito che un tempo era socialista, ora sostiene apertamente uno stato razzista, nazionalista, colonialista e borghese. Michael Howard, della stessa parte politica, essendo un ebreo secolarizzato, non si cura di condividere con noi qualche illuminazione spirituale ebraica: gli basta raccontarci ancora una volta della sua nonna ebrea, la vittima dell’olocausto.

Sto parlando dell’identità ebraica, più precisamente della coscienza che l’ebreo ha di sé.

Sto cercando di scoprire con che cosa si identifichino gli ebrei laici quando si definiscono ebrei. Direi che a dare una risposta sono due scuole ideologiche: il sionismo è una, e l’altra il progressismo di sinistra ebraico.

Cominciamo con la scuola sionista

A causa del risveglio dei nazionalismi in Europa nel 19mo secolo, alcuni ebrei decisero che l’ebraicità è in realtà una manifestazione di un’aspirazione nazionalista.

Ma mentre il nazionalismo europeo era intrinsecamente soggetto alla terra in cui la nazione viveva, la terra patria, il nazionalismo ebraico era basato su una pura fantasia.

Lo slogan sionista allora diceva: “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Oggi alcuni storici ridicolizzano la suddetta asserzione avendo dimostrato oltre ogni dubbio che la Palestina era affollata da un popolo palestinese; ma il vero guaio di quello slogan è che un “popolo senza terra” non potrà mai creare un naturale, autentico nazionalismo.

Il sionismo era, ed è ancora, infondato come sarebbe infondata, per esempio, una pretesa italiana sulla proprietà dell’Inghilterra basata sul fatto che l’Inghilterra fu un tempo parte dell’impero romano.

Il nazionalismo ebraico è stato sempre una fede utopica e ideologicamente infondata.

E’ un movimento nazionalista invalido, per il semplice fatto che gli ebrei non sono una nazione.

E tuttavia, il sionismo era il segno di un cambiamento, nel senso che gli ebrei decisero volontariamente di abbandonare il loro fato di vittime, di diventare gente “normale”, gente che ama la sua terra, un popolo che si coinvolge nella natura e vive nella natura. I sionisti desideravano riscattarsi dallo stato di vittimismo, volevano prendere il proprio destino nelle proprie mani. Questa percezione è durata fino al 1967; fino ad allora i sionisti consideravano se stessi come prodi, autosufficienti colonizzatori.

E fino al 1967 l’olocausto aveva solo un ruolo strumentale, era qualcosa da capitalizzare piuttosto che una tragedia immane.

Anzi, per la generazione dei miei genitori, l’olocausto era qualcosa di cui vergognarsi: l’immagine del gregge che si fa portare al macello li riempiva di disprezzo per tutto ciò che puzzava di diaspora. [Lo storico] Tom Segev ha chiarito molto bene la storia del disprezzo ebraico per “il settimo milione, quelli che erano sopravvissuti.
Non c’è bisogno di dire che la condizione presente di Israele rivela il completo fallimento del sionismo: la trasformazione del popolo giudaico in una società occidentale moderna e civile è totalmente fallita. Gli israeliani non mostrano alcun attaccamento alla terra che hanno vistosamente lacerato con muri da apartheid (1). Non solo non hanno eretto una società civilizzata, ma è impossibile trovare un altro Stato moderno così corrotto moralmente e razzialmente motivato come lo Stato ebraico.

E tuttavia, il sionismo è stato un tentativo di trasformare l’ebreo in un essere dignitoso: un cittadino biondo, atletico e produttivo anzichè uno che preferisce “starsene al buio”.

L’alternativa ideologica al sionismo è fornita dai pensatori ebrei di sinistra. In superficie sembra poetica e pacifica, ma in pratica è devastante almeno quanto il sionismo.

L’ebreo di sinistra alzerà gli occhi al cielo e dichiararà, arreso, che “è stato Hitler più che Mosé a fare di me un ebreo”.

Al dunque, è l’”altro”, il”gentile”, a fare dell’ebreo un ebreo. Per quanto ridicolo sembri, subito dopo questo tipo di buoni ebrei diranno che i palestinesi, sì, “hanno diritto all’auto-determinazione”.

Mi domando ogni volta come mai quegli ebrei di sinistra non sono altrettanto generosi con se stessi: a quanto pare sono riluttanti ad auto-determinarsi. Per l’ebreo di sinistra la seconda guerra mondiale non è mai finita: giorno dopo giorno, egli continua ad essere sconfitto da Hitler e più in generale dal mondo dei “gentili”.
Non è assurdo? In realtà, non esiste un mondo dei “gentili”.

Il mondo ”gentile” è un’invenzione esclusivamente ebraica.

