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Ott 19

0022- Tredicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

Tredicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

 

Gentile signor Gatti,

 

come certo saprà, tredici è il numero del Gran Sanguinario, dell’Impronunciabile Tetragramma YHWH – per il volgo: Jahweh – il Santo Echad, cioè l’«Uno/U­ni­co» (parola formata dalle lettere alef, chet e dalet, la cui cabbalistica somma 1 + 8 + 4 dà 13). È per questo che avvicinandomi, con qualche rimpianto, alla fine del nostro scambio epistolare, ritengo doveroso, in questa tredicesima lettera, alzare il tiro a quisquilie non più cronachistiche, si tratti dell’ Immaginario Olocaustico o di perversioni criminali ebraiche, per le quali ultime sono costretto, data la tirannia dello spazio, a rimandarLa alle mie opere. Amplierei inoltre il discorso al nucleo ideologico del giudaismo e delle sue due derivazioni esiziali, i suoi due tentacoli messianici, quelli che gli hanno permesso di contaminare l’intero pianeta: il cristianesimo e l’islamismo. Perdoni quindi, e capisca, la necessaria prolissità.

 

Da Holocaustica religio, consapevole di qualche ripetizione di osservazioni e spunti formulati nella Decima lettera – ma formulati in questioni essenziali, mi creda! rileggiamole insieme! – Le riporto quanto segue. Trattandosi del Suo dio e delle di lui mitzvot, lettura quindi un po’ gnucca. Nella prossima lettera, la Quattordicesima e conclusiva, prometto, in particolare ai miei goyim, di essere più brillante, in una fantasmagoria di oloargomenti.

 

●  Il termi­ne «eletto/i» è trimillenaria definizio­ne ebraica, fin dal dono cioè della Torah – i primi cinque libri biblici noti ai cristiani come Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, dati a Mosè sul Sinai da Dio ma preesistenti alla crea­zio­ne di duecento anni o, secondo altri, di 974 generazio­ni, detti in greco Penta­teuco e in ebraico Hamiflah Humley Torah “i cinque libri dell’Istru­zio­ne/Inse­gnamento­/E­ducazione/Legge” o chamissa chumse hattora “i cinque quin­ti della Legge – alle prime luci del sesto giorno di Siwan, anno 2448 della Creazione, ovvia­mente un Sa­bato: «Tutti [i rabbini] concordano che la Torah fu data a Israele un sabato», afferma Josef Albo in Sefer ha-Iqqarim “Libro dei prin­cì­pi” III 26, richiamando il talmudico Sabbath 86b. De­rivato dalla ra­di­ce se­mi­tica bhr – da cui il babilonese beheru, «sce­gliere, ar­ruolare truppe» – il partici­pio pas­sato ebraico bahur, «presce­lto» e quindi, per legittima esten­sio­ne, «arruola­to» (in seguito, sintomaticamente, il termine designerà anche lo «studioso del Talmud»), viene sostituito nel linguag­gio reli­gio­so dall’aggettivo sostan­ti­vato bahir, «eletto». Il con­cet­to di «elezione» viene reso dalla lingua ebraica – la Leshon Haqo­desh “Lingua Santa” – con l’e­spres­sio­ne, tratta dalla liturgia, «Attah Vehar­tanu, Tu ci hai scelto». Decisamente gustoso, e profondo, il witz di Woody Allen, quintessenza di ebraismo al pari di una Barbra Streisand, di un Moni Ovadia e di un Gad Lerner, riportato da Elena Loewenthal­ (III): «Dio non esiste, comunque noi siamo il suo popolo eletto».

 

Tale fantasticheria autopromozionale viene rivendicata anche dall’ortodosso Rabbi Aharon Barth («il nostro com­pi­to è di creare la storia nello spirito di Dio») e psico-storicamente analizzata da Gerald Abrahams: «La teocrazia, infatti, è uno dei grandi contributi non riconosciu­ti di Israele all’agire politico del mondo». Cosa sia «teo­cra­zia» l’aveva illustrato nel 1863 l’«italico» professor Giuseppe Levi: «La vera Teocrazia è quel governo in cui Dio stesso è l’autore imme­dia­to delle leggi civi­li, politiche e religiose, ed egli stesso dirige la nazione nei casi non provvisti dalle leggi. Che nell’animo umano e nella coscien­za dei popoli parli talora una voce che è dal cielo, questa è credenza che può dirsi anche filosofica, o almeno di semplice ra­gione natu­ra­le. Vera teocrazia pertanto non può chiamarsi se non là, dove o una persona o una cosa è creduta, esclusiva­mente, in diretta comuni­ca­zione con Dio, e sola inter­media­ria tra la Di­vi­nità e un popolo […] Nella legislazione mosaica […] è Dio stesso il legislato­re primitivo, diretto ed anzi unico. In essa la Divinità non è uno stromento in mano all’uomo, ma è l’uomo, è il popolo, è l’umanità che figura uno stromento in mano a Dio, al compimento de’ suoi eterni consigli».

 

Fantasticheria, quella woodyalleniana, ribadita dall’insigne («has ordained more rabbis than anyone else in history, ha ordinato più rabbini di chiunque altro») Joseph Dov Ber Ha-Levy Solo­veit­chik, «il Kant del giudaismo», «the Rav» il rabbino per eccellenza, rampollo di tre generazioni di talmudi­sti «lituani»: «Per l’halachah [il «cammino», la giurispru­denza che regge la vita rituale, perso­nale e sociale dell’ebreo] il servizio di Dio (eccettuato lo studio della Torah) può essere svolto solo attuando, concretizzan­do i suoi princìpi nel mondo. L’ideale della giusti­zia è il faro di tale concezione. Il più fervido assillo dell’uomo halachi­co è di perfe­zio­na­re il mondo sotto il dominio della giustizia e dell’a­more: rea­lizzare la crea­zione ideale, il cui nome è Torah (o Halachah), nella vita terrena».

 

«The traditional enemy of truth, il Tradizionale Nemico della verità» (condivisibile defini­zione, introdotta dal revisionista Mark Weber) o anche «our traditional enemy, il Nostro Tradizio­na­le Nemico» (lo storico David Irving), cioè il Piccolo Popolo (espressione di Augustin Cochin, il penetrante autore di «Lo spiri­to del giacobini­smo»), il Popolo Particolare (Waldo Frank), la Tribù (in tal modo spesso gli ebrei si riferiscono a se stessi, c’informa Jon Entine), i Guardiani del Tem­pio, il «Popolo dei Santi del Patto», gli «Istruiti negli Statuti, dotati di conoscen­za­ e intelli­gen­za» cantati dalla qumranica Regola della Guerra X 10, i Sofisticati Nomadi e il Più Cosmo­po­li­ta di Tutti i Popoli di Rabbi Arthur Hertz­berg e Aron Hirt-­Manheimer, i «conscious pariahs» di Hannah Arendt, insomma tutti co­storo e milioni di altri «eretici», iconoclasti e «atei» alla Woody Allen o alla Sigmund Freud (tra le tesi/atteggia­menti dei due simpati­co­ni non esiste differenza sostanziale), tutti costoro sono i Pre­scelti dell’Onni­po­ten­te (l’«our Cosmic Direc­tor, il nostro Regista Cosmico» di Max Di­mont), i «divinely ap­pointed missiona­ries of ethical mo­no­theism, mis­siona­ri, designati da Dio, del monoteismo etico» (Rabbi Sherwin Wine).

 

Inoltre, facendosi Umili anawim, Fe­deli emu­nim, Pii chas­si­dim e Giusti zad­dikim – «umili, pov­eri» ebyonim sono anche gli ebio­ni­ti protocristiani, eredi del qumranico Giacomo il Giusto, canzonati da Origene come poveri sì, ma «di comprendonio» – i Nostri divengono «Quelli della Camera Alta» (bene alyiah) e, ancor più stupendo, «Coloro che entrano senza chiedere permesso» (espressioni del talmudi­co Sanhedrin 38a), gli Illuminati dallo Spirito di Dio ruach haqedoshim, i Santi qedo­shim, i Saggi maskilim e gli «uomi­ni di visio­ne», le Truppe Spe­ciali della Gran­de Mano (hayyad ha Ghedo­lah), i Guardiani del Volere di Dio (Shomer De­reh Elohim), il Mar­tel­lo (mappes) del Gran Sanguina­rio Dio di Vendetta (el Neqamot), le Schiere del Dio Vivente (Maarekot Elohim Chay­yim, vedi 1° Samu­ele XVII 26), gli Ac­ce­leratori della Fine (Docha­kei haQetz), i Comandati di Hertzberg-HirtManhei­mer, gli Arruola­ti del Tetra­gram­ma, la «stirpe lungimiran­te» (Louis Ginz­berg), i Sacerdo­ti delle Nazio­ni, i «sacerdoti dell’unità» (la «francese» Margareth), i Veri Amici dell’Umani­tà, il Cuore dell’Uma­ni­tà, i Depositari della Verità, i Soci di Dio, gli Associati del Dio Santo (espressioni tutte dell’ottocentesco superrabbino Elia Benamo­zegh I), le Vittime Archetipiche, i Protagoni­sti nel Dramma della Reden­zione Co­smica, gli Agenti di quell’Avinu Malkenu Nostro-Padre-Nostro-Re in guerra eterna con quel mondo-giocat­to­lo da Lui stesso crea­to.

 

Del tutto ovvia, quindi, fondata sulla consapevolezza dell’alterità ontolo­gica degli ebrei, della loro sostanziale solitudine all’interno della famiglia umana (vedi anche la nota 60), la conclusione del romeno Emil Cio­ran: «Essere uomo è un dramma; essere ebreo, un altro ancora. Così l’Ebreo ha il privilegio di vivere due volte la nostra condizione. Egli rappresenta l’esistenza separata per eccellenza, o, per usare un’espressione con cui i teologi qualificano Dio, l’assolutamente altro. Cosciente della propria singolarità, vi pensa ininterrotta­mente, e non dimentica mai se stesso; da qui quell’aria compresa, contratta, o falsamente sicura, così frequente in coloro che portano il fardello di un segreto».

 

Oltremodo rivelatrice, al proposito, la testimonianza esistenziale dello scrittore Chaim Potok, nel ricordo del padre: «Parlava spesso del singolare destino del nostro popolo, un destino scelto per noi dal solo Dio trascendente, che aveva creato l’uomo a sua immagine, rendendo ciascuno di noi unico e infinitamente prezioso. Per qualche misteriosa ragione, il mondo di Dio era imperfetto. Compi­to dell’uo­mo era aiutare Dio a perfezionarlo. Mio padre si esprimeva spesso in termini militari: gli ebrei erano l’avanguardia dell’umanità, le pattuglie in avanscoperta, e perciò erano predisposti a subire le perdite maggiori. Ma un giorno saremmo riusciti a instaurare il Regno di Dio sulla terra. Non aveva dubbi in proposito. Diversamente dallo storico inglese G.M. Trevelyan, che considerava la storia priva di inizio e di fine, mio padre la interpretava come la via che conduce dalla creazione del mondo, compiuta da Dio circa seimila anni fa, alla futura venuta del Messia e alla redenzione, prima degli ebrei e poi di tutta l’umanità. Era sacrosanto dovere dell’ebreo guidare l’uomo lungo tale via; ucci­derci durante il percorso era l’intento demoniaco dei perfidi gentili».

 

La certezza di essere stati caricati di un Compito Immenso – del Compito Pri­mo di coadiuvare l’Onnipotente nell’impresa di correggere il mon­do, quel mondo da Lui stesso voluto e creato – e quindi l’Orgoglio della Primogenitu­ra non possono che comportare a contraltare una perplessità esisten­zia­le, un disagio psichico, una «responsabilità» paranoide frammista ad un senso di intima insicurezza, in parte certamente dovuto alle reazioni avverse dei «meno fortunati» goyim, ma certamente ancor più connaturato all’Elezio­ne.

 

Tra i tanti esegeti, così commenta Rabbi Leon I. Feuer (II): «È in teoria ben noto, e certo se ne parla a sufficienza, che la maggior parte degli ebrei soffre di una particolare forma di malnutrimento psichi­co [psychic malnu­trition] e lotta con le par­ti­colari paure e fobie nate dal fatto di essere ebreo. Per questo fatto, noi protestia­mo con gli ebrei e talora li rimprove­riamo, implacabili. Ma cosa ne rica­viamo? Quanto se ne può ricava­re dicendo a una vittima della claustrofo­bia di piantarla di fare il bambino». E pensare che il Privilegio dell’Elezio­ne dovrebbe essere fonte di sicurezza, e non di disagio: «Gli ebrei si considerano come scelti e particolarmente favoriti da Dio come suoi guar­diani e testimoni. Non è corretto sostenere, o nel migliore dei casi è una nozione com­pensa­tiva a posteriori, che gli ebrei considerano come missione il vagare da esiliati ai confini della terra per diffondere tra le nazioni le proprie idee religiose. Essi furono convinti di possede­re le ultime verità spirituali concernenti il destino e i compiti dell’umani­tà [più oltre, Feuer nomina queste «great universal truths», tutte con la maiuscola: l’Uni­tà di Dio, la Fratellanza Umana, la Fede nella Pace Internazio­nale, nella Giustizia e nella Libertà]. Essi erano pronti a condividere queste verità con tutti i popoli, ma non al prezzo di indebolirle con compromessi o di sacrifica­re la loro stessa esistenza in quanto popolo. Al contrario, resistettero caparbi ad ogni tentativo di indebolire la loro religione o di privarla della loro integrità nazionale, che questi tentativi nascessero al loro interno o al di fuori di loro. Le altre nazioni vennero invitate a partecipare delle verità spirituali della Torah di Israele, ma vennero anche spronate a venire a Sion, alla “Casa del Si­gnore nostro Dio”, a conoscere qui “la Sua strada”». E l’elezione, la «scelta» è a tal punto profonda che in un passo il Talmud configura Dio e la Comunità di Israele (Kenesset Yisroel) rispetti­vamente come il Padre e la Madre dell’umanità (Berakot 35b).

 

«Senza una visione, un popolo peri­sce», sentenzia Proverbi XXIX 18 (banaliz­zan­done, ed anzi stravolgendone il senso, La Bibbia Con­cordata recita: «Quando mancano le visioni il popolo diventa sfrena­to»), ed è per questo che il meta-mito dell’Elezione (meta-myth è espressione coniata da Rabbi Agus e da Henry Hur­witz a definire il mito fondante di  un intera ideologia e sistema di miti) è sempre stato la spina dorsale dell’e­braismo, per cui «misterio­sa­mente e metafisicamente il popolo ebraico è diverso dal resto dell’umani­tà».

 

Con «ingenua» callidità continua Agus: «Lo chiamiamo mito perché in se stesso è un vestigio dell’antico pensiero precritico, sebbene nel giudaismo sia fre­quen­temente associato coi più elevati ideali dell’autosacrificio. I miti hanno una vita e persino una logica in se stessi, poiché traggono il loro potere dall’In­con­scio colletti­vo. Nella mitologia, la “volontà di credere” è diretta verso cose concrete – nel nostro caso, verso un popolo empirico di carne e sangue. Dunque, i miti riflettono l’urgenza degli istinti che si svilupparono nella lotta per la sopravvi­venza, piuttosto che l’esten­sione delle idealità – nel nostro caso, il dolore dell’or­go­glio offeso e del pregiudizio etnico […] Il meta-mito non coincide col concetto di “Popolo Eletto”, che dovrebbe essere interpretato in termini storici e razionali – stori­camente cioè, gli ebrei divennero i primi portatori del monotei­smo […] Ancor più, gli ebrei vennero “scelti” come esempio, più che come ecce­zione; cioè, l’agire di Israele drammatizza il burra­scoso amore [the turbulent love-affair] tra Dio e l’umanità. Nella sua interpetrazione libera­le, Israele rappresenta sia la grandezza che la piccolezza dell’umanità, secondo che si volga a Dio o se ne ritragga. Al contrario, il meta-mito sollecita l’eccezionali­smo ebraico. Esso insi­nua il nebuloso incubo del mistero nell’immagine pubblica del­l’e­breo dei nostri giorni. Trasferisce il segreto delle finalità di Dio, che non furono rivelate a nessuno, nemmeno a Mosè, nelle lotte mondane per i mercati. Un’intera comuni­tà­ viene scelta, o rigettata, predetermi­nata per la salvezza o la rovina. Una teologia fantasiosa diviene una biologia oltraggiosa. La nostra cosid­detta “unicità” viene fatta discendere dal nostro sangue».

 

Simpatiche autodefinizioni di Israele, «colui che lotta con Dio» o meglio, per Martin Buber, «Dio lotta» o «Dio regna» (termini che si dovrebbero volgere, invoca­no rav David e Nadia Sciunnach, in Iasciar-El, «retti col Signore», amandoLo con gioia, con buon cuore e con unione), il popolo in­quieto detto da Rabbi W. Gun­ther Plaut «man­kind’s greatest bles­sing, la più grande be­ne­dizione del­l’umani­tà»: la Primi­zia del Suo Raccolto (Osea II 25 e «Rashi» il Maestro Shelo­mo ben Jisha­qi di Troyes, Commento alla Gene­si, I), la schoria­na «everla­sting nation, nazione eterna», il plautiano-hertzber­ghiano «Eternal People, Popolo Eter­no», il peguya­no «Popolo Eletto dell’In­quie­tu­dine», il ber­leano «baro­metro di civiltà in ogni epoca» e «political instructor of the entire world», il buberiano «luogotenen­te» umano di Jahweh, l’eisen­berghia­no «missiona­rio, psichiatra e medico», la fritzkah­nia­na «madre etica dell’u­mani­tà» (tale diventata per la «genialità del suo cuore»), l’eberliniano «popo­lo extraterritoriale per eccellenza», non solo disperso in tutti i paesi ma concentrato nelle metropoli, il guidobe­darida­no «Pellegrino della Speran­za», «segnale d’al­larme per l’uma­ni­tà» e «termome­tro degli alti e bassi del senti­mento morale nel mondo», pre­sente nella Modernità­ «in fun­zione di proto­martire e di nemico numero uno del nazi­fa­sci­smo», il robert­aroniano «po­polo votato al sacer­do­zio», i «Trasogna­ti» dei Salmi CXXVI 1, gli stein­salt­zia­ni «Pastori di Dio», i benkaplaniani «Eterni Stra­nieri» («Eter­nal Stran­ger» è anche il titolo di Lawrence Re­sner sulla loro «situazione diffici­le» nei paesi arabi), il polishiano portatore di «eternal dissent, eterno dissen­so» («di qualunque cosa si tratti, sono con­tro», lapideggia Grou­cho Marx nel film Horse Fe­athers di Norman McLe­od, 1932), gli hertzberg­hir­tmanheimeriani «­persi­stent dissen­ters in every society in which they have lived, ostina­ti dissenzien­ti in tutte le società ove hanno vissuto» («è impressio­nante il numero degli ebrei che hanno lottato nelle diverse insurre­zioni», ammira Moni Ovadia), i berna­no­siani «vagabonds éter­nels», i neheriani/heschelia­ni «eterni costrut­tori del tempo». Non per nulla il termine «ebreo», ivri dalla radice avar «passa­re», signifi­cante il Pa­dre Abra­mo in Genesi XIV 13 quale «uno del­l’altra parte», espri­me mobilità, pro­pensione a vaga­re, inces­sante dispersio­ne, ten­sione ver­so l’Altrove, indif­ferenza e demateria­lizzazio­ne dello spazio, ossessione di un popolo forma­to nel vuoto dell’ag­gres­sione noma­di­ca (del resto, scrive il midrashico Ester Rab­bah VI, «giu­deo, yehudi» non scende da Giuda, ma da «unico, yehidi» in quanto Mar­do­cheo fu il solo che «confessò, yihed» il nome del Santo, con ciò mettendo a rischio la vita).

