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Nov 10

0052- Diciottesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Diciottesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Gentile signor Gatti,

poiché un mio sodale goy, persona peraltro rispettabile sotto tutti gli aspetti ma acerbo lettore, mi ha chiesto chi fosse quel FDR nominato nella Quattordicesima lettera, ritengo di fare cosa gradita in primo luogo a lui, ma spero anche a Lei, trattare nella presente del personaggio e di alcuni tra gli esponenti del suo entourage. Allo scopo, riprendo due brani dall’esauritissimo La fine dell’Europa – Il ruolo dell’ebraismo, invitandoLa a ricercare, sul mercato del libro d’affezione e anche a prezzo esorbitante (ne vale la pena, creda, il meglio non è troppo per Lei!), una copia del volume, nel caso volesse saperne di più sui diretti responsabili della distruzione del mio continente.

Mi hanno poi segnalato, e stento a crederci, che il notorio Blog/News avrebbe chiuso l’accesso a tutti i commenti, sia a quelli dei Suoi congeneri, sia a quelli di Più Innominabili Personaggi. Ohibò, ohibò, caro Gatti! Le sembra una cosa bella? in particolare da parte di individui che mettono il becco dappertutto, anche in questioni che non li riguardano?… ops, mi scusi, dimenticavo che Qualcuno li ha investiti della missione di estirpare il Male dal mondo… da parte di individui comunque abituati a spaccare i capelli in quattro – e talora, più brutalmente, le teste – disquisendo magari di «negazionismo». E che in caso di contrasti sulla Notoria Questione non sanno ribattere alcunché, se non lacrimevoli appelli, quando non truculente minacce. E dicendo ciò sono buono, perché esistono anche palesi menzogne come quella di un Suo sodale che, imbeccato da un altro «informato», ha avanzato per Majdanek, «campo di olosterminio» poi degradato a «campo di internamento», 178.000 decessi… quando persino la stessa Oloufficialità – peraltro a volerle dar credito – ne dà 70.000 (o anche 80.000 su 140.000 gassati a Zyklon B e monossido di carbonio: veda il mio Note sui campi di sterminio). Delle due l’una: o menzogna, o ignoranza. In ogni caso li capisco, caro Gatti, oh come li capisco, quei tomi! Mi scusi l’inciso, riprendo:

●  Cugino in quinto grado di Theodore Roosevelt presidente 1900-08, Franklin Delano Roosevelt viene eletto presidente nel 1932 e rieletto nel 1936 (nonché nel 1940 e nel 1944). Disceso da «olandesi» stabilitisi a New York nel 1649 con Claes Martenszen van Rosenfelt/Ro­senvelt, FDR ha non solo sangue ebraico per via sia paterna che materna (il nonno materno William Delano era stato miliardario trafficando oppio in Cina), ma sposa la cugi­na Eleanor (che sempre avrà su di lui un enorme ascen­dente psico-politico), figlia del misto-ebreo Elliot Roosevelt (morto alcolista e fratello di Theodore, 26° presidente USA nel 1901-08) e dell’ebrea Anna Rebecca Hall.

Nulla quindi di che stupirsi della definizio­ne, data da Rabbi Arthur Hertz­berg, di «benevolo re degli ebrei» (anche il figlio Franklin Delano jr, dopo il matri­mo­nio nel 1937 con Ethel Du Pont de Ne­mours, «la più bella e ricca ereditiera statu­nitense» – nonché di ebraica ascendenza – sposa l’ebrea Felicia War­burg, già moglie del megaproduttore radiofonico [sempre ebreo] Robert W. Sarnoff). Nulla quindi di che stupirsi dell’aneddoto sog­ghignato da Nahum Gold­mann in Das jüdische Para­dox: «L’auto si fermò davanti alla terrazza, e vedendoci Roose­velt disse “Guarda guarda, Samuel Rosenman, Stephen Wise e Nahum Gold­mann in discussio­ne! Continuate pure, lunedì Sam mi dirà cosa devo fare”. L’auto stava partendo, e Roosevelt la fece di nuovo fermare per gridare

“Ma vi immaginate cosa dareb­be Goebbels per avere una foto di questa scena?: Il Presidente degli Stati Uniti riceve le istruzioni dai tre Savi di Sion!”».

Impegnatosi a coltello nella lotta contro il nazionalso­cialismo dappri­ma, indi contro tutti i fascismi, il Presidente viene affiancato dalle potenti organizza­zioni del­l’ebraismo e della massoneria ame­rica­na. Oltre che disceso-juif egli è infatti affi­lia­to alla newyorkese Hol­land Llodge Nr.8, di cui diviene Maestro il 18 novem­bre 1911, mas­sone 32° grado del RSAA il 28 febbra­io 1929, affi­lia­to alla Great Lodge of Ge­orgia, membro della Archi­tectlodge Nr.519, alla quale apparten­go­no pure i tre figli, alto dignitario dell’Ordine De Molay, membro delle società segrete delle Aquile, della Phi-Beta-Kappa, dell’Ordine Reale di Elan e di altri auto­revoli corpi come gli esclusivi Royal Arch Chapter e Cyprus Shrine Temple di Albany, istituzio­ni per alti gradi a tre punti, e il Tall Cedars of Lebanon di Warwick, New York, del quale il 25 aprile 1930 as­sur­ge al rango di Alto Cedro nella loggia Greenwood Forest Nr.81.

Il 4 marzo 1933, giorno dell’insediamento alla Casa Bianca, è festa per l’intero ebrai­smo. I membri del gabinetto prestano giuramento nelle mani di Benja­min Nathan Car­dozo, ebreo sefardita (1870-1938) fatto giudice alla Corte Suprema l’anno prece­dente, presen­ti nella Sala Ovale parenti ed amici. Un fatto del genere, mai prima accaduto, innesca una ridda di voci e polemiche, ma Roosevelt am­mette, ri­den­do, di avere creato un prece­dente: «È mia inten­zione introdurre di tanto in tanto innova­zioni come questa». Il rabbino William F. Rosenbloom del Temple Israel, intriso di entu­siasmo, affer­ma di scorgere nel Pre­sidente «l’inviato di Dio, l’eletto dal de­stino, il messia dell’America futu­ra», mentre Wise, conquistato da un identico love affair, eleva preci per la sua «immor­ta­lità». Gli ebrei, scherza il giudice Jonah Goldstein, vecchia volpe di Tammany Hall, con vocaboli yiddish, «hanno drei veltn [tre mondi]: di velt [questo mondo], yene velt [l’altro mondo], un [e] Roose­velt».

E tanto tripudio, dirà Rabbi Max Kleiman della First Hebrew Congrega­tion of Peekskill, curatore del volume Franklin Delano Roosevelt – The Tribute of the Synago­gue, sarebbe culminato nel cordoglio delle eulogie: «FDR, custodito nel sacrario dei cuori ebrai­ci» (David Abarbanel), «Simbolo di unità» e «Titan of our day, Titano dei nostri giorni» (Max Bressler), «Il nome Roosevelt fu sinonimo di Redentore. [Milioni e mi­lio­ni di persone] sentirono che avrebbe difeso il loro diritto alla libertà e all’indipen­denza. Lo guardavano non come un uomo politico e neppure come uno sta­ti­sta, ma come un Profeta, come un Messia […] In infiniti modi Franklin Delano Roosevelt diede prova di amicizia per il popolo ebraico» (Rabbi Barnett Brickner), «In Praise of a High Priest, In lode di un Grande Sacerdote» (Rabbi Arthur Butch), «Roose­velt fu uno della serie dei grandi umanisti mondiali, senza le cui visioni, fede e sacrifici il nostro mondo morrebbe invocando quelle forze spirituali che gli conferi­scono valore morale, significato e spe­ranza. Ha preso il posto a fianco di altri costrut­tori di mondi le cui vite riflettono il Volere di Dio e indirizzano il Suo inse­gnamento nei cuori e nelle menti dell’umanità» (Rabbi George Fox), «Una Grande Anima Eroica» (Rabbi Solomon B. Freehof, già presidente della Central Confe­rence of American Rabbis),

«L’America ha perso il suo capo più insigne. Le Nazioni Unite hanno perso la loro chiave di volta [their keystone persona­lity]. Il mondo del dopoguerra ha perso il suo primo architetto. Gli  ebrei hanno perso un amico che li capiva. Il sionismo ha perso un sostenitore dichia­rato» (Rabbi Israel Goldstein), «La sua visione vive ancora» (Rabbi Israel Gerstein), «Con rara lucidità riconobbe fin dall’inizio i pericoli che l’America avrebbe fronteg­gia­re a causa dell’ascesa del totalitari­smo, e con determinata fermezza operò per prepararci psico­lo­gica­mente e materialmente a fronteggiare quei pericoli […] Noi ebrei abbiamo sempre sentito che in Mr. Roosevelt avevamo un amico indulgente e comprensi­vo» (Rabbi Gershon Hadas), «Un Profeta del XX secolo» (Rabbi Ferdinand M. Isserman), «L’architetto di un mondo migliore […] Il nostro capo saggio e valoroso, il radioso messaggero di un felice domani, fu ambasciato­re di buona volon­tà non solo tra le nazioni del mondo, ma anche tra ogni singolo uomo» (Rabbi C.E. Hillel Kauvar), «He Made the White House a Lighthouse, Fece della Casa Bianca un Faro di Luce» (Rabbi Abraham Kellner),

«Lamento per il Nostro Capo» (Rabbi Eugene Kohn), «Ci tirò fuori da acque profonde» (Rabbi Mendell Lewittes), «Ora anch’Egli appartiene ai Tempi» (Rabbi Louis L. Mann), «Uomo di Fede» (Rabbi C. David Matt), «Princi­pe di Giustizia» (Rabbi Moses Mesheloff), «Fummo arricchiti dalla Sua vita» (Henry Monsky), «Addio, Principe!» (Rabbi Louis I. Newman), «Il primo cittadino del mondo» (Louis Nizer), «L’umanità è orbata» (Rabbi D. De Sola Pool), «Architect of World Organiza­tion» (Tamar De Sola Pool), «FDR, indimenti­cabile amico di Israele […] Aristocra­tico dello spirito per nascita e tradizione, democratico per scelta e convinzione, uma­ni­sta per ogni istinto derivatogli dagli antenati e dall’illuminismo» (Bernard G. Richards), «Il nostro Capo è caduto» (Rabbi Morris Silverman), «Cham­pion of Justi­ce» (Rabbi Harry Stern), «Designer of a New Age, For­giatore di una Nuo­va Era» (Rabbi James Wax), «Il Capo vittorioso» e «Con­tinue­remo la sua opera» (Stephen Wise), «Beloved of Nations, Amato delle Nazioni» (The Jewish Advocate), «Noi ebrei conoscevamo Franklin Roosevelt. Lo amavamo. Lo rispettava­mo. Lo ono­ra­vamo. Era un amico fidato, un amico provato e sicuro. Ha trovato posto negli annali della storia ebraica e il suo nome risuonerà nei tempi come quello di un profeta di un Nuovo Giorno» (Hartford Jewish Ledger).

