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Nov 16

0061- Ventesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Il Dr.Valli si pone la domanda “Che fare” ed elabora 3 alternative possibili, l’esperienza di vita ci suggerisce di optare per la terza soluzione, per ragioni terra-terra e di conseguimento di obiettivi, anzi, dell’obiettivo: la facoltà di tornare ad essere coltivatori e raccoglitori stanziali della terra degli Avi, con l’allontanamento dei nomadi-predatori che rubano il frutto del  nostro lavoro e della nostra Terra. Questa alternativa si regge sulla capacità che avremo di far conoscere ai nostri simili i risultati della ricerca storica revisionista sul cosidetto olocausto ebraico, di farne prendere coscienza, di “avvelenare il catalizzatore” “senso di colpa” che porta allo spostamento di tutti i nostri riguardi  verso le olovittime standard. Non si vedono altre strade percorribili! Un ringraziamento al Dr. Valli per queste queste 20,uniche, lettere.Olodogma

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Ventesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

 Gentile signor Gatti,

anche se ci sarebbe ancora molto da dire, giuro su tutti i miei caduti goyim, in guerra come in pace, che questa è l’ultima lettera che Le invio. In taluni momenti di questi quattro mesi Lei mi ha dato l’impressione che avrei potuto comunicarLe qualcosa solo mediante il tavolino a tre gambe. Non sono ipersensibile, ma nella Sua pervicace ritrosia ho rilevato la conferma di non essere io il Suo interlocutore ideale. Lei ha comunque esaurito la Sua funzione. Torni, anzi continui, a gestire la Sua muta di segugi. In quattro mesi, partito dalla Siria per insultarmi, è finito ad imbattersi nell’Oppressione Olocaustica. Sappia che negli anni a venire il Mito Fondante, il Paradigma della visione del mondo Sua, dei Suoi e delle masse goyish non troverà più credito. In secondo luogo, da parte mia ed anzi nostra – intendo: degli eretici e degli idolatri – non ci saranno né il ricorso al galileiano «eppur si muove», né profferte di scuse, né richieste di perdono! Se lo scordi, un qualunque cedimento a invocare comprensione da questa democrazia! Ce lo vieta la ventennale persecuzione del settantanovenne Thies Christophersen, arrestato pochi giorni prima di morire di cancro. Ce lo vieta il settantaseienne Horst Mahler, condannato ad un pratico ergastolo per crimine di puro pensiero. Ce lo vieta il settantacinquenne Reinhold Elstner, arso vivo di sua mano a protesta contro l’Abiezione.

Ce lo vietano le decine di studiosi – per non dirne che un pugno: i francesi Robert Faurisson, Serge Thion, Alain Guionnet e Vincent Reynouard, gli svizzeri Gaston-Armand Amaudruz, Max Wahl, Gerhard Förster e Jürgen Graf, gli italiani Carlo Mattogno, Anton Domingo Monaco, Giuseppe Poggi, Claudio Moffa e Cesare Saletta, lo spagnolo Pedro Varela, l’australiano Fredrick Töben, lo statunitense Fred Leuchter, l’inglese David Irving, gli austriaci Gerd Honsik e Wolfgang Fröhlich, i tedeschi Wilhelm Stäglich, Udo Walendy, Günter Deckert, Germar Rudolf, Sylvia Stolz, Axel Möller ed Ernst Zündel – e le migliaia di semplici curiosi che hanno affrontato e stanno affrontando le tribolazioni più varie, dal carcere alla diffamazione, dal boicottaggio alle aggressioni fisiche, alle pene più varie, per non avere voluto dimettersi dalla libertà di pensare.

E questo, malgrado l’imperversare di leggi repressive, malgrado il disegno liberticida dell’8 ottobre(2012). Semplicemente risibile, Le dissi, la pronuncia dei Novantasette quanto all’asserzione che «la stessa Unione europea ha stabilito che norme del tipo di quelle previste dalla citata decisione quadro 2008/913 rispettano i diritti fondamentali e sono conformi ai principi riconosciuti nell’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea e comunque delle Convenzioni a tutela dei diritti umani e di libertà». Come se la UE, invece che una laida creazione dell’Alta Finanza, fosse l’Europa! o un istituzione comunque legittimata ad imporre dogmi storici, a vietare il pensiero! Ipocriti e bugiardi, vili e violenti. Quel disegno sarà irriso e fatto a pezzi – quando non fosse poi, al di là di tutte le magniloquenze, una vigliacca operazione di facciata per captare la benevolenza ebraica in vista della prossima tornata elettorale – da molti migliori di me in cose giuridiche, un pronunciamento che in ogni caso, come tutte le ololeggi, resterà a perenne infamia di un’epoca. In primo luogo, dei Novantasei capeggiati dalla Vegliarda. In secondo, degli abbaianti che, sull’onda del ricatto, lo approveranno. In terzo – Socrate insegna – non solo della prassi, ma del concetto stesso di Democrazia.

Prima però della perorazione finale – centrata sulla repressione del pensiero , in atto in particolare nella mia amata Germania – elaborata da La rivolta della ragione, Holocaustica religio (ma veda anche Olodogma 0049) e La fine dell’Europa, le inanello tre citazioni che, come sempre, farà Sue e diffonderà ai Suoi, affinché scenda su di loro un qualche barlume di razionalità.

Io non ho speciali riguardi per Satana; ma posso almeno vantarmi di non nutrire prevenzioni contro di lui. Può anche darsi che abbia simpatia per il suo modo di esistere; dico il suo non mostrarsi bello. Tutti i testi religiosi sono contro di lui, e ne dicono di ogni colore sul suo conto, ma noi mai abbiamo udito l’altra campana. Non abbiamo che testimonianze a carico, eppure abbiamo reso il verdetto. Questo, a mio parere, non è regolare […] Naturalmente Satana costituisce un “caso”; non occorre nemmeno dirlo. Può essere un caso di non grande importanza, ma questo non conta, si può dirlo, questo, di ognuno di noi.

Mark Twain, In difesa di Harriet Shelley e altri scritti

Non disputare col primo arrivato­, ma solo con colo­ro che si co­no­sce e di cui si sa che hanno intelletto sufficiente da non pro­por­re cose tanto assurde da esporli all’umi­lia­zione; e che hanno abbastanza in­tel­let­to per disputare con ragioni e non con decisioni perentorie, e per ascoltare ragioni e accon­sentirvi; e infine che apprezzano la verità, ascoltano volentieri buone ragioni anche quando provengono dal­la bocca dell’avversa­rio e siano abbastanza equi da sop­portare di ottenere torto quando la verità sta dall’altra parte. Da ciò segue che, fra cento persone, ce n’è forse una degna che si disputi con lei. Agli altri si lasci dire quello che vogliono, perché desipere est jus gentium, essere irragionevoli è un dirit­to umano […] In ogni caso la disputa, come attrito di teste, è spesso di reci­proca utili­tà per rettificare i propri pensieri e anche per produrre nuovi punti di vista.

Arthur Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione…, Ultimo Stratagemma

 Da molto tempo ci si è infatuati di quella massima assurda secondo cui la verità non è fatta per il popo­lo, che non è capace di conoscerla. In ogni tempo, però, si sono tro­va­ti degli spiriti sinceri che si sono ribellati contro una simile ingiustizia, così come abbiamo fatto noi in questo pic­colo Trattato. Coloro i quali amano la verità, senza dubbio vi troveranno una gran­de consolazione; ed è soltanto a loro che vogliamo pia­cere, senza curarci in alcun modo di quelli che scambiano i pregiudizi per oracoli infallibili.

Traité des Trois Imposteurs, 1719

Ancor più anzi, non in modo specifico per Lei né per i Suoi dalla dura cervice, ma a istruzione dei miei goyim e a meditazione dei magistrati che anche in Italia, quod deus avertat, verranno investiti della missione di sradicare gli eretici, ecco un altro pugno di citazioni:

Fate sì che Esaù si lamenti, e gema, e protesti presso il mondo civile, fate sì che Giacobbe alzi la mano a combattere la buona battaglia. L’antisemita […] comprende soltanto un linguaggio e deve essere affrontato con le sue stesse armi. Gli ebrei del Purim si sollevarono per difendere le loro vite. Anche gli ebrei americani devono ve­nire alle prese con gli odierni antisemiti. Dobbiamo riempire le nostre prigioni di gangster antisemiti. Dobbiamo riempire i no­stri manicomi di pazzi antisemiti. Dob­bia­mo combattere chiunque ci odi, anche se straniero. Dobbiamo tormentare e perse­guitare i persecu­to­ri degli ebrei, fino ai limiti estremi della legge. Dobbiamo avvilire e infama­re i teppisti antisemiti, al punto che nessuno vorrà od oserà farsi loro «com­pa­gno di viaggio».

Rabbi Leon Spitz, in The American Hebrew, 1° marzo 1946

Sarò con te dovunque tu vada, sterminerò i tuoi nemici davanti a te, renderò il tuo nome grande come il nome dei grandi che sono sulla terra.

 2° Samuele, VII 9

Nei confronti di chi si oppone a Israele non siamo ragionevo­li, non siamo razionali. Né mai lo saremo. Di questo non dobbia­mo scusarci. Quel che ci vuole è un orgo­glio sfronta­to.

 l’ebreo Michael J. Rosenberg, 1971

 Non dobbiamo mostrare pietà verso una qualsiasi creatura della tribù di Amalek: uo­mini, donne, bambini e anche le mandrie e il bestiame. Abbiamo il sacro dovere di an­nien­tare Amalek senza lasciarne traccia.

Shmuel Derlich, caporabbino di Zahal, 1986

Se Edom dice: “Noi siamo stati annientati, ma torneremo a ricostruire ciò che è in ro­vi­na”, così dice il Signore delle Schiere: “Essi costruiranno, ma io demolirò”. Li si soprannominerà Territorio di Nequizia e Popolo con cui il Signore è sdegnato per sem­pre. I vostri occhi lo vedranno, e voi direte: “Grande è il Signore, oltre i confini d’Israele”.

Malachia, I 4

 Decretiamo che tutte le opere che Porfirio, spinto dalla propria follia, o chiunque altro abbia scritto contro la santa religione cristiana, presso chiunque trovate, siano date alle fiamme, perché non vogliamo che quegli scritti che provocano l’ira di Dio o che offendono le anime raggiungano le orecchie dei sudditi.

 Teodosio II e Valentiniano III, 16 febbraio 448, Corpus Iuris Iustiniani, I, 1,3

 Forse che in quel giorno, oracolo del Signore, non eliminerò i saggi da Edom e l’in­tel­li­genza dal monte di Esaù?

Abdia, 8

Di più, condanniamo, riprobiamo et prohibemo tutti gli sopradetti et altri tuoi libri et scritti, come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quel­li che sin’hora si son avuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di san Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nell’Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci.

contro Giordano Bruno l’8 febbraio 1600, contro il revisionismo storico

 Notiamo innanzitutto che anche se Faurisson fosse per ipotesi un antisemita scatenato o un filonazista fanatico […] non avrebbe assolutamente alcuna conseguenza sulla le­git­timità della difesa dei suoi diritti civili. Anzi, ciò renderebbe la loro difesa ancor più imperativa, in quanto ancora una volta – ed è evidente da anni, persino da secoli – è proprio il diritto ad esprimere liberamente le idee più spaventose che deve essere più strenuamente difeso; è troppo facile difendere la libertà di espressione di quelli che non hanno bisogno di essere difesi.

l’ebreo Avrom Noam Chomsky, 11 ottobre 1980

 Noi invitiamo il nostro governo a presentare all’Assemblea Nazionale una legge che preveda la condanna di ogni pubblicazione e di ogni discorso discriminatorio di carat­te­re razzista o antisemita. Questa legge comporterà in particolare la severa condanna di ogni negazione dello sterminio del popolo ebraico o della banalizzazione della storia di quell’epoca.

appello del B’nai B’rith francese, settembre 1987

 La negazione dell’Olocausto rende presentabile l’antisemitismo. La negazione dell’O­locausto si copre del manto della scientificità […] La centralità [der Stellen­wert], per la propaganda del­l’o­dio di estrema de­stra, della nega­zione del­l’O­lo­causto viene sotto­valu­ta­ta.

l’ebreo Erwin Leiser, prefazione all’opera di Deborah Lipstadt, 1994

 La negazione dell’Olocausto non è […] solo uno sfogo di stramberie nazionaliste o neo­naziste, ma segnala la nascita di un nuovo antisemitismo, di un patto ad exclu­den­dum contro una determinata minoranza […] La negazione del genocidio ebraico è prin­cipio e motivo di una rinnovata pratica antisemita.