 

«Gli ebrei hanno preferito la curiosità, la turbo­lenza, il nomadismo che costituiscono il segreto del loro essere», consente il «france­se» Jean Daniel, che parla di eterna «in­quietudine gregaria»; «nomad[i] relativ[i]», e cioè non veri nomadi, li aveva definiti, sottolinean­done il carattere parassitario dell’esi­stenza in contrappo­sizione alla co­strut­tiva dimensione dell’«inconscio aria­no», lo psicologo del profondo Carl Jung nel gennaio 1934 in Zur gegen­wartigen Lage der Psy­cho­therapie, “L’attua­le stato della psico­terapia”. Similmente, Pepe Rodríguez deriva il termine da ibri khapi­ru o aperu, «mise­rabili, stra­nieri erranti, schiavi e banditi».

 

Quanto a YHWH – la sacra Tetrassiyah Tetrade, l’indicibile Shem haMeforah, il venerabile Attiqa Qadisha Vecchio San­to ed Attiq Yomin Anti­co di Giorni – il Nostro è «Colui che è e che si manifesta nell’esse­re», «Colui che sarà presente», il Nome Sostan­zia­le, lo zoharico Arikh Anpin Longanime, la Lunga Figura e il Cerchio Supre­mo di Rabbi Adin Steinsaltz, è l’Eterno del «Socrate ebreo» Moses Mendel­ssohn, ha-Qadosh barukh Hu il «Santo-che-sia-benedetto», Rishon Acha­ron il Primo e Ultimo, Adon Olam il Si­gno­re del Mondo, Ribono Shel Olam il Sovra­no del Mondo, Nora Colui che è Temuto, Goel il Vendica­tore delle ingiusti­zie dell’esse­re, YHWH Sebaot il Dio degli Eserciti, el Elyon l’Altissi­mo, ha-­Boreh il Cre­a­tore, el Shadday e ha-Gib­bor l’Onni­po­tente, ha-Maqom l’On­ni­pre­sente, el Male Ra­cha­mim il Dio di Mise­ricor­dia, Adonai El Rachum we Chanum il Signore Dio della Pietà e della Compas­sione, Qadosh Yis­ra­el il Santo d’Israe­le, il Potente d’Israele, Tsur Yisrael la Roccia d’Israele. Ricordiamo che, a testimoniarci l’ine­stricabile intreccio di sacro e profano, di religioso e laico, l’espressione Tsur Yisrael, contenuta nella Dichiarazio­ne di Indipendenza del 14 maggio 1948 e inter­pretata dai sionisti religiosi come “Dio”, rappresenta per i sionisti laici “lo spirito ebraico di sopravvivenza”, ridandoci conferma dell’assolutizzazione della psiche ebraica (per la coincidenza dei due termini vedi la nota 3).

 

Come scrive, nel rivelatore The Case for the Chosen Peo­ple – The Role of the Jewish People Yesterday and Today “Il caso del Popolo Eletto – Il ruolo del popo­lo ebraico ieri e oggi”, il Senior Rabbi W. Gunther Plaut: «La soluzione all’eter­no enig­ma ci sfuggi­rà se trascuriamo il fattore soprastori­co del destino ebraico, se in altri termini non con­sideriamo la realtà e l’importanza dell’elezio­ne. Senza pre­ferenza, e perciò senza elezione, il Patto è vano e, all’inver­so, senza la realtà di Dio l’elezione non ha senso, poiché dove c’è una scelta deve esserci chi sceglie e chi è scelto». O più moderna­mente Rabbi Michael Gold­berg, «one of the lea­ding Jewish theolo­gians and ethi­cists in America» e pluridocente di Studi Ebraici, in Why Should Jews Survi­ve? “Perché devono sopravvivere gli ebrei?”: «Ciò che rende Israele così so­stan­zialmente diverso [so essentially different] dagli altri popoli è l’adempi­mento da parte sua di attività peculiari [of distinctive practices], cioè dei mitzvot o comanda­menti, che costituiscono il suo patto con Dio. In breve, Israele ha il carattere che ha – diverso, santo, qadosh – perché Dio ha il carattere che ha. Adempiendo i mitzvot, i comanda­menti di Dio, Israele rende manifesto al mondo il carattere santo di Dio».

 

      Di tali pie interpretazioni dell’«elezione» e «distinzione» – «disturbo deliran­te paranoide di tipo grandioso», «dinamica megaloma­ne, colma di mitomania, [che] fu la chiave che rese possibile la sopravvivenza degli israeliti e finì per diventare l’asse centrale dell’identità ebraica» (Pepe Rodríguez), elezione-distinzione instancabil­mente ribadita, tra gli altri, dal vecchio caporabbi Elio Toaff e dal giovane Daniel Gordis, vicepresiden­te della University of Judaism di Los Angeles e rettore della Ziegler School of Rabbinic Studies («Poiché siamo il suo popolo elet­to, Dio vuole che sopravviviamo») – di tali pie interpretazioni fa strame Kevin Mac Donald (I) in “Un popolo che vivrà a parte – Il giudaismo come strate­gia evoluzioni­stica di gruppo”, svelandole quali ar­tifizi egoisti­ci, operazioni funzionali alla sopravvi­venza e all’e­spansio­ne del gruppo, tattiche di una ben precisa millenaria strategia per mini­mizzare le reazioni ostili che prima o poi nascono nei non-ebrei in conseguenza della ripulsa ebraica del­l’«altro»: «Il concetto che, fondamentalmente, il separatismo ebraico ha una genesi morale, addirittura altruistica, è stata comune per tutta la storia ebraica. [Lo storico Salo] Baron (A Social and Religious History of the Jews, I volume, 1952) nota che un aspet­to peculiare dell’ideologia del giudaismo è stata la considerazio­ne che “la segregazio­ne è necessaria per preservare almeno un gruppo esemplare dal frammi­schiamento con le masse degli altri gruppi”, consi­de­rati moral­mente inferiori. Il separatismo non solo sarebbe motivato da ragioni etiche, ma impli­che­rebbe l’altrui­smo: restare ebrei significherebbe “vivere la dura vita di un esemplare”. E servendo da puro esemplare morale, “essi restarono ebrei a van­tag­gio di tutti gli uomini“. L’idea che il giudaismo rappresenti un ideale morale per il resto dell’u­manità – “una luce per le nazioni” (Isaia XLII 6) – è stata comune a tutta la storia intellettuale ebraica, riflessa ad esempio in Filone, che vede Israele “come una nazione desti­nata a pregare per il mondo, cosicché il mondo ‘sia liberato dal male e partecipi di quanto è bene'” (S. Mc Knight, A Light Among the Gentiles – Jewish Missionary Activity in the Second Temple Pe­riod, 1991); o “la nazione ebraica è per l’intero mondo ciò che il sacerdote è per lo Stato” (ibidem). Il tema emer­ge anche come rilevante aspetto del movimen­to riformista ebraico del XIX secolo e resta rilevante tra i moderni intellet­tuali ebrei secolarizzati. [Lo storico G.F.] Moore (Judaism in the First Centuries of the Chri­stian Era – The Age of the Tannaim, 1927-30) nota che nel mondo antico l’i­de­ologia giudaica contiene il concetto che “Israele è non solo il profeta della vera religione, ma il suo martire, il suo testimone nella sofferenza; Israele sopporta senza lamenti le pene meritate da altri, e quando giungerà il suo giorno di vendet­ta e Dio lo esalterà, le nazioni che lo disprezzarono al tempo della sua umiliazio­ne confesse­ranno stupite che furono salvate in virtù delle sue sofferen­ze”».

 

Similmente ancora il singolare Rodríguez: «Vittima di una dinamica psicolo­gica che possiamo vedere riprodotta in molte e diverse società dall’antichi­tà a oggi, il popolo israelita, umiliato come nazione, si è votato alle confraternite di profeti per tentare di compen­sare la frustrazione collettiva attraverso il balsamo di profezie che, nel nome del Signore, promettevano tempi migliori per gli ebrei e sconfitte terribili per i nemici […] La profezia non è stata altro che la materializza­zione del desiderio/spe­ranza di una nazio­ne vinta, debole e umiliata di avere in futuro un messia, cioè un re unto dal Signore, forte e giusto, capace di annichilire i nemici d’Israele e proteggere i sudditi in un regno idillico».

 

Dello stesso universo men­tale sono parte gli ebraici 1. isra-el, «cam­pio­ne di Dio, combat­tente per Dio», 2. ma­lakim e shelikhim «inviati», arabo malàika, greci ànge­loi «mes­sag­geri» e apòsto­loi «in­via­ti», 3. ma­shiach, ara­mai­co mesiha, greco chri­stòs «unto (del Signore)», coi deri­va­ti «­messiani­ci» alias «cristia­ni», 4. arabo islàm, «sotto­missio­ne, abbandono, devozione cieca», col derivato muslim, «sot­to­messi» (cugi­ni car­nali degli arabi, anche gli ebrei sono «i prosternati», sura XXVI 219).

 

●  Quanto alle due derivazioni religiose giudaiche, nessuna diffe­renza essenzia­le dal giu­dai­smo sussiste né per il cristianesi­mo né per l’islam, «historical extensions of Judaism, estensioni storiche del giudaismo» (Max Dimont, che dice il cristiane­si­mo «steppingsto­ne, trampolino di lancio, pietra da guado» del giudai­smo nel mondo europeo, rivincita occulta dei vinti contro i romani vincitori; corrette anche le definizioni date da Graetz: «un essenismo con elementi estranei», da Elia Benamo­zegh III: «capola­voro di un pugno di ebrei, […] ramo del grande albero d’Israele innestato sul tronco dei gentili» e da Umberto Galimber­ti: «variante eretica [del giudaismo]»), «trasfi­gura­zio­n[i] del giudai­smo» (Gedaliahu Stroumsa), «figl[i] della Bibbia ebraica e dello spirito giudai­co, per quanto rimosso dall’im­media­to contesto ad opera dei tempi e delle circostan­ze» (Rabbi W. Gunther Plaut), «religioni figlie del giu­dai­smo, nate dal giudai­smo e [che] hanno fatto proprie le dottrine fonda­mentali della nostra fede. E se ab­ban­doniamo il terreno della fede, possia­mo vedere che i tratti essenziali della Dichia­ra­zione dei Diritti dell’Uomo, dell’umani­smo, si basano sull’e­ti­ca della Torah e dei profe­ti» (Paul Spiegel, presidente dello Zentralrat der Juden in Deutschland “Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania”), «agenti del giudaismo nel suo sforzo di con­durre l’uma­nità alla perfezione spirituale» (MacDo­nald II; «dottrina propagan­di­stica per la signoria planetaria pro­messa agli ebrei nel Vecchio Testa­mento», dice il cristia­nesi­mo il tedesco Hermann Reh­waldt, mentre monsignor Pier Francesco Fuma­galli II moscelnizza che «via ebraica e via cristia­na si rispecchia­no l’una nell’altra al punto da risultare indivisibili quanto alla sostanza spirituale ed etica» e Wil­liam Phipps defini­sce l’islam «una edi­zione rivedu­ta del giu­daismo e del cristianesi­mo») – in paral­le­lo «la religio­ne ebraica è la madre del cristiane­si­mo e la nonna della religione maometta­na» (Voltai­re), gli ebrei essendo stati «trail­bla­zers of mono­theism through­out the Mediterra­nean world and the Arabian peninsu­la, paving the way for a Chri­stia­nity and Islam that displa­ced them, gli apripista del monoteismo nel mondo medi­terraneo e nella pe­ni­sola arabica, prepa­rato­ri del terreno per quel cristianesi­mo e quell’islam che poi lo rimpiazza­ro­no» (Hillel Halkin), aspetto folgorato, commenta Saverio Ricci, anche da Giordano Bruno: «La […] polemica antirabbinica si estende alle altre due tradizioni monoteistiche, la cristiana e la musulmana, che per trarre lezioni di “verità” si affannano nella ricerca di quei sensi metaforici, peraltro dei più vari e contrastanti, che riposerebbero nel seno delle Scritture. “Or quanto siino costante queste metafore, lo possete giudicar da questo, che la medesima Scrittura è in mano di giudei, cristiani e mahometisti, sette tanto differenti e contrarie, che ne partoriscono altre innumerabili e differentissime; le quali tutte vi san trovare quel proposito che gli piace e meglio gli vien comodo: non solo il proposito diverso e differente, ma ancor tutto il contrario, facendo di un sì un non, e di un non un sì, come, verbigrazia, in certi passi, dove dicono che Dio parla per ironia”» – varia­zioni di un unico tema anche a prescin­de­re dal­l’ebraico sangue:

 

● di Rabbi Yeshua Mashiach ha-Nozri (in realtà, semplici appellativi allegorici/simbo­lici/esoterici e non nomi propri: “Yeshu/Iesoùs/Gesù”, contrazione di Yeshua, non è nome ma funzione salvifi­ca: «e tu gli porrai nome Gesù, poiché egli salverà il suo popolo dai suoi peccati», Matteo I 21, “Chri­stòs/Cri­sto” non è cognome, “na­zo­reo­/naza­reno” è da nazir “uno che si astiene” e non da Nazaret, villag­gio ignoto prima del 500 d.C.; ope­ra­zio­ne più corretta, per quanto aliena alle consuete orec­chie, è tornare alla realtà psicologi­ca dei termini originali «disincar­nando» il Personag­gio e ripristi­nando l’espres­sione «Maestro Salva­tore Unto, l’Os­ser­vante»): «il mite e coraggio­so rabbi itinerante, ortodosso ma anticonformista», vanta Fumagalli II; «il singolo fiore più pre­zio­so della sag­gezza e­braica è Gesù. Gesù fu un uomo nel quale la coscienza cosmica fu talmente forte che la sua esta­si diven­ne la norma della sua vita», riconosce Waldo Frank; «il movi­mento cri­stia­no, omelia del giudai­smo […] il cri­stia­ne­si­mo non si è costituito dichiaran­dosi differente dal giudai­smo, ma preten­den­do di non essere altro che il giudai­smo in ciò che ha di più autentico. È all’inter­no del giudaismo, addirittu­ra al suo centro e non alla perife­ria e ai margini, che va trovato il principio induttore della diffe­renziazio­ne, la struttura strutturante, la matrice che ha nutrito e fatto germi­na­re il cristianesi­mo», scrive Maurice Sachot; il Padre Nostro «cristiano», nota Riccar­do Cali­ma­ni I e IV, altro non è che una com­pilazione di concetti ebrai­ci fin dall’i­ni­zio: «Avinu mal­kenu sheh basha­maim, Padre nostro, nostro Re che sei nei cie­li», tratti dal Qaddish, da 1° Macca­bei, dalla nona benedi­zione della Te­fil­lah, dalla sesta dello Shemoneh esreh e dall’Ec­clesiastico, mentre «il cristia­nesimo è una setta ebraica che ha avuto succes­so»; «il fatto che Gesù fosse ebreo e che il suo ambien­te fosse il mondo ebraico non erano semplici fatti cul­tu­rali contingen­ti», sot­to­linea il 30 ottobre 1997 il Vicario «Polacco»; non solo era ebreo, con­cor­da Jame­s Charles­worth (I), ma «una figura come la sua non a­vrebbe potuto sor­gere in nes­sun’al­tra tradi­zione o cultura se non in quella dell’ebrai­smo»; il cristia­ne­simo non è altro, aggiunge Alan Segal, docente di Storia delle Reli­gioni alla Co­lumbia, che un «giudai­smo apocalit­tico»; «tra il legali­smo del Talmud e la mo­ra­li­tà neotestamen­ta­ria, fonda­ta sulla fede e l’altrui­smo, non c’è contraddi­zione di princi­pio. Il contrasto di principio fra cristia­ne­simo ed ebraismo non si situa nel campo morale, ma in quello religioso-metafisi­co, riguar­do al valore divino­umano e al sacri­fi­cio salvifico di Cristo», conclude il russo Vladimir Solovëv,

 

●  del­ folgorato ex Shaul da Tarso, poi «apostolo dei gentili»: «del resto, io potrei anche confidare nella carne, più di qualsia­si altro che pensa di aver questo vanto: sono stato circonci­so l’ottavo gior­no, sono del popolo d’Israele, della tribù di Benia­mi­no, ebreo figlio di ebrei», Filippesi III 4-6, «noi, ebrei per nascita, e non peccatori di stirpe gentile», Galati II 15 (definito anche il vero fondatore del cristianesimo, in realtà l’ex Shaul, pur avendo infranto il recinto nazionale/razzia­le del Popolo Eletto quale Popolo di Dio, non compie tuttavia il passo decisivo per il distacco dall’antico tronco: questo lo compirà solo l’autore del Quarto Vangelo, identificando il Messia non come «figlio» di Dio, ma come Dio stesso),

 

●   forse di Aminah bint-Wahb della stirpe di Zuhra della tribù dei Qurays, madre del Lodato (origine asserita da Sigilla Veri, voce «Mohammed» vol.VII, p.602), e più verosimilmente della mercantessa Khadidja bint-Khuwaylid Madre dei Creden­ti, sua moglie e lontana parente (origine asserita da Hanna Zakharias). Del resto, Muhammad ibn Abdal­lah – al-Mustafa al-Mukhtar «l’Eletto e il Pre­scel­to», al-Amin «il Fido», «Colui che cancellerà [l’idolatria]», il Sigil­lo e cioè l’Ultimo dei Profeti di Corano XXXIII 40, morto nel 632 e la cui prima biogra­fia, composta centoven­t’anni dopo da Ibn Ishaq (alla lettera: “Figlio di Isacco”) quale Sira rasul Allah “Vita del profeta di Dio”, è sopravvissuta attraverso la rielabora­zione di Ibn Hisham, morto nell’834 – «non è mai sta­to che uno stru­mento nel­le mani degli ebrei per giu­daiz­za­re l’Ara­bia […] Mao­met­to, il Corano arabo, l’I­slam sono per noi l’ulti­mo tentativo degli ebrei per assicura­re il trionfo di Israele nel bacino medi­ter­ra­neo», postilla il cristiano Zakarias e ben documenta­no gli ebrei Abraham Gei­ger e Abraham Katsh.

