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Nov 07

0050- Diciassettesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Diciassettesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

 Gentile signor Gatti,

è con un certo rammarico che Le comunico di non potere mantenere la promessa che Le avevo espresso nella Sedicesima. Digiuno come sono di cose legali, avevo infatti ritenuto possibile potere parteciparLe il testo della querela per istigazione a delinquere, minacce e diffamazioni che Le avevo preannunciato contro gli ignoti presunti che Lei sa. Mal me ne incolse. Il mio avvocato, valente oltre misura, mi ha bacchettato le dita, e tuttora mi diffida, dopo avere premesso di non transigere sulle mie velleità di informarLa: non solo il testo di una querela non va diffuso prima di un giudizio, ma non ne andrebbe data nemmeno menzione. Voglia quindi capire l’imbarazzo nel quale, data la mia inesperienza giuridica, mi sono venuto a trovare.

Vabbé, Lei dirà, e allora perché mi scrive? di che cosa parliamo? Ora, a parte che non mi sembra che Lei mi abbia mai offerto solidarietà né condannato le tesi oloaberranti, i comportamenti liberticidi, le minacce e gli insulti sparsi a piene mani nei miei confronti – e non abbia quindi, data la Sua latitanza, alcunché da pretendere – ritengo tuttavia di doverLe gratitudine. Gratitudine che spero dimostrarLe ragguagliandoLa – dopo che l’ho fatto sulle sconcezze del Tanakh – su qualche altra sconcezza più recente, ad esempio l’Oloimmaginario. O almeno, su sconcezze che tali sarebbero giudicate da ogni persona documentata e di senno. Le riporto quindi qualche olospunto, come le note 32, 33 e 8 di Holocaustica religio – Psicosi ebraica, progetto mondialista.

●  Nota 32.  A parte i geyser di sangue inventati da Elie Wiesel, è anche Gitta Sereny (I), suggestionata da Eichmann (riportato da David Cesarani : «C’era una fossa, era già piena, e il sangue sgorgava fuori… come posso dire…? come una fontana») e decisa copiona delle «confes­sio­ni» della «SS di Dio» Kurt Gerstein, ad avallare la favola della «terra tremante» riportando­ci le pennellate addebitate ad Albert Hartl, ex dirigente «pentito» del RSHA Reichssicherheit­shauptamt “Ufficio Cen­tra­le per la Sicurezza del Reich”, presente a Kiev nella «torrida estate» del 1942, a dieci mesi dal «fatto»: «A un certo punto – stava cominciando a far buio – passammo accan­to a un lungo burrone. Notai strani movi­menti della terra. Zolle di terra schizza­va­no in aria come per propulsio­ne inter­na, e c’era del fumo. Era come un vulca­no che ribolliva sommessa­mente: come se ci fosse lava rovente appena sotto ter­ra. [Lo Standarten­führer Paul] Blobel [«il più efficiente assassino di ebrei», ex architetto di Düsseldorf «alcolizzato» e «pervertito»] scoppiò a ridere, fece un gesto col braccio indicando all’indietro lungo la strada e più avanti, per tutto il burrone – il burrone di Babi Yar – e disse: “Qui riposano i miei trentamila ebrei”». Singolarmente, sempre trentamila erano stati gli ebrei assassinati, sempre in due giorni, a Dneprope­trovsk dall’SS-Gruppenführer Friedrich Je­ckeln e dai «suoi esperti macellai» del Kommando 5 della Einsatzgruppe C.

Secondo la vulgata, entrati i tedeschi a Kiev il 19 settembre 1941 dopo aspri combattimenti (la città, incendiata in gran parte e minata con bombe a radio­deto­nazione dai sovietici, sarà luogo di battaglia antipartigia­na per altre due settimane), il primo «massa­cro» di ebrei a Babi Yar si apre la vigilia dello Yom Kippur con mitra­gliamenti, fucilazio­ni e pistolettate (ma anche, attesta Sergej Ivanovic Lutzenko, guar­diano del cimitero di Lukyanovka, scagliando i bambini vivi dentro le gole, e quindi risparmian­do pallottole; modalità confermate dall’«unica soprav­vis­suta» del massacro, Dina Mirono­vna Pronicheva, nel processo aper­tosi a Darm­stadt il 2 ottobre 1967), da 150 uomini del Sonder­kom­man­do 4a della Einsatzgrup­pe C, «supported by Ukrai­nian militia men, aiutati da miliziani ucraini» (così la Encyclopaedia Judaica), il 29 e 30 settem­bre. E precisamente, sottolinea Jonathan Schen­ker, in trentasei ore: «il più grande stermi­nio compiuto in una sola gior­na­ta. È stato tutto terribil­mente veloce, i tedeschi non hanno dato tregua», dirà l’oloesper­to israeliano Yitzhak Arad (un giorno e mezzo in cui, nota Herbert Tie­de­mann in Dissec­ting the Holo­caust e conferma Karl-Heinz Schmick, piovve inin­terrot­ta­mente e persino nevicò, rendendo pressoché impratica­bi­li le strade!).

Al­tre «stragi» seguono nei 778 giorni «of Nazi rule in Kiev». Fam­oso per essere stato messo in versi nel 1961 dall’ucraino Evgenij Evtushen­ko ispirato dal superame­ricano Joseph Schec­htman (poesia musicata da Sho­sta­kovic con la Tre­di­cesima Sinfo­nia… ma il primo poema babiyari­co l’aveva compo­sto l’«ucraino» Savva Golova­niv­skij, nel 1949 accusato dalla Literaturnaja Gazeta di «avere dif­fama­to la nazione sovietica» avendo descritto la passivi­tà della popolazione davan­ti allo «sterminio» degli ebrei), il «massa­cro», fictionizza­to nel 1947 da Ilja Eren­burg in Burya, vede gli olostermi­nati sep­pel­liti in una gola nei pressi di Kiev dopo essere stati denudati onde recupe­rarne il vestiario (oltre cento ca­mion).

In decrescendo, ecco le cifre da diciassette fonti: Vitaly Kortych, edi­to­re della rivista sovietica Ogo­nyok, nel­l’aprile 1990 dà un totale di 300.000 mas­sacra­ti; gli ebrei Vladi­mir Posner ed H. Keyssar, nel 1990, si ac­conten­tano di 200.000 (Remem­be­ring War – A US-Soviet Dialo­gue, Ox­ford UP, New York); nel­l’ot­tobre 1991, in una com­memo­ra­zio­ne a Babi Yar, si parla di 150.000; il 4 di­cembre 1943 il New York Times riporta che i massacrati sono «più di 100.000», dato ripreso dal­l’Encyclo­pe­dia ­Bri­tannica, dal­la Judaica e dal­l’Encyclope­dia of the Holocaust, nonché inscritta in bronzo in russo, ucraino ed ebraico sul memoriale: «Qui gli occupanti fascisti tedeschi fucilarono oltre 100.000 abitanti di Kiev e prigionieri tra il 1941 e il 1943»;

il 29 novembre 1943 una Commis­sione­ So­vie­tica d’Inchie­sta abbassa i morti a 80.000; nel 1959 l’Enciclo­pedia Sovietica dell’U­craina e il 14 feb­braio 1968 il New York Ti­mes ci ricordano che sono 70.000; e 70.000, nel solo giorno 29 settembre 1941, sono i massacrati per Fausto Coen e Luciano Tas; «fino a 70.000» li nu­mera nel 1972 (3a edizio­ne) la Grande Enci­clo­pe­dia Sovie­ti­ca, che nel 1952 (2a e­dizione) aveva però ignorato la voce «Babi Yar»;

nel 1942 l’america­no Coun­cil on Soviet Re­lations pubblica il rapporto The Molo­tov Paper on Nazi Atro­ci­ties con la cifra di 52.000 (che troviamo il 16 no­vem­bre 1941 nel Daily Bulletin of the Jewish Tele­graphic Agency), salita a 60.000 tondi in George Creel nel 1944; di 50.000 parla il 5 settembre 1991 il Washington Times; nel novembre 1941 al­cu­ni parti­gia­ni polacchi di Leo­poli rife­ri­scono l’assassinio presso Kiev di 38.000 ebrei ad opera di «tede­schi e ucrai­ni»;

più «scrupoloso» è il rieducato Grosses Lexikon des Dritten Reichs che, «according to an of­fi­cial German re­port», riporta solo i 33.371 mitragliati del 29-30 settem­bre 1941 (del suo, Wiesel ne aggiunge qualche altra decina di migliaia: «… eppu­re a Babi Yar in dieci giorni sono stati sterminati 60.000 forse 80.000 ebrei, tra Rosh ha-Shanah e Kippur»); per il Grand Diction­naire Encyclopé­dique La­rous­se del 1982 le vittime crollano a 10.000; l’Encyclo­pedia of Ukraine edi­ta a Toronto nel 1988 dà infine un «misero» totale di 3000 uccisi.