Wolfgang Benz, Antisemitismus in Deutschland, 1995

Su certe tematiche, quali la «colpa» della Germania e la questione dell’Olocausto e, all’interno di quest’ultima, il controverso nodo dell’esistenza e del funzionamento delle camere a gas, la ricerca della Verità è ostacolata, di fatto impedita. Porre inter­rogativi è a priori considerato scandaloso. Le ricostruzioni ufficiali non possono esse­re sottoposte a verifica; vanno accettate a scatola chiusa. Lo sponsor dal quale il dog­ma è patrocinato ha posto sull’argomento un vero e proprio copyright, nel cui ambito agli «esterni» sono consentiti esclusivamente chiose e commenti agiografici. Violenta­ta da questa prassi terroristica – che nega alla ricerca ogni rispetto metodologico e che, dichiarando vere per legge semplici congetture, giunge a considerare atti eversi­vi penalmente perseguibili la discussione, la critica, il confronto di cifre, di fonti e di date – la storiografia è messa al servizio degli interessi dominanti, incanalata a se-guirne la logica.

Piero Sella, Genesi e funzione del “pregiudizio”…, 1995

 Il revisionismo come corrente storiografica non esiste. Ciò che esiste, dai tempi di E­rodoto e Tucidide, è il serio tentativo di ogni storico di rileggere il passato, nel senso di verificarne e, se del caso, correggerne ed aggiornarne le ricostruzioni. Dal punto di vista del metodo l’opera dello storico è opera di revisione per eccellenza. L’alternativa alla revisione è la ripetizione. Lo storico non ripete ma rivede, cioè verifica, reinterpreta, ripropone e qualche volta rovescia le interpretazioni precedenti.

Roberto de Mattei, docente di Storia Moderna, La storia contro il sonno della memoria, 2005

Chi oggi combatte e ribatte ancora le opinioni con insinuazioni ed esplosioni di colle­ra, alla maniera degli uomini della Riforma, rivela chiaramente che, se fosse vissuto in altri tempi, avrebbe bruciato i suoi avversari, e che se fosse vissuto come avversa­rio della Riforma avrebbe fatto ricorso a tutti i mezzi dell’Inquisizione […] Oggi per contro non si concede più a nessuno tanto facilmente che egli possegga la verità: i severi metodi di indagine hanno diffuso abbastanza diffidenza e prudenza, sicché chiunque sostenga un’opinione con parole e atti violenti viene considerato come un nemico della nostra civiltà attuale, o per lo meno come un arretrato. Infatti: al pathos del possesso della verità si attribuisce oggi valore molto scarso a paragone con quel pathos, certo più mite e meno altisonante, della ricerca della verità, che non si stanca di imparare di nuovo e di esaminare di nuovo.

 Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano I, IX 633

 Sostanzialmente, l’ebraismo non lascia posto ad un’autorità che limiti la libertà d’in­da­gine e d’interpretazione.

il pastore anglicano e storico James Parkes, Il problema ebraico nel mondo moderno, 1953

 Sulla questione «sterminio degli ebrei» esistono oggi opinioni contrastanti; in Germa­nia e Austria quelle che lo negano sono sanzionate da una giustizia politica. Perciò non è possibile prendere posizione al proposito; ci si deve astenere, fintantoché non sia stato ripristinato il diritto costituzionale alla libera manifestazio­ne delle opinioni.

Joachim Nolywaika, Die Sieger im Schatten ihrer Schuld, 1995

«La mia vergogna è la colpa del mio Paese» disse infine Kreitz, con una nota di tri­stezza nella voce e nello sguardo «la colpa di aver permesso a simili mostri, a simili criminali, addirittura di governare la nostra nazione. Incremen­teremo i nostri sforzi, per quanto sia umanamente possibile, fino a sradi­carli e distruggere ogni loro cellula. Cercate di capire, signori. Il mio governo sta facendo tutto il possibile per indivi­duarli ed eliminarli, anche se ciò dovesse significare costruire mille nuove prigioni per poterveli rinchiudere».

l’ambasciatore tedesco a Parigi, in Robert Ludlum, I guardiani dell’apocalisse, 1995 (romanzo)

 «Ma per rispondere alla tua domanda razionalmente – visto che non puoi fare a meno di essere razionale – se non uccidessimo quando è necessario, se non fermassimo i neonazisti, gli omicidi si moltiplicherebbero per diecimila. Anzi, diciamo pure sei milioni, tanto per cominciare. Ieri erano ebrei e zingari e altri “indesiderabili”. Domani potrebbero essere i repubblicani e i democratici del mio Paese che non sop­por­tano le loro stronzate».

il protagonista del suddetto I guardiani dell’apocalisse, all’amante che si fa qualche scrupolo

 L’ebreo non s’accontenterà di mettere la museruola a certa stampa, a tutta la stampa, ne creerà un’altra, e questa non s’accontenterà di tacere la verità; la fabbricherà, essa fabbrica di sana pianta, su comando ebraico, l’opinione pubblica francese.

Marcel Jouhandeau, Le péril juif, anni Trenta

 Ich übertreibe kaum. Das jüdische Leben besteht aus zwei Elementen: Geld einsam­meln und protestieren, Esagero appena. La vita degli ebrei consiste di due elementi: raccogliere denaro e protestare.

Nahum Goldmann, Das jüdische Paradox, 1988

 Quando si guarda il fondo del cuore umano, non si trovano quasi che istinti contrari all’eguaglianza; e questi istinti sono i più violenti di tutti, poichè si chiamano orgo­glio, invidia, egoismo, intolleranza, passione di godere e di dominare. Perché dunque gli uomini tengono tanto all’eguaglianza? La risposta non sarà senza interesse. Sem­pli­cemente, perché vedono nell’eguaglianza il primo titolo delle loro pretese e il mezzo primo per alzarsi sugli altri.

Maurice Joly, Recherches sur l’art de parvenir, 1868

 C’è un solo peccato che può venire commesso contro l’in­tera uma­nità­, contro tutte le stirpi: la falsificazione della storia.

Friedrich Hebbel, poeta tedesco, 1813-1863, in E. Schlee

 tabù sono considerati solitamente un frutto dell’immagi­nazione, e così chi non li viola non ne percepisce forse nemmeno l’esisten­za. Chi pone domande soltanto entro i binari prescritti non si accorgerà mai che certe doman­de è vie­ta­to farle.

Rainer Zitelmann, Hitler, 1991

 Non riuscirò mai più a vedere la Giustizia nello stesso modo, ora che ho scoperto qual è la sua faccia nascosta.

Jean Gabin in Deux hommes dans la ville, «Due contro la città», 1973

 La giustizia è come una barca: dove giri il timone, va.

 saggezza popolare più o meno maoista, particolarmente vera nei nostri tempi felici

 Con­trad­di­cendo i suoi princìpi – cosa invero naturalissima data l’aporìa strut­tu­rale di ogni liberaldemocrazia – il Sistema imperver­sa infatti non solo sui suoi nemici più concreta­mente politici, ma anche sui suoi nemici «soltanto» cul­turali. Cosa, ripetiamo, naturalissima, visto che, ci conferma Rabbi Bernard Bam­berger presidente del Synagogue Council of America, prima di vincere la Battaglia Finale contro le nazioni, dovranno esserne annien­ta­ti gli Dei, e cioè le ideologie, le visioni del mondo, i Sistemi di valori che le hanno rette e le reggono: «Ogni nazione sulla terra ha un Angelo Guar­diano in cie­lo, un sar o Princi­pe. Le nazioni che hanno oppresso e per­segui­tato Israele lo hanno fatto in quanto istigate e guidate dai loro patroni celesti. La redenzione di Israele dovrà quindi essere preceduta non solo dalla disfatta dei suoi nemici terreni, ma anche dalla rovina e dalla punizio­ne dei loro Angeli Guardiani». Invero, recita il Libro dei Giubilei XV 32, in ogni popo­lo Jahweh ha messo un angelo a guida, ma sopra Israele non ne ha posto al­cuno, «perché Egli solo è la sua guida e il suo custode»… talché, rileva nel 1994 l’ebreo comunista Manes Sperber in Être Juif, fin dalla anti­chità gli ebrei «non si considerano mai come vinti davvero, ma si credono al contrario promessi a un altro trionfo che sarà definitivo. Essi rivendicano un alleato invincibile, il loro Dio, il solo Dio vero, che regna sull’intero universo».

A parte la repressione degli studiosi revisio­nisti invocata dal generale Uzi Narkiss, allievo di Henry Kissinger all’Harvard International Seminar, capo delle truppe di occupazione a Gerusalemme Est nel giugno 1967 e direttore della World Zionist Organization – «È probabilmente arrivato il momento di creare un organismo internazionale per porta­re in giudizio sia gli antisemiti sia i revisionisti dell’Olocausto», in The Daily News, 19 settembre 1993 – vedi quindi la repres­sio­ne dei reati di pensie­ro (non viene imputato il minimo atto di vio­len­za, né ritrova­mento di armi, piani eversivi od offesa di altrui diritti) com­piuta nel maggio precedente contro due redat­to­ri del nonconforme trimestrale l’Uomo libe­ro, per sei mesi imprigio­nati in casa in attesa di proces­so, e nel luglio contro il sodali­zio «razzista» Fronte Nazio­na­le, quattro dei cui diri­genti ven­go­no se­que­strati in carcere per quat­tro mesi.

In attesa del compimento del suddetto disegno di legge, gli strumenti della repressio­ne italiana – ripeto il nocciolo dalla Diciassettesima lettera – sono la legge Scelba 645, 20 giugno 1952, «contro la ri­costi­tuzione del di­sciol­to parti­to fasci­sta», che ne vieta anche l’«apo­logia» (rec­te: «una diversa opinio­ne») e proibisce la «denigrazio­ne» della demo­cra­zia, e il Decreto delle Tre M, più noto come «Decreto Mancino» dal ministro democristiano dell’Interno Nicola Mancino, le altre due «M» essendo quella del ministro socialista della Giustizia ex sessantottino Claudio Martelli e del deputato repubblicano, ebreo e nepote del Nobel per l’Economia Franco Modiglia­ni, Enrico Modigliani, il cervello nell’ombra, il vero autore del testo. Semplicemente stupenda l’impu­denza di costui, presidente dell’apposi­to inter­gruppo parlamen­tare – poi di Democra­zia laica, sinistro gruppo che, riporta Simo­netta della Seta su Shalom n.11/2003, «aderisce all’Ulivo e si batte per la difesa della laicità delle istituzioni nel rispetto delle singole coscienze religiose dei cittadini» – in un colloquio interebraico riferi­to da Shalom n.2/1994 (corsivo nostro): «Ho parte­cipato atti­va­men­te in Parla­mento alla stesura della nuova legge sulle discri­mina­zioni etniche, raz­ziali o religiose. Posso anzi dire che la com­mis­sione che se ne è occupa­ta ha rece­pi­to in gran parte le mie propo­ste [in parti­co­lare, per l’estensione della repres­sione alle «discriminazioni» per «motivi religiosi», fino ad allora meno incrimi­nabili in quanto basate, ancor più delle altre, sull’a­de­sio­ne a motivazioni di pensiero]. Io mi sono senti­to particolarmente impe­gna­to su questo tema in quanto ebreo, ma i parla­men­tari della commis­sione dal canto loro mi hanno ricono­sciuto una certa maggiore com­pe­ten­za, se non proprio diritto, a trat­ta­re l’argo­men­to perché ricono­sce­vano che in quanto ebreo, con alle spalle tutta la storia ebrai­ca, avevo il dovere di testimo­niare e di prevenire e perché dobbiamo vacci­na­re la socie­tà contro ogni discri­minazio­ne nei con­fronti di qualsiasi diverso. Questo dovere non può essere confuso con una au­to­difesa ebraica, in quanto oggi gli ebrei non corrono nel nostro paese proprio alcun rischio, ma ri­guar­da il nostro rap­porto con gli immigrati del terzo e quarto mondo».