I “gentili” non identificano se stessi come “non-ebrei”, perché ci sono predicati infinitamente più interessanti con cui autodefinirsi. Da qui vediamo chiaramente che il sinistrismo ebraico è una forma dello “stare al buio”, un esercizio nella pratica del vittimismo. Come la mamma ebrea della barzelletta, si sono autopromossi vittime.

Così dobbiamo ammettere che non è stato Hitler a fare di loro degli ebrei; sono ebrei perché abbracciano con entusiasmo l’identificazione giudaica, preferiscono fare le vittime.

Preferiscono non cambiare la lampadina fulminata.
Ma perché questo gli è necessario?

Di certo l’ebreo progressista sa che oggigiorno può esprimere le sue posizioni senza lasciare tracce etniche. Viviamo, si dice, in una società multi-culturale. La tua voce sarà ascoltata, si dice, qualunque sia la tua origine etnica, il tuo ambiente religioso, le tue preferenze sessuali o l’appartenenza ad una qualunque categoria sociale.
Ii fatto è che questa volontà di “starsene al buio” è la nuova religione ebraica. E’ il raffinato meccanismo ideologico usato per far sentire l’”altro”, il ”gentile” occidentale, sgradito o inferiore in ogni discorso politico sulla Palestina. In pratica, mette al centro della questione palestinese non i palestinesi, ma l’ebreo tollerante, umanista e progressista. Serve come un’armatura morale ed ideologica di Israele. Appena questo ebreo umanitario viene riconosciuto come voce autentica per la Palestina, egli ci informerà che la soluzione di uno Stato unico per due popoli è radicalmente impraticabile. In qualche modo, per loro, la causa ebraica è un pochino più importante che quella palestinese: alla fin fine, solo gli ebrei hanno tanto sofferto.

La strategia del vittimismo è la più nuova e sofisticata forma del segregazionismo suprematista giudaico.

Non solo mi circondo di mura, ma faccio anche sì che gli altri si sentano in colpa per il fatto che mi circondo di mura.

E a proposito, non so se lo sapete, nel discorso pubblico intra-israeliano sono i palestinesi ad avere la colpa del fatto che gli ebrei elevano il muro dell’apartheid.

Puoi togliere all’ebreo la sua religione, puoi togliergli tutto, e anche mettergli nel piatto dei frutti di mare (2); ma solo se gli togli il suo vittimismo, l’ebreo non è più un ebreo.
Una volta tolta la colossale minaccia di Hitler, l’ebreo diventa un essere ordinario e noioso. Ve lo assicuro: non avverrà mai.

Note :

1) C’è qui una profonda verità, visibile ad occhio nudo a chi visiti la Terra Santa. La parte araba di Gerusalemme è scalcinata e sovraffollata ma viva, allegra, colorata e risonante, come una città vissuta da cuori che la amano; la parte ebraica, tutta restaurata, sembra un Club Mediterranée deserto, silenziosa, scostante e morta. Le terre dei palestinesi possono essere aride, ma coltivate amorosamente di ulivi e aranceti. I campi ebraici, assoggettati ad un’agricoltura scientifica, fanno pena come cavie di un esperimento infilzate di aghi ipodermici. Le strade israeliane che feriscono le terre palestinesi – strade riservate alla razza superiore – e gli stessi insediamenti israeliani, nella loro sacrilega bruttezza, gridano al cielo che i loro occupanti non amano quella terra. Viene a mente il biblico episodio del giudizio di Salomone sul neonato conteso fra due pretese madri: la madre falsa, che non lo amava, era disposta a farlo a pezzi per avere la sua metà.

2)La legge ebraica vieta di mangiare molluschi marini, “impuri” come un’aberrazione e un abominio.

Da: http://www.effedieffe.com/

_________________________________________________________________________________

Fonte originale,in inglese To Sit in the Dark, Victimhood and Jewish identity by Gilad Atzmon. Pubblicato il:  Saturday, October 3, 2009 at 7:29PM Gilad Atzmon,prima pubblicazione: March 24th 2005, A talk at the SOAS Palestinian Society 23.4 ,link originale:   http://www.gilad.co.uk/writings/to-sit-in-the-dark-victimhood-and-jewish-identity-by-gilad-a.html ,altra fonte: http://www.serendipity.li/zionism/dark.htm , http://www.rense.com/general63/sit.htm

_________________________________________

N.B. Sono graditi segnalazioni di errori o malfunzionamenti dei links.Grassetto,foto, sottolineatura, evidenziazione, NON sono parte del testo originale qui riprodotto, in BLUE testi di Olodogma. Mail: olodogma@gmail.com . Per consultare l’elenco di TUTTI gli articoli presenti su Olodogma cliccare sul link http://olodogma.com/wordpress/elenco-generale-articoli/.     Torna alla PAGINA INIZIALE

Lascia un commento