Dato che i «massacra­ti» sono stati interrati nella gola facen­do­ne saltare i ciglioni affinché «la massa di terra seppellisse i cada­ve­ri, eliminando in tal modo le tracce dell’accadu­to» (a causa, verosi­mil­mente, dei processi putre­fattivi la terra, riferisce in tutta serietà Wiesel in Parole d’étranger, avrebbe tremato per mesi con geyser di sangue alzantisi dal terreno!), per­ché non dissot­terrarne i corpi – taluni potreb­be pensa­re – e mettere fine all’impu­denza «neonazista», alle squallide tesi degli olodubitan­ti? Ebbene, ciò non è possibile.

Il Kölner Stadt Anzeiger di Colonia ce ne chiarisce il motivo il 7 ot­to­bre 1991. Riportando un comu­ni­cato della A­btei­lung Presse­do­ku­men­ta­tion, «Sezione Documen­ta­zione per la Stam­pa» del Bun­des­tag, il quotidiano scri­ve che «nel 1943 internati ebrei furono costretti a dissep­pellire i corpi [fino a 300.000! ricordiamo che per esumare le 4800 reali e con­cre­te salme di Katyn i tede­schi im­piega­rono dal 29 marzo al 3 giugno, due mesi e mez­zo]; questi fu­rono ­cre­ma­ti in forni, le ossa triturate [zer­ma­hlen]. Dopo la ritirata dei tedeschi nulla doveva ricor­da­re l’assassinio di mas­sa ivi com­piu­to».

Più colorita è una seconda versione. Secondo la testi­mo­nianza di un capitano ebreo dell’Armata Rossa, rilascia­ta il 10 febbraio 1944 all’Eyni­keyt (Unità), il giornale del Comitato E­braico An­tifascista di Mosca, «i tedeschi portarono in catene 300 pri­gionieri sovie­ti­ci a Babi Yar nel maggio 1943. Questi pri­gio­nie­ri furono obbligati a costruire enormi forni nella terra [huge ovens in the earth] e in ogni forno furono cremati circa 4000 corpi. Circa 100.000 c­orpi furono così cre­mati e poi i prigionieri che ave­va­no eseguito la crema­zione furono essi stessi cremati. Diciotto dei prigionieri so­pravvissero all’azione».

Leggermente più detta­glia­ta che non la Judaica è l’Encyclopedia of the Ho­lo­caust, la più recente e, presumiamo, autorevole fonte «documen­taria». Per essa il curato­re Israel Gutman, nato a Varsavia nel 1923, ex «insorgen­te» del ghetto, olomiracolato da Majdanek, Auschwitz, Mauthausen e Gunskir­chen e, giura Arno Lusti­ger, «Nestore della storiografia della Shoah e della Resistenza», non solo ha scritto una sessantina di voci, ma ha mobi­li­tato 140 «eminenti esperti colle­ghi da ogni parte del mondo». Innanzi tutto ci viene detto che, vergognoso forse dell’ac­caduto e per cancella­re ogni prova, lo Standarten­führer Paul Blobel, già capo del “Son­derkom­mando 4a” e ora del “Son­derkom­mando 1005” (denomina­zioni inven­tate di sana pianta, date al mondo dal giudice so­vietico Smirnov a Norimberga il 19 febbraio 1946), torna a Kiev nel lu­glio 1943 e sele­zio­na dal cam­po di Syretsk 327 prigio­nieri, dei quali 100 ebrei (verosimilmente a corto di informa­zioni serie, invece di 327 Creel ne asserisce in tutto 100).

Allog­giati in un rifugio ricavato in una parete della gola e protet­to da una «porta di ferro» e da «una guardia con una mitraglia­tri­ce», i 327, incatenati i piedi («they had chains bolted to their legs»), esumano e cremano i 100.000 cadaveri. Stavol­ta non più nelle enormi fosse della Judai­ca (secondo la quale, evidente­mente, le leggi di natura sono state abo­li­te dal 1942 al 1944), ma su pire di ceppi imbevuti di benzina («doused in gasoline») posti su una base di traversi­ne. Le ossa che non si riesce ad incenerire («that did not respond to incine­ra­tion») vengono fran­tu­ma­te usando le lapidi del vicino cimitero ebraico: «for which pur­po­se the Nazis brought in tombstones from the Je­wish ce­me­tery».

Per inciso, anche ad Ausch­witz i tedeschi impongono un tale minuzioso lavo­ro: le «ceneri delle fosse» e i residui non combusti di «ossa» vengono trasportati «ad una spiana­ta di cemento dietro al crematorio, dove le ossa dovevano essere sminuzza­te dai prigionieri con degli attrezzi simili a quelli usati per battere i sampietri­ni»… così il «teste» Sonder­kommando Shlomo Venezia [passato a miglior vita ottantanovenne il 1° ottobre 2012], che nel 1995 riferi­sce la «spianata» nei pressi del crematorio III, mentre il non meno autorevo­le Sonder­kom­mando Filip Müller aveva attestato, sedici anni prima, che l’u­ni­ca «spia­nata» esistente era «nel cortile interno del crematorio V». Quanto a Belzec, impagabile è il marchingegno attestato da Roberto Sforni: «Quan­do tutti i corpi erano stati rimossi da una fossa, un altro gruppo setacciava il terreno, per estrarre tutti i residui, come ossa e ciocche di capelli, gettandoli tra le fiamme. Dal campo di Janowska fu fatto arrivare uno strumento in grado di tritu­ra­re le ossa uma­ne con una persona già esper­ta del suo funzionamento, un Ebreo unghe­re­se di nome Szpilke. Que­sta macchina, alimentata da un motore die­sel, posiziona­ta a pochi metri dalla “Stiftung Hackenholt”, aveva l’aspetto di un enorme frulla­to­re in cemento con una sfera che conteneva due bocce di metallo. Quando la sfera veni­va fatta girare ad alta velocità, le due bocce andavano a colpire le ossa contenute nella sfera, polveriz­zan­dole. Alla base del macchinario vi era un setaccio che agiva da filtro, trattenen­do i pezzi di ossa che non erano stati distrutti e vomitando invece le polveri fini».

Tornando su Babi Yar, più dettagliato – e quindi, suggerisce implicitamente Erhard Roy Wiehn, più af­fidabile – è l’olo­scampato Jakov Kaper: «Una squadra spe­ciale smi­nuz­zava queste ossa con parti­co­lari maz­zuoli di legno [mit speziellen Holz­stößeln]. C’era poi una rete, una specie di crivello, dove le ossa sminuzzate venivano setacciate. I pezzi più grossi venivano frantumati più volte [wieder­holt zerstoßen] ed ancora setacciati, la cenere veniva mischiata con sabbia, messa in carriole e dispersa sulla strada […] La squadra di cremazione era composta da un 330 uomi­ni. Tre volte al giorno ci ispezionavano le ca­tene e giuravano spirito­sa­mente che anche in cielo una squadra aveva tante “figure” come la nostra. Ce lo diceva­no e ridevano. Non ci conside­ra­vano più uomi­ni, ma “figure”, giocat­toli […] Penso che non ci sia e non ci possa essere un lavoro più orrendo di questo schifo, la cremazione dei cadaveri a Babi Yar».