Mantenere il Presidente al potere, commenta Henry L. Feingold – quel presidente che, Nuo­vo Balfour, aveva e sempre avrebbe vantato il diritto degli ebrei ad uno Jewish National Home in Palestina (exempli gratia, la dichiarazione al giudice Morris Rothenberg il 4 novembre 1932, il saluto alla Palestine Rehabilitation Conference nel febbraio 1936, la lettera al deputato Grover A. Whalen il 16 luglio 1936, il messaggio del 23 maggio 1942 al copresidente dell’American Palestine Committee senatore cattolico Robert F. Wagner, dato erroneamente per ebreo da Hartmut Stern, il rifiuto comunicato al dr. Abba Hillel Silver il 19 maggio 1944 delle restrizioni all’immigra­zione previste dal White Paper inglese del 17 maggio 1939, il messag­gio 14 ottobre 1944 per la 47a Convenzione della Zionist Organization of America­, anch’esso attraverso Wagner, la dichiarazio­ne a Stephen Wise il 16 marzo 1945), venendo iscritto nel luglio 1938, alla 41a Convenzione della ZOA, nel Sefer Ha-Zahav, il Libro d’Oro del KKL a Gerusalem­me – «fu prati­camen­te l’unico obiettivo intorno al quale poté accor­darsi la litigiosa comunità ebraica americana» Infatti, nel 1932 vota per Roosevelt l’82% degli ebrei, nel 1936 l’85%, nel 1940 e nel 1944 il 90%; significati­vamente, le rispettive quote per i votanti goyim sono ben minori: 59, 62, 54 e 53.

Uno dei primi giornali a suonare la carica anti­fascista è il Jewish Daily Bulletin, che il 12 marzo 1934 avverte: «Un appello agli ebrei di collaborare dovunque col Pre­siden­te Roosevelt, poiché i suoi ideali so­no identici a quelli degli antichi profeti ebraici, è stato fatto ieri nella sua predica dal rabbino Samuel Golden­son». Gli ideali (e gli interessi) comuni entrano così ufficial­mente nella politica della Casa Bianca con la pressione dei gruppi degli affari, dei grandi elettori (alcuni dei quali da noi ricor­dati par­lando della Warner) e con un’in­ces­sante sistemazione di fun­zionari nei gangli del meccanismo stata­le. Del resto, già il 20 ottobre 1933 il rabbino Louis D. Ross aveva inneggiato, sul Broo­klyn Jewish Examiner: «L’Ammi­ni­strazione Roo­se­velt ha scelto, per desti­nar­li a posti influenti, più ebrei di quanti se ne siano trovati in qualsiasi dei preceden­ti governi della storia americana». Aspetto validato da Stephen Isaacs quarant’anni dopo: «Jews did not serve in the federal government in any significant numbers until Roosevelt’s presidency, Gli ebrei non entrarono nel Governo federale in numero significativo fino alla presidenza Roosevelt».

Trattando dell’affinità ideologica dell’ebraismo con la forma mentis di Roose­velt, è ancora Feingold a scrivere, cercando di smi­nui­re l’importanza capitale della massiccia im­missione di ebrei nelle strutture dello Stato (Piero Mantero nota che su 75 collabora­tori di FDR in posti-chiave, ben 52 sono ebrei; il fatto è all’epoca tal­mente noto che l’Ammi­nistrazione è nota come «il Ministero di Casa»): «Questi stretti legami col New Deal furono rin­for­zati da una condu­zione degli affari politici che diede agli ebrei, come membri della coalizione roosevel­tiana, ricompense per la loro lealtà. [Nonostante la loro presenza restasse ancora limitata in alcuni settori della pubblica ammini­stra­zione] l’opinione che una percentuale sproporzionata di nomine po­litiche fosse stata concessa agli ebrei e che la loro influenza a Washin­gton fosse assai diffusa perdurò per tutta la durata in carica di Roosevelt».

Impressione, del resto, a suo tempo vantata da tutto uno stuolo di rabbini e giornali­sti: «I suoi nemici lo accusarono di essere un amico degli ebrei. È uno dei vanti gloriosi dell’ebraismo moderno il fatto che Franklin Roo­sevelt fu nostro amico» (Abraham J. Feldman); «L’associazione di Franklin Roosevelt con emi­nenti ebrei  [with outstan­ding citizens of Jewish identity: mirabile espressione, rivelatrice di tutta una strategia sia mentale che operativa!] risale agli anni subito prima della Prima Guerra Mondiale, quando servì come sottosegretario alla Marina sotto il Segretario Josephus Daniels, uno dei primi sionisti americani non-ebrei, sotto la cui amministrazione una nave da guerra americana venne inviata in soccorso ai coloni ebrei in Palestina messi in difficoltà dallo scoppio del conflitto. Mr. Roosevelt venne allora a conoscere l’Hon. Louis D. Brandeis, il dottor Stephen S. Wise, inti­ma­mente legato al presidente Woodrow Wilson, l’allora professore Felix Frankfurter, l’Hon. Julian W. Mack e altri di eguale levatura. È chiaro che l’Assi­sten­te Segretario della Marina e futuro Presidente, che soggiornò a Parigi durante la Conferenza di Pace, riportò una profonda conoscen­za delle questioni sulla Palestina e sui diritti degli ebrei nei paesi dell’Europa orientale, discusse in quel tempo all’as­semblea delle nazioni dai delegati dell’ebraismo» (Bernard Richards);

«Roosevelt nominò molti ebrei in cariche pubbliche, ma il fatto principale è che in ciò non ci fu nulla di male. In verità Roosevelt non nominò un numero sproporzio­nato di ebrei, in rapporto alla popolazio­ne ebraica dell’America […] Roosevelt si distinse dagli altri presidenti americani perché aveva una notevole conoscenza delle questioni ebraiche. I capi ebrei coi quali era in contatto parlavano stupiti della sua profonda conoscenza delle questioni ebraiche. Conosceva persino i dettagli della politica interna e delle rivalità delle diverse fazioni ebraiche» (David Schwartz); «A lungo i nazisti hanno cercato di dipingere Roosevelt come una persona domi­na­ta dagli ebrei e, in verità, lo accusarono ripetutamente anche di essere di origine ebraica. Naturalmente, è tutto un nonsenso. La vera questione è che Roosevelt non ha nomi­na­to a cariche pubbliche ebrei in numero eccessivo. In verità, gli ebrei nominati sono probabilmente molto meno di quanto uno si aspetti considerando la percentuale della popolazio­ne ebraica» (Baltimore Jewish Times); «Noi ebrei ci siamo sempre sentiti particolar­mente vicini a Roosevelt. Ci capiva e capiva la natura degli attacchi sferrati contro di noi. Non esitò mai a servirsi delle competenze di consiglieri ebrei. Lasciate pure che dei politici fascisteggianti deridano la sua politica quale Jew Deal, egli non permise che ciò interferisse con l’impiego di talenti ed esponenti ebraici al servizio dell’America e dell’umanità. Quale luce discende sulla natura del giudaismo dal fatto che Roosevelt, che espresse la coscienza morale dell’umanità, fu un amico del popolo ebraico!» (The Reconstru­ctio­nist).

Ed ebrei sono invero i più intimi consiglieri presidenziali, taluni ministri a braccetto di alti funzionari mini­ste­riali, molti mem­bri del brain trust, molti capi dei più influenti uffi­ci pubblici. Tra i più rappresentativi ne ricordiamo un trecento.

Dopo essere stato a capo della Farm Credit Administra­tion (ente che nel 1933 aveva negoziato vendite di grano all’URSS prima ancora del benestare diplomati­co), è Segretario al Tesoro dal 13 novembre 1934 al 5 luglio 1945, quando si dimette per contrasti con Truman sulla politica da seguire a punizio­ne della Germania, il «down-right obnoxious, assolutamente odioso» Henry Morgen­thau jr (1891-1967), figlio dell’ex ambascia­to­re in Tur­chia e «merchant prince of “Our Crowd”» (così J.J. Goldberg), zio della futura storica della Grande Guerra Barbara Tuchman, legato per famiglia o amicizia con molti gruppi bancari, quali i Selig­man, Lewisohn e Warburg.

Tra i collabora­tori di Morgen­thau, i più stretti sono: Henry Bitterman, Aaron Director, Eli Frank, J.B. Friedman, Joseph Greenberg, Sid­ney Ja­cobs, la segretaria privata Henriette Klotz nata Stein (poi nel Federal Farm Board), Boris Kostelanetz, Laurence Stanley Lesser (consu­lente legale speciale della Securi­ties & Exchange Commission, poi vicediretto­re esecutivo del War Refugee Board), Melvin Loafman, Anna Michener, William I. Myers (docente di Finanze alla Cornell University, tra gli ideatori e poi subentrante capo della Farm Credit Administration), Harris Nie­res, Herman Oliphant (docente di Giurisprudenza a Chicago, alla Colum­bia e alla Johns Hopkins, primo presidente della New York Law Society, general counsel cioè capo della squa­dra avvocatizia della FCA e del ministero del Tesoro fino alla morte nel 1939, acceso antigiapponese e antifascista), il diret­to­re del­l’Ufficio Econo­mi­co Lawrence Howard Selt­zer, Morrison Shafforth, Joseph Shere­shewsky, Louis Simon, David Stern (proprietario del New York Post), Jacob Viner (docente di Economia a Chicago), James Paul Warburg (banchiere, braintru­ster, fondatore dell’United World Federa­lists e consigliere finanziario personale di FDR), il sottose­gretario Harry Dexter White e Joseph Zucker. Non ebreo, ma ardente mor­gen­thauiano fin dall’arti­co­lo apparso il 17 gen­naio 1943 sul New York Times Sun­day Magazine «Dobbiamo odiare o fallire­mo», è il già detto lo scrittore giallista Rex Stout, nel 1944 ràbido fondatore della Society for the prevention of the World War III.

