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Nov 12

0053- Intervista di Gianluca Virgilio a Carlo Mattogno

INTERVISTA DI GIANLUCA VIRGILIO A

CARLO MATTOGNO

D. – Lei si considera uno storico revisionista; ha collaborato con riviste e scritto libri di contenuto revisionista. Che cos’è per Lei il “revisionismo”?

R. – Il revisionismo è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica ordinariamente applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria.

D. – Ciò significa che le centinaia di storici che dalla fine della seconda guerra mondiale si sono occupati dello studio dell’Olocausto non hanno adottato una metodologia storiografica scientifica?

R. – Questo è anche il giudizio di Jean-Claude Pressac, il massimo storico ufficiale del campo di Auschwitz, il quale ha definito la storiografia precedente “una storia basata in massima parte su testimonianze raccolte secondo l’umore del momento, troncate per formare verità arbitrarie e cosparsa di pochi documenti tedeschi di valore disparato e senza connessione reciproca” ( j.C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers. New York 1989, p. 264.)

D. – La realtà storica dell’Olocausto è stata dimostrata al processo di Norimberga e nelle decine di processi celebrati successivamente contro i criminali di guerra nazisti. Che cosa ha da dire al riguardo?

R. – Sarebbe ingenuo credere che questi processi, in cui i vincitori giudicarono i vinti, mirassero all’accertamento della verità storica. Si trattò invece di processi politici che in fondo non si discostano troppo da quelli staliniani. In effetti, come dichiarò il Procuratore generale degli Stati Uniti nell’udienza del 26 Luglio 1946 del processo di Norimberga, il Tribunale militare internazionale costituiva semplicemente “una continuazione degli sforzi bellici delle Nazioni Alleate” contro la Germania, con la quale si trovavano “tecnicamente ancora in stato di guerra” , sebbene le istituzioni politiche e militari del nemico fossero infrante.( Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem Internationalen Militargerichtshof. Nurnberg, 14. November 1945 – I. Oktober 1946. Veróffentlicht in Nurnberg, Deutschland, 1949, vol. XIX, p. 440 (d’ora in avanti: IMG). A Norimberga, rileva lo storico inglese A.J.P. Taylor,

i documenti furono scelti non soltanto per dimostrare la colpevolezza degli uomini allora sotto processo, ma anche per nascondere la colpevolezza delle potenze accusatrici” .

La colpevolezza degli imputati era dunque presupposta a priori:

“Il verdetto precedette il processo e i documenti furono addotti per sostenere una conclusione già stabilita,( A.J.P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale. Bari, 1975, p, 37. 7 IMG, vol.I, p. 16.)

Per giungere più facilmente alla conclusione Prestabilita, furono creati per l’occasione nuovi strumenti giuridici aberranti, come gli articoli 19 e 21 dello Statuto di Londra dell’8 Agosto 1945, i quali sancivano che il Tribunale di Norimberga non era legato alle regole della dimostrazione e che non doveva richiedere la prova dei “fatti generalmente noti” (IMG,vol. I pagina 16). In pratica questi articoli autorizzavano gli accusatori a riferire come fatti certi le storie più assurde – come la distruzione quasi istantanea di un villaggio sperimentale con 20.000 Ebrei nei pressi di Auschwitz per mezzo di una nuova “sostanza distruttiva” (Zerstorungsstoff) tedesca – o a mentire, come nel caso del massacro di Katyn perpetrato dai Sovietici, che fu attribuito spudoratamente ai Tedeschi ( articolo dedicato: http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/12/la-menzogna-e-falsificazione-come-prassi-lieberale-e-comunis.html) [ Questa storia fu raccontata dal Procuratore generale degli Stati Uniti Justice Jackson nell’udienza del 21 Giugno 1946 [IMG, voi.XVI, p. 5801. Carlos Whitlock Porter, nel libro Made in Russia. The Holocaust (Historical Review Press, 1988), ha raccolto una grande quantità di queste storie, che vi si possono leggere in fotocopie delle relative pagine degli atti del processo di Norimberga (edizione americana) ]. I Sovietici non si limitarono alla semplice affermazione della menzogna di Katyn, ma addussero a sostegno di essa “più di cento testimoni“, “perizie medico-legali” e “documenti e elementi di prova“, tutti rigorosamente falsi.IMG, vol.VII, p. 470.
Inoltre i difensori dovettero scegliere i documenti della difesa tra quelli preselezionati dagli accusatori al solo scopo di dimostrare la colpevolezza degli imputati.

D. – Partiamo dal principio. Lei nega che sia mai esistito un ordine di Hitler o dei suoi gerarchi che diede il via allo sterminio degli Ebrei. Ha anche contestato l’autenticità del verbale della conferenza di Wannsee del 20 Gennaio 1942, in cui fu comunicata la decisione dello sterniinio.

R. – Riguardo al primo punto posso addurre due argomentazioni fondamentali.Anzitutto, non esistono documenti né su un ordine né su un piano generale di sterminio degli Ebrei  europei. La vecchia spiegazione della storiografia ufficiale secondo la quale tali documenti non esistono perché gli ordini furono impartiti verbalmente e i pochi documenti esistenti furono distrutti dai nazisti, è stata spazzata via da un lato dalla corrente intenzionalista della storiografia ufficiale, dall’altro dagli studi di Jean-Claude Pressac. I funzionalisti negano il concetto stesso di decisione e ordine come atti determinati e riconducono la genesi del processo che avrebbe portato all’Olocausto a un concorso di forze e tendenze varie e contrastanti che si cristallizzarono intorno al Fuehrer come figura carismatica e legittimatrice; all’ordine specifico di sterminio, qui subentra un semplice “cenno della testa” di Hitler. Martin Broszat, defunto ex direttore dell’Institut fur Zeitgeschichte di Monaco, è giunto coerentemente alla conclusione che

“Hitler non prese nessuna decisione definitiva e non diede mai un ordine generale per la soluzione finale”,

come rileva Christopher R.Browning (Colloque de l’Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales, L’Allemagne nazie elle génocide juif. Gallimard-Le Seuil, 1985, p. 191.). Gli archivi della Bauleitung [direzione delle costruzioni] di Auschwitz, l’ufficio responsabile della progettazione e della costruzione, tra l’altro, dei crematori e delle presunte camere a gas di Birkenau, caddero ” intatti” nelle mani dei Sovietici; tuttavia in questi archivi (di cui circa 80.000 documenti sono conservati a Mosca), che sono stati esaminati da Pressac, non esiste un solo documento relativo ad un ordine generale o ad un piano di sterminio ebraico. In secondo luogo, la politica nazista di emigrazione ebraica, perseguita con grande risolutezza fino al 23 Ottobre 1941, data in cui l’emigrazione fu proibita , contraddice apertamente l’esistenza di una volontà e ancor più di un piano generale di sterminio. Lo storico Christopher R. Browning rileva al riguardo:

“Gli sforzi degli specialisti nazisti della questione ebraica per promuovere l’emigrazione, e i loro piani di reinsediamento in massa, non erano solo tollerati, ma anche incoraggiati da Hitler. E’ difficile conciliare questo comportamento coll’ipotesi di una intenzione omicida da lungo tempo covata nei confronti degli Ebrei occidentali “.