Il cimitero serve anche, secondo Creel, a fornire le grate, costruite con la recin­zio­ne, per i «quattro crematori» «alti come una casa di due piani […] I corpi venivano posti su grate di ferro, uno strato alternato a uno di legname imbevuto di kerosene. Ognuno conte­neva quasi 4000 cadaveri […] Durante l’operazione, spesso ufficiali delle SS arrivavano su camion con prigionieri che erano stati asfissiati. Essi portavano anche taluni prigio­nie­ri svenuti, ma vivi, e anch’essi venivano get­tati sui roghi». Dopo avere obbligato i detenuti a frantuma­re le ossa schiacciando­le tra le lapidi, i «nazi», recuperatori di aurei denti dagli ologas­sati, compiono ciò che i loro meno avidi colleghi due anni prima han­no trascu­rato: come per i lituani di Masha Greenbaum, ven­gono se­tac­ciate le ceneri per recupe­ra­re i possi­bili («they might have contai­ned») oggetti d’oro e d’argen­to. Pensa forse il lettore che queste minuziose operazio­ni, delle quali nessuna traccia è rimasta («no trace was left of the mass graves») abbiano necessitato di diversi mesi, o magari di anni? Nos­signore. Pun­tua­le, l’EH: «Cremation of the corpses began on Au­gust 18 and went on for six weeks, en­ding on Septem­ber 19, 1943» (la località sareb­be stata occupata dai sovietici il 6 novem­bre). Oltre ai festeggia­menti per l’impre­sa e a mo’ degli antichi egizi, lo stesso 19 settem­bre, a grazie di tanta solerzia, vede l’esecu­zione e la cremazio­ne dei 327, tranne quindici cui, come accadde per i mashagre­enbau­miani, «le tene­bre e la nebbia han­no permesso la fuga poco dopo la mezzanotte [shortly after mid­night]».

In conclu­sio­ne, i 100.000 cadaveri (cifra accetta­ta dall’«italico» Gad Lerner, che pennella, invidioso del Wiesel dei geyser di sangue: «Di notte la terra si muoveva come viva, tanti erano i corpi che si agitavano ancora sepolti tra i cada­veri dei loro cari. Alla fine i morti si conteranno in più di centomila, e negli anni Cinquanta si rende­ran­no necessari degli inter­venti [!] perché la terra troppo grassa [!] non era in grado di assor­bi­re la pioggia che allagava i dintorni») – e i milioni di pallottole usate – svaniscono in 31 giorni, a una media di 3200 pro die (un pro­gres­so: per Sybille Steinbacher, per eliminare i 100.000 cadaveri prodotti dai «Bunker 1 e 2» di Birke­nau, Blobel aveva impiegato tre mesi!). E non in forni ad alta tem­pe­ratu­ra, ma all’aria aperta, in tutta tranquillità. E a prescindere dal maltempo, dalla pioggia e dal fango. E trasportando per ferrovia e su strada e incenerendo almeno dieci­mila tonnel­la­te di legno ben secco (al­meno un quintale per cadavere, se posto su pira!), posate anche sul­le cancellate divelte del cimitero a fini di aerazione (!). Diecimila tonnel­la­te, una catasta alta un metro, larga un metro e lunga almeno trenta chilometri (e catasta ta­gliata da chi? e dove?). E mandando in fumo, impla­ca­bili, migliaia di etto­litri di vitale benzi­na. E il tutto poco dopo la gigantesca battaglia di Kursk, mentre l’Armata Rossa, bava alla bocca, incalza i «cri­minali hi­tleria­ni» e osserva, serafica quando non ammirata, tanta impresa da poche decine di chilometri.

Nel Lexikon des Judentums, edito a New York da John Oppen­hei­mer, si leg­ge che nel 1936 vivono a Kiev 140.000 ebrei (il 27% della popolazio­ne cittadina). La Judaica dà al 1923: 128.000 ebrei (32%), al 1926: 140.256 (27%), al 1939: 175.000 (20%). L’EH dà 160.000 ebrei al 1941. Negli scorsi decenni, ma soprat­tutto a partire dal 1985 con la pere­strojka, decine di migliaia di membri della comunità ebraica di Kiev (quella «pres­so­ché completa­mente an­nien­tata a Babi Yar e in altri massacri nei due anni di occupazione tedesca», come recitano i libri scolastici della Terra Rieduca­ta) emigrano in Israele, negli USA o in Terra Rie­du­cata (nei soli ultimi mesi del 1991 ben diecimila ri­chiedono un visto al consola­to tedesco di Kiev). Ebbene, il 6 ottobre 1991 l’Agence France Presse comuni­ca che la popolazio­ne e­braica di Kiev ammonta a 120.000 individui. In paral­lelo la Judaica indica che nei quindici anni seguenti il conflitto ammontava a 200.000 indivi­dui. I quali, secon­do il censimento sovie­ti­co, nel 1959 sono 154.000. Ora, che la comu­ni­tà ebrai­ca di Kiev sia stata rimpol­pata dopo la guerra con ebrei di altre regioni è credibile ed ovvio. Consi­de­rata però la questione in tut­te le sfaccetta­ture ed avendo pre­sen­ti i rilievi che gli studiosi re­vi­sio­nisti hanno portato per de­mo­lire l’Immagi­nario (ne bastino, per Babi Yar, anche i soli aerofoto­grammi in John Ball), la­scia­mo al let­to­re le con­clu­sio­ni.

In ogni caso, il Sistema vieta il pensiero non solo sulle più generali oloconclu­sio­ni eretiche, ma anche su singoli oloaspetti, quale appunto Babi Yar: nella primavera 1999 Hans-Eberhard Hefendehl, diretto­re di un perio­di­co non-confor­me, per avere du­bitato della versione canoni­ca viene danna­to dalla pretura di Coburgo a sei mesi di carcere condi­zio­nali più un’am­menda di 2000 marchi (l’ac­cusa aveva richiesto otto mesi senza condizionale), mentre il coimputato Paul J. Muenzer si accon­tenta di 2000 marchi d’ammen­da (nessun dibattito è stato, ov­viamente, tenuto né ammesso sulla giu­stezza o meno delle loro tesi). Cosa, d’altronde, pretendere dal GROD, se anche la presi­dentessa bundesta­ghiana Rita Süß­muth, il 5 ottobre 1991 nel cin­quan­tenario del «massa­cro», ne aveva gettato l’eterna «colpa» sull’in­tero popolo tede­sco?: «Babi Jar ist eine Stätte schrecklicher Erinne­rung, ein Ort des Gra­uens und, für uns Deutsche, der Scham und nicht tilgbarer Schuld, Babi Yar è un luogo di tre­mendi ri­cordi, un luogo di orrore e, per noi tedeschi, di vergogna e colpa incancel­labile». Disinvol­to, chiude Peter Novick: «Dopo il ritorno dei sovietici a Babi Yar, il cor­ri­spon­dente del New York Times al seguito dell’Armata Rossa sottoli­neò che mentre i funzionari sovie­tici sostenevano che decine di migliaia di ebrei erano stati uccisi a Babi Yar, “nessun testimone delle esecuzioni ha parlato coi giornalisti”; “è impossibi­le per questo giornalista giudicare della verità o della falsità della storia racconta­taci”; “nei burroni ci sono poche tracce per confermare o confutare la storia”».