Figlio degli ebrei lituani Jacob e Sara Weit/Weiß, Harry Dexter White (nato nel 1892, morto il 16 agosto 1948 di morte «improvvisa e inattesa», ufficialmente per infarto ma, verosimilmente, scrive Hartmut Stern, suicida per veleno dopo che ne era stata scoperta l’attività spionistica; come che sia, la cerimonia funebre si svolge a Boston al Temple Israel) è il più intimo collabo­ra­tore di Morgenthau per un decen­nio (raccomandato da Viner, nel 1938 viene assunto al Tesoro e fatto direttore della divisione Analisi Monetaria e la Statisti­ca), il suo «braccio destro» (John Charmley II), l’«anima nera» e il cervello pensante, uno dei cardini del Mon­do Nuovo (per un approfondi­mento della sua centralità nell’elabora­zione della politica postbellica vedi in particolare Schrenck-Notzing e David Irving) e della «collabora­zione» con Mosca, «colla­borazione» peraltro, ricca di spionaggio di ogni genere (tra l’altro, è proprio White a consegnare al governo sovietico, nell’aprile 1944, tramite l’Ufficio Incisioni e Stampe, i duplicati dei cliché per stampare i marchi di occupa­zione milita­re, la moneta a corso legale della Germania postbelli­ca).

Scrive la repubblicana Ann Coulter: «Harry Dexter White, sottosegretario al Tesoro sotto il presi­dente Franklin D. Roosevelt. Identificato come spia sovietica nel Venona [operazio­ne avviata nel 1943 dal colonnello Carter Clarke dopo le voci secondo cui Stalin stava negoziando una pace separata e giunta a decrittare il codice sovieti­co, scoprendo che l’Amministrazione pullulava di agenti comunisti in posizioni strate­giche alla Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Guerra, OSS e al Tesoro]. White era riuscito a procurare impieghi in posizioni di alto livello al Tesoro ad almeno altri undici agenti sovietici, tutti citati nel Venona. White aveva complottato con le spie sovietiche amiche Frank Coe e Solo­mon Adler per affossare un prestito critico alla Cina nazionalista, mentre nello stesso tempo cercava di convincere Roosevelt a concedere all’Unione Sovietica un prestito di dieci miliardi di dollari a condizioni estremamente favorevoli (restituibile in trentacinque anni a un interesse del due per cento). Nonostante il capo dell’FBI avesse ripetuta­mente avvisato Truman che White era un agente sovietico, il presidente mantenne White al Tesoro e poi lo nominò alto funzionario al Fondo Monetario Internaziona­le».

Diretti aiutan­ti di White, noti come i Morgenthau-Boys, sono Bernard Bernstein (dirigente del­l’Office of Coun­cil e poi colon­nello e diretto­re della sezione finanziaria della Civil Affairs Division dello SHAEF Supreme Headquar­ters of the Allied Expeditio­nary For­ce, isti­tuita nel marzo 1943 dal Supremo Quartier Generale del Corpo di Spedizione Alleato per governare l’Europa occupata), (con­sulente finan­ziario del­l’am­ba­scia­to­re a Londra John Winant e membro del­l’Euro­pe­an Advisory Commission­, creata a Mosca nel no­vem­bre 1943 per dirimere ogni que­stione inter­allea­ta), Irving Kaplan (rappresentante del Tesoro nella sezione di controllo dei fondi stranieri dell’US Group Control Council, l’ente che aveva sostituito la German Country Unit nell’applicare la politica di occupazione in Germania), William Ludwig Ullman, Victor Perlo, Harold Glasser, Virginius Frank Coe (consulente di Truman sulle questioni cinesi, imputato di essere una spia sovietica, fugge presso Mao, di cui diviene uno dei principali consiglieri), Abraham George Silver­man, Nathan Gregory Silvermaster, Solomon Adler e il goy Lauchlin Currie (consi­gliere di Roosevelt; informa i sovietici che gli americani stanno per forzare il loro codice), gran parte dei quali sarebbe presto stata identificata come spie sovietiche.

Dal 1° al 22 luglio 1944, alla conferenza di Bretton Woods, nel New Hampshire, White sarà uno degli artefici dei due «cani da guardia» dell’eco­no­mia mondia­le: l’In­ternational Monetary Fund e la World Bank, nata quale Interna­tio­nal Bank for Recon­struction and Development “Banca Internazionale di Rico­struzione e Svi­lup­po”. I coautori sono i sempre confrères economisti Erving Paul Ex­ner e Emanuel Alex­an­dro­vich/Alexan­der Goldenwei­ser, del quale l’Encyclopaedia Judaica scrive che «sviluppò i servizi statistici del [Federal Reserve] Board, rappresentò frequentemente a livello nazionale il Federal Reserve System e fu attivo nei massimi comitati tecnici governati­vi per l’economia e la finanza. Fu, inoltre, uno dei maggiori ideatori ameri­cani del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale».

Di assoluto rilievo è l’articolo comparso il 21 maggio precedente sul Völkischer Beobachter, il quotidiano ufficiale del partito, «Kampfblatt der nationalsozialistischen Bewegung Großdeutschlands, Foglio di lotta del movimento nazionalsocialista della Grande Germania», sotto il titolo

«Gli USA spingono [gli Stati] ad adottare il piano valutario ebraico – Morgenthau vorrebbe dare agli speculatori di Wall Street il totale controllo dell’economia mondiale», «Roosevelt convocherà presto una conferenza sulle valute mondiali, cui l’hanno spinto il segretario di Stato Morgenthau e Wall Street al fine di partecipare quanto prima al più grande affare che egli abbia mai offerto all’ebraismo: il controllo di tutte le valute e di tutte le economie attraverso il potere finanziario ebraico»: «Invero, il piano valutario di Morgenthau è stato già sostanzialmente accettato da tutti gli Stati deboli, poiché è il risultato del suo primo progetto e di una discussione durata sei mesi tra gli esperti di diversi paesi. Esso prevede l’istituzione di un fondo di dieci miliardi di dollari, che dovrebbe regolare il traffico internazionale dei pagamenti. Ma da tale fondo gli Stati riceveranno unicamente crediti limitati, secondo quanto avranno versato. Perciò un popolo attivo e operoso, ma privo di riserve auree e con uno spazio vitale angusto non potrà mai farsi strada col proprio lavoro, perché gli USA, l’Inghilterra e i sovietici, padroni della maggioranza del fondo, si arrogheranno il diritto di imporre ad ogni nazione l’entità delle sue esportazioni. È uno strangolamento di puro taglio ebraico, che favorisce in particolare l’aspirazione di Wall Street ad ottenere il controllo totale sul commercio mondiale, sulle materie prime, sui prezzi e soprattutto su ogni processo economico internazionale, e che inoltre dovrebbe far fruttare le attuali improduttive riserve auree americane, il 70% dell’oro monetario mondiale. Questa macchinazione ha incontrato qualche resistenza in Inghilterra perché, dopo la perdita della maggior parte degli investimenti all’estero, dopo la scomparsa del ruolo primario quale potenza marittima e dopo lo spostamento a New York del traffico valutario, gli inglesi contano in futuro di coprire le importazioni con le esportazioni, e di raddoppiare queste ultime. Ciò, mentre gli yankee si preparano a diventare il “magazzino del mondo” per garantirsi la gestione di tutti gli affari, così da sfuggire al pericolo di un crollo dopo la congiuntura bellica. Ma quando gli ebrei comanderanno, Churchill si piegherà, così come sta compiacendo ogni desiderio di Mosca. Anche in questo caso non è l’Inghilterra a poter offrire ai popoli speranze di sfuggire al cappio delle due internazionali del dollaro e della falcemartello. La salvezza potrebbe portarla solo la vittoria della Germania e dei suoi alleati, che vogliono sottrarre l’Europa e l’Asia Orientale alla rapina del potere finanziario ebraico, facendo fallire l’intero progetto coi suoi scopi chiaramente riconoscibili. L’ebreo Morgenthau può quindi ben tappezzare il suo palazzo con le partecipazioni degli USA alla banca valutaria, come d’altronde i miliardi versati dai contribuenti americani per l’UNRRA finiranno in tasche ebraiche. Ma i  popoli della terra sapranno riconoscere chi si batte per scongiurare il pericolo di dover consegnare il frutto del proprio lavoro agli speculatori dell’ebraismo mondiale».

Invero, l’obiettivo della conferenza di Bretton Woods è l’istituzione di un ordine moneta­rio mondiale, poi chiamato gold exchange standard, sotto l’egida del Paese di Dio: 730 delegati di 45 nazioni sovrane accetta­no il dollaro quale moneta internazionale di scambio – «esperanto del sistema finanziario mondiale», lo dice Gerhard Wisnewski (II) – stabilendo quel tasso fisso di cambi che durerà fino al 15 agosto 1971, nel quale giorno Nixon abolirà d’autorità (temporaneamente e de iure, poiché la vera data sarà il 19 marzo 1973, nel quale la temporaneità della sospensione verrà abolita per sempre de facto) la convertibilità del dollaro in oro, un rapporto durato 27 anni a 35 dollari per oncia. Dopo un braccio di ferro dovuto alla consapevolezza dell’inarrestabile declino del proprio paese, anche la delegazione inglese, guidata da John Maynard Keynes – il quale il 7 agosto 1944 aveva scritto al collaboratore T. Padmore che Londra, scesa in guerra con un attivo di 3,5 miliardi di sterline, lungi dal trarne guadagno ne sarebbe uscita con un debito di 2 – l’accetta il 6 dicembre 1945.