Browning conclude perentoriamente che “la politica ebraica attuata dai nazisti fino al 1941 non giustifica la tesi secondo la quale esisteva da molto tempo una volontà ben determinata di liquidare gli Ebrei europei “. Ma qui sorge un altro problema che la storiografia ufficiale ha lasciato insoluto. Spazzata via la vecchia spiegazione, la motivazione della decisione del Fuehrerbefehl [ordine del Fuehrer] resta misteriosa e incomprensibile: si avrebbe un Hitler che, dopo aver perseguito nei confronti degli Ebrei fino all’Ottobre del 1941 una politica di emigrazione e di reinsediamento, improvvisamente, senza una ragione plausibile, decide di sterminare gli Ebrei europei, indi si affretta a comunicare la sua decisione alle autorità interessate mediante la conferenza di Wannsee, che era stata programmata originariamente il 9 Dicembre 1941. Il significato effettivo del protocollo di Wannsee – di cui non ho mai negato l’autenticità – appare evidente se si legge il testo integralmente e se lo si colloca nel suo contesto storico, norme metodologiche elementari che la storiografia ufficiale ha quasi sempre disdegnato. In questo documento Heydrich, capo della Polizia di Sicurezza e del Servizio di Sicurezza, riassume anzitutto le tappe fondamentali della politica ebraica nazista e rileva che fino al 31 Ottobre 1941,nonostante varie difficoltà, il governo del Reich era riuscito a far emigrare circa 537.000 Ebrei dal Vecchio Reich, dall’Austria e dal Protettorato di Boemia e Moravia.

“Frattanto – continua il protocollo – il Reichsfuehrer SS e Capo della Polizia tedesca [Himmler], in considerazione dei pericoli di una emigrazione durante la guerra e in considerazione delle possibilità dell’Est, ha proibito l’emigrazione degli Ebrei. Alla emigrazione, come ulteriore possibilità di soluzione, previa autorizzazione del Fuehrer, è ormai subentrata l’evacuazione degli Ebrei all’Est. Queste operazioni vanno tuttavia considerate unicamente delle soluzioni di ripiego (Ausweichmoglichkeiten), in cui vengono raccolte quelle esperienze pratiche che assumono grande importanza per la futura soluzione finale del problema ebraico.

Una lettera informativa del Ministero degli Esteri del 10 Febbraio 1942 spiega senza ombra di dubbi il significato della conferenza di Wannsee:

“Nell’Agosto dei 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica (zur Endlosung der Judenfrage) elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, nel trattato di pace, si doveva esigere dalla Francia l’isola di Madagascar, ma l’esecuzione pratica del compito doveva essere affidata all’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich. Conformemente a questo piano, il Gruppenfuehrer Heydrich è stato incaricato dal Fuehrer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa. La guerra contro l’Unione Sovietica ha frattanto consentito di disporre di altri territori per la soluzione finale. Di conseguenza il Fuehrer ha deciso che gli Ebrei non devono essere espulsi nel Madagascar, ma all’Est. Perciò il Madagascar non deve più essere previsto per la soluzione finale (Madagaskar braucht nuthin nicht mehr fur die Endlósung vorgesehen werden 15 NG-5770.)”.

Questo documento chiarisce inoltre inequivocabilmente che la famigerata “soluzione finale” non era altro che un piano di reinsediamento.Vedi al riguardo il cap. Il ( La “soluzione finale “: leggenda e realtà, pp.4-109 del mio libro La soluzione finale. Problemi e polemiche. Edizioni di Ar, 1991.). Qualche anno fa lo storico israeliano Yehuda Bauer ha inferto il colpo di grazia all’interpretazione tradizionale della storiografia ufficiale definendola una “silly story“, una storia sciocca come scritto nel Canadian Jewish News, 30 Gennaio 1992, citato in: Revue d’Histoire Révisionniste, n.6, Maggio 1992, p. 158.l. Ma già in precedenza, come rileva S. Friedlander, il funzionalista Hans Mommsen era giunto alla conclusione che “la conferenza di Wannsee non rappresenta la discussione di un piano di sterminio” (L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit., p. 24). Più recentemente,Jean-Claude Pressac ha overkilled tale interpretazione scrivendo:

“Il 20 Gennaio 1942 si teneva a Berlino la conferenza detta di Wannsee. Se un’azione per “ricacciare indietro” gli Ebrei verso l’Est fu certo prevista, con l’evocazione di un’eliminazione “naturale” attraverso il lavoro, nessuno parlò allora di liquidazione industriale. Nei giomi e nelle settimane che seguirono, la Bauleitung di Auschwitz non ricevette un richiamo, un telegramma, una lettera che reclamassero lo studio di una installazione adatta a questo scopo” (Jean-Claude Pressac, Le macchine dello sterminio.Auschwitz 1941-1945).

D – Sul fronte orientale agirono i famigerati Einsatzgruppen, il cui scopo era il rastrellamento e lo sterminio degli Ebrei nei territori appena conquistati dalla Wehrmacht. Di questi massacri esiste una documentazione originale dell’epoca.

R. – Il revisionismo non nega che durante la seconda guerra mondiale siano stati perpetrati massacri tra gli Ebrei orientali, come tra la popolazione civile sovietica, bensì che ci sia stato un piano preordinato di sterminio in massa di tutti gli Ebrei europei in quanto Ebrei elaborato dal governo del Reich e attuato in appositi “campi di sterminio” mediante apposite “camere a gas”. Per quanto riguarda l’attività degli Einsatzgruppen, gli sviluppi più recenti della storiografia ufficiale hanno condotto ai seguenti punti fermi:

1. Lo sterminio degli Ebrei non rientrava nei compiti istituzionali degli Einsatzgruppen, come rileva lo storico ebreo Arno J.Mayer:

“Quando erano partiti per la loro missione, agli Einsatzgruppen e all’RSHA non era stato assegnato come compito principale, e tanto meno unico, quello di sterininare gli Ebrei”, (A.J. Mayer, Soluzione finale. Mondadori, 1990,p. 277.20).

Ciò è pienamente confermato dai fatti. Alfred Streim, magistrato della Zentrale Stelle di Ludwigsburg e storico, rileva che gli Einsatzgruppen nel Luglio e Agosto 1941

“comunicarono l’ istituzione di ghetti e la registrazione degli Ebrei ‘secondo gli ordini“‘

e sottolinea che

ghettizzazione e registrazione non parlano a favore dello sterminio, ma della conservazione” ,(Der Mord an den Juden im zweiten weltkrieg.Herausgegeben von E.Jáckel und Júrgen Rohwer. Stuttgart, 1985, p. 114.).