Troppo ghiotta per essere ignorata, riportiamo poi la poetica testimonianza, offerta in tutta serietà ai minus habentes da Antonella Salomoni, concernente il fantamassacro di Berdichev il 15 settembre 1941: «Un intero giorno di sangue. Le fosse ne erano stracolme, giacché il terreno argilloso non riusciva ad assorbirlo. Il sangue debordava formando grandi pozze, scorreva a fiotti e colava nei profondi avvallamenti del terreno. I feriti che cadevano nelle fosse non morivano a causa dei proiettili, ma soffocati, annegati nel sangue. Gli stivali dei boia erano fradici di sangue, e per raggiungere la loro tomba le vittime cammina­vano in un lago di sangue […] Per coprire i corpi fu necessario ammassare montagne di terra, e la terra si muoveva, quasi respirasse in preda a convulsioni. Di notte, molti di coloro che erano ancora vivi riuscirono a trascinarsi fuori da quei cumuli. L’aria fresca era penetrata nella terra smossa e aveva restituito forze e coscienza a quanti, tra coloro che giacevano in cima ai mucchi delle vittime, si trovavano ancora in vita, feriti e/o svenuti. Costoro, strisciando, cercarono istintivamente di allontanarsi il più possibile dalle fosse. La maggior parte morì sfinita o dissanguata lì sul terreno, a poche decine di passi dal luogo dell’esecuzione».

Semichiudiamo con l’altrettanto suggestivo Anthony Read: «In alcuni [campi e luoghi di olosterminio] i corpi in decomposi­zione si erano gonfiati e avevano premuto contro la copertura delle fosse in cui erano sepolti, aprendole a forza ed emergendo dal terreno come zombi accusatori. Ossessionato dalla neces­si­tà di segretezza, Himmler diede disposizione di riesumare i cadaveri dalle fosse comuni e bruciarli su grandi pire, macinando le ossa rimaste fino a ridurle in polvere, in modo che non vi fosse alcuna possibilità di contarli. Le ceneri e la polvere così ricavati furono vendute come fertilizzante agricolo».

Ancora più zombesco è il cinquantenne prete cattolico Patrick Desbois, già rettore del seminario del Prado a Lione, presidente dell’associazione Yahad-In unum (“l’uno e l’altro insieme”), «creata nel 2004 da eminenti personalità del mondo cattolico ed ebraico», ultimo rinverditore dell’olonovella per quanto (o magari in quanto) direttore dell’«Ufficio nazionale dei vescovi di Francia per le relazioni con l’ebraismo» e «consigliere del Vaticano per la religione ebraica». Dopo escursioni in Ucraina durate due anni alla ricerca di prove, restato senza alcunché degno di tal nome il Nostro accatasta raccontini horror in linea con la più stupida vulgata: «Come convincersi del fatto, su cui i testimoni concordano, che le fosse [comuni contenenti decine o centinaia o migliaia di cadaveri di ebrei mitragliati] hanno continuato a “respirare” per tre giorni? Questi contadini ne parlavano come di qualcosa di vivo. Che senso dare a queste parole? Inizialmente, pensavo alla putrefazione dei corpi. Poi, un giorno, in un altro villaggio, qualcuno – un bambino, all’epoca, precettato [dai tedeschi] per riempire una fossa  – ci aveva raccontato che era stato afferrato da una mano che affiorava dalla terra. In quel momento, ho compreso quello che tutti i testimoni, che ci avevano raccontato di fosse che si muovevano accompagnando le loro parole con un’ondulazione delle mani, volevano dirci che in effetti ci vogliono tre giorni perché una fossa “muoia” con tutti quelli che sono stati sepolti ancora vivi! Da allora, riesco ad ascoltare frasi come queste: “La fossa ha impiegato tre giorni a morire… il pozzo si è lamentato per tre giorni”. Quanti devono essere finiti nelle fosse feriti leggermente o addirittura gettati vivi! Quelli che non cascavano subito venivano spinti e morivano soffocati sotto due o tre metri di terra spalata sulle loro teste».

O l’olonovella dei denti, strappati – l’olovulgata s’innalza sublime! – dalle bocche non più dei morti ma dei vivi… e senza anestetico!: «Di recente, sono venuto a conoscenza del fatto che si passava tra gli ebrei con dei sacchetti e delle pinze per strappare loro i denti d’oro. Una donna di novantun anni, Anna Chuprina, nel mezzo di una testimonianza molto lunga, stesa sul suo letto, si era messa a piangere rievocando la morte dei bambini ebrei […] Davanti alla sua finestra avevano ammazzato più di 8000 persone [ci si immagini lo spazio occupato dall’equivalente di una mezza divisione ammazzati davanti ad una finestra… cadaveri poi per nulla trovati, e nemmeno un bottone, né da chicchessia né da Desbois… ovviamente perché riesumati e svaniti nel nulla ad opera delle diaboliche Einsatzgruppen!]. Un giorno, uno dei suoi figli, adolescente, era rientrato a casa con la schiena insanguinata. I tedeschi l’avevano picchiato. “Volevano farmi strappare i denti, ma mi sono rifiutato e loro mi hanno picchiato”».

Similmente «una certa Petrivna», le cui parole «escono di bocca con un sussurro» mentre «le mani sbattono l’una contro l’altra»: «”Sapete, non è facile camminare sui corpi” dice alludendo alla cedevolezza di quello che era divenuto il fondo della fossa […] Con calma, le chiedo se avesse dovuto camminare sui corpi. Mi risponde: “Sì, per pigiarli”, mimando con le braccia. Ho capito. “E ha dovuto farlo la sera, al termine delle fucilazioni” aggiungo, “oppure di volta in volta?” Accorgendosi che ho compreso, la donna riprende a raccontare: “Di volta in volta. Eravamo trenta giovani ucraine, con i piedi nudi dovevamo pigiare i corpi degli ebrei e spalarci sopra uno strato di terra, così gli altri ebrei si potevano stendere”. “A piedi nudi?” “Sapete, eravamo molto poveri, non avevamo scarpe. I tedeschi mi avevano vista la mattina nei campi. Sorvegliavo una mucca. Mi hanno detto di andare da mia madre, di prendere un badile e di tornare. Quando sono arrivata a casa, mia madre mi ha detto di obbedire, se no mi avrebbero ammazzata. Anche le altre ragazze che sono state prese sorvegliavano le mucche. Eravamo tutte povere”. Mai avrei potuto immaginare [commenta il buon Padre] che i tedeschi avessero utilizzato delle ragazze ucraine per pigiare i corpi degli ebrei con i piedi, come si fa con i grappoli del Beaujolais nei giorni della vendemmia […] Le chiedo se loro venivano fatte uscire dalla fossa tra una fucilazione e l’altra. “Sì” mi risponde, “il comandante tedesco dava un ordine per scendere nella fossa e uno per uscire […] Molti ebrei erano solo feriti… era dura camminarci sopra”» (l’ideatore del sistema degli accatastamenti, noto come Sardinenpackung, sussurra in nota il traduttore del libello, era stato l’alto ufficiale SS Friedrich Jeckeln).

Olomito di rinomanza pari almeno a quello dell’olosa­po­ne, più diffuso degli oloparalu­mi e decisamente più degli olospazzolini, gli olodenti hanno una venerabile storia. Se, strappati ai cadaveri, in Schindler’s List vengono gettati sul tavolo da una lattina a mo’ di dadi, anche l’ispiratore di Spielberg, Thomas Keneally, mica ci va leg­giero: «C’e­rano grandi quan­tità di anelli da bam­bi­ni [!?] e bisognava mantene­re un freddo controllo delle proprie emozioni sapen­do la loro pro­ve­nienza. Solo una volta i gioiellieri vacil­la­rono: quando gli uomini delle SS aprirono una valigia da cui roto­la­rono dei denti d’oro ancora mac­chia­ti di sangue. In un muc­chio ai piedi di Wul­kan erano rappresen­tate le bocche di un miglia­io di morti, ciascu­na delle quali gli gridava di alzarsi in piedi e proclama­re l’infame provenienza di tutti quei prezio­si».