 

Nessuna differenza, del resto, se non di virulenza e opportunità, esiste  – quanto al rigetto del passato, ai «pagani» e al futuro dominio del mondo – tra giudaismo (e, se vogliamo, cristianesi­mo) e islam: «Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell’Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere né li coglierà tristezza» (Corano II 62), «Dio! Non c’è altro dio che Lui, il Vivente, che di sé vive. Egli ti ha rivelato il Libro, con la Verità, confermante ciò che fu rivelato prima, e ha rivelato la Torah e il Vangelo, prima, come guida per gli uomini, ed ha rivelato, ora, la Salvazione» (Corano III 2-4; sovrapponibili e più articolati V 44-48), «Non disputate con la gente del Libro [= ebrei e cristiani] se non nel modo migliore […] e dite: “Noi crediamo in quel che è stato rivelato a voi e in quel che è stato rivelato a noi, e il nostro e il vostro dio non sono che un Dio solo, e a Lui noi tutti ci diamo!”» (Corano XXIX 46), «Quando, poi, saranno trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri ovun­que li troviate, catturate­li, assediateli e tendete loro ogni sorta di imboscate. Se poi si pentono, compiono la preghiera e pagano la jizya, allora lasciateli andare, poi­ché Dio è indulgente e clemente» (Corano IX 5), «Mi è stato ordinato di combattere i popoli finché non testimonino che c’è un unico Dio» (dottrina tradizionale, ripresa anche dal mistico sufi Muhyi al-Din ibn al-Arabi) e «Combattete­li, dunque, finché non vi sia più scandalo e l’unica religione sia quella di Allah» (Corano VIII 39, col rigetto ed anzi la cancellazione e l’annullamento di ogni memoria della storia preislamica, definita l’epoca della jahiliyya, «ignoranza, barbarie»).

 

In effetti, nota Carlo Saccone, docente di Islamologia a Padova, per i primi cinque secoli della sua vita, da san Giovanni Damasceno sino all’epoca delle Crociate, l’islam viene percepito dalla christiana gens «come una grande “eresia cristiana”, come una setta deviante piuttosto che come una fede radicalmente altra […] I polemisti cristiani  non andavano certo per il sottile, ma in fondo [fino all’inizio del Trecento] Maometto era percepito ancora come un “figlio degenere” di santa madre Chiesa, più che come il fondatore di una nuova religione».

 

Ed invero l’islam, ben scrive Guillaume Faye (V), è un «un giudai­smo sempli­ficato esteso all’intera umanità […] una versione dissidente e universa­li­sta, proselita e guerriera della religione ebraica». Anche dal punto di vista della dottrina e della ritualità, è una (misera) copia del giudai­smo, del quale onora la mitologia profetica e conserva ma­schi­li­smo, cir­conci­sione, poli­ga­mia e ripulsa della carne sui­na. Quanto alla dipendenza dai vaneggia­menti cristiani, lo stesso Maometto prefigura l’avvento del Regno alla Fine dei Tempi, prima della Grande Ora: «”Giu­ro su Dio che Gesù discen­derà dal cielo e sarà giudice equo, distrugge­rà la croce, ucci­derà i maiali, toglierà la tassa ai non musulmani, lascerà andare le cam­mel­le più giovani ma nessu­no se ne interesserà; spariranno invece l’odio, la gelosia e l’invidia e quando egli chiamerà la gente a prendere le ricchez­ze, nessuno lo farà”» (Muslim Sahih I, 136 n° 155). Ma è ben vero che prima «”l’An­ti­cri­sto farà il suo apparire sulla strada tra la Siria e l’Iraq, spargendo disastri a destra e a manca. O servi di Dio, siate saldi!”. “O Inviato di Dio – chiesero i compagni – quanto rimarrà sulla terra?”. “Quaranta giorni, un giorno sarà come un anno, un giorno come un mese, un giorno come una settima­na e tutti gli altri giorni saranno lunghi come giorni normali […] Egli camminerà come una nube trascinata dal vento. Giungerà da un popolo e li richiamerà a una religione falsa; costoro affermeranno la fede in lui e gli risponde­ranno. Poi darà ordine al cielo ed esso farà piovere, tanto che la terra ger­mo­glierà. Poi, la sera, torneranno da loro le mandrie con le gobbe più alte che mai, le mammelle piene di latte ed i fianchi allargati più che mai. L’Anticri­sto andrà poi da un altro popolo e li richiamerà, ma questi rifiuteranno tanto che dovrà scappar via e per loro vi sarà siccità che non rimarrà loro più niente. Sarà in quel momento che Dio manderà il messia Gesù, che discenderà dal cielo presso il mi­nareto bianco nella parte orientale di Damasco, tra due vesti tinte di color zafferano e con le mani ap­pog­giate sulle ali di due angeli. Quando abbasserà la testa, cadranno gocce di sudo­re dalla sua testa e quando la solleverà si spargeran­no invece gocce come perle. Tutti gli infedeli che annuseranno l’odore del suo respiro moriranno e il suo respiro giun­ge­rà fin dove è in grado di vedere. Si metterà allora a cercare l’Anti­cristo finché lo raggiungerà presso la porta di Lod e lo ucciderà […] Sarà allora che Dio manderà un vento piacevole che soffierà persino sotto le loro ascel­le e prenderà la vita di ogni musulmano; solo i malvagi resteranno e si salteranno ad­dos­so come asini, e poi verrà l’ora del Giudizio» (Muslim, Sahih IV, 2250-2255 n° 2137).

 

Il terzo mono­teismo, ci affianca il «razzista occidentale» Christopher Hitchens (di madre ebrea e, vanto di sua penna nel 2008, lui stesso con matrimonio celebrato da un «eminente rabbino»), «si basa sui suoi vecchi predeces­sori ebrei e cristiani, prendendo un pezzo qua, un pezzo là, e così se questi cadono, cade in parte anch’esso. Il suo racconto fondati­vo si svolge ugualmente in un ambito stra­ordinariamente piccolo e racconta fatti concernenti dispute locali quanto mai noio­se. Nessuno dei documenti originali, così come sono, può essere messo a con­fronto con nessun testo ebraico, greco o latino». Invero, il Sigillo dei Profeti (almeno 124.000, secondo la Tradizione, i più importanti essendo stati Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Davide e Gesù) non si è certo rotto la testa portando a compimento il Compito assegna­to­gli dall’Ar­can­gelo Gabriele col ri­scal­da­re, peraltro con non eccelso pensiero, una nuova minestra in una vecchia pen­tola screpo­lata di cui ha toppato, più o meno bene, le screpola­ture, una sura affer­mando una cosa, un’altra l’oppo­sta, sola diffe­renza tra le due religioni essendo che l’ebreo non pronuncia mai il nome di Dio, mentre il Vero Credente lo grida a pieni pol­moni: «E dite loro ancora: “Noi crediamo in Dio, in ciò che è stato rivelato a noi e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Dodici Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè e a Gesù, e ai profeti del Signore; non faccia­mo differen­za alcuna fra loro e a Lui tutti ci diamo!” […] O voi che credete! Entrate tutti nella Pace», Corano II 134 e 208).

 

«C’è ancora molto da fare» – ricorda André Chouraqui al confratello Salomon Malka – «Tutte queste frontiere hanno impregnato le nostre coscienze nel corso di secoli insanguinati. Non riusciremo dall’oggi al domani a sollevarci al di sopra di noi stessi. Ci sarà bisogno ancora di secoli per realizzare l’ideale, che non è un ideale teologico. Gli ebrei non hanno mai avuto una teologia. I cristiani si sono impanta­nati nelle loro molteplici teologie dimenticando la finalità. E la finalità è l’Allean­za. Bereshit Bara Elohim… “In principio Dio creò…”. Sono le prime parole della Genesi. Non ha creato gli ebrei, i cristiani, i musulmani. Ha creato il cielo e la terra. Ed è questa creazione che noi dobbiamo, sotto pena di morte, completare, realizzando l’ideale dell’Alleanza».

 

Chiudiamo però con un richiamo alla Prima Articolazione. Al pari del giu­dai­smo di cui è stato «il passaporto per la civiltà occidentale» (Wilmot Robert­son) e di cui è somma metamor­fosi – ma tu cre­di davvero, lettore, credi davvero che il mondo, il mondo a te noto e l’in­fi­nito universo scono­sciuto, sia stato creato da un ebreo? – anche il cristianesimo non rinuncerà mai alla matrice nor­mativa giudai­ca: il principio di u­niversali­tà (gli evangelici ut unum sint […] unum ovi­le et unus pa­stor, Giovanni XVII 21 e X 16, concetti ripresi dall’enci­clica del «Polacco» il 25 maggio 1995, Ascen­sio­ne del Signore, e nel 2001 dall’in­va­sionista Carlo Maria Martini arcive­scovo di Milano: «Nessun uomo è a noi stra­niero, nes­sun uomo è un nemico da vincere o da sopraffare, nessun uomo è persona soltan­to da tollera­re»), né al suo più vero sigillo: il compimento del Regno.

 

Ben scrive infatti, della morale cristiana, Rabbi Elia Benamozegh (II): «Mille generazioni si sono riparate sotto il suo tetto ospitale, mille sofferenze, mille dolori vi hanno trovato un sollievo quasi divino; mille virtù si sono sparse per il mon­do, comunicando dappertutto il coraggio di fare il bene e il terrore di fare il male; mille geni hanno chinato la fronte davanti ad essa: inchiniamoci anche noi davan­ti a questo capolavoro di un pugno di ebrei, davanti a questo ramo del gran­de albero d’Israele innestato sul tronco dei gentili. Vi riconosciamo l’impronta dell’e­brai­smo, lo spirito dei patriarchi, dei profeti, dei rabbini». Ed ancora (III): «Il cristianesimo non alza lo stendardo della rivolta e non dichiara guerra all’ebraismo. La base della sua polemica contro l’ebraismo è l’ebraismo stes­so, le sue premesse sono le stesse dell’antica alleanza, i suoi titoli furono gli stessi delle Scritture e […] della Tradizione. Se, al fine di accrescere la personalità di Gesù, alcuni critici ortodossi hanno in questi ultimi tempi soste­nu­to che Gesù non deve niente ai suoi contemporanei, che è stato precettore di se stesso, che lo sviluppo delle sue idee avvenne con una spontaneità del tutto eccezionale, non si è mai giunti a dire che la stessa indipendenza che si osservava nella persona si verificasse anche nella dottrina, non si è mai insegnato che il cristianesimo fu una pianta esotica nell’e­braismo […] Vi è un notevole passo delle Recognitiones di Clemente in cui è scritto: “Tra noi che crediamo in Gesù e gli ebrei che non vi credono, non vi è altra diffe­ren­za che di sapere se questo Gesù sia il profeta che Mosè ha predetto […] Gli ebrei si sono sbagliati a proposito del primo avvento del Signore, è questo l’unico punto di divisione tra noi e loro”».

 

Ed ancora, intravvedendo l’Avvento del Regno («il Messia sorgerà quando Edom farà teshu­vah [termine cardine dell’ideologia giudaica: “ritorno, pentimen­to”]», aveva affermato il Maharal di Praga) e profetizzan­do la Ri­chie­sta di Perdo­no, il Grande Pentimento dimostrato dall’esiziale Pontefice «Polacco»: «Poiché riteniamo che il dogma della tripli­cità delle persone sia una delle più grandi e funeste dero­gazio­ni all’ortodossia cabbalistica, vediamo se, una volta che sia stata negata, il cristia­nesimo cambierà interamente fisionomia, si spoglierà di ciò che ha di con­tra­rio all’ebraismo, depor­rà quegli abiti imprestati, quei brandelli di paganesi­mo che lo hanno reso irrico­noscibi­le ai suoi genitori, che lo fecero espellere dalla casa paterna, che produssero e perpetuarono il divorzio, l’inimicizia, la lotta fra­tri­cida tra l’ebrai­smo e il cristiane­si­mo, della quale il mondo piange ancor oggi» (III).

 

Ben conferma Rabbi Louis Israel Newman (II): «Il giudaismo è stato una sor­gente e una fonte della fede cristiana; dopo esserne scaturito, il cristianesi­mo si è fatto fiume, reso più largo e profondo dall’ingresso di numerosi nuovi fiumi; ma attraverso l’intero flusso scorre distinta la corrente ebraica». Ben reitera l’ebreo Ludwig Lewisohn (I): «The world must be Christianized, the world must be Judaized. The two are one, Il mondo dev’essere cristianizzato, il mondo dev’essere giudaizzato. Le due cose sono un tutt’uno».

 

Ben s’aggiunge Joseph Klausner (autore nel 1922 di “Gesù nazareno, il suo tempo, la sua vita, la sua dottrina”), pur rilevando che – differenza ines­senziale – se l’ebraismo può con­cepire la Redenzione senza un Messia individua­le, ciò è assolutamente impos­si­bile per il cristianesimo: «Il Messia cristiano è sostanzial­mente uno sviluppo del Messia ebraico. Perché dal giudaismo il cristia­ne­si­mo ricevette le idee di 1. Redenzione, 2. Messia-redentore, 3. Giorno del Giudizio e 4. Regno dei cieli. E molto di quanto fu comu­ne al giudaismo e al cristianesimo del pensiero mes­sianico restò tale anche dopo l’allontanamento e la separazione tra le due fedi» (derivata dal­l’e­braismo è anche la successione, psico­logica come storica, individuale come collet­ti­va, dei quattro momen­ti evolutivi dell’umanità, ebraica come goyish: peccato-punizione-pentimento-redenzione). «Certo, insiste [Klausner], si può decretare, senza il minimo desiderio di apologia del giudai­smo, che nei Vangeli non c’è versetto morale che non trovi l’equivalen­te nella let­teratura talmudica a midrashica» – commenta Mal­ka  – «L’unica novità dei Vangeli è il fatto che Gesù vi ha raccolto e concen­tra­to le massime morali che, in questo modo, sono diventate più visibili, più marcate di quanto fossero nelle leggende talmudiche o nella letteratura rabbinica dove si trovano disperse […] Nel capitolo “Firme” che chiude il suo libro, Klau­sner si chiede: “Cosa rappresenta Gesù per gli ebrei?”. “Una luce per le nazioni”, ri­spon­de. “I suoi discepoli hanno portato la fiaccola della Torah d’Israele, anche se in modo parziale e deformato, ai pagani ai quattro angoli della terra. E quest’impor­tanza storica mondiale di Gesù e della sua dottrina, nessun ebreo può ignorarla».

 

Ben conclude l’ebreo Waldo Frank: «Malgrado i suoi elementi ideologici greci e i suoi elementi romani di organizzazione sociale e giuridica, la volontà dinamica del cristianesimo e il suo senso della natura e del destino umani sono ebraici. Certo, le Chiese cristiane non sono ebraiche, ma ebraiche sono l’anima del cri­stia­nesimo e le sue radici, affondate nella realtà dell’uomo. Sappiamo tutti che i princìpi democra­ti­ci di giustizia, fratellanza umana, libertà e dignità di ogni uomo (perché Dio è in ogni uomo) vengono direttamente dai profeti ebraici (tra i quali si annovera Gesù)». Ben rileva William Scott Green (in Neusner III): «Il motivo del “compimento del­la promessa”, con le genealogie stilate da Matteo e Luca, incastona Gesù nelle scrit­tu­re ebraiche e crea un’indissolubile continuità tra lui (e i primi cristiani) e Israele».

 

Ben s’aggrega il cristiano Romeo Cavedo: «Al cen­tro fra i profeti d’Israele e i profeti del­l’e­tà apostolica sta la persona di colui che è più che un profeta […] Il popolo cristia­no, nel quale non c’è più biso­gno di altri profeti in senso pro­prio, è però un popolo profetico, così come è un po­po­lo regale, anche se nessuno pre­tende di essere re. Lo è perché ascolta la parola dei profeti e le ubbidi­sce […] Ubbidendo ai profeti e riflettendo sul loro messaggio, il popolo di Dio diviene po­polo nel quale risuona di nuovo, tradotto in fatti ed esperien­ze rapportate alla contempora­neità, l’an­nuncio dei profeti […] Essi, infatti, hanno preannunciato la venuta di Gesù, non solo in qualche dettaglio mirabil­mente coinci­dente, ma in quan­to han­no preparato chi li legge a cono­scere quanto è grave la nostra colpa se rapportata all’immensa santi­tà di Dio. Per questo noi saremo un popolo pro­fetico, quando sapre­mo ascoltarli fino a di­ve­nire un popolo penitente e converti­to».

 

E questo senza considerare le conclusioni di Benjamin Disra­eli (in Coningsby, 1844): «La fede cristiana è il giudaismo delle masse» e «Il cristianesimo è il giudaismo dei non-ebrei» (l’anglica­nizzato ex «livornese» lo definirà anche «giudaismo realizza­to»), né il «Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti: non sono venuto ad abolire ma a comple­ta­re» di Matteo V 17, “Di­scor­so della montagna”. O l’equiva­len­za, con quelle negati­va di Tobia IV 15 e positiva di Matteo VII 12 e Luca VI 31, della «regola aurea» del giu­dai­smo: «In un’altra occa­sione accadde che un pagano ven­ne a Sham­mai e gli disse: “Mi farò proselito, se mi insegnerai l’intera Torah mentre mi reggo su un piede”. Ma quello lo scacciò col bastone che aveva in mano. Quando andò ad Hillel, questi rispose: “‘Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te’, questa è l’intera Torah [«questa infatti è la legge e i profeti», recita il suddetto Matteo], il resto è commento: vai e studia”», Shabbat 31a (vedi anche Levitico XIX 18).

 

Non condivisibile, quindi, la tesi del pur pregevole sacerdote tradizionalista cattolico don Curzio Nitoglia (IV), che cerca di scindere le responsabilità del Verus Israel cristiano da quelle dei Fratelli Maggiori quali artefici dell’attuale rovina del mondo: «Il testo base dell’attuale religione giudaica non è il Vecchio Testamento come comunemente si crede ma è il Talmud; al quale soltanto, perciò, dobbiamo attingere per conoscere  con esattezza il Giudaismo […] L’attuale Ebraismo, come abbiamo visto, non è la continuazione dell’Antico Testamento, e non è in nessun modo conciliabile con il Nuovo» (decisamente più corretto l’ebreo antisionista Abra­ham G[urewitsch], per il quale «il cristianesimo discende da noi, poiché il suo fondamento è lo stesso del nostro, e cioè il Vecchio Testamento; da esso il cristianesimo ha tratto il proprio sapere, e il Nuovo non è che il proseguimento della nostra religione»).

 

Al contrario, una marcia indietro quanto all’e­le­zio­ne dei «gentili» quale espressione primaria del dio cristiano viene fatta dal teologo Harvey Cox: «Pre­messa fondamentale per qualsiasi dialogo tra cristiani ed ebrei è che non si dovrebbe neppure usare la parola conversio­ne […] L’idea stessa è una con­traddizione in termini […] Noi cristiani siamo stati “adottati” nel Patto che Dio fece con gli ebrei e non viceversa. Siamo gli ultimi arrivati, siamo noi che siamo stati “convertiti”. Una volta il grande studioso del Nuovo Testamento Krister Sten­dahl ci definì “ebrei ono­ra­ri”. Noi diciamo “io” e loro dicono “noi”. La fede di Israele non è la fede di indi­vi­dui, ma la fede di un popolo». La continuità del Patto di Dio con gli ebrei è riaf­fer­mata come l’elemento unificante anche da un docu­mento del­la United Church of God in cui è detto che «il giudaismo non è su­pe­rato con la nascita del cristianesi­mo né questo deve essere inteso come la religione che l’ha sostituito: il Patto di Dio col popolo ebraico non è mai stato abrogato».

 

Atteggiamento in parte diverso è invece quello di un gruppo di teologi e­van­gelici riuniti a Bermuda nel maggio 1989, che vedono nel nuovo orientamen­to che conside­ra il Patto di Israele con Dio non estinto dalla venuta di Cristo la causa dell’affievo­lirsi dell’impegno missionario dei cristiani verso gli ebrei. Tale orienta­mento, condi­vi­so dalle Chiese più gerarchizzate come episcopaliani e presbiteriani (nonché dalla United Church of Christ e dalla Chiesa cattoli­ca), respinge tuttavia «il principio che il ruolo del giudai­smo sia stato [solo] quello di preparare l’avvento dei cristiani come il nuovo popolo eletto», confermando tra l’altro «il diritto del popolo d’Isra­ele ad una terra promes­sagli nel Patto», cosa che implicita­men­te rimanda alla condi­zione profe­tiz­zata per la Seconda Venuta di Cristo. Questi distinguo non sono tuttavia tali da impensieri­re gli eletti. Di peso maggiore e ben più numerosi so­no infatti i pronun­ciamenti filogiudaici degli esponenti di numerose Chiese, tra cui proprio la cattolica.

 

La Chiesa, afferma il teologo luterano Karl Barth (il «resistente antinazista» che, scimmiottando all’inverso l’antico motto, in Zur Genesung des deutschen Wesens, “Per la guarigione dell’anima tedesca”, pubblicato a Stoccarda nel 1945, si era vantato che «Ein nationalsozialistischer Sieg wäre für uns die denkbar größte Niederlage, dann lieber ein verwüstetes Deutschland, Una vittoria del nazionalsocialismo sarebbe stata per noi la massima sconfitta pensabile, meglio quindi una Germania distrutta […] Un gruppo, del quale ero parte, seguì con la massima gioia l’avanzata degli Alleati»), «deve vivere con la Sinagoga: non, co­me dicono gli stolti nei loro cuori, come se fosse una altra reli­gio­ne o confessione, ma come la radice da cui è cresciuta […] Come potrebbe la Chiesa andare in missio­ne presso Israele? L’ebreo è il monumento naturale dell’a­more e della fedeltà di Dio, è la forma concreta dell’uomo liberamente eletto e gra­zia­to. Cosa a­vrem­mo da inse­gnargli che egli non sappia già e che dovremmo piut­tosto imparare da lui?». Da parte cattolica gli fa da contraltare, nel riconoscimen­to della primogeni­tu­ra ebraica, il teologo Carmine Di Sante: «Ma l’incontro del­la Chiesa con Israele non avviene allo stesso modo che con le altre tradizioni cul­tu­rali e religio­se. Infatti se a queste essa si rivolge per annunciare una parola che esse ignorano, al popolo ebraico si rivolge per attingere una parola di cui esso è stato ed è il primo testimone e geloso custode. Prima che da evangelizzare, la stirpe di Abra­mo va con­si­derata evan­gelizzante; prima che da offrire, la Chiesa da essa ha da pren­dere; prima che parlare, ha da ascoltare».

 

Salendo di livello nella coscienza del servilismo nei confronti della Pupil­la del Signore è la Conferenza Episcopale Francese a sostenere, nella Pasqua 1973, che «la Chiesa, che si appella a Gesù Cristo e che, attraverso Lui, è legata fin dalle sue origini e per sempre al popolo ebraico, nell’esi­stenza seco­la­re e ininterrotta di questo popolo intravvede un segno che essa vorrebbe comprende­re nella sua piena verità». Pochi mesi più tardi, nel novembre, rintocca da oltreatlan­ti­co con le stesse espressio­ni la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: «I concetti più essenziali nel credo cristiano crebbero inizialmente in terreno ebraico. Sradicati da quell’ambiente, questi fondamentali concetti non possono essere perfetta­mente inte­si».

 

Le Radici Comuni col Popolo Sacerdotale vengono evocate, nel maggio 1981, anche dal cardinale Roger Etchegaray, arcivescovo di Marsiglia e in seguito presiden­te del pontificio consiglio Justitia et Pax e del Comitato per il Giubileo dell’anno Duemila: «Israele è la culla di ogni ecumenismo, di ogni universalismo; senza Israele la Chiesa non può fare pienamente l’esperienza del suo carattere ecumenico». Pochi giorni dopo il presule tuona contro la «ripresa di un nichilismo che sradica i valori sui quali è stata costruita la nostra civiltà», imputando­ne la causa al risorgere di idee «pagane» (quando invece il nichilismo con­temporaneo non è che l’esito logico, il frutto conseguente dell’invera­mento parareli­gio­so dei postulati cristiani): «Al centro di questo incendio vediamo rinascere dalle ceneri una ideologia razzi­sta, un neopagane­simo che riprende i temi di Nietzsche e rigetta il monoteismo ebraico-cristiano e cerca di inaridire le radici bibliche. Dobbia­mo denunciare questa folle pretesa che riflette del resto ancor più lo spirito di Marcio­ne e di Marco Aurelio. Immaginare un Occidente senza Oriente vuol dire fis­sar­si su un Occidente già troppo “disorienta­to”, vuol dire voler far dimenticare e rinnegare le nostre radici comuni». Naturali sono poi le conclusioni che tira, nel settembre, l’arcivescovo di Parigi Jean-Marie (ebreo «convertito» nato Aaron) Lustiger: «Il cristianesimo è indisso­lu­bil­mente legato all’ebrai­smo. Qualora se ne separi, cessa di esistere lui stesso».

 

Nulla di più naturale, quindi (la Palestina è stata promessa agli ebrei da Dio, non conquistata da umana millantata conquista), del riconosci­men­to del legame indisso­lu­bi­le tra spiritualità e concretezza carnale, tra giudaismo, ebraismo e sioni­smo. Innume­ri sono le dichiarazioni di alti esponenti cattolici. Così il professor Luc-Dequeker dell’Univer­sità di Lovanio: «È indiscutibile il fatto che lo Stato d’Isra­e­le e la Terra d’Israele fanno parte integrante dell’identità ebraica, come essa si esprime in una tradizione secolare. Se, come abbiamo sottolineato varie volte, si deve capire l’ebraismo nella sua essenza e imparare attraverso quali tratti essenziali gli ebrei si definiscono, bisogna pure accettare che si tratta di un popolo che si definisce riferendosi alla Terra, la Terra d’Israele. Per un ebreo non vi è separazione tra anima e corpo: Israele e la sua terra sono in relazione come l’anima con il corpo».

 

Anche il «convertito» Paolo De Benedetti, docente alla cattolica Facoltà di Teo­lo­gia dell’Italia Settentrionale, rimprovera nel 1974 gli ingenui confratelli cattoli­ci: «Eravamo partiti dal misconoscimento da parte dei cristiani del valore che ha la terra per il giudaismo: quando il cristiano vuole fare un ebraismo a propria immagine e somiglian­za, cerca di liberarlo da questo rapporto con la terra. Ora invece comin­cia­mo a capire, alla luce di quanto si è detto, che il rapporto con la terra è uno degli elemen­ti essenziali del giudaismo; tuttora e anzi sempre di più. E non si tratta di una terra simbolo, una terra mistica […] la terra che Israele considera nella propria fede come elemento essenziale del rapporto con Dio è una terra fatta di terra».

 

L’anno seguente gli fa eco la Fraternità Ecumenica di Ricerca Teologica in Israe­le: «Non è possibile presentare l’ebraismo ed il sionismo come due realtà com­ple­ta­mente differenti. Non vi è che una sottilissima linea di demarcazione tra antisio­ni­smo ed antisemitismo o antiebraismo. Il sionismo dev’essere considerato come una espres­sio­ne importante e valida di una dimensione fondamentale dell’ebrai­smo […] Il sioni­smo è uno sforzo del popolo ebraico per dare un’espressione attuale alla propria iden­tità, per prendere il proprio posto nella libertà, dignità e cooperazione in seno alla comuni­tà delle nazioni e per recare il proprio contributo al mondo unito di cui hanno parlato i profeti. La stretta connessione della dimensione nazionale e religiosa nell’e­braismo è estranea a molti cristiani […] Il libro del Deuteronomio insiste sulla tesi per cui Israele non può essere pienamente obbediente a Dio che nel proprio paese».

 

Il 20 novembre è la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti a ribadire che «la stra­grande maggioranza degli ebrei si sente legata in un modo o nell’altro alla terra d’Israele. La maggioranza degli ebrei vede questo legame con la terra come essenzia­le per la propria ebraicità. Qualunque siano le difficoltà che i cristiani possono sperimen­tare nel condividere questa opinione, essi devono cercare di comprendere questo le­ga­me tra la terra ed il popolo che gli ebrei hanno espresso nei loro scritti e preghiere, attraverso due millenni, nel vivo desiderio della patria, la santa Sion». La Terra Promessa, posseduta o da ripossedere, è una costante della storia ebrai­ca, malgrado l’innata irrequietezza affaristica che ha volonta­riamente portato i Fratelli Maggiori in ogni parte del globo, causa prima della loro eterna schizo­frenia  psicoesistenzia­le. Nel 1984 è monsignor Edward Flannery, già direttore del Segre­tariato della Con­fe­renza Episcopale americana per le relazioni con l’Ebraismo, docente alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, a sostenere che «solo in quella Terra la Torah può essere completamente realizzata; solo con la residenza ebrai­ca in quella Terra l’Era Messianica potrà avverarsi […] Il Dio di Israele, il popolo di Israele, la nazione di Israele, la Torah di Israele, tutto è strettamente collegato ad Eretz Israel. Il movimento politico lanciato da Theodor Herzl al volgere del secolo può essere consi­derato come niente di più che una tardiva manifestazione politica del profondo nucleo messianico e sionistico del giudaismo stesso».

 

Legando l’Olocausto alla fondazione di Israele e all’Avven­to del Regno, Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, esala nel luglio 1984 un mistico afflato: «La speran­za riemerge dal­l’or­rore dell’O­lo­causto e vi è un segno concreto di volontà di supera­men­to che brilla come una luce nella notte. È la promessa messia­nica della terra, della terra riconcilia­ta di Gerusa­lem­me, la città della Pace, di un mondo futuro, di un messianico shalom. Questo vol­gersi al futuro, a dispetto di tutte le sofferenze ed incertezze, anzi proprio a causa di tali sofferenze, ci conduce al cuore dei proble­mi che confrontano sia Israele che la Chie­sa». Pervicace, nel gennaio 1995 il porpo­ra­to, che già nel 1993 ha editato la raccolta omiletica Israele, radice santa, reitera dalle colonne di Shalom: «Ritengo che l’ebraismo abbia una missione universale im­portantissima, quella, per così dire, di “shalomizza­re” il mondo».

 

Nessuna meraviglia, quindi, che il Vicario «Polacco», dopo la genu­flessione si­na­gogale del 13 aprile 1986 avanti il capo della Comunità Giacomo Saban e il capo­rabbi Toaff, ponga l’Olo­cau­sto a fondamento dell’Entità E­brai­ca, dicendo «Golgo­ta del mondo moderno» quel serbatoio di perenne odio anti­te­desco: «I cattolici ricono­sco­no, fra gli elementi dell’espe­rienza ebraica, che gli ebrei hanno un attacca­mento religioso alla loro terra, che affonda le radici nella tradi­zione biblica. Dopo il tragico sterminio della Shoah, il popolo ebraico ha vissu­to un nuovo periodo della sua storia. Essi hanno diritto ad una patria, così come lo ha ogni nazio­ne civile, se­condo il diritto internazionale» (11 settembre 1987) e «Si può dire che, cri­mi­ne senza prece­den­ti, quello di sterminare una nazione intera fece inor­ri­dire l’Europa cristiana e la mobilitò a riparare i torti recati attraverso i secoli agli ebrei e a volte incisi nelle strutture del pensiero e del costume. Dopo un intervallo di due­mi­la anni gli ebrei hanno finalmente il loro pro­prio Stato. E le nazioni della civiltà cristiana hanno intrapreso il penoso lavoro di sradicare dalla propria mentalità ogni ingiusto pregiudi­zio nei riguardi degli ebrei».

 

Ed ancora (1° aprile 1994): «L’unico atteggiamento della Chiesa nei confronti del popolo dell’Antico Testamento è la constatazione del fatto che, nella fede, loro sono i nostri fratelli maggiori» (per quanto ad orecchio goyish l’espressione «Fratelli Maggiori» suoni rispettosa ed anzi laudativa, essa è stata usata dal Bianco Zucchetto con qual­che disattenzio­ne, sen­za cioè avere presente che nelle Scritture essa identifi­ca una tipologia di personaggi non proprio raccoman­dabi­li – i «buoni» sono sem­pre i figli cadetti – e in ogni caso «antipatici» alla sensibilità giudaica per la loro avidità/sto­lidità/grettezza: tali sono Caino, Jafet, Ismaele, Esaù, i fratelli di Giuseppe, in particolare Giuda, e nel Nuovo Patto il fratello del Figliuol Prodigo).

 

Stravolgendo ogni documenta­zione storica, quasi la responsabili­tà della diaspora fosse dei non-ebrei e non di un’in­dole levantino-commer­ciale che, gui­data dalla Paro­la, fa dei Primogeniti la Luce per le Genti (concetto diffuso fin dal Cinquecento anche dal grande cabalista Yitzchak Luria ha-Ashkenazi), lo Zuc­chetto continua: «[Il popolo ebrai­co], per duemi­la anni disperso in tutte le nazioni del mon­do, ha deciso di ritornare nella terra degli ante­na­ti. Questo è un loro diritto. E questo diritto viene accettato anche da coloro che guar­dano a Israele con poca simpatia». Ed ancora, protervo in Varcare la so­glia della speranza: «Questo straordina­rio popolo continua a portare dentro di sé i segni dell’elezione divina. Lo dissi una volta parlando con un politico israeliano, il quale concordò volentieri. Aggiunse sol­tanto: “Se questo potesse costare meno!…” Davvero, Israele ha pagato un alto prezzo per la propria elezio­ne».

 

Ma di fronte a tanto agitarsi teologico, a tanta ignoranza storica mista a servilismo pro­fondo, a tante prof­ferte di buona volontà che giungono da ogni setta cristiana, l’e­brai­smo reagisce con un misto di com­pia­cimento, arroganza, ir­rita­zione e ripulsa. I più conse­guenti rabbini rigettano indignati le speculazioni cristiane sulla Se­conda Venuta, ritenendo che dell’eredità veterotesta­men­taria gli unici legitti­mati a discu­te­re siano loro, i Primogeniti. Altri non le prendono neppure in consi­de­razione, pur lavorando per edificare il Terzo Tem­pio, premessa per la Venuta. Altri ancora, come il più diplomatico Rabbi Marc Tanenbaum­, direttore per gli Affari In­terre­ligiosi dell’Ame­ri­can Jewish Committee, suggeri­scono, forse in buona fede, di smetterla di raffigu­ra­re i cristiani evangelici come puri «”picchiati” biblici [Bible thumpers], gente ignorante, bigotta e faziosa».

 

Un quarto gruppo, nel quale rientra Alexander Schin­dler, Rabbino Capo dell’U­nion of American Hebrew Congre­ga­tions, de­nuncia invece «il flirt con la destra cri­stia­na», rimbrottando quei segmenti della Comunità che «sono di­spo­sti a perdonare qualunque cosa a chiun­que non appena sento­no una buona parola su Israe­le».

 

Un quinto, ancora più aspro, com­pren­de i due Gran Rabbi­ni dell’Entità, l’askenazita Israel Lau e il sefardita Eliahu Bakshi-Doron, nonché il rabbino principale di Gerusa­lem­me Yitzhak Kolitz, i quali nel febbraio 1993, riferendosi al ventilato incontro ecumenico di Gerusalem­me, fanno propria l’arroganza di Abra­ham Ravitz, loro collega e depu­ta­to alla Knesset nel Partito della Torah: «Non abbiamo nulla in comune. Chi ha deciso che sia arriva­to il mo­men­to di riconoscere la legittimità del cristianesi­mo, come se non fosse successo niente tra noi?», e l’ovvio monito dell’insigne Shlomo Goren (dal 1948 al 1971 già Rabbino Capo dello Zahal, primo suonatore di shofar al«Muro del Pianto» dopo la con­qui­sta di Gerusa­lemme Est a simboleggiare l’avvento del­la Nuo­va Era, Gran Rab­bi­no askena­zi­ta 1972-83, colui che nel dicembre 1993 dichiare­rà che le nor­me halachi­che impon­gono ai soldati di opporsi agli ordini «illegittimi» del governo, come nel caso dello smantella­mento degli insediamenti illegali nei Terri­to­ri Occupati, venendo tosto affiancato dai sodali Avraham Shapira, già Gran Rabbi­no askenazita, Moshe Zvi Neria, Saul Israel e Nahum Rabinovitch): «Non abbia­mo biso­gno di con­sul­tarci coi non-ebrei sulla so­cie­tà in cui vivia­mo. Il cristiane­simo aspira ad essere legittimato perché desidera che noi accettiamo le sue premesse di fondo, ma noi siamo in disaccordo con la sua vi­sio­ne del mondo religio­so […] Non abbiamo inten­zione di discutere con loro. Lascia­te che essi vivano la loro vita e noi la nostra». Allo stesso dobbiamo poi la perla: «Lo standard universale per misurare il bene e il male, il progresso e la sconfitta, l’alto e il basso dell’umanità è il Popolo d’Israele. Da un lato il modo col quale le nazioni del mondo si rapportano con noi, dall’altro le tensioni etiche nello stesso Israele, sono la misura con cui il mondo può vedere se sta progredendo verso il suo fine ultimo o se sta regredendo».

 

Un ultimo atteggia­mento, maggiorita­rio e di gran lunga più subdolo, è infine quello di tutti quegli Arruolati che sono ben consci del­ valore condizio­nante dell’ade­sio­ne cristiana al portato del Libro. Per essi il problema della con­versione al cristia­ne­si­mo, spuria setta giudai­codiscesa, fratello-rivale del rabbinismo farisaico, nato dal medesimo grembo medio-giudaico («particolare giudaismo multinazionale», ben lo dice Gabriele Boccaccini, docente di Giudaismo e Origini Cristiane alla uni­ver­sità del Michigan e collabora­tore dell’A­merican In­terfaith Institu­tion di Filadelfia e dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Firenze), non si pone neppure.

 

Ma la posizione più comune, sotterraneamente condivisa da ognuno, viene splen­didamente espo­sta, in uno straordinario miscuglio di razionali­tà, odio e presunzione da Fratelli Maggiori – assolutamente ovvio, del resto, visto che, come nota il moscel­niz­zante monsignor Pier Francesco Fumagalli (II), «la differenza iniziale che segna la nascita del cristianesimo dalla radice ebraica rimarrà sempre una sorgente di rapporti asimmetri­ci» a tutto vantaggio degli ebrei – dallo scrittore Philip Roth nel «romanzo di formazione» Portnoy’s Com­plaint «Il lamento di Portnoy» («prototipo della scrittura ebraica contemporanea», Roth è, per Elena Loe­wenthal IV, «l’espressione più tenace delle ossessioni ebraiche, antiche e moderne»): «Loro ado­rano un ebreo, lo sai, Alex? ‘sta gran religione è basata sull’a­dora­re un tale che ai suoi tempi era un ebreo di successo. Ora, non ti pare una stupi­daggine? Non lo chia­mere­sti menare per il naso la gente? Gesù Cristo, che loro vanno in giro dap­per­tut­to a chia­ma­re Dio, in realtà era un ebreo! E a questo partico­la­re, che mi fa star male quando ci penso, nes­sun altro presta la minima atten­zione. Che era un ebreo come te e me e che loro han­no preso un ebreo e l’hanno trasforma­to dopo mor­to in qualche specie di Dio, e poi… ed è que­sto che ti fa salire il sangue alla testa… poi i luridi bastardi rivoltano la frittata, e chi ti mettono in cima alla lista dei perseguita­ti? chi non hanno smesso di odiare e di assassinare per duemila anni? Gli ebrei! che gli han­no dato il loro adorato Gesù! Cre­dimi, Alex, non sentirai mai in tutta la vita un mi­sche­goss [follia] di stron­za­te senza senso e disgustose assurdità come la religio­ne cristiana [n.d.A.: dobbiamo forse ricordare al lettore che la fonte ne è il giudai­smo?]. Ed ecco in cosa credono questi co­siddetti pezzi da novanta!».

 

In effetti, ribadisce perplesso a Malka il «marocchino» Moshe Benar­rosh, divenuto l’israeliano Moshe Bar Acher, do­cente di Linguistica all’Univer­sità Ebraica, «non mi stanco nemmeno di meditare su questo paradosso della storia cri­stia­na che consiste nell’aver divinizzato un ebreo morto, e aver demonizzato per secoli degli ebrei vivi».

 

Egualmente aveva concordato Nietz­sche sul bor­seg­gia­mento del giudaismo da parte cristiana, «che cosa ci si deve aspet­ta­re dai postu­mi effetti di una religione, che nei secoli della sua fondazione ha rap­pre­sentato quella inaudita farsa filologica intorno al Vecchio Testamento: voglio dire il tentativo di svellere il Vecchio Testamento dalle midolla degli ebrei, con l’afferma­zione che esso non con­ter­rebbe nient’altro che gli insegnamenti cristiani e che appar­terrebbe ai cristiani come al vero popolo d’Israele?» (Aurora, I 84). Egualmente ancor prima, a metà Settecento, l’e­rudito Nicolas Fré­ret, segretario dell’Accademia delle Iscrizioni e Belle Lettere e membro del gruppo raccolto intorno all’illuminista radicale Paul Henri Dietrich baro­ne di Holbach, convinto del crollo della «verità» cristiana una volta che fosse distrutta quella ebraica: «Questa setta dipende dalla verità di quella degli ebrei, sulla quale si basa interamente; cosicché basterebbe distruggere la prima per risparmiarsi di parlare di questa, che di per sé è destituita di prove sufficienti: non abbiamo alcun libro di questo Cristo e, benché i suoi discepoli ne abbiano scritto parecchi, ve ne sono alcuni che parlano solo per sentito dire».

 

Similmente su Gesù, lo scrittore israeliano Amos Oz, nepote del grande rabbino Joseph Klausner, al Vicario «Polacco»: «E Lui era veramente un mae­stro; un mae­stro ebreo non orto­dos­so che voleva riportare il giudaismo a ciò che considerava le sue origini, o di prepararlo a ciò che considerava le sue irriducibili conseguenze [l’universalismo del Messaggio e la cessazione dell’Elezio­ne]. Inutile a dirsi, non era cristiano: insegnò e disputò in molte sinagoghe ma non avrebbe mai potuto mettere piede in una chiesa, né farsi il segno della croce o inginocchiarsi davanti a un crocefisso, a un’icona o a un’immagi­ne, non una sola volta in vita sua. Secondo la terminologia odierna, visse come un ebreo riformatore e morì come un ebreo anticonformista».

 

Ma similmente anche il “Canto dei pagani” nazionalsocialista, intonato dagli adepti della Gottgläubi­gkeit “Fede nella divini­tà”, quella «terza religio­ne» tedesca dopo protestantesimo e cattolicesimo che dal dicembre 1936 raccoglie quei neopaga­ni che hanno ufficial­mente abban­donato la Chiesa d’origine: «Il tempo passa, il pretonzolo resta, / per privare il popolo della sua anima; / che lo freghi alla romana alla luterana, / quella che predica è la fede ebraica».

 

Osservazioni del resto compiute da Voltaire sia nel Di­zio­nario filoso­fi­co: «Noi abbia­mo gli ebrei in orro­re, e al tempo stesso vogliamo che tutto ciò che è stato scrit­to da loro e raccolto da noi rechi l’impronta della Divinità. Non ci fu mai contrad­dizione più evidente», sia in Juifs: «Ciò che vi è di singolare è che i cristiani hanno preteso, tiranneggiando gli ebrei, di portare a compi­mento le profezie che essi aveva­no loro trasmesso», sia, rivolto direttamente ai cristiani, da lui appellati «ebrei riformati», in alcune «facezie»: «Se Dio è il Dio di Abramo, perché voi brucia­te i figli di Abramo? e se li bruciate, perché recitate le loro preghiere anche mentre li state bruciando? Come, voi che adorate il libro della loro legge, li fate morire per aver seguito la loro legge?» (Gli interrogativi di Zapata) e «Questi strani tiranni si vantano di discendere da un antico popolo chiamato ebreo, o giudeo, o israelita. Per­seguita­no con ferocia quei giudei da cui dicono di discendere, e li sacrificano ai loro tre dei, e soprattutto a quello che trasformano in un boccone di pane; e durante questi sacrifi­ci di carne umana cantano gli inni composti tempo addietro da quegli stessi giudei che stanno immolando» (Monito a tutti gli Orientali).

 

Osservazioni del resto rimartellate, sul disconosci­mento della dignità intrin­se­ca dell’ebraismo da parte del nuovo culto, da Nietzsche: «Quanto poco il cri­stiane­si­mo educhi il senso dell’onestà e della giustizia, lo si può valutare abbastanza bene dal carattere degli scritti dei suoi dotti: essi espongono con tale sicumera le loro congetture, come fossero dogmi, e di rado si trovano in un onesto imbarazzo riguar­do all’interpretazio­ne di un passo biblico […] Ma in defi­nitiva, che cosa ci si deve aspetta­re dai postumi effetti di una religione che nei secoli della sua fondazione ha rappresenta­to quella inaudita farsa filologica intorno al Vecchio Testamen­to: voglio dire il tentativo di svellere il Vecchio Testamento dalle midolla degli ebrei, con l’afferma­zione che esso non conterrebbe nient’altro che gli insegnamenti cristiani e che appar­terrebbero ai cristiani come al vero popolo di Israele, mentre gli ebrei lo avrebbero soltanto arrogato a se stessi. E ci si lasciò prendere allora dal furore dell’interpretare e dell’interpolare, furore che non può essere connesso con la buona coscienza; per quanto i dotti ebrei elevassero alte prote­ste, ovunque, nel Vecchio Testamento, il discorso doveva vertere su Cristo e soltanto su Cristo, ovunque, parti­colarmente sulla sua croce, e bastava che in qualche luogo si facesse menzione di un legno, di una verga, di una scala, di un ramo, di un albero, di un salice, di un basto­ne, perché quivi questo venisse a significare una profezia del legno della croce; perfi­no il sollevarsi dell’Unicorno e del bronzeo serpente, perfino Mosè quando allar­ga le braccia in preghiera, anzi perfino gli spiedi su cui è arrostito l’agnello pasquale, tutte queste cose non sono che allusioni e quasi preludi della croce!» (Aurora, I 84).

 

Ed invero l’originale «Gesù» si manifesta – non può manifestarsi che – in un contesto giudaico. Per sua esplicita dichiara­zione non fonda una nuova religione rispetto alla ebraica, ma viene a «completar­la», tanto che i primi cristiani seguono intera la tradizione del «Vecchio Patto», cui ne aggiungo­no a complemento, Verus Israel quali si pretendono, uno «Nuovo». Tutte le forme del cristianesimo sono forme di continui­tà evolutiva della religione ebraica, rinnovate ma non distorte dalla predicazione di «Gesù». Ancora oggi nel catechismo della cattolica Grande Chie­sa (l’azzeccata espres­sione viene da Origene, Contra Celsum V 59), trovia­mo chiara­mente conferma­ta la continuità della primi­tiva Chiesa cristiana con la tradizione di Abramo, Mosè, Davide e dei profeti (indubbiamente singolare, sog­ghi­gna Hitchens aggiungendo Maometto, è «l’in­contestabile tendenza dell’On­ni­potente a manifestarsi solo a individui illetterati e di incerta storicità, in aree desertiche del Medio Oriente che furono a lungo patria della venerazione di idoli e della superstizione e in molti casi già zeppe di preesistenti profezie»). La Rivela­zione cristiana viene presentata come la pienezza di quella ebraica, le Scrit­tu­re cristiane si fondano su quelle originali dell’ebraismo, il modello della legge cristiana è il Decalogo di Mosè, riadattato secondo i nuovi pre­cet­ti del «Figlio di Dio», il «Primogenito di Coloro che Risorgono». Il contesto del cristianesimo è quello del peccato originale, del riscatto salvifico del Messia, del giudizio universale, un sostanziale contesto escatologico ebraico.

 

«Né ci si venga […] a dire» – aggiunge Guillaume Faye (I) – «che le cor­renti cristia­ne, papiste, ecumeni­ste, vaga­mente contesta­trici della Chiesa o decisamen­te di sini­stra combattono il Sistema, col pretesto che esse rifiutano verbosa­mente il suo “mate­riali­smo” e la sua “violenza”. Sono invece nella posizione peggio­re, eredi come sono dell’Inquisizione e della Notte di San Bartolomeo, distrut­trici in pieno XX secolo dei culti africani, melanesia­ni o indiani, per ergersi quali apo­stoli dell’antiraz­zismo e del rispetto dei popoli. Nessuno più dei cristiani è abitato dal progetto etnoci­da di impor­re al di sopra delle culture un’ideolo­gia unica. Fornitori del modello, non vengano oggi a criticare l’ap­pli­cazione fattane dai loro epigoni laici. D’altra parte, chi ha dichiarato, se non un ecclesiastico, che la distin­zio­ne tra la gente per bene e gli “altri” non andrebbe più fatta secondo il criterio della fede, ma in base all’adesio­ne o meno alla filosofia dei diritti dell’uo­mo che nasconde la secolarizzazio­ne della dottrina evangelica? Aderendo ad un ideale mon­dia­lista, avallando l’indivi­dua­lismo dei diritti dell’uomo, legittiman­do i bisogni edonisti dei “figli di Dio”, enti­tà tanto indifferen­ziate ed astratte quanto i consumato­ri, preparando gli spiriti al prestigio del paradigma della fusione dei po­po­li, i cristiani costruiscono obiettiva­mente strutture mentali e riflessi che vanno nel senso di una società egualitaria mondiale». Concezione pienamente descritta, nel folgorante L’Anti­cristo 24, da Nietzsche: «Il cristianesimo può essere compreso unicamente te­nendo pre­sente il terreno su cui è allignato – esso non è un movimento opposto all’i­stinto ebraico, ne è invece il suo stesso corollario, una illazione ulteriore nella spavento­sa logica di quello […] ancora oggi il cristiano può sentire in maniera an­tisemita, senza comprendere se stesso come l’ultima conseguenza dell’ebrai­smo».

 

Nulla di diverso, del resto, assicura il Senior Rabbi W. Gunther Plaut: «L’ebreo resta al centro [at the core], a guardia dell’Eterna Fiamma, come fu, men­tre il cristiano va per il mondo a predicare, nella sua lingua, la speranza ebraica». Nulla di diverso asseriscono, scegliendo tra mille, Gabriele Boccaccini, docente di Giudai­smo e Origini Cri­stiane alla University of Michigan (il cri­stia­nesimo, «che per origine è e nella sua essenza rimane una “variante” ebrai­ca», è il fratello gemello del rabbinismo/tal­mudismo, nato dal medesimo dinamico grembo del medio giudai­smo, un «messianismo a breve scadenza» peculiare del I secolo, «un par­ticolare giudaismo multinazionale», «per uno storico, rabbinismo e cristianesi­mo sono semplicemente due forme diver­se di giudaismo»), l’ex «ungherese» ed ex comunista François Fejtö («il cristianesi­mo, agli inizi, appare come il teismo giudaico spinto fino alle estreme conseguenze anti­cle­ricali, antinazionali­ste, universaliste»), lo scrittore Hank Stanton (in una lettera a Moment, il più diffuso periodico ebraico negli USA, febbraio 2001: «To be a good Christian, you first have to be a good Jew, Per essere un buon cristiano, devi prima essere un buon ebreo»), Reinhard Neu­dec­ker, do­cente di Letteratura Rabbinica al Pontificio Istituto Biblico di Roma, e Ugo Bonanate, docente di Storia della Filosofia all’Università di Torino.

 

Il Sistema di Valori imposto da duemila anni all’Europa attra­verso la me­dia­zione cristiana – exitiabilis superstitio e grimaldello orientale – non è che l’arma psicolo­gica più potente del nemico più radica­le del Si­stema di Valori europeo­.

 

«Il cristianesimo» – nota nel 1881 il tedesco Eugen Dühring, il grande intellettuale oltraggiato da Engels e da Marx – «ha trasci­nato dietro di sé gli ebrei nella storia mondiale, assicurando loro ovunque almeno un ruolo di secondo piano tra i moderni popoli civili». Senza il trionfo del cristia­ne­simo, riba­disce Batault quarant’anni dopo, la storia del popolo d’Israele ci sarebbe più estranea, più scono­sciu­ta e più indifferen­te di quella di popoli dell’A­sia Minore, come i lidi, i fenici o gli ittiti, «che hanno svolto nel mondo antico un ruolo infinitamente più importante di quello degli ebrei, piccola popola­zione priva di cultu­ra, costante­mente vin­ta e conquistata, sotto­mes­sa e disper­sa».

 

Chiudiamo con l’amarissima, nietzscheana invettiva di Céline, sca­glia­ta, più che contro il Nemico, contro tutti quegli «antisemiti» che del Nemico hanno as­sor­bito e propagano, rifiutando di vederlo, i princìpi ideali: «Gli uomini sem­brano prova­re un grande spa­vento, assolutamente insopportabile, di ritrovarsi un bel matti­no tutti soli, assolutamente soli, davanti al vuoto. I più audaci, i più temerari si aggrappano, nono­stante tutto, a qualche trama abituale, opportuna, classica, speri­mentata, che li rassi­cu­ra e li tien legati alle cose ragionevoli, accettate, alla folla delle persone dignitose. Si direbbe che sian colte dal freddo. Così Drumont e Gobineau si aggrap­pa­no alla loro Madre la Chiesa, al loro cristia­nesimo sacris­si­mo, perduta­mente. Bran­discono la croce di fronte all’ebreo, patentato tizzone d’inferno, l’esorcizzano a gran colpi d’aspersorio. Quel che soprattutto rimprove­rano al giudeo prima di tutto, più di tutto è di essere l’assassino di Gesù, l’im­brat­tatore d’ostia, il gran guastarosa­rio… Come son campati in aria questi lamen­ti! Un antidoto la croce? che farsa! Come tutto ciò è mal concepito, di traverso e falsa­mente, com’è pasticciato, piagnu­co­loso, timi­do. L’ariano in realtà soccom­be per grulleria. Ha abboccato alla religio­ne, alla Leg­genda tramandata dagli ebrei espres­samente per la sua perdita, la sua castrazione, la sua servitù. Dif­fu­sa alle razze virili, alle razze ariane detestate, la religione di “Pietro e Paolo” compì ammi­re­volmente la sua opera, degradò in accatto­ni, in sottouomini fin dalla culla, i popoli sottomessi, le orde ubriacate di letteratura cristianica, lanciate imbecilli alla conquista del Santo Sudario, perse le loro religioni esaltanti, i loro Dei di sangue, i loro Dei di razza. E non è tutto. Crimine dei crimi­ni, la religio­ne cattoli­ca è stata, attraverso tutta la nostra storia, la grande ruffiana, la grande imbastar­datri­ce delle razze nobili, la grande procacciatrice dei rognosi (con tutti i santi sacramen­ti), la rabbiosa conta­mi­na­trice. La religione cattolica fondata da dodici ebrei avrà gio­cato fino in fondo tutto il suo ruolo quando saremo scompar­si sotto i flutti della turba enorme, del gi­gan­tesco lupanare asiatico che si prepara all’o­rizzonte. Questa la triste verità, l’ariano non ha mai saputo amare, adulare che il dio degli altri, mai ha avuto religione pro­pria, reli­gione bianca. Quel che adora, il suo cuore, la sua fede, gli son stati forniti in tutti i loro elementi dai suoi peggiori nemici. È assolutamente normale che ne crepi, il contrario sarebbe un miracolo» (in La bella rogna). «Un popolo è mor­to, quando son morti i suoi dei», aveva anticipato Stefan George (Der Krieg, 1917).

 

Quanto alle mitzvot, i precetti, i comandamenti dati dal Gran Sanguinario – o ammirevoli escogitazioni di menti malate  – ecco da L’ambigua evidenza:

 

●   Il Maestro Simlai, in Makkot 23b, ricorda che furono dati a Mosè 365 divieti, o comandamen­ti negativi, e 248 precetti, o comandamenti posi­tivi, che, tutti, servono per la santificazione d’Israele (tosaphot Berakot VI 9). Quando, il 27 luglio 1656, Baruch Spino­za viene «ban­di­to, scomuni­cato, maledetto e cacciato» dalla Joodsche Gemeente, la Comunità Ebraica di Amster­dam guidata dal caporabbi banchiere Ma­nas­seh ben Israel (quello che il 4 dicembre 1655 ha ottenuto da Cromwell la riammis­sione in Inghilter­ra degli ebrei, banditi dal 1290 da Edoardo I perché, ricorda nel 1656 l’avvocato Wil­liam Prynne, «avevano, per la crudeltà della loro usura, spolpato il popolo sino all’osso»), per­ a­ve­re ridotto la storia sacra a semplice storia e la Legge a costru­zio­ne umana come tante – nonché per avere scosso i pri­vi­legi che il popolo e­braico si arro­ga­va, in par­ti­colare il dogma del «po­polo elet­to» – lo si afferma reo di avere vio­la­to i 613 comandamen­ti, taryag mitzvot, conte­nu­ti nei libri della Legge. Così inizia il bando, conservato nella sinagoga portoghese di Amster­dam: «Per decisione degli angeli e per il giudizio dei santi, con l’ispirazione del sommo Iddio e di tutta la santa comunità, bandiamo, scomuni­chiamo, maledicia­mo e scacciamo Baruch de Espinoza davanti a questi sacri libri [la Torah] e ai 613 precetti ivi con­tenuti, con l’anatema con cui Giosuè maledis­se Gerico, con la maledizione con cui Eliseo male­disse i ragazzi, e con tutte le maledizioni che sono scritte nella Legge». 15

 

nota 15.  Il termine taryag, o meglio TaRYaG, rappresenta il numero 613 espresso in lettere: T=400, R=200, Y=10, G=3 (l’ebraismo classico manca di specifici segni numerici, usando al loro posto le lettere alfabetiche); il «perfetto giusto» Rabbi Yitzchak «Ari Zal, il Santo Leone» Luria ha-Ashkenazi insegna che, come ci sono nel corpo 248 mem­bra e 365 tendini (Makkot 23b), così anche l’anima è composta da 613 parti (248 membra e 365 tendini spirituali), ciascuna a sua volta composta da 613 parti minori o «radici» (shoresh), ognuna delle quali si suddivide a sua volta in «radici minori» o scintille (nitzotzot). A sua volta ogni «scintilla individuale», o anima umana , è composta da «luci» od aspetti ed è divisa nei tre livelli nefesh, ruach e neshamah; ciascun livello comprende a sua volta 613 parti. I comandamenti negativi sono 365 (a diffe­ren­za di Luria, Maimoni­de aveva collegato il numero ai giorni dell’anno so­lare, poiché, nota Moise Levy, «ogni singolo giorno dice all’uomo: oggi non com­mettere una trasgressione»), i positi­vi 248; insieme concorrono a forma­re la «gravosa libertà» del giudaismo. Ad  esempio di profondità intellet­tuale, il 205° [e 206°]: «Il nazoreo [l’«osservan­te»] non deve man­giare i semi [le bucce] dell’uva», «precetto che si deve eseguire anche oggi». Lo studioso nazionalsocialista Walter Fasolt c’informa che i comandamenti contenuti nel Talmud sono ben più dei 613 di Mosè, esattamente 5931, mentre Sotah 37b li dice addirittura 603.550.

 

Quanto al vincolo cui l’ebreo deve sentirsi legato alla voce di Dio, commenta Aharon Barth (I), peraltro con petizioni di principio che nulla spiegano: «Seicentotredici precetti ci sono stati dati dal Santo Benedetto; che li comprendiamo o no, ci conviene adempiere la volontà del Creatore del Mondo, che ha scelto Israele perché li attui […] L’ordine delle mizvòth [il termine mitzvah deriva dalla stessa radice di tzavta, «legato insieme»] è infatti un’istituzione divina; e, se non è possibile al mortale penetrare la profondità della Volontà Divina e sapere perché Dio ci ordini una cosa o ce ne impedisca un’altra, ci conviene pur tuttavia studiare per renderci conto della struttura generale di quesa Costituzione. A noi è ben lecito approfondire e ricercare perché il Santo Benedetto ci abbia dato la sua Torà proprio sotto forma di una serie di precise prescrizioni […] A noi sembra che una risposta sintetica al quesito si trovi implicita nel breve aforisma dei nostri Sapienti: “Le mizvòth non ci sono state date che per rendere pure le creature”. In altre parole, esse ci sono state date per eliminare le scorie che si trovano in noi ed aiutarci a raffinare e a purificare il nostro essere».

 

Addirittura più lirico, nella sua confessione di vita, Edmond Fleg  (III), un tempo allontanatosi dalla fede dei padri, rivendicante, à la Elio Toaff, la necessità dell’elezione non quale orgoglio ma quale «servizio», la doverosità dell’eterno delirio messianico: «Com’ero ingiusto verso quei seicentotredici comandamenti la cui pratica si esige dall’israelita! I costumi religiosi che la mia adolescenza aveva criticato si illuminano per me tutt’a un tratto di un senso magnifico. Si trattava, per questi Ebrei, di associare Dio a tutti gli atti della vita, dal più alto fino al più umile, di fare di ciascuno di questi atti un omaggio a Dio, e, spiritualizzando così persino il mangiare e il bere, trasportare l’esistenza quotidiana sovra un piano spirituale. Si trattava di creare, con il rito, con la carità, con la penitenza, con la festa, con la gioia, un popolo di sacerdoti, come dice la Bibbia; non già di sacerdoti avulsi dalla vita nella preghiera e nella contemplazione, ma sacerdoti accettanti e viventi tutte le forme della vita, nello studio, nel lavoro, nella famiglia e nella società, e santificanti ogni atto di questa vita con la preghiera e la contemplazione […] E non è tutto. Israele non voleva essere un popolo santo per sé soltanto, ma anche per la sua missione. La sua missione! Egoismo? Orgoglio?… Non certo nei nostri profeti, nei nostri savî! Israele sembrava loro una razza infima e miserabile, sovraccarica di peccati e senza tregua ricadente nel suo peccato. Dio non sceglie questo fango che per mostrare ciò che egli può fare con il fango. Poiché questo Dio d’Israele non appartiene affatto ad Israele: è il Dio che Israele deve rivelare a tutti gli uomini. Fra l’ostilità dei popoli, questo popolo deve proclamare il Nome del Dio-Uno, sino ai tempi in cui tutti i popoli, con lui, adoreranno il Dio-Uno. Addossandosi così il fardello della sua Legge, Israele si sente eletto non come un maestro, ma come un servitore; egli non si mette, in tal modo lontano dagli altri che per un dovere ch’egli s’impone; egli non si separa da essi che per unirli […] Credenza nel progresso dell’uomo, che crea mediante il proprio progresso il regno di Dio, tale è la fede d’Israele. La pratica della sua Legge gli appare come legata all’avvento del Messia, e l’avvento del Messia a quello dell’uomo perfetto. Per adempiere a questa promessa, egli vuole educarsi e conservarsi, far di sé stesso, secondo la parola del Talmùd, “un cemento” fra i popoli, mettere in sé stesso secondo la parola di Giuda Levita, “il cuore del mondo”; identificando, solo fra tutti, il proprio destino col destino di tutti, egli vuole divenire un popolo di sacerdoti, per diventare il sacerdore dell’umanità».

 

Gli ebrei – popolo «non stanziale e policentrico» (Abraham Joshua Heschel, in I) – conferma Leon I. Feuer (II), rivantando il compito loro assegnato da Dio, «had been chosen to bear the yoke of His law, to be the vicars and witnesses of His truth upon hearth, sono stati scelti per portare il giogo della Sua legge, per essere vicari e testimoni della Sua verità sulla terra. Essi hanno la respon­sa­bilità, da cui non possono sfuggire [an inescapable responsibility], di preservare la religione giudaica, e furono determi­nati a farlo al prezzo di sacrifici e senza compromessi». Compito altissimo, per il quale il dovere di Israele è di conser­varsi distin­to dalle nazioni, non cercarne la conversio­ne all’ebraismo, perché, rabbineggia Elio Toaff (I), «noi non vogliamo che il mondo sia tutto di ebrei, noi voglia­mo che il mondo sia for­ma­to di uomini che cre­dono nel Dio unico, creatore del cielo e della terra. Questa è la missione del popolo ebraico. Tale popolo si dice eletto non perché sia miglio­re degli altri, ma perché è stato scelto per svolgere la missione di portare tutti i popoli a credere nel Dio unico».

 

Indubitabile è quindi (e al contempo: comunque), assevera il «vec­chio rebbe» Shneur Zal­man di Lyady (1745-1813, capo­sti­pite dello chassidi­smo luba­vitch/chabad fino all’ultimo messia Mena­chem Mendel Schneer­son), l’abisso tra Arruolati e goyim. Infatti, se pur tutti gli esseri umani, ebrei quindi compresi, sono mos­si da un’ani­ma anima­le, indispensabile forza vitale-biologica del corpo, nefesh abaamit (cui segue il ruach, lo spirito emozionale inferiore), gli Eletti ne possiedono almeno altre due: una divina perenne, nefesh elokit, e una divina supple­mentare, ne­sha­mah yete­rah, la coscienza individua­le più alta, l’«ani­ma razio­nale» dei filosofi e dei cabali­sti (lo Zohar limita la punizione dell’anima dopo la morte a nefesh, talora a ruach, ma mai a neshamah… che presenta, per inciso, le stesse consonanti del tal­mu­dico mishnah), che scen­de su ogni ebreo a shabbat, il giorno della «cessa­zione» del tempo.

 

Perle tutte avallate dal «france­se» Chroni­queur – L’Informa­tion Juive Inter­nationa­le n.16 del 3 giugno 1992, dal pazzoide neochassidico Rabbi Yonassan Gershom, che vi aggiunge la yechidah, il livello dell’unità con la creazione e con Dio, irrag­giun­gi­bile anch’esso dai goyim, e dall’«italiano» Elia Samuele Artom: «Noi benediciamo pure il Signore per ciò che Egli ha dato a ciascu­no di noi in più e di diverso che ad altri uomini; e cioè per la nostra qualità di ebrei, per la nostra libertà, per il nostro sesso, per i benefizi che quotidianamen­te il Signore ci fa, per la Torah che ci ha dato».

 

Similmente, in ordine di sempre maggiore altezza, impegno e responsabilità, tre sono i Patti che Jahweh ha stretto con l’umanità generalmente intesa: 1. il Patto della natura, o noachide, il cui segno è l’arcobaleno e che riguarda tutti gli esseri umani, 2. il Patto della carne, o abramitico, il cui segno è la circoncisione, ed infine 3. il Patto dello spirito, o mosaico/sinaiti­co, i cui segni sono l’osservanza del Sabato – «giorno dell’eternità […] il rituale che contraddistingue maggiormente l’ebreo […] l’unica prescrizione rituale riportata nei Dieci Comandamenti» (Rabbi Aryeh Kaplan) – e la definitiva elezione. Decisamente simpatico il tradizionale witz sul patto sinaitico (e sull’inclinazione ebraica all’affarismo): «Dio disse a Mosè: “Sono venuto a proporti dei comandamenti”. Precipitosamente, Mosè rispose: “Quanto costano?”. “Non costano nulla”. “Allora, dammene dieci”. In seguito, una volta solo, se ne sarebbe pentito amaramente».

 

Doveroso è infine chiarire al lettore l’uso dell’aggettivo «pazzoide» usato per Rabbi Yonassan Gershom, discepolo di Rabbi Zalman Schachter-Shalomi. Come definire altrimenti, da un punto di vista razionale, le sue tesi centrali sull’Olocausto? Del tutto sovrapponibili alle invenzioni dell’olotestimone/favolista/truffatore Binjamin Wilkomirski? E del resto, proprio nulla esiste di strano, nella vicenda Wilkomirski, conclu­de­rebbe Yonassan, il quale – attesta John Rossner, docente di Religione alla Concordia University di Montreal – dotato di «metacosmic insight, intuito metacosmico», «si colloca nella lunga tradizione degli autentici mistici e veggenti cabbalistici». Se infatti tre sono le possibilità del dopovita (sopravvivenza tramite i propri discen­den­ti; resurrezione fisica; anima immortale nei Cieli), ne esiste tuttavia una quarta, la reincarnazione (termine corrente: gilgul, più antico: hatakah, «trasferimento»).

 

Autore di uno studio «vivo ed esistenziale», seppur non scien­tifico, sulla reincar­na­zione delle oloanime, in particolare in corpi di non-ebrei – «Ho incontrato oltre 250 persone che credevano di essere reincarnazioni olocaustiche [who believe they are rein­carna­ted from the Holocaust]. Per quanto concerne questo studio, 78 persone mi hanno lasciato per scritto i loro ricordi: 56 donne e 22 uomini. Di questi, 16 erano nati ebrei, 7 si erano convertiti al giudaismo e 55 non erano ebrei in questa vita. Quanto alle loro vite passate nell’Olocausto, 58 pensavano di essere stati ebrei, 15 di essere stati non-ebrei e 5 non ne erano certi»… oltre a tre individui che, con maggiore tenacia, erano stati «martirizzati sia durante l’In­qui­sizio­ne sia nell’Olo­causto» – il Nostro afferma che, certo, è «possibile che costoro abbiano avuto allucinazio­ni o si siano anche solo lasciati andare a fantasie morbose», ma «anche se sono solo sogni o illu­sio­ni, essi mostrano quanto a fondo l’Olocausto abbia agito nella nostra coscien­za collettiva. Per coloro che hanno avuto questi folgoranti ricordi, essi sono estrema­mente reali, e credo sia mio dovere in quanto autorità spirituale rispettarli e prender­li sul serio». Lo affianca Rossner: «Parti di un processo naturale e divinamente avallato di guarigione e trasforma­zione spirituale planetaria, queste milioni di anime ritornano velocemente per lavorare per ottenere la pace sulla terra, affinché non si ripetano più gli orrori che hanno attraversa­to».

 

Caso Wilkomirski e oloimitatori – Nel gennaio 1996 esce in Italia l’oloricostruzione di certo «lettone» Binjamin Wilko­mirski, oloscampato quattrenne dal campo «di sterminio» di Majdanek, passato in altri campi po­lac­chi e in orfanotrofio a Cracovia, infine adottato in Svizzera (così la scheda biografi­ca).

 

L’eccezionale «memoria» dell’ex bimbo («i miei primi ricordi d’infanzia si basa­no soprattutto sulle immagini precise della mia memoria fotografica e sulle sensa­zioni, anche fisiche, che ho conservato con esse») – «storie che illustrano degnamente la biografia criminale della spe­cie umana», piagnucola, riferendosi ovvia­men­te ai «nazisti» e non a Wil­komirski, il juif honoraire Erri De Luca (già capo del «servi­zio d’ordine» del gruppo ultracomunista Lotta Continua, riciclato sul quotidiano cattolico Avvenire e sull’altoborghese Corriere della Sera) – ci atte­sta, in stile sapiente­men­te impres­sionista, la ve­ri­dicità dell’Oloparadig­ma: «Guardo il ragazzino, uno piccolo, che saltella ac­canto a me. Solleva le braccia e strilla: “A me, dalla a me!”. Alza la testa per vedere la boccia nella mano di Collo Taurino. Il piccolo sembra inva­sa­to. Poi vedo il braccio grosso, enorme, sollevare la boccia ancora più in alto. Vedo che il braccio prende lo slancio, fisso il volto improvvisamen­te altera­to di Collo Taurino. E vedo il braccio piombare giù, con violenza­. Sento uno strano tog!… E qualcuno si accascia accanto a me senza dire una paro­la. Inorridi­to, incre­du­lo, guardo il piccolo. Ha la faccia rivolta al sole, bianchis­si­ma. Non si vede sangue… e questo mi stupisce. Però ha la fronte infossata, c’è una piccola rientran­za… proprio delle dimensioni della boc­cia»; «Qualcosa ri­chiama la mia attenzione. Il mucchio dei cadaveri sembra immobile, come sempre… o c’è stato un movimento? Che strano! Le donne morte non do­vrebbero muoversi! Os­servo la donna che sta in cima, sopra tut­te le altre […] Ora vedo tutta la pancia. In una grande ferita, sul fianco, c’è qualcosa che si muove. Mi alzo per guardare meglio. Allungo la testa e in quel preci­so momento la ferita  improvvisamen­te si allarga, la pelle del ventre si solleva e un enorme sudicio topo, lucido di sangue, scende veloce dal mucchio di cadaveri. Altri topi escono spaventati dal groviglio dei corpi e fuggono. L’ho visto, l’ho visto! Le donne morte partoriscono topi!».

 

Simil­mente, c’informa Tom Segev, «la cosa più spaventosa sulla terra [erano] le grandi fosse comuni, ove dopo le esecuzioni i feriti si contorcevano e gemevano per giorni»; ovviamente credibile anche Rivka Joselewska, seppellita in una fossa comu­ne sotto cumuli di cadaveri e tuttavia oloscampata, la cui testimonianza viene ne­crofilica­mente citata da Gideon Hausner, capoaccusatore al Processo Eichmann e poi ben a diritto presidente di Yad Vashem, nell’ar­rin­ga finale: «[Rivka] ha attraversa­to l’intero malvagio progetto. I nazisti volevano elimi­nar­la, e lei ha messo al mondo nuovi figli. Il duro ossame la circonda­va con tendini e carne, s’innalzava e la copriva con la pelle, e il respiro della vita correva sotto i cadaveri. Rivka Joselewska è un simbolo per l’intero popolo ebrai­co».

 

E non ci si permetta di dubitare, ammonisce a Milano il consi­gliere comunale (in seguito deputato nazionale) neo­comunista Emanuele Fiano nella seduta del 27 gennaio 2000: «Ce­lebra­re [l’occupazione sovietica, da lui detta «libe­razione», del campo di Auschwitz] però non basta, non può bastare se la cele­brazio­ne non è accompagnata da una riflessione serena, autentica, sincera, sul cam­mi­no che portò l’Europa dentro il cimitero della Shoah, la distruzione della gran parte del popolo ebraico europeo e degli altri, antifascisti, antinazisti, democratici, omosessua­li, zingari e disabili, che allo stesso destino furono condotti […] L’enorm­ità, la dimensione insostenibile di quanto accaduto può generare una difficoltà ad ammette­re, ad accettare quei corpi, quelle nudità, quelle masse brucianti, quei fumi, quegli odori di morte. Nel testo “La vita offesa” troviamo questo ricordo di un depor­tato: “sotto la catasta dei morti cre­sceva un’erbetta; Dio, quanta di quell’erbet­ta ho man­gia­to!”. Nel testo Il flagello della svastica di Lord Russel troviamo: “per divertire la sua bambina di 9 anni Wilhaus qualche volta si serviva di bambini molto piccoli per fare esercizo di tiro al piccione, gettandoli in aria e tirando su di loro al volo. La figlia applaudiva e diceva: ‘papà, fallo ancora’, e papà lo faceva”. E dunque uno dei meccanismi contro i quali la militanza contro l’oblio deve lottare è quella di accettare dentro noi stessi che il peggio del peggio che noi possiamo immaginare è successo».

 

E quindi, tornando al buon Wilkomirski: «Gli stivali e i piedi nudi ricominciaro­no a correre. Ma come, pensai, qui ci sono altri bambini? Ero stupefatto e non riu­sci­vo a capacitar­mene. Ero con­vinto di essere il solo in quel nascondi­glio! […] Gran­di mani ne estrassero due piccoli fagotti che scalciavano; gli strilli crebbero d’intensi­tà, mescolan­dosi alle urla furibonde degli uomini con gli stivali. Poi un lancio, e i fagotti volarono attraverso lo stanzone, assumendo forme grottesche e con­tor­te, come se volessero agitare delle ali. Volarono verso la finestra, fuori dalla finestra. Un secondo di silenzio e, nel silenzio, fuori, per due volte, il rumore inconfondibile di crani sfondati […] Qualcosa sembrò congelarsi dentro di me e, dopo quello che vidi, tutto cominciò a svolgersi al rallenta­to­re: per terra, proprio a ridosso della parete, c’erano ancora i due fagotti, o meglio quello che era rimasto di loro. Gli stracci erano in disordine, spar­si per terra, laceri, e in mezzo agli stracci i due piccolini, con le braccia e le gambe aperte, le pance gonfie e livide. E poi, lì dove sarebbero dovu­te es­sere le faccine, un’infor­me massa di materia rossa mista a neve e fango»; «Per­ché… la nostra blockowa ha detto: “Per i bambini le pallottole sono sprecate!” [la «satanica ferocia» dei nazisti, esplicantesi anche col «brutale fracassamen­to dei bambini, per risparmiare munizioni» era stata attestata da Rachel Auerbach nel processo Eichmann; idem l’oloteologo Yitzhak Greenberg: «Per risparmiare il costo del gas, infatti, i nazisti arrivavano al punto di gettare vivi dei bambini nel fuoco. O di picchiarli in testa con bastoni, per risparmiare una pallottola»]. Perché… perché… di solito sparano solo sui grandi… oppure li uccidono col gas. I bambini finiscono nel forno o vengono uccisi con le mani… di solito […] Quanta paura ave­va­mo di quella blo­cko­wa che ci sorve­gliava allora! Ci prendeva a calci con i suoi stivali duri, oppure ci “disegnava”, così diceva, con la frusta delle strisce sanguinanti sulla pancia e sulla schiena. La blockowa sanguinaria che rovesciava apposta per terra un po’ di zuppa che arrivava al bordo della gamella».

 

La credulità del singultante lettore – come dubitare di un oloscampa­to?!, di un secular saint, oltretutto tradotto in dodici lingue, apprezzato dall’oloenfant prodige Daniel Goldhagen, premiato negli USA col National Jewish Book Award, a Londra col Je­wish Quarterly Literary Prize, a Parigi col premio Mémoire de la Shoah, oltreché da un’impressio­nante serie di ditirambi sulla stampa mon­dia­le?! – non dura però. Sulla scorta del giornalista Daniel Ganzfried (nato nel 1958 in Israele da un oloscam­pato auschwitzia­no, allevato dal 1960 in Svizzera dai nonni materni), scopri­to­re del caso, denunciato come inverosimili avventure «alla Karl May», sul Corrie­rone del 26 settembre 1998, Dario Fertilio è infatti costretto ad annunciare: «Un uomo che forse si chiamava Binjamin Wil­ko­mir­ski, ma all’anagrafe risulta Bruno Doessekker, sta facendo impaz­zire la Svizze­ra, la Germa­nia e le comu­ni­tà ebraiche di tutto il mondo. Perché nei panni di Wilko­mir­ski, ebreo polacco scampato giovanissi­mo all’Olocausto, si è imposto come canto­re della tragedia ebrai­ca. Mentre in quelli del musicista Doessekker, nato [nel 1941] in Svizzera [quale figlio naturale] da una certa Yvonne Berthe Grosjean e più tardi adotta­to da una ricca famiglia di Zuri­go, rischia di passare alla storia come autore del più assurdo imbroglio mai perpe­trato sulla pelle dei morti […] Il presunto falsario si è messo dalla parte delle vittime e ha dato loro voce, narrando una storia, per così dire, più vera del vero […] Ha descritto la gabbia piena di topi e insetti, in cui sarebbe stato rinchiuso come un cane. Ha rivelato di aver conosciuto la sua vera madre soltanto una volta, quando gli offrì un tozzo di pane, e di essersi aggrappato per sempre a quel ricordo come a un viati­co. Ha ferma­to sulla carta, con frasi brevi e spezzate, la descrizione della sua fuga da una delle baracche, mentre calpestava un macabro tappeto di bambini morti. In uno dei racconti che hanno fatto il giro del mondo, intitolato Il trasporto, ha evocato la sensazione di essere sepolto sotto un cumulo di cadaveri, e le emozioni provate prima di risalire alla superficie. Tutte queste cose terribili si trovano in Frantumi, un’infanzia 1939-1948, tradotto in tutte le lingue e pubblicato in Italia da Mondado­ri. Un libro che ha ricevuto apprezzamenti entusiastici dai più celebri storici americani della Shoah, il National Jewish Book Award, nonché un posto d’onore negli archivi del Museo del­l’Olocausto a Washing­ton. E le sue conferenze, lezioni, testimonianze pubbliche non si contano in tutto il mondo. Pochi mesi fa, Federica Sossi lo ha incluso nel suo Crepaccio del tempo [capitolo: «Benjamin Wilko­mirski: lo sguardo oltre la fine del mondo»!], edito da Marcos y Marcos, affiancandolo a Primo Levi, Elie Wiesel, Jorge Semprún. Eppure, proprio quella Svizzera in cui il sedicente Wilko­mir­ski dice di aver trovato la sua patria d’adozione, in assenza di un qualsiasi docu­mento che attesti la sua vera origine (il nome polacco verrebbe da uno dei rari, precisi brandelli di memoria so­pravvissuti allo shock del Lager), ora gli sta riservan­do gravi dispiaceri. La Weltwo­che, un settimanale di Zurigo, ha svolto una serie di indagini sul suo conto, giungen­do all’imbarazzante conclusione che il signor Bruno Doessekker po­treb­be essersi inventato tutto. Nomi, ricordi, collegamenti, indi­gnazio­ni, commozioni. Contraffatta anche quella indomita sete di verità che lo ha spinto a intraprendere un’azione legale per risalire alle sue origini. Viziata da una galoppante mitomania la benemerita Fon­da­zione per i bambini della Shoah, da lui stesso promos­sa. Frutto di una vocazio­ne (come dire?) puramente teatrale quel suo pre­sentarsi spesso al pubblico senza parlare, limitandosi ad accompagnare al piano­for­te la lettura delle sue pagine da parte di un attore».

 

Tutto quindi tranquillo… «il più assurdo imbroglio mai perpetrato», la «storia più vera del vero», «tutte queste cose terribili», etc. etc.? Ma neppure per sogno, di­sinvolteggia il Fertilio: «Eppure l’affare Wilkomir­ski non sarà così facile da liquidare: nemme­no se dovessero saltar fuori le prove inoppu­gnabi­li della falsificazio­ne. Perché le pagine restano sempre lì, artisticamente effica­ci  [ma certo: la licentia poëtarum dell’oloscampato Rudolf Vrba contro il raziocinio del revisionista Ernst Zündel!], a combattere la buona battaglia della memoria contro l’oblio del passato. Mentre il confine che separa la storia vera da quella verosimile, si sa, è sottilissimo. E il desiderio di avere vissuto una vita meno banale di quella che il destino ci ha riserva­to è, se non scusa­bi­le, almeno comprensi­bile» (corsivo nostro). Talmente comprensibile è il fatto, che nell’aprile 1999, pur essendo ormai plateale la falsificazione, l’American Or­thopsychiatric Asso­ciation, che riunisce 4500 psichiatri, insignisce il libello del Premio Max A. Hayman, cui spetta promuovere opere che «increase our under­standing of genocide and the Ho­locaust, ac­crescono la nostra compren­sione del genocidio e dell’Olocau­sto».

 

A parare il colpo e dignificare il truffatore ci pensa, nel maggio 2001, l’olointellighenzia, riunita nel Moses-Mendel­ssohn-Zentrum di Potsdam, nosologizzan­do addirittura una «sindrome di Wilkomirski» che si esprime nell’«inven­zione dei ricordi» e nella «nostalgia di essere vittima»; scrive Der jüdische Kalender 2001-2002 dei super-«tedeschi» Henryk M. Broder e Hilde Recher: «E quindi fu chiaro: Wilkomir­ski fu un caso estremo di invenzione, ma non un caso unico. Quante più poche vere vittime rimarranno, tanto più spesso taluni si sentiranno vittime». Traboccante di comprensione per la «depressione patologica» del Nostro, è anche l’olostorica Gitta Sereny: «Molte persone che conosco […] hanno trascorso lunghi giorni con lui e lo hanno trovato tremendamente triste: questo non è un uomo che voleva far soldi, ma un essere umano che per un bisogno, penso, di condividere le sofferenze, ha cercato di adottare l’identità del bambino sofferente. Non ha fatto male a nessuno se non a se stesso».

 

Non altrettanta compren­sio­ne il suggestivo libello incontra però in Italia: smascherata la frode, la Mondadori, sua casa editrice, lo ritira dal mercato a tambur battente; identico ritiro, pochi mesi dopo, da parte della tede­sca/«tedesca» Suhrkamp. Per finire, Stefan Mächler, compren­sivo verso la «produzione tera­peutica del ricordo» e i «bisogni del pubblico», ricordato che «il successo di molte memorie e diari mostra il desiderio del pubblico di assicurarsi la storia attra­ver­so i ricordi biografici. Chiaramente ciò corrisponde ad una profonda esigenza uma­na di rivivere il passato nella viva ed emozionante concretezza del caso indivi­dua­le», conclude la disamina col capitolo Die Wahrheit der Fiktion, “La verità dell’inven­zio­ne”. «Anche se la mia memoria e le mie intime rappresentazio­ni mi avessero ingan­nato fin dalla mia giovinezza, il saggio di Mächler non sarebbe per questo mi­gliore o anche più legittimo di loro», gli ribatte imperterrito (e impunito), affiancato dall’autorevole oloboss Yisrael Gutman che lo conferma oloscampato in quanto (!) il suo «dolore è autentico», l’ingegnoso quanto sensibile Grosjean­/Doessekker­/Wilkomirski.

 

Ma più avventurosa di quella del Wilkomirski e altrettanto auten­tica – da tenere a memoria è sempre l’antica lezione: a duobus disce omnes – è nell’aprile 1998 l’affa­bula­zione autobiogra­fiz­zante della settantaduenne «belga poi bos­toniana» Miriam/Misha De­fon­se­ca, nel 2007 portata sullo schermo dalla «francese» Véra Belmont col titolo Survivre avec les loups, «Sopravvivere coi lupi», e nelle prime cinque settimane visto da 540.000 e in totale da sei milioni di spettatori (l’originale cartaceo è uscito in mezzo milione di copie, venendo tradotto in diciotto lingue). «Storia vera, tragi­ca e commo­ven­te» che, «affascinan­te, ri­cor­da Il libro del­la giungla di Kipling e Balla coi lupi, il film di Kostner», ci commuove Ennio Caret­to, anche se la dedica dell’edi­zione italiana ci lascia qualche sconcer­to sulle facoltà psichiche dell’au­trice: «Questo romanzo [«romanzo»!] è dedicato alla memo­ria del mio cane Jimmy. Io amo tutti gli animali della Terra, ma Jimmy era il mio cuore». Ed ancora, strug­gente: «Questo libro è il racconto di un periodo partico­la­re della mia vita. Mez­zo secolo dopo, ho ritirato la rete della memoria e ne ho tratto quel che ho potuto. Non sono uno storico: nomi, date e fatti sono reali nella misura in cui sono riuscita a rico­struirli a partire da brandelli e frammenti della mia memo­ria [corsivo nostro; con tali non-storici sarebbe andato a nozze, facendoli a pezzi, il semi-olorevisionista ebreo Arno Mayer!]. La mia storia è una pietra gettata in un lago; non potrò mai sapere fin dove arrive­ran­no le increspa­ture dell’ac­qua. A coloro che la leggono domando compassio­ne per tutte le creature viventi. E auguro loro la pace». Come che sia, in quarta di coper­tina la Nostra avverte: «Molta gente usa il termine “bestiale” per descrivere ciò che i nazisti facevano alle loro vittime, e ritiene che si comportassero “come anima­li”. Quando sento queste afferma­zioni, io ri­spondo sem­pre: “No, i nazisti si compor­ta­va­no come esseri umani”. Solo gli uomini hanno la capacità di uccidere per piacere, assaporando la sofferenza degli altri. Nessun anima­le ha mai fatto ciò che io ho visto fare dai nazisti ai loro simili».

 

Af­fidata seienne dai facoltosi geni­to­ri ebrei belgi, poi de­portati «ad oriente» e mai più rivisti (in realtà le deportazioni di individui di ascendenza ebraica iniziano in Belgio il 4 agosto 1942), ad «una famiglia cattolica nella speranza di salvarla», la Nostra, sen­tendosi «incom­pre­sa e maltrattata» dagli infidi goyim («una notte sentì che parla­va­no di lei e che erano pronti a consegnarla ai tedeschi se l’avessero scoperta»), nella primavera 1941 fugge da Bruxel­les verso l’in­co­gni­to Est in cerca degli scom­par­si: «A piedi, da sola, sotto i bombar­da­menti, attra­ver­sa la Germania, la Polonia, l’Ucraina, tenen­dosi ai margini delle città per non essere fermata. Si nascon­de nelle foreste. In Polonia l’aiuta a soprav­vi­ve­re un branco di lupi con cui trascorre qual­che tempo, accudendo i loro cuc­cioli. Saranno i parti­giani ucraini a riman­darla indietro, sempre a piedi, dopo quattro anni» (così Caretto; il tour di ritorno si dispiega in tutta tranquillità attraverso Roma­nia, Jugo­slavia, Italia e Francia).

 

Dopo la delicatezza mowgliana – «Il mio ricordo più vivo è quello del mio incontro coi lupi. Avevo rubato della carne in una ca­scina, il contadino mi aveva ferito col forcone. Singhiozzavo nella fore­sta, disperata, quando è apparso un lupo. Era nero, maestoso, ma non osti­le. Gli ho dato qualche pezzo di carne e si è avvicinato. Quella notte abbia­mo dormito uno accanto all’altro. La mattina successiva ci siamo nutriti di nuovo insieme […] I lupi mi accettavano perché portavo addosso il loro odore. Forse ho trascorso due mesi con loro, forse quattro. Il momento più bello è stato con una famiglia di lupi: padre, madre e cuccioli. Procurarsi cibo era più facile per me che per loro. Mi sentivo protetta e in cambio badavo ai loro piccoli» –  imman­cabile e sapiente la nazi-oscenità: «Mi acquat­tai fra i cespugli e assistetti a una scena orribile, che sarà sempre stampata nella mia mente: un soldato tede­sco trascinava per un braccio una ragazza. Anzi, una ragazzina, poco più di una bambina. Arrivati a po­chi metri dal mio nascondi­glio, lui la gettò per terra e cominciò a strap­par­le i vestiti di dosso, mentre lei cercava di coprirsi con le braccia e piangeva supplicando­lo. Poi il soldato le diede un ceffone e le si gettò addosso. Quando si rialzò vidi che aveva i calzoni sbottonati. La ragazzina doveva essere svenuta, per­ché lui le diede un calcio e lei non emise neanche un gemito. Allora lui tirò fuori la pistola e le sparò in testa».

 

Niente dubbi però da parte della giusti­zia divina: «All’esplosione sobbalzai muo­vendo le foglie del cespuglio e il soldato si girò e venne dalla mia parte. Rimasi per­fetta­mente immobile, senza neanche respirare, ma lui scostò i rami e mi trovò. Tene­vo gli occhi chiu­si ma capivo che si stava chinando su di me, ne sentii il fiato a pochi centimetri dal viso. Allora afferrai di scatto il coltello e glielo affondai nella pancia fino al manico. Aprii gli occhi e vidi il suo viso sorpreso mentre si stringeva il ventre da cui avevo ritirato il coltello. Poi mi cadde addosso, ma io mi divincolai e cominciai a col­pirlo alla cieca: nella spalla, nel collo, dovunque. E ogni volta che lo colpivo, dentro di me dicevo: questo per quel­la ragazzina, questo per mio padre e mia madre, questo per Maman Rita, questo per la gente affamata del ghetto, per me, per la bam­bi­na che non sono mai stata. Mi fermai solo quando vidi che non si muove­va più».

 

Se il lettore si è orrorificamente commosso, sappia che avrebbe potuto commuo­versi ancora di più, poiché il reportage non corrisponde al testo originale, ma è stato ingentilito dalla «traduzione e serializzazio­ne» compiuta in tre puntate sul settimanale Gente (diretto dall’ebreo Sandro Mayer), a cura di tale Laura Bardare. L’horror-kitsch origina­le è indubbiamen­te più sceneggia­to e sapiente (diamo solo il particolare più piccante): «La ragazza si lasciava continua­mente cadere come una bambola di pezza nel tentativo di liberarsi dalla stretta del soldato, ma ogni volta lui la tirava su, a peso morto. Vidi la faccia terroriz­zata di lei. Era giovanissima, poco più che una bambina […] Lei lo suppli­cava e cercava di coprirsi con le braccia palli­de e magre, con le lacrime che le colavano sul viso, ma lui continuò a maltrattarla e a strapparle gli abiti di dosso. A un tratto alzò un braccio e la colpì in faccia col dorso della mano. Lei emise un grido acuto e cadde a terra. Subito il soldato si gettò sopra di lei e cominciò a martellarla col suo corpo. Lei continuò a gridare, e a ogni grido di angoscia io sussultavo. Poi calò un silenzio terribile. Passarono alcuni istanti. Alzai leggermente la testa. Era svenuta? Il soldato si rimise in piedi come se niente fosse, come se si stesse alzando da un buon pasto. Fece un giro intorno alla ragazza prostrata e le diede un colpetto con la punta dello stivale. Lei non si mosse. Aveva le mutandine stracciate e il sesso pieno di sangue. Allora il soldato tolse la pistola dalla fondina, sputò sopra la ragazza e in tutta calma le sparò».

 

Poiché però esiste una qualche giustizia divina, essendo stata tirata troppo, ad un certo punto la corda, pur in netto ritardo, si rompe. Il 1° marzo 2008, titoli a tutta pagina – interna – dei quotidiani: l’ebrea Defonseca non è ebrea, ma è la catto­li­ca belga Monique De Wael, i cui genitori sono stati deportati sì dai tedeschi, ma perché partigiani, non perché ebrei. La sua storia, singulta Matteo Sacchi pur prendendose­la con «le imbe­cillità dei negazionisti», è «uno degli inganni storico-letterari più grossi degli ultimi vent’anni. Anzi, lo studioso della Shoah Maxime Stein­berg ne ha parlato come di “una delle più grosse manipolazioni della storia”». Tremula l’intervista riportata da Luigi Offeddu, il quale riferisce pure dello sconcerto dell’editore francese (che confida ai giornali «una disperazio­ne sbigotti­ta»): «A parte mio nonno, odiavo gli altri miei parenti adottivi… Così mi sono rac­con­tata una vita, un’altra vita, che mi tagliasse fuori da quella famiglia, lontano dalle persone che detestavo. Anche per questo mi sono appassionata ai lupi, sono entrata nel loro universo. E poi ho mescolato tutto. Ci sono dei momenti in cui non riesco a distinguere fra la realtà e il mio universo interiore. Chiedo perdono a quelli che si sentono traditi, ma li supplico di mettersi nei panni di una bambina di quattro anni che ha perduto tutto, che deve sopravvive­re».

 

E il perdono, concesso con incredibile chutzpah per promuovere la Belmont e reincassare milioni con una «nuova edizione rivista» – fascetta: «Una storia appassionante che ha conquistato il mondo, una colossale invenzione che ha affascinato milioni di persone» – arriva dal disinvolto editore: «Oggi che il successo del libro è stato consacrato anche da un film, l’autrice ammette di avere inventato questa favola drammatica per salvarsi da una realtà dolorosa, quella della guerra, e delle accuse fatte a suo padre – nella Resistenza belga – di aver parlato sotto tortura. E questa favola col tempo si è impadronita di lei, fino a confondersi con i suoi ricordi, con la verità storica: raccontare storie cura le ferite dell’anima, tiene lontani gli incubi, aiuta a sopravvivere. Noi questo libro lo abbiamo pubblicato nel 1998 per la prima volta credendo nel suo valore di testimonianza [«È una bellissima storia che non fa torto che ai nazisti», aveva anticipato l’editore francese Bernard Fixot, affermando che certamente non avrebbe portato in tribunale per frode l’autrice], e lo ripubblichiamo nel 2008 in una nuova versione perché crediamo a tutti i lettori che lo hanno amato in questi anni, si sono emozionati e hanno partecipato al dolore di questa bambina: pensiamo che questa storia, benché frutto di fantasia, valga ancora la pena di essere letta». Quanto all’autrice, ecco i ringraziamenti, intrisi della più becera melensaggine: «Le persone che vorrei ringraziare sono troppe per essere citate qui, ma sappiano che non le ho dimenticate. Hanno la pelle di differenti colori e praticano religioni diverse, sono cittadini del mondo, sono miei fratelli e sorelle nell’amicizia e un giorno si incontreranno […] Ringrazio anche tutti coloro che nel mondo lottano per bandire la malvagità gratuita e la crudeltà, e cercano di salvare la natura e gli animali».

 

Per quanto dichiaratamente romanzo (ma romanzo impostato a mo’ di docudrama per suggestionare il lettore facendogli trangugiare emotivamente tesi già demolite dalla razionale critica dei revisionisti), citiamo poi il wilko­mir­skidefonsecano «Le Benevole» del quarantenne «newyorkese-francese» Jonathan Littell, «novecento pagine di diabolica dimensio­ne epica» (così la trionfale anteprima su io Donna del Corrierone  n.40/2007), Premio Goncourt, in cui si confessa in prima persona – come quindi dubitare della realtà di quanto narrato, se viene confessato dallo stesso protagonista? – l’ex ufficiale SS Maximilian Aue, «colto, omo­sessuale, incestuosamen­te legato alla sorella» (e chi più ne ha più ne nazimetta). Il tutto, per conferire maggiore verosimi­glianza, dalla viva voce del carnefice, «mostro ordinario nel cuore della macchina nazista, senza alcun rimorso, ma mescolando realismo, vio­lenza ed eroti­smo».

 

Ed ecco un passo dei più nazighiotti: «Con le donne, e soprattutto con i bambini, certe volte il nostro lavoro diventava difficilis­si­mo, rivoltava lo stomaco. Gli uomini si lamentava­no continua­mente, soprat­tutto i più anziani, quelli che aveva­no una famiglia. Di fronte a quella gente indifesa, a quelle madri che dovevano assi­stere all’uccisione dei figli senza poterli protegge­re, che potevano soltanto morire con loro, i nostri uomini soffrivano di un estremo senso di impotenza, si sentivano anche loro indifesi […] Io stesso avevo dei cedimenti. Durante un’esecuzione guardavo un bambino morente nella fossa: il tiratore doveva aver esitato, la pallottola aveva colpito troppo in basso, alla schiena. Il bambino ansimava, con gli occhi aperti, vitrei […] un’altra volta, sull’orlo della fossa, una bimbetta di circa quattro anni venne a prendermi delicatamente per mano. Tentai di liberarmi, ma lei si aggrappa­va. Di fron­te a noi fucilavano gli ebrei. “Gde mama?” domandai in ucraino alla bambina. Puntò il dito verso la fossa. Le accarezzai i capelli. Restammo così per parecchi minuti. Avevo le vertigini, avevo voglia di piangere. “Vieni con me, – le dissi in tedesco, – non aver paura, vieni”. Mi diressi verso l’imbocco della fossa; lei rimase immobile, trattenendomi per la mano, poi mi seguì. La sollevai e la tesi a un Waffen-SS: “Sii buono con lei”, gli dissi abbastanza stupidamente. Provavo un’ira folle, ma non volevo prendermela con la piccola, né con il soldato. Lui scese nella fossa con la bambina in braccio e io mi girai brusca­mente, mi inoltrai nella foresta. Era una pineta grande e chiara, senza sottobosco e pervasa da una luce dolce. Dietro di me crepitavano le salve». «La Shoah» – conclude Yosef Haim Yerushalmi (I) – «ha ispirato una massa di ricerche storiche superiore a quella di qualsiasi altro avvenimento nella storia degli ebrei, ma temo proprio si possa affermare che la sua immagine viene costruita più nel crogiuolo del romanziere che nell’officina dello storico».

 

In attesa di altre rivelazioni, chiudono il settetto ­falsista (oltre a Wilkomirski, alla Defonseca e a Littell, si ricordino le «licenze poeti­che» della Donnola di cui al capitolo IV [il riferimento, caro Gatti, è al Suo Elie Wiesel]) tre affabulatori goyish: l’austra­lia­no Donald Watt, sé-di­cente depor­tato auschwitziano, auto­re dell’«auto­biogra­fia» Stoker, grande successo del 1995; il regista austriaco Conny Hannes Meyer, le cui memorie, uscite nel 2006, lo davano deportato a Mauthausen; e soprattutto il catalano Enric Marco, autore nel 1978 dell’«auto­biografia» “Memorie dell’inferno”, anarchico rojo «deportato» a Flossen­bürg, protago­nista di centinaia di oloconferenze soprattutto nelle scuole, presidente dell’Amical Mauthausen e, si turba il juif honoraire Claudio Magris (I), «figura simbo­lica – sino allo smasche­ra­mento della sua messinscena – in quanto rap­presen­tante dei deportati spa­gnoli nei Lager nazisti».

 

L’olocarrie­ra del Nostro – pluride­co­rato «prota­gonista di un caso eclatante di falso che ha scosso e turbato violentemen­te l’opinione pubblica spagnola, amareg­giato e indi­gnato gli an­ti­fascisti suoi ammiratori, scatenato accuse e difese» e purtuttavia «voce sovra­personale e corale di chi ha vissuto uno dei massimi orrori della storia» – si chiude nel maggio 2005 quando, per attenuare lo scandalo, viene allontanato dalle olocerimonie a Mauthau­sen. Pur accettando, anzi rivendicando à la Wiesel, sotto il titolo “Il bugiardo che raccontava la verità”, la liceità della descrizione marchiana di «orrori autentici», Magris conclude: «Aldilà di ogni strava­ganza perso­na­le, la colpa oggettiva che viene giu­sta­mente imputata a Marco è di portare, sia pure involontaria­mente, acqua al veleno­so mulino del revisionismo e del negazionismo […] In questo senso, la sua irresponsa­bilità è criminosa, perché in questi casi non è lecito scherzare né indulgere ai propri fantasmi e deliri».

 

E ai propri «fantasmi e deliri» non indulge un ottavo buontempone: l’oloscampato Rosenblat… se per «fantasma e delirio» intendiamo un involontario sconvolgimento mentale. Ma, per non indurre il lettore a dubitare del nostro sarcasmo, lasciamo la parola direttamente alla cronaca (il quotidiano varesino La Prealpina, 30 dicembre 2008: Falsa storia d’amore nel lager – Il libro-verità di un ex deportato si rivela un romanzo): «La sua storia “d’amore e olocausto” nata in un campo di concentramento in Germania era inventata, e per questo motivo un ex deportato ebreo che oggi vive in Florida non la vedrà pubblicata, nonostante in America il suo Angel at the fence (L’angelo del filo spinato) sia già stato annunciato come uno dei libri-verità più attesi dell’anno. L’editore, la Berkley Books [una divisione del Penguin Group] si è rifiutato di farlo uscire dopo che Herman Rosenblat ha confessato di essersi inventato alcuni dei passaggi chiave delle sue memorie e di aver abbellito e romanzato gran parte della storia. Il rifiuto della sua pubblicazione ha avuto un’eco straordinaria negli Stati Uniti soprattutto perché Herman Rosenblat e la moglie Roma Radzicki erano già stati ospiti in alcuni programmi televisivi di grande sccesso, primo fra tutti lo show della conduttrice Oprah Winfrey, che aveva descritto il libro come “la più grande storia d’amore” da lei incontrata in ventidue anni di carriera […] Gli studiosi dell’Olocausto che avevano letto in anticipo il manoscritto o ascoltato gli interventi di Rosenblat in televisione avevano notato che molti particolari di quella storia d’amore nata a Buchenwald non potevano corrispondere alla realtà storica. Non poteva essere vero, per esempio, che la giovane Roma sporgesse mele al giovane Herman attraverso il filo spinato. Data la disposizione del campo di concentramento, questo particolare era del tutto impossibile. Rosenblat, messo alle strette, ha ammesso di esserselo inventato, così come si è inventato altri particolari». Una buccia di banana per l’Oloimmaginario e gli oloimmaginanti? Nient’affatto, lodevole anzi lo scrupolo degli «esperti», testimonianza di acribia intellettuale e morale che sa riconoscere il falso. Chiudendo in gloria, «la sua storia diventerà comunque un film. Ma è già stato annunciato come una pellicola di pura fiction».

 

Quanto alla più specificamente narrativa di evasione thrilling/spionistico/poliziesca, citiamo, tra le centinaia di autori e decine di migliaia di richiami anti-«nazi» sparsi in migliaia di romanzi, i confratelli Amos Aricha, Michael Bar-Zohar, Larry Collins, Franco Enna, Joseph Heywood­, Harry Kemelman, Stuart Kaminsky, Eli Landau, Domi­nique Lapierre, Ib Melchior, Johan­nes Mario Simmel e Leon Uris, e i goyim Alan Altieri, Ken Fol­lett, Frederick Forsyth, Robert Lu­dlum, Giorgio Scerbanen­co, John Shirley e William Diehl. Una menzione a sé – per la sottigliezza delle suggestioni e l’«aggiorna­mento» sull’oloattualità – merita John Kat­zen­bach, del quale citiamo il colloquio tra la capa di un olocentro-di-documentazio­ne e l’investi­gatore coprotagonista (negro e ultra-uma­no, nonché intelligente): «”È assolutamente proibita ogni commer­cializzazione del mate­riale. Ma so­prat­tutto voglia­mo evitare i revisionisti”. “I che?”, domandò Robin­son. “Coloro che negano l’esi­sten­za dell’Olocausto”. “Ma sono paz­zi?” – sbottò Ro­binson – “Voglio dire, come si può…”. Esther Weiss alzò lo sguardo reggendo una piccola busta mar­roncina: “Sono molti coloro che vorrebbe­ro negare l’esistenza del più gran­de crimine della storia, detective. Gente disposta a sostenere che le camere a gas era­no in realtà impianti per lo spidocchia­mento. Gente pronta a dire che i forni servi­vano a cuocere il pane e non le persone. A pensare che Hitler era un santo e che tutti i ricordi del terrore da lui instaurato non erano altro che complotti”. Fece un profon­do respiro: “Le persone ragionevoli potrebbero conside­rar­le le opinioni di una banda di folli. Ma non è così semplice. Sono sicura che lei lo capisce, detective”. Robinson non capiva affatto, ma non disse nulla”».

 

Delle immagini delle 260 pellicole anti-«naziste» prodotte dagli USA nel conflitto mondiale, delle 540 pellicole «olorieducative» maggiori e delle suggestioni indirette di migliaia di pellicole di ogni genere prodotte nei sessant’anni seguenti in ogni paese, del bombar­da­mento diuturno dal Piccolo Schermo e dalla carta stampata (centinaia di volumi di «memorie» e migliaia della fiction più aperta, migliaia di quotidiani, migliaia di pe­riodici e fu­metti per miliardi di copie), dell’immissione sul mercato di decine di videogiochi anti-«nazi» a partire dal 1990 (per tutti: Beyond Castle Wolfenstein I e II) fino al 2008 (tra i mille: Call of Duty della Activision e Hidden & Dangerous 2 della Gathe­ring, ambien­tati nella Guerra Mondiale e dove il giocatore può stare solo dalla parte del vincitore «buono», un marine o un SAS inglese, non mai da quella del «cattivo», sempre un militare tedesco o un «nazista» tout court) – di tutto questo marciume è stato so­stan­ziato l’Im­magina­rio «nazitedesco» di tre generazioni.

 

Scusandomi per la lunghezza e per il peso specifico di queste riflessioni, ma sicuro di avere portato informazioni a Lei forse ignote nonché di avere contribuito ad un Suo deciso sollievo esistenziale – non è il caso di deprimersi! non di fare del vittimismo! Lei non è solo al mondo, non siete soli al mondo, venerandi Fratelli Maggiori, supportati come siete da due miliardi di credenti nel Vostro Gran Libro! – La saluto attestandoLe i sensi della mia considerazione.

Cuveglio, 19 ottobre 2012

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Lettere precedenti

12) Dodicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olodogma.com/wordpress/0017-dodicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano-gatti/#more-396

11) Undicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/10/03/undicesima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-st.html
10) Decima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/28/decima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
9) Nona lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/nona-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano1.html
8) Ottava lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/25/ottava-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
7) Settima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/17/settima-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html
6) Sesta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/16/sesta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html
5) Quinta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/13/quinta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
4) Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/09/10/quarta-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefan.html
3) Terza lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/25/terza-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefano.html
2) Seconda lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/08/14/seconda-lettera-del-dottor-gianantonio-valli-al-signor-stefa.html
1) Prima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti, http://olo-truffa.myblog.it/archive/2012/07/30/572-risposta-del-dr-gianantonio-valli-a-gatti-stefano.html

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