Un importante documento di questo periodo, la Braune Mappe, si apre con queste parole:

“Tutte le misure concernenti la questione ebraica nei territori occupati dell’Est dovranno essere prese coll’idea che dopo la guerra la questione troverà in Europa una soluzione generale”

2. I massacri successivi non furono eseguiti sulla base di un ordine specifico scritto o verbale del governo del Reich. Armo J. Mayer scrive al riguardo che “a quanto si sa, né Heydrich né Hitler né Himmler diffusero mai l’ordine scritto di liquidare questi non combattenti“,(A.J. Mayer, Soluzione finale, op. cit., p. 222.). L’esistenza di un ordine verbale risulta dalle dichiarazioni processuali di Otto Ohlendorf comandante dell‘Einsatzgruppe D, ma Alfred Streim afferma senza mezzi termini che queste dichiarazioni “sono false” (sind falsch), e precisa:

“Al processo contro gli Einsatzgruppen, l’ex capo dell’Einsatzgruppe D poté indurre i suoi coimputati ad abbracciare la linea difensiva da lui fissata richiamando la loro attenzione sul fatto che, se egli aveva eseguito le azioni di sterminio fin dall’inizio ‘per ordine del Fuehrer’, si poteva contare su una sentenza più mite” ,(Der Mord an den Juden im Zweiten Weltkrieg, op. cit., pp. 107-108.) L’Allemagne nazie et le génocide juif, op. cit., p. 198.24.
3. I massacri perpetrati in Unione Sovietica non hanno alcuna relazione con il presunto piano generale di sterminio degli Ebrei europei in quanto Ebrei. Browning afferma in effetti che “la politica ebraica dei nazisti non ne fu trasformata immediatamente. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro”. Egli aggiunge ancora più chiaramente: “L’idea della soluzione finale per gli Ebrei europei si formò attraverso un processo separato e risultò da una decisione distinta,,.
4. Gli Ebrei sovietici subirono massacri non nel quadro di un piano generale di sterminio degli Ebrei europei, né “per il semplice fatto di essere Ebrei“, ma in conseguenza della feroce radicalizzazione della guerra all’Est e come sostenitori del Bolscevismo. Questa è la conclusione cui giunge A r n o J. Mayer, che scrive: “Il massacro degli Ebrei sovietici fu strettamente legato non soltanto alla crescente brutalità della campagna militare, ma anche alla violenza sempre più spietata contro la popolazione civile,,A.J. Mayer, soluzione finale, op. cit,, p. 280. 27 Idem, p. 277.) E ancora: “I politici e politicizzati militanti dell’Operazione Barbarossa si scatenarono contro di essi perché li considerarono i principali artefici del sistema bolscevico e della sua ideologia – e anche perché erano più vulnerabili di altri effettivi o presunti artefici,,.
La veridicità delle cifre delle vittime registrate nei rapporti degli Einsatzgruppen non è mai stata verificata, tranne in un caso, nel corso del processo al feldmaresciallo Erich von Manstein. Le unità di Ohlendorf comunicarono nei loro rapporti di aver ucciso nel Novembre 1942 a Simferopol 10.000 Ebrei. Il difensore dell’imputalo, l’inglese Reinald T. Paget, riuscì a dimostrare con una serie di controprove che all’epoca, a Simferopol, era avvenuta una sola esecuzione di non più di 300 persone, di cui solo una parte erano Ebrei (R.T. Paget, il Manstein. His Campaigns and Trial. ” 1951. Cito dall’edizione tedesca: Manstein. scine Feldziige und sein Prozess. wiesbaden, 1952, p. 199.). Esagerazioni di Ohlendorf o manipolazione di documenti?

D. – Il revisionismo ha voluto portare le sue critiche all’Olocausto sul piano tecnico, ma Jean-Claude Pressac, nel suo recente libro Les crématoires d’Auschwitz (j.C. Pressac, Les crématoires d’Auschwitz. La meschine du meurtre de masse. CNSR Editions, Paris, 1993. Edizione italiana: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit.) ha demolito definitivamente queste critiche proprio sul piano tecnico, ad esempio nella sua accurata descrizione tecnica dei crematori. Che cosa può rispondere a Pressac?

R. – Ho già risposto a Pressac con un libro di 138 pagine pubblicato l’anno scorso negli Stati Uniti: “Auschwitz. The End of a Legend. A Critique of J.C. Pressac” (Institute for Historical Review, 1994), di cui ora è disponibile anche la versione originale italiana: “Auschwitz. Fine di una leggenda” (Edizioni di Ar, 1994) (Articolo http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/10/15/auschwitz-fine-di-una-leggenda-di-carlo-mattogno.html, quindi: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/08/auschwitz-fine-di-una-leggenda.html )

In questo studio ho documentato anzitutto l’incompetenza di Pressac non solo nel campo delle proprietà chimico-fisiche e di impiego a scopo di disinfestazione dello Zyklon B, ma, soprattutto, della struttura e del funzionamento dei forni crematori (Sui forni crernatori di Auschwitz-Birkenau vedi il mio studio tecnico in collaborazione con l’ing. Franco Deana Die Krematoriumsofen von Auschwitz-Birkenau nell’ opera collettiva Grundlagen zur Zeitgeschichte. Ein Handbuch ueber strittige Fragen des 20.Jahrhunderts, Grabert Verlag, Túbingen 1994, pp. 281-320. Quest’opera, che rappresenta il contributo revisionista più importante degli ultimi anni, è stata sequestrata dalla magistratura tedesca il 27 Marzo 1995 per il crimine di … negazione dell’Olocausto! Tutti i collaboratori, compresi quelli stranieri, sono tuttora,Luglio 1995, inquisiti). Le affermazioni di Pressac a questo riguardo sono errate non solo tecnicamente, ma anche storicamente; i disegni tecnici dei forni da lui eseguiti – che tanto impressionano i profani –presentano tutti degli errori strutturali derivanti dalla sua mancanza di conoscenze termotecniche. Le affermazioni di Pressac riguardo alla capacità di cremazione dei crematori di Birkenau non hanno alcun fondamento tecnico; la capacità massima da lui addotta è il quadruplo della capacità massima teorica dei crematori; il consumo di coke per cadavere da lui supposto è invece un quinto del consumo medio effettivo. I crematori di Birkenau furono progettati nell’Agosto 1942, dopo che Himmler, nel corso della sua ispezione del 17 e 18 Luglio, aveva ordinato di aumentare la forza effettiva prevista per il campo di Birkenau da 125. 000 a 200.000 detenuti, e durante una terribile epidemia di tifo che fece strage tra i detenuti . (ma morirono anche alcune SS). La capacità di cremazione pratica di questi crematori – circa 500 cremazioni al giorno su una forza media prevista di 200.000 detenuti – risulta dunque perfettamente adeguata alla nuova situazione, considerato che, nell’Agosto 1942, si registrò una mortalità media di 269 decessi al giorno su una forza effettiva media di circa 35.000 detenuti. Perciò i crematori di Birkenau non furono concepiti con finalità criminali, come del resto ammette esplicitamente anche Pressac riguardo ai crematori II e III ,vedi Auschwitz: Fine di una leggenda, op. cit., pp.13-28..

D. – Pressac dimostra però che questi crematori furono poi trasformati in strumenti di sterminio.
R. – Pressac afferma che i crematori II e III (nei quali sarebbero stati inceneriti il 95% di tutti i cadaveri cremati nei forni) furono progettati e costruiti come normali installazioni igienico-sanitarie, ma, dalla fine del 1942, furono trasformati in strumenti criminali installando nel loro seminterrato camere a gas omicide a Zyklon B; i crematori IV e V, invece, furono progettati e costruiti sin dall’inizio a scopo omicida.