In realtà, un tentativo di introduzione di un gold exchange standard nella finanza internazionale rileva Massimo Amato, docente di Storia Economica all’Università Bocconi, era stato fatto nell’ambito della serie di conferenze diplomatiche che tra il 1919 e il 1924 avevano cercato di fissare i termini del pagamento dei debiti e delle riparazioni di guerra imposte alla Germania: «Mentre il gold standard classico precedeva una fissazione diretta della parità aurea di ciascuna valuta, alla quale seguiva in via strettamente aritmetica una parità delle valute fra loro, nel gold exchange standard la fissità dei cambi si ottiene legando direttamente attraverso un rapporto di convertibilità alcune valute all’oro, e tutte le altre a queste ultime, mediante un rapporto fisso di conversione diretto con esse, e dunque solo indiretto con l’oro. Questa fu la decisione presa nel 1922 e messa in atto tra il 1925 e il 1926, fino all’uscita dal sistema di Inghilterra e USA, rispettivamente nel 1932 e nel 1933.  Sterlina e dollaro avrebbero dovuto garantire la propria convertibilità in oro, e, sulla scorta di tale convertibilità, gli attivi in sterline o in dollari delle banche centrali delle altre nazioni aderenti avrebbero potuto essere considerati come se fossero riserve auree».

Chiude Massimo Fini (II): «Le varie monete nazionali non sono più direttamente convertibili in dollari (di cui le rispettive Banche centrali devono tenere una certa riserva) mentre i dollari sono invece convertibili presso la Federal Reserve, la Banca centrale degli Stati Uniti. Cioè una finzione, le banconote di ogni Paese, sono garan­ti­te da un’altra finzione, il dolla­ro, che a sua volta è garantito da una semifinzione: l’oro. Ma insomma laggiù, nei forzieri di Fort Knox, c’è ancora qual­co­sa di material­mente soli­do, di quantitati­vamente limitato [per il Tesoro USA, 8000 tonnellate ma, nota Marco Saba (II), «siccome non c’è mai stato un controllo ufficiale delle riserve dentro Fort Knox, si tratta semplicemente di parole e cifre scritte nell’aria. In compenso, la Gran Bretagna pretende di possederne circa un 10% in meno»] e di vagamente utile a costituire perlome­no un punto di riferimento del sistema del denaro. Un tenuissi­mo filo tiene ancora legata la massa della cartamo­neta alla merce. Natural­mente gli Stati Uniti non riusci­rono a resistere alla tentazione di stampare molti più dollari di quanti ne consentisse la loro riserva aurea. Ciò portò a frequenti e ingenti conversioni di dollari in oro che avrebbe com­pletamente prosciu­gato la Federal Reserve se gli USA durante gli anni Sessanta non avessero, con vari mezzi e mezzucci, reso di fatto in­con­vertibile il dollaro. Nell’ago­sto del 1971 Nixon, con un atto di chiarez­za e di onestà, mise uffi­cialmente fine al gold exchange standard. Il dollaro è però rimasto la mone­ta di riferimento per i pagamenti internazionali (dollar standard), il che permette agli Stati Uniti di ripetere il giochetto di emettere molti più dollari di quanto non più la loro riserva aurea ma la loro economia consentirebbe e, poiché questi dollari vanno all’estero, di scaricare la relativa inflazione sugli altri Paesi».

Per inciso, alla fine del secolo la FED, oltretutto istituzione privata, mantiene nelle proprie casseforti le riserve auree di ben sessantanove nazioni; in particolare, delle 3700 ton­nel­late d’oro della Bundesbank, solo 80, cioè il 2%, si trova nei forzieri tedeschi a Francoforte, il restante 98 essendo «custodito» a New York dalla FED, a Londra dalla Bank of England e a Parigi dalla Banque de France: della «sovranità» del GROD giudichi quindi il lettore, sapendo anche che, oltre a migliaia di funzionari civili, nel 2010, vent’anni dopo la caduta del Muro e la dipartita dell’ultimo militare sovietico, permangono nel paese, a garanzia di «buon comportamento», almeno 100.000 militari americani.

Ma tornando a White, sarà ancora lui, spia sovietica (nome in codice «Jurist»; «l’NKVD riuscì in ogni caso a infiltrarsi in tutte le sezioni importanti dell’ammini­strazione Roosevelt», commenta Andrew-Mitrokhin) della banda guidata da Nathan Gregory Silver­ma­ster e amico di Abraham George Sil­verman (alto dirigente governa­ti­vo, poi addetto del Pentagono) a trasmettere al capo quello che sarebbe passato alla storia come Piano Morgen­thau. Proget­to ideato a Mosca e tra­smes­so da Jacob Golos («ucraino» nato Raisin, agente «coperto» quale diret­tore della World Tourist, un’agenzia di viaggi aperta dal PCUSA, morto nel 1943, amante della shiksa Eliza­bet­h Ben­tley, impiegata del primo segretario del­l’amba­sciata sovietica Amitol Gromov; la Bentley, negli anni Trenta filofascista e poi comunista, nel dopoguer­ra sarà informatrice FBI, testimo­nian­do anche contro i coniugi Rosen­berg), il Piano, presentato il 2 settembre 1944 nella conferenza di Dumbarton Oaks presso Washington (22 agosto – 28 settembre, preparatore della futura ONU, per la quale Roosevelt prevede di investire i partecipanti – i «quattro poliziotti» USA, URSS, Inghilterra e Cina – del ruolo, imposto il disarmo a tutti gli altri paesi, di assicurare con la forza la pace mondiale) e reso «accettabile» alla sensibilità americana da White e dai sempre confrères Harold «Harry» Glasser e Virgi­nius Frank Coe, viene ap­pro­vato a Que­bec da Roose­velt e Chur­chill il 15 settem­bre in versione mitigata.

Nel presentare la propria creatura Morgenthau premette, con untuosità tutta bibli­co-wieseliana, che: «Non è la vendetta lo sco­po delle no­stre proposte. Il loro obietti­vo è il benessere dell’uma­ni­tà […] La scintilla diverreb­be fiamma, nel caso i tedeschi pensassero di avere ancora il potere di conqui­stare il mondo» (gli stessi concetti ripeterà alla commis­sio­ne senatoriale il 18 maggio 1945: «Il mio proposito non è la vendetta, ma un se­co­lo di pace in Europa»). Wilsonicamente articolato in 14 punti, il Piano prevede in realtà la riduzione del Reich a paese agri­colo-pastora­le dotato di una eco­nomia tale da portare e mantenere per sempre la popola­zione a un livello di vita non superiore a quello della sopravvi­venza (vanteria di Roose­velt il 6 settem­bre:

«I tedeschi do­vranno lec­carsi i baffi, quando la mensa dei poveri pas­se­rà loro una ciotola di minestra»).

Coerentemente col buon TNK [l’ebreo Theodore N. Kaufman, l’autore del l’istruttivo libello Germany Must Perish],  il Piano prevede:

●  la dissoluzione del governo tedesco, della NSDAP, della Wehr­macht, la chiusura delle scuole, delle università, delle stazioni radio e dei giornali, il divieto ai militari «liberatori» anche solo di parlare ai tedeschi, se non per dare ordini;

●  una lista degli arcicriminali, «arch-criminals», da fucilare a vista dopo cattura e identifica­zione;

●  la distruzione dell’industria, in particolare di quella pesante, attraver­so lo smantella­mento e l’asportazione degli impianti (con la prevista conseguente mor­te per fame o l’emigrazione di trenta milioni di tedeschi in Africa o in altre parti del mondo), asportazione che, in effetti, avverrà ad opera soprattutto di sovietici e francesi;

●  il distacco dal resto della Germania di al­cuni territori, in particolare della Ruhr e della Saar, ricchi di materie prime (commento di Morgenthau alla presentazione: «Voglio che la Ruhr sia smantellata […] Mi rendo conto che questa proposta causerà diciotto-venti milioni di disoccupati in Germania […] Ma il mio piano avrà un effetto enorme sull’Inghilterra e sul Belgio, in quanto garantirebbe la loro prosperità economica per i prossimi vent’anni; perché il loro principale concorrente per il carbone e l’acciaio è stata appunto la Ruhr»… con un utile annuo per l’industria inglese di 3-4 milioni di sterline, dovuto all’espulsione di Berlino dal mercato internazionale);

●  la frantuma­zione del Reich con una permanente occu­pa­zio­ne manu militari, l’a­bolizione del concetto stesso di Reich e la riorga­niz­zazione del paese in Länder de­cen­trati, ognuno munito di copie di pseudo-«ministeri» (come lo sfacelo della Germania in 343 entità imposto dalla Francia a West­fa­lia nel 1648, venefico parti­cola­rismo cui solo il nazionalsociali­smo porrà rimedio, così l’imposizio­ne del federali­smo alle nazioni nemiche è una costante strategica della politica USA per allentare i vin­coli interni delle nazioni e frammentar­ne le forze morali; il federalismo, sostiene inoltre il politologo Daniel J. Elazar, è una «invenzione ebraica», tesi affermata dal-l’AJC già nel 1943 in The Posi­tion of the Jews in the Post-War World, il quinto dei corsi di studi del Research Institute on Peace and Post-War Problems, che lega inscindibili federalismo e mon­dia­lismo:

«I progetti federali piacciono solitamente agli ebrei perché l’ordine mondia­le promesso da tali progetti implica un tentativo di realizzare nel nostro tempo l’idea­le profetico della fratellanza umana, così profondamente con­na­turato al giudaismo […] In un ordine federale mondiale, agli ebrei in quanto singoli, come ad ogni altra persona, saranno assicurati eguali diritti. In caso di discriminazione da parte delle autorità locali, un ebreo, come ogni altro cittadino del­l’unione federale, potrà appel­larsi alle autorità federali per proteggere i suoi dirit­ti. Purché il governo centrale sia forte abbastanza da imporre ovunque la sua costituzione e le decisioni dei suoi tribu­nali, la richiesta di una riparazione in tale ordine mondiale impedirà i mali dell’odier­na situazione, ove i singoli, privati dei loro diritti a causa delle ascendenze razziali, religiose, nazio­na­li o di classe, possono indirizzare le loro richieste solo allo Stato che li ha privati di tali diritti»);

nel dopoguerra, oltre allo spezzettamento in Länder con la formazione di governi regionali pressoché scollegati l’uno dall’altro, per evitare il concentramento del potere viene imposto il più radicale decentramento mai realizzato da uno Stato: a capitale del ROD viene posta la cittadina renana di Bonn, mentre alcune delle principali istituzioni vengono collocate: a Karlsruhe la Corte Costituzionale, a Norimberga l’Ufficio Federale del Lavoro, a Wiesbaden l’Ufficio Federale di Statistica, a Magonza la seconda rete televisiva ZdF, a Francoforte la Bundesbank, a Monaco il Goethe Institut, a Bonn l’Autorità di Vigilanza sui Mercati, a Coblenza gli Archivi Federali, a Friburgo  l’Ufficio Storico Militare, a Francoforte e poi anche a Lipsia la biblioteca nazionale Deutsche Bibliotek;

●   le disposizio­ni per «risarci­men­ti» e «ripara­zioni»;

●   le norme per una struttura­zio­ne dell’i­stru­zione in senso democra­ti­co e per una controri­forma agraria che vanifichi l’impo­sta­zione tradizionale e le riforme nazional­socia­liste, in particolare in campo agricolo (aboli­zio­ne, al fine di spezzare le proprietà terrie­re, dello Junker­tum in Prus­sia e del diritto di primogenitu­ra, Erbhof, in tutta la Ger­ma­nia).

Commenta James Bacque (I), trattando del programmato stermi­nio per denutri­zione, freddo e malattie dei prigionieri, privati della qualifica di POW per divenire DEF, Disarmed Enemy For­ces “Forze Nemiche Disarmate”, ideata dall’ex «svedese-tedesco» Dwight Eisenhower il 10 aprile 1945 e approvata il 26 dai capi degli Stati Maggiori riuniti:

«Il “caos” che, come Eisenhower aveva detto, avrebbe impedito ai tedeschi di sostentar­si, naturalmente stava per essere creato dagli Alleati stessi che volevano smantellare le strutture principali della Germania, comprese le organizzazio­ni assi­sten­ziali. Intendevano inoltre ostacolare o proibire la produzione di una lista di oltre 500 articoli, come era stabilito nel piano Morgenthau. Eppure il messaggio [di rispo­sta dei suddetti capi] diceva che l’esercito avrebbe ceduto la responsabili­tà alle “autorità tedesche”. Ma non c’erano “autorità” per farsi carico del manteni­men­to, una volta che l’esercito, il governo, le organizzazioni assistenziali, compresa la Croce Rossa tedesca e importanti strutture commerciali venivano abolite».

Aspramente conte­stato dal Segretario di Stato Cordell Hull (pur sposato ad una e­bre­a; pagherà l’opposizione a Morgenthau nel novembre, quando verrà sostituito dal più filoebraico Edward Stettinius), dal ministro della Guerra Skull & Bones Henry Stim­son (il cui braccio destro Special Assistant è l’ebreo italo-americano colonnello Charles Poletti, già vicegover­na­tore di New York, fu­tu­ro Capo del Governo di Occupazio­ne dopo lo sbarco in Sicilia), dai sena­tori repubblicani Burton Wheeler ed Edwin Johnson, capo della Commissione Difesa, dal governa­tore repubblicano di New York Tho­ma­s Dewey, da esponenti religiosi e dalla mas­sima parte della stampa, il Piano riceve pieno ap­pog­gio solo dal giornalista Max Lerner (scrittore e docente universitario, di lì a qualche mese al seguito della 1a Armata USA con base a Spa, nel Belgio, e nel dopoguerra docente alla Yeshi­va Univer­sity) su PM Peabody Maga­zine, da lui diret­to, il 29 settembre, 1° e 2 ottobre, e dal comu­ni­sta Daily Wor­ker.

Settimanale liberal ortodosso di proprietà dal «re dei grandi magazzini» Marshall Field III (socio del superbanchiere James P. Warburg), PM è in grado di fare a meno di ricercare gli annunci pubblicitari proprio in virtù della sovvenzione di cinque milioni di dollari elergita da Field. Quanto a costui, sottoposto a trattamento psicanalitico dopo il terzo divorzio e stanco di una faticosa vita da playboy, viene convinto dal dottor Gregor­y Zilbo­org (ebreo conver­tito quacchero, poi cattolicizzato) a cercare di dare alla propria vita un utile senso sociale, per la qual cosa gli fa incontrare il giornalista Ralph Ingersoll di Time, del quale finanzia il progetto per PM senza riservarsi alcuna influenza sul giornale. Apparso nel 1940 e pubblicato fino al 1948, PM si rivelerà il campione di tutti i record in materia di odio antitedesco.

L’opposi­zione al ministro del Tesoro provoca comunque addirittura una crisi di gabinetto; il 16 settembre, Stimson stesso giunge a definire il Piano «medi­ta­ta vendetta di un semiti­smo sel­vaggio, se­mitism gone wild with venge­an­ce», che porterebbe a sicura morte trenta milio­ni di tedeschi. La vitto­ria degli avversari di Morgenthau si prospetta tuttavia ancora lontana (si evidenzierà solo nell’aprile 1945, morto Roosevelt). Dimesso­si il 27 novembre per motivi di salute dopo dodici anni trascorsi a capo della diploma­zia rooseveltiana, Hull viene in­fat­ti sostituito da Harry Hopkins, pedina di Bernard Baruch, adepto Council on Foreign Relations e boss masso­ni­co, nonché noto come «il Rasputin della Casa Bianca» e, per il suo filo comunismo, l’«eminenza ros­sa»; istigatore tra i primi dell’attacco al Giappone, pro­tagonista di tutte le conferenze interna­zio­nali e ispiratore della Carta ONU, nel 1945 l’ex Segretario di Stato Hull verrà insigni­to, quasi a consolazio­ne, del Nobel per la Pace.

La mani­festa barbarie del Piano e la sua irra­zionalità politica di fronte all’inattesa aggressività sovietica (oltre che alla valutazione della maggiore efficacia operativa fornita da un’approccio soft alla Rieducazione con la morte per fame imposta da Eisen­ho­wer a un milione di prigionieri [Articolo sul tema: http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/30/616-campi-concentramento-buoni-quelli-alleati-gli-altri-lage.html ] e il brainwashing ope­ra­to dall’Olocolpe­voliz­zazione) indurranno l’Amministrazione a­ can­cel­lare i più drasti­ci propositi di distru­zione con la più realistica, per quanto durissima, Direttiva JCS 1067, approvata da Roosevelt il 23 mar­zo 1945 (JCS = Joint Chiefs of Staff, sottoscritta cioè dai capi di Stato Maggiore riuniti). Varata il 10 maggio seguente e pur osteggiata da più parti – anche da ebrei, come Max Rheinstein, giurista del governo di occupazione – la Di­retti­va resta per due lunghissimi anni l’asse por­tante della politica ameri­ca­na nei confronti del Reich («la Germania non viene occupata a scopo di liberazione, ma in quanto stato nemico sconfit­to», recita il capo 4/b: altro che l’infame weizsäcke­riano Tag der Befreiung, “Giorno della Liberazione”), fino al 14 luglio 1947, quando viene sostituita dalla più «morbida» Diret­ti­va JCS 1779. La politica di smantel­la­mento degli im­pianti indu­striali finirà co­mun­que solo nell’aprile 1951.

Quanto ad altre opere meritorie del gruppo, White, Silvermaster, Silverman, Glasser e Coe – insie­me a Noel Field, David Weintraub, Vic­tor Perlo, Irving Kaplan, Salomon Adler, William Ull­man, William Taylor e Dean Gooderham Acheson e ai goyim Alger Hiss, Lawrence Duggan, Henry Julian Wald­leigh e John Carter Vincent – la­vorano, diretti dal progressista ex «russo» Leo Paslovsky, anch’egli adepto CFR e capo della Divisione di Studi Speciali del Dipartimen­to di Stato, alla realizza­zio­ne di una «federazione mondiale» degli stati. Tranne Acheson, che pure riveste la carica di consigliere giuridi­co dell’amba­sciata sovietica, nel 1950 i diciassette (tredici dei quali ebrei) verranno incriminati quali membri di una rete di spionaggio comunista. La fine del «maccartismo» comporterà l’insabbiamento dei pro­cedimenti a loro carico.

●  Oltre ad Henry Morgen­thau jr, il cui ministero delle Finanze sottrae negli anni cruciali 1944-45 al ministero della Guerra e al Segretariato di Stato, competenti per gli aspetti mili­tari e civili dei piani sulla Germania, la guida della politica estera, gli altri quattro più intimi del Presidente sono:

     1.   Ber­nard Baruch, o più completamente Bernard Mannes (Ma­nas­ses) Baruch (1870-1965), del quale, sulla scia di quanto vantato il 20 ottobre 1933 dal Brooklyn Jewish Examiner, si arriva a dire che in assenza di Roosevelt ed Hull deve essere conside­rato «il presidente ufficioso». Potente banchiere, presiden­te con Wilson del War Industries Board (l’ente per la pianifica­zio­ne dello sforzo bellico, controllore dell’intera industria americana, cosa che permette a Baruch arricchimenti favolosi; per inciso, la sezione Armi da Fuoco e Munizio­na­mento del WIB è guidata dal goy Samuel Bush, 1863-1948, padre del futuro capo della CIA e presi­dente USA) e mem­bro del National Council of Defen­ce, poi del Supremo Consi­glio Eco­no­mico a Ver­sail­les e ideatore della League to Enforce Peace, sarà il delegato USA alla Commis­sione per l’Energia Ato­mica dell’O­NU. Curioso, ed anzi quasi incredibi­le se non fosse autore­vol­mente attestato, è quanto afferma il 30 settembre 1938 in una lettera in­via­ta all’ambasciato­re america­no a Berlino:

«Nessuna persona ragionevo­le può dubi­ta­re che il Trattato di Ver­sailles ha inflitto ai tedeschi tormenti e sofferenze. Molto di quanto è successo non sarebbe dovuto acca­dere […] Se non ci fossero state le misure prese da Hitler in Germania contro i membri del [nostro] popolo infelice, con ogni probabi­lità sarei di­venuto un suo seguace».