Altrettanto imaginifici sullo Zahngold erano stati Jean Pélissier («Una delle prime preoccupa­zio­ni [delle SS] era di controllare la dentatura dei nuovi arriva­ti, a cagione dei denti d’oro che apprezzavano molto […] A torso nudo, quattro SS allinea­va­no i cadaveri, le teste girate tutte da una parte. Uno delle SS, munito di una lunga pinza, recuperava i denti d’oro»), Otto Friedrich («Otto prigionie­ri che erano stati dentisti […] spalan­cavano la bocca di ogni cadavere ed estraevano tutti i denti e i ponti d’oro che trovavano; questi veni­vano gettati in un secchio contenente un acido che elimina­va eventuali residui di car­ne e di osso […] con questa operazione si ricavava­no da nove a dieci chilo­grammi d’oro al giorno»), Szymon Wizen­thal («C’era ad Auschwitz una sorvegliante, una simpatica, semplice ragazza della Selva Nera, che così parafrasava la sua attività: “Lo devo fare ancora per sei mesi. Poi potremo costruirci la nostra casetta”. Ogni mese mandava a casa alla sua famiglia alcuni grani d’oro che si ricavavano dai denti degli ebrei assassinati»; con Alan Levy, ritrucida: «[Il quattordicenne ebreo ex orafo Stanislaw] Szmajzner fonde­va l’oro, da otturazioni spesso lorde di sangue e con pezzi di denti e gengiva ancora attaccati, e produceva anelli, gioielli e monogrammi per le SS e i loro familiari»… sottraendolo quindi alle Finanze del Reich), nonché, decisamente più truculento, tal rabbino Warsciawsky che, stando a Roger Peyre­fitte, relaziona sulla reazione di un «ragazzo di quindici anni che era ritornato nella nostra baracca e stava vicino a me e bestemmia­va tutte le volte che mi sentiva recita­re le preghie­re»: «Rimpro­verai con dolcezza il ragazzo di rinnegare quello che gli avevano inse­gna­to. Mi rispose sghignazzando: “Mi hanno fatto strappare i denti d’oro dei cada­veri. Un bel lavoro, no? Sono riuscito a racimolare per loro più di cento chili d’oro. Dovevo fracassare le mascelle con una zappa e un giorno, pri­ma che me ne ren­dessi conto, fracassai quella di mio padre che era mor­to in un’altra baracca. Rimasi completamen­te inebetito con la zappa in mano. Poi, pazzo di rabbia, mi misi a colpire quella testa finché fu ridotta a una poltiglia informe, maledicendo quell’uo­mo che mi aveva fatto nascere in que­sto orribile mondo. Poi sono svenuto: hanno avuto pietà di me e mi han­no esentato dal lavoro. E voi credete che possa ancora crede­re in Dio?”».

A far conto, quindi, ogni ex pos­sidente di denti, compresi due milioni di bimbi più o meno edentuli, e i ricchi come i più poveri, avrebbe dovuto avere in bocca un discreto carico d’oro a maggior gloria del Reich. L’unica cosa certa è che l’11 maggio 1998 l’agenzia Reuters annun­cia che il «ricer­catore tedesco indipendente» Hersch Fischler ha avanzato l’i­po­tesi che 600 kg di aurei lingotti tuttora in carico alla Deutsche Bank «proven­gono pro­babil­mente dal­l’o­ro fuso ricavato dalle otturazioni dentali di vittime dell’O­lo­cau­sto» (così eventi n.16/1998).

Fantasiosi anche i franchisti nella guerra civile spagnola: «I legionari […] si limita­va­no a esaminare le bocche dei morti e a estrarne, dopo qualche colpo con il calcio dei fucili, le capsule d’oro dei denti» (Arthur Beevor). Ben documenta­ta invece è l’aspor­ta­zione dei denti d’oro ai cadaveri degli assassinati dalla CEKA ed il loro riutilizzo, come fa [l’ebreo] Mikhail Frinovskij, il vice d[ell’ebreo] Niko­laj Ezov, che coi denti di un «giustiziato» si rifà la dentiera (Donald Rayfeld). Becero invece, trattando di Katyn e dintorni, [l’ebreo] Victor Za­slavsky (IV): «Mentre le SS naziste avevano come regola di rimuovere ogni pezzo d’oro dai corpi delle loro vittime, le truppe speciali del NKVD non avevano simile direttiva». Il giovane storico universitario Alessandro Barbe­ro, peraltro suscettibile sterminazionista, cita infine una testimonianza sugli antichi «specialisti dentari» del dopo-Waterloo: «Alcuni ebrei russi partecipa­vano alla spoliazione dei morti strappandogli i denti d’oro, un’ope­razione che compivano con la più brutale indifferenza. Le mar­tel­late di questi sciagurati mi risuonavano orrendamente nelle orecchie, mescolate alle pistolettate dei belgi che stavano uccidendo i cavalli feriti».

Chiudiamo però con una carrellata di perle desboisiane. Ivan Lichnitski di Novozlatopil: «Ogni mattina uscivano nudi per essere fucilati in tre grandi fosse. Alcuni contadini erano stati precettati per percuotere delle pentole in maniera da coprire il rumore dell’esecuzione». Edeme Smailovytch di Simferopol: «Agli ebrei, prima [e dai!] dell’esecuzione, venivano strappati i denti d’oro. Li prendeva in consegna un ufficiale». Nina Lisitsina di Bielogorsk: «Stava sul bordo della fossa quando una donna, al suo fianco, è caduta dentro trascinandola con sé. I tedeschi l’hanno creduta morta. Durante la notte, è uscita dalla fossa aggrappandosi alle radici. Aveva cinque anni». Anna Pavlivna Senikova di Romanivka: «Sua zia era stata precettata per cucinare. I tedeschi volevano banchettare durante l’esecuzione. Si alzavano dalla tavola due per volta, per andare a sparare». Jaroslav Galane di Borové: «Mentre le fosse venivano scavate, i tedeschi si erano procurati un grammofono per ascoltare della musica. Uno di loro suonava l’armonica. Durante la fucilazione, succhiavano delle caramelle alla menta».

Conclusivo, da wpop12.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi, l’articolo «L’opinione di Friedrich Paul Berg su Desbois»: «Ho il libro The Holocaust by Bullets [L’Olocausto mediante pallottole] di padre Patrick Desbois. È sbalorditivo per la sua totale mancanza di qualsiasi prova forense sul fatto che anche una sola persona sia stata uccisa dai nazisti [nel corso delle rappresaglie antipartigiane sul fronte dell’Est]. Nemmeno il più piccolo frammento di osso è stato trovato in una qualunque delle presunte fosse comuni. La “prova” che viene presentata in tre delle sedici pagine di foto a colori consiste in nulla più che bossoli di pallottole consumate, presumibilmente tedesche, trovati vicino a qualcuna delle presunte fosse comuni – ma non è stato trovato nemmeno il più piccolo osso o brandello dei vestiti di una vittima, o di chiunque altro. Nelle sedici pagine di foto a colori, a parte i bossoli delle pallottole, tutto quello che si può vedere sono tetri scenari di fattorie russe in rovina e cosiddetti “testimoni oculari” che appaiono come i più patetici “scemi del villaggio” che si possano trovare. Il libro non è semplicemente l’opera di un solitario mitomane in abiti talari, ma è il prodotto di una importante collaborazione con lo Yad Vashem e l’USHMM [United States Holocaust Memorial Museum]. Il libro è anche un National Jewish Book Award Winner [vincitore del premio nazionale del libro ebraico]. Sul retro della copertina, Deborah Lipstadt ci dice che “il suo [di padre Desbois] contributo alla storia e alla memoria umana, per come è stato registrato in questo importante libro, è incommensurabile”. Il libro è stato anche “pubblicato con il sostegno dell’USHMM”. Bene, il libro smantella tutto quello che ci è stato detto sulle Einsatzgruppen. Questo è il suo contributo alla storiografia, ed è davvero un grande contributo. Dove Desbois si aspettava di trovare prove forensi sostanziali, non ha trovato assolutamente nulla se non semplice spazzatura. Per nascondere il suo fallimento, Desbois fa ricorso alla vecchia storia che i nazisti riesumarono tutti i corpi molto tempo dopo che le vittime erano state fucilate, e che li bruciarono all’aperto, da qualche parte. Bene, vi sarebbero dovute essere ancora grandi quantità di frammenti di ossa, se questo è il modo in cui andarono le cose. Uno deve leggere il libro da sé, per capire che la mistificazione è davvero putrida per quanto è grossolana. È anche un’ulteriore ragione per chiedere che i “revisionisti” che ancora credono alla insensatezza dell'”Olocausto mediante pallottole”, Mark Weber e David Irving in modo particolare, presentino qualche prova seria o la smettano con la loro vigliaccheria. Il cosiddetto Olocausto è davvero una sporca mistificazione. Non ci fu nessun programma di sterminio, né mediante gas né mediante pallottole. Desbois, senza capirlo, ci fornisce la più grande prova indiretta che si possa immaginare».