Bisogna dunque credere che la Bauleitung di Auschwitz, destinando 30 muffole (la muffola è la camera di cremazione di un forno crematorio), (crematori II e III) ai normali scopi sanitari del campo e solo 16 (crematori IV e V) a scopo omicida, si attendeva dalla mortalità naturale del campo un quantitativo di decessi notevolmente superiore a quello derivante dal presunto sterminio in massa! Inoltre, dopo la presunta trasformazione criminale dei crematori II e III, le loro sale forni avevano ancora lo stesso numero di forni che era stato previsto per la mortalità naturale dei detenuti, e i ventilatori dei rispettivi Leichenkeller 1 (camere mortuarie seminterrato; per Pressac, le presunte camere a gas omicide) avevano ancora la stessa portata che era stata prevista per una normale camera mortuaria (4.800 metri cubi all’ora, 9,5 ricambi di aria all’ora, contro i 72 ricambi delle camere di disinfestazione a Zyklon B standard modello Degesch-Kreislauf).

Ma allora in che cosa consiste la trasformazione criminale dei crematori?

E come spiegare il fatto che il Leichenkeller 2, il presunto spogliatoio per le vittime, con i suoi 11 ricambi di aria all’ora, era più ventilato della presunta camera a gas omicida ?

D. – Ma Pressac ha addotto prove irrefutabili a sostegno dell’esistenza di camere a gas ad Auschwitz.

R. – Pressac non ha addotto nessuna prova, ma soltanto una serie di bavures (meno che indizi!) alle quali egli attribuisce forzosamente un significato criminale, spesso con argomentazioni apertamente capziose (come ad es. nel caso del termine Normalgaskammer applicato alle camere di disinfestazione – che designa una camera standard Degesch Kreislauf – dal quale egli desume l’esistenza di camere a gas anormali, cioè omicide!). La bavure alla quale Pressac attribuisce molto imprudentemente il valore di ” prova definitiva” dell’esistenza di una camera a gas omicida nel crematorio Il, la lettera della Topf del 2 Marzo 1943, in realtà non dimostra nulla; essa menziona sì degli Anzeigegerate fur Blausaure-Reste [apparati di rilevamento di residui di acido cianidrico], apparentemente connessi all’uso di Zyklon B, ma nulla dimostra che essi fossero destinati ad un uso criminale dello Zyklon B; nulla vieta, ad esempio, che le camere mortuarie del crematorio potessero essere gasate con lo Zyklon B a scopo di disinfestazione (all’epoca a Birkenau imperversava ancora il tifo petecchiale, malattia trasmessa daipidocchi).

D. – Il termine Sonderbehandlung, menzionato in vari documenti nazisti, non è una prova della gasazione di esseri umani ad Auschwitz?

R. – Al contrario. I documenti citati da Pressac dimostrano che il termine Sonderbehandlung ( vedi: http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/10/la-sonderbehandlung-dei-detenuti-immatricolati-ad-auschwitz.html), lungi dal designare lo sterminio degli Ebrei nelle camere a gas, si riferiva alle misure igienico-sanitarie adottate dalle SS per stroncare l’epidemia di tifo che infuriava nel campo. Nel piano di costruzione di Auschwitz del 28 Ottobre 1942, per i detenuti era previsto un impianto di disinfestazione (Entwesungsanlage) di 1.000 metri quadrati con impianto di riscaldamento, docce e impianto di disinfestazione “fur Sonderbehandlung”, cioè appunto per il trattamento igienico-sanitario dei detenuti (Vedi Auschwitz.- Fine di una leggenda, op. cit., pp. 44-46.)

D. – Esistono comunque documenti comprovanti le consegne di gas tossici ad Auschwitz. Non si può negare questa realtà storica.

R. – E’ innegabile che esistano vari documenti – NI-11396, PS1553, NO-2360, 2362, 2363, per citare i più noti – che si riferiscono a consegne di Zyklon B ad Auschwitz, ma non bisogna trarre da essi conclusioni affrettate. Per decenni la storiografia ufficiale ha considerato tali consegne una prova dello sterminio ebraico, sostenendo che tutto lo Zyklon B consegnato, o la massima parte di esso, era destinato alle camere a gas omicide. Questa presunta prova è stata demolita proprio da Pressac, il quale afferma che il 97-98% di tali consegne servì per i normali scopi di disinfestazione e soltanto il restante 2-3% fu impiegato a scopo omicida, ma egli non dimostra in alcun modo questo presunto impiego omicida. L’unico fatto certo è che ad Auschwitz-Birkenau esistettero almeno 9 camere di disinfestazione funzionanti a Zyklon B e che questo prodotto fu impiegato anche per la disinfestazione delle baracche, soprattutto durante le epidemie di tifo.

D. – Le sue argomentazioni sono soltanto di carattere negativo? Può addurre qualche prova positiva a sostegno delle sue tesi?

R. – Per restare in tema, dato che Auschwitz è considerato il simbolo dell’Olocausto, posso addurre sinteticamente tre prove “positive”.

Dal 1 Marzo al 25 Ottobre 1943 ai crematori di Birkeanu furono fornite complessivamente 641,5 tonnellate di coke. In questo periodo il numero dei detenuti morti di morte naturale fu di circa 27.300. Il consumo teorico minimo di coke per la cremazione di questi cadaveri sarebbe stato di circa 537 tonnellate, in media circa 20 kg per ogni cadavere; il consumo reale fu di circa 23,5 kg. Il numero dei presunti gasati, nello stesso periodo, fu di circa 118.000, per cremare i quali sarebbero rimaste a disposizione 104,5 tonnellate di coke, cioè in media 0,9 kg per ogni cadavere. Perciò la storia delle gasazioni in massa, in riferimento a questo periodo, è falsa. Preciso che, secondo Pressac (e tutti i suoi colleghi), in questo periodo non furono eseguite cremazioni all’aperto. Nell’edizione originale del suo libro (Les crématoires d’Auschwitz), Pressac afferma che il numero delle vittime di Auschwitz ammonta a 775.000, di cui circa 675.000 sarebbero state cremate nei crematori di Birkenau.

La durata della muratura refrattaria di un forno civile Topf (la ditta costruttrice dei forni di Auschwitz-Birkenau) con riscaldo elettrico, alla fine degli anni Trenta, era di 3.000 cremazioni, ma il forno Topf a due muffole riscaldato con coke del crematorio di Gusen resistette solo a circa 3.200 cremazioni,1600 per muffola, dopo di che fu necessario smantellarlo e sostituire la sua muratura refrattaria. Ora, anche ammettendo che i forni di Auschwitz-ßirkenau fossero stati usati fino al limite estremo di 3.000 cremazioni per muffola, avrebbero potuto cremare complessivamente circa 156.000 cadaveri (secondo Pressac, i detenuti morti di morte naturale furono circa 145.000, inclusi i prigionieri di guerra sovietici). La cremazione di 675.000 cadaveri avrebbe invece richiesto almeno 4 sostituzioni complete della muratura refrattaria di tutti i forni; in cifre, soltanto per i crematori II e III, circa 256 tonnellate di materiale refrattario e circa 7.200 ore di lavoro.Poiché, per Pressac, nei crematori Il e II sarebbero stati cremati circa il 95% di tutti i cadaveri cremati a Birkenau nei fomi crematori, ossia circa 640.000, per questi due crematori sarebbero state necessarie almeno 7 sostituzioni complete della muratura refrattaria di tutti i forni. Ma negli archivi della Bauleitung, che furono lasciati “intatti” dalle SS, non c’è traccia di questi enormi lavori, che dunque non sono stati eseguiti. Perciò la cremazione di 675.000 cadaveri in questi impianti risulta tecnicamente impossibile.