     2Her­bert Henry Lehman (1878-1963), cugino di Morgen­thau jr, è il succes­sore di Roose­velt quale governatore dello stato di New York (dal 1928 al 1946; curioso che nelle elezioni statali del 1934, mentre il Nostro è candidato per i democratici, il candidato dei repubblicani sia il confratello Robert Moses, quello dei socialisti il confratello Charles Solomon, quello dei comunisti il confratello Israel Amter). Compro­prietario della banca Lehman Bro­thers, direttore di numerose ditte, tra le quali Abraham & Straus Department Store (di proprietà Rothschild), County Trust Com­pany of New York, Jewel Tea Company, Van Raalte Company, Kelsey & Haye­s Wheel Company, Pierce Oil Corporation, Spear Company, Studebaker Corporation, Franklin Simon Company, Robert Reis & Company, General American Investors Limi­ted, Knott Hotels e Fidelity Trust Company, vicepresidente della Palestine Economic Corpora­tion, presidente onorario dell’American Jewish Com­mittee, nel conflitto è in stretto in contatto con Vladimir Olaf Aschberg (1877-1960, il finan­ziere della Gosbank, negoziatore di prestiti al regime stalini­sta, poi finanziatore del Frente Popular in Spagna), in seguito capo dell’UN­RRA (alla testa della cui divisione di risanamento industriale pone il «boemo» Antonin Fried, già direttore generale della Omnipol, il massimo gruppo com­merciale della Cechia interbellica) e ideatore del Piano Marshall, 39  senatore dal 1949 al 1957.

Quanto alla Pa­lestine Economic Corporation, essa è l’organismo che nell’ante­guerra tira le fila dello sviluppo dell’antica Terra Promessa, controllan­do un’infinità di enti e organismi, i principali dei quali sono la Central Bank of Cooperative Institu­tions in Palestine Banca Centrale delle Coo­pe­rative in Palestina, la Loan Bank Banca Prestiti, il Palestine Mining Syndica­te Associazione Mi­neraria Palestinese, la Palesti­ne Mort­gage & Credit Bank Banca Ipo­tecaria e Cre­ditizia Pale­stinese, la Palestine Potash Produzione di Potassa Palestine­se, la Palestine Water Com­pany Compagnia Palestine­se degli Acquedotti, la Bayside Land Corpora­tion Società di Com­pra­vendita dei Ter­re­ni e la Palestine Hotels, Compa­gnia Palestinese Alberghi. A ragione scrive il londinese The New Pioneer, nel dicem­bre 1938: «Britain does not own Pale­sti­ne. Nei­ther do the Arabs. Neither do the Palesti­nian Jews. Palestine is owned by the Palesti­ne Economic Corporation. Here we find the power wielding the effective economic le­verage, L’Inghilterra non possiede la Palestina. E neppure gli arabi. E neppure gli ebrei palestinesi. La Palestina la possiede la Palestine Economic Corpora­tion. Qui troviamo il potere che controlla le reali leve economiche».

E infatti, la sede centrale della PEC è nella newyorkese Exchange Place (all’epo­ca è presidente Ber­nard Flex­ner, vice il nostro Lehman). Altri membri del Consiglio di Am­mi­ni­stra­zione, tutti di eletta ascendenza: Israel B. Brodie e Jacob Epstein (Baltimora), Louis E. Kirstein (Boston), James H. Becker (Chicago), Oscar Berman (Cincinnati), Jacob Billikopf (Fi­ladelfia), Samuel Zemurray (New Or­le­ans), David M. Bressler, David A. Brown, il newdealico Ben­jamin Victor «Ben» Cohen, Julius Fohs, Samuel C. Lamport, Louis C. Loewenstein, Law­ren­ce H. Marks, Wal­ter E. Meyer, James N. Rosenberg, Reu­ben Sadowsky, Julius Simon, Nathan Straus jr, Louis/Le­wis Lichtenstein Strauss (di cui infra; il fratello Nathan, miliardario, aveva provveduto anche in proprio ai bisogni degli ebrei di Russia durante la carestia seguita alla presa del potere bolscevico, suo figlio Robert K. sarebbe stato stretto collaboratore del rooseveltiano Harry Hopkins), Robert Szold e Felix Warburg, fratello del Paul della FED e presidente dell’Administrative Committee della Jewish Agency.

     3Louis Dem­bitz Brandeis (1856-1941, soprannominato «Old Isaiah»), nato a Louisville, Ken­tucky, da genitori emigrati da Praga dopo i moti del 1848, tra i più noti e ricchi avvocati americani e principale tra gli esponenti sionisti, nel giugno 1916 viene no­minato da Wilson, suo intimo amico, giudice della Corte Suprema con­tro il parere del Senato e degli antisionisti Louis Marshall e Jacob Schiff (il quale dichiara, quanto al sognato stato ebraico:

«Nessuno riuscirà mai a farmi credere che uno possa essere egualmente leale nei confronti di due nazioni»).

Futuro ispi­rato­re delle linee direttive della politica di Ver­sailles, nel 1914 fonda il Provisional Zionist Committee e orga­niz­za l’Emergency Fund per aiutare gli operai confratelli, portando dalla sua i giudici Julian Mack, Car­dozo e Frankfurter ed un gruppo di «wealthy Jewish philan­thropists of the ti­me», i milionari Eugene Isaac Meyer, proprietario del Washington Post (come per il fratello-rivale New York Times, il quotidiano è nato da mani goyish, per la precisione nel 1877 ad opera di Stilson Hutchins; acquistato nel 1905 da John R. McLean, nel giugno 1933 è stato infine acquistato dal Meyer, finan­ziere e socio di Bernard Baruch) e futuro presidente della Banca Mondiale (nel 1946), Joseph Fels, Henry Hunt e Louis Edward Kir­stein (i due ultimi, membri della Reconstru­ction Fi­nance Corpo­ra­tion, guidata dal giudice di corte d’appello Jerome New Frank). Stephen Wise lo accomunerà a Weizmann: «I due uomini che fe­ce­ro più di tutti gli altri per continuare l’idea di Theodor Herzl e dare compimento al suo sogno». Suo stretto collaboratore, nato come lui a Louisville, è per anni Bern­hard Flexner, fratello di Abraham, il rifondatore dell’Institute for Advanced Study di Princeton, uno dei massimi istituti di ricerca, fondato a inizio secolo dai fratelli Louis e Caroline Bamberger, vedova del finanziere Felix Fuld.

     4Felix Frankfurter (1882-1965, «the man behind the President of the United States, l’eminenza grigia del presidente americano» lo definisce l’American Magazine del marzo 1934, «the most influential single individual in the United Sta­tes» lo dicono il Chicago American del 2 novembre 1935 e la rivista Fortune, «the legal master-mind of the New Deal, la mente giuridica del New Deal» e «the spearhead of the “braintrust”, l’uomo di punta delle Teste d’Uovo» lo dice Edmondson; taluno anche «stregone patriarcale» e «scaltrezza orienta­le»; sposa la presbiteriana Marion A. Denman), nato a Vienna, ram­pollo di una lunga serie di rabbini, figlio di un commerciante del Lower East Side. Talora indicato come nipote o genero del Brandeis, non è imparentato con lui, per quanto sia stato da lui definito «half brother, half son, mezzo fratello, mezzo figlio», nonché più che generosamente finanziato «to promote the causes both men believed in, per promuovere le cause nelle quali entrambi credevano» (Shogan). Già assistente dei ministri della Guerra e del Lavoro, diret­to­re fino al 1919 del War Labor Poli­cies Board “Consiglio per le politi­che del lavoro di guerra”, e con ruolo di primo piano nel formulare la Di­chia­ra­zione Balfour, è assistente del Segre­ta­rio di Stato Baker e mantiene stretti rapporti con l’emiro Feisal, capo della delega­zio­ne araba a Versailles, dove è rappresentante per il sionismo americano. Assistente del procura­to­re statale di New York Henry Stim­son (che raccomanderà a FDR quale ministro della Guerra, come appoggerà le nomine di Ickes, Hopkins e Jackson nelle cariche per le quali diverranno famosi), orga­niz­zatore delle cam­pagne elettorali di Roosevelt, del quale è consigliere fin dagli anni del governato­rato, ed allevatore di un vivaio di avvocati/giuristi ebrei alla Columbia Law School ove insegna, viene nominato nel 1939 alla Corte Suprema in seguito alla morte, nel luglio 1938, di Cardozo (già suo testimone di nozze). È a lui, allora tiepido sionista, che il partigiano polacco Jan Karski Kozielewski – poi elevato, nel 1982, al rango di «righteous Gentile» da Yad Vashem, adornato nel 1991 della Eisenhower Liberation Medal dallo US Holocaust Memorial Coun­cil, apoteosizzato infine, il 12 maggio 1994, con la cittadinanza onoraria di Israele – tra­smette nell’agosto 1942 le prime Olonovelle­. Scrive il biografo: «Dallo Square Deal di Theodore Roo­se­velt dei primi del Novecento alla Great So­ciety di Lyndon Johnson de­gli anni Ses­san­ta, Louis Bran­deis e Felix Frank­furter influirono sulla vita americana come poche altre persone». 40

A prescindere dalle olo-«con­ferme» sovietiche del­l’ottobre 1941 e gennaio 1942 (massacri di «ucrai­ni» operati dagli Ein­satzgruppen, un rapporto defini­to dalla World Zionist Orga­nization palestinese addirittura «Bolshevik propa­gan­da») e dal­le vocife­razioni di febbraio 1942 (Bertrand Jacob­son: 250.000 «ucra­ini» mas­sacra­ti), terza settimana di mag­gio 1942 (radio­messaggio del Bund: 700.000 «polac­chi» ster­mina­ti, composto da due docu­menti: una comunica­zione del Bund datata 16 marzo e un editoriale di Der Veker del 30 aprile, citati dalla BBC il 24 giugno e dalla Polish Fortnightly Review il 1° luglio), 16 giugno 1942 (voci di gassazioni avanza­te dalla News Review), luglio 1942 (Yit­zhak Gre­enbaum: massacri di «litua­ni») e agosto 1942 (Richard Lichthe­im: metodi e fini dello stermi­nio), dopo Kar­ski è Thomas Mann a diffondere dalla BBC nel giugno il primo «rappor­to» su 800 ebrei olandesi gassati a Mauthau­sen, campo nel quale anche i più beceri stermi­na­zio­nisti esclu­dono siano mai esi­stite Gaskammern (già nel gen­naio Mann aveva parlato di 400 ebrei olandesi «portati in Germania per servire di oggetto d’esperimento per i gas velenosi»).