Ma le fosse, per Dio!, ma le fosse! ne sono state «identificate» almeno cinquecento… ma che vengano scavate e periziate! e i «negazionisti» inchiodati, per sempre, all’infamia delle loro tesi! E bravo, risponde il prete: «Il rabbino si siede lentamente, serio e silenzioso, e prende a esaminare diversi scritti, redatti a mano in yiddish su dei fogli gialli e bianchi, che sono stati disposti per tempo sul tavolo. Si tratta di pareri della giurisprudenza rabbinica internazionale riguardanti le disposizioni relative ai corpi degli ebrei uccisi durante la Shoah. Tenendo in mano un foglio giallo, solleva gli occhi e mi spiega in inglese che è stato stabilito che gli ebrei assassinati dal Terzo Reich siano considerati tsadiqim, dei “santi”, e che è accordata loro la pienezza della vita eterna. Per questo, la loro tomba, sia dove sia, se sotto un’autostrada o sotto un giardino, deve essere lasciata intatta, affinché la loro pace non sia disturbata». Cultura di singolare purezza, metodologia storica di condivisibile razionalità!

●  Nota 33.  A parte le sapienti pennellate fantaorrorifiche del «sollevamen­to» e delle «mogli non ancora morte» con annessi «fuochi brucianti giorno e not­te», ricor­diamo che «nei pressi delle camere a gas» o in qualunque altro luogo «sospetto» è, oggi come allora, pre­sente una falda d’acqua che, lungi dal permettere uno scavo financo di dodici metri, non ne permette neppure uno di due: l’acqua è infatti presente, nell’area di Birkenau, ad una profondità variabile da 30 a 120 centimetri (vedi gli studi di Michael Gärtner e Werner Radema­cher e di Carlo Mattogno VII). Ammesse poi per assurdo l’assenza di acqua e una fossa profonda dodici, o due o anche un solo metro, impossibi­le vi sarebbe comunque, vista la mancanza di tiraggio aereo, qualsiasi cremazione, completa o incompleta che sia. Ammesso infine un tale scavo di 24.000 metri cubi, capace quindi di qualcosa come 120.000 stipati cadaveri – sca­vo peraltro mai rilevato dalle ottan­ta rico­gnizioni aeree anglo-americane – nulla di più facile sarebbe riscontrare oggi una qualche trac­cia dell’even­to, soprat­tutto pensando che la tecnica paleontologi­ca ha permesso di identifica­re persino i miserrimi resti del primo fuoco mai acceso dal­l’uo­mo, quello di Verteszöllös/Unghe­ria, risalente a quattrocentomila anni fa.

E per ora mi fermo, caro Gatti, rimandandoLa per un più completo quadro alla mia detta opera. Ma c’è un altro, secondo punto che mi sta a cuore. Ed è con questo secondo argomento – ovviamente sempre concernente l’Oloimmaginario e la repressione del pensiero ad opera di leggi quali la cosiddetta «Mancino»  – che chiuderò la presente lettera e innerverò le ultime tre. Mi permetta però, prima di aprire il nuovo capitolo, di rendere omaggio a qualcuno di quei miei goyim che, pur dotati di foga polemica talora eccessiva fino a sfiorare il turpiloquio della maggior parte dei commentatori sul Suo Blog/News, testimoniano tuttavia – vedi il sito Stormfront, che ho conosciuto solo grazie al Suo insulto – un’ammirevole resistenza al liberticidio. Pur con quella limitazione del «talora eccessiva», alla loro esuberanza va tutta la mia comprensione, al loro coraggio tutta la mia solidarietà. Avanti quindi, barra dritta anche Lei, stimato «biomirko», ma evitiamo i toni formalmente eccessivi, peculiarità di quegli squilibrati non-goyish. Di quegli individui che, pur senza ascendere al cielo su un buraq, sono stati prescelti, arruolati dal loro dio per redimere il mondo.

●   Nota 8.  Se il tentativo di varare in Italia a fine gennaio 2007 la Seconda Legge Re­pres­siva del Pensiero porta il nome di Clemente Mastella, il varo della Prima è formal­mente dovuto al ministro di Polizia, anch’egli democri­stiano, Nicola Mancino. In virtù dell’e­splicita crimina­lizzazione del pensiero, dell’e­va­nescen­za del voca­bo­lo «discri­mi­nazio­ne» (vedi [l’ebreo] Pierre-André Taguieff II, scettico sulla possi­bi­lità di trova­re al termine un nucleo semanti­co che lo definisca inequi­vocamente in riferi­men­to alle infi­nite situa­zio­ni percepi­te come «discrimina­t­orie»), nonché dell’as­soluta vaghez­za precetti­zia, il terroristi­co decreto n.122 del 26 aprile 1993, convertito il 25 giugno nella terroristica legge n.205 «Misure urgenti in materia di discrimina­zione raz­ziale, etni­ca e religiosa», formal­mente nato nel cocuzzolo dell’ex sessan­tot­tinsocialista Claudio Mar­telli, all’epoca ministro di Grazia e Giusti­zia, dal 27 aprile 1993 giorno di pubblica­zione sulla Gazzetta Ufficiale n.97 con­ferisce non solo ai magi­strati, ma anche diretta­mente agli organi di polizia poteri di repressione discre­zionale pres­soché illimi­tati.

Con tale pronuncia legislativa il vero problema è rappresentato dall’ar­bi­trio riposto nelle mani di un qualsiasi procuratore della repubblica e di un qualsiasi organo di polizia che vogliano perseguire anche semplici esposizioni di idee contrarie alle loro, affer­mando, sulla scia della filosofia e della strategia del Sistema Mondiali­sta, che le stesse sarebbero fonda­te sulla «superio­rità», sull’«odio» o sulla «discrimina­zio­ne» razziale. Crimina­liz­zando in tal modo espressioni di pen­sie­ro fondate sul ragiona­mento, lo studio e l’approfon­di­mento storico.

Le supreme finalità vengono esplici­ta­te nel 48° anni­versario della Li­be­ra­zione Anti­fasci­sta da Man­ci­no, guidato nel percorso non tanto dal Martelli­, quanto dal caporabbi Elio Toaff e dal deputa­to repub­blicano En­ri­co Mo­di­gliani, il vero artefice della legge che viola i princìpi contenuti negli articoli 2, 3, 4, 18, 21, 25 e 36 della Carta Costituzionale, ebreo il cui zio è il Nobel «italiano» per l’Economia Franco Modiglia­ni. Nessu­no osi alzarsi contro il Bene del Mon­dia­li­smo e le Bellez­ze del Mul­tirazziali­smo: l’Eu­ropa e l’I­ta­lia devono svolgere il ruolo di province del­l’Impe­ro, trangugiare il boccone mortale, vo­lenti o nolenti giusta il monito espresso negli USA il 17 febbraio 1950 alla Commis­sione Esteri del Sena­to da James Paul War­burg, figlio dell’ideatore della Federal Reserve Bank, già direttore dell’Office of War Information, adepto del Council of Foreign Rela­tions: «La grande questio­ne del nostro tempo non è se si possa o non si possa arrivare ad un governo mondia­le, ma se si possa o non si possa arri­vare ad un governo mondia­le con mezzi pacifici. Lo si voglia o no, arrivere­mo a un governo mondia­le. La sola questione è se ci arriveremo con un accordo o con la forza».