Dal 17 al 31 Maggio 1944 furono deportati ad Auschwitz circa 184.000 Ebrei ungheresi, di cui – secondo i dati del Kalendarium di Auschwitz – sarebbero stati gasati circa 150.000, in media circa 10.000 al giorno. Secondo i “testimoni oculari”, essendo i crematori insufficienti, furono scavate 7fosse di cremazione” con una superficie complessiva di 2.400 metri quadrati in cui fu cremata la massima parte delle vittime. Secondo Miklos Nyizsli,

“il giorno il fumo nascondeva il cielo di Birkenau come una fitta nuvola”( M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz. Longanesi, Milano, 1977, p. 7 I).

Ma le due fotografie aeree scattate dagli Americani il 31 Maggio 1944 non mostrano il minimo indizio di questo immane sterminio: nessuna traccia di queste enormi “fosse di cremazione“, nessuna traccia della terra estratta dalle ‘fosse” (almeno 5.400 metri cubi), nessuna traccia di legna accatastata per il servizio delle “fosse” (consumo medio giornaliero: circa 4.000 tonnellate, pari a circa 9.000 metri cubi di legna in catasta), nessuna traccia di fumo dai camini dei crematori, nessuna traccia di assembramento di persone nella zona delle “fosse di cremazione” e dei crematori. Queste fotografie,tratte dal Mission 60 PRS/462 60 SQ, CAN D 1508, Exposure 3055 e 3056, National Archives, Washington D.C.,costituiscono la prova inconfutabile che l’affermazione dello sterminio degli Ebrei ungheresi è storicamente infondata.

D. – Vi sono però numerose testimonianze di sopravvissuti dei campi di sterminio che raccontano con precisione delle uccisioni in massa nelle camere a gas.

R. – Il valore dimostrativo delle testimonianze è subordinato a due fattori essenziali: la veridicità obiettiva delle testimonianze e l’uso che lo storico fa di esse. Ora, nella storiografia ufficiale ci troviamo di fronte da un lato a testimonianze chiaramente false, brulicanti di assurdità chimico-fisiche e tecniche e di contraddizioni interne e reciproche sugli aspetti fondamentali del presunto sterminio, le camere a gas e i forni crematori; dall’altro, ad un uso chiaramente capzioso di esse. In effetti, nessuno storico ufficiale, prima di JeanClaude Pressac, si è mai preoccupato di verificare l’attendibilità di tali testimonianze che, di norma, vengono assunte in modo decisamente acritico, l’attività critica dello storico limitandosi a sfrondare le contraddizioni o le assurdità troppo evidenti e a montare spezzoni di testimonianze intessendo un procedimento argomentativo privo di valore storico e scientifico. Ciò è stato riconosciuto anche da Pressac, che non solo ha stigmatizzato l’inanità della storiografia ufficiale, ma ha perfino ammesso la legittimità del revisionismo come logico effetto di tale storiografia, cioè come conseguenza dell’inanità delle testimonianze oculari. Nella sua dichiarazione programmatica della sua prima opera egli scrive: “Il fatto che la storia dello sterminio si fondasse essenzialmente su rapporti di testimoni oculari diede origine in Occidente ad un dibattito basato sul paragone e sul confronto di queste testimonianze, attitudine critica che indusse alla fine alcune persone a negare puramente e semplicemente l’esistenza di camere a gas omicide. Poiché la storia delle testimonianze e il suo prodotto revisionista sono strettissimamente concatenate, l’una avendo generato l’altro, divenne assolutamente essenziale trovare un’altra via per sfuggire al circolo vizioso chiuso di un futile dibattito e andare oltre nella ricerca della verità” j.C. Pressac, Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, op. cit., p. 264. Egli propone perciò una nuova metodologia storiografica che rigetta – almeno nelle intenzioni – l’uso delle testimonianze e si incentra essenzialmente sull’uso dei documenti.

Un altro aspetto fondamentale del problema delle testimonianze è il fatto che, in sede processuale, i testimoni dell’accusa hanno sempre goduto di una totale impunità e soprattutto che – per una specie di timore reverenziale, per strategia difensiva o, il più delle volte, per incapacità dei difensori – non sono mai stati controinterrogati seriamente;

le due sole volte in cui ciò è accaduto, al primo processo Zundel, celebrato in Canada nel 1985, i “testimoni oculari” hanno fatto una figura tanto grama che al secondo processo (1988) nessun “testimone oculare” ha osato presentarsi.

Per inquadrare meglio il problema adduco qualche esempio. Per l’approfondimento di questo tema rimando al mio studio La soluzione finale: problemi e polemiche (Edizioni di Ar, 1991). Jan Karski è uno dei tre “testimoni oculari” più noti delle camere a gas di Belzec (gli altri due sono Kurt Gerstein e il polacco Rudolf Reder), l’unico vivente, e in tale qualità egli appare nello “SpecialeMixer” dedicato all’Olocausto che è andato in onda per la prima volta il 21 Giugno 1989 su RAI 2 ed è stato poi replicato varie volte. Questo testimone ha dichiarato che nell’Ottobre 1942, essendogli giunta la notizia che a Belzec era in corso uno sterminio in massa, decise di penetrarvi per accertare la verità.Coll’ausilio di alcuni membri della resistenza polacca e di guardie corrotte, egli riuscì ad entrare nel campo e fu testimone di ciò che vi accadeva. In un rapporto della fine del 1942 egli dichiarò che gli Ebrei a Belzec venivano sterminati mediante folgorazione in una baracca con pavimento metallico; in un libro pubblicato nel 1944 egli scrisse invece che gli Ebrei venivano caricati su vagoni cosparsi di calce viva e lasciati morire fuori del campo. Ma secondo la storiografia ufficiale a Belzec – come pure a Treblinka e a Sobibor – per il presunto sterminio in massa, furono usate esclusivamente camere a gas funzionanti con i gas di scarico di un motore Diesel, non baracche di folgorazione, né treni della morte. Da ciò si può desumere quale sia l’attendibilità di questo testimone e la buonafede di chi lo cita.

Una delle prime “testimonianze oculari” su Treblinka è un rapporto inviato il 15 Novembre 1942 dall’organizzazione clandestina del ghetto di Varsavia al governo polacco in esilio a Londra, che descrive lo sterminio ebraico in “camere a vapore“! Questa favola ha avuto perfino una sanzione ufficiale al processo di Norimberga. Le prime “testimonianze oculari” su Sobibor (1946) non sono meno fantasiose: secondo Alexander Pechersky, le gasazioni avvenivano mediante “una sostanza nera, pesante” che usciva “in volute da fori praticati nel soffitto “; indi il pavimento della camera a gas si apriva e i cadaveri cadevano direttamente su vagoncini che si trovavano nello scantinato.

Un’altra “testimone oculare“, Zelda Metz, parla di asfissia mediante cloro e aggiunge: “Poi il pavimento si apriva automaticamente. I cadaveri cadevano in un vagone di una ferrovia che passava attraverso la camera a gas e portava i cadaveri al forno “(per le fonti delle testimonianze su Belzec, Treblinka e Sobibor citate rimando al mio studio Il mito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliografica alla storiografia revisionista, Sentinella d’Italia, Monfalcone 1985, pp. 64-65).