«The second source of informa­tion about the Final Solu­tion» (non trasalga il lettore: «la seconda», scrive Henry Fein­gold, che ignora sia Karski sia il testimone de visu Vrba, pre­sun­to ammini­stratore del Block 7 di Birkenau, l’«inferme­ria», cen­trale del­l’O­lo-Suggestio­ne, sia l’ungarico Rabbi Michael Dov Ber Weissman­del e la sua as­si­stente Gizi Fleisch­mann… la quale, favoleggia l’originale Franco JAL Joseph Arturo Levi, traduttore di Barry Chamish, «fu gettata viva in un forno crematorio a Auschwitz. Rav Weissmandl riuscì a salvarsi saltando giù dal treno destina­to allo stesso campo di sterminio»), è Ger­hard Rieg­ner, già avvocato esuliz­zato in Svizzera, agen­te a Berna e poi se­gretario generale del World Je­wish Con­gress, che, apprese «informa­zioni» dall’indu­striale tedesco Eduard Schulte, «appas­sionato antinazista» dotato di moglie ebrea nonché «uno degli uomini più importanti dell’OSS in Germa­nia» che «ri­co­nosceva semplice­mente il male quando se lo trovava davanti» (dixit l’«esule» Robert Kemp­ner, poi boss norimberghese), nell’a­go­sto 1942 le passa a Samuel Sil­ver­mann, capo londi­ne­se del WJC, che il 2 settem­bre le inoltra a Ste­phen Wise.

Il 4 settem­bre è il WJC Jacob Rosen­heim a inviare a Wise «additio­nal grue­­some de­tails, altri spa­ven­tosi particolari», pezzo forte tra i quali l’uso dei corpi delle vittime «for the manufacture of soap and artificial ferti­lizer, per la produzio­ne di sapone [ http://olo-truffa.myblog.it/archive/2010/10/05/sapone-ebraico.html ] e fertilizzanti artificiali» (Frankfurter ne viene avvertito il 16 settem­bre). Il 20 novembre il giornale yiddish parigi­no Unzer Wort pubblica il pri­mo arti­colo sulle «gassazioni di massa» (già il 30 giugno 1942 il palestinese Davar aveva riportato voci sul già attuato sterminio di un milione di ebrei, per la massima parte in «camere a gas mobili», mentre il Grande Rabbino aveva istituito un ologiorno com­me­rativo e nelle scuole già s’incominciava a insegnare la più recente Novella).

Il 25 novembre Eliyahu Dob­kin, il boss del Mapai e dirigente della sezione «immigrazione» della Je­wish Agency che aveva attestato di avere parlato con un uomo che aveva visto coi propri occhi un ordine firmato da Hitler che decre­tava lo sterminio degli ebrei fino al 1° gennaio 1943, presenta il «first authorita­tive report on the Holocaust», così Yehuda Bauer (I), ba­sa­to sulle «informazio­ni» portate in Palestina da «cittadini palestinesi», in mas­sima parte donne, partiti dalla Polonia e «other European countries» il 28 ottobre col beneplacito dei tedeschi: «Dopo novembre fu chiaro che non ci sarebbero stati milioni di profughi ebrei – stavano impu­tri­dendo in fosse comuni [they were rotting in mass graves]». Per due anni l’opinione pub­bli­ca, pur bombardata di mille altri «dettagli», resta però, incallita dalle fandonie della Grande Guerra, scet­tica sulle Olonovelle. La «pri­ma descri­zione oculare di un campo di stermi­nio» compare su Time nel­l’agosto 1944, basato su un servizio dell’ebreo Ro­man Karmen, già propagandista rojo in Spagna, occupato il campo di concentramento di Majda­nek (dopo un processo-farsa, il 2 dicem­bre vengono impic­ca­ti quali respon­sabili di tale «sterminio» i tedeschi Wilhelm Gersten­meier, Edmund Pohl­mann, Theo­dor Scho­len, Heinrich Stalp, Antoni Thernas, Her­man Vögel).

La «prima te­sti­mo­nian­za in prima perso­na» è quella dei due evasi auschwit­ziani Ru­dolf Vrba Walter Rosenberg/Ro­sen­thal diciannovenne e Alfred Wetz­ler/West­ler poi ribattezza­tosi Josef Lanik venticinquenne, giunta ai sioni­sti a Ginevra nel maggio 1944 e resa nota al pubblico USA nel novem­bre in un «rappor­to» con le «testimo­nianze» degli «slo­vac­chi» evasi Czeslaw Mordo­wicz e Arnost Ro­sin e del maggiore polacco Jerzy Weso­low­ski alias Tabeau (per inciso, lo stermina­zioni­sta T. Iwasko c’informa che gli evasi dai campi di Auschwitz furono 667, di cui 105 da Birkenau, e che ne furono ricatturati 270, gli altri quattrocento restando liberi di urlare urbi et orbi le voci del genocidio). La pub­bli­cazio­ne è curata dal War Refugee Board, l’ente creato per sal­vare «the victims of enemy oppres­sion» il 22 gen­naio con Ordine Presi­den­ziale n.9417, con­trol­la­to da Morgen­thau e diretta da Wise. Dopo un primo milio­ne di dollari governa­ti­vi, il WRB viene finanziato da gruppi ebrai­ci, in testa l’American Jewish Joint Distribu­tion Com­mitte­e, e riceve altri quattro milioni governativi nel maggio. Asciutto il revisionista profes­sor Robert Faurisson: «Ogni organismo allea­to incari­ca­to di perseguire “crimini di guerra” e ogni procura­to­re alleato responsabi­le di processi a “criminali di guerra” avrebbe­ro così disposto della versione uffi­ciale della storia di questi campi» (Annales d’Histoire Revisioniste, n.5/1988). Le immondizie di Vrba vengono demo­lite nel primo proces­so Zün­del dallo stes­so Vrba che le definisce licentia poëtarum

[ Rudolf Vrba ha avuto il coraggio (o meglio, la sfrontatezza) di presentarsi come testimone dell’accusa al processo Zundel del 1985. Messo di fronte alle stridenti contraddizioni delle suddette testimonianze dall’avvocato della difesa,guidato dal prof. Faurisson, a Rudolf Vrba non è rimasto che appellarsi alla “licentia poetarum” (sul primo processo Zundel vedi M.H.Hoffmann li, The Great Holoaust Trial, Institute for Historical Review, 1985. La confessione relativa alla “licenza poetica” appare negli atti del processo Zundel ,In the District of Ontario between Her Majesty the Queen and Ernst Zundel, Toronto, Ontario, January 23, 1985, voL VII, p. 1448) ],

nonché meto­dica­mente nel 1990 dallo spagnolo Enrique Aynat e nel 1994 da Jür­gen Graf (collateral­men­te, Vrba arrogan­teg­gia di avere egli stesso stabilito in 140.000 gli ebrei francesi gassati ad Auschwitz; di fronte alla contesta­zione che lo stermina­zionismo ha ufficialmente fissato in 75.721 gli ebrei deportati dalla Francia, e che è difficile che il numero 75.721 possa contenere il numero 140.000, l’Immondo esplo­de: «Chi è quel revisioni­sta che sostiene una simi­le cosa?»; sul destino degli oloscampati «francesi» vedi Pierre Guillaume V).

Chiudiamo l’inciso con una domanda di Arthur Butz: «Perché le orga­nizza­zioni ebrai­che esistenti fuori della sfera dell’Asse e che avevano tanto da dire sullo “sterminio” e sull'”as­sassinio” [ad esem­pio nelle innumeri manifestazioni di protesta in Madison Square o nelle dichia­razioni uffi­ciali di condan­na da parte degli «Alleati» o di FDR] non avevano cercato di avvisa­re gli ebrei sottoposti al giogo hitleriano di ciò che si nascondeva dietro i pretesi programmi tedeschi di trasferimen­to di popola­zio­ni? In tutti i racconti ci viene narrato che gli ebrei facevano i loro bagagli per partire in deportazio­ne e che poi entravano nei campi senza immaginare che si era sul punto di ucciderli […] Più preci­samente, questa gente [gli sterminazio­ni­sti] si dà da fare per far perdere al suo uditorio il senso del contesto e della prospettiva». Si consideri­no, infine – prima dell’evidenza che nessuna olo­menzio­ne fu fatta dai ser­vizi di in­tel­ligence anglo-USA, né dai traditori tedeschi dell’Ab­wehr o di altri gruppi, dal Vaticano o dalla Croce Rossa Interna­zionale – le più che eloquenti immagini de L’Al­bum d’Ausch­witz!