Il 25 aprile 1993 Mancino – nel successivo dicembre inquisito coi suoi tira­piedi del servizio segreto SISDE Servizio per l’Informazione e la Sicu­rez­za Democratica per una torbida vicenda di sottra­zione di fondi statali, poi defilatosi per un triennio, indi assurto nel maggio 1996 a seconda carica dello Stato quale presidente del Sena­to coi gover­ni del democristiano Romano Prodi e del neoco­mu­nista Massi­mo D’Ale­ma, poi addirittura favorito nel­la gara a decimo quiri­nali­zio nell’aprile 1999, premiato infine con la vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magi­stratura nel luglio 2006 – aveva in­fatti concordato: «Sia­mo or­mai una so­cie­tà che deve guar­dare alla sovran­na­zionalità e alla mul­ti­raz­ziali­tà».

Rimobilitato per rinverdi­re l’Immagina­rio Partigia­no, il 25 aprile 2000 aveva ribadito, incitando al libertici­dio intellettuale: «Al razzismo riaffioran­te si unisce un revisioni­smo che non ha alcun diritto di cittadinan­za storica e culturale. Guai se noi italiani esorciz­zassimo, in nome di una presunta bonomia, i fantasmi che agitano le nostre città. Guai se tolleras­simo come semplici ragazza­te lo sventolio di simboli di morte».

In parallelo Tullia Calabi Zevi, presiden­tessa dell’Unione delle ventuno Comu­ni­tà E­braiche ita­liane testé fatta decima «donna coraggio» dall’Asso­cia­zione Nazionale Donne Elettrici di Brescia – il 31 marzo, «nel salone vanvitel­lia­no di Palazzo della Loggia, alla presenza del prefetto Antonio di Giovine, del sindaco Paolo Corsi­ni, di Flavia della Gherardesca, presidente nazionale dell’AN­DE e di Bea­tri­ce Rango­ni Macchiavel­li, presidentes­sa del gruppo attività diverse dell’as­sem­blea economica della Comunità Europea», giubila Shalom n.4/1993 – e Cava­liere di Gran Croce al Merito della Repubblica dal quirinalizio Oscar Luigi Scalfaro (anch’egli, per inciso, coin­vol­to nel novem­bre 1993 nell’ipotesi di sottra­zione di fondi compiuta quale titolare del Viminale, indagato per abuso d’uf­fi­cio nel giugno 1999 ed infine archiviato dal Tribunale dei Ministri nel luglio 2001), rila­scia benemerenze alla psicopolizia, bacchet­tando i credenti nel libero pen­sie­ro: «La deci­sio­ne del mini­stro dell’Interno di chiude­re le sedi dei gruppi nazi­skin è coe­ren­te con la determi­na­zione da lui sempre espressa con­tro tutte le ten­den­ze eversi­ve. In de­mo­cra­zia è ne­cessario vi­gi­lare contro tutti coloro che sono con­tra­ri ai suoi prin­cìpi» (sic!, «sono» e «princìpi», non: «compio­no atti» crimi­na­li, a meno certo che per la Zevi siano cri­mi­ni anche il pensare e discutere)­.

Già nella prolusione all’ANDE, del resto, la «donna coraggio» aveva unito al monito antirevisionista l’incitamento repressivo invasionista: «Un premio che cade in un momento particolare. Sono infatti trascorsi cinquan­t’anni dalla fine della guerra e dai campi di sterminio nazisti, e il passare del tempo comincia a sentirsi: il senso di colpa va attenuandosi, si iniziano a negare gli orrori e vanno profilan­dosi alcuni precisi segnali di pericolo per la convivenza civile; questi non vanno ingigantiti ma su di essi bisogna attentamente vigilare. È infatti possibile arrivare all’accettazio­ne del diverso solo mediante un lungo lavoro di educazione e cono­scenza, per il quale e nel quale le donne possono avere un posto di primo piano».

Due mesi più tardi la stessa – di lì a poco, il 13 agosto 1993, autocandidata alla direzio­ne dei destini euro­pei spargendo veleno dalle colon­ne del Corriere della Sera: «Da con­tinen­te bianco e mono­cul­tu­rale l’Eu­ropa sta diven­tando multi­razziale e poli­cul­tura­le. Non è prepara­ta. A noi tocca educa­re al pluralismo reli­gio­so, etnico, politi­co e culturale»; sua degna progenie sarà la consorella Diana Pinto – riinfierisce contro la ricerca del vero operata dai revisionisti, trince­randosi dietro la callida, nauseante formula che «se il mondo potesse essere con­vinto che Ausch­wit­z non è esi­sti­ta, una se­conda Ausch­­witz sarebbe più faci­le» (Cremonesi I).

E quanto siano impossibili i compromessi tra lo Stato-Nazione e il trinomio demo­crazia / ebraismo / mondialismo lo risottoli­nea nel luglio 1994, incu­rante dell’irra­ziona­lità assoluta dell’in­va­sio­nismo (ma non certo, dal suo punto di vista, dell’insensatez­za), da presidente UCEI (sarà poi vicepresi­dente del Congresso Ebraico Europeo, membro d’onore del Co­mitato crea­to dalla neocomunista ministra per la Solidarietà Sociale Livia Turco nel 1997, «­anno europeo contro il razzismo», per «promuovere iniziative a favore della tolleran­za», membro infine della delegazione italiana all’UNE­SCO): «Noi, come Unio­ne, non fac­cia­mo ­po­litica, perché rappresen­tia­mo sem­pli­cemente l’e­braismo. Ma di fronte al raz­zi­smo e all’anti­se­miti­smo dobbiamo pren­de­re una ferma posizione. Sia­mo pronti a segnala­re, ovun­que si presentino, anche le più piccole sma­gliature del tessuto de­mo­cratico. E conti­nue­re­mo a parlare chiaramen­te. Ad esem­pio io sono contraria alla chiu­sura del­le frontiere: il flusso dell’immi­gra­zione dal Sud del mondo è inarre­sta­bi­le. Co­mun­que, non c’è da preoccu­parsi. Certo occor­rerà del tem­po, ma come ci sia­mo riu­sciti noi ce la faranno anche gli extraco­munitari ad in­tegrar­si» (perché l’Argenteocrinita non pérori tanta eguale bellezza per Israele, Stato con densità demografica e problemi solo di poco maggiori a quelli italiani, tedeschi ed europei, non riusciamo però a capire).

Si risaldano quindi, e nel modo più chia­ro, que­stio­ne demo­cratica, que­stione e­braica e questione mondialista.

Ma tornando al trio mancinesco, a seguire è Clemente Mastella. Certamente un segno del destino, direbbe un buon cabbali­sta, il fatto che i cognomi dei quattro inizino tutti con una “M”, tredicesi­ma lettera dell’alfa­beto ebraico. Il numero tredici è infatti [già detto nella Tredicesima lettera, caro Gatti!] il numero del buon Jahweh, Echad, l’«Uno/U­ni­co», scritto con le lettere alef, chet e dalet, somma 1, 8 e 4, e cioè 13. Quinto protagonista della Repressione, amorevole «assisten­te» del Mastella ma sempre defilato, è il deputato neoco­munista ebreo Emanuele Fiano, il cui cognome, di­sgrazia­ta­mente, è per “F”. Un’altra discrasia investe un secondo «consiglie­re» del Mastella, il boss Anti-Defamation League e destrorso deputato PDL Alessandro Ruben [il promotore dei famosi 300.000 euro per il CDEC]: cognome per «R».