Sfortunatamente per questi “testimoni oculari”,a Sobibor non sono mai esistiti forni crematori e le presunte camere a gas non avevano alcuno scantinato.La realtà storica della prima “gasazione ” omicida ad Auschwitz, che sarebbe stata eseguita nello scantinato del Block 11 nel Settembre 1941 e costituirebbe il punto di partenza del presunto sterminio in massa nelle camere a gas, è basata esclusivamente su false testimonianze, come ho mostrato in un libro di 190 pagine (Auschwitz. La prima gasazione. Edizioni di Ar, 1992) dedicato unicamente a questo argomento importante al quale la storiografia ufficiale concede normalmente solo qualche riga.

Il primo rapporto dettagliato sul presunto sterminio in massa a Birkenau in camere a gas, redatto da due detenuti ebrei evasi da Birkenau nell’Aprile del 1944, è dimostrabilmente falso; in particolare, esso presenta una descrizione e un disegno dei crematori e dei Leichenkeller 1, le presunte camere a gas, che non trovano il minimo riscontro nella realtà. Uno dei due autori, Rudolf Vrba, ha scritto nel 1963 un libro di memorie (Rudolf Vrba and Alan Bestie, I Cannot Forgive. Sidgwick and iackson and Anthony Gibbs and Phillips, 1963. The Hamlyn Marcus Collection, 1983) che contraddice apertamente il resoconto del 1944 (nel frattempo egli si era documentato un po’ sui libri della storiografia olocaustica) ; egli però, tra l’altro, vi descrive minuziosamente, da “testimone oculare”, una visita di Himmler ad Auschwitz nel 1943 che non è mai avvenuta. Rudolf Vrba ha avuto il coraggio (o meglio, la sfrontatezza) di presentarsi come testimone dell’accusa al processo Zundel del 1985. Messo di fronte alle stridenti contraddizioni delle suddette testimonianze dall’avvocato della difesa, guidato dal prof. Faurisson,

a Rudolf Vrba non è rimasto che appellarsi alla “licentia poetarum”

(sul primo processo Zundel vedi M.H.Hoffmann li, The Great Holoaust Trial Institute for Historical Review, 1985. La confessione relativa alla “licenza poetica” appare negli atti del processo Zundei , In the District of Ontario between Her Majesty the Queen and Emst Zandel, Toronto, Ontario, January 23, 1985, voL VII, p. 1448).
L’altro testimone oculare delle gasazioni ad Auschwitz apparso a questo processo, Arnold Friedmann (il quale testimoniò che dai camini dei crematori uscivano fiamme alte quattro metri e che dal colore delle fiamme egli riuscìva a desumere la nazionalità delle vittime cremate!), messo alle strette dal difensore, ha finito coll’ammettere che egli personalmente non aveva visto nulla e le sue conoscenze si basavano sul sentito dire.

D.- Ma anche molti ufficiali nazisti hanno reso testimonianze sullo sterminio sia a Norimberga sia in altri processi successivi.

R – E’ innegabile che in tali processi quasi tutte le SS incriminate abbiano ammesso la realtà dello sterminio ebraico, ma è anche vero che in massima parte le loro confessioni erano dettate da motivi opportunistici di strategia difensiva. L’interesse immediato degli imputati era quello di uscire dal processo col verdetto più mite possibile e poiché il presunto sterminio ebraico veniva assunto aprioristicamente da ogni tribunale come “fatto generalmente noto, sarebbe stato insensato per questi imputati basare la loro linea difensiva sulla negazione di questo dogma. Nel corso del processo Belsen, Josef Kramer, che fu comandante di Auschwitz II (Birkenau) e di Belsen, inizialmente ebbe l’ingenuità di negare il dogma: in una delle sue prime dichiarazioni definì le affermazioni di ex detenuti di Auschwitz relative alle camere a gas omicide “false dall’inizio alla fine ” (Trial of Joseph Kramer and Forty-Four Others ,The Belsen Trial. Edited by Raymond Phillips. London Edinburgh Glasgow, Willian Hodge and Company, Limited, 1946, p. 731.50) ma, resosi conto che questa linea di difesa era insostenibile, nel corso del processo si affrettò a cambiare versione, ammettendo che le camere a gas, sì, erano esistite, ma lui non aveva avuto nulla a che fare con esse. Ho già citato il caso di Otto Ohlendorf. In altri casi le confessioni furono frutto di patteggiamenti e di minacce. Ad esempio, come ricorda G. Reitlinger,

“i servizi resi come testimone a Norimberga e a Varsavia salvarono von dem Bach Zelewski dall’estradizione in Russia” (G. Reitlinger, La soluzione finale. Mondadori, Milano 1965, p. 256.52).

Altre confessioni furono estorte con la tortura. Nel 1948,la commissione di inchiesta americana presieduta dai giudici van Roden e Simpson che indagò sull’operato del Tribunale di Dachau accertò che le confessioni degli imputati erano state estorte con torture fisiche e psichiche di ogni genere; tra l’altro, in 137 dei 139 casi esaminati, gli imputati avevano subito danni irreparabili ai testicoli (Utley, The High Cost of vengeance, Regnery, 1949; cito dall’edizione tedesca: Kostspíelige Rache, Harnburg 195 1, p. 216). L‘SS-Obersturmfuehrer Kurt Gerstein, il principale testimone delle presunte camere a gas di Belzec, il cui “rapporto” è divenuto verità ufficiale su tale campo, ha redatto invece la sua testimonianza spontaneamente, ma essa è del tutto inattendibile su tutti i punti essenziali, come ho mostrato in uno studio specifico. Gerstein dichiara tra l’altro che in una camera a gas, che misurava metri 5 x 4, ma aveva singolarmente una superficie di 25 metri quadrati con un volume di 45 metri cubi furono stipate 700-800 persone, cioè 28-32 persone per metro quadrato! Egli conferma l’esattezza di queste cifre con un calcolo aritmetico alquanto strampalato e conclude che tutte le sue dichiarazioni sono vere alla lettera! Non male per un ingegnere minerario! Léon Poliakov, pubblicando il “rapporto” di Gerstein, non ha osato riportare questa assurdità e ha “corretto” il documento scrivendo 93 metri quadrati invece di 25, ma ha dimenticato di “correggere” anche il volume delle camere a gas, sicché, nel suo testo, esse risultano essere alte 48 centimetri! (L. Poliakov, Le Dossier Kurt Gerstein, in: Le monde iuif, ianvier-Mars 1964, n.1 (36), pp. 6-9).

D. – Non ritiene che le Sue teorie possano dare una giustificazione ideologica al fenomeno, peraltro già abbastanza preoccupante, dei rigurgiti neonazisti?

R. – Purtroppo già da qualche anno vari gruppi di “Naziskin ” si sono appropriati delle tesi revisioniste per finalità ideologico-propagandistiche; costoro sono i nemici più pericolosi del revisionimo, da un lato perché ne diffondono una versione semplificata fino alla banalizzazione, suscitando l’impressione che le argomentazioni dei revisionisti siano un cumulo di sciocchezze, dall’altro perché forniscono una giustificazione a coloro i quali affennano che il revisionismo è un fenomeno nazista, un alibi a coloro i quali auspicano l’introduzione anche in Italia di una legislazione antirevisionista sul modello di quella francese. Premesso ciò, rispondo con un’altra domanda: se la storiografia ufficiale giungesse alla conclusione indubitabilmente certa della infondatezza storica dell’Olocausto, bisognerebbe proclamare questa verità o tacerla per timore di dare una giustificazione ai rigurgiti neonazisti?