Il terroristico decreto 122  del 26 aprile 1993, convertito il 25 giugno nella terroristica legge n.205 «Misure urgenti in materia di discrimina­zione raz­ziale, etni­ca e religiosa», formal­mente nato nel cocuz­zolo del Mar­telli, dal 27 aprile 1993, giorno di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n.97, con­ferisce non solo ai magistrati, ma anche direttamente agli organi di polizia – in virtù dell’esplicita criminalizzazione del pensiero, dell’e­va­nescen­za del vocabolo «discri­mi­nazio­ne» (vedi [l’ebreo Pierre-André] Taguieff, scettico sulla possi­bi­lità di trova­re al termine un nucleo semantico che lo definisca inequivocamente in riferi­men­to alle infi­nite situa­zio­ni percepite come «discriminatorie») e dell’assoluta vaghez­za precetti­zia – poteri di repressione discre­zionale illimi­tati. Con tale legge il vero problema è rappresentato dall’arbitrio riposto nelle mani di un qualsiasi procuratore e organo di polizia che vogliano perseguire anche semplici esposizioni di idee contrarie alle loro, affer­mando semplicemente che le stesse sarebbero fondate sulla «superiorità», l’«odio» o la «discriminazione», criminalizzando in tal modo espressioni di pensiero fonda­te sul ragionamento, lo studio e l’approfon­di­mento storico.

Il tutto, in barba alla Costi­tuzio­ne antifascista art.3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla leg­ge senza distinzioni di opinio­ni politiche» e art.21: «Tutti hanno diritto di manife­stare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scrit­to e ogni altro mezzo di diffusio­ne», nonché all’art.19 della Dichia­ra­zione dei Sacro­santi Diritti: «Ognuno ha di­ritto al­la li­ber­tà di opi­nione e di espres­sio­ne, il che im­pli­ca il diritto a non essere perseguito per le proprie opinioni e a cercare, riceve­re e dif­fon­dere, senza ostacolo di fron­tie­re, le informa­zioni e le idee, attra­verso qualsiasi mezzo», all’art.19 del Patto sui Diritti Civili e Politici: «Ogni individuo ha diritto a non essere molestato per le proprie opinioni. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressio­ne; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffonde­re infor­ma­zioni e idee di ogni genere [«di ogni genere»!], senza riguardo a frontie­re, oral­mente, per iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qual­siasi altro mezzo di sua scel­ta…» e, perché no, all’art.2 dell’antica Déclara­tion des droits de l’homme et du citoyen: «La libera comu­nicazione di pen­sieri e opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uo­mo; ogni cittadino può dunque parlare, scrive­re e pubblicare libera­mente»… (concludendo però col saintjustiano … «salvo dover rispon­de­re dell’abuso di questa libertà nei casi stabiliti dalla legge»).

E non pensi il lettore che la persecuzione per «crimini» di opinione sia stig­ma­tiz­zata dall’ONU. Certo, recita l’art.14 dei Sacrosanti, «ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni». E tuttavia basta passare al secondo comma, che dichiara a tutte lettere, al pari del Grundge­setz, che tale diritto non può esse­re invoca­to «qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azio­ni contrarie ai fini e ai princìpi delle Nazioni Unite».

D’altronde, chi sia stato a ideare ed imporre i Sacrosanti il 10 dicembre 1948 e, nel 1950, l’Uni­ted Na­tions Cove­nant against Genocide «patto delle Na­zio­ni Unite contro il Ge­no­ci­dio», ce lo dice l’Ameri­can Jewish Year Book 1952: «Our work on behalf of international safeguards for human rights has progressed stea­dily ever since we were instrumental in having the Human Rights provisions incorpo­rated in the United Nations Charter at San Francisco in 1945, La nostra opera a sostegno della salvaguardia internazio­nale dei Diritti dell’Uo­mo è proseguita regolarmente fin da quando fummo di valido aiuto per fare inse­ri­re le disposi­zioni per i Diritti dell’Uomo nella Carta delle Nazioni Unite a San Francisco nel 1945» (le più pressanti Teste d’Uovo die­tro il Segreta­rio di Stato Edward Stettinius sono infatti Henry Monsky, Louis Lipsky e Israel Gold­stein dell’American Jewish Conference, e Joseph Pro­skauer, Jacob Blau­stein e Simon Segal dell’American Jewish Committee).

Fin dal 1890 aveva notato La Civiltà Cattolica, la principale ri­vi­sta dei gesuiti (nell’arti­colo, anonimo e più volte ristampato, anche in opuscolo, Della que­stione giudaica in Europa, serie XIV, vol.8): «E in effetto i principii moderni, ossia i così nominati diritti dell’uomo, furono inventati da’ giudei, per fare che i popoli e i Governi si disarmas­se­ro, nella difesa contro il giudai­smo, e moltiplicassero a vantag­gio di questo le armi nella offesa. Acquistata la più assoluta libertà civile e la parità in tutto coi cristiani e coi nazionali, si aperse agli ebrei la diga che prima li contene­va; ed essi, qual tor­ren­te devastatore, in breve pene­trarono da per tutto e scaltramen­te di ogni cosa s’im­possessarono […] Quella collana di apotemmi [apofteg­mi, «detti memorabi­li»], che nel 1789 si disse costi­tuire la sin­tesi dei diritti dell’uo­mo, nel fatto non ha costituito altro fuorché i diritti degli ebrei, a scapito dei popoli, nel cui seno la pratica di questi diritti fu intronizza­ta».

Altrettanto chiaro quasi un secolo dopo, nel 1977, l’ebreo Louis Henkin, docente di International Law and Diplo­macy alla Co­lumbia: «I concetti degli odierni diritti umani sono, per più aspetti, profon­da­mente radicati, o hanno forti parallelismi, nel tradizio­na­le pensiero giu­dai­co. I diritti umani dipendono, alla fin fine, dalle nozioni di giusto ed ingiusto, di bene e di male, che costituiscono un fondamento del giudai­smo […] L’attivismo ebrai­co nel sostenere i diritti umani è dun­que profonda­mente radicato nella storia e nell’espe­rienza ebraiche, che molti ebrei percepiscono come storia dell’ebreo quale vittima e come storia della sua lotta contro la violazione dei diritti umani […] Gli ebrei persegui­rono i diritti umani, i loro e quelli degli altri, in diversi modi nei diversi tempi e luoghi nei passati cent’anni. Molti li cercarono nel costituzionalismo liberale, molti nel socialismo […] Sen­z’al­cun dubbio fu l’Olocausto dell’e­braismo europeo a dare l’impulso più for­te a trasformare in realtà la legge inter­nazionale dei diritti umani; in larga misura fu un atto di riparazione morale nei confronti degli ebrei. Ovviamen­te clausole chiare e precise sui diritti umani furono inserite nelle Costituzio­ni stese per la Germania (e il Giappo­ne) sotto l’occupazione e nei trattati di pace imposti agli Stati sconfitti dopo la Guerra Mondiale. L’ineffa­bile trage­dia ebraica fu poi chiara­mente pre­sen­te agli spiriti quando la Carta delle Nazioni Unite identificò nei diritti umani uno scopo primario delle Nazioni Unite, obbligò gli Stati ad agire e cooperare in favore dei diritti umani e istituì allo ONU una commis­sione per i diritti umani, il primo ente interna­zionale con giurisdizio­ne generale sui diritti umani. La tragedia ebraica restò in primo piano negli anni formativi che pro­dus­sero la Conven­zione sul Genocidio e la Dichiarazione Universale dei Diritti Uma­ni, e quando aprì un quarto di secolo di azione per i diritti umani – azione uni­ver­sale e regionale, nazionale e transnazio­nale, governa­ti­va e non-governati­va […] Ben a ragione gli ebrei rivendica­no un ruolo di primo piano nella nascita dell’azione trans­na­zionale non-governati­va per i diritti umani […] Gli ebrei cercano alleati veramente devoti ai diritti umani. Inevitabilmente, soprattutto in questi tempi difficili gli ebrei giudiche­ranno tale devozione dalla prontez­za dei loro alleati a correre in aiuto dei diritti degli ebrei, che possono essere assicurati solo in quanto diritti uma­ni».

Quanto al ter­mine «azioni» del 14/2, si configura come «azione», ovviamen­te, anche la mani­fe­sta­zio­ne, a voce o per iscritto, del pensiero. È per questo che al revisionista Gerd Hon­sik, esule in Spa­gna per delitto di pensiero storico, Ma­drid nega l’asilo richie­sto; uno Stato che, come l’Au­stria, osserva le onusiche Tavole non può infat­ti, per definizio­ne, viola­re i Sacrosanti Diritti. Vedi, infatti, gli artt.29/3 e 30: «Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i princìpi delle Nazioni Unite» e «Nulla nella pre­sen­te Dichiarazione può essere inter­pretato nel sen­so di implicare un diritto di un qualsiasi Sta­to, gruppo o persona di esercita­re un’attività o di com­pie­re un atto mirante alla distruzio­ne di alcuni dei di­rit­ti e delle libertà in essa enunciati» o anche «Nessuna disposizione della presente dichiarazione, se giu­stamente interpretata, implica per uno Stato, un gruppo o una persona, il diritto di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa annunciati» (similmente e ovviamen­te, scrive Hen­kin, il giudaismo «non ricono­sce li­bertà religiosa agli idolatri e non assicura loro altri eguali diritti»).

In particolare, quanto a se sia giusto il divieto di «propagandare etnicismi e fondamentali­smi servendo­mi degli spazi della democrazia» – o, detto meglio, difende­re la propria nazione dall’assal­to mondialista – capzioseggia Nicolao Mer­ker, docente a Roma di Storia della Filosofia Moderna: «La risposta, in realtà, c’era già nella Dichiarazione dell’ONU del 1948, i cui conclusivi artt.29 e 30 vietavano che qual­cosa della “presente Dichiara­zio­ne” venisse strumentaliz­zato per “di­struggere alcuni dei diritti e delle libertà in essa enun­cia­ti”. Ovvero non c’è dirit­to, nella tradizione liberalde­mocrati­ca, se esso lede un pari diritto altrui; e in partico­la­re le specificazio­ni di un diritto di libertà (come appunto quelle a tutela dell’identità etnica) sono nulle se con­fliggono con la norma generale della libertà, quella che vieta discri­minazio­ni, emar­gi­nazioni e ideologie ghettizzanti verso chiun­que. Insomma: o il riconosci­mento dell’identità etnica (cioè di una differen­za) postula ch’essa si apra, in osmosi, anche verso altre identità (e conseguenti differenze), oppu­re viene stravol­to il senso stesso dei diritti etnici perché il diritto alla differenza si trasforme­rebbe in un obbligo della differenza, in obbligatorie segregazioni recipro­che. Il diritto alla diversità, a un’identità diversa da altre, è un diritto che semplice­mente si aggiunge al diritto-dove­re, primario, di partecipare a una più larga identità comune, quella enuncia­ta, in definiti­va, negli artt.1 e 2 della Dichiarazio­ne dell’ONU».

Del tutto ovvio, quindi, che il Patto Internazio­nale sui Diritti Civili e Politici, sotto­scritto all’ONU il 16 dicem­bre 1966, reciti in fotocopia agli artt.19: «1. Ogni indivi­duo ha diritto a non essere molestato per le proprie opinioni. 2. Ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la libertà di cercare, ricevere e diffonde­re informa­zioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oral­mente, per iscrit­to, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qual­siasi altro mezzo di sua scelta. 3. L’eserci­zio delle libertà previste al paragrafo 2 del presente articolo com­por­ta doveri e re­spon­sabi­lità speciali. Esso può essere pertanto sottoposto a talu­ne restrizioni che però devono es­sere espressamen­te stabilite dalla legge ed essere neces­sa­rie: a) al rispetto dei diritti o della reputazione altrui…», 20/2: «Qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costitui­sca incitamento alla discri­mina­zione, all’ostilità o alla violenza deve essere vietato dalla legge» e, soprat­tut­to, 46: «Nessuna disposizione del pre­sente Patto può esse­re interpretata in senso lesivo delle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite e degli statuti degli istituti specializzati che definisco­no le funzioni rispettive dei vari organi delle Nazioni Unite e degli istituti specializzati riguardo alle questioni trattate nel presente Patto».

Dopo l’art.17 della «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uo­mo» («Nessuna disposizione di questa Convenzione può essere interpretata come im­plicante, per uno Stato, un gruppo o un individuo, un qualsiasi diritto di praticare una attività o compiere un atto tendente a distruggere i diritti e le libertà riconosciute in questa Convenzione o a limitare più ampiamente questi dirit­ti e libertà di quanto si preveda in questa Convenzione»), fotocopia degli onusici 29/3 e 30, identica ipocrisia spira sui 54 articoli della «Carta dei Diritti Fondamen­tali dell’Unione Euro­pea», redatta da 62 Illuminati ed intrisa di Immortali Princìpi (strillano il Capo II: Libertà, il Capo III: Uguaglianza e il Capo IV, essendo ormai ridi­cola la fraternité: Solidarietà), approvata a Biarritz dal Consi­glio Europeo il 13-14 ottobre 2000 e a Strasburgo dall’Euro­parla­men­to il 14-15 no­vem­bre e proclamata il 7 dicembre a Niz­za da capi di Sta­to e governo (i soli a mani­fe­stare contro l’Inganno sono i militanti del Front National, guidati dall’indo­mito Le Pen e, guarda caso, aggrediti dai sinistri cani da guardia sistemici, così come l’11 novembre a Milano erano stati aggrediti dai delin­quenti dei «centri sociali» i «neofascisti» di Forza Nuova manifestanti contro il conve­gno del­la Tri­la­teral imposto alla città; inoltre, con l’eterna scusa di «disordini», il Sistema aveva impedito l’accesso a Nizza e Milano a migliaia di altri manifestanti e vietato a Forza Nuova di sfilare in corteo; nota di colore: gli addobbi floreali per la kermesse di Nizza erano stati commissio­nati dal duo Lionel Jospin-Jacques Chirac non ai produttori nazionali ma, guarda caso, a Israele).

Se infatti, per creare «un futuro di pace fondato su valori comuni» e «uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia», l’art.11/1 squilla a pieni polmoni: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di espres­sio­ne. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare infor­ma­zioni senza che vi possa esse­re ingerenza da parte delle autorità pubbli­che e senza limiti di frontiera» e 11/2: «Le libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati», precisi altolà li pongono gli articoli 21/1: «È vietata qualsiasi forma di discrimi­nazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteri­stiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni poli­tiche o di qualsiasi altra natura, l’ap­partenenza ad una minoran­za nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handi­cap, l’età o le tendenze sessuali» (con tutta evidenza, è ammessa solo la de­vo­zione all’ide­o­­logia mondialista, oltre­ché, benin­teso, la possibilità di scelta, diciamo, fra il tè con il latte o con il limone), 52/2: «Eventuali limitazioni all’eserci­zio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente carta devono essere previste dalla legge e rispet­ta­re il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. Nel rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni laddove siano neces­sarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’U­nione o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui» (dove il trucco risiede, in particolare, nei termini «essenziale», «genera­le» ed «esi­genza»), e soprattutto gli ancora onufotocopici articoli 53: «Nessuna disposi­zione della presente Carta deve essere interpretata come limi­ta­tiva o lesiva dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali riconosciuti, nel rispettivo ambito di applicazio­ne, dal diritto dell’Unione, dal diritto internaziona­le, dalle convenzioni internazio­nali delle quali l’Unione, la Comunità o tutti gli Stati membri sono parti contraenti, in particolare la Convenzione europea per la salva­guar­dia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e dalle Costituzioni degli Stati membri» e 54: «Nessuna dispo­sizione della presente Carta deve essere inter­pretata nel senso di comportare il diritto di esercitare un’attività o compiere un atto che miri alla distruzione dei diritti o delle libertà ricono­sciuti nella presente Carta o di imporre a tali diritti e libertà limitazioni più ampie di quelle previste dalla presente Carta».

Di poco più truce era stato il Grund­gesetz, la “Legge Fondamentale” tedesca spacciata per “Costituzione”, all’art.18: «Chi abusa del­la libertà di espres­sione, in partico­lare della libertà di stampa (art. 5/1), di insegna­mento (art. 5/3), di riunione (art. 8), di asso­cia­zione (art. 9), del segreto epistolare, postale e telefonico (art. 10), della proprietà (art. 14) o del diritto di asilo (art. 16a), per lottare contro l’ordina­mento costituzio­nale liberale e democra­ti­co, perde tali diritti. La perdita e la misura della perdita sono stabiliti dal Bundesver­fas­sungsge­richt [la Corte Costituzionale Federale]». Poiché la «distru­zione» dell’i­deo­logia demo­libe­rale, e non parliamo poi del Siste­ma!, potrebbe deriva­re, a va­lan­ga, neppure dall’«abuso», ma dalla sem­pli­ce critica dei suoi postu­lati ideologici, la critica, cioè l’uso autonomo del pensiero, diviene di per se stes­sa un crimi­ne. Da conte­nere­. Reprimere­. Soffo­ca­re. Con l’ausilio del­la doppia lingua delle Dichia­razioni di Principio. Giusto quanto in 1984, Bra­ve New World, Fahrenheit 451 e, prima­, nel dettato jahwista.

Come ha ben messo in rilievo Nietzsche (La gaia scienza, III 174), «il parlamen­ta­rismo [liberalismo], cioè il pubblico per­messo di poter scegliere fra cinque idee politiche, s’acqui­sta il favore di molta gente, la quale ci tiene assai ad apparire indipendente e indivi­dua­li­sta, e pronta a combattere per le sue idee. Ma alla fine è indifferente che coman­di una sola idea o che ne siano consentite cinque. Chi dissente dalle cinque opinioni ufficiali e si tira da parte ha sempre tutto il mondo contro di sé». Ed ancora il demi-juif  Theodor Wiesengrund Adorno in Minima moralia: «La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta». Ed ancora lo storico Rutilio Sermonti (III): «Pluralismo quindi sì, nel senso dell’esistenza di numerose formazioni politiche con disparate etichette; anzi, più ce ne sono e meglio è; ma a patto che professino tutte la liberaldemocrazia, differen­ziandosi solo in inezie del tutto irrilevanti per l’impero dell’usura. Basta, insomma, con le ubbie ideologiche, che potrebbero magari far sorgere cattivi pensieri».

La qual cosa, tra­spo­sta in linguaggio attuale, equivale a dire che se «sotto» il fascismo o «nel» comuni­smo si dava libertà solo per chi fosse fascista o co­mu­ni­sta, egualmente «nel» libera­li­smo la libertà esiste solo per i liberali (con l’aggra­van­te, per i liberali, che secondo la loro dottrina la coscienza di un cittadino si tutela da sola, senza necessità di padri confesso­ri, assistenti spirituali o guide il­lu­mina­te, in una libera valutazione di opposte opinioni e di critiche le più diverse). Dobbiamo infatti citare le sante parole emesse a suo tempo – peraltro unicamente pro domo sua – dal­l’ebrea femmino-comunista Rosa Luxem­burg?: «La libertà solo per i sosteni­tori del go­ver­no, solo per i membri di un partito, siano essi quanto più nume­ro­si, non è libertà. Liber­tà è sempre solo libertà di chi la pensa diversamen­te, e non per fanati­smo di giusti­zia, ma perché tutto quanto della libertà politica illumina e purifica discende da tale contegno e nega se stesso quando la libertà divie­ne privile­gio».

E in realtà, all’interno del presunto relativismo/tol­leranza del metodo de­mo­cratico, vantata misu­ra del­l’unica libertà possibile, nonché pretesa discrimi­nan­te dal «fanati­smo­/oscuranti­smo» dei loro avversari, i ­liberali non solo praticano una con­ce­zione asso­lu­ta della verità e dei valori, non solo fanno strame dei loro stessi miti (divisione dei poteri, libertà di espressione e pluralismo politico), ma si basano, al pari dei rivali ma ben più program­mati­camente, su un’ideologia fondata per principio sul­la logi­ca del ne­mi­co. Con ciò dimo­strandosi sistemi chiusi al pari – ma con infinita mag­giore ipocri­sia, cor­ruzio­ne e abiezione – dei loro nemici cosiddetti «to­talitari».

Il tutto, comunque, in disprezzo del rabbino medioevale Jacob ben Abba Mari ben Samson Anatoli, medico di Federico II, traduttore di Aver­roè ed autore del maimonideo Malmad HaTalmidim, per il quale ogni es­sere uma­no ha il dirit­to di cercare e di acquisire le conoscenze da ebrei e da non-ebrei, «da ogni persona, sia essa rispettata o disprezzata, credente od eretico». Il tutto, in barba agli squillanti teore­mi del costituzio­na­li­sta, poi giudice costitu­zionale, ebreo comunista Guido Neppi Modona, per il quale l’art.21 dei Sacrosanti proclama il «princi­pio del plurali­smo ideo­logico […] da inten­der­si nel senso che lo Stato non si fa tu­to­re di un parti­co­lare credo nei vari settori in cui può esercitarsi il pensiero umano, essen­do ammessa ogni ideo­logia po­li­tica, economica, so­ciale, reli­giosa, este­tica […] conce­zione relati­vistica la quale riconosce come positiva per tutta la società una plurali­tà di valori, l’importanza del dissenso, della discussio­ne, della criti­ca […] anche di radicale dissenso rispetto ai valori costituiti» (corsivo nostro), essendo la libertà di mani­fe­sta­re il pensiero «il più alto, forse» fra i diritti primari, vera e propria «pietra angolare dell’or­di­ne democrati­co».

Il tutto, celando la re­pressione del pensiero dietro accuse di «deni­gra­zione della demo­cra­zia» – qua­si la democrazia non si denigras­se a mera­vi­glia da sé! – e incita­mento a o­dio, violenza e «di­scri­mi­nazio­ne» (vecchio gioco, ma gioco tutto moderno, quello di colpire le idee condan­nandone le possibili­/supposte conseguen­ze pratico/applicative!). Non creda comun­que il lettore che tali con­trad­di­zioni – tale suprema ipo­cri­sia – siano tipiche del Sistema: esse sono consu­stan­ziali non solo alla pratica di questo o di quel regime demo­crati­co, ma alla ideo­lo­gia stessa del­la demo­crazia. Ne ba­sti Brian Sörensen: «Demokra­tie ist die Lega­li­sie­rung organi­sierten Verbre­chens, La democrazia è la legalizza­zione del cri­mi­ne organiz­zato». Ne basti Socrate contro l’ultima giuria: «E non adiratevi con me, per­ché dico la verità. Non può salvarsi nessuno che dav­ve­ro si opponga a voi o a qual­siasi altra democrazia [così William Guthrie; letteralmente: “moltitudi­ne”] cer­can­do di pre­ve­ni­re o di impe­di­re che molte sven­ture ed abusi ille­gali incol­gano la città. Un difen­sore sincero della giu­sti­zia deve starsene per conto suo, evitando la po­li­tica, oppure rassegnarsi a non so­prav­vivere a lungo», Apolo­gia, 31e-32a.

E dunque, data l’assoluta incapaci­tà del Sistema demo­cratico a riformarsi ed ammettere modelli alter­nativi di reggimento, ribadia­mo l’assoluta impossibili­tà di un’azione politica che si voglia alterna­ti­va (a meno che non si voglia gioca­re con le parole o non ci si ac­con­tenti di fare l’Oppo­sizione di Sua Maestà) e l’asso­lu­ta centrali­tà culturale e opera­ti­va del Revisioni­smo Storico, prima fra tutti la sezio­ne Olo­cau­sto. Perché delle due, come confi­dò lucidamente l’avvocato LICRA Ber­nard Jouanneau a La Croix il 23 settembre 1987, l’una:

«Se le camere a gas sono veramente esi­stite, la barbarie nazista non ha uguali. Se non sono esistite, gli ebrei hanno mentito e l’antisemitismo se ne troverebbe giustifi­ca­to. Ecco la posta in gioco nel dibattito».

Pur operan­do con tutto il pessimi­smo per­mes­soci dalla ragio­ne e con quel po­co di otti­mismo datoci dalla volontà, non concor­diamo quindi – pur sa­pendo l’irri­nun­ciabilità del­l’Oloparadig­ma per il Sistema con chi ritiene necessa­ria un’alleanza tattica con l’ebraismo al fine di contrastare quella che anche noi riteniamo la massima iattura per gli europei, vale a dire l’invasione ter­zomondia­le, in particolare islamica (come fa l’ultimo Guillaume Faye, pre­te­so Realpolitiker per­vaso da un’ossessione di movimentismo, in La nouvel­le question juive, addirittura deridendo i revisionisti e stravolgen­done le tesi al pari del più becero ebreo), con chi, più neutro, ri­tie­ne «indi­spen­sabile ridurre allo stretto necessario la polemica con la ditta­tu­ra planeta­ria in riferimento all’analisi storica sugli accadimenti che vanno dagli anni Venti agli anni Cinquanta» (Maurizio Mu­relli, Dittatura planeta­ria e resi­sten­za).

Sappiamo che «dalla sua il Sistema ha il con­trol­lo dell’ap­parato legi­sla­tivo-giudiziario attraverso il quale perse­gue reati di opinione e di revisio­ni­smo con l’alibi della difesa del sistema democrati­co; dispone di mezzi di infor­mazione e comunicazione at­traverso i quali svol­ge opera di coercizione in­tel­lettuale; controlla l’apparato pedagogi­co e scolasti­co». Sappiamo anche, e bene, che agiscono forze più oscure e cri­mi­nali. Le migliaia di pagine de I complici di Dio e tutta la nostra ricerca sono lì a dimo­strar­lo. E cer­to, «su que­sto terre­no lo scontro per le forze antago­ni­ste è sem­pre e comun­que perdente quan­do si opera l’aggan­cio tra re­visioni­smo stori­co e proget­tua­lità po­li­tica» (ibidem). Il punto è proprio questo: non operare l’aggan­cio – intra­presa pueri­le, irrea­li­stica e rovinosa nell’at­tua­le temperie. Nessuna illusio­ne. Nessuna proget­tualità. Studio e testimo­nian­za. Resistenza assoluta e non patteggiabi­le. Venire repressi e annientati, cadere e magari morire per motivi di pura opinione.

La lotta degli europei per riappropriarsi – contro ogni suggestione giudai­ca e giudaico-disce­sa, cristiana o musulmana che sia, illuminista o misticiz­zante, di destra o di sinistra, demoliberale o socialcomunista – del proprio passato, del pro­prio Sistema di Valori, della propria anima, è il di­scri­mine di questo scorcio di secolo, epoca nella quale l’essere umano si ritrova diso­rientato, isolato e sper­duto come non mai. Se un uomo privo di passato può non esse­re un uomo privo di difese, un popolo privo di passato è sempre un po­po­lo privo di difese. La lotta per il passato è allora la lotta capita­le, la pre-con­dizio­ne, il passag­gio obbligato per definire il futuro non solo dell’Eu­ropa, ma dell’u­ma­ni­tà. È una lotta non solo contro un bi­mil­lena­rio, radicale nemico, ma con­tro l’urgen­za del tempo, contro tutte le premes­se psi­co­logi­che, socia­li, econo­mi­che e politi­che del Mondo Nuovo quotidiana­mente crea­te dai procon­soli del Si­stema onde foggiare si­tua­zio­ni sempre meno reversibili.

È una lotta, questa contro la «cloaca lassista dell’odierno Occidente» (Guillaume Faye IV), che va con­dot­ta a tutto cam­po, freddamente e senza illu­sioni, con sere­na in­telligenza e intel­ligente crudezza. È una lotta che va condotta non certo «con ogni mezzo neces­sa­rio» come voluto dal rivoluziona­rio negro Mal­colm X e dal superarruolato juniorbushia­no Marvin Cetron (in Ennio Caretto I), o con ro­vi­nosi atten­ta­ti alla Unabomber (il contestatore globale The­odore Kaczyn­ski, già docen­te a Ber­keley), bensì, consci dell’asso­luto squili­brio di for­ze tra il Sistema e i suoi critici – e per quanto sia assurdo «giocare il gioco della vita con avversari che hanno da tempo ab­bandonato le regole» (Wilmot Robert­son) – nei limiti legali im­po­sti dal Sistema.

Identico, con toni di realistico pessimismo spengleriano, l’indomito Paolo Giachini: «Vivere, non scappare da questo mondo, accettarlo senza credergli, confron­tarcisi, ma sul piano dello spiri­to. Chi pensa che questo mondo debba essere avversato fa un grave errore: lanciare sassi alla polizia, inscenare manifesta­zioni pacifiche, contrapporsi sul piano politico o fare il “terrorista” sono strade, nessuna esclusa, che per non avere sbocco si equi­val­gono. Tutto ciò significherebbe, in ultima analisi, non far altro che il gioco di quelle forze che gestiscono il potere. Esse hanno immenso bisogno di antagonisti da demo­nizzare, di sempre nuovi Erich Priebke: la loro linfa vitale per sopravvi­vere. La verità è che questo “mondo moderno” è immensa­mente più forte di tutto ciò che si potrebbe anche lontanamente pensare di contrap­porgli. Ti schiacce­rebbe come si fa con un insetto. Deve essere ben chiaro che l’unico modo per rendersi immune in questo mondo è, piaccia o no, rispettare le sue regole. Il segreto, si badi bene, non sta in un’arma da usare per la vittoria su di esso, ma nella ineluttabilità della sua sconfitta. Il nostro tempo è malato, bisogna lasciarlo al suo destino di possente realtà affet­ta da un male incura­bile. Il degrado è tale che qualunque intervento non potrebbe fare oramai altro che infettarci a nostra volta e al contempo offrire a questo mondo dalle ore conta­te altra materia per alimentare la pro­pria neoplasia, prolungandone l’agonia e nient’altro. A noi non resta altro che aspettare, la società attuale finirà da sola […] Che noi si abbia il tempo o meno di assistere ancora ad un altro cambia­mento epocale, questo conta ben poco. Così è stato per il comu­ni­smo e così sarà, è indubbio, anche per le società del capitalismo consumista e per i loro padrini; niente di molto diverso in fondo esse sono state dal comuni­smo, solo un’altra faccia del materialismo».

Sia però di estrema chiarezza, a noi e ad ogni letto­re, che sarebbe lo stesso Siste­ma, Barbaro Dominio e Specchio dell’Alto Tradi­mento quanti mai ce ne furono, ad au­torizzare i suoi nemi­ci («di­ritto di resistenza»: art.20/IV del Grundge­setz) non solo all’uso di samizdat e alla messa in opera di ogni attivi­tà culturale clandestina, cosa peraltro già oggi inderoga­bi­le, ma proprio anche all’uso di ogni altro mezzo neces­sa­rio – «quae medi­ca­men­ta non sa­nant, fer­rum sanat; quae ferrum non sanat, ignis sanat», ci conforta l’antica saggezza ippocratica – qualora seguitasse a delegitti­marsi lacerando i suoi stessi chiffons de papier costitu­zio­nali. In particolare, annul­lando quel minimo ancora esistente di libertà di ricerca e parola. Cosa del resto che, data la strutturale ipocrisia, elastici­tà e in­certezza del diritto proprie di ogni demoliberali­smo, non ci stupirebbe poi più di tanto, e alla quale si è comunque di fatto ormai giunti – impedendo non solo la for­ma­zione di mo­vi­menti nonconformi o la proposizione di teorie politiche alter­native, ma persino la rivisitazione critica degli immaginarii imposti dal Sistema, in primo luogo dell’Immaginario Olo­caustico – in Fran­cia, Svizzera, Austria, Germania, Belgio, etc. etc.

«Le sole rivoluzioni durevoli sono quelle del pensiero», scrisse un secolo fa Gu­stave Le Bon, aggiungendo che le rivoluzioni, come le guer­re, non sono che l’este­rio­riz­zazio­ne di conflitti tra forze psicologiche. E ancor prima, in «Psicologia delle folle»: «I veri sconvolgimenti storici non sono quelli che ci empiono di stupore per la loro vastità o violenza. I soli cambia­menti impor­tan­ti, quelli che consentono il rinnovarsi delle civiltà, av­vengono nelle opinio­ni, nei concetti e nelle credenze […] Anche quando ha subito quelle modifica­zio­ni che la rendono accessibile alle folle, l’idea può agire soltanto se […] riesce a penetrare nell’inconscio e a diventare un sentimento».

Ed egualmente il nazionalsocialista F. Roderich-Stolt­heim (Theodor Fritsch): «La lotta delle nazioni e delle razze per l’esi­stenza sarà decisa in ultima istanza non da spade e cannoni, ma dallo spirito». Ed ancora, oggi, Hans Fritz Gross: «L’indi­spensabile rinnovamen­to della società si potrà con-seguire soltanto in un lungo periodo attraverso un processo spirituale e morale». E addirittura Rabbi Giu­seppe Laras: «Chi sono i veri rivoluzionari? Coloro che ribaltano, sostituen­dole con altre, le posizioni convenzionali e consolidate, ideologiche o prag­ma­ti­che, di comodo o, addirittura, false, mostrandone l’intrinseca inadegua­tezza mediante un’opera di scavo, quasi sempre scomoda e impopolare, intor­no alle radici delle cose senza paure né tentennamenti» (in Arturo Schwarz).

Poiché non esiste ormai più – ammesso che in qualche tempo e luogo sia mai esi­sti­to – un Palazzo d’In­verno da assaltare e far pro­prio, la con­quista delle intelli­gen­ze e degli animi, con la dutti­li­tà di tempi e modi che un’azione globale com­porta, è quindi, per chi si proponga di opporsi al Sistema, il pri­mo e il più urgen­te degli obiettivi. Dato che solo il pensiero trasgressivo, quello che oggi fa scandalo e turba le menti, può aprire le vie al pensiero di domani ap­pron­tando una piattaforma intellet­tuale e morale dalla quale scaturi­ranno altri pensieri, dato che alla base di ogni vera, non effimera affer­ma­zione poli­ti­ca troviamo sem­pre un patri­mo­nio ideale e dato che l’affer­ma­zione di tale patri­mo­nio richiede, al­l’in­fuori dei momenti di cata­stro­fe, un diutur­no, inces­sante, sfi­bran­te lavoro sul piano della ri­cerca cultu­ra­le e della demisti­fi­ca­zione storico-politi­ca, sareb­be segno di immaturità con­sumare un prezio­sis­simo tempo­ e gli ancora più scarsi mezzi finanziari/operativi per indirizzarsi verso un atti­vi­smo presunto «po­litico» i cui risultati sarebbero solo: 1. una gratifi­ca­zione episo­di­ca e personale,  2. un defati­gan­te risuc­chio nei pratici com­pro­messi e nelle inestricabili norme opera­ti­ve del Si­ste­ma,  3. il confe­ri­mento al Si­ste­ma di una paten­te di legittimità mo­ra­le («vedete che lasciamo agire anche i nostri nemici radicali!») quando non, più brutal­mente,  4. di più nu­merose occa­sioni per in­terventi re­pres­sivi. E questo, oltre­ tut­to, senza ottenere da coloro che si vuole difendere e in nome dei quali si preten­de parlare  –  rintro­nati, plasmati ed ottusi da tutti i mass­media –  null’altro che, quand’an­che ci fosse, qualche vago moto di simpatia.

«Francamente» – scrive Filippo Jacobelli, già milite della RSI – «non concor­diamo troppo con quelli […] che sparano a zero sui cosiddet­ti “demo­cratici” no­strani. Ci sembra che qualcosa di buono abbiano pur fatto e che a un minimo di gra­titudine ab­biano diritto da parte nostra. Hanno avuto a disposizio­ne cinquant’an­ni per dimo­strare coi fatti alla gente che avevamo completa­mente torto. E per cinquant’anni al contrario hanno fatto del loro meglio per far capire a tutti che avevamo pienamente ragione. Anno dopo anno, giorno dopo giorno hanno fatto toc­ca­re con mano anche ai più sprov­veduti che il sistema democratico-parlamentare è un sistema che crea e vive di corruzione, che è il paradiso dei vuoti parolai, degli inefficienti azzecca­garbu­gli; un sistema che educa al culto ossessivo dell’oro e al concreto di­sprezzo di ogni altro valore, che invoglia ad utilizzare il bene pubblico ai fini del bene privato, che spinge la gente a chiudersi sempre più nel “suo particu­la­re”, che usa le parole solo come strumento d’inganno, che è la calda culla della mafia, della camorra etc. a tutti i livelli e che infine, come il pifferaio della favola, cammina e guida verso la dissolu­zione ed il caos che chiama, con sfrontata o cieca improntitu­dine, progresso».

Occorre allora gridare a pieni polmoni che, quando pure non lo fosse in pas­sa­to, il re è oggi nudo. Additare le contraddizioni tra le mielate parole del Sistema e la mortifera applicazio­ne dei suoi postulati. Chiarire che il Li­be­ro Occi­dente­ – e, in prospettiva, la Cosmopoli Umana – non è la big happy fami­ly sognata dal­l’i­de­o­logia americana. Indicare che la liberté senza un fine è solo espressio­ne di una neolingua orwelliana, che non ha alcun senso all’in­ter­no di un’ideologia co­smopolita. Spiegare che l’égalité dell’i­deolo­gia cristia­na com­por­ta solo abiezione individuali­stica. Mostra­re che la Fami­glia Univer­sale è un’in­for­me accoz­za­glia ove il vicino scanna il vicino, il paren­te il parente; che la fra­ter­nité giudaica inizia sì con Abele, ma finisce con Caino.

Occorre, da Buoni Europei eredi di un plurimillenario Sistema di Valo­ri, non lasciarsi sedurre da alcuno che sia stato comunque permea­to dal veleno di quel supergiudaismo che risponde al nome di a­mericanismo.

Occorre mo­strare a chiunque che un progetto mondiali­sta come quello imposto da Jahweh agli Arruolati non può, in quanto contronatura, che esigere repressio­ne e che una società come quella americana (e, in rapida prospettiva, quelle europee), dis-integrata in isole etniche, deve necessaria­mente diventare uno Stato di polizia, con riduzione delle libertà e della sicurezza di ognuno.

E questo perché una società, e tanto più una comunità, non si regge tanto sulle leggi – indi­spen­sa­bili per quel 10% di infingardi, devianti e criminali presente in ogni aggregato so­cia­le – quanto sulla consape­volezza di un’eredità comune, sulla condivi­sione di un Si­ste­ma di Valori comune e sul sentimento di un destino comune.

Occorre mostrare a chiunque che gli investimenti finanziari americani, e giudaici, in ogni pae­se possiedo­no una valenza non tanto economica, quanto soprattutto cul­tu­rale e spiri­tua­le, riba­dire che la propa­gan­da americana, e giudaica, è un incessante lavaggio di cervelli che, oltre a «meri» prodotti «di svago», impone modelli di pensiero e di vita. La guerra classica mira al cuore per uccide­re e conquistare, la guerra eco­no­mica al ven­tre per sfrutta­re e arric­chir­si, la guerra cultura­le alla testa per paralizzare senza ucci­de­re, conqui­stare decompo­nendo, arricchir­si disfacendo ogni po­polo.

Occorre convin­cersi che non esistono scorciatoie e che solo un’incessante semina può portare, per quanto lontano, ad un nuovo raccolto. Riscoprire con fredda intelligenza, riva­lu­tare con equilibrio il patrimonio ideo-storico delle tradizioni indoeuro­pee, igno­rato, minimiz­za­to, mistificato e stravolto dai gazzet­tieri del Sistema. Risco­prire con fredda intelli­gen­za, rivalutare con equilibrio il patrimo­nio ideo-storico dei fascismi, soprat­tutto del più lucido e determina­to di essi, quel nazionalso­cia­lismo infa­mato da cari­caturiz­zazioni, decontestualiz­zazioni e menzo­gne.

Oc­cor­re, prima che agire politicamente, ricercare e testi­moniare­, affinché l’ener­gia della parola e la moralità dell’esempio suscitino campi di resi­sten­za che si espan­dano nella società, ramificandosi – a svellerlo – in un mondo che ha inscritto in se stesso un destino di morte: «Non è forse tempo di rifarci liberi, senza timori o complessi?» – incita Eric Delcroix, indomito avvocato difensore dei revisionisti – «Dobbiamo essere allora i nuovi libertini [leggi: liberi pensatori]! Dobbiamo ripren­dere la loro lotta, trasposta contro la nuova reli­gio­ne dell’anti-natura, contro il dogma della dissoluzione etnica!» (III).

«Per il Sistema» – prosegue Guillaume Faye (I) – «la coscienza storica è realmente sovversi­va. L’uomo legato alle sue radici non è un buon cliente; non mangia, non canta e non ascolta qualsiasi cosa. Ogni mira di grandezza nazionale, ogni rinascita culturale costi­tuisce una minaccia per il cosmopolitismo occidentale. Ogni destino che sfugge all’umanitarismo, alla crescita del prodotto interno lordo o al collasso della storia nel buco nero della felicità egualitaria costituisce un intoppo al progetto di destoricizza­zione del mondo nutrito dal Sistema. Il Sistema non può volere che la fine della sto­ria, in conformità con le ideologie egualitarie e paradisia­che che l’hanno ge­nerato e che lo animano, poiché la specificità della storia sta nella metamorfosi del senso delle cose e del mondo».

«La plutocrazia cosmopolita (o, se si preferisce, la finanza vagabonda)» – conti­nua altrettanto chiaro Eric Delcroix (VII) – «persegue l’indebolimento delle nazioni europee, poiché i legami organici tra gli uomini non possono essere che freni sulla strada dorata della finanza, della speculazione e del consumismo divinizzato. A tale proposito l’antiraz­zismo è un’arma senza frontiere, in­dispensabile alla disgrega­zione delle nazionalità e di altri parti­colarismi non prosti­tuibi­li. L’opera viene tessuta in silenzio, ogni opposizio­ne essendo “razzista” e quindi ricacciata al di là dei confini dell’umanità. La polizia del pensiero è composta dai massmedia guidati dal denaro sonante e coadiuvati da una giustizia che sempre più allegra­mente si è adattata al concetto di delitto di opinione».

Vampiro freddo che non ama nessuno, il Sistema non può per­mettersi dif­ferenze tra gli uomini, deve tutti ridurli a individui, poiché un commer­ciante che facesse diffe­ren­ze tra i clienti – tranne quelle dovute al denaro – sarebbe presto fallito. La borghe­sia non è più «razzista» perché non v’è più interes­se ad esser­lo, il denaro non avendo colore. «Una sola fabbrica. Un solo mercato» – commenta Armand Mattelart (II), trattan­do della «Repubblica Mercantile Universale» di Adam Smith – «Nessun benessere pubblico senza divisione del lavoro, specializzazio­ne complemen­tare e differenziazio­ne dei compiti. Sulla carta del globo abbozzata da questa nuova riparti­zione delle attività ogni nazione è chiamata a inserirsi nella misura più naturale e più favorevole ai propri interessi e a quelli di tutto il genere umano […] Più nessuna contraddizione tra gli obblighi che competono alla morale e quelli che riguar­dano il commercio. L’individuo libero di vendere e comprare diventa una “sorta di mercan­te”, e l’intera società, composta da produttori e consumatori coinvolti entram­bi nel regime degli scambi, una “società di commercio”. Il mercante, posta la sua indiffe­ren­za per il luogo in cui si tiene tale commercio, è indotto a considerare l’universo intero come la propria patria. Nel suo pensiero esclusivamente finalizzato al guada­gno, l’individuo è guidato da una “mano invisibile”».

È il liberale Danton a compen­diare: «Alla suola delle scarpe è indiffe­ren­te la patria» (ma già lo aveva prevenuto, altrettanto lapidario, il pur protomondia­lista François Fénelon, in Dialogue des morts: «La patria di un maiale è dapper­tutto dove ci sono le ghian­de»). È il suo erede Philippe Séguin, presidente gollista dell’As­sem­blée nationale e fondatore di Objectif Tolérance con ­l’e­letta Simo­ne Veil, a pre­dicare che «siamo tutti immigrati, cambia solo la data d’arri­vo». È la ministra verde dell’Am­biente Dominique Voynet ad esal­tar­si nel 1995, su Les Inrockuptibles: «Non sono mai stata quello che si chiama patriota. Non provo al­cun orgoglio nazionale. Gli sciovini­smi mi infastidiscono, esaltino essi le virtù della nazione, della religione o del paese. Non mi sono mai sentita parte di una comunità quale che sia [Je n’ai jamais eu la conscience d’appar­te­nir à une communauté quelconque]».

È l’ebrea Mar­tha Nuss­baum, docente di filosofia alla Brown University, a soste­ne­re che occorre educa­re gli uomini a diventare «cittadini del mondo», poiché ammet­tendo «un confine mo­ral­mente arbitrario, come è quello della nazione, […] ci privia­mo di qualsiasi valida motivazione per indurre i cittadini a ignorare anche le altre barriere». Sono Browning e Reiss a tirare le logiche conclusioni applicative: «Un’e­conomia senza vincoli ha varie implicazioni: i consumatori sono in grado di incidere sui processi produttivi [come se non fossero eterodiretti dall’onnipervadente macchina pubblicita­ria!]; lo sviluppo dei mercati è accelerato; i prodotti e gli impieghi hanno vita breve. Nessuno è più legato a niente» (corsivo nostro).

Ma ben più onesto nell’identificare la vera motivazione di ogni cosmo­po­lita nel perorare e difendere l’invasione portando a morte le patrie, comunità natu­rali che per migliaia di anni hanno retto il civile divenire umano, è nel 2002 l’ebreo non-conforme Israel Adam Shamir: «I Mammoniti [leggi: capitalisti, ebrei] hanno bisogno degli immigrati per se stessi. Una società coesiva e sana rifiuta istintiva­men­te uomini avidi di denaro, perché l’avi­dità di denaro è un atteggiamento socialmente distrut­ti­vo. In una civiltà sana i Mam­mo­niti rimarrebbero dei paria. Ora, l’immigra­zione distrug­ge la coesività delle socie­tà e i Mammoniti non amano società coesive, preferiscono società liquide e non tenute insieme da forti princìpi,  così è molto facile  bersele  tranquillamente.  Ecco  perché i Mammoniti appoggiano l’immigrazione» (in Priebke E., Autobiogra­fia).

Il tedesco Christian Vogel, guida dell’Isti­tu­to di An­tro­pologia a Got­tin­ga, afferma invece che «noi sia­mo sta­ti e siamo tutto­ra legati al guinza­glio e­la­stico de­gli “im­perativi geneti­ci di fitness” [norme etico-compor­tamen­tali per massimizzar­e la ca­pa­cità di so­pravvi­venza della stirpe nel succe­dersi delle ge­ne­ra­zio­ni]. Di con­se­guenza so­no state in­se­rite in noi […] una serie di ten­den­ze “pre-mora­li” che riman­da­no alla storia preumana del­la no­stra spe­cie: pri­ma fra tut­te la rego­la fon­da­men­ta­le, che sovrasta ogni altra, del­l’ac­cu­ra­ta di­stribu­zione di­scriminan­te — secon­do pros­simi­tà pa­rentale genetica e con­ver­gen­za di interes­si — delle no­stre attivi­tà di aiuto ovve­ro di danno; una pro­pen­sione in­nata che fa ap­pa­rire come un po­stulato estraneo al­la na­tu­ra o­gni etica ega­li­ta­ria­mente impe­gna­ta, in modo indifferen­zia­to, a favo­re dell’u­ma­nità nel suo com­ples­so […] Ed è appun­to da que­sta anti­chis­sima e­re­dità […] che scatu­ri­scono le no­stre ten­denze di com­por­ta­mento ine­galita­rie ed ambigue: da un lato la diffi­den­za, il ri­get­to se non l’osti­li­tà nei con­fronti dei non pa­ren­ti, degli e­stra­nei e de­gli stra­nie­ri; dall’al­tro l’al­trui­smo, la disponi­bili­tà ad aiu­ta­re e a sa­cri­ficar­ci per i paren­ti e per gli es­seri umani che ci sono “vi­ci­ni” e con cui abbia­mo confi­denza».

Rettore dell’I­sti­tuto di Etologia Umana Max Planck, Ire­näus Eibl-Eibe­sfeldt appli­ca tali conclusioni al maggiore dei problemi che travagliano l­’uomo, non tacendo la sua propen­sione per una chiusura delle fron­tie­re europee alle migrazioni allogene: «Se gli immi­grati desidera­no in­te­grarsi in una cultura affi­ne […] la conflit­tuali­tà potenziale è minima. Esempi in questo senso sono forniti dalle migra­zioni in­ter­ne eu­ro­pee […] Ciò che contribuisce a le­gare è, in Euro­pa, la comune ere­dità occi­den­tale […] Greci, Romani, Cel­ti, Germani, Slavi e molti altri popoli hanno dato il loro contri­bu­to nel creare l’Occi­dente, i cui abitanti sono stretta­men­te affini an­che da un punto di vista fi­sico-antropo­logico e dunque ge­ne­ti­co». Quando invece l­’affi­nità di sangue non esista, «l’in­te­grazione può diventare diffi­ci­le­, soprat­tut­to se gli immi­grati ar­ri­va­no a ondate in un periodo relativa­mente breve e hanno dun­que la pos­sibili­tà di formare comunità sempre più va­ste unen­dosi ai con­na­zionali già pre­sen­ti […] L’im­mi­grazione, in casi del genere, potrà essere causa di tensioni e di conflitti, poiché sarà vista come una vera e propria in­vasione. Una etnia che conce­da l’immigrazione ad un’al­tra non disponibi­le a integrarsi e presente con un gran nu­me­ro di indivi­dui cede la propria terra e in più li­mi­ta le proprie pos­si­bilità di successo ri­produtti­vo, per­ché il carico uma­no che un territorio può soste­ne­re non è il­li­mi­tato […] Se gli uomini non devono te­mere i rap­pre­sen­tanti di altre culture come concor­renti, ne apprezzano le con­qui­ste cultu­rali e conside­rano la loro diversi­tà come una variante molto attra­ente. Soltanto il ti­mo­re di perdere la pro­pria identità incrina la simpatia reci­pro­ca e in­genera odii collettivi capa­ci di spingersi fino al­la follia del ge­no­cidio».

Terzo ad avvertire il peso dello snaturamento dei popoli da parte del Sistema, lo storico Ernst Nolte (II), pur con tutte le viltà/inconseguenze da buon liberale, non si lascia paralizzare dal Grande Ricat­to, ma ricorda, all’intervistatore che gli rammenta le «tragi­che esperien­ze naziste» per indurlo a trangugiare il Multirazziali­smo Mi­gra­torio­, come tale «valvola di sfogo» serva solo a di­struggere altre società senza recare il minimo sollievo alle popolazioni di partenza, aggravandone anzi la condizio­ne: «Aiu­tare il prossimo e soprattutto lenire il dolore e il bisogno altrui è certamente virtù cristiana, ma questo non impedisce che l’aiuto possa venire prestato là dove sor­ge il bisogno. Nel nostro caso, vuol dire che questo migrare verso l’Euro­pa e l’Ame­rica non sempre ha ragione d’essere e non è qualcosa di ineluttabile, cui con­trap­porre solo le ragioni del nostro egoismo o semplicemente la preservazione della nostra indi­vidua­lità cultu­ra­le, per quanto preziosa possa essere. Questo è un fenomeno che non dan­neg­gia solo gli europei o gli americani, ma è una privazione in primo luogo per le popolazioni che migrano, le quali si vedono esposte a subire i condizio­na­menti di un modo di vita loro estraneo, il che li depaupera dal punto di vista della ricchezza spiri­tuale, anche se può offrire loro sollievo materiale […] Per corret­tezza si dovreb­be dire che chi emigra da questi paesi non è la popola­zione nel suo com­plesso, ma tre com­po­nenti di essa: i più capaci, i più attivi, i più discuti­bili, questi ultimi con più spiccata tendenza ad attività illecite […] Queste migrazioni gigantesche da aree geo­gra­fiche disomogenee e scarsa­mente svilup­pate­, quando non contenute in limiti sop­portabili e controllabi­li, finiscono per essere dannose non solo per i paesi ospitanti, ma per le stesse regioni di prove­nien­za. In questi casi è necessa­ria la chiarezza. Bisogna avere il coraggio di dire, talvolta anche con una certa ener­gia: noi siamo intenzionati ad aiutarvi, ma cercate di aiutarvi voi per primi, là dove sono le vostre terre d’origine, esattamente come abbiamo fatto noi con lo sviluppo della civiltà occi­dentale. Il nostro intento è d’esser­vi utili, ma non al prezzo di sconvolgere il nostro sistema di vita, al punto di compro­mettere gli equilibri su cui poggia. Da questi equi­li­bri dipende la sopravviven­za di chi ormai lavora qui e, conse­guentemente, anche di coloro che sono rimasti nei loro paesi di appartenenza» (per inciso, già nell’ormai lontanissimo 1994 l’Europa occidentale conta 35 milioni di disoccu­pati, mentre altre decine di milioni si affac­cia­no a causa non solo dell’automatizzazio­ne/robotizza­zione delle aziende, ma soprattutto della globalizzazione e disloca­zione in paesi a più basso costo del lavoro).

Ed ancora, un anno dopo (IV), rilevando la minaccia mortale: «Temo che ades­so il contrasto coi princìpi etici si faccia più duro, che tali princìpi perdano forza e resti solo il pursuit of happiness, il mero edonismo. Il vago umanitarismo che sembra do­minare in Occidente è in effet­ti utile alle mino­ran­ze, ma copre l’individua­lismo radi­ca­le della società liberista. E questo è il grande pericolo […] Il pericolo principale, quello che riguarda la realtà originaria dell’uomo, è il rapporto con le generazioni future, la volontà di continuar­si. Il crollo demografi­co della società occidentale è il sintomo più evidente e terribile di questa incapacità di superare il mero indivi­dua­li­smo dei singoli. Già solo questo fattore demografico è in grado di affondare l’Europa in alcuni decenni. È un segno del­lo sfinimento mo­ra­le di una nazione».

«Una nazione» – conclude lo storico (V), chiamando a ribellione – «nella quale questa tendenza è diventata regola generale si estingue pro­gressiva­mente e ha davanti agli occhi la propria scomparsa definitiva. Ma per poco che una grande parte degli individui possa essere preoccupata da questo, certo è che tutti terranno fermi quei vantaggi che sono loro pervenuti dal lavoro dei loro antenati, mentre un’altra parte potrà decidere per una resistenza disperata. Non meno forti saranno le richieste e gli attacchi di coloro nei quali l’individualismo non è, o non è ancora, diventato l’unica forza determinante e che contestano i privilegi di coloro che sono più forti in ragione calcolatrice e più deboli in energia vitale tradizionalmen­te morale».

A riassumere un altro aspetto della questione, ma senza avvertire appieno il dise­gno della Repressione Multirazzialista – la distruzione di ogni popolo e di ogni cultura – è l’ottan­tunenne ebrea Salcia Landmann née Passweg, sterminazio­nista sì, ma opposi­trice del liberticida art.261 bis del CP svizzero: «Sot­to il prete­sto del pentimento e dell’e­spia­zione per lo sterminio degli ebrei sot­to Hitler si è isti­tui­to in Germania un diritto d’asi­lo di ingenuità incomparabi­le. Non si era mai visto finora che degli immi­granti ve­nuti dagli antipodi avessero soltanto a pro­nunciare la pa­rola “asilo” per acquistare automaticamente il diritto di venire sfamati dal contri­buen­te tedesco che, lui sì, ha dovuto lavorare duramente per tutta la vita per un simile risul­ta­to. Che i tedeschi di oggi pensino di do­ver elargire un tributo di miliardi agli Asy­lan­ten, che terrorizzano spesso interi quartieri cittadini col loro compor­tamento crimi­nale, e questo in memoria degli ebrei assassinati, è un’a­troce beffa».

Ma a tale ovvio buon senso si oppongono le frustrazioni mondialiste di uno dei padri del sessantottismo, quel Dany le Rouge, quel Daniel Cohn-Bendit presunto «tedesco-francese» ma sempre ebreo, che si chiede: «a chi appartiene la Ger­ma­nia?», rispondendosi: «all’umani­tà». E del medesimo sentire è la bulgara Julia Kristeva, psicoanalista mi­gra­ta in Francia, che si vanta: «Gli stranieri siamo noi!». Ed egualmente il duo Gunnar Hein­sohn (docente di Storia, Economia e Sociologia all’Università di Brema e diretto­re del Raphael-Lemkin-Institut für Xenophobie- und Genozidfor­schung) e Schalom Ben Chorin (nato a Monaco Fritz Rosen­thal). Mentre l’ex Rosen­thal si fa entusiasta pro­motore del libello Warum Auschwitz “Perché Ausch­witz”, benedi­cen­do l’autore, «ap­pas­sionato av­vocato di Israele, la cui fondazione nel 1948 egli an­no­vera a miracolo della storia», il rieducato diffonde, coautore il collega Otto Steiger, un secondo contributo mortifero dal titolo Vielvölkerstaat Bundesrepu­blik, “Germania Fe­derale, Stato multirazziale”. Auspicando «die Wandlung von einer Gastarbeiterpoli­tik in eine gezielte Einwanderungspolitik, il viraggio da una politica che considera la­voratori-ospiti gli stranieri ad una mirata politica d’immigrazio­ne», Heinsohn si frega le mani: «Un variopinto miscuglio che possa generare più impulsi e cambia­men­ti che non lo squallore di un mucchio massificato di teutoni [als die Öde massier­ter Teutonen­haufen] sarebbe la conseguenza nata da un calcolo economico ma ingenuo».

All’opposto il sempre «tedesco» Günther Ginzel, in un articolo titolato “Stranieri nella propria terra?”, prende le distanze da tanto cosmopolitismo e lamenta la «schizo­fre­nia della vita ebraica in Germania», affiancandosi alla Landmann e rivendicando la neces­si­tà della patria te­de­sca: «Può darsi che sia solo questione di tempo. Per il momento, però, io vedo che la maggioranza degli ebrei sono “solo” cittadini fedeli alle leggi. La parola “patriottismo della Costituzione” può tutt’al più dar conto del­lo atteggiamen­to mentale. Quanti ebrei direbbero oggi di sé “sì, sono un tedesco, una tedesca?” Non parliamo forse noi stessi ebrei, talora in modo quanto più stupido [in höchst dümmlicher Weise], di “noi” e dei “tedeschi”­? Perché, dobbia­mo chiedercelo, un tizio di Vilna o di Riga, di Buda­pest o di Varsa­via, di Mosca o di Kiev dovrebbe usurpare un’identità tedesca? All’opposto e in pa­ral­le­lo io mi ribello quan­do, cono­sciuti dei non-ebrei, vengo considerato straniero [mich zum Ausländer stem­peln], uno che, in quanto ebreo, non sa, o cui è vietato, essere tedesco. Non voglio farmi emar­gi­na­re, essere straniero in questa terra, benché spesso mi senta straniero».

Egualmente col plauso è corretto rispondere a Edward Luttwak, che, con una franchezza brutale che è solo miele e conferma «d’autore» per le nostre tesi, inserisce la questione «immigrazione» nella più vasta dimensione dell’Invasione, la Quarta Guerra condotta contro l’Europa (le prime tre essendo il Primo conflitto mondiale, il Secondo e la Rieducazione Olocaustica): «Ogni società può sopportare solo un certo grado di tra­sforma­zioni rapide, e questo limite è sempre più basso quando i cambia­menti sono im­posti da stranieri […] Soprattutto, l’attuale mer­cato globale semiaperto (con l’eccezione delle esporta­zioni agricole) appare molto na­tu­rale. Eppu­re non si è realizzato in modo naturale, e nemmeno per­ché la teoria del libero scam­bio abbia persuaso tutte le parti in causa in base ai soli propri meriti intellettuali. Si tratta invece di un oggetto costruito dall’uomo, anzi di una creazione americana, con­seguenza di più di quarant’anni di diplomazia america­na, di pressioni americane, di disponibilità americana ad aprire per primi e al massi­mo il mercato […] Gli Stati Uniti e la maggior parte degli altri paesi avevano buone ragioni econo­miche per desi­de­rare l’espansione commerciale che il GATT per­metteva e che ha con­ti­nuato a pro­durre. Ma non è stata una coincidenza che l’origi­na­rio trattato del GATT [entrato in vigore il 1° gennaio 1948] sia stato sponsorizzato con successo da­gli Stati Uniti proprio all’inizio della Guerra Fredda […] Perché il moven­te più forte a favore della liberalizzazione commerciale – più forte perfino dei vantaggi economici a fronte dei quali bisognava sempre tenere conto an­che dell’esi­stenza di svantaggi – è stato sempre politico e strategico».

Tra i mille che in questo secolo hanno perorato in favore di un Governo Mondiale, uno dei discorsi più chiari è stato quello, riportato dal londinese Times il 16 marzo 1942, in pieno conflitto mondiale, del puro WASP John Foster Dulles. Nato nel 1888, affi­liato Pil­grims So­ciety, consigliere di Wilson a Versailles, amministra­tore della Fondazione Rockefeller e presidente del Fede­ral Council of Churches, nel dopo­guerra è delegato USA all’ONU fino al 1950 e ministro degli Esteri dal 1953 al 1959, data della morte (il fratello Allen è presi­den­te del CFR nel 1926, capo dei servizi segreti USA in Europa nel 1942-45 e capo della CIA nel 1953-61). Al pari dell’ebreo Walter Lippmann e degli ebrei proget­ti­sti del­la Carta A­tlan­tica, di Bretton Woods, Dumbarton-Oaks e San Fran­ci­sco, anche Dulles indica il vero o­bietti­vo del conflitto:

«Un governo mon­dia­le, la limita­zio­ne immediata e se­ve­ra delle sovrani­tà nazio­nali, il con­trollo internazionale di tutti gli eserciti e le marine, un sistema monetario universale, la libertà di immigrazione nel mondo intero [corsivi no­stri], l’eliminazione pro­gressiva di tutte le restri­zioni doganali (diritti e tributi) al commercio mondiale e una Banca Mon­diale sotto control­lo demo­cratico» (il quartier generale della World Bank va posto, ovviamente, nel Paese di Dio, sito oggi al numero 1118 di H Street, Washington DC).

Mezzo secolo dopo, il 22 settembre 1992, è Franz-Olivier Giesbert, caporedattore de Le Figaro, a sottoline­a­re, freddamente e oggettivamente, il senso dell’opera­zione di omogeneiz­zazione economico-politica sotto­scritta in Olanda dai paesi euro­pei: «Maa­stricht, è la stessa cosa del Tratta­to di Versailles – senza guerra». «Maastricht è più immigrati, più disoccupati, più insicurezza, più tasse, più burocrazia, e meno democrazia», aveva commentato Jean-Marie Le Pen il 1° maggio precedente.

L’incessante operazione di ammortizzatore economico mondialista costituita dalla migrazione insensata dei popoli e dallo sconvolgi­mento delle nazioni non sarebbe stata possi­bi­le senza una propaganda incessante alla radio, alla televisione, al cinema, sui giornali e nei libri, propaganda talmente capillare ed onnipervadente da non essere rilevata dall’uomo comune, che, quan­d’an­che la notasse, la troverebbe naturale. Anche l’ecu­menismo cristiano – e non poteva essere diversamen­te, considerati la sua origine e il dissolversi delle con­traddi­zioni nate dalla bimillenaria convivenza forzata con l’ethos europeo – è oggi messo, vo­lente o no­lente, al servizio del denaro.

Al contrario, chiunque difenda il diritto per ogni nazione di essere se stessa, di adorare i suoi Dei, di coltivare e trasmettere il suo sistema di valori, chiunque abor­ra il meticciato e rifiuti il multirazziali­smo all’interno di uno Stato, chiunque si riallacci alla storia ed al mondo reale, chiunque pro­te­sti contro la degenerazione sca­tu­rita da una civi­liz­zazione senza patria e si levi contro la devastazione della Memo­ria impo­sta al mondo, attraverso gli States, da quel Pic­co­lo Popolo inneggiato dal trilaterali­sta Sergio Romano quale «ari­stocrazia metanazio­na­le», quella per­so­na si po­ne fuori dalle coor­dina­te del Siste­ma. Quella persona è nemi­co del Siste­ma.

Giunti alla fine del ciclo aperto nel 1870 con tante speranze dalla resurrezione dell’Europa di Mezzo – leggi: Italia e Germania – e mentre ci si prospetta l’apertura di un’epoca in cui tutti i valori in cui abbiamo creduto diverranno strame, ci chiediamo: Che fare? Per incidere sulla realtà, cioè per compiere un atto politico, ci sono oggi tre, e tre sole, possibilità.

●  La prima è scendere nel campo della politica comunemente intesa, entrare in una formazione politica esistente. Fondarne una alternativa è infatti, nell’attuale temperie, impossibile, data la demorepressione che non si fa pensiero di considerare carta straccia i suoi più preziosi papiri e i suoi più sacri dogmi (vedi il caso Fronte Nazionale in Italia, i più diversi gruppi «rechtsradikal» in Germania, brutalmente estromessi dall’agone politico mediante il carcere). Entrato in un partito del Sistema allo scopo di cambiare il Sistema, due sono le eventualità, per un nemico che non voglia comportarsi da opposizione di Sua Maestà: 1. adeguarsi col tempo, prima o poi, al Sistema, sfiniti e allettati da lusinghe, prebende e ricatti di ogni tipo, venendo con ciò risucchiati nel fango dei Regimi di Occupazione Democratica, 2. persistere duri e puri – peraltro, fino alla successiva tornata elettorale, prima di venire infiltrati e messi al bando – e costituire certo una (unica) voce discordante, ma venendo resi comunque impotenti e dando al Sistema l’alibi di magnificarsi: «Vedete che lasciamo parlare anche i nostri nemici più accaniti, radicali, irriducibili! Questa è la democrazia, libertà anche per loro! Viva il migliore dei mondi!».

●  La seconda possibilità è quella terroristica, virile, combattiva, cruenta, il terrorismo mirato alla «colpirne uno per educarne cento», non azione indiscriminata sparando nel mucchio o indirizzandosi contro facili bersagli secondari o terziari come fecero i trucidi rossi degli anni Settanta-Ottanta, ma come i giustizieri antidemocratici dei primi anni Venti in Germania. Eliminando cioè i veri o presunti, maggiori o minori «responsabili» del Sistema. Due conseguenze: 1. chiunque venisse abbattuto, fosse pure «il più potente di tutti»… un Obama, un Rockefeller, un Soros, e non parliamo di scartine come un Hollande, un Napolitano od un Draghi…, il Sistema non solo ne verrebbe turbato in misura minima, ma ricompatterebbe al proprio fianco i buoni borghesi e benpensanti e padri di famiglia… le vittime del Sistema stesso, 2. calando poi la mannaia su ogni aspetto culturale e gruppo politico nonconforme. Il singolo guerrigliero ne trarrebbe, indubbiamente, soddisfazione personale anche estrema («prima di scomparire, sentirsi appagato…»). Soddisfazione peraltro momentanea e solo sua. Di fronte alla repressione che ne conseguirebbe per il suo ambiente umano di riferimento, per le sue stesse idee e la sua visione del mondo, il gioco non vale la candela.

●  Resta, fiancheggiati dai propri sodali nei loro specifici ambiti operativi, la terza possibilità, quella culturale. Riportare alla luce informazioni celate da decenni, raccogliere documentazione, rettificare interpretazioni filosofiche, storiche e politiche, ordinare un corpus documentale interpretativo del passato e, quindi, utile per il futuro. Certamente, il seme gettato potrebbe cadere su una pietraia e seccare sotto il sole, venire becchettato da qualche uccello, finire sotto le ruote di un carro, venire dilavato da un torrente. Ma potrebbe attecchire, magari non su un terreno favorevole, in un qualche interstizio. D’altra parte, essendo inconcludenti le prime due strategie, resta, per quanto «rinunciataria» e «facile», unicamente la terza.

Oggi ci troviamo in un deserto, siamo ai bordi di un deserto che va attraversato. Non ha senso negare il deserto, credersi in terra grata, fantasticare di poterlo aggirare o sperare che il tempo lo muti in eden. È un deserto. Sappiamo però che il deserto, del quale non vediamo oggi i confini, prima o poi finirà. E se non finisse, avremo almeno dato senso alla vita. Sappiamo che, non ora, ci saranno tempo e modo per ricostruire una città, rifondare una civiltà. Non ora. Nel deserto non si costruisce. Mancano le condizioni elementari, mancano i materiali, l’acqua, i rifornimenti, il vento ti sferza la faccia, la sabbia ti acceca, i miraggi t’ingannano, imperversano predoni, operano assassini, i tuoi compagni, e tu stesso, sono soggetti ad umani cedimenti. Nel deserto si può solo andare avanti, senza sperare di costruire. Si può solo cercare un riparo quale che sia, perché cala la notte e nell’incerto mattino riprende la marcia. Sempre vigili, in guardia. Ringraziando gli Dei per quelle poche oasi, per quella poca acqua. E magari anche il Sistema, che nella sua infinita bontà non ti ha ancora tolto l’aria per respirare.

Nello zaino c’è quanto hai potuto salvare. C’è quello in cui credi. La tua vita. Che va portata al di là del deserto. Altri uomini, generazioni, individui sconosciuti, gente che mai vedrai, magari neppure i tuoi figli, verranno. La storia lo insegna. Anime simili alla tua, segmenti su una stessa retta, fedeli agli stessi Dei. Ne nasceranno ancora. Ne sono sempre nati. Ciò che è certo, è che l’Estremo Conflitto fu disfatta totale. Totale per la generazione che lo ha combattuto, per i milioni di morti, i milioni di sopravvissuti e avviliti, per la nostra generazione, per quella dopo di noi. Catastrofi seguiranno fra qualche decennio, anarchia e rovine per altri decenni, crollo di ogni istituto civile. Ma qualcuno ci sarà. A raccogliere, ad aprire lo zaino.

A Lei, caro Gatti, ho rivolto il commiato per diciannove lettere. In questa ventesima i destinatari, gli unici destinatari del mio saluto e del mio augurio, della mia passione e del mio freddo pensiero, sono i miei goyim europei – in particolare italiani e tedeschi – i loro Padri, i loro Figli.

Cuveglio, 16 novembre 2012

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Lettere precedenti del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

20) Ventesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0061-ventesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

19) Diciannovesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0054-diciannovesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-1233

18) Diciottesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0052-diciottesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-1137

17) Diciassettesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0050-diciassettesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

16) Sedicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0044-sedicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-974

15) Quindicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0039-quindicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

14) Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0037-quattordicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

13) Tredicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti http://olodogma.com/wordpress/0022-tredicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/

12) Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olodogma.com/wordpress/0017-dodicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-396

11) Undicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/10/03/undicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-st.html
10) Decima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/28/decima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
9) Nona lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/nona-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano1.html
8) Ottava lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/ottava-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
7) Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/17/settima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html
6) Sesta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/16/sesta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html
5) Quinta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/13/quinta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
4) Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/10/quarta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
3) Terza lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/25/terza-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html
2) Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/14/seconda-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html
1) Prima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/07/30/572-risposta-del-dr-gianantonio-valli-a-gatti-stefano.html

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