Poiché qualche lettore o Lei stesso, caro Gatti, potrebbe avere trasalito all’espressione «oltretutto istituzione privata» da me usata quanto alla FED, chiudo con la nota 9 dello stesso volume:

●  Tra i protagonisti dell’isola Jekyll, giunti nel vagone passeggeri privato di Aldrich: lo stesso Aldrich, presidente della Commissione Nazionale per le Questioni Finanziarie, socio della banca J.P. Morgan e suocero di John D. Rockefeller jr; Henry P. Davison senior partner della J.P. Morgan; Frank A. Vander­lip presidente della rockefelleriana National City Bank, all’epoca prima banca mon­dia­le per capitale depositato, delegato al contempo della Kuhn, Loeb & Co.; Charles D. Norton, presi­den­te della morganiana First National Bank of New York di Morgan; Abraham Piatt Andrew vice­segretario del Tesoro; Benja­min Strong del direttivo della J.P. Morgan’s Bankers Trust Company; Paul M. Warburg, socio della Kuhn, Loeb & Co. e dele­gato dei Rothschild sia inglesi che francesi. I sette personaggi, noterà in seguito George F. Baker in un articolo sul New York Times 3 maggio 1931, rap­pre­sentavano un sesto (Viktor Farkas e G. Edward Griffin sono più generosi: un quarto) della ric­chezza mondiale.

Un inciso preliminare: A prima dimostrazione degli inestricabili legami d’interessi, conoscenze e parente­le tra l’establishment industriale-finanziario WASP e quello ebraico al volgere dell’Ottocento, citiamo tre fatti:  1. iniziata l’ascesa quale indu­striale petrolifero e acquistata la Chase National Bank, John Davison Ro­cke­feller sr la fonde con la Manhattan Bank dei Warburg a costituire il gigante bancario Chase Manhattan, mentre il fratello William acquista la First National City Bank2. il figlio John Davison Rockefeller jr sposa Abby, figlia del senatore Nelson Aldrich, il principale difensore degli interessi di Morgan e nel 1908 capo della National Mone­tary Commis­sion per una riforma creditizia dopo la crisi finan­zia­ria dell’anno precedente (tornato dall’Europa, ove era stato inviato con un gruppo di esperti per studiare i sistemi bancari centralizza­ti, nel 1910 Aldrich è, con Paul Warburg della Kuhn, Loeb & Co., l’ideatore della con­ferenza di Jekyll Island;  3. mentre per la vulgata i battisti Rockefel­ler discendono da protestanti francesi emi­grati in Ger­mania e quindi negli USA, la genealogia stilata dallo stori­co Malcolm Stern in Ameri­cans of Jewish De­scent e convalidata dal confratello Stephen Birmin­gham in The Grandees – America’s Se­phar­dic Elite, Harper & Row, 1971, ne afferma a tutte lettere l’antica ascendenza sefardita.

Il Federal Reserve System, istituto di emissione controlla­to non dallo Stato ma da un direttorio di sette membri – sei espressi da dieci banche private, tutte ebraiche (sei internazionali: Roth­schild Bank of London, Rothschild Bank of Berlin, la parigina Lazard Frérès, Israel Moses Seiff Bank of Italy, Warburg Bank of Hamburg, Warburg Bank of Amsterdam, e quattro newyorkesi: Lehman Bro­thers, Chase-Manhattan Bank, Kuhn, Loeb & Co. e Goldman Sachs), il setti­mo essendo il Segretario al Tesoro pro-tempore – viene poi perfeziona­to dalla Commissio­ne Aldrich, che relazionerà al Senato il 16 gennaio.

Come al fallimento erano andati incontro i primi due tentativi di istituire una Banca Centrale (la Bank of North America nel 1781-83 e la First Bank of the United States nel 1790-1811) similmente l’Aldrich Bill viene però respinto dal Congresso. Tra i più decisi oppositori sono  il deputato Charles Lindbergh sr del Minne­sota e il senatore del Wi­sconsin Robert LaFollette, il quale ultimo ammonisce che in caso di approvazione il paese verrebbe governato da cinquanta banchieri (irridendo, lo corregge davanti ai giorna­li­sti il suddetto Baker della J.P. Morgan: il numero non sarebbe maggiore di otto). Vi si oppone anche il presiden­te Taft, il quale, ben scrive Lello Ragni, «in alcune circostanze si dimostrò ostile alle strategie di potere della nuova oligarchia del denaro: infatti, nel corso del suo mandato il numero di cause promosse contro i trust raddoppiò rispetto al periodo di presidenza del suo predeces­so­re Theodore Roosevelt. A questo punto i cospiratori di Jekyll Island decisero di boicottare Taft e di apportare alcune modifiche all’Aldrich Bill cambian­do­ne anche il nome ma mantenendone inal­te­rata la sostanza. Alle nuove ele­zioni presiden­ziali appoggiarono così entrambi i rivali di Taft. Theodore Roose­velt, che ora concor­reva per il Partito Progressista, fu finanziato da Frank Munsey e George Perkins, entrambi agenti di [John Pierpont] Morgan [il cui padre Junius, come detto, era stato agente dei Rothschild; i discendenti si integreranno poi anche fisicamente nel sistema finanziario ebraico impalman­do donne delle casate Schiff, Loeb e Kuhn]; il demo­cra­tico Woo­drow Wilson fu invece finanziato dai ban­chieri ebrei Jacob Schiff, Bernard Baruch, Henry Morgen­thau e Thomas Fortune Ryan».

La divi­sione del fronte avversario attraverso la creazione di concorrenti di disturbo è usuale strategia dell’Alta Finanza. Nello specifico, Wilson riceve il 42% dei voti, il che significa che il 58% gli ha votato contro: non fosse sceso in campo Teddy, la maggioranza sarebbe andata a Taft; come avrebbe riconosciuto anni dopo il «colonnello» House: «Wilson fu eletto da Teddy Roosevelt». Quanto al massone Wilson, docente a Princeton e dal 1910 governatore del New Jersey, non solo è uomo di Morgan dal 1907 mentre il suo più stretto consulente finanziario è Cleveland H. Dodge della Natio­nal City Bank dei Rockefel­ler, ma, riporta Jacques Bordiot (I), è vulnera­bile a causa di un «incidente sentimen­ta­le» con una certa Mary Peck. Assistita dall’avvo­cato newyorkese Samuel Unter­myer (talora dato anche: Unterme­yer, in seguito acerrimo «antinazista» e anima nera di FDR), costei gli chie­de un cadeau di 250.000 dollari in cambio della restituzio­ne di alcune lettere compromettenti. Dopo un mercanteg­gia­mento nel quale la somma offerta da Wilson sale a 100.000 dollari, Unter­myer, «con l’ac­cor­do di alcuni “amici”», avanza una contro­pro­po­sta: la restituzio­ne delle lettere gratuitamente contro la nomina alla Corte Suprema di «un certo» confratello Louis Dembitz Brandeis, già coideatore del Federal Reserve Board e della Federal Trade Commis­sion.

Giubilato Taft e insediatosi Wilson il 4 marzo 1913, il Federal Reserve Act riceve tosto il fervido appoggio del princi­pa­le consigliere del presidente, il «colonnello» Edward Mandell House (1858-1938, di religione battista ma dato per ebreo da Sigilla Veri, Dieter Rüggeberg, Horst E­ckert, Helmut Schröcke e Cusham Cunningham; l’an­ti-rooseveltiano Cincinnatus, seguen­do il giornalista Howden Smith, ne fa invece discen­dere l’ebrai­ciz­zante secon­do nome da un commer­ciante ebreo ami­co del padre, dicendo «mali­cious rumors» le voci che lo vogliono di ebraica ascen­denza; lo zio Thomas, agente dei Rothschild, fu grande mercante d’armi a metà Ottocento; il titolo onori­fi­co di colonnello gli fu conferito da un governatore del Texas in cambio di servigi politici; certo ebreo è il secondo segretario di Wilson, Itzig Tumultey). Definito da Wilson con altisonanti parole («House è la mia seconda personali­tà. È il mio ego indipendente. I suoi pensieri e i miei sono tutt’uno. Sarebbe nel giusto chiunque con­cludesse che le sue iniziative riflettono le mie opinioni»… il tutto fino al marzo-aprile 1919 quando giungerà la rottura tra i due, determinata dall’andamento antiwilsonico dei «trattati» versagliesi), il «colonnello» è in strette relazioni anche con Paul Warburg, da lui «consigliato» a Wilson.

Conclude Ragni: «Così il 22 dicembre 1913, quan­do molti mem­bri del Congresso e­ra­no già in ferie, fu appro­va­to il Federal Reser­ve Act con 298 voti favorevoli e 60 con­tra­ri alla Camera dei Rappresentanti e con una mag­gioranza di 43 contro 25 al Sena­to. La legge riservava l’emissione di banconote a dodici Federal Reserve Bank distri­buite sul territorio [Atlanta, Boston, Chicago, Cleveland, Dallas, Filadelfia, Kansas City, Minneapolis, New York, Richmond, San Francisco, St.Louis] e controllate da un consiglio diretti­vo chiamato Federal Reserve Board [a capo del quale il 10 agosto 1914 viene posto il goy Charles S. Hamlin]. Paul Warburg entrò nel primo Federal Re­serve Board, mentre Benja­min Strong, uno degli uomini di Mor­gan presenti a Je­kyll Island, fu fatto presi­dente della Federal Reserve Bank di New York [dal 1920 manterrà rapporti strettissimi, professionali e personali, col presidente della Banca d’Inghilter­ra Montagu Norman]». Poco dopo, gli stessi fondano l’IRS Internal Revenue Service, l’ufficio del fisco centrale che incassa i tributi dei cittadini e li gira alla FED quale «credito del Tesoro degli Stati Uniti».

Asciutta la definizione di Antony Sutton: «Il Federal Reserve System è un mo­no­polio privato lega­lizzato della riserva monetaria a vantaggio di pochi col pretesto di promuovere e proteggere l’interesse pubblico». «Un preciso scopo del cartello» – aggiunge Griffin – «era di legare a sé il governo federale, cosicché i grandi banchieri potessero scaricare i passivi sui contribuenti». Più implacabile Geminello Alvi (V): «Ma la Banca di stato del 1911, da quando un segreto convitto di banche la pensò a Jekyll Island, serviva appunto ad altro. Ad assecondare il lucro indegno dei banchieri, nonché le fantasie geopolitiche dell’establishment dell’estremo Occidente, finanziando guerre o rincorrendo impossibili promesse».

Alle prossime, ed ultime, due lettere, caro Gatti.

Cuveglio, 10 novembre 2012

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