Sul rapporto Leuchter.

Il rapporto Leuchter è una perizia chimico-tecnica sulle presunte camere a gas omicide di Auschwitz-Birkenau e Majdanek. Premesso che a Birkenau esistono ancora due camere a gas di disinfestazione ad acido cianidrico l’aspetto chimico si basa su un’idea semplicissima. Leuchter ha prelevato vari campioni di muratura dalle presunte camere a gas omicide dei crematori di Auschwitz-Birkenau e un campione di riferimento da una camera a gas di disinfestazione ad acido cianidrico, e ha messo a confronto i rispettivi contenuti di cianuri totali. L’analisi chimica ha fatto registrare un contenuto di 1.050 mg/kg di cianuri per il campione di riferimento (prelevato nell’installazione di disinfestazione BW 5a) e un contenuto massimo di 7,9 mg per kg per le presunte camere a gas omicide (Leichenhalle del crematorio 113). Se i locali indicati come camere a gas omicide fossero stati tali, dovrebbero presentare contenuti di cianuri dello stesso ordine di grandezza di quelli delle camere di disinfestazione: come spiegare questa enorme differenza? Gli oppositori di Leuchter hanno escogitato spiegazioni alquanto peregrine che denotano ignoranza sia dei luoghi, sia dei processi chimici che intervengono in questo caso. Una di queste critiche è quella riferita dal prof. Cajani, che mette in luce “l’assurdità di andare a cercare tracce di acido cianidrico nelle rovine di edifici distrutti quarant’anni prima e poi ricostruiti” (p. 25). Questa formulazione contiene già gravi errori storici e tecnici. Nessun revisionista ha mai preteso di trovare “tracce di acido cianidrico“, ma di cianuri, e la differenza non è lieve . Inoltre nessuna delle presunte camere a gas omicide di Auschwitz-Birkenau, dal punto di vista architettonico, è mai stata “ricostruita“. Chiunque abbia visitato il campo di Auschwitz-Birkenau sa che il crematorio 1 esiste ancora e la sua presunta camera a gas è meta ogni giomo di centinaia di turisti; che della presunta camera a gas del crematorio 2 restano e sono accessibili una parte del soffitto e delle pareti perimetrali; che della presunta camera a gas del crematorio 3 restano i muri perimetrali. Solo nei crematori IV e V – che hanno avuto una funzione irrilevante nel bilancio complessivo del presunto sterminio in massa – i Polacchi hanno ricostruito i muri ad altezza di poche decine di centimetri per indicare la disposizione originaria dei locali. Il basamento di cemento è invece originale.

D’altra parte il cianuro che si trova nel pigmento blu dei muri delle camere a gas delle installazioni di disinfestazione BW 5a e 5b è il ferrocianuro ferrico (azzurro di Prussia), che è insolubile in acqua e in acidi diluiti , e ciò è tanto vero che da oltre quarant’anni i muri esterni delle installazioni di disinfestazione BW 5a e 5b presentano il tipico pigmento azzurro di questo cianuro. Questa obiezione è dunque infondata. Altri, come G. Wellers, hanno voluto spiegare l’esiguo quantitativo di cianuri reperiti nelle presunte camere a gas omicide asserendo che le vittime avevano assorbito nei loro polmoni la massima parte del gas tossico. Senza entrare troppo nei particolari, la concentrazione “rapidamente mortale” di acido cianidrico gasoso, per un uomo, è di 0,3 milligrammi per litro; secondo la formula di Haber ad alte concentrazioni la dose letale di acido cianidrico inspirato è di 8 mg: perciò nella presunta gasazione di 2.000 persone nei crematori 2 e 3 con i 6 kg di Zyklon B menzionati da Pressac le vittime sarebbero morte dopo aver inspirato complessivamente 16 g di acido cianidrico, ossia lo 0,002% del quantitativo totale. Anche questa obiezione è dunque infondata. ( M. Giua, Dizionario di chimica generale e industriale. Unione Tipografico-Editrice Torinese,Torino 1949, vol. 11, p. 258). Per quanto concerne l’aspetto chimico, il rapporto Leuchter attende ancora una confutazione. (Su tale rapporto alcuni approfondimenti : http://studirevisionisti.myblog.it/archive/2012/01/08/olocausto-dilettanti-allo-sbaraglioa7b05b76e5a772810b2ed36f6.html ) Il rapporto Leuchter ha il merito di aver aperto un nuovo campo di indagine, ma esso è ormai ampiamente superato; la “prova chimica” revisionista per eccellenza è la Perizia sulla formazione e sulla rilevabilità di composti di cianuro nelle ‘camere a gas’ di Auschwitz del chimico tedesco Germar Rudolf, che ha studiato scientificamente tutti i problemi chimici e tecnici fondamentali connessi con le presunte camere a gas omicide (sistema costruttivo degli impianti di disinfestazione ad acido cianidrico, formazione e stabilità del ferrocianuro ferrico, influenza dei vari materiali costruttivi, tossicologia dell’acido cianidrico, caratteristica di vaporizzazione dello Zyklon B, analisi critica delle testimonianze basata, tra l’altro, sullo studio della diffusione dell’acido cianidirico nei locali, delle possibilità di ventilazione delle “camere a gas”, della capacità dei filtri delle maschere antigas); il dott. Rudolf ha inoltre eseguito una serie di prelievi nelle camere di disinfestazione e nelle “camere a gas” omicide di Birkenau e ha anche effettuato esperimenti di gasazione di materiale murario; infine ha confutato sul piano chimico le obiezioni dei personaggi più importanti (Pressac, Wegner, Wellers, Jagschitz, Fleming, nonché le perizie di Cracovia del 1945 e del 1990) mosse al rapporto Leuchter, tra cui quel Josef Bailer la cui autorità è stata invocata dal prof. Cajani, anche in questo caso piuttosto incautamente, perché costui, nonostante il suo dottorato in chimica, pretende che il ferrocianuro ferrico non si possa formare sui muri in virtù di reazioni chimiche e ritiene che il pigmento presente sui muri interni ed esterni delle installazioni di disinfestazione BW 5a e 5b di Birkenau sia artefatto e i risultati delle analisi chimiche di Leuchter falsi! . Nella sua risposta alla nuova perizia chimica polacca di Jan Markiewicz, Wojciech Gubala e Jerzy Labedz (1994), il dottor Rudolf adduce un caso significativo di formazione di azzurro di Prussia riportato in un testo specialistico del 1981: una chiesa fu gasata con acido cianidrico poche settimane dopo che i muri erano stati intonacati; nei mesi successivi nell’intonaco si formarono dappertutto macchie di colore blu; la reazione si concluse dopo un anno e fu necessario rimuovere tutto l’intonaco (Rudolf, Leuchter-Gegengutachten: ein wissenschaftlicher Betrug? In Deutschland in Geschichte und Gegenwar-t, 43.Jg., Nr. 1, Márz 1995, p. 23.). Le analisi chimiche dei campioni prelevati dal dott. Rudolf (1991) hanno indicato un contenuto massimo di cianuri di 13.500 mg/kg nella camera a gas di disinfestazione del BW 5b e un contenuto massimo di 7,2 mg/kg nelle presunte camere a gas omicide (crematorio 2). Anche la perizia del dott. Rudolf attende ancora una confutazione.