Quanto ai veri autori della Prima Infamia, stupenda l’impu­denza del Modi­glia­ni, presidente dell’apposi­to intergruppo parla­men­tare (e poi di Demo­cra­zia laica, sinistro raggruppa­mento che, riporta Simo­netta della Seta su Shalom n.11/2003, «aderisce all’U­li­vo e si batte per la difesa della laicità delle istituzio­ni nel rispetto delle singole coscienze religiose dei cittadini»), in un colloquio interebraico riferi­to­ci da Shalom n.2/1994: «Ho parte­cipato atti­va­men­te in Parla­mento alla stesura della nuova legge sulle discri­mina­zioni etniche, raz­ziali o religiose. Posso anzi dire che la com­mis­sione che se ne è occupata ha rece­pi­to in gran parte le mie propo­ste [in parti­co­lare, per l’estensione della repres­sione alle «discrimina­zioni» compiute per «motivi reli­giosi», fino ad allora giuridica­men­te meno incri­mi­nabili in quanto basate, ancor più delle altre, sull’a­de­sio­ne a motivazioni di pensie­ro]. Io mi sono senti­to partico­larmente impe­gna­to su questo tema in quanto ebreo, ma i parla­men­tari della commis­sione dal canto loro mi hanno rico­no­sciuto una certa maggiore compe­ten­za, se non proprio dirit­to, a trat­ta­re l’argo­men­to perché ricono­sce­vano che in quanto ebreo, con alle spalle tutta la storia ebrai­ca, avevo il dovere di testimo­niare e di prevenire e perché dobbia­mo vacci­na­re la socie­tà contro ogni discri­minazio­ne nei con­fronti di qualsiasi diverso. Questo dovere non può essere confuso con una au­to­difesa ebraica, in quanto oggi gli ebrei non corrono nel nostro paese proprio alcun rischio, ma ri­guar­da il nostro rap­porto con gli immigrati del terzo e quarto mondo» (corsivo nostro).

Sin­golar­men­te, come l’opera del Modi­gliani diviene nota come «la Manci­no» e l’interven­to del Fiano sarà ricordato come «la Mastel­la», così la legge repressiva del pensiero Fabius-Gayssot varata in Francia il 13 luglio 1990 ad opera del demi-juif Laurent Fabius e del goy comunista Clau­de Gays­sot, divie­ne tout court «la Gayssot», conce­dendo i due classici pic­cio­ni con una fava: da un lato sollucchero per i finti autori goyim, passati alla vanagloria dell’epo­ni­ma Storia e all’eletta Ricono­scen­za, dall’altro soddisfa­zione per i veri autori ebrei, defilatisi, a risultato comun­que ottenu­to, dalla responsabi­lità degli oloprovvedi­men­ti. A fugare ogni malizioso dubbio sull’identità degli istiga­tori/autori dell’Osce­nità ci aveva pensato, con tre anni d’anticipo, il B’nai B’rith francese nel settembre 1987: «Noi invitiamo il nostro governo a presentare all’Assemblea Nazionale una legge che preveda la condanna di ogni pub­blicazione e di ogni discorso discrimi­na­to­rio di carattere razzista o antisemita. Questa legge comporterà in particolare la severa condanna di ogni negazione dello sterminio del popolo ebraico o della banalizza­zione della storia di quell’epoca».

Il 23 marzo 1995 il sacerdote «tradizionalista e reazionario» don Curzio Nitoglia diffonde da Verrua Savoia un comunicato stampa (non ripreso da nes­sun organo del­la Libera Stampa): «L’I­stituto Mater Boni Consilii e la sua rivista Sodali­tium, assieme a vari avvocati, magistrati e cattedratici, sta formando un comita­to per chiedere l’incostitu­zionalità della “Legge Mancino”, in base anche alla lettera dell’allora Ministro degli Interni, che alleghiamo, e ad una intervista dello stesso onore­vole Mancino al quotidiano l’U­nità (25 novembre 1992), nella quale affermava: “Siamo in Italia, la situazione non è esplosiva, e dunque preferi­rei un disegno di legge. Sono però sollecitato a scegliere il Decreto Legge”. “Solle­citato”! Da chi? È anche questo che occorrerà ap­purare­, mettendo in rela­zio­ne l’intervista del 25 novem­bre 1992 con la lettera del 20 giugno 1993».

Poiché il lettore già sospetta da Quali Altezze il Nostro fu «solleci­ta­to» (e di quali «Paesi» egli parli), ci limitia­mo a riportare, senza nostri commenti, la lettera di don Nitoglia a Mancino del 1° giugno 1993 e la risposta del Nostro del 20 giugno successivo: «Onorevole Ministro, sono un sacerdote cattolico ed ho letto sul mensile ebraico Shalom (30 aprile 1993) un articolo sull’inter­vista che Lei ha rilasciato a Paolo Guzzanti de La Stampa (14 aprile 1993). In tale articolo Shalom scrive: “An­che se Mancino non ha pronunciato la parola ebrei né Israele, la descrizione della congiura giudaico-massonica non poteva essere più chiara e palese” (pag.3). Nella let­tera che Lei ha inviato alla signora Zevi il 22 aprile 1993 (e riportata da Shalom) Lei scrive: “Mi sono limitato a parlare di reazioni della Massoneria […] alla politica filo-araba […] dell’ono­revole Andreotti. Personalmente […] non trovo alcuna identità tra Massoneria e finanza internazionale e mondo ebraico; non vedo perciò la ragione della sua reazione” (Shalom, pag.3). Mi perdoni se oso scriverLe per suggerirLe che mi sembra lecito rispondere alla signora Zevi – con pacatezza ed obiettività – che grandi autorità israelitiche e massoniche hanno scritto esplicitamen­te del rapporto che esiste tra Massoneria e mondo israe­litico. Per esem­pio l’ex rabbino di Livorno Elia Benamozegh ha scritto: “La teolo­gia masso­ni­ca corrisponde abbastanza bene a quella della Càbala” (Israele e l’umanità, Marietti, Torino, 1990, pag.49). Bernard Lazare, noto scrittore israelita, ha scritto: “È certo che […] vi furono degli ebrei alla culla della Massoneria […] degli ebrei cabalisti” (L’antisémiti­sme, Documents et témoigna­ges, Vienne, 1969, pag. 167). L’ebreo convertito al cattolicesimo Joseph Lémann ha scritto: “È incontestabile che vi sia nel giudaismo predisposizio­ne alla Masso­ne­ria” (L’entrée des Israélites dans la société française, Avalon, Paris, 1886 [1987], pag. 234). Potrei continua­re a lungo con tali citazioni, ma non voglio rubare il Suo tempo prezioso. Forse Lei ha messo il dito nella piaga, ecco la “ragione della reazione” della signora Zevi e della rivista Shalom, che si esprime in tali termini riguardo alla Sua persona: “Uomini politici in preda ad una sindrome dissociati­va, visto che lo stesso mini­stro Mancino varava con procedura d’urgenza la legge contro i Naziskin” (Shalom, pag.1). Tale modo di esprimersi non mi sembra corretto, spe­cialmente nei con­fronti di un Ministro. Prego per Lei che il Signore le dia luce e forza per vedere chiaro in queste vicende che tanto danno stanno arrecando alla no­stra cara Italia, culla del Papato e della Fede Cattolica, sorgenti di ogni bene per il mondo intero. In Jesu et Maria».

«Gentile don Curzio, trovo molto coerenti con il mio pensiero le opinioni da Lei manifestatemi con lettera dell’1 giugno a proposito della polemica Shalom-Zevi ed anche altri nei miei confronti. Le buone relazioni tra Paesi suggeriscono prudenza anche a un ministro che nel merito aveva ragione. Grazie per le belle parole di soli­da­rietà che ha voluto indirizzar­mi. Con molti cordiali saluti».

Considerazione finale di David Herbert Lawrence (1885-1930), poesia Fate and the younger generation :

Finally our little lot: I don’t want to die, but by Jingo if I do!

Infine la nostra piccola schiera: «Non vogliamo morire,

ma, perdiana, se proprio dovremo, ne vedrete delle belle!»

Cuveglio, 7 novembre 2012

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