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Nov 13

0054- Diciannovesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Diciannovesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Gentile signor Gatti,

sicuramente Lei avrà capito l’urgenza, per ogni persona di retto sentire e per la libertà di tutti i popoli, in particolare di quelli europei, della demolizione dell’Oloimmaginario. Anche le ultime due lettere verteranno quindi, in logica sequenza, sulla necessità di offrirLe ulteriori spunti per una meditazione storica in senso revisionista. Cioè, 1. fedele ai canoni di un retto ragionamento, basato 2. su una corretta documentazione e 3. su un quanto più ampio dibattito. Spunti, documentazione e dibattito, ad esempio, tratti in particolare dal mio La rivolta della ragione – Il revisionismo storico, criterio di verità. Perdoni quindi, e comprenda, la particolare lunghezza, e durezza, della presente.

●  I fatti riportati in questo volume concernono in primo luogo la punta dell’ice­berg costituito dalle azioni crimi­no­se compiute dalla JDL, dalla JDO, dal Kach, dal Betar/Tagar, da indivi­dui più o meno col­legati a tali gruppi e dai loro più vari e sinistri manu­tengoli goyish. Esse hanno com­portato aggressio­ni con spranghe, bastoni e pugna­li, atten­ta­ti esplosivi, incen­diari, con bombe lacri­moge­ne o spara­to­rie, centi­naia di persone as­sassinate e migliaia ferite in modo più o meno grave. I danni pro­vo­cati alle pro­prie­tà vanno stimati in miliardi di euro.

In secondo e più ampio luogo, abbiamo offerto un migliaio di scampoli tra le decine di migliaia di atti persecu­tori – di gravità e titolazione ovviamente diverse – com­piu­ti dai Regimi di Occupazio­ne Democratica in ogni parte del mondo nell’ulti­mo mezzo secolo contro gli studiosi revisionisti, i più generici «antisemiti» e i semplici curiosi (oltre agli specifici volumi sulla demorepres­sio­ne e alle specifi­che rubriche nelle riviste revisio­ni­ste, fonti compia­ciute sono le specifiche pubblicazioni e gli annuali rap­porti sull’«antise­miti­smo» planetario editi dall’Institute for Jewish Policy Research e dall’American Jewish Committee): ostracismo, intimidazione, boicot­tag­gio, per­cosse, ag­gres­sio­ni fisiche, de­monizza­zioni massme­diali, sequestri librari, fermi banca­ri, licen­zia­menti, divieti di professione, ritiro amministrativo dei passaporti, denunce e defatiganti processi, ammen­de e carcere per mo­ti­vi di pensie­ro spacciati per tutela di minoranze «indifese», e altre amenità esco­gi­ta­te dal Sistema, soprat­tut­to in Francia, Svizzera, Austria e Terra Rieducata, e per le quali nessun retore demoliberale o amne­s(t)internazio­nale ha mai speso verbo.

Poiché pressoché nessun liberale – tranne che per il trio di be­stem­mia­tori islamici Salman Rushdie (che peraltro sull’arresto in Austria d[ello storico inglese semi-revisionista David] Irving si magnanimizza: «Se uno sostiene delle scempiaggini, gli si oppongono argomenti seri, non lo si mette in prigione, che è troppo onore per uno stupido»), Taslima Nasreen (mediocre scrittrice onora­ta nel set­tembre 1994 con lo svedese Premio Kurt Tucholsky e nel novembre dall’Eu­ropar­la­mento col Premio Sa­charov per la Libertà di Pensiero; ne ricordiamo i moni­ti, da girare agli sterminazio­nisti: «Vorrei che fossero la ragione e la scienza, non la supersti­zione e l’ignoranza, a guidare la vita umana» e «Vogliono introdurre una leg­ge contro la blasfemia. Se que­sta legge immonda passa, i nostri campi creativi di­ven­teranno ste­rili, il nostro mondo delle arti e della letteratura conoscerà la banca­rot­ta»), Abbas Maroufi (del quale trio vedi in data 21 giugno 1993) e per altri individui graditi al Sistema quali qualche oppositore al governo croato (lo scrittore Predrag Matvejevic), turco (lo scrittore Ohran Pamiuk), venezuelano (isterico Luigi Ippolito: «Con la presentazione davanti all’Assemble nazionale del progetto di legge che prevede fino a quattro anni di prigione per gli autori di “delitti mediatici”, Chávez ha varcato una linea rossa. Perché la bizzarria categoria di “delitto mediatico” consiste nella divulgazione di una informazione “falsa”, “manipolata” o “deformata” e si propone di punire quanti “manipolano le notizie allo scopo di trasmettere una falsa percezione dei fatti”. In altre parole, il presidente venezuelano e il suo governo si arrogano il monopolio della verità, ergendosi a giudici in grado di distinguere il vero dal falso […] L’opinione differente diventa automaticamente un crimine che si pone al di fuori del discorso pubblico autorizzato: non a caso è un delitto mediatico anche l’informazione che nuoce alla “morale pubblica” o alla “salute mentale”. Un diaframma sottile separa ormai questa posizione da quella foriera dei manicomi di Stato di memoria sovietica»… tutto bene, ma certo Chávez deve avere conosciuto, se non le Tavole onusiche, almeno le leggi degli olopaesi!) o iraniano (il «filosofo» Ramin Jahanbegloo, «finito in carcere solo per i suoi contatti con l’estero e oggi è costretto all’esilio in Canada. Chiunque può essere perseguito, laggiù, solo per aver espresso idee non ortodosse», s’indigna Giancarlo Bosetti, tra l’altro scordando il vero e proprio assedio mediatico ed economico cui è sottoposta Teheran, per non parlare delle incessanti minacce di aggressione militare lanciate da Washington e Tel Aviv) 24  – poiché pressoché nessun liberale, dicevamo, è mai sceso in campo contro la devasta­zione del diritto di critica storica e libera espressione compiuta dal Sistema (semplicemente osceno della for­ma mentis sterminazionista è, quasi fosse la storia dogma divino e non opera umana nel farsi e nell’essere scritta, il titolo del sinistro settimanale In­ter­na­zio­nale n.148: Si può riscrivere la storia?), lasciamo la parola­, rinnovan­do l’omag­gio alla sua liber­tà intel­lettua­le, al revisionista marxista, e nostro stimato amico, Cesare Saletta.

Il quale si scaglia contro «i magi­strati, rarissime eccezioni a parte, ligi fino all’assur­do alle pressioni esercitate dalle sfere ministeriali da cui dipendono o solleciti per proprio conto a non urtare suscetti­bi­lità che vanno risparmia­te ad ogni costo; le innumerevoli angherie ammini­strative; una stampa che non ci pen­sa due volte a diso­no­rarsi col ricusare ogni effetti­vo diritto di replica a chi da essa viene attaccato nella maniera più velenosa; firme illustri del giornalismo (democratico, che diamine!) che si sono espresse in termini che erano un invito appena camuffa­to­, quando pure era ca­muf­fato, all’aggres­sione fisi­ca; l’emenda­mento antirevisionistico fatto oscena­mente scivolare di soppiat­to, notte­tempo, all’insa­puta della commissione parlamentare com­pe­tente, dal guarda­si­gilli Cha­landon in un progetto di legge contro lo spaccio degli stupefa­centi; la legge liber­ti­cida Fabius-Gayssot che reprime dura­men­te ogni pubblica espressione di idee revi­sionisti­che eri­gendo le “verità” olocausti­che di Norimberga a dogmi dell’ordina­mento repub­blica­no; la vita resa impossibile al­la Vieille Taupe [la editrice gauchiste che ha pubblicato alcuni dei primi testi revisio­ni­sti]; il vetrioleg­gia­mento di Michel Caignet; l’atroce pestaggio inflitto a Faurisson da squa­dri­sti delle organizza­zioni paramilitari sioniste che sapevano di poter contare sulla sperimentata disattenzio­ne della polizia; l’auto imbottita di esplosivo con cui venne eliminato a suo tempo François Duprat, che era, non c’è motivo di celarlo, un uomo di destra. Non c’è dub­bio: tutti questi sono mezzi che provano, sì, qualcosa, e qualco­sa di importan­te, ma contro chi li adotta, non con­tro chi li subisce».

Ed è forse per parare anche tale rilievi che nel giugno 1993 un volpi­no viraggio della repressione viene suggerito da Marc Silberstein. Favorite dallo status di fondazioni esentasse in quanto perseguenti fini «etico-sociali», dotate di ingenti mezzi finanziari e appoggiate dai massmedia, le organizza­zioni «antirazzi­ste» quali LICRA, SOS-Racisme, MRAP e ADL non si péritano infatti dal­l’interveni­re ad ogni reviviscenza di orgoglio nazionale e di ansia di verità, scaglian­do contro gli incauti tutto il peso dei loro avvocati e della loro potenza finan­ziaria, avallata, oltretutto, dall’ignobile silenzio massmediale sulle condanne dei revisionisti.

Del resto, già settant’anni fa, nell’aprile 1939, su The Jewish Spectator aveva aizzato Rabbi Samuel Horowitz: «Suing for libel for millions of dollars, enough to cause bank­ruptcy, would prove the most effec­ti­ve means of silencing Jew-Baiters, Citare per diffamazione per milioni di dollari, quanto basta per rovinare l’imputato, sarà lo strumento più efficace per ridurre al silenzio gli antisemiti».

In tal modo, per difendersi contro Sabina Citron & Co., a tutto il 2000 Ernst Zündel, oltre alle persecuzioni manu militari, agli attentati incendiari ed al tempo sottratto agli studi e alla diffusione dei libri, ha gettato al vento 140.000 dollari canadesi in spese legali. In seguito, come detto, trasferitosi con la moglie negli USA a Pigeon Forge, Tennessee, il 5 febbraio 2003 vi verrà arrestato sfruttando un cavillo in tema di registra­zione, da cinque agenti armati dell’INS, il servizio d’immigra­zione e natu­ra­lizzazio­ne, trasferito nel carcere della contea di Blount ove, come il peggiore dei criminali, resta due settimane con mani e piedi incatenati prima di veni­re estrada­to in Canada – obiettivo finale: Germania, ove resterà incarcerato fino al marzo 2010 – per avere voluto suscitare «odio razziale». Il tutto, denuncia il suo nuovo avvocato difensore, il coraggioso ebreo Edward Greenspan, sulla base della fumosa legge che persegue chi «parteci­pa al terrorismo o ad attività violente mettendo in pericolo la vita di persone in Canada» o è «un pericolo per la sicurezza del Canada».

Rinchiuso senza processo nel Toronto West Detention Centre di Rexdale, per oltre un anno il re­vi­sionista viene vessa­to in ogni modo: nonché non venire informato dei propri diritti da detenuto, viene costretto a dormire senza cuscino, gli vengono negati asciugama­no, sapone, sedia, penna e tem­peramatite, costretto a stendere la propria difesa o scrivere lettere con matite di pessima qualità, fornitegli in numero limitato, per pulirsi i denti deve chiedere ogni volta al guardiano lo spazzolino, svegliato di notte, costante­mente osservato, anche durante i bisogni corporali, la carta igienica è una specie di carta da pacco, in caso di doccia o telefonate sono sempre presenti un funzionario e due guardie, viene fatto spogliare e perquisito sia prima che dopo ogni incontro col proprio avvocato, giudice e pubblica accusa si incontrano segretamente senza l’imputato né i suoi avvocati, e ovviamente senza stendere verbali di sorta; dopo avere espresso amare considerazio­ni – «Ecco la fine di un’era, la fine del vecchio ordine del mondo, un ordine che abbiamo conosciuto fin dal suo inizio. Una nuova era s’a­vanza, e noi che ci siamo opposti all’influen­za ebraica nel mondo, noi stiamo per divenire i nuovi nemici assoluti. Saremo destinati ad essere cacciati come selvaggina. I nostri diritti e le nostre garanzie costituzionali svaniranno» – il 4 gennaio 2005 il Vecchio Combatten­te, conscio della vanità dei suoi sforzi ma volendo inchiodare alle proprie responsabi­lità la Demo­cra­zia, si appella contro il Canada all’o­nusica-ginevrina Commissione dei Diritti dell’Uomo.

Subito dopo,  sentenziato da Pierre Blais, già capo dei servizi segreti CSIS  –  «Le attività del signor Zündel sono non solo una minaccia per la sicurezza nazionale del Canada, ma anche una minaccia per la comunità internazio­nale» – il revisionista viene estrada­to in Germania ove, accusato di avere diffuso materiale sconveniente via Internet (mandato d’arresto emesso dal giudice Böttman nel 2003), viene incarcerato a Mannheim in attesa del processo, che si apre l’8 novembre 2005.

In tal modo l’11 luglio 2000 l’indomito svizzero Gaston-Armand Amaudruz, ottantenne, viene condannato, oltre che ad un anno di carcere, a pagare 57.000 franchi, settanta milioni di lire. In tal modo il 9 dicembre 1992 il nonconforme Le Choc du mois viene condan­nato a paga­re 373.000 franchi fran­cesi (cento milio­ni di lire) in solido col pro­fessor Faurisson per averne pubblicato un’intervista (dopo questa ennesima vessazione, il periodico è costretto a dichiarare fallimento economico e cessare le pubblica­zioni). Un’altra rivista, Lectures fran­çai­ses di Henry Coston, viene citata in giudizio dai Soliti Noti per avere indicato l’indirizzo di una pubblicazio­ne revisionista già fatta oggetto di «divieto di pubblicità» (il che non vieta a Libération di sostenere, il 6 gennaio 1993, che la Gayssot «non è mai stata ap­pli­ca­ta»). L’avvo­cato della LICRA Charles Kor­man ha intan­to auspica­to, il 17 dicembre, a­zioni più pesanti «per evitare que­ste eterne apparizioni davanti al tribunale, che hanno l’effetto di fare pubblicità a Faurisson», mentre il collega goy Bernard Jouhanne­au si dice «persuaso, checché ne pensino i difen­sori ad ol­tran­za delle belle idee democrati­che, che occorre porre dei limiti alla libertà di espressione». «Sono a favore della quadru­plica­zione delle attuali pene pecu­nia­rie», conclude il 24 giugno 1993, sempre su Tri­bu­ne juive, il deputato giscardiano Jean Pierre-Bloch. Quattro giorni più tardi, a indurre i più maliziosi a sospettare un’Unica Regia sovrannazio­nale per la repressione del pensiero (certamente del tutto per caso, in Italia il decreto Tre M è stato convertito in legge il giorno prima, 23 giugno), viene approvato in Svizzera l’art. 261 bis.

Ma tornando a Silberstein, riconfessando il legame tra i due aspetti del­l’assalto all’Euro­pa – l’Oloimmaginario e l’antirazzismo – il big boss ebreo commenta il rapporto “La lotta con­tro il raz­zi­smo e la xeno­fo­bia”, edito dalla Com­mission Nationale Con­sultati­ve des Droits de l’Hom­me: «L’a­spetto repressivo vi vie­ne preso in considera­zione per mo­strare che i procedimenti giudiziari, cresciuti di numero nel 1991 e 1992, sortisco­no l’effetto desidera­to [ridurre al silenzio gli olocriti­ci] a patto che siano seguite da forti pene pecuniarie [per mandare in miseria gli stessi olocriti­ci]. Que­ste, a differenza del carce­re, non produr­rebbero una martirolo­gia re­vi­sioni­sta» (sempre più spesso l’oloaggressione legale portata avanti dai Supervigliacchi Intellet­tuali viene affiancata da una strategia extralega­le che si sviluppa in quattro fasi: 1. ignora­re le contestazioni e i loro autori per non far loro da cassa di risonan­za, 2. ridicoliz­zare tesi ed autori quando abbiano trovato una certa eco, 3. aprire una cam­pa­gna di menzogna, calunnia e diffamazione, 4. in caso di inef­ficacia di tutte queste misure, passare ad aggressioni fisiche e al terrore). Ben chiaro anche L’Arche, «le mensuel du judaïsme mondial», 13 settembre 1994: «Tali giornali [d’estrema destra] non hanno solide basi finanziarie [n’ont pas les reins financiers solides]. Innalzando le multe fino a mezzo milione di franchi e il carcere fino a due anni, li faremo sparire dopo qualche condanna, tanto più che per tale delit­to sarà ormai possibile arrestare preventivamente l’imputato  [d’autant que désormais il sera possible de mettre quelqu’un en détention préventive pour un tel délit]».

Tra i ves­sa­ti da tale politique de l’argent (e del carcere) ci sono state e ci sono tutte le pubblica­zio­ni revisioniste francesi e i loro direttori responsabili, come gli Anna­les d’Histoire Révisionniste (otto numeri, 1987-90), la Revue d’Histoire Révision­niste (sei numeri, 1990-92), il ventiquattrenne Vincent Rey­nouard di Nouvelle Vision (nell’aprile 1995 la rivista viene costretta a cessare le pubbli­cazioni, venendo definiti­vamente vietata dal Journal Officiel del 16 gennaio 2000; la persecu­zio­ne dell’indo­mito revisio­nista continuerà tuttavia, come detto, fino all’8 novembre 2007, quando il tribunale dell’alsaziana Saverne lo condannerà ad un anno di carcere per l’ennesimo crimine di pensiero scorretto) e il recordman Alain Guionnet di Revision, vero e proprio «Guinnes volterriano dei primati»: ventun con­danne per «delitto di stam­pa», una decina di processi pen­den­ti al maggio 1995, incar­cerato dieci volte: per tre mesi nel 1991, per otto mesi nel 1993 con regime speciale e divieto di sport e studio, ancora nel 1994, condanna a 20.000 franchi il 12 giugno 1997 per il n.69 di Revision e a 5000 franchi di «danni e interessi» il 1° aprile 1998.

Ancora quanto a Reynouard, il 3 gennaio 1996 il tribunale di Caen – giudichesse (d)i­struttrici Joëlle Nahon e Marie Holman, cognomi poco goyish – non solo lo condanna, in absentia sua e dell’avvo­cato, a 10.000 franchi per «contesta­tion de l’exi­sten­ce d’un ou plusieurs crimes contre l’humanité» (in realtà per avere criticato l’infa­me «documenta­rio» auschwitziano trasmesso da France 2 il 16 gennaio 1995), ma ha il coraggio di scrivere a tutte lettere che «il n’est pas opportun de recourir à une mesure d’empri­sonnement ferme qui con­forterait Vincent Reynouard dans son senti­ment d’être une vi­ctime expiatoire» e che scopo preciso del­l’ammenda è di essere «dissuasive et priva­tive des fonds qui permet­tent au prévenu de véhiculer ses idées fausses». Rin­ca­rando la dose contro l’impudente appellatore, il 6 maggio 1996 i giudici di secondo gra­do alzano l’ammenda a 15.000 franchi, ag­giun­gen­do tre mesi di car­cere con condi­zio­nale di cinque anni. In considera­zione dei proibitivi costi di un avvo­ca­to per il terzo grado, la condanna viene considerata defini­tiva da Rey­nouard: «Je récidiverai bien avant 5 ans. J’irai en prison s’il le faut. Nos adversaires doivent savoir que nous irons jusqu’au bout pour la verité».

Attirato in Terra Rieducata per una partecipazione al programma TV Schrei­nemakers Live condotto dall’anchorwoman Margarethe Schreinemakers, il 28 ottobre 1993 viene arre­stato a Colonia, nel corale silenzio della demostampa, l’ingegnere USA Fred Leuchter – l’esecutore delle prime perizie scien­ti­fiche ese­guite sulle «camere a gas omicide» di Ausch­witz, Dachau, Mauthausen ed Hart­heim – accusato di avere, il 10 novem­bre 1991 e peral­tro in una privata conferenza a Wein­heim/Ba­den-Württem­berg, di­chiara­ta impos­sibile la loro e­si­stenza per puri criteri fisico-chimici (artt.130 I e II, 186, 189 e 194 del CP tedesco). Se Leuchter resta in carce­re un mese e mezzo (l’arresto gli viene comunicato con ordinanza della pretura di Mannheim priva di data e firma), venendo poi espul­so dietro cauzio­ne di 20.000 marchi col divieto di rimettere piede su suolo te­de­sco, nonché aggredito e rovinato professional­mente negli USA, da anni viene impedito in diversi paesi l’ingresso agli studiosi nonconformi.

Così è per David Irving,  autore di una cinquanti­na di opere storiche,  bandito, col plauso della demostampa, oltre che dall’accesso al Museo di Stato di Auschwitz («We must advise you that permission will not be given for you to have any access to the Museum including the photographic and document archi­ves. The BBC have been advised of the position», gli comunica il 15 luglio 1998 la funzionaria Krystyna Olesky), da Austria, Cana­da, Ita­lia, Germa­nia, Sud­afri­ca, Nuova Ze­lan­da e Australia. E non per la sua attività revisionista, per carità!, ma in quanto, assicura l’8 febbraio 1993 il ministro australiano per l’Immigra­zio­ne Gerry Hand, «he is like­ly to become involved in activities disrupti­ve to the Australian community or a group within the Australian commu­nity, probabil­mente sta per essere coinvolto in atti­vi­tà pericolose per la comunità australiana o per un gruppo della comunità australia­na» (dichiarato illegale da parte della Corte Federale australiana, appellata da Irving, il rifiuto del visto, nel febbraio 1994 il governo muta la legge e il 3 maggio rifiuta di nuovo l’accesso… tra l’altro impeden­dogli d’incontrare una figlia, cittadina australiana). Meno ipocritamen­te, nel maggio 1996 gli ex bonniani aggiungono al bando dalla Germania il divieto di accesso a qualsivoglia archivio (e la demostampa a tacere: altro che le queru­laggini elevate nove mesi dopo dal sinistro Gianni Riotta contro la Danimarca per avere nega­to l’ingresso a Rushdie, «in palese violazione del diritto di libera circolazione dei cittadini europei nei territori dell’Unione»!). Due mesi innanzi avevano tuonato l’Oberstaatsan­walt Peter Samberger: «Irving è più pericoloso dei curdi violenti. È un perico­lo per la sicurezza interna» e il Kreisrefe­rent Hans-Peter Uhl: «Dobbiamo poter espel­lere dal paese un sostenitore dei neonazisti, anche se è un cittadino dell’U­nione Europea» (Münchner Merkur, 22 e 23 marzo 1996).

Così an­cora per Pedro Va­re­la, pre­sidente del sodalizio culturalpolitico CEDADE, che, arre­sta­to a Kla­genfurt il 25 set­tem­bre 1992, resta in carcere tre mesi con l’accu­sa di non aver maledetto la figura di Hitler in un convegno di analisi storica organizzato il 12 ottobre 1991 in un albergo di Weyer, Alta Austria, dalla «neonazista» ADP    Aktion für eine Demo­kra­tische Politik. Lo studioso spagnolo verrà assolto per il rotto della cuffia, ripugnando a un giurato – ad un solo giurato! – infliggergli il minimo di cinque anni di carcere per un delitto di pura opinione. Prendendo spunto dal­l’oc­casione, per facilitare il compito ai giudici il 26 febbraio 1993 il ROD viennese farà abbassare dal Parlamento ad un anno il minimo di carcere… un misero anno non si nega a nessuno. «Poiché nessuna giuria intende man­dare al fre­sco per cin­que anni uno che abbia scritto delle insensatezze, i relativi processi finiscono general­men­te con delle assoluzioni», aveva preavvertito Szymon Wizen­thal. Da allora il Verbotsgesetz 127/1992 – approvato unanime, col consenso anche dei parlamentari «nazirazzisti» FPÖ del nazirazzista Jörg Haider – recita: «Chi compie attività di tipo nazionalso­cialista [im nationalsozialisti­schen Sinn] in forma non contemplata nei commi da 3a a 3f […] viene punito con reclusione da uno a dieci anni e, in caso di particolare pericolo­sità del criminale o dell’attività, fino a venti anni» (comma 3g, variato abbassando il minimo della pena) e «A norma del comma 3g viene punito anche chi, attraverso la stampa, la radio o altri mezzi, o pubblicamente in un modo che possa comunque raggiungere molte persone [oder wer sonst öffentlich auf eine Weise, daß es vielen Menschen zugänglich wird], nega, minimizza grosso­la­namente, approva o  cerca di giustificare  il genocidio  compiuto dai nazionalsociali­sti  o altri crimini nazionalso­cialisti contro l’umanità» (comma 3h, di nuovo conio).

E peggio che a Varela va agli austriaci Gott­fried Küssel (trentaseienne capo della Volks­treue Außer­parlamenta­rische Opposi­tion, un gruppo revi­sionista di 80 membri,  lo 0,00001% del­la popolazione, condannato in appello nell’ottobre 1994 a undici anni di carcere, e precisamente per avere pensato – pensato, senza compiere alcun atto di alcun tipo! – una «presa del potere» onde fondare un Großdeut­sches Reich «in senso nazionalso­cialista»: verrà rilasciato nel luglio 1999 per buona condotta) e Hans-Jörg Schimanek (trentunenne figlio di un esponente della FPÖ, condannato nel mag­gio 1995 a quindici anni di carcere per «National­sozia­­listiche Gesinnung, ideologia nazionalsocialista», e precisamente per avere auspica­to – auspi­cato, senza compiere alcun atto di alcun tipo! – che l’antinazionale governo viennese venisse prima o poi so­stituito da un «governo nazio­nalsociali­sta»).

Subito dopo, Günter Dec­kert, insegnante li­ceale già destituito nel 1988 per «man­canza di affidabilità politica» e colpito da Berufs­verbot («divieto di professione», introdotto amministrati­vamente nel 1957 e dal 1° gennaio 1975 rego­la­to dal­l’art.70 del StGB, col quale con i più vari pretesti può essere impedito a chiunque l’e­serci­zio lavorativo non solo per un periodo da uno a cinque anni ma addirittura, quan­do non si preve­da un «ravve­dimento», per l’intera esistenza), capo dell’NPD Natio­nal­demo­krati­sche Partei Deut­sch­lands e tra­dut­tore della prolusione di Leuc­hter, «se la cava» con un anno di carcere condi­zionale e 10.000 marchi di ammen­da per:  1. Volks­ver­he­tzung, sobilla­zione del popolo («trouble à l’ordre public», suona il «crimine» in Francia),  2. Aufsta­chelung zum Ras­senhaß, istigazio­ne all’odio razzia­le,  3. üble Nachrede, dif­fa­mazio­ne, e  4. Verunglim­pfung des Andenkens Ver­storbe­ner, vilipendio della memo­ria di morti («La razza ebraica è già stata disgrazia­ta ed offesa abbastan­za perché non sia cosa genero­sa e doverosa rispettarne il nome e la memo­ria», aveva piagnucolato sessant’an­ni innanzi l’inge­nuo fascista Brunetto Qui­lici; di lui più virtuoso sarebbe stato l’aspirante liberti­cida Giorgio Nebbia, invocando contro la ri­cer­ca della verità la mannaia giuridica, celata dietro il «bisogno morale» di con­tro­battere «le men­zogne della propa­gan­da re­visioni­sta […] ma soprattutto per sradica­re la pernicio­sa propa­gan­da neonazi­sta comun­que ma­sche­ra­ta, che offende i princìpi dei diritti dei poveri, dei diversi, dei deboli, cioè i princìpi stessi di una democra­zia»).

La sentenza del Tribunale Regionale, di Mann­heim (con pene della stessa entità vengono colpiti crimini di notevole gravità come atti di libidine su minori, di rapina o di ferimen­to) viene però an­nullata il 15 marzo 1994 dal Bun­des­ge­richtshof, la Su­pre­ma Corte Fe­dera­le, ultima istanza d’Ap­pel­lo. La sentenza viene tosto letta dai media come assoluto­ria, in quanto esprime il concetto che so­ste­nere che le camere a gas non sono esisti­te non implica ipso facto incitare all’o­dio razziale contro gli ebrei (in realtà il BGH si è limitato a criticare la fragilità degli aspetti formali, ri­mandando il tutto a Mannheim per un giudizio più motivato). Come che sia, immediate sono le reazioni della demorepressi­one bonniana. Sem­plicemente eccezionali nella loro forcaiola chiarezza habermasiana (e riconferma del giudi­zio d[el revisionista svizzero, pluriperseguitato, Jürgen] Graf), 25 ecco otto perle:

1.   l’edito­riale di Peter Philipps Quo vadis, BGH? sul conservatore Die Welt 16 marzo 1994: «Fi­nora in que­sta Re­pubbli­ca le ingiu­stizie venivano con­dannate e non vi era indulgen­za per i sosteni­tori del nazi­smo. Chi nega Auschwitz non attacca solo la dignità umana degli ebrei, ma mina an­che le fon­da­men­ta che giustifi­ca­no la nostra società, rüttelt auch an Grundfe­sten des Selbstver­ständnissess dieser Ge­sellschaft»,

2.  «Auschwitz als Sta­atsräson, Ausch­witz come ragio­ne di Stato», era del resto stata la predica­zio­ne del  «­contestatore»  verde  e  futuro  ministro  «Joschka» Fischer dopo un colloquio con l’argentocri­ni­to von Weizsäcker, Der Spiegel n.28/1987,

3.  Karl-Heinz Janßen aveva plaudito al­l’o­lore­pres­sio­ne nell’articolo Die Rat­tenfänger su Die Zeit 31 dicembre 1993, in quanto «die Auschwitz­lüge ist […] als Instrument gedacht, unser Staatswesen aus den Angeln zu heben […] Auf dem Spiel steht das moralische Fundament unse­rer Repu­blik, la menzogna/nega­zione di Ausch­witz è [stata] pensata quale strumento per scardi­na­re l’essenza del nostro Stato […] È in gioco il fonda­mento morale della nostra Repubbli­ca»,

4.  il giudice a riposo Rudolf Wasser­mann, di etnia a noi non nota: «Chi nega la verità sui campi di ster­minio nazionalso­cialisti abbandona i presupposti [die Grundla­gen] sui quali è stata costruita la Repubblica Federale Tedesca. Questo Stato deve essere una demo­crazia combattiva, che si difende quando gli antidemocra­tici tentano di scardi­nar­la» (articolo Die Justiz hat Klarheit, su Die Welt, 28 aprile 1994),

5.  il deputato SPD Hans de With: «Chi minimizza o nega lo stermi­nio di massa operato dai nazionalsocialisti, e dunque l’Olocausto, deve sapere che scuote le fondamenta della democrazia [mu­ß wissen, daß er an demokrati­schen Grund­festen rührt]» (seduta della Knesset Renana alias Bundestag, 18 maggio 1994),

6.  il giornalista Patrick Bahners, le cui espres­sioni riportiamo nel testo tedesco per la loro definitiva bellezza: «Wenn Deckerts Auffassung zum Holocaust richtig wäre, wäre die Bundes­republik auf eine Lüge gegründet. Jede Präsidentenre­de, jede Schweigemi­nute, jedes Ge­schichtsbuch wäre gelogen. Indem er den Juden­mord leug­net, bestreitet er der Bundesrepublik ihre Legitimität, Se le opinioni di Deckert sull’Olocau­sto fossero vere, la Repubbli­ca Federale sarebbe fondata su una menzo­gna. Tutti i discorsi presi­denziali, tutti i minuti di silenzio osservati, ogni libro di storia diverrebbero menzogna. Negando lo sterminio ebraico, Deckert contesta alla Repubblica la sua legittimità» (nell’articolo Objektive Selbstzerstö­rung, “Autodi­struzione ogget­ti­va”, Frankfurter Allgemeine Zeitung del 15 agosto 1994),

7.  il demoavvocato Herbert Stomper, citato da Herbert Verbeke nel 1996: «L’Olo­causto e la sua ammissione [und dessen Ein­geständ­nis] sono il fondamento nor­mativo della nostra Costitu­zio­ne. La legittimità, intesa quale dignità di riconosci­mento, del Grundgesetz si fonda sul riconoscimento dei crimini nazionalsocialisti, che hanno comportato lo sterminio tecnico di massa degli ebrei [bezieht sich auf das An­erkenntnis nationalsozialistischer Verbrechen, denen Juden durch technische Vernich­tung massenhaft zum Opfer gefallen sind]»,

8.  ed infine, last but not least, il periodico dei repressori Journal zum Verfas­sungsschutzbericht, sponsorizzato dal ministro dell’In­ter­no, il massone Man­fred Kanther, nel n.1/1997: «Im Interesse unserer auf die Menschen­rechte aufgebau­ten verfassungsmäßigen Ordnung bleibt zu hoffen, daß es den Rechtsextre­misten nicht gelingt, Zweifel an den historisch hinreichend belegten und in Gerichts­verfahren be­wiesenen Greueltaten zu schüren, Nell’interesse del nostro ordinamento costituzio­nalmente fondato sui Diritti Umani resta da sperare che all’estremismo di destra non riesca di attizzare dubbi quanto ad atrocità a sufficienza documenta­te dalla storia e provate in procedimenti giudiziari».

«Se tali voci hanno ragione» – commenta a meraviglia [l’ingegnere] Germar Rudolf [, autore del più devastante studio chimico-tecnico sulle Gaskammern, indomito animatore di periodici storico-scientifici sulla Notoria Questione, pluriincarcerato per gli usuali motivi di libero olopensiero] – «la Repub­blica Fede­rale Tedesca non vale allora un fico secco, perché uno Stato che ha il suo unico fondamento su un particolare, magari falso, della storia contem­po­ranea e si vede costretto a difenderlo con ogni mezzo, non può reggere al corso della sto­ria, Wenn diese Stimmen recht haben, dann ist die BRD nicht einen Pfifferling wert, denn ein Staat, der sich lediglich auf ein wo­möglich unwahres zeitge­schichtli­ches Detail gründet und dies mit allen Mit­teln verteidigen muß, kann vor der Geschichte nicht bestehen», aggiun­gendo: «Ma queste voci sono nel torto, perché la legittimità di questo demo­crati­co Stato di diritto da un lato riposa sul consenso, almeno pratico, dei suoi cittadini […] Dall’altro, nei solenni discorsi dei dirigenti di questo Stato si afferma e riafferma, a ragione, che gli inaliena­bili Diritti dell’Uomo e dei Popoli costituisco­no quelle fonda­menta sulle quali riposa il nostro Sta­to, anche se noi possiamo ben constata­re che il nostro Stato sembra occu­par­si del diritto dei popoli solo a proprio svantaggio. Le ragioni del proprio buon diritto ven­gono invece solita­mente abbando­nate. In nessun luogo leg­giamo che l’O­locausto è il fondamen­to del nostro Stato. Chi pensa altrimen­ti è, de jure, nel torto. De facto, certamen­te, la Fede Olocaustica è la base del potere del­le élite della sinistra internazionalista e degli estremi­sti liberali della RFT. Essi esercitano la difesa inquisitoriale della base del loro potere celan­dosi dietro il paravento della “difesa dello Stato”».

Con ancora maggiore impudenza di Fischer, Wassermann, de With, Bah­ners e di ogni altro olosodale, lo storico militare ex DDR Dieter Kürschner illumina le implicazioni della ricerca revisionista anche per quanto concerne le responsabilità per lo scoppio del conflitto tedesco-sovietico: «Wenn Hitler nur Stalin zuvorkam, dann haben doch 1946 die Falschen auf der Anklagebank von Nürnberg gesessen. Dann kann man doch auch die Existenz des Massenmordes in Frage stellen. So wer­den die Über­gänge von der Kriegsschuld- zur Auschwitzlüge immer fließender, Se Hitler avesse [non aggredito, ma] soltanto preceduto Stalin, allora non sarebbero stati i veri responsabili a sedere sul banco degli imputati a Norimberga. Si potrebbe allora dubi­ta­re anche dell’esisten­za dell’Olocausto. In tal modo è sempre più facile passare dalla Menzogna sulle responsabilità dello scoppio del­la guerra alla Menzogna su Ausch­witz» (Leipziger Volkszei­tung, 22/23 giugno 1996).

«Non possiamo accettare con un’alzata di spalle affer­mazioni che sminui­sco­no o negano i crimini na­zi­sti», aggiunge il mini­stro della Giu­sti­zia, la liberale Sabine Leutheus­ser-Schnarren­ber­ger, mentre l’avvocato monacense Rolf Bossi, «im­pegna­to sul fronte dei di­rit­ti civili», muove causa alla Corte, accusata di corre­spon­sabilità morale negli «attentati» antiebraici scattati – guarda caso – dopo la sentenza e attribuiti a imprecisati, nebulosi, introvabili «neonazisti».

Tale è infatti la bruciacchiatura, da parte di alcuni giovani, del muro di una casa-sinagoga a Lubecca il 25 marzo 1994, per il quale Bubis accusa ipso facto i partiti di de­stra Republi­kaner, NPD e DVU quali man­danti mo­rali (di «geistige Brand­stifter, incendiari spirituali», il Nostro è uso tacciare gli intellettuali e quegli storici che, come Zitel­mann, Nolte e Weissman, non si piegano a far strame della ra­gione). Il rabbi­no viene to­sto definito da Franz Schönhu­ber  «il peg­gior incita­tore all’odio raz­ziale in Ger­ma­nia», denun­cia­to per «sobillaz­ione popolare» e ammoni­to che, di quel passo, sa­reb­bero gli stessi ebrei a rinverdire senti­menti «anti­semiti» tra la gente. 26 Apriti cielo!:  non solo la denuncia di Schönhuber  viene lasciata cadere dalla magi­stratu­ra, ma i de­mo­cratici di ogni risma ribalta­no l’accusa sul «nazi» (già accusato da Bubis il 4 marzo, in televisione, di esse­re il mandan­te degli incendiari di ostelli pro-immi­grati), incitan­do a perse­guirlo per Volksver­hetzung.

Intan­to, come per Car­pen­tras già altri Arruolati, il bel tenebroso imbrillantinato e puttaniere Mi­chael Friedman, boss dello Zentralrat, pren­de la palla al balzo e invita il par­lamen­to a considerare la questione, «chiaren­do la legge in modo tale che non sia più possi­bi­le negare Auschwitz senza in­correre in una san­zio­ne pena­le», tanto più che: «È assodato che a causa della generale rimo­zione in atto in Germania non abbiamo un Memoriale del­l’Olocausto [Holocaust-Ge­denk­zen­trum] e che questo paese non ha stabilito un Giorno del Ricordo per introiet­tare nelle coscienze l’Olocausto [um den Holocaust ins Be­wußt­sein zu brin­gen]». Nel «pae­se in cui vivono milioni di colpevoli dei tempi dell’O­lo­causto», i tedeschi hanno speso «molte energie per dimen­ti­care e rimuovere. La riflessione sulla storia è [invece] un dovere perenne [immerwie­derkehrende: che deve sempre ritornare]» (lo Stesso propor­rà di fare dell’8 maggio, data della Disfatta d’Europa, un giorno festivo a memoria della Liberazione e dell’Olocausto; il 1° giugno 1995 il governo Kohl deciderà di fare del 27 gennaio – ricorrenza dell’oc­cupazione sovietica di Auschwitz – l’Holocaust Day tedesco).

Gli si affianca il solito ser­vo goyish, per l’occasione la shiksa Edith Niehuis, che, memore del vae victis brenniano, chiede di punire dubbi, opi­nioni e indagini storiche; scle­ro­tizzata nell’ipse dixit degli stragisti norimber­ghesi, la deputata SPD, presiden­te della Commissione Parlamen­tare per le Donne e i Giovani, si scatena in una repri­menda à la Fa­hren­heit 451: «A ragione il diri­gen­te del Consi­glio Centrale del­le Comunità Ebraiche Michael Fried­man giudica incredibile che in Ger­mania si possa sostenere, senza cade­re nel delitto di sobillazio­ne popolare, che Ausch­­witz non c’è stato. Chi nega Auschwitz va contro non solo a conoscenze asso­da­te, ma a lungo an­dare arreca danno alla pace interna, al consenso sociale e al credito [estero] della Germa­nia, esercitando un’infa­me influenza sui giovani. Chi nega Ausch­witz non può contribuire a formare la nostra società […] Sostenere che Ausch­witz è una menzogna dev’essere considera­to senza eccezioni un delitto di sobil­la­zione popolare […] A chi nega Auschwitz devono essere tolti i diritti civili».

Più esplicito ancora,  ripetiamo, era stato l’anatema lanciato in Canada nel gennaio 1994 da David Matas, ca­po degli avvocati della League for Human Rights del B’nai B’rith: «L’Olo­cau­sto fu l’assassi­nio di sei milioni di ebrei, compresi due milioni di bambini. Negare l’O­locausto è assassinare una seconda volta questi sei milioni. Un tempo sono state an­nientate le loro vite; ora le loro morti. Chi nega l’Olocausto diviene anch’egli re­sponsabile del crimine dell’Olocausto, becomes part of the crime of Holocaust itself» (una esplicita legge antirevisionista viene pretesa alla ministra della Giustizia Anne McLellan dal presidente del B’nai B’rith canadese Lyle Smordin).

E moniti tanto autorevoli non possono non venir recepiti: altro che l’art. 19 dei Sacrosanti! Il 26 aprile 1994 è infatti ancora il Bundesge­richtshof, capeggiato da(l forse ebreo?) Roman Herzog, candidato CDU alla bundes­pre­sidenza ove sarà elet­to un mese dopo affidando il supremo seggio karlsruhico alla ràbida Riedu­ca­trice sinistro-liberale massonica Jutta Limbach (che nel giugno 1996 invocherà, sull’«esem­pio» del Tribunale di Norimberga, l’istituzione di una Corte Internazionale contro i Crimini di Guerra), a escogita­re il rimedio: il princi­pio della libertà di opinione/e­spressione, tutelato dalla Costituzio­ne, può essere invocato per tutto e per tutti tranne che per la Auschwitz-Lüge, la Menzo­gna-Di-Chi-Nega-l’Olocau­sto, poiché lo stermi­nio degli ebrei è «una no­zio­ne assoda­ta, per la quale non sono neces­sarie perizie scientifiche a provare che sia avvenu­to». Il giudizio è infatti stato emesso in seacula saeculorum, fonda­to sui processi istruiti nel dopoguerra dai vincitori a carico dei vinti e nessuno deve più du­bi­tare del­la bontà di tale Giustizia. Niente più discus­sioni sul­l’atten­dibilità o meno dei testi, niente più – art. 21 di Norimberga! – perizie tecni­che sulle «gassa­zioni», niente più indagine scientifica che possa essere popperia­na­mente verifica­bi­le e falsifica­bile: solo dogma, ottusità, vio­lenza e re­pres­sione.

Altro quindi che il salmodiare del Supremo Tartufo Herzog, di cui ci relaziona la FAZ il 15 dicembre 1997: «Die Wahrheit liegt nicht automatisch bei der Mehrheit, schon gar nicht bei den jeweils Herrschenden, La verità non si trova automaticamente nelle maggioranze, e neppure in chi, di volta in volta, detiene il potere» (altrettanto impu­di­co era stato il predecessore Richard von Weizsäcker, degno figlio dell’Alto Traditore Ernst, Segretario di Stato dell’Auswärtiges Amt: «Nie gab es auf deutschem Boden einen bes­seren Schutz der Freiheitsrechte des Bürgers als heute, Mai ci fu su suolo tedesco, come oggi, una maggiore tutela dei diritti di libertà del cittadino»)!

Altro che le pie intenzioni – in cauda venenum! – del ministro dell’Interno Gerhart Rudolf Baum, manifesta­te a Fran­co­forte aprendo la Fiera del Libro 1979: «La critica è l’elemento vitale della civiltà politica di una democrazia liberale. Le libertà di opinione e di informazione garantiscono questa critica. Esse sono un diritto civile di libertà, essenziale e primario. Il libro è un componente essenziale di questa civiltà politica. Esso fu sempre il portatore di idee e il mezzo per ogni evoluzione spirituale […] Non solo dobbiamo tollerare la critica. La democrazia vuole che la esigiamo [Demokrati­sche Haltung for­dert, ihre Notwen­digkeit zu bejahen]. Non può e non deve essere compito dello Stato o di qualsiasi altro potere sociale stabilire cosa possa o non possa essere stampato. Piuttosto, noi abbiamo la libertà di assicurare che venga letto e stampato anche quanto è sbagliato, finché non ferisca ed offenda i diritti altrui»! Quanto alla «responsa­bi­lità» dello scoppio della guerra, la Suprema Corte non ritiene, bontà sua, punibile la diversità di opinioni.

I tribuna­li si vedono quindi affidare dalla massima istanza giuridica il compito di sanzionare la verità in materia storica, mentre il giudice si sostituisce allo studioso, facendosi ausiliare dei gruppi abilitati a chiamarlo in causa. La Verità si degrada a «verità giudizia­ria»,  non suscettibile di appello;  i giudici diven­go­no oggetto di pressio­ni po­litico-massmediali, facitori di quei verdetti che i facitori di opinio­ne esigono.

Chi af­fer­ma «pubblicamen­te» – cioè anche in casa sua o in altro luogo privato, ma in presenza di un «pub­bli­co» – che la Endlösung, cioè i Sei Milioni + le Camere a Gas, è a. una mon­ta­tura, b. una menzogna, c. una leggenda, d. un mito, o che più neutra­men­te e. non esistono pro­ve, f. che altre sono le dimensio­ni e le cause delle per­di­te, g. che, vista la carenza documentaria, la sbrigatività o l’incompletezza di certi ragiona­menti, sono neces­sa­rie ulteriori indagini, o h. che, per una qualsiasi ra­gione,  semplicemente non ci crede, compie un reato poi­ché:

1.  diffama la memo­ria delle vittime (l’e­terno pre­te­sto: «pietà per i mor­ti!»; offesa poi non delle vittime, ma della loro me­moria, cioè di qualcosa che attiene a terzi),

2.  offende i su­perstiti e la Comunità (secondo e più illustre pretesto: «hanno tanto soffer­to!»; quanto al massacro di decine e decine di milioni di goyim non è il caso di parlare, poiché de mini­mis non curat prae­tor), quando pure non compia

3.  reati di sobillazione popolare e incitamento all’odio razziale. Anche se nel 1952 la Corte Supre­ma americana ha sentenzia­to, a pro­po­sito di un’aperto sfre­gio anticristiano, che «com­piere sacrile­gio non [è] motivo sufficien­te di censura», ciò non vale, ovviamente, per la Sacralizzazione Olocausti­ca. 27

Approvato il 20 maggio dalla Knesset Renana, il pacchetto del demo­cristiano ministro dell’In­terno Manfred Kanther e della Leutheus­ser-Schnar­ren­berger («la lotta contro l’offensiva del radicalismo di destra deve stare in primissi­mo pia­no»!) inseri­sce, à la française, la repres­sio­ne del pensiero in un contesto di norme contro la mafia, i traffici di droga e la delinquenza comune, prevedendo ina­sprimenti di pe­na, scorciatoie procedurali, nuovi divieti e meccanismi d’in­da­gine, e pre­mian­do col car­ce­re fino a tre anni e, giusta Silberstein, con decorosa pena pecu­niaria. Il 28 ottobre 1994 l’art. 130, «Volksverhet­zung, sobil­lazione popo­lare/incitamento a delinquere», viene non solo ampliato in modo da far ricadere sotto i suoi fulmini qua­lun­que gruppo politico o culturale e qualunque espressione ideologi­ca, affermazio­ne storica o tesi politica che «turbi la pace pubblica» – che sia cioè non conge­niale al Sistema – ma alza le pene fino a cinque anni (comma 1 e 3). Inoltre, nei mesi seguenti tutta una raffica di provvedimenti giuridici presi alla chetichella, dei quali vengono gradualmente a conoscenza, ed anch’essi a fatica e per esperienza diret­ta, soltanto gli avvocati specializzati in diritto penale politico, aggrava la repressione. Ad esempio, se prima il lasso di tempo concesso per incriminare un libro/pubbli­cazione/volantino era di sei mesi dalla sua uscita, e se in questi sei mesi il libro/pubblicazione­/volantino non era stato incriminato e non sarebbe più potuto venire incriminato, potendo essere diffuso anche se contenente passaggi giuridicamen­te punibili, in seguito il lasso di tempo viene elevato a cinque anni… il che significa, ad esempio, che per una lettera «nonconforme» inviata da un lettore ad una rivista cinque anni meno un giorno prima, possono venire incrimina­ti autore ed editore, col sequestro di ogni copia che si possa dovunque reperire.

Pratico esempio: il 30 gennaio 1995 la demopolizia – senza che la magistratura abbia mai emesso un mandato di sequestro, né prima né dopo le demodevastazioni – seque­stra alle Unhab­hängige Nach­richten “Notizie indipendenti” quaranta scato­loni contenenti materiali d’ar­chivio risalenti fino al 1990, con l’accusa stereotipata: «L’articolo/foto­grafia/vi­gnetta incita all’odio contro gli stranieri/asylan­ten» o «L’articolo evidenzia il timore della popolazione tedesca di essere sopraffatta dagli stranieri [zielt auf Angst der deutschen Bevölkerung vor Überfremdung] e attizza quin­di l’odio contro gli stranieri in Germania» (altri argo­men­ti incriminati: avere criticato la politica dell’establishment partitico, cioè la Banda dei Cinque: CDU/CSU, SPD, FPD, PDS e Verdi, inci­ta­to a non votarli, avere «­vilipeso» o «diffamato» il Più-Libero-Stato-Mai-Esistito-Su-Suolo-Tedesco, offerto dal febbraio 1993 l’adesivo «Beweisen auch Sie Mut! Zivilcourage zeigt heute der, der sich zum Heimatrecht der Deutschen in Deutschland bekennt!, Dia prova anche Lei di coraggio! Coraggio civile mostra oggi chi si ricono­sce nel diritto dei tedeschi alla patria in Germania» – «A contrariis, questo testo rifiuta il diritto degli stranieri ad una patria in Germania e potrebbe configurare reato a norma dell’art. 130 (Volksverhetzung)», risponde la magistratura – etc.; dal 1991 al 1999 vengono incriminati dalla procura di Bochum ventotto numeri delle Unhabhängige Nachrichten, precisa­mente, per ogni anno citato, i nn. 1, 4, 5, 6, 2, 5, 1, 1, 1).

Nulla di diverso aveva, del resto, speciosamente auspicato il buon Wizenthal: «A differenza di molti dei miei amici sono dell’idea che sia assolutamente sensato prevedere una pena per le asser­zio­ni sulla cosiddetta “menzogna di Auschwitz”. Queste asserzioni non sono mai state fatte con motivazioni scientifiche, ma sempre ed esclusivamente allo scopo di mini­miz­zare gli atti del nazionalsocialismo e aizzare l’opinione pubblica contro gli ebrei che propalerebbero questa menzogna […] Credo inoltre che i super­sti­ti dell’olocau­sto abbiano il diritto, al pari degli appartenenti a una comunità religio­sa, che il loro martirio non venga deriso […] Mi sembra del tutto legittimo che in Germania, paese responsabile di Auschwitz, i superstiti e i loro figli siano da tali affronti tutelati da disposizioni penali specifiche».

Il 10 novembre Kanther scio­glie per decreto (in due anni, settimo caso di repressione pretesa dal BVS e benedetta dal BGH) il gruppo giovanile sportivo Wiking-Ju­gend, nato nel 1952, accu­sato di usare un Heil per saluto, portare simboli runici e praticare virtù militari, non ultimo l’uso di una «divisa» come già i Wandervögel (la costituzionalità dello scioglimento verrà confermata il 13 aprile 1999 dal Bundesver­fassungsgericht). Al contempo, il governo contribuisce con finanziaria generosità alla buona riuscita di una «Settimana Contro il Razzismo e l’Antisemiti­smo», organizzata in pompa magna dalla sezione giovanile del B’nai B’rith «tedesco».

A seguito del decreto Az: IS 2 – 6193 12-47 22 febbraio 1995 del ministero del­l’Interno federale, il 24 seguono le perquisizio­ni delle abitazioni degli iscritti («in caso di necessità possono essere forzati direttamente porte e recipienti chiusi»), il sequestro di computer, stampanti, floppy disk e attrezzatura connessa, fotoco­piatrici, opere a stampa, bandiere, «armi», simboli, carteggi, archivi, agende e quant’altro materiale «istigante», il saccheg­gio del­le sedi e la messa fuori legge del FAP Frei­hei­tliche Deut­sche Ar­bei­ter­par­tei, “Partito Liberale Tedesco dei Lavoratori”, e della NL Natio­nale Liste, “Lista Nazionale”. Dopo che il ministero dell’Interno federale e il Bundesrat ne hanno vietato l’attività (il 15 settembre 1993 e il 16 maggio 1994 per la FAP), i due gruppi, sentenzia il Bun­desverfassungs­ge­richt il 17 novembre 1994, pos­sono infatti essere sciolti senza viola­re il Grundge­setz né usare particolari formalità in quanto non possono essere conside­rati partiti strictu sensu ma solo «associazioni», causa – così la Süddeutsche Zei­tung del 25 febbraio – la «man­can­za di apparizioni regolari davanti al pubblico generale» (in parallelo, il 30 novembre 1994 il trentotten­ne Christian Friedrich Worch, già capo della NL, viene condannato dal Land­gericht di Francoforte a due anni di carcere; accusato di essere l’ideologo della Gesin­nungsgemein­schaft der Neuen Front, “Comunità culturale del Nuovo Fronte”, giudicata erede della ANS/NA  Aktions­front Nationaler Sozialisten / Nationale Aktivi­sten, gruppo demoproibi­to nel novembre 1983 e capeggiato fino all’aprile 1991 dal rechtsradikal Michael Kühnen, Worch era già stato recluso per quattro anni per nonconformità ideologica dopo avere subito due dozzine di processi da parte del Sistema, nonché essere stato aggredito, di notte in casa, da estremisti sinistri).

Ben commenta Marzio Gozzoli (III): «Questa “motivazione” pone pe­santissimi pro­ble­mi sul piano giuridi­co. In primo luogo non si vede perché un’asso­ciazione poli­tica o culturale finalizzata alla diffusione di idee debba necessariamente, obbligatoria­mente strutturarsi su base partitico-elettoralistica […] In secondo luogo, la sentenza non spiega come abbia potuto lo Stato ammettere i due movimenti a libere elezioni de­mocratiche in quanto partiti politici legali e successiva­mente di­chia­rare il contrario […] Infine, i giudici hanno omesso di ricordare che la “mancan­za di regolari appari­zioni davanti al pubbli­co generale” era dovuta unicamente ai sistemici divieti gover­na­tivi. Già quando i due movimenti erano considerati legali la prassi abituale era quella di soffocarne ogni attività. Quando un loro esponente annunciava – nel pieno rispetto della legge – un comizio o un corteo alle autorità locali, queste provvedevano a vietarlo e, contempo­raneamen­te, arrestavano l’esponen­te in questione perché avreb­be potuto organizzare l’iniziativa non più autorizzata. Lo rilasciavano, in genere, dopo la data inizialmente preannun­ciata. Questo era il premio per chi si atteneva alle leggi dello Stato! E proprio questi abusi di potere divengono oggi la “giustificazione” giuridica per di­chia­rare illegali coloro che li hanno subiti».

Ancora più pesantemente, l’8 gennaio 2001 l’Oberverwaltungsgericht di Münster, rigettando l’istanza dei Repu­blikaner contro un’identica sentenza della Corte Amministrativa d’Appello di Düssel­dorf del marzo 1994, sentenzierà, contro un partito politico e rappresen­ta­to in diversi parlamenti regionali, che nel Nordrhein-Westphalen essi possono venire spiati dalla polizia e dai «servizi» con ogni mezzo.

Invero, chiarissimo era stato l’avvertimento orwellian-mondialista del Bundesmi­ni­sterium des Innern e del Bundes­rat: intendere il popolo come «Schicksalgemein­-schaft, comunità di destino» è condividere la dottrina razziale nazionalsocialista; anche l’affer­mazione che «quanto maggiore sarà il numero degli stranieri, tanto mag­giore sarà per i tede­schi la minaccia di perdere la loro patria» è da rigettare in quan­to «razzista» e degna di punizione, in quanto mette in discussione «i diritti fondamenta­li degli stra­nieri»; stimare o perseguire una politica di separazione razziale significa identifi­car­si con la legislazione nazionalsocialista e «corrisponde alle pulizie etniche, che il Tribu­na­le Internazio­nale Supremo ha apparentato al genocidio».

Anche i concetti «völkischer Sozialismus, socialismo etnonazionale», «Gemein­sinn statt Klassenkampf, spiri­to di solida­rietà invece di lotta di classe», «Freiheit des Volkstums, libertà della nazione», «Volksgemeinschaft, comunità di popolo» (termine introdotto nell’uso filosofico-politico dal filosofo Friedrich Schleiermacher, 1768-1834) e «klas­senloser Volksstaat, stato di popo­lo senza classi» sono giuridicamente punibili in quanto si rifanno al program­ma del­la NSDAP. «Il concetto di Volksgemeinschaft e altri vecchi pregiudizi nazisti sopravvissero nella Repubblica Federale. È spavento­so. Solo molto, molto più tardi si riuscì a liberarsene», tuona, plaudita dall’Allge­mei­ne Jüdische Wochenzeitung il 21 giugno 2001, Aniko Szabo, direttrice del Wiedergut­machun­gsakten, lo studio sulle «riparazioni» versate in Bassa Sasso­nia a 110.000 «perseguitati» dalla «Schreckenherrschaft, Regno del Terrore [nazista]», studio voluto a perenne memoria  dall’Haupt­staatsarchiv  di  Hannover e permesso dai 330.000 marchi demosborsati dalla “Fondazione Volkswa­gen”.

Nella seduta a porte chiuse del 2 no­vem­bre 1999, il presidente del Bundestag SPD Wol­fgang Thierse e dieci degli undi­ci membri del suo Kunstbeirat­, Commissio­ne Artistica Consultiva – quattro SPD, due CDU com­presa la massonica ex presiden­te bundestaghiana Rita Süss­muth (alto grado del sodalizio Sorores optimae), sette mesi dopo ricompen­sata da Schröder con la presiden­za della Commissione per l’Im­migrazio­ne, due Verdi, un FDP e un PDS, l’unico a votare «no» è il CDU Volker Kau­der – giungeranno a pro­porre, seguendo il pittore Hans Haacke, di sostitui­re la provoca­toria scritta Dem deutschen Volke «Al popolo tedesco», da centotren­t’anni campeg­giante sulla fac­ciata del Reichstag ed esprimente, tuona Haacke, «l’acce­zione mitica e razzista del termine Volk, propria dei nazisti e degli estremisti», con la più anodina Der Bevölkerung «Alla popola­zione», equivalente a «people, gente», cioè a tutti coloro che vivono su un certo territorio indipendente­mente dall’es­se­re organici a un gruppo etnico («Come se la nuova legge sulla nazionalità, entrata in vigore il 1° gennaio [2000], non avesse appena fatto proprio questo, integrando il diritto di sangue con quello del suolo e inaugurando l’era dei tedeschi senza una goccia di plasma teutonico nelle vene», sogghigna, con Haacke, Paolo Valentino).

Anche qualsivoglia coniugazio­ne degli aggettivi «socialista» e «na­ziona­le» va considerata «bedeutungsiden­tisch, identica nel significato: assimilabi­le» a «nazionalso­ciali­sta»; egualmente assimilabile è «la negazione della responsabilità tedesca per la guerra e i crimini di guerra», ed ancora la loro minimizzazione, il tacere su di loro o la sopravvalutazione «dei pretesi crimini di guerra altrui»; egual­mente, per essere considerato assimilabile, ed essere quindi perseguiti dalla legge, basta affermare che (anche) Roosevelt, Churchill e Stalin sono stati «Haupt­krie­gsverbre­cher, criminali di guerra supremi»; egualmente la critica della Repubblica Federale come «Dikta­tur der etablierten Par­teien, dittatura dei partiti dell’establish­ment» e la formula «Gemeinsinn gehe vor Individualinteressen, lo spirito di solidarietà deve precedere gli interessi individuali» si pongono contro i fondamenti del sistema giuridico; egualmente chi «si prefigge una differen­zia­zione degli uomini secondo la razza e la loro ascendenza razziale si pone contro il diritto dell’uomo alla parità di trattamento davanti alla legge», e perciò contro l’art.3/3 del Grundgesetz.

Ma tornando al Codice Penale, in particolare i primi due comma del nuovo 130, ricalchi ag­gravati della Leg­ge delle Tre M, puniscono non solo «chi istiga all’odio contro parti della popolazio­ne» e offende la «dignità umana» attaccando «parte della popolazione» con «l’in­giuria, la malevola denigrazione o la calunnia», ma anche chi «diffonde», «es­po­ne, affigge, mostra o mette altrimenti a disposizione», «offre, affida o mette a dispo­si­zio­ne di una persona sotto i diciott’an­ni» o «produce, riporta, procura, offre, annun­cia, elogia, tenta di importare o esportare, herstellt, bezieht, liefert, vorrätig hält, anbietet, ankündigt, anpreist, einzuführen oder auszuführen unternimmt» scritti «che istigano all’odio contro parti della popolazione o contro un gruppo definito in senso nazionale, razziale, religioso o dal suo Volkstum [etnicità]».

I librai e gli edicolanti, ritenuti responsabili  allo stesso titolo  degli autori e degli editori, dovrebbe­ro quindi leggere e censurare – oltretutto da sé, poiché non esistono liste di proscrizione ufficiali – tutto ciò che vendono; pena media per loro, per la prima infra­zione, sei mesi di carcere con la condizionale e cospicua ammenda. Un commento esprime Gottfried Diet­ze, docente di Scienze Politiche alla Johns Hopkins University, l’11 ottobre 1996 in una perizia giuridica stesa per un procedimen­to avviato per diffusione di articoli revisionisti e «antisemiti» contro il politologo Hans-Dietrich Sander, editore del mensile Staatsbriefe: «L’articolo 130 del Codice Penale tedesco è incompatibile con la concezione occidentale di libertà di espressione e fa a pugni con essa in un modo che richiama la dittatura hitleriana». Condannato nel 1997 in prima istanza a 3600 marchi, in appello Sander si vede inasprire la pena dal Landgericht di Monaco a 4000 marchi più 8 mesi di carcere con la condizionale.

«La lista dei libri proibiti» – nota nel 1995 Marzio Gozzoli (III) – «supera ormai abbon­dan­temente i 10.000 titoli, per lo più riguardanti la Seconda Guerra Mondiale [in Francia e a tutto il 1999, rileva il n.5 di Akribeia, a prescindere dai titoli proibiti durante la guerra d’Algeria e dai processi che hanno portato al ritiro di opere per le ragioni più diverse, le pubblicazioni maudits sono oltre 6000, e precisa­mente 1750 libri o riviste interdetti da circolazione, diffusione e vendita in virtù del decreto 6 maggio 1939 sulle opere «di provenienza straniera», con pene di un anno di carcere e un’ammenda di 30.000 franchi, e almeno 4350 quelle fatte oggetto di uno o più divieti in applicazione della legge 16 luglio 1949 sulle «pubblicazioni destinate alla gioventù», opere queste, invero, per la massima parte erotico-porno­grafiche, ma anche storiche e politiche: vedi, come detto, la ristampa anastatica di L’Ethnie Françai­se, la rivista dell’antropo­lo­go Georges Montan­don, inter­detta il 28 marzo 1994 in quanto, così il Journal Officiel del 2 aprile, «riprodu­ce attraverso una presen­ta­zione compia­cente scritti che fanno larghissimamen­te posto all’odio e alla discrimi­na­zione razziale»]. La legge non proibisce di leggere questi libri, ma di stam­parli, venderli, regalarli, prestarli o comunque diffonderli. Questo li rende pressoché introvabili. All’atto pratico il possesso di una copia del Mein Kampf, per esempio, è permessa, mentre il possesso di due copie costituisce un reato di “diffu­sio­ne di propaganda nazionalso­cialista”, in quanto [a prescindere da ogni effettivo atto o intenzionalità del detentore] si considera che la seconda copia possa essere “diffusa”. Questa legislazio­ne demo­cra­tica sulla stampa è sostanzial­men­te analoga a quella sovietica concernente i crimini di propa­gan­da religiosa».

Specificamente, la ripubblicazione/traduzione del Mein Kampf, an­che sotto forma di estratti, viene a tutt’oggi legalmente impedita in tutto il mondo dal Freistaat Ba­yern, il «Libero Stato» di Ba­vie­ra detentore dei diritti d’autore in quanto considerato, per imposizione anglo-americana – vedi l’Übertragungsurkunde n.1918/V del 12 novembre 1951 sulla base dell’art. 5/1 della Direttiva n.50 del Consiglio di Controllo – l’erede del Reich cui Hitler legò i propri beni (negli USA il copyright appartiene alla Houghton Mifflin fin dagli anni Trenta); in Germania l’unica via per procurarsi l’opera originale è quella delle libre­rie anti­qua­rie­, mentre la vendita nelle normali librerie, in originale o in ristampa, è bandita; sono in libera vendita solo copie adeguatamente commentate, non inte­grali e a condizione che siano destina­te a scopi accademici; nel 1995 estratti dell’opera sono stati tradotti in Israele, in quanto il volume vi verrebbe utilizzato solo nelle Università e non «strumentaliz­zato» a scopo di propa­gan­da «anti­se­mita»; mal­grado ogni censura e protesta del Simon Wiesenthal Center, tuttavia, nel novem­bre 1999 l’opera è, rispettivamente, al secondo e quarto posto tra i libri più acquistati on line da austriaci e tedeschi dai due più grandi siti di vendita libraria via Internet (tosto sottoposti a pesanti pressioni censorie da gruppi ebraici e demogoyish), gli americani  Amazon­.com di Jeff Bezos e Barnesan­dnoble­.com.

Infine, secondo l’annua­le rapporto del Bundesverfassungs­schutz, riporta senza vergognarsi Die Welt 4 luglio 1997, «l’ente fede­rale an­nun­cia un aumento del numero di delitti compiuti da estremi­sti di destra: nel 1996 se ne registrarono 8730 […] Quasi i due terzi di tali delitti rientrarono nei cosid­det­ti “delitti di propaganda”». Tradotto in linguaggio cor­ren­te: nel solo 1996 ben 5800 tede­schi furono perseguitati unicamente a causa delle loro opinioni (vedi infra).

Il più specifico comma 3 punisce, in parallelo, le manifesta­zioni di pensiero di chi «appro­va, nega o minimiz­za, in modo atto a turba­re la pace so­cia­le, pubblica­mente o in una riu­nione, uno degli atti com­mes­si sotto il dominio del nazionalsociali­smo previsti quale crimine dall’art. 220a sez.1a del CP» («Völker­mord», genoci­dio). O, in tede­sco: chi «eine unter der Herrschaft des National­so­zialismus begange­ne Hand­lung der in § 220a Abs.1 bezeich­neten Art in einer Weise, die geeig­net ist, den öffen­tli­chen Frieden zu stören, öffen­tlich oder in einer Versam­mlung bil­ligt, leugnet oder verharm­lost». Si noti che non si dice «dominio nazionalsocia­lista», ma «del nazio­nalsocia­li­smo», e cioè che ricadono sotto la legge anche le opinioni su un qualun­que fatto «geno­ci­diale» compiuto da chicchessia nella sfera di un qualun­que «dominio» o per­fino in­fluenza tedeschi, quindi compresi i paesi alleati del Reich.

Quanto al concetto di «minimizza­zione», basti, a capirne l’assurda porta­ta – come per ogni demopostulato liberticida, nessuna precisa defini­zio­ne viene mai data del termine, la cui interpre­tazione viene lasciata all’ar­bi­trio di ogni demoscherano – l’anatema scagliato da Eric Friedler contro il revisionista omeopatico Ernst Nol­te per avere egli osato, in un arti­co­lo sulla Frankfurter Allgemei­ne Zeitung, confrontare i cri­mi­ni di Hitler con quelli di Stalin, «minimiz­zando così l’Olocau­sto» (all’isterico Arruolato, l’edito­re Frank Schirrmacher assicu­ra «di avere comuni­cato a Ernst Nolte, già nel 1994, che non avrebbe più potuto scrivere sulla FAZ»).

Lecito resta in­ve­ce  «comprendere»,  giustificare  ed  anzi approvare la trasformazione di Dresda in un immenso braciere e l’e­spul­sione di sedici milioni di tedeschi dalle loro terre. Lecito resta negare­/mini­mizza­re gli effetti del terrorismo aereo anglo-america­no e l’atroce sadi­smo della Liberazione anglo-amero-franco-jugo-ceco-polacco-sovieti­ca. Leci­to che la madre di Elisabetta II His Majesty the Queen inauguri nel 1992 un monu­mento all’insi­gne mass mur­de­rer Harris the Butcher, ed egual­mente lecito soste­nere, come fa nel cinquanten­nale della strage su Sky TV un ex squa­dron leader, che Dre­sda era bersaglio di grande valore strate­gi­co, oltre che sede di una fabbrica di ottiche per i periscopi degli U-Boote (al febbraio 1945!).

Lecito resta arrestare «preventi­vamente» Günter Deckert men­tre si reca a Dresda per commemorare il cin­quantesimo del massacro, lecito incarcerarlo per tre giorni, in attesa che il momento trapassi, senza elevargli accusa. Doveroso è Le Monde, che il 14 febbraio 1995 chia­ma al­l’or­di­ne i vinti: «Si capisce che i tedeschi non abbiano la stessa fred­dezza [n’aient pas la même distance] nei con­fronti del loro passato. Il 1995 è per loro un anno terribile; li mette metodicamen­te davanti ai ricordi del nazi­smo, che invano hanno tentato di rimuovere dopo 50 an­ni […] Dobbia­mo dunque ricor­da­re alle giovani generazioni i cri­mi­ni dei lo­ro pa­dri o dei loro nonni, ad esse che tenteran­no di profittare dell’im­puni­tà data dalla nascita tardiva [qui auraient tendance à profiter de l’impu­nité of­ferte par la naissance tardive aggrappan­dosi alla tentazio­ne “revisio­ni­sta”, sem­pre viva, di banalizzare l’Olocausto attraverso inam­missibili con­fronti [par des com­paraisons inadmissibles] con le vittime tedesche della guerra».

Non solo viene infine crimina­liz­zato chi nega o mini­mizza il «genocidio nazista», ma anche, scrive Alfredo Venturi, chi alza bandiere o si fregia di simboli «nazi­stoi­di», «che della svastica hanno eredita­to il dirompente significato raz­zi­sta e che all’em­ble­ma del Terzo Reich spesso si ispirano anche graficamente» (artt.86 e 86a). Entrano così nel mirino i simboli della Germania impe­riale e gli adesivi della Deutsche Volks Union con la scritta «Ich bin stolz, Deut­scher zu sein, Sono orgoglioso di essere  tedesco»,  nel  dicembre  indiziati  dal  Bundesverfassungsschutz  per  Verfas­sungsfeindlich­keit, «ostilità alla Costituzione». 28

Poiché al demoridicolo non esiste limite, il 22 giugno il tribunale di Mann­heim­, accoglien­do i suggerimenti del Bundesge­richtshof, alza ad un anno e mezzo la condan­na di Deckert, moti­van­do che l’offesa agli ebrei e l’incita­mento all’odio razziale, pur essen­do­si Deckert limi­ta­to a tradurre senza com­menti offensivi, era stata arreca­ta da altri suoi atti, quali «l’at­teggiam­ento di fondo degli ascoltatori e la loro pre-com­pren­sione, Vor­ver­ständnis, il loro abituale atteggiamen­to, gli ap­plau­si a certi enuncia­ti, i gesti specifici del­l’im­pu­tato [il quale, invero, non aveva trattenuto un sorriset­to alla critica delle più platea­li oloassurdità da parte di Leuchter], l’accen­tua­zione di taluni passaggi col tono, la forza della voce o anche osserva­zioni a com­men­to», non ultimo lo spietato termine «Holo» al posto del corretto «Holo­caust». Inve­ro, già nell’URSS staliniana si finiva in carcere non solo per avere raccontato barzellette sul regime o non averle denunciate quale «propaganda antisovietica», ma anche, ricorda­no i Meyer, per avere «sorriso in modo antisovieti­co ascoltandone una».

Quando però il 10 agosto diviene nota la motivazione della sen­tenza, altro sobbalzo: pur condannandolo a norma di legge, i giudici Wolf­gang Müller e Rai­ner Orlet hanno scritto a chiare lettere che le azioni del­l’im­putato, «uomo di intelligenza superiore e di grande forza di caratte­re, animato da chiari prin­cì­pi» e che «difende con grande impegno e convin­zio­ne e con tutto il suo tempo e le sue ener­gie», sono motivate «dal­l’o­biettivo di raffor­za­re la capa­ci­tà di resistenza del popolo tedesco contro le rivendica­zioni ebraiche basate sull’Olocau­sto», e che, mentre si tende a porre una pietra sui crimi­ni commessi da altri popoli, «ai tedeschi non si perdona nulla». Ovvia la democanea, scatenata malgrado la pena inflitta e ogni dichiarazione sull’indipendenza della magistratura dal potere politi­co (i due giudici, insultati da politici e giornalisti, vengono abbando­nati dai colleghi e dimissionati d’autorità per «motivi di salu­te»). Dopo l’usuale Leutheus­ser-Schnarren­ber­ger  («uno schiaffo in faccia a tutte le vittime dell’O­lo­cau­sto»), il so­cialista Günter Verheugen («il più incredibi­le scandalo giudiziario del­l’ul­ti­mo de­cen­nio») e il portavoce di Kohl Norbert Schaefer («un brutto se­gnale»), saltano in piedi Wi­zenthal, il WJC e Bubis. Titolando «Es muß erlaubt sein, die unabhängige Justiz zu kritisieren, De­v’essere permesso criticare l’indipen­denza della giustizia» e definendo la sentenza «istru­zio­ni per l’uso per la destra radi­ca­le», Bubis richiama al «dovere mondiale» della repressio­ne: «Un uomo come Dec­kert non sa­rebbe [purtrop­po] mai stato con­dan­nato in Olan­da, in Inghil­terra o in Danimarca. Mai sa­reb­be finito davanti ai giu­dici in un altro paese europeo. È ora che i paesi europei adottino legislazio­ni comuni», Die Welt 30 agosto 1994).

Quale ri­sultato di tanto interes­se, il 15 dicembre il BGH si affianca alla Pro­cu­ra annullando il giudizio e riaprendo la tragica far­sa. Il 21 aprile 1995 il terzo giudizio, del Landgericht di Karlsruhe, ovvia­mente sfavore­vole all’imputato e confer­mato il 27 ottobre dal BGH, condan­na Deckert a due anni di carcere senza condizio­na­le (come detto, più clementi erano stati, nel 1865, i «tirannici» francesi con Mauri­ce Joly, condannato dapprima a quindici mesi e poi a diciotto per «incita­mento all’o­dio e disprezzo del governo imperiale» di Napoleone le Petit). Di rientro dalla Spa­gna, «sussisten­do il pericolo di fuga», lo studioso viene fatto arrestare dall’Ober­staatsanwalt Hans Heiko Klein, primario per­se­cutore suo e di infiniti altri revisionisti, il 9 novembre all’aero­porto di Franco­forte con l’accusa di avere cura­to, sotto lo pseu­doni­mo di Günter Anton, la pub­bli­ca­zione degli atti proces­suali e della sentenza, pronunciata «In nome del popolo tedesco»!, nel volume Der Fall Günter Dec­kert, “Il caso Günter Deckert”, seque­strato e colpito da Verkaufs­verbot, divieto di messa in vendita; per  «offesa» alla demogiu­sti­zia: 20 mesi di carcere!

Nel marzo 1996 Deckert viene inoltre ricondan­nato dalla pretura di Stoccarda a 7 mesi per Volksver­hetzung, in realtà per avere inviato una lettera aperta all’antitede­sco boss CDU Michael Fried­mann invitan­dolo, peral­tro con tatto e misura e seguendo l’ingegner Georgij Aronov (nell’aprile 1972 inter­na­to per la terza volta in due anni in clinica psichiatrica, «la prima volta per aver fatto una dimostrazione impugnando un cartello in cui si leggeva: “Il posto degli ebrei è in Israele”; la seconda volta perché protestava davanti agli uffici della Ovir [l’ente addetto all’emigrazione ebraica dall’URSS]; la terza volta perché presen­tò domanda di emigra­zio­ne», scrive il duo Coen-Tas) ed il pre­si­dente israeliano Ezer Weizmann (che peral­tro aveva invitato tutti gli ebrei ad abbandona­re per Israele la Terra Maledetta), a tornarse­ne nella sua vera terra, Israele, quando non gli piacesse quella tedesca.

Quattro altri anni incombono per avere usato gli aggettivi «ange­blich, asserito» e «vermeintli­ch, ­presun­to» in relazione alle gassazioni ausch­witziane indagate da Ru­dolph in Grund­la­gen zur Zeitge­schichte; una man­cia­ta di altri mesi per avere «vilipe­so» il commando demo­poliziesco che gli stava deva­stando l’abitazione in una delle innumeri perquisizio­ni, definendo­lo «Stasi-West, Stasi dell’Occi­den­te»; tre mesi, nuo­vamente infertigli nel novembre 1998 dal Landgericht di Karlsru­he per «offesa di un concittadino ebreo», avendo l’ex presidente NDP inviato una lettera a Bubis nella quale, premettendo di saperlo oloscampato da Auschwitz, There­sienstadt e Dachau, aveva richiesto, «motivato da interesse storico», il motivo per cui, se scopo dei nazio­nalsocia­listi era annientare ogni ebreo, lo avevano fatto viaggiare in tal modo e alla fine lasciato in vita. Infine, già l’11 giugno 1997, mentre Deckert vegetava in cella sgra­nando i 51 mesi di carcere fino ad allora ricevuti, attraverso il proprio vice Pfenner­ling il presidente del BND Schmidtbauer aveva suggerito con­fidenzial­mente al presiden­te della Com­missione Giuridica bundestaghiana Horst Eyl­mann di ado­prarsi affinché non venisse più fatta men­zio­ne del caso Deckert, come aveva invece imprudente­mente fatto il 17 febbraio la stessa Com­missione, né della Perizia Rudolf, né della posizione olocri­ti­ca del famigerato David Irving («Es ist erstaunlich, daß sich der Rechts­aus­schuss des Deutschen Bundesta­ges mit dem m.E. fragwürdigen Gut­achten des berüchtigten Herrn David Irving befaßt…»). Il tutto, per non suscitare critiche all’estero verso i capi del GROD.

Istrut­­ti­va la compa­razio­ne della demogiu­stizia con le as­so­luzio­ni del bulgaro cominternista Dimitrov per l’in­cendio del Reichstag nel 1933 e dell’alto-traditore Fabian von Schla­bren­dorff per l’attentato a Hitler nel 1944: non solo non venne eserci­tata alcuna pressione sui giudi­ci, né essi vennero insultati o puniti, ma il secondo venne assolto dal «terribile» Volksgerichtshof, la corte di giustizia popolare, poiché potè dimostrare che la Gestapo gli aveva estorto con le torture le «confessioni». Il poi vantato alto-traditore e tentato assassino von Schla­bren­dorff – autore nel 1946 di Offizie­re gegen Hitler – sa­rebbe stato compensato nel 1967 con la promozione a Bundesverfas­sungsric­hter.

Ma torniamo a Venturi: un più esplicito passo verso il Grande Fratello viene però bloc­cato. Siamo pur sempre in democrazia! non son forse sacri i diritti del citoyen? Malgrado l’attivismo per­secutorio CDU-CSU, la polizia non viene infatti au­to­riz­zata a piazzare micro­spie e telecamere in case private o, per dirla col Venturi: non viene data ai demoinquisitori la facoltà di «intro­durre mezzi di ascolto o controllo elet­tronico nelle case dei criminali» (dei criminali, è il lapsus del Nostro, e non: dei sospetti! Ma «cri­mi­nali» non si è solo dopo una sentenza tribunali­zia?). Non tema co­mun­que la democanea: cassan­do la pro­po­sta, la Knesset Renana non lima gli artigli ai Plotoni del Bene, in quanto la misura  «è implicita nella norma che prevede in pra­ti­ca l’uti­liz­zazione a fini processua­li dei servizi segre­ti» (corsivo nostro).

Già nulla di che stupirsi c’era stato, del resto, se nel 1992 in Terra Rieducata erano state «le­gal­mente» autorizzati 2499 casi di intercettazioni tele­fo­niche (contro i 770 operate negli Stati Uniti, il Paese di Dio), e la cifra non comprende le innumeri infiltra­zioni e intercetta­zioni segrete operate per telefo­no o con microfoni dire­zio­nali dal Bundesver­fas­sungsschutz (a dar prova della crescente demotirannia, si pensi an­che che nel 1973 i casi di intercetta­zioni telefoniche autoriz­za­te dai giudici/procura­tori bonniani sono 104; nove anni dopo, nel 1984, salgono a 1124; nel 1995 balzano a 3370, il che equivale a dire, stando a tali soli dati legali, che in quell’anno sono state registrate milioni di chiamate: si pensi solo che a Gottinga, riportano le Unabhängi­ge Nachrichten n. 7/1996, in un solo procedi­mento e nel­l’arco di nove mesi, sono state ascoltate e/o registrate 13.929 telefonate; il 2 maggio 1997 è la Neue Zürcher Zeitung a segnalare che dal 1998 la polizia austriaca è autorizzata a piazzare micro­spie anche nei confessionali e negli ambulatori medici). È poi di rilievo la proposta del segreta­rio agli Interni Spranger, che vuole vietare ai «radi­cali di destra» die höhere Ebene der Kommuni­cation, livelli più alti di comunica­zio­ne: la possibili­tà di comunicare con telefoni portatili, fax e banche-dati, etc. (che vengono comunque sequestrati a piene mani: gli suggeriamo anche la confi­sca delle abi­tazioni – riducendo i malinten­zionati e le loro famiglie a homeless – in quanto vi si potrebbe­ro tenere assembra­menti proibiti).

In un secondo tempo pre­va­le il «garantismo» della Camera Alta, ove domina l’op­posizione. Dopo che Kohl non ha accolto la proposta so­cialdemocra­tica di scor­po­rare le norme anti-«nega­zioniste» dagli altri provvedimenti repressivi, dei quali si teme l’«illiberalità», il 10 giugno 1994 il Bundesrat boccia il pacchetto, che permette anche di prolungare a otto giorni il fermo di polizia e, al Bundeskriminalamt di intercettare a discrezione, senza controllo giudiziario, anche le telefonate internazio­na­li.

Tipica­men­te, l’autoriz­zazione verrà in seguito concessa alla chetichella, escludendo sia il dibatti­to che il voto in parlamento, con la semplice e sbrigativa ordi­nanza del governo fe­derale FÜV Fernmeldeverkehrs-Überwachungs-Verordnung pretesa il 18 mag­gio 1995 dal mi­ni­stro federale delle Poste, il CSU Wolfgang Bötsch, al punto che nel dicembre la Leutheusser-Schnarrenberger si dimetterà per protesta; infine, il 6 marzo 1998 il Bundestag approverà una legge che autorizza gli organi di polizia a compiere con ancora maggiore autonomia intercettazioni telefoniche e ambientali: nelle vittime del Grande Fratello non rientrano gli avvocati, gli scienziati, i commerciali­sti, i giornalisti, i religiosi e, dulcis in fundo, i parlamentari stessi (negli ultimi anni, riporta Claus Nordbruch citando l’addetto al servizio federale Protezione dei Dati Joachim Jacob, sono annualmente intercettate centinaia di migliaia di conver­sazioni, delle quali quattromila «passate» al BND per l’ulteriore «elaborazio­ne»; in seguito, e precisamente il 16 dicembre 19998, con assoluta tranquillità il quotidiano Stuttgarter Nachrichten riporta i dati ufficiali dello stesso BND: a prescindere dagli incontrollabi­li centri d’ascolto americani su suolo tedesco, quotidianamente ven­gono intercettate dal demoservizio bonniano, che muove 6000 dipendenti e un bilancio di un miliardo di marchi, 15.000 tra telefonate, fax e telex con l’estero). 29

In un terzo tempo, 21 settembre, unanimi si presentano al Bundestag CDU-CSU e SPD, stragiz­zan­do con la nuova legge «anticrimine» ogni loro presunto «amore di libertà» e ogni Stato di diritto. Ma lasciamo la parola al Venturi, ineffabile maestro di democrazia: «Un altro elemento della nuova legge è la punibi­li­tà non più soltanto dei simboli diretta­mente nazisti, ma anche di quelli che gli squadristi hanno inalberato negli ultimi anni al posto della svastica, riproponendo­ne il brutale messaggio con un semplice sotterfu­gio formale. Si tratta per esempio di croci celtiche o lettere runiche: una simbologia tra­sparente che richiama in modo esplicito [la croce celtica non fu mai usata dal nazio­nalsociali­smo e quanto alle rune sono simbologia plurimille­naria!] le ideologie hitleriane. Sarà vietato anche il saluto con le tre dita [il simbolo della W di Wider­stand, resistenza], che nella prassi di alcuni gruppuscoli bruni ha sostituito il braccio levato con la mano distesa. Con una pena fino a cinque (in precedenza il limite era di tre) anni sarà punita [dal 1° dicembre 1994] la cosiddetta Auschwitz-Lüge, la menzo­gna di chi nega l’esistenza del­l’Olo­cau­sto, che viene consi­derata suscettibile di turbare l’ordine pubblico». Negli stessi giorni il Bundesgerichtshof infligge un altra picconata allo Stato nazionale, sentenziando che è del tutto lecito definire, a mo’ dell’ebreo Kurt Tu­cholsky su Die Weltbühne 4 agosto 1931, tout court «assassini» i militari, poiché tale pio agget­tivo non viola la Legge Fondamen­tale, in quan­to «anche la critica più aspra rientra nel diritto di manifestare la propria opinione». 30

La repressione bonniana del pensiero viene del resto non solo permessa, ma fon­da­ta e voluta dal Grundgesetz, la Legge Fonda­mentale che vale come Costituzione­. Im­posta il 23 mag­gio 1949 dagli Occupanti (priva quindi di legittimità fin dalle radici come il Diktat versagliese, e in ogni caso nulla nel momento in cui, come recita l’art. 146, il popolo avrà approvato in libere elezioni una vera Carta Costituzio­nale), essa pre­scrive fin dal­l’art. 1 («Prote­zione della dignità uma­na») la castrazione nazionale attra­verso la rinuncia all’auto­difesa: «La dignità dell’essere uma­no è inviola­bile. Rispet­tarla e proteggerla è dovere di ogni au­to­rità statale. Il popolo tede­sco si riconosce nei diritti umani inviola­bili e inaliena­bili, fondamen­to di ogni comu­ni­tà umana, della pace e della giusti­zia nel mon­do».

Altret­tanto squillante l’art.5 («Libera manifestazione di opinione»): «Ognu­no ha il diritto di esprimere e diffon­de­re libera­mente la propria opinione con la parola, gli scritti e le immagini, nonché di informar­si senza impedi­menti alle fonti acces­sibi­li. Sono garan­ti­te le libertà di stampa e di cronaca attraverso la radio e la cinemato­gra­fia. Non si dà luogo a censura». Ed allora, si potrebbe obiettare, come la mettiamo con la demorepressione? Semplice, risquilla l’art.5, copia del weimariano art.118: «Que­sti diritti trovano le loro limitazioni nel pre­scrit­to delle leggi comuni, nelle disposi­zio­ni legali per la protezione della gioventù e nel diritto all’ono­re personale». E non solo, inter­viene l’art. 18 («Decaden­za dei diritti fonda­men­tali»): «Chi abusa del­la libertà di espres­sione, in partico­lare della libertà di stampa (art.5/1), di insegna­mento (art.5/3), di riunione (art. 8), di asso­cia­zione (art.9), del segreto epistolare, postale e telefonico (art.10), della proprietà (art.14) o del diritto di asilo (art.16a), per lottare contro l’ordina­mento costituzio­nale liberale e democra­ti­co, perde tali diritti». 31

Se forse non privo di legalità (aspetto formale), il Grundgesetz è ancor più cer­tamente privo di legit­ti­mità (aspetto sostanziale) fin dalle radici. E questo non solo perché imposto dai vincitori ai vinti dopo la loro de­bel­latio e riduzione a res nullius, ma anche perché pretende di eternare nella «costituzione» tede­sca lo status della de­bel­la­tio «antinazista». Non per nulla l’art.139 fa prevalere allo stesso Grundge­setz il diritto, squisita­mente violento, del Gesetz zur Befreiung des deut­sches Volkes vom Nationalsoziali­smus und Mili­tari­smus, 5 marzo 1946.

Ancor più, la sudditanza agli Occupanti dello «Stato Indipenden­te BRD» viene ribadita da quel Diktat che va sotto il nome di Über­leitungsver­trag, Trattato di Transizione, 26 maggio 1952 (recepito il 12 settembre 1990 dal Vertrag über die abschließende Regelung in bezug auf Deutschland , “Trattato sulla regolamentazione finale in rapporto alla Germania”, o Zwei + Vier Vertrag, “Trattato Due + Quattro”, tra le due Germanie e le quattro Potenze Alleate), la cui redazione tedesca 23 otto­bre 1954 suona all’art. 2: « Tutti i diritti e i doveri che sono stati fondati dalle disposi­zioni legislative, giuridi­che e amministrative delle Autorità di Occupazio­ne o che deri­vano da tali disposizioni sono e restano in vigore sotto tutti gli aspetti a norma del diritto tedesco, indipendentemente dal fatto che siano stati fondati o dedotti in conformità con altre norme giuridiche. Questi diritti e doveri sottostanno senza di­stinzione [unterliegen ohne Diskriminierung] alle medesi­me disposizioni legi­slative, giuridiche o amministrative future allo stesso modo delle consimili disposizio­ni e doveri fondati sul diritto statale tedesco o da esso dedotti» e « Tutti i diritti e i doveri derivati dai trattati e dagli accordi internazio­nali che furono stipulati dalle Autorità di Occupazio­ne o da uno o più governi delle Tre Potenze prima dell’entrata in vigore di questo trat­ta­to per una o più delle Zone di Occupazio­ne occidenta­li e che sono registrati ne­gli allegati delle notifiche compiute dagli Alti Commissari Alleati in nome dei go­ver­ni delle Tre Potenze al Cancelliere dal giorno della firma di questo trattato sono e restano in vigore come se derivassero da trattati ed accordi interna­zionali valida­men­te stipulati dal governo federale».

Nulla di diverso, del resto, da quanto prevede l’art. 6 della Carta dell’«altra» Germania, quella cattiva, liberticida e comunista: «2°. L’isti­gazione al boicottaggio delle isti­tu­zioni e delle organizzazioni democratiche, l’istiga­zione all’assassinio di uomini poli­ti­ci democratici, la dimostrazione [Bekun­dung] di odio religioso, razziale ed etnico, la propaganda militarista così come l’istigazione alla guerra e ogni altro atto indiriz­za­to contro la parità dei diritti sono crimini nel senso definito dal Codice Penale. L’eser­cizio dei diritti democratici nel senso definito dalla Costituzione non costi­tuisce istiga­zione al boicottaggio. 3°. Chi viene punito per tali crimini non può opera­re nei pub­bli­ci uffici né in posizioni direttive nella vita economica e cultu­ra­le. Egli perde il diritto di voto attivo e passivo». Formule tutte di gran lunga meno ipo­crite di quel­la saintju­stiana «libertà a tutti tranne che ai nemici della libertà».

Sulla situazione tedesca di sudditanza non solo psicologica e sociale, ma anche normativa e persino giudiziaria, ben commenta lo storico Gerd Schultze-Rhonhof in Der Krieg, der viele Väter hatte – Der lange Anlauf zum Zweiten Weltkrieg, “La guerra dai molti padri – La lunga corsa alla Seconda Guerra Mondiale” (VII ed., 2012): «Benché sia parte della saggezza popolare che “i vincitori scrivono la storia” e che “una lite è causata da tutti i partecipanti”, gli storici di lingua tedesca dopo la guerra mondiale hanno pienamente fatte proprie le rappresentazioni storiche e le argomentazioni dei vincitori, fino a selezionare gli eventi e ad usare termini spesso discriminatori per la quota-parte tedesca. E si sono concentrati su “Hitler e i nazisti” in forma ultrasemplificata, invece di considerare e valutare tutti gli attori che hanno regalato al mondo il massimo disastro del secolo scorso. Tali atteggiamenti non stupiscono chi sa che la Repubblica Federale fu obbligata per iscritto, una prima volta nel 1953 e una seconda nel 1990, a mantenere in ogni sua parte, e per sempre, la versione dei vincitori come formulata nella sentenza del processo di Norimberga. Mutuando una classica frase di Clausewitz, potremmo dire: “La storiografia è la continuazione della guerra con altri mezzi”». Insieme agli olopaesi elencati al capitolo III è quindi il Grande Regime di Occupazio­ne Demo­cra­ti­ca in terra tedesca ad:

     1.  osta­co­lare comunque ogni e qualsiasi in­da­gi­ne storica sgradita. Del resto, già negli ultimi anni Cin­quanta lo storico demi-juif Golo Mann (figlio di Thomas) ribatte, a Fritz Tobias che asse­ve­ra non essere stati i «nazi» a incendia­re il Reichs­tag, che quelle asserzioni sono «volks­p­äda­gogisch un­willkommen, popolarpedagogicamente sgradite, inopportune ai fini del­l’e­ducazione delle masse».

Egualmente, rileva Rainer Zitelmann (I), lo svizzero Walter Hofer cerca di dimostrare la colpevolezza dei «nazi» servendosi di documenti falsi e sostenendo, peraltro a ragione, che «se si potesse dimostrare che i nazionalso­cia­listi sono sospetta­ti a torto di essere gli autori dell’incendio del Reichstag, allora si potrebbe cercare di fornire simili “prove” anche per gli altri crimini».

Riprova che la repressione democratica, dapprima incentrata sull’aspetto, secon­da­rio e settoriale ma cruciale, dello «sterminio ebraico», investirà gra­dual­mente ogni ri­cercatore e ogni altro aspetto di una qualunque altra riflessione storica, e non solo riguardo al secondo conflitto mondiale, ce la danno anche:

     a.  l’incrimina­zione nell’agosto 1995, da parte della Procura di Düssel­dorf, di Joa­chim Schäfer, direttore della Scuo­la Tedesca di Tokio, che il 20 giugno si è permes­so di contestare, con volantini di­stri­buiti da­vanti al Liceo Comenio, nel quale giorni prima era stato invitato a prolu­sio­ne un francese soprav­vis­suto alle esecuzioni di Oradour-sur-Glane, la responsabilità tedesca nell’eccidio (nel processo di Bordeaux, gen­naio-febbraio 1953, contro la 2a divisione Waffen-SS Das Reich, le condanne a morte ed al carcere ven­gono improvvisamente cassate dietro la promessa strappata agli imputati di osservare il silenzio sull’accadu­to; gli atti processuali, compresi quelli in possesso del Bundesarchiv, sono ancor oggi, e resteranno per decenni, inacces­si­bili; in Francia il volume di Otto Weidinger Tulle und Oradour – Eine deutsch-franzö­si­sche Tragödie viene inter­detto di circolazione, distri­buzione e vendita in quanto, afferma il 10 luglio 1992 Paul Quiles del Ministére de l’interieur et de la sécu­rité publique giusta le direttive del superiore Patrick Gaubert, «constituant une pro­vocation à l’e­gard des rési­stants et des fa­mil­les des victimes de guerre» – in effetti, sapere che i 99 impiccati per rappresaglia a Tulle non sono che la conseguenza dei 52 ri­servisti arre­si­si ai partigiani il 7 giugno 1944, massacrati, accecati, mutilati e arrotati dai camion potrebbe creare qualche imbarazzo alle anime pie; e similmente il fatto che all’origi­ne della tragedia di Oradour sta la cattura dello Sturmbannführer Helmut Kämpfe, massacrato il 9 giugno – egualmente, nel giugno 1997 il prefetto dell’Hau­te-Vienne, istigato da Jean-Jacques Fouché, responsabile del Centre de la mémoire di O­radour, chiede al ministro dell’In­terno di vietare brevi manu l’opera curata da un gruppo di studiosi animato da Vincent Rey­nouard Le massacre d’Oradour – Un demi-siècle de mise en scène, poiché basata sulla già vietata opera di Weidin­ger ed edita al­l’estero, e quindi indegna delle più legali attenzioni da parte della magistra­tu­ra, in quanto contribuendo «à la propagation de la thèse négationni­ste de l’existen­ce de crime contre l’humanité, fait courir un risque de trouble à l’ordre public»),

     b.   l’inter­vento censorio del Deutscher Pres­se­rat, l’organo che sovrintende al­la eticità e al fair play giornalistici, che sanziona il quotidiano Weinheimer Nachrich­ten per la lettera di un lettore che aveva richia­mato alla me­moria gli innumeri crimini contro l’umanità com­mes­si dai vinci­to­ri, dai bombarda­menti a tap­pe­to delle città te­de­sche e giapponesi allo sgancio delle atomi­che, dall’e­spulsione dei sedici milioni di tedeschi del­l’Est ai massacri compiuti dagli jugo-ceco-polacchi, etc., fatti tutti che, ricordati nelle reali proporzioni, comportano certo una «mini­miz­za­zione» e un ridimensionamento del mysterium tremendum del Sommo Male (in paral­le­lo ricordia­mo che il comma 2 dell’art. 3 dell’Überleitungs– o Überliefe­rungsver­trag del 23 ottobre 1954, recepito anche dal Trattato di Mosca «due + quattro» del 12 settembre 1990 e col quale lo Stato «sovrano» BRD è ancor oggi impegnato a far proprie tutte le leggi e le decisioni adottate dal Consiglio di Controllo «alleato» e dall’Alto Commissariato di occupazio­ne, prevede l’espresso divieto di compiere una qualsivo­glia indagine su qualsivoglia crimine commesso dai Liberatori), ed infine

     c.  l’indegno intervento dello storico tedesco Wolfgang Wippermann della Libera Universi­tà di Berlino, il quale sostiene che oltre alla Auschwitz-Lüge va punita la Kriegsschuld-Lüge, la «menzogna sulla responsabilità/colpa della guerra» (vedi PHI-Deutsch­land­dienst n.25/26, 24 luglio 1996), concetto avanzato tre anni innanzi dal ROD viennese con l’Handbuch des östrerreichischen Rechtsextremismus, “Ma­nuale dell’estremismo di destra austriaco”, edito dal Dokumentationsar­chiv des öster­rei­chi­schen Widerstandes: «Schon die Leugnung der Alleinschuld Hitler­deutschlands am Ausbruch des Zweiten Weltkriegs erfüllt in objektiver Hinsicht den Tatbestand nationalsoziali­stischer Wiederbetätigung, Già il negare che la Germania hitleriana sia la sola responsabile dello scoppio del secondo conflitto mondiale configura obiettiva­mente il reato di reiterazione di attività nazionalsocialista».

Di questo passo,  per evitare al demosuddi­to  la tentazio­ne di spiacevoli confronti, ver­rà proibito anche ram­mentare che negli ultimi giorni di guerra, in una Germa­nia deva­sta­ta, non morì solo una Anne di tifo belseniano, ma che tra i cinquemila assassinati della not­te 15-16 marzo si fecero cenere a Würzburg, sotto una massa di demo­cra­tici area bom­bing, bombardamenti a tappeto, almeno centotrentatré altre donne e fanciulle di nome Anna, che non si la­scia­rono dietro, a loro e nostro oblio, i diari. 32

Ed ancora, scrive il professor Francesco Coppellotti, traduttore di Nolte, portando il discorso alle logiche conse­guen­ze, «in base alla legge sulla Auschwitz-Lüge può venir accusato di “normalizzazione” (Nor­malisie­rung) del Nazionalsocialismo chi sostiene che la disgrazia della storia del XX secolo non sia comincia­ta nel 1933 ma invece nel 1917, perché in questo momen­to con la rivoluzione d’Ottobre russa un grande Stato e un movimento internazionale hanno in­terpretato come sfida e monopolizzato l’idea che la guerra moderna fosse sul punto di raggiungere un grado pericoloso di forza distruttiva per l’esistenza di tutta l’umani­tà. Non solo, può essere accusato di “minimizzazione” (Verharmlosung) del Nazional­socialismo chi sostiene che il concet­to di totalita­ri­smo è più importante del nome di nazionalsocialismo e del concetto di fascismo e quindi accosta, pur con diffe­renze, le azioni di annientamento perpetrate nei gulag e quelle perpetrate ad Auschwitz»,

     2.  avallare per l’eternità – nihil obstat quominus santificetur – la (s)corret­tez­za della Farsa Processuale Norim­ber­ghe­se,

     3.  affermare l’impossibilità che nuovi docu­men­ti pos­sano mai ve­nire al­la luce,

     4.  negare la eticità/liceità/pos­si­bili­tà di ogni interpre­ta­zio­ne storica diversa da quella canonica (i pretesti sono sempre gli stessi). E ciò anche per questioni non olosantifi­cate: vedi la Bun­desprüfstelle che reindizia il 3 novembre 1994 l’opera di Udo Wa­lendy Wahrheit für Deutsch­land, “Verità per la Ger­mania” («se il libro dovesse uscire dalla cerchia dei lettori di destra, il fatto non sarebbe certo irrilevante, sicher­lich nicht ganz ohne Bedeutung, per il futuro dello Stato di diritto democrati­co; e cioè, con le sue accese e unilaterali affermazioni colpevoliz­zanti contro gli stati confinanti euro­pei, il libro si dimostra come assoluta­mente pericoloso per la pace, als durchaus frie­densbedrohend»): e­dito nel 1964 e indiziato nel 1979, nel gennaio 1994 – dopo un procedi­mento durato quin­dici anni! – il volume era stato riconosciuto «nicht ver­fas­sungswi­drig, non costi­tuzionalmen­te illegittimo» dal Bundesver­fas­sungsge­richt. In parallelo, cosa pensare dell’indizia­mento/divieto/seque­stro – in quanto perico­lo­so per il «quieto» demovivere – del volume Zerstörte Heimat 1933-1945 – Sammel­album, Eine Bilddoku­men­ta­tion mit Ori­ginalaufnahmen aus den Archiven der Reichs­propa­gandakompanien, Sammel­bil­der-Vertrieb, Meisenheim (atto E 2766 Nr.95 del 22.5.79)? La fotodocu­mentazione delle pre­mu­re liberatorie angloamericane a mezzo area bombing viene elen­ca­ta dal rieducato Rudolf Stefen alle pagg.46/47 in un contesto di 26 pornolibri, i più stuzzi­can­ti dei quali suonano “Sfrenato come un toro”, “Chi fotte ultimo fotte meglio”, “Caccia alle vergi­ni”, “Il cazzo gigante­sco”, “Betty fa roteare il ventre – Super-Orgia n.41”, “Cosa vogliono le ninfette”, “Giovane, bella e per di più libidino­sa”, “Quel certo buchetto” e “La brama di maschi era il suo destino”. L’interessante è che, a differenza che per “Patria distrutta 1933-1945”, non è verosimile che la demo­po­li­zia irrompa nelle case per sequestrare le copie in eccesso dei pornotitoli (sempre a istruttivo demoparallelismo, nel 1993 viene sequestrato in Francia il volume L’Ordre SS – Ethique et idéologie, curata dalla storica Edwige Thi­baut,  la quale, senza alcuna nota apologetica,  rende disponibile  ai francesi una scelta di articoli tratti dai quaderni teorici SS-Leithefte) [in Italia il volume uscirà nel 2011-12 per l’editrice Thule Italia].

Mentre nel mondo si studiano prov­vedimenti per vietare l’accesso di «razzisti»­/revisionisti a Internet («the Soros Foundation in New York is promoting a similar initiative among interna­tional nongovernmental organizations», ci avverte Michael Meyer su Newsweek, ma ovviamente né questa né altre iniziative sorelle con­fi­gurano «pressioni» o «complotti»), in Italia nel settembre 1995 il sinistro ministro delle Poste Agostino Gambino firma un Rego­lamento po­liti­cally correct per i servizi Audiotex e Video­tex che vieta l’introduzione nei servizi telefonici e videotel non solo di messaggi sublimi­nali e prestazioni «a carattere erotico, pornografico od osceno», ma anche di notizie a sfondo «razzista, sci­ovinista o sessi­sta»… ove a deter­mi­nare il «razzismo», «sciovini­smo» e «sessismo» è, a discrezione, l’establi­shment.

Più dina­mica, la Deutsche Telekom, alla cui guida sta, all’epoca, l’eletto Aaron «Ron» Som­mer, blocca il 26 gennaio 1996, attraverso il proprio servizio di accesso a Inter­net T-Online, la consultazione di documenti messi in rete da Ernst Zündel; riporta pilate­sco­ Internazionale n.115: «Questi testi antise­miti sono nel server di un fornito­re di accesso a Internet californiano, Webcom, che ospita altre 1491 pagine web le più disparate, tra cui quella dei servizi finanziari della Deutsche Bank. Per censurare le pagine di Zündel, T-Online ha dovuto impedire al suo milione di abbo­nati ogni pos­si­bi­lità di accedere a tutto il server della Webcom» (come dire: per il Grande Fratello nessun sacrificio è troppo grande… se i coinvolti sono gli altri). Mentre la Procura bavarese istituisce un’apposito gruppo di cinque funzionari per sorvegliare le conta­mi­nazioni «nazirevisioniste» della rete, l’11 dicembre, con discrezione tutta democra­ti­ca, il governo federale vara infine una legge «per proteg­gere la privacy degli utenti di Internet e prevenire la diffusione di materiale filo­nazi­sta o pornografi­co» (così, pilatesco, Internazionale n.162).

Quattro anni più tardi, il 23 aprile 2000, Herta Däubler-Gmelin, Bundesjustizmi­ni­sterin SPD dall’ottobre 1998, ribadirà su Welt am Sonntag: «Contro l’estremi­smo di destra su Internet ci vogliono nuovi metodi. Con questo medium globale i criminali possono dif­fondere la loro pro­pa­ganda d’odio e la loro istigazione di estrema destra. Dobbiamo perciò collabora­re fattivamente onde ottenere una polizia e una giurispru­denza interna­zionali. Inoltre, voglio riunire intorno a un tavolo le principali società di Internet al fine di stilare con loro una specie di codice di comporta­mento» («e chi stabilisce cos’è “di estrema de­stra?”» – sogghignano le Unabhängige Nachrichten n.5/ 2000 – «Farsi una vera opi­nione è pos­si­bile solo se si possono leggere e confron­ta­re opinioni op­poste. Ma nella BRD è sempre più vietato»).

Nel maggio 1995 qualche opposizione era stata invece suscitata in Francia dal­l’associazione delle reti di accesso a Internet, dopo che la demomagi­stratura parigina aveva aper­to un’inchiesta contro le due associate France­Net e WorldNet, accusate di ospita­re materiale «pornografi­co e filonazista»; l’anno dopo era stata varata l’occhiuta vigilanza di un’apposita squadra del CNRS capeggiata da Michael Prazan e Tristan Mendès-France, pronipote dell’antico ministro; a fine mag­gio 2000, poi, il demogiudice parigino Jean-Jacques Gomez, debitamente istruito da LICRA, UEJF e MRAP (avvocato dell’ultimo gruppo: Laurent Lévy) che ave­vano que­re­lato i gestori di Yahoo! per avere posto all’asta un migliaio di nazicimeli – compresa una copia, offerta a 50 dollari, di una «mostruosa» latta di Zyklon B, s’indigna Scott Johnson – dei quali è vietata la vendita in Francia, condanna la società a 20.000 franchi per avere «offeso la memoria collettiva di una nazione [la Francia] che è stata profonda­mente ferita dalle atrocità commesse da e in nome dell’iniziativa criminale nazista»; inoltre, Gomez ordina di bloccare ogni ulteriore asta negli USA (!) a partire dal 24 luglio, virtuoseg­giando a Newsweek: «Troppo a lungo ci siamo comportati come se Internet fosse un posto dove nulla era proibito. Non tutto è permesso, non tutto è legale»; il caso riscoppierà il 20 novembre, con una nuova ingiunzione di Gomez che prevede un termine di tre mesi per gli opportuni provvedimenti, in mancanza dei quali il portale dovrà pagare 100.000 franchi per ogni giorno di non-adempimen­to; fine della internet-novela: il 4 gennaio il Corriere della Sera c’informa che dal 10 seguente Yahoo! vieterà di porre all’asta materiale non solo «di stampo nazista», ma anche, più in generale, «oggetti scelti a simbolo da gruppi o ideologie che propa­gan­da­no la discriminazione razziale e inneggiano all’odio»; l’anno seguente, giubila su Shalom Giacomo Kahn, a imitare Yahoo! sarà Ebay, un altro operatore specializzato, «che ha deciso di vietare, in maniera assoluta, la vendita di qualsiasi oggetto o cimelio risalente alla Germania nazista o che sia da collegare a gruppi razzisti o nazisti, quali ad esempio il Ku Klux Klan. Con questa decisione Ebay bloccherà anche la vendita di quel materiale storico, definito come “oggetti da collezione”, che apparteneva a celebri gerarchi nazisti. Gli unici oggetti “nazisti” che il sito venderà saranno solo le monete e i francobolli degli anni ’30 e ’40 (e solo se non appare la svastica) ed i filmati e i libri sulla storia della dittatura hitleriana» (con tali e altri esempi, sconcertan­te la senten­za tedesca del marzo 2000 che la demogiusti­zia non intende perseguire Yahoo! per avere offerto in vendita di Mein Kampf).

Puntuale l’accusa, all’Europarlamento, da parte del deputato del Front National Jean-Yves Le Gallou, il 23 aprile 1997: «Il discorso di monsieur Pradier sulla pedofi­lia su Internet è un artificio che mira a giustificare il ristabilimento di una censura non sui costumi, ma sul politicamente scorretto, il culturalmente scorretto o lo stori­ca­men­te scorretto. A questo mira il Rapporto Pradier; non sono i comportamenti in­fa­mi, sono le opinioni e le idee non conformi alla polizia del pensiero».

Manco dirlo, nel dicem­bre giunge notizia che gli autori del PICS Platform for Internet Content Se­le­ction, un sistema che permette ai governi di «filtrare» i contenuti «scon­venienti», rendendoli inaccessibili ai browser dei loro cittadini, sono gli ebrei Paul Resnick e James Miller del World Wide Web Consortium, che si vantano di insegnare «come controllare Internet senza censura» (!); le società che marchiano i siti «indecenti» sono le statunitensi RSACi e SafeSurf e la canadese NetSheperd… «pastore della rete» (giubilante l’apposita eurocommissione, che il 16 ottobre 1996 aveva auspicato un sistema di censura sulle «Informazioni di contenuto illegale e nocivo su Internet»); nel febbraio 1999 Simone Tedeschi c’informa di censure più soft: «È un sito complesso e ben curato, questo dell’Anti-Defamation League [adl.org], un’or­ga­niz­zazione americana fondata nel 1913 che combatte l’antisemitismo e organizza at­tività didattiche per educare al rispetto della diversità. Fra le novità troviamo l’Hatefilter [«filtro per l’odio»], un accessorio per il programma Cyberpatrol che permette di escludere dalla propria navigazione i siti antisemiti […] Cyberpatrol è un programma sviluppato inizialmente per fare in modo che i propri bambini non fini­sca­no sui siti a luci rosse, ma il nuovo filtro esclude anche quei siti razzisti per i quali i bambini potrebbero non esser pronti. “Siamo contrari alla censura [!] – dicono all’ADL – ma Internet non è come una biblioteca in cui le etichette chiarisco­no se i volumi sono adatti ai più piccoli, e quindi è necessario prendere delle precauzio­ni».

     5.  vietare all’imputato ogni difesa, poiché permet­ter­gli di giustificarsi esponendo le ragioni che ne hanno determinato le convinzioni significhe­reb­be ipso facto, es­sen­do il reato costituito di puro pen­siero, fargli reiterare il reato. Ovvio, quindi, che il 17 marzo 1994 il Landgericht di Norimber­ga, presieduto dal giudice Peter Stockhammer – clamorosamente violando non solo l’antico detto audiatur et altera pars, ma anche l’art.103/1 del GG: Vor Gericht hat jedermann An­spruch auf rechtliches Gehör, «in giudizio ognuno ha diritto ad essere ascoltato» – ammonisca Germar Rudolf, perito chimico convocato dal set­tanta­cinquen­ne Ar­thur Vogt, il primo revisioni­sta sviz­zero, a non convalidare, pena imputazione per gli stessi «delitti», le tesi dell’imputa­to, e addirittura impedisca a Vogt di parlare, condan­nandolo poi, non essendo com­mi­nabile il car­cere per l’età e l’assenza di prece­denti «crimi­no­si», a «soli» 4800 marchi d’ammenda (il lettore ricorderà l’inti­mi­da­zio­ne del teste Fröhlich da parte del procuratore Aufden­blatten nel processo Graf, il 16 luglio 1998). Quale la colpa di Vogt? Ave­re, il 21 set­tem­bre 1991, espo­sto a 25 stu­diosi pre­senti a un conve­gno della Thomas-Dehler-Stiftung – la Fonda­zione intestata al massone ex ministro della Giusti­zia bonniano – tesi eretiche su “Il dibattito sul revi­sio­ni­smo – Le più recenti ac­qui­si­zioni storiche in contradditto­rio”. 33

Oltremodo eloquente  della demomalafede è infine  la retorica del Pa­so­lini Zanelli (ve­di le note sulla neolingua in 1984 e gli stratagem­mi schopen­haueriani per quanto da noi evidenziato in corsivo): «I fatti sono noti: ci sono le violenze razziali, anzi razziste, contro gli immigranti di varia estrazione etnica, vengono colpi­ti la religione, il colore della pelle, la cultura. Esse si esprimono in gesti teppistici isolati e, in una minoranza rilevante di casi, in piccoli pogrom di gruppetti di estre­mi­sti. Il sentimen­to, evidente­mente non nobile, che li accomuna è la xenofobia e questa, come sempre, include l’antisemi­ti­smo. Un paese dalla storia diversa da quella della Germania po­treb­be, anzi dovrebbe, limitarsi a combattere e punire i gesti di violenza senza sinda­care le passioni che li generano e, dunque, le “opinioni” [eccellenti, le virgolette!] che ne sono alla base. Gli Stati Uniti, per esempio, e l’Italia non conoscono reati di opinione [vedi le leggi Scelba, Rea­le e Tre M!]: per loro fortuna, non ne han­no, anzi non ne abbiamo biso­gno. Nel caso della Germania ricorrere ad essi è inevitabile, per colpa del pas­sa­to e di un presente che ne discende anche nelle sue forme più pro­ble­matiche. I tede­schi, dobbia­mo ammetterlo tutti, sono sotto osservazione da parte del resto del mondo […] Un corollario di questa legislazione necessaria e urgente è la repres­sio­ne delle parole che incitano alla violenza [a discre­zione del Potere qualsiasi parola può incitare «alla violenza», come è del Potere colpire «simboli o gesti che imitino o ricordino la croce uncinata e il saluto nazi­sta»!]. Siamo già, qui, in un terreno più delicato  ed  è com­pren­si­bile che vi siano resi­stenze non nell’interesse dei fanatici che coniano e ripeto­no gli slogan dell’odio, ma dei princìpi».

«Con minor fiducia e con maggiori riserve»  –  continua il Pasolini Zanelli  –  «va conside­rato un ter­zo tipo di misure: quelle che fan­no di­ven­tare reato, punibile addirit­tura col carce­re, il misconosci­mento di fatti storici. Il fine è di impe­di­re la propaga­zione di tesi aberranti quali l’af­fer­mazione che i campi di sterminio come Auschwitz “non sono mai esistiti”. Si tratta di un’as­sur­dità parago­na­bi­le alla convinzione, tuttora propalata in Inghilterra, che la terra sia piatta e che, pertanto, le circumnavi­gazioni ed i voli transcontinentali non siano mai avve­nu­ti e il lancio in orbita di satelliti artificiali sia impossibile perché non è possibile che ci siano orbite [la retorica della similitudine è stra­tagemma emo­zio­nale tra i più diffusi]. La negazione dell’e­vi­denza, in sé, non do­vreb­be essere reato. Eppure leggi speciali contro chi nega che sia mai avve­nu­to un Olocausto sono nei co­di­ci di paesi civili come la Francia, la Gran Bretagna, il Cana­da; an­che se altri paesi altrettanto civili come l’America e l’Italia non li conoscono. Divise come sono le opinioni, la Ger­mania non pote­va, per mo­ti­vi insie­me di conve­nienza [il fine giu­sti­fi­ca i mezzi? inaudito, in una democra­zia!] e di coscienza [l’eter­no virtuosismo democratico!], che schie­rar­si coi più severi. Che queste leggi abbiano effet­ti rimane dubbio. Esiste il rischio che le “opinioni” [notare le virgolette!] proibite continuino a circolare in clandestini­tà, con uguale insi­sten­za e senza più i freni imposti dalla decenza e dalla “credibilità” delle opinioni scritte. Ma è un rischio per domani: lo stato d’assedio è oggi».

Ringraziando il demoliberale per la bruta chiarezza, gli contrapponiamo non solo lo splen­di­do motto rivoluzionario «Diese Repu­blik heißt Niederlage, Il nome di questa Repub­bli­ca è Sconfit­ta», ma anche lo splendi­do e altrettan­to sferzante Brian Sörensen: «Wer dem Un­rechtssta­at BRD scha­det, dient dem deut­schen Volk, Chi ope­ra a danno della Re­pubblica Federale Te­desca, Sta­to ille­gitti­mo, arbitrario e privo di diritto, serve la causa del popolo tedesco». 34

Nel 1995 il servilismo dei demofantocci e l’odio verso il proprio popolo trovano infatti l’apo­geo nell’isteria liberazionista che annuncia i festeggia­menti per l’8 Maggio, Tag der Befreiung e Glorioso Cinquantenna­le del­la Resa. Sem­plicemente im­possibile da commentare è l’azione del mu­nicipio di Darmstadt – città massacra­ta da 36 area bom­bing che an­nien­tano il centro storico e 13.000 abi­tan­ti, un nono della popolazio­ne – che il 26 marzo fa sfi­la­re per le strade una jeep con alcuni GI’s che lan­cia­no alla folla, come allora, chewing gum, caramelle e cioccolato (in Italia, similare abiezione viene inscenata dal municipio di Imola e, il 9 settembre 2003, da quello di Salerno, festeggiante i sessant’anni dello sbarco «liberatorio»). Il 20 aprile la municipa­lità di Norimberga – città devastata da 59 area bombing – invita ad accorrere al con­certo in ringrazia­mento per la «Be­freiung der Stadt vom Naziterror, liberazio­ne della città dal terrore nazista» sul luogo «dove il 20 aprile 1945 alle 18.30 il comandante della 3a Divisio­ne america­na presenziò alla vittoriosa parata delle sue truppe». Sotto lo sguardo sardo­ni­co del Liberatori, sul manifesto cam­peggia un «4+1»: «Cin­que bande mu­sicali da USA, CSI, Gran Breta­gna, Francia e Germania dan­no un segno» (sot­tinteso: un segno con­tro il nazio­nali­smo e pro-società multiraz­ziale). Ogni dissenso viene schiacciato: centinaia di giovani vengono «preventiva­mente» arrestati, centinaia di abitazioni perquisite, «materiale di propaganda» sequestrato; in particolare, a Norimberga, un pericolosissi­mo cartel­lo che affer­ma: «Basta con la balla della liberazione».

Il 25 aprile alle ore 20, a Monaco nella Odeonplatz, sulla piattaforma della dissa­crata Feld­herrnhal­le, l’evento più tragico, protagoni­sta il settantacin­quenne Rein­hold Elst­ner.

Estrema pro­testa contro lo Sfacelo, l’anti­co soldato si cosparge di benzina e si dà fuoco, assoluto in silenzio e dignità. Sentenza di morte per l’Abie­zione bon­nia­na, ecco l’ulti­mo ap­pello, tradotto integralmente, con i versi di Schiller a chiusura:

«Popolo tedesco in Germania, in Austria, in Svizze­ra e in tutto il mondo, sveglia­ti finalmente! Basta con cinquant’anni d’infinite calunnie, di o­diose incessanti men­zo­gne, di diffama­zio­ne di un intero popolo! Basta con cinquant’anni di mostruo­se ingiurie contro i soldati tedeschi, d’incessanti miliardari ricatti di una democrazia che, degenere, incita all’odio! Basta con cinquant’anni di vendetta sionista, di men­tita giustizia! Basta, soprattutto, con cinquant’anni di lacerazione delle famiglie ad opera dell’infame vilipendio dei padri e dei nonni! Quanto si rovescerà sul nostro popolo, immane cascata di menzogna, nell’Anno del Giubileo, lo si può solo immaginare. A settantacinque anni non posso più fare molto, e tuttavia col mio rogo voglio accende­re un chiaro segnale di coscienza. E quand’anche un solo tedesco giungesse a co­scien­za e trovasse la via della verità, allora il mio sacrificio non sarà stato vano. Non mi è rimasto altro mezzo, dopo che in cinquant’anni è morta ogni speranza che si affer­masse l’umana ragione. In quanto profu­ghi, speriamo soprattutto che ci venga data la stessa possibilità che agli israelia­ni: tornare “a casa” dopo duemila anni, senza proscrizione! Dov’era quella democrati­ca parità di diritti che ci era stata promessa, quando già nel 1919 milioni di tedeschi sono stati cacciati dalle loro terre? Ancor oggi portiamo questo fardel­lo, ma delle sue pesanti conseguenze siamo noi ad essere colpevoli! No, dobbiamo finirla! Sono un tedesco dei Sudeti, mia nonna era ceca, e per parte sua avevo parenti cechi ed ebrei, una parte dei quali è passata per i campi di Buchenwald-Dora e The­re­sien­stadt. Non sono mai stato iscritto alla NSDAP, e neppure ho mai fatto parte di una qualsiasi organizzazione nazionalsocialista. Coi nostri parenti non tedeschi abbia­mo sempre avuto ottimi rapporti: ci scambiavamo le visite, ci prestavamo reciproco aiu­to.

«In tempo di guerra Ostarbeiter e prigionieri di guerra francesi hanno lavorato nel nostro negozio di alimentari e nel nostro panificio. Tut­to si svolse nella massima correttezza, sicché il negozio non fu mai saccheggiato e fu sempre, dall’arrivo dei francesi e fino al loro rimpatrio, guardato da una sola persona. Il 10 maggio [1945] abbiamo accolto i nostri parenti già detenuti nei campi di concentramento. L’anima di questi atti di solidarietà fu un mio zio ebreo di Praga, che con orrore aveva assisti­to alla carneficina dei tedeschi nella sua città. E l’orrore può esserci soltanto laddove fino a quel momento non si è mai provato nul­la di simile. Ho militato nell’esercito della Grande Germania, fin dal primo giorno sul fronte orientale, sempre e solo all’Est; in seguito sono rimasto all’Est diversi altri anni da prigio­niero, occupato nelle riparazioni di guerra. La Notte dei Cristalli del 1938 è rimasta scolpita nella mia memoria, perché nei pressi della sinagoga avevo incontrato una mia compagna di università in lacrime, ebrea. Ma rimasi altrettanto impressionato quando in seguito, in Russia, vidi le chiese profanate: vi erano pecore che belavano, maiali che grugnivano, macchinari che face­vano un gran fracasso; mas­simo della profanazione, le chiese erano state trasformate in mostre di ateismo. E tutto avveniva con la complicità e la collabora­zione più che attiva degli ebrei. Tra gli individui che, stretti collaboratori di Stalin, facevano parte dei grandi massacrato­ri, i più feroci furono la cricca dei Kagano­vic: sei fratelli e una sorella. In confronto a loro, i presunti criminali SS furono inoffensivi.

«Dopo il “ritorno in patria” dalla prigionia (quale beffa per un profugo!), venni a sapere ciò che era accaduto nei campi di concentramento, ma senza che mai mi ve­nis­se detta una parola sulle camere a gas e sulle gassazioni. Al contrario, venni a sapere di Theresienstadt e di Buchen­wald-Dora: vi erano perfino dei bordelli per i prigionieri. Questo sapemmo allora! Poi, al processo per Auschwitz, e perciò non solo a Norim­berga, il signor Broszat dell’Istituto di Storia Contempora­nea dichiarò che quei sei milioni erano un numero simbolico e che non c’era prova alcuna degli stermini di massa, nemmeno di quelli col gas, nei campi di concentramento situati nel Reich. 35

«Ciononostante a Buchenwald, Dachau, Mauthausen, etc. ci vennero mo­stra­ti nei decenni successivi i mai esistiti edifici adibiti alle gassazioni. Menzogne, null’altro che menzogne, sempre e solo menzo­gne fino ad oggi! Questo mi fu chiaro solo in seguito, quando lessi dozzine di opere edite nel dopo­guer­ra, soprattutto quelle di autori ebrei e antifascisti. Inoltre, da più di due anni fui ricoverato all’ospedale militare di Porchow, dove già nel primo inverno, a causa dei pidocchi, era insorto il pericolo d’una epidemia di tifo petecchia­le, cosicché gli ospe­da­li militari e gli alloggia­men­ti delle truppe venivano disinfestati col “gas usato nei campi di concentramento”. Sebbene non facessi parte del personale adibito alla disin­fe­stazione, venni a conoscere le rigide misure da usare per l’impiego del gas, cosic­ché tutti i libri sui campi di concentramen­to letti finora, con le loro affermazio­ni sul­le gassazio­ni avvenute nel Reich, devono essere confinati nel regno delle favole.

«Que­sto certamente è il motivo per cui dopo il 1945 si è “venuti a cono­scenza per via giu­di­ziaria” di tutti i rapporti sui campi di concentramento, per la qual cosa viene vietata ogni discussione. Ma anche in questo caso le menzogne hanno le gambe corte. Ciò che fa specie è il fatto che, svanite le “camere a gas” nei campi all’interno del Reich, nessuno si sia chiesto che fine abbiano fatto i “gassati”. Nel 1988 la seconda rete televisiva tedesca trasmise nel programma Kennzeichen J un reportage su Babi Yar, nel quale si documentava che 36.000 ebrei erano stati uccisi sotto una montagna di terra fatta saltare (ovviamente) dalle SS. Nel 1991 la moglie del dottor Kayser, di Monaco, produsse un altro reportage proprio su Babi Yar, ma sostenendo che i 36.000 ebrei erano stati uccisi in una profonda fossa e poi bruciati. Per ulteriori notizie si rimandava a una libreria di Costanza che vendeva La Shoah di Babi Yar. Il giorno che uscì il libro, la televisione trasmise un servizio da Kiev, dove una commissione di ucraini aveva esaminato circa 180.000 cadaveri, che ri­sultarono poi essere tutti vittime di Stalin: dell’eccidio, i tedeschi non avevano responsabilità alcuna. Ma dappertutto nel mondo si erigono monumenti in ricordo di Babi Yar, e i colpevoli sono sempre i tedeschi. Dopo che, secondo il signor Broszat, ci hanno mentito su dozzine di campi all’interno del Reich, non presto più fede alle storie e alle favole sui campi in Polonia, che erano semplici campi di concentramento, comun­que vengano oggi definiti. 36

«Egualmente, non credo più alle prediche del dopoguerra, secondo le quali noi tedeschi saremmo una nazione smaniosa di guerra. Al contrario, la Germania ha sempre man­tenuto la pace dal 1871 al 1914, mentre la Francia e l’Inghilterra, le meravigliose democrazie, conquistava­no la maggior parte dell’Africa e ampliavano le loro colonie in Asia. Gli USA guerreggiava­no contro Spagna e Messico, la Russia contro Turchia e Giappone. Particolar­mente cinici giudico gli USA: ci hanno aggredito due volte, per renderci democratici. Quegli stessi USA sterminarono sistematica­mente i pelliros­sa, e ancora oggi trattano i negri come uomini di seconda classe. Non solo tra i miei parenti, ma anche in Russia ho conosciuto ebrei cortesi e pronti all’aiuto. Così è stato a Gorki, ove una dottoressa ebrea ha curato i miei malanni agli occhi e la mia pleurite. Ma ho anche sentito parlare molto male di que­sta razza. Ad esempio, Churchill ha scritto sul London Sunday Herald dell’8 febbraio 1920: “Dai tempi di Spartacus Weishaupt, passando per Marx, Trockij, Bela Kun, Rosa Luxemburg ed Emma Goldman, s’accresce con­ti­nuamente que­sto complotto pla­netario che cerca di distruggere la civiltà e di riorganizzare la società sulla base di un’invidia sempre maggiore e di un’impossibile uguaglianza […] Nell’Otto­cento tale complotto animò la sovversione; oggi questa banda di strani personaggi prove­nienti dai bassofondi delle metropoli europee e americane ha preso per i capelli il popolo russo, facendosi guida incontrastata di questo potente impero. Non serve ingi­gantire il ruolo che questi ebrei internazionali, atei per la maggior parte, hanno avuto nello sviluppo del bolscevi­smo”. 37

«Si potrebbe davvero citare un tale insignito del Karls­preis [premio per l’attività svolta in favore dell’unificazione europea, che fu conferito anche a Churchill]! Inoltre, scrisse un certo Samuel Johnson nel Settecento: “Non so cosa sia da temere di più, se strade piene di soldati usi al saccheggio o soffitte piene di scribacchini usi alla menzogna”. Oggi, dopo il 1918 e il 1945, noi tedeschi do­vremmo sapere ciò che c’è da teme­re di più! Animo saldo in grande dolo­re / aiuto, dove piange l’innocente / eternità del giuramento / verità nei confronti dell’amico e del nemico / orgoglio virile davanti ai troni. / Fratelli, valgano il grido ed il sangue: / il merito abbia i suoi onori, / rovina vada al nido della frode. Nido di Menzogne: Ignatz Bubis [l’allora presidente dello Zentralrat der Juden in Deutschland] e compagni».

Quindici giorni dopo, mentre la polizia imperversa impedendo la deposizio­ne di corone e fiori sul luogo del rogo di Elstner arrestando i recalci­tranti (un anno dopo, per aver pubblicato, peraltro senza commentarla, l’ultima lettera di Elstner, sequestrata dalle autorità, l’editore del Zirkelbrief der Notverwaltung des Deutschen Ostens “Lettera circolare dell’ammini­strazione d’emergenza dell’Est tedesco” viene condan­nato a 9600 marchi d’ammenda per Volksverhetzung), l’impareggiabile Elie Wiesel svolazza sulle Stuttgarter Nach­richten, dichiarando che, malgrado l’e­si­stenza di leggi ade­gua­te, in Germania man­ca il «clima» per una lotta a tutto cam­po con­tro i «neonazisti»: «È necessario crea­re un ambiente che renda im­possibile l’esi­stenza di questa gente».

In effetti nel 1997, rileva Günter Zehm su Junge Freiheit 10 aprile 1998, contro i 781 processi per atti di violenza politica, saranno aperti «soltanto» 7949 processi per Volksver­he­tzung: migliaia di esistenze incarcerate o rovinate, con un numero di detenuti per motivi di opinione («Propagandadelikte», li chiama il doublespeak sistemico) più elevato di quelli messi dietro le sbarre negli ultimi anni della DDR. E ciò per avere «negato» qualcosa, «minimizzato» qual­cos’al­tro, «pubblica­mente non creduto» a certe altre cifre, dubitato di «testimo­nianze», conside­rato qualche evento «non un fatto d’impor­tanza storica, ma un dettaglio», fischiettato un «inno vietato», «ostentato» un simbolo infernale. Similmente, il rapporto verfas­sungs­schutz.de dell’Ufficio Federale per la Pro-tezione della Costituzione, integrato dal periodico Innere Sicherheit “Sicurezza interna” n.3/1998 del ministero federale degli Interni basato sui dati del Bundeskriminalamt al 4 febbraio 1998, informerà che per «Propa­ganda­de­likten» – compresa la semplice deten­zione a casa propria di più copie di opere incriminate/indi­ziate, «prova» di una volontà o di una pro­pensione a diffonderle prima o poi! – sono state condannati 2083 nonconformi nel 1994, 1601 nel 1995, 5635 nel 1996 e 7888 nel 1997, per un totale di 17.207 delitti di pensiero/e­spressione in quattro anni: aggiungendo il 1998, le condanne penali salgo­no, in cinque anni, a 26.845.

«Quanto ai procedimenti giudiziari contro gli stessi nonconformi, l’indomito Germar Rudolf riporta in «VffG» n.2/2000: 5562 nel 1994, 6555 nel 1995, 7585 nel 1996, 10.257 nel 1997, 9549 nel 1998 e 8698 nel 1999, per un totale di 48.206 in sei anni; basandosi sull’edizione 2004 del suddetto rapporto del BFS, Rudolf (XX) aggiunge poi 13.863 processi per il 2000, 8874 per il 2001, 9807 per il 2002 e 9692 per il 2003, con un totale quindi, nel decennio 1994-2003, di 90.395 processi a carico di «estremisti di destra», incriminati per «diffusione di propaganda e uso di contrassegni di organiz­zazioni incostituziona­li» e Volksverhetzung, cioè per «crimini» soggettivi, inesistenti per il diritto internazio­nale e che solo si possono configurare quali crimini di opinione e cioè, data l’intrin­se­ca natura espressiva delle opinioni, che se non espresse non esisterebbero oggettivamente, quali crimini di pensiero (al contempo, i «crimini di pensiero» dovuti all’estremismo di sinistra, qualificati come «altri crimini», totalizzano 6397 processi, mentre quelli dovuti a «stranieri», essenzialmente infrazioni alla legge sulle associazioni come per il partito curdo PKK, sono 8886).

Inoltre, tornando alla Donnola, Wiesel espri­me «profondo rammarico perché alla sessio­ne del Bun­des­tag avvenuta l’8 maggio scorso non è stato chie­sto perdono, a nome del popolo tedesco, a tutti gli ebrei del mondo». A lui ha implici­ta­mente ribattuto fin dal 1993 Alain-Gérard Sla­ma in L’angélisme exterminateur – Essai sur l’ordre moral contemporain: «Nessuna e­poca è stata tanto prospera né, in linea di principio, libera come la nostra; nessuna è stata così conformista […] Mai i cittadini delle nazioni democra­ti­che hanno tanto esaltato l’individuo, la vita privata, la “società civile”. Mai i diritti dell’uomo sono stati così ampiamente ricono­sciuti. Mai tuttavia, neppure al tempo in cui vigeva l’Or­dine mora­le, lo spirito e i costumi sono stati soggetti ad una pressione così costan­te. Mai le opinioni e i com­por­ta­menti sono stati a tal punto condizionati dai pre­giu­dizi. Mai l’apparato tecnico di propagan­da e sorveglianza è stato, se non più co­strit­ti­vo, quanto­meno più subdolo. Mai, in ter­ra democratica, l’estensione del con­trollo sociale è stata accolta con una così cupa rassegnazione. Né mai il potere si è trovato di fronte una o­pinione pubblica più inaffer­rabile, più flaccida. La virtù del­l’in­dignazione sembra essere evaporata assieme alla capacità di scegliere. Il gregge po­trebbe essere mag­gior­mente asservito. Ma non potrebbe essere più gregge di così».

[…]

E non ci si permetta di sorridere, tantomeno di sogghignare! Gli Arruolati devono infatti godere di uno sta­tuto che li pone al di sopra dei comuni mortali, punendo il Siste­ma non solo le «offe­se» e gli «at­tac­chi del­l’odio» nei loro confronti, ma anche ogni sem­plice critica al filosofa­re­/agi­re di «una minoranza reli­giosa pacifica e indife­sa» (l’azzardata defini­zio­ne è dell’eletto Cesare Segre). Dovrebbe essere comun­que ov­via la legitti­mi­tà, per chi lo voglia e ivi compresi i «peggiori elementi del nostro tempo» (Victor Farías), di dichia­rar­si almeno «non-filosemi­ta», tanto più ricevendo conforto dalla proverbiale argu­zia ebraica: «An anti-Semite is someone who hates Jews more than necessary, Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario»… laddove quindi, se non il superfluo, il «necessa­rio» è ammesso. E comunque, che il Sistema tenti di crimina­lizzare ogni posi­zione – politi­ca certo, ma ancor prima in­tellettuale – non allineata alla vulga­ta del «semiti­smo» seque­strando libri e periodi­ci, impedendo l’accesso alle fonti docu­menta­rie, devastan­do le abitazioni, in­flig­gendo carcere pluriennale e ammende milio­narie per delitto di pensiero, trincerandosi dietro virtuosi e criminali pretesti… tutto ciò non ci meraviglia affatto, essendo solo segno del crescente terrore provato dai suoi manu­ten­goli. Terro­re per la libertà, intellettuale ma ancor prima morale, dei suoi critici. Volontà di annientare quella «abitudine a discutere, a non dare nulla per scontato, a problema­tizzare, a dimostrare o contestare facendo uso della razionalità» pretesa, per i fini suoi propri e della sua gente, dall’«italico» giornalista Stefano Jesurum.

In passato sono stati anatemiz­zati interi popoli – etei, gir­ga­sei, amorrei, cananei, ferezei, evei, gebusei e cento altri – scan­nati i dubbio­si della divi­ni­tà dell’Unto, bac­chettati gli increduli della verginità della Madre, brucia­te sui roghi le streghe, decapi­tati gli untori, massa­crati gli scettici del Sabato di Tutti i Sabati, annientati gli increduli e i perplessi – i semplici perplessi, per Dio! – del Ra­dioso Av­ve­ni­re. Oggi il Sistema, per santificare un tabù (è però ben vero che si tratta del Tabù Fon­dante) ed evitare psicoturbe ai sudditi – ma se fosse così certa l’Olorealtà, non si squalificherebbero forse da sé i contesta­to­ri, sostenendo tesi talmente as­surde? oc­cor­rerebbero deliranti pretesti quali il «vilipendio della memoria dei morti», la «pro­vocazione nei confronti dei familiari delle vittime dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi dal regime nazista», l’«offesa al rispetto dei buoni costu­mi», la «sobil­la­zione del popo­lo» e l’«inci­tamento all’odio razziale»? – devasta e saccheggia uffici e private abitazioni, devasta e sequestra private biblioteche, asporta libri quali «corpi di reato» o «materiale utile alle indagini» (come detto, in Terra Rieducata è ammessa in fami­glia, e contando i soli adul­ti, la detenzione di un solo esempla­re a testa del­le opere incriminate), seque­stra apparecchiature di composizione e stam­pa, mette all’in­dice e sequestra libri e pubblicazioni presso librerie e case edi­tri­ci (le decisioni dei «servizi», primo dei quali il Bundesver­fas­sungs­schutz, non rice­vono pubbli­cità: gli autori vengo­no incriminati e i volumi – come detto, fino al 2002 oltre 10.000 – distrutti nel più kafkiano silenzio massmediale e nella più totale ignoranza da parte dei demosudditi), minaccia più o meno apertamen­te i semplici ti­po­grafi e stampatori di opere «non conformi», viola il segreto epi­sto­lare e telefoni­co, blocca versamenti po­sta­li, sequestra conti bancari, requisisce la corrispon­denza, in­fie­risce con licenzia­menti da uffici pubblici e privati, con anni di carcere e pene pecu­niarie, nega la possi­bi­li­tà del riesa­me di fatti stori­ci, impedisce ogni tentati­vo di difesa. Bru­ciac­chia insom­ma chiun­que pretenda, ar­mato di razioci­nio e onestà in­tel­lettuale, di indaga­re la fonda­tezza di una tesi ideostori­ca. Bestem­mian­do, questo è vero, il Filo Diretto con l’Al­tis­simo, il Mo­no­po­lio del Dolo­re e la Psi­copo­lizia.

E con ciò mi congedo, ricordandoLe di non perdere l’appuntamento finale con la Ventesima.

Cuveglio, 13 novembre 2012

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