Contrariamente a quanto si crede, l’apertura degli archivi di Mosca è stato un evento funesto per i sostenitori della realtà storica dello sterminio ebraico. Costoro (prima della nascita della corrente funzionalista) hanno sempre risposto alle obiezioni revisioniste relative all’assenza totale di documenti sul presunto piano di sterminio in massa asserendo che questi documenti erano stati distrutti dai nazisti. Ora, per la prima volta, ci troviamo di fronte ad una documentazione completa di un ufficio – la Bauleitung – che sarebbe stato addirittura il progettatore e il costruttore delle “camere a gas” del “campo di sterminio” che è divenuto il simbolo dell’Olocausto: Auschwitz. Ora, che cosa ha trovato Pressac tra gli 80.000 (ottantamila) documenti della Bauleitung di Auschwitz? Una presunta prova e tre o quattro “bavures“, secondo Pressac, indizi di una attività criminale dei crematori, in realtà, enormi cantonate del ricercatore francese (vedi al riguardo Auschwitz: Fine di una leggenda, op. cit., pp. 58-64.22). Adduco un altro esempio: la menzione, in un documento, di un ventilatore di legno per il Leichenkeller 1 (poi sostituito con uno metallico) diventa per Pressac l’indizio del fatto che esso non doveva più aspirare i miasmi di una camera mortuaria, ma aria mescolata ad acido cianidrico, e gli acidi sono corrosivi. Ma allora perché le camere di disinfestazione standard con sistema Degesch-Kreislauf erano dotate di dispositivo metallici? Per quanto concerne la presunta prova (l’unica su ottantamila documenti!), la lettera della Topf del 2 Marzo 1943, il prof. Cajani scrive che essa “informava la Bauleitung di aver richiesto alle ditte fornitrici dieci rivelatori di resti di acido cianidrico, che la Bauleitung intendeva installare in quello che era definito ufficialmente il Leichenkeller del Krematorium II. In questa lettera troviamo uno dei tanti esempi di linguaggio criptico. Leichenkeller significa infatti l’obitorio sotterraneo”: ma un obitorio non ha bisogno di rivelatori di residui di acido cianidrico” (p. 26). Comincio col precisare che “in questa lettera” il termine Leichenkeller non appare affatto; poiché essa è stata pubblicata da Pressac in fotocopia dell’originale, la svista del prof. Cajani è inspiegabile. E’ inoltre evidente che egli ignora perfino che il crematorio Il aveva due Leichenkeller, denominati 1 e 2. Infine, l’apparato di prova del gas residuo per l’acido cianidrico non era un congegno che si potesse “installare” in un locale, ma una scatola che conteneva cartine assorbenti e reagenti che venivano preparate immediatamente prima di entrare in un locale disinfestato con acido cianidrico. Aggiungo che nessun documento afferma che i Gaspruefer fossero destinati proprio al Leichenkeller 1 (la presunta camera a gas omicida) del crematorio 2, e, come ho già detto, quand’anche i Gaspruefer fossero realmente gli apparati che pensa Pressac, nulla prova che servissero per una gasazione omicida. Pressac presenta qui un classico esempio di petitio principii: i Gaspruefer hanno una funzione criminale perché nel crematorio esiste una camera a gas omicida, e nel crematorio esiste una camera a gas omicida perché i Gaspruefer hanno una funzione criminale! Questa lettera dunque non dimostra nulla. Per quanto concerne il significato e il valore del documento, osservo anzitutto che l’apparato per la prova del gas residuo per lo Zyklon B si chiamava Gasrestnachweisgerat fur Zyklon, non già Anzeigegerat fur Blausaure-Reste (come appare nella lettera in questione), termine ignoto alla letteratura specialistica dell’epoca. La lettera del 2 Marzo 1943 ha per oggetto la fomitura di 10 Gaspruefer, richiesti dalla Bauleitung il 26 Febbraio 1943, ma un Gaspruefer, nella letteratura tecnica tedesca, è un semplice analizzatore di gas di combustione e ciò spiega anche perché la Bauleitung li avesse richiesti proprio alla Topf, una ditta che fabbricava appunto impianti di combustione, e non alla ditta Tesch und Stabenow, che rifomiva normalmente il campo di Auschwitz di Zyklon B, maschere antigas, filtri speciali “J”, e, appunto, Gasrestnachweisgeráte fur Zyklon. Perché, infine, la Bauleitung richiese proprio 10 Gaspruefer? Pressac non sa dare alcuna risposta (il prof. Cajani ignora persino il problema), né potrebbe darla, perché i 10 analizzatori di gas combusti servivano per i 10 condotti del fumo dei crematori Il e III oppure per le 10 canne fumarie dei camini dei quattro crematori di Birkenau.

Se le SS di Auschwitz avevano bisogno di 10 Gasrestnachweisgerate per Zyklon B, perché hanno chiesto 10 analizzatori di gas combusti (Gaspruefer)? E poiché la Bauleitung non è riuscita ad ottenerli, con che cosa furono eseguite le prove del gas residuo nella presunta camera a gas omicida, dato che questa prova poteva essere eseguita soltanto con i suddetti Gasrestnachweisgerate?

Il prof. Cajani afferma inoltre che alcuni documenti “dimostrano l’installazione nel Leichenkeller di porte e finestre a prova di gas”, le quali, a suo dire, “erano prive di utilità in un obitorio, e necessarie invece in una camera a gas”. A parte il fatto che i Leichenkeller dei crematori Il e III non avevano finestre, la presenza di una porta a tenuta di gas si può spiegare con una ipotesi formulata da Pressac stesso, secondo la quale il Leichenkeller 1 del crematorio Il (e quindi anche del crematorio 3) poteva essere impiegato per accogliere i cadaveri di parecchi giorni che cominciavano a decomporsi ; una porta a tenuta di gas sarebbe stata utile anche per isolare i cadaveri dei detenuti morti di tifo petecchiale (la decisione di installare le porte a tenuta di gas fu presa mentre ancora infuriava l’epidemia di tifo scoppiata nell’estate del 1942). Per quanto concerne il termine Vergasungskeller, Pressac stesso dichiara che, affermare che esso dimostri l’esistenza di una camera a gas omicida soltanto sulla base della lettera del 29 Gennaio 1943 (come aveva fatto Georges Wellers) è “irresponsabile” ma poiché egli non ha addotto nessuna prova (ma semplici “indizi” o “bavures”), questa affermazione resta ancora “irresponsabile”.

BRANO TRATTO DALL’OTTIMO LIBRO DI CARLO MATTOGNO: “INTERVISTA
SULL’OLOCAUSTO” EDIZIONI DI Ar

Fonti:

http://storia.cyberspazio.org/archivio/view.php?id=36710&nomenewsgroups=it_cultura_storia

http://usenet.it.rooar.com/showthread.php?t=